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LA LUCE VERDE 1

la-luce-verdeFra le sue non trascurabili doti la donna che un anno prima aveva deciso di presentarsi su WordPress come Lady Nadia annoverava un grande desiderio di migliorare.
Era brava a scrivere, e lo sapeva; però, almeno ai suoi occhi, non abbastanza brava. Perciò studiava, leggeva, scriveva, “tagliava” e rimodellava i suoi brani, alla costante ricerca non già della perfezione (era troppo intelligente per pensare che esistesse), ma di un’immacolata purezza di stile. Di lampi e di guizzi. Di folgori e di arcobaleni.
A differenza dei membri del club dei sognatori invasati, quando si coricava, in attesa di prender sonno, non immaginava il libro segreto che aveva in cantiere balzare, debitamente tradotto, in testa alle classifiche del New York Times o di Publishers Weekly (best sellers: numero 1 L’anima di Joe, by…). No, davvero. Piuttosto, si chiedeva se quel dato giorno aveva scritto bene (non benissimo). Se la risposta era positiva, Morfeo l’avrebbe accolta fra le sue amorevoli braccia; in caso contrario, sarebbe rimasta a fissare a lungo il buio della stanza.
Adesso, comunque, stava contemplando con il naso arricciato quattro righe che giudicava esecrabili, per non dire di peggio.
Da bambina, Lady Nadia era stata un’avida lettrice e, intorno ai dieci anni, aveva incominciato a creare storie, lo sguardo sognante, serrando le labbra, concentrata com’era a entrare nel mondo di Utopia. Naturalmente, occorreva possederne le chiavi, e lei scoprì di averle. A quell’epoca, non si poneva troppi problemi – esiste sempre una profonda saggezza nei bimbi, e se affermano, mangiando i loro cereali assieme a un bel bicchiere di latte caldo, che la notte scorsa qualcosa è uscito dall’armadio, sarebbe meglio credergli. In ogni caso, la piccola Lady Nadia era certa che tale chiave le apparteneva.
Le chiavi si possono smarrire, oppure è la serratura che cambia, considerò immusonita, mentre cancellava il parto di quel giorno. A domani!, decise. Si collegò a Internet e andò a curiosare nell’universo dei suoi amici. Magari avrebbe trovato una stella più luminosa di altre. C’era gente che se la cavava molto bene, e le piaceva immergersi in una poesia di Franz, in un racconto (esoterico?) di Ivano F, nelle gustose ricette di Laura. Purtroppo, nessuno aveva aggiornato il proprio sito. Invece, a un tratto trovò un blog vuoto. Era tutto nero, privo di vita. Lo stanno allestendo, si disse con una punta di stizza. Perché occupare uno spazio senza aver niente da offrire? Spedì un dito per tornare indietro, ma un istante prima di impartire il comando vide qualcosa. Un baluginio, una strana striscia verde, che poi si ingrandì sino a formare un globo, anch’esso verde, su un sottofondo di una tonalità più scura, e pure verdi erano le parole che lesse: Benvenuta, Lady Nadia! Lei pensò a una cravatta blu, posta sopra a una camicia leggermente più chiara; era un accostamento che le piaceva, tranne che qui…
Simile alle lettere di un telegramma, la scritta scorreva veloce. Ci rivedremo? Dipende da te. Peraltro, so che tornerai, perché… lo schermo ridivenne nero, nero come l’inchiostro, nero come una notte senza stelle.
Lady Nadia guardò a lungo il computer, domandandosi se aveva sognato.
La fantasia va controllata, altrimenti sono guai! Annuì: era la giusta reazione di una donna equilibrata.
Scalciò via le ciabatte, infilò le scarpe, prese la lista della spesa e uscì per andare al supermercato.
Mentre sfrecciava a bordo della Golf, canticchiando Nous sommes du soleil. We love when we play, si scordò dello strano episodio.

“Siamo un popolo fantastico. Riusciamo a trasformare le sconfitte in vittorie, naturalmente a posteriori!”, filosofeggiò con sarcasmo (era sarcasmo, non ironia) il blogger conosciuto come newwhitebear mentre osservava con evidente antipatia l’indicazione stradale posta di fronte a casa sua. C’era scritto: via El Alamein, quando invece avrebbe dovuto esserci via Tobruk. “E perché non via Hiroshima, a questo punto?”, concluse prima di aprire il frigorifero e di stappare una lattina di Lemonsoda. La finì in tre sorsate. Per essere settembre faceva molto caldo, troppo, sembrava una giornata di luglio. Tornò alla finestra. Prima di quello stupido cartello si poteva scorgere l’ingresso dei giardinetti e un tratto di prato, prima ancora un negozio di ferramenta, il bar dove si fermava di rado e la libreria della quale era assiduo cliente. Contemplò il tutto, immerso nei propri pensieri. Non erano particolarmente profondi e furono presto sostituiti da una filastrocca:
Tre, vivo da re
sei, vorrei scoparmi lei
nove, placido rumina il bove.
Posto che il tempo in quanto tale non esiste, questo si chiama sprecarlo. Era ora di darsi una mossa.
Si trasferì nello studio, accese il pc e tentò di iniziare un racconto. L’idea c’era, ed era buona, solo che le frasi che avrebbero dovuto trasformarla in una storia altrettanto buona mancavano di spessore. Peggio, si attorcigliavano su se stesse e, sebbene amasse i congiuntivi (a volte, forse abusandone, almeno a detta di un certo sapientone, che, essendo negato per la scrittura, pensava bene di dispensare giudizi tanto lapidari quanto idioti), i congiuntivi di quel pomeriggio afoso davano la sensazione di essere entrati in sciopero.
Sbuffando, accantonò per il momento il suo blog e andò a sbirciare i post altrui. In seguito non avrebbe saputo dire come e perché fosse successo, attraverso quali misteriose strade era arrivato fin lì. L’unica cosa di cui sarebbe stato sicuro riguardava la sensazione di smarrimento che aveva provato trovandosi a guardare lo schermo nero di un sito in tutta evenienza abbandonato. Fu avvolto da un senso di disagio, molto forte, benché a suo giudizio immotivato. Era tutto così… desolato.
Lo schermo prese vita all’improvviso. Stupito, fissò lo sguardo su una macchia verde, che poi diventò una sfera, e ancor più stupito lesse le parole di benvenuto. Mi fa piacere la tua visita, Gianpaolo (con la “n”, per volontà di suo padre o a causa di un errore dell’anagrafe: non si era mai interrogato al riguardo).
“Come fai a sapere chi sono?”, domandò alla stanza vuota.
Una nuova scritta. Verde come il globo.
Ti farò sognare!
Lo schermò del computer ridiventò nero.

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la-luce-verdeEsistono delle storie che scrivi, e che poi dimentichi; non è il caso della Luce Verde. Cominciai a scrivere questa storia sulla defunta piattaforma Splinder, ma poi decisi di accantonarla, non perché non fossi soddisfatta di ciò che fino a quel momento (il momento dell’abbandono) avevo postato ma perché quella era un’epoca di troll (non che riguardassero me, a parte una certa blatta nera, ma preferivo non fornire spunti e credo di aver fatto bene). Adesso sento il forte impulso di ricominciare, e di raccontarvi cosa può succedere a un blogger incauto o magari semplicemente ingenuo.
La Luce Verde è un’entità malvagia, non aggiungo altro. Non c’è proprio niente di comico in questa vicenda e se inserirò qualcuno di voi (come già nel “Processo”) non è per fare quattro risate in compagnia, anche se ridere fa sempre bene. Suona male, lo so, ma siete funzionali. Senza offesa, sia ben chiaro.
Niente allegria, quindi, ma – spero – un po’ di paura o, almeno, di disagio.
A presto!

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CHI SBAGLIA PAGA

raccontoSe la signora Molteni avesse saputo quello che sarebbe successo quel giorno si sarebbe data malata, ma naturalmente non poteva saperlo e nemmeno immaginarlo.
Se, nel corso della mattinata, avesse avuto almeno una premonizione, un presagio o qualcosa di simile, avrebbe pregato il suo principale di non andare in banca alle dodici, visto che poi lui si trasferiva a casa e non tornava prima dell’indomani o, più raramente, verso le cinque del pomeriggio. Però, non ci furono presagi, né premonizioni, e così la bella Lucia Molteni – quarantadue anni portati splendidamente – a mezzogiorno e venticinque salutò con un sorriso Marco, il ragazzo delle consegne, che aveva portato due scatole di libri nuovi che lei avrebbe sistemato più tardi, e rimase sola nel negozio. Cinque minuti dopo fece scendere la claire.
Si era girata e stava pensando simultaneamente a tre cose (era capace di simili prodezze, e anche di altre): che tipo di capelli voleva dalla parrucchiera con cui aveva appuntamento durante la pausa, biondi ok, ma come?; cosa cucinare per cena (ordinare una pizza?), e se continuare a tenere il broncio a suo figlio, che la sera prima l’aveva accusata di essere una svampita. Una svampita, sbuffò, forse era anche vero, però non stava a lui dirlo. In definitiva, le era solo sfuggito un sms con il quale Patrizio lo invitava a mangiare un gelato. Sai che tragedia!
Era intenta a stilare la classifica del pensiero primario, e dava le spalle all’entrata; non vide quindi le quattro ragazzine passare agilmente sotto la claire e fare irruzione nella libreria. D’altro canto, nemmeno una mente fervida come la sua avrebbe preso in considerazione l’idea di prendere il telefono e di chiamare… chi? “Sto chiudendo.”, annunciò in tono bonario quando infine le notò. “Riapro alle tre.” E consultò l’orologio come per avvalorare il senso di quelle parole.
“Lei ha insultato mia madre.”, dichiarò una biondina provvista di freddi occhi blu. “Mio padre dice sempre che chi sbaglia paga.”
Lucia Molteni la fissò, sconcertata. Faceva la libraia da più di vent’anni e non ricordava di aver mai insultato una cliente. Qualche litigio, certo, poiché il mondo abbonda di pazzi, e le venne in mente un energumeno che aveva abbaiato sconcezze perché non era ancora arrivato un certo romanzo ; rammentò un tale che prendeva la serie “Alex Cross” di James Patterson e poi voleva riavere indietro i soldi, dato che il protagonista era uno sporco negro. Qualche alzata di sopracciglio, sì, ma insulti proprio mai.
“Adesso, comunque, il negozio è chiuso.”, disse per evitare un’insensata diatriba. Stava guardando la biondina, perciò udì, senza vedere il movimento, il rumore della serratura interna che scattava. La porta era stata chiusa da una moretta, quattordici anni? Magari, sedici.
E poi, all’improvviso, accadde.
Lucia era snella, comunque non era una donna debole, ma quattro contro una è un match a senso unico. Aveva la bocca aperta per redarguire (sapeva come trattare le monelle) e si ritrovò a terra, immobilizzata. Una la teneva per le braccia, un’altra le tolse i sandali, una terza accostò un accendino ai piedi nudi. La biondina dirigeva. “Mio padre”, ripeté in un tono quasi pomposo, “dice sempre che chi sbaglia paga.”
“E chi sarebbe tua madre?”, gridò Lucia. “Io non ho insultato nessuno!” Poi urlò perché la fiamma dello zip lambì la pianta del piede sinistro. “Smettetela! Non sono una ragaz…” Il dolore le impedì di continuare. Invano, si contorse. A un tratto, il dolore raddoppiò: la biondina, diventata parte attiva, le aveva sfilato i bermuda, fatto scendere gli slip, e ora stava torcendo. E la piccola strega sapeva come torcere. Lucia lanciò un ululato. “Per favore!”, biascicò. “Cerchiamo di ragionare da persone civili. Se devo chiedere scusa a tua mamma, lo farò. Ahahah! No! Pietà!”
Un secondo accendino svolazzava allegramente attorno al suo seno, scendeva e si rialzava, scendeva…
“PIETA’! In nome di Dio, pietà!”
“Chi sbaglia paga.”, recitò per la terza volta occhi di ghiaccio. “E a me piace!”, esclamò soddisfatta la morettina. “Adoro ascoltare la gente che supplica.”
“A me no che non piace.”, avrebbe risposto Lucia, se fosse stato in grado di parlare… ma non lo era più. Le stavano procurando dolore in tre punti diversi del corpo, e sarebbe stato difficile stabilire quale fosse il più devastante. In ogni caso, fu il quarto a vincere l’Oscar: una lametta decise di andare a trovare le palpebre, di seguito il bulbo dell’occhio destro. Con movimenti stranamente aggraziati la suddetta lametta operò a fondo, quasi fosse azionata da un provetto chirurgo.
In seguito toccò all’altro occhio.
SONO CIECA! DIO MIO, NO!
Lucia perse i sensi.
Percorse un tunnel di orrore e di sofferenza, mentre le quattro ragazzine giocavano con lei; si immerse nei baratri della follia, consapevole, benché fosse svenuta, che la stavano a poco a poco uccidendo, mutilando, seviziando.
Un urlo primordiale scaturì dal suo essere.
Riaprì gli occhi, sgomenta, atterrita. Le girava la testa, più propriamente le turbinava. “Devo bere meno, alla sera! E magari andare a letto prima. Soprattutto, basta Stephen King!”
L’anziana signora le sventolava in faccia un libro. “No!”, proferì in modo secco. “Che me ne faccio di questa Alessandra Bianchi? E chi sarà mai, poi? Voglio l’ultimo romanzo di Danielle Steel!”
“Senz’altro.”, balbettò Lucia Molteni.
Andò a cercare il libro e non notò quattro ragazzine che stazionavano fuori dal negozio.

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Quando il signor Mercuri arrivò a Casatevecchio, prendendo alloggio nell’unica locanda disponibile, non suscitò alcun interesse, dato che era una persona assolutamente normale. Esistono individui che passano praticamente inosservati, perché il loro aspetto è talmente comune, il modo di vestirsi così poco personale, la maniera di porsi tanto convenzionale, che inevitabilmente finiscono per confondersi con la massa, con la parte più grigia e insignificante di essa, a tal punto che, se commettessero un reato, difficilmente si troverebbero testimoni in grado di ricostruire la loro identità.
Il signor Mercuri apparteneva senza ombra di dubbio a questa vasta categoria, presente in ogni città e paese. Tuttavia, riuscì a catturare l’attenzione generale sin dalla prima cena che consumò nel modesto ristorante della locanda. Era un locale adibito anche a osteria, e a quell’ora molti avventori stavano terminando di giocare a carte, di bere un bicchiere di vino oppure di rinfrescarsi con una birra gelata, dopo un lungo pomeriggio trascorso a lavorare nei campi, sotto il sole cocente di quei giorni. Qualcuno aveva già cenato, e poi era uscito di casa per farsi un goccio con gli amici. Le prime ombre della sera invogliavano a lasciare le pareti domestiche per godere di un soffio di brezza che al tramonto solitamente calava dalle montagne circostanti. La meta della passeggiata generalmente era la locanda, considerato che l’altro bar del paese era frequentato da giovani dediti a fumare spinelli oppure a inscenare volgari gazzarre.
Il signor Mercuri aveva finito di mangiare un succulento arrosto con patate (malgrado l’aspetto dimesso e vagamente triste, la cucina di quell’esercizio era ottima) e stava sorseggiando un bicchiere di vino bianco. Alzò gli occhi dal tavolo, perlustrò la sala cercando un interlocutore sufficientemente anziano, e infine, individuatolo, lo apostrofò con compita cortesia.
“Permettete che mi presenti.”, disse alzandosi e avvicinandosi a lui. “Mi chiamo Giovanni Mercuri.” Parlava a voce alta, e per il fatto di essere un forestiero, e a questo punto anche a causa della sua eccessiva “normalità” (un paradosso, forse, ma capita che una data peculiarità assuma in certe circostanze un significato opposto a quello di partenza), in un attimo portò al silenzio il locale, attirandosi vari sguardi curiosi o perplessi. Quando si trovò vicino all’uomo che si era scelto, disse, scandendo bene le parole: “Vi sarei grato se foste così gentile da ragguagliarmi in merito alla vicenda del lupo.”
Il silenzio incuriosito si trasformò immediatamente in un silenzio ostile; molti visi si rabbuiarono, qualche espressione si alterò.
“Non so di cosa stiate parlando.”, replicò seccamente l’anziano avventore, la cui fisionomia rammentava quella di un gufo.
“Quale lupo?”, chiese un uomo più giovane, evidentemente in preda ad una curiosità sconveniente. Fu zittito all’istante da una serie di occhiate, che erano fredde come lame.
“Non c’è mai stato nessun lupo!”, sentenziò con un tono definitivo l’interlocutore di Mercuri. In questo caso, gli sguardi furono di approvazione.
Restando sempre in piedi, senza accennare a sedersi ad un tavolo, dove in tutta evenienza non era gradito, il signor Mercuri diede prova di una certa ostinazione, insistendo. “Eppure ho letto un libro che racconta…”
“E’ meglio non affrontare simili argomenti!”, esclamò un uomo corpulento, appoggiando bruscamente il boccale di birra sul tavolo ed asciugandosi la schiuma dal mento con il dorso della mano. “Specie di sera!”
Mercuri esibì un sorriso soddisfatto. “Quindi, un lupo è esistito… o, per meglio dire, un lupo mannaro.”
Nella sala calò il gelo.
“Venga, si accomodi.”, disse un uomo dall’aspetto elegante, con folti baffi grigi e capelli bianchi ben curati. “Sono il dottor Brenna, il medico del paese, e forse posso darle qualche informazione su questa vecchia leggenda.”
“Leggenda?”, replicò Mercuri prendendo posto accanto a lui.
“Una leggenda, certo!”, ribadì il dottore. “I lupi mannari esistono solo nelle vecchie storie che un tempo si raccontavano davanti a un caminetto.” Versò del vino in un bicchiere pulito, che poi porse a Mercuri. “Mi permetta una domanda, piuttosto. A cosa è dovuto questo suo strano interesse?”
Il signor Mercuri ringraziò il dottore per il vino, quindi fece un gesto vago, quasi ad indicare che il motivo del suo interessamento non era poi così importante. Resosi conto, però, che una spiegazione era forse dovuta, accennò a un certo libro che intendeva scrivere.
“Un libro sulle antiche leggende?”, gli chiese il medico.
Mercuri scosse la testa. “No.”, disse, suscitando il muto rimprovero di tutto il locale. “Un libro su una serie di fatti oscuri che accaddero in passato. Ho già raccolto un vasto materiale, e mi manca solo la parte relativa al lupo mannaro di Casatevecchio. Quello sarà il capitolo più importante del libro.”
Il dottor Brenna si accarezzò distrattamente i baffi, poi si rivolse al primo interlocutore di Mercuri. “Tagliabue”, disse con una nota malinconica nella voce, “questo signore si ostina a credere alle fiabe.”
Spesso risulta difficile interpretare correttamente lo svolgimento dei pensieri umani; a volte essi seguono percorsi bizzarri, il cui punto di arrivo è inspiegabilmente distante da quello di partenza; può succedere persino di giungere a una conclusione che sia in palese contrasto con il postulato iniziale.
Infatti il signor Tagliabue si alzò faticosamente dal tavolo e, prima di accomiatarsi, disse, rivolgendosi a Mercuri: “Domani. Con la luce. A casa mia.”

Il signor Tagliabue abitava in una graziosa villetta all’estremità settentrionale del paese, vicino ai primi contrafforti delle montagne. Sebbene fosse vedovo, la casa era linda e profumata. Mercuri si presentò di buon’ora, dopo essersi fatto indicare il percorso dal proprietario della locanda.
Il padrone di casa preparò il caffè. La finestra del soggiorno dava sul bosco che si estendeva per parecchie miglia a est. Tagliabue aveva gli occhi fissi in quella direzione; sembrava profondamente assorto, quasi dimentico della presenza del suo ospite. All’improvviso, si scosse. “Non dovete scrivere un libro, vero?” In apparenza era una domanda, ma in realtà conteneva in sé la sicurezza di un’affermazione ponderata, probabimente scaturita da un attento lavoro psicologico. O forse tirava a indovinare. Quale che fosse la verità, ottenne l’effetto desiderato. Mercuri parve sorpreso; l’espressione del suo viso denotava lo stupore che una persona prova quando un’altra riesce a penetrare nel suo animo, superando barriere che a prima vista apparivano invalicabili. Ci fu un silenzio, che alla fine il forestiero ruppe. “Avete ragione.”, disse, senza peraltro palesare troppo disagio. Evidentemente non dava peso a quella piccola menzogna. Lo scopo che si era prefisso era più importante e, a questo punto, gli interessava solo conoscera la storia, la vera storia del lupo.
“Lo avevo capito subito, fin dal primo momento.”, disse il signor Tagliabue. “Ma non sono curioso di natura: siete libero di racontarmi la verità oppure di tacere. In ogni caso, vi dirò quello che so.” Attese una risposta e, quando vide che tardava ad arrivare (e che forse non sarebbe mai arrivata), dopo aver messo le tazzine del caffè nel lavello, invitò Mercuri ad uscire all’aperto. “Accomodiamoci sotto al portico.”, disse. Era una mattinata fresca, allietata da un vento non troppo forte; l’aria era asciutta e il calore del sole piacevole. Dal punto in cui si trovavano guardavano a occidente, verso i campi coltivati; il bosco si trovava alle loro spalle. “Quando avevo sedici anni”, esordì il signor Tagliabue, “a Casatevecchio c’erano due fratelli dai caratteri assai singolari. Credo che il termine più appropriato per definirli sia “teppisti”; forse è una parola ormai desueta, non conosco il linguaggio di oggi, ma ritengo che li inquadri alla perfezione. Picchiavano i ragazzi più giovani, li derubavano, molestavano le ragazze, spaccavano le vetrine dei negozi, appiccavano incendi. I carabinieri sospettavano di loro, ma non avevano prove, se non riguardanti episodi marginali non sufficienti per assicurarli alla giustizia. I due infatti erano molto astuti; non che disponessero di un alto quoziente intellettivo, però possedevano quella atavica furbizia contadina, elementare e rozza quanto si vuole, ma capace di farli agire in modo prudente. Naturalmente erano malvagi d’animo, in particolare il maggiore, Simone, che era anche il capo. Un giorno litigarono a causa di una fanciulla. Penso che fosse la più bella del paese e, benché lei non li degnasse di uno sguardo, entrambi erano risoluti a conquistare le sue grazie. Simone la pretendeva per sé. Fu allora che Giorgio, il minore, per la prima volta si ribellò. Vennero alle mani (con gran gioia di noi ragazzi) e Giorgio riportò nettamente la peggio.”
Tagliabue si alzò, scusandosi, e rientrò in casa. Ne sortì poco dopo con una caraffa di vino bianco e due bicchieri. Servì da bere, assaggiò il vino facendo schioccare la lingua, e con un sospiro soddisfatto riprese il racconto.
“Giorgio prese il vecchio fucile di suo padre, aspettò che Simone rincasasse e gli sparò a bruciapelo. Ovviamente sarebbe finito in prigione, e la cosa non gli garbava. Fuggì nel bosco, dove contava di potersi nascondere. Probabilmente meditava di lasciare passare un po’ di tempo, per poi abbandonare definitivamente il paese. Forse pensava di trasferirsi in Svizzera, in Francia, o magari addirittura in Australia; aveva da parte un bel gruzzoletto con cui avrebbe potuto pagare il viaggio. Ma quella notte c’era la luna piena.”
Un soffio d’aria gelida calò improvvisamente dalle montagne, quasi a sottolineare quelle ultime parole. Il signor Tagliabue rabbrividì. “Nessuno seppe cosa era successo, chi o cosa incontrò; a Casatevecchio non c’erano mai stati lupi mannari, nemmeno in tempi antichi, eppure…”
Si versò nuovamente da bere, Mercuri non aveva ancora toccato il suo bicchiere. “Presto il lupo mannaro diventò il terrore della valle; nelle notti di luna piena usciva dalle ombre del bosco, entrava nelle case… evitatemi i particolari, per favore!”
Mercuri lo fissò per alcuni istanti in silenzio. “Quindi il lupo mannaro era Giorgio. E dopo cosa accadde?”
“Organizzammo una battuta di caccia, muniti di torce, fucili, proiettili d’argento benedetti dal prevosto, asce e pugnali. Esplorammo a fondo il bosco, senza tralasciare il minimo anfratto. Non lo scovammo, ma da quella notte lui scomparve. Ritornò dieci anni dopo per gettare nuovamente il paese nel terrore, ma il giorno dopo era sparito. Da allora, ogni dieci anni, in una notte estiva di luna piena lui ricompare. E’ la maledizione di Casatevecchio.”
Mercuri finalmente bevve un sorso di vino. “Bene. Il quadro è completo. Mi manca soltanto un’ultima informazione.”
Tagliabue annuì pensosamente. “Sì.”, disse. “Tornerà questa notte, la data coincide.”
“Lo immaginavo.” Il signor Mercuri si alzò. “Vi devo una risposta.”, disse mentre prendeva congedo. “Nessun libro. Io sono un cacciatore di lupi mannari e sono stato ingaggiato da una persona che un tempo viveva qui per fare giustizia una volta per tutte. Il lupo gli prese la figlia.”
Tagliabue annuì ancora. “So di chi parlate.”, disse. “Vi auguro buona fortuna!”

Perché il signor Mercuri aveva mentito?
“C’è sempre una ragione alla base di una menzogna.”, pensò mentre finiva di cenare. Gli avventori della locanda evitavano di guardarlo, ma si trattava di una precauzione inutile, dato che lui non sollevava gli occhi dal piatto, immerso com’era in profonde riflessioni. Quella sera non si erano visti né il dottor Brenna, né Tagliabue: e di questo Mercuri era quasi contento.
Quando terminò di mangiare, si alzò dal tavolo, avviandosi lentamente verso l’uscita del locale. Imbruniva. Il vento calava dalle montagne portando con sé un po’ di refrigerio; la luna stava nascendo.
Il signor Mercuri non aveva paura. Si incamminò in direzione del bosco, con un’espressione quasi crudele dipinta sul volto. Il suo volto tanto comune, il suo aspetto così ordinario, il modo di fare uguale a quello di moltitudini di altre persone.
Sapeva che avrebbe trovato il lupo.
Da cosa nascono certe convinzioni, apparentemente non suffragate dalla realtà, da dati precisi e concreti? E’ vero: era la sera indicata; dopo dieci anni il lupo mannaro si apprestava a tornare. Tuttavia, non era detto che avrebbe incrociato la strada di Mercuri. Era possibile che entrasse in paese da un’altra parte, per poi penetrare furtivo nella camera di qualche fanciulla ignara oppure nella stanzetta di un povero bambino innocente. Ma Mercuri “sentiva” nel profondo di se stesso, al di là di ogni dubbio, che lo avrebbe trovato. Erano cinque anni che aspettava quel momento. Ed era impossibile che si sbagliasse, perché quelle convinzioni, quelle certezze, provengono da luoghi misteriosi, nei quali è ammesso unicamente chi per lungo tempo li ha sognati, nella inflessibile ricerca di un fato da plasmare a proprio piacimento.
Mercuri entrò nel bosco, mentre la luna sorgeva. Il chiarore era sufficiente per permettergli di orientarsi agevolmente. Teneva le mani in tasca, e si guardava attorno con attenzione. Lo avrebbe scovato!
Il “cacciatore di lupi mannari” procedeva indifferente ai rami adunchi che nella luce lunare apparivano simili ad artigli, ai fruscii e alle ombre, a strani rumori che avrebbero fatto sobbalzare molti uomini coraggiosi, alle sagome sinistre dei vecchi alberi. Si inoltrò nel folto del bosco, camminando con passo regolare e calmo. Si fermò per un istante, e fu allora che percepì distintamente la presenza del lupo. Era vicino. Molto vicino.
Mercuri sorrise, e la sua espressione diventò ancora più crudele. Poi sentì l’ululato.
Il suo pensiero corse a Sara, che incurante del suo amore non lo aveva mai degnato della minima attenzione; in rapida successione, passò in rassegna visi che gli erano odiosi, gente che a causa del suo aspetto non lo aveva mai considerato. Restò fermo, immobile, ad aspettare il lupo.
Venne fuori da un grosso cespuglio, che in quel punto ostruiva il sentiero. Era un’apparizione terrificante, resa ancora più spaventosa dal fatto che la trasformazione era in atto. Lo stavano abbandonando gli ultimi tratti umani, tuttavia per qualche momento Mercuri ruscì a discernere la fisionomia alterata di un giovane. Ma rapidamente ogni traccia umana scomparve, il volto si deformò assumendo le sembianze del muso di un lupo, gli occhi divennero rossi, denti acuminati spuntarono dalle fauci spalancate. Mercuri fronteggiò quella tremenda creatura degli inferi senza provare alcun timore.
Il lupo mannaro spiccò un balzo e gli fu addosso. Emanava un odore ripugnante, un fetore di carogne imputridite.
Un istante prima di venire azzannato alla gola, Mercuri rise. Un riso agghiacciante e malvagio, forse più terribile del lupo stesso.
“Regalami la notte!”, esclamò con la perfidia di chi è atteso da una lunga vendetta da compiere.

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