Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘giardini Alexandrovski’

Maggiore Miloslav PomarevNadiya Nicolajevna Drosdova aveva assistito all’arresto di Monica.
Era meno ottimista di Yarbes.
Come un’ombra furtiva, scivolò dietro ai due uomini del Gruppo Alpha. Nel frattempo, rifletteva. Se anche fosse stata in perfetta forma, non avrebbe mai potuto avere la meglio su un uomo del Gruppo Alpha, e quelli erano due. In quanto a Squire, che procedeva in mezzo a loro pallida come uno straccio, dubitava fortemente che potesse esserle d’aiuto.
Li raggiunse e disse: “Dove la state portando, compagni?”
Il più giovane la osservò e soffocò la risposta brusca che gli era salita alla bocca. Non era autorizzato a rivolgere la parola ai dimostranti, però l’infermierina era molto graziosa, con un’aria di ingenuità mista a malizia che lo intrigava. E forse non stava dalla parte di Eltsin. Si chiese oziosamente perché non si fosse cambiata, prima di uscire dall’ospedale. “In un brutto posto, compagna, che è meglio che tu non conosca.”
“E’ una traditrice?”, gli domandò Nadiya, ignorando Monica ed evitando di posare gli occhi su di lei.
“Americana!”, sibilò l’uomo. “Una spia.”
“Taci!”, fece l’altro, che era immune al fascino dell’infermiera.
“Una spia!” Nadiya guardò per la prima volta Squire. “Mi auguro che la frustiate a dovere!” Poi le sputò in faccia. “Bl’ad’! Ot’ebis’!”, esclamò con rabbia. L’espressione del suo viso era improntata allo sdegno e al disgusto.
“Hai detto bene, compagna.”, approvò il giovane. “Beh, buona serata.”
Se Monica era rimasta stupita dal comportamento di Nadiya, ritrovò subito la presenza di spirito. Parlava correntemente il russo, aveva capito le ingiurie e le rispose per le rime. “Suka!”
Nadiya la colpì con un violento manrovescio.
Monica finì a terra.
“Calma!”, disse l’anziano. Sferrò un piccolo calcio alla donna che giaceva al suolo, ma senza ottenere risultati. Evidentemente, era svenuta. “Hai esagerato.”, disse a Nadiya in tono di blando rimprovero. “Ci stai facendo perdere tempo.”
Lei annuì. E un attimo dopo iniziò a gridare. “Stanno ammazzando un’altra persona! Questa donna”, e indicò il corpo esanime di Squire, “lavora per un’importante azienda farmaceutica. E’ venuta qui, a Mosca, per firmare un contratto che prevede la vendita a prezzi di assoluto favore di nuovi medicinali americani. Medicine per i bambini, per gli anziani. Medicine che in Russia noi non abbiamo. E loro vogliono ucciderla!”
Adesso urlava, paonazza in volto, con voce stridula. “Medicine americane. E questa è la ricompensa! C’è qualcuno, fra voi, che ha il coraggio di salvarla, di difenderla? O siete troppo vili?”
John Wyman, il Bastardo, scattò una foto.
Quella foto sarebbe comparsa su tutti i giornali del mondo.

Sebbene nella stessa Italia siano in pochi a saperlo, i giardini Alexandrovski furono realizzati da un italiano, Giuseppe Bova, su incarico dello zar Alessandro I. Essi corrono attorno alle mura del Cremlino, e lì, fra i ricordi della vittoria su Napoleone e altri cimeli storici, arde una fiamma imperitura dedicata al milite ignoto. La tomba sottostante contiene il corpo di un soldato caduto durante la Grande Guerra Patriottica, nel punto più vicino a Mosca raggiunto dai carri armati degli invasori tedeschi.
Pomarev tornò sui suoi passi, scrutando fra le tenebre. Era certo di aver avvertito una presenza. Sapeva anche che non era una presenza amica; benché non ne fosse del tutto certo immaginava chi potesse essere l’individuo che lo stava seguendo. In questo caso l’addestramento Spetsnaz contava relativamente: Pomarev si era affidato al ragionamento. Un russo, uno degli uomini che presto avrebbe spazzato via dal piazzale antistante la Duma, non avrebbe mai avuto il coraggio di seguirlo. Questo valeva sia per i normali cittadini, sia per qualche traditore dell’Armata Rossa. Tutti vivevano nel terrore del Gruppo Alpha, in misura anche maggiore della paura che incuteva il KGB.
Non gli americani, però.
Bene, se era davvero così, quella notte avrebbe regolato ogni conto in sospeso.
Miloslav Pomarev estrasse la pistola e procedette guardingo, con tutti i sensi all’erta.
A circa cinquanta metri da lui, Yarbes lo osservava attraverso il mirino a intensificazione di immagine. Rispetto al classico mirino a raggi infrarossi, esso ha il vantaggio di poter essere utilizzato in mancanza di una qualsiasi forma di energia. Non può essere usato nel caso di buio assoluto, poiché deve sfruttare almeno una minima fonte di luce; ma questo non era un problema, perché nel parco di luce ce n’era a sufficienza. Il fucile munito di tale congegno era stato nascosto da Sasha in un anfratto del terreno, sotto a una panchina. L’arma, che proveniva dagli Stati Uniti, era un grazioso regalo di Putin.
Yarbes prese accuratamente la mira.

Boris Pugo non fu mai tratto in arresto.
Quando venne informato che la Milizia si apprestava a raggiungere il ministero degli Interni, ripose con calma i documenti che stava esaminando e li chiuse in un cassetto. Lanciò un’occhiata all’ampio ufficio, dopodiché chiamò la segretaria e le disse di far preparare la sua Chaika. L’aria condizionata era regolata al minimo, ma egli non era sudato. Aveva sempre trovato risibili gli americani, che sprecavano energia a tutto spiano, e che, fosse estate o inverno, nel loro luogo di lavoro erano sempre in maniche di camicia.
Fra i quattro principali congiurati, Pugo era il “duro”. Era nato in Russia, benché fosse di origine lettone. Laureato in ingegneria, aveva fatto parte del KGB, prima di diventare presidente della commissione centrale di controllo del PCUS, l’ organismo incaricato della disciplina interna al partito. Quando Gorbaciov aveva mandato l’esercito a Vilnius, Pugo aveva assunto il comando delle operazioni, distinguendosi per efficienza, cioè spietatezza, e la sua nomina a ministro degli Interni era stata accolta con entusiasmo da chi voleva che la Russia continuasse a dominare sull’impero.
Come tutti i membri del Politburo, disponeva di tre abitazioni: un sontuoso appartamento a Mosca, in Kutuzovsky Prospect, la dacia a Usovo e una villa al mare.
Due automobili lo scortarono fino all’indirizzo moscovita. Quattro uomini, i più fedeli, lo accompagnarono all’interno del palazzo, altri quattro si posero di guardia, davanti all’abitazione.
Pugo cenò con la moglie, si concesse una vodka al termine del pranzo, quindi lui e la consorte si ritirarono in camera da letto. Boris baciò la moglie e le augurò la buonanotte.
Quando capì che dormiva, prese la pistola e le sparò.
Poi si uccise.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: