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HOT PARTY

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Verso mezzanotte Lucia andò in bagno. Si stava divertendo molto: quella festa era riuscita perfettamente e aveva conosciuto molte persone simpatiche. Mentre si ritoccava il trucco, fu raggiunta da Monica, la padrona di casa. La frequentava da pochi giorni, si erano incontrate per la prima volta in palestra ed avevano familiarizzato subito. Erano coetanee, entrambe trentenni; nessuna delle due era veramente bella, però risultavano senz’altro attraenti, bruna la prima, rossa la seconda. Lucia lavorava in un’agenzia di viaggi, Monica si occupava di import export.
“Tutto bene, cara?”
Lucia annuì. Si sentiva euforica, era la sua prima uscita in società da quando si era lasciata con Piero. Monica le porse un bicchiere. “Bevi.”, disse, “Vedrai che è qualcosa di speciale!” Lucia mandò giù un sorso, storcendo il naso; non era una bevanda particolarmente gradevole, aveva un retrogusto amaro. Monica sorrise. “Su, finiscilo. Ti assicuro che dopo ti sentirai in paradiso.” Un po’ controvoglia, Lucia le obbedì.

Quando riprese i sensi, si trovava in una camera avvolta nella penombra. Era nuda, sdraiata su un grande letto matrimoniale, aveva polsi e caviglie legati. Con lei c’erano due persone, anch’esse svestite. Avvertiva un forte profumo di incenso, che si mescolava all’odore di una donna eccitata. Monica le stava succhiando un capezzolo, un nero dall’aspetto atletico si accarezzava il membro, che era di dimensioni enormi. Ambedue avevano i corpi lucidi di sudore. “Cosa mi state facendo? Chi è lui?”, biascicò la giovane. Prima non lo aveva visto alla festa. Ad un tempo, si sentiva confusa e impaurita. Inoltre non sopportava la lingua di Monica, non perché non fosse abile, ma per il semplice motivo che non amava le donne. Amava gli uomini e comunque non gli sconosciuti. Inoltre, era prigioniera, alla loro mercè, e questa era una condizione che non tollerava. “Liberatemi immediatamente!”, esclamò con un tono di voce più risoluto. Improvvisamente era diventata lucida, e pienamente consapevole di ciò che stava accadendo. Per tutta risposta Monica si sdraiò su di lei, nella classica posizione del 69, e incominciò a leccarla avidamente. Nel frattempo, il nero continuava a masturbarsi; il suo cazzo era diventato ancora più grosso, turgido, pulsante sangue.
“Per favore, basta! Mi fa schifo!”
Parole al vento. Monica sciolse i nodi che le assicuravano le caviglie, le sollevò le gambe e penetrò a fondo in lei con una lingua che diventava sempre più vorace. Suo malgrado, Lucia iniziò a contorcersi sul letto. Con raccapriccio si rese conto che adesso le piaceva. Monica cambiò posizione, cercandole la bocca. Incredula di se stessa, Lucia ricambiò il bacio. Fu allora che l’uomo la penetrò. Malgrado la straordinaria consistenza del membro, duro come l’acciaio, lei era già completamente bagnata, e non provò alcun dolore. Solo passione. Una passione che si fece sfrenata, mentre lui la scopava con incredibile vigore, e Monica le mordeva i capezzoli oppure le leccava il viso. L’orgasmo la travolse con un’intensità straordinaria; gridò.
Monica le liberò anche i polsi. Ormai sapeva che Lucia non si sarebbe ribellata; l’aveva desiderata fin dal primo momento in cui l’aveva vista in palestra, intuendo che, dietro a un’apparente riservatezza, celava un temperamento passionale. Monica amava le ragazze, ma soprattutto adorava condividerle con Max. Non era la prima, non sarebbe stata l’ultima. Mentre il nero la possedeva nuovamente, la baciò per l’ultima volta sulla bocca. Poi le cinse la gola con le lunghe mani forti. E strinse. Le avrebbe donato la morte più bella e più raffinata.
Con raccapriccio Lucia comprese le sue intenzioni.
Ma era troppo tardi.

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I LOVE JANINE 6

Se Janine Leblanc avesse dovuto scegliere il momento, o il giorno, più bello che aveva trascorso con Sarah, si sarebbe trovata in grande imbarazzo.
Erano stati tutti belli. Le vacanze in Italia e a Cipro, i concerti a cui aveva assistito, le notti passate assieme. Quando faceva l’amore con Sarah, Janine sperimentava sensazioni travolgenti, di cui – prima di conoscerla – era assolutamente all’oscuro. E, incredibile a dirsi, ogni volta era migliore della precedente. Sembrava che Sarah conoscesse il suo corpo meglio di lei, sapeva individuare in modo infallibile ciò che la eccitava di più; a seconda degli stati d’animo, si dimostrava focosa e incalzante oppure dolce e tenera: e quello che sbalordiva Janine era il fatto che indovinava sempre i suoi desideri, come per magia.
Ma non c’era soltanto il sesso. Esistevano anche amore, comprensione, stima reciproca, comunanza. Se l’una in un dato momento era triste, l’altra riusciva a rasserenarla, a farla ridere, a restituirle la gioia di vivere. Per Sarah aveva abbandonato senza indugio l’America, le amicizie, i contatti di lavoro, e non se n’era mai pentita. Aveva sempre creduto che sarebbero state insieme per sempre. Certe notti in cui tardava a prendere sonno, le accarezzava delicatamente il viso perdendosi in rêverie che la commuovevano. Pensava a tutto quello che avrebbero fatto, ai posti nuovi che avrebbero visitato, fino ad arrivare al giorno in cui ormai anziane ma ancora innamorate avrebbero passeggiato davanti al mare tenendosi per mano. Quello sarebbe stato un amore calmo e maturo, frutto di anni e anni di convivenza, privo forse dell’antica passione ma ugualmente bello e forse addirittura più importante.
Se, invece, avesse dovuto scegliere il ricordo più brutto, l’unico in realtà, non avrebbe avuto alcuna esitazione. Quando tornava con la mente a quella terribile mattina, gli occhi le si riempivano di lacrime, mentre una profonda angoscia la straziava: era come se una belva feroce le dilaniasse il cuore. In quegli attimi di disperazione era attraversata da mille pensieri. Pensava al sollievo che le avrebbe arrecato la morte, pensava di annegare la tristezza nell’alcool, poi sognava di riuscire a farsi perdonare. Le aveva telefonato tre volte, ma quando aveva sentito la sua voce aveva riattaccato senza parlare. Le aveva scritto due lettere, mai spedite. In una sera di pioggia e di vento era andata ad assistere a un suo concerto. Pur non approvando il nuovo corso che aveva dato alla sua carriera, era rimasta affascinata a guardarla, l’aveva applaudita e aveva gridato con gli altri fino a perdere la voce, per poi fuggire travolta dalla pena. Piangendo si era rifugiata a casa.
A volte provava rabbia. Per una parola, una sola parola, Sarah aveva troncato con lei: ma l’amore non avrebbe dovuto renderla meno inflessibile? Allora cupamente pensava che forse Sarah non l’aveva mai amata veramente.
A volte, si malediceva. Era stata lasciata a causa di una gelosia esasperata. Non avrebbe mai dovuto dirle che era una sgualdrina. La colpa era soltanto sua.
In entrambi i casi, poi si abbandonava sul letto, in cerca di un oblio che non avrebbe mai trovato.

In genere Marcus aveva lo sguardo sfuggente, ma quel pomeriggio fissava Sarah in un modo che a lei parve sfrontato. Lo studiò. Non era molto alto, però le spalle erano larghe e il torace ampio. La vita snella, la maniera quasi felina di muoversi e l’abito elegante che indossava gli conferivano un certo fascino. Il suo aspetto sano era incongruente con il lavoro che svolgeva, pensò Sarah. Tuttavia, gli occhi, di un singolare colore giallo, erano gelidi. Mentre lui disponeva su uno specchietto una sottile striscia bianca, Sarah provò uno strano moto d’apprensione. Marcus arrotolò una banconota e gliela porse. “E’ roba di prima qualità!”, affermò con un sorriso che non si estendeva agli occhi. “Una partita eccellente. A Londra è impossibile trovare di meglio, posto che ciò sia fattibile altrove, e francamente ne dubito.” Si esprimeva in un ottimo inglese, peraltro Sarah colse delle inflessioni che la indussero a pensare che fosse straniero… forse di un Paese latino. Non che le importasse, comunque. Si chinò sul tavolo e aspirò con il naso. La scarica di adrenalina fu istantanea. Si sentì subito forte, vitale, piena di energia. Annuì. “E’ buona.”, convenne. “Ne prendo tre grammi.”
Marcus non sopportava i clienti che mercanteggiavano sul prezzo. Quando esageravano li scacciava, rifiutandosi di servirli ancora; ma sapeva già che Sarah Taverner non rientrava in quella squallida categoria. Spesso, anzi quasi sempre, si trattava di gente ricca: avvocati, medici, manager, ma non per questo erano meno avari. Avvolse la cocaina in un sottile foglio di carta che infilò in una busta.
Sarah prese il portafoglio, contò i soldi e gliegli diede. Marcus li fece sparire in una tasca della giacca. Fu in quel momento che Sara notò I love Janine, il suo cd.
Con un senso di tristezza osservò la copertina. Janine le mancava molto e conoscendola era sicura che stesse soffrendo le pene dell’inferno, ciononostante non provava pietà per lei. Non l’avrebbe mai perdonata. Aveva ricevuto due o tre telefonate da un cellulare che risultava anonimo. Avevano riagganciato senza parlare: non poteva che essere Janine. Come comportamento era alquanto infantile, e la cosa l’aveva irritata.
Marcus seguì il suo sguardo. “E’ un disco stupendo!”, dichiarò. “Io sono il tuo primo ammiratore.”
“Grazie.”, disse Sarah. Adesso voleva solo andarsene. Non era soddisfatta di se stessa, inoltre Marcus la inquietava. Si ripromise che quella sarebbe stata l’ultima volta, poi scrollò istintivamente le spalle; tre sniffate non facevano di lei una drogata.
Si avviò verso la porta.
Marcus la fermò. “Un attimo, per favore.”
Sarah si girò, lanciandogli un’occhiata interrogativa.
“E’ per la tua musica.”, disse lui. “In segno di riconoscenza per tutte le emozioni che mi hai regalato, desidero farti un dono.” Le consegnò un portapillole.
“Cos’è?”, gli domandò Sarah.
“MDMA.”, rispose Marcus. “Questo ti farà volare!”
Contrariamente a quanto si pensi, la MDMA, più nota come ecstasy, non è affatto una droga nuova. Il suo principio attivo, la MetilenDiossiMetaAnfetamina, fu sintetizzato nel 1912, e secondo alcuni venne utilizzato nella prima guerra mondiale per non fare avvertire fame e stanchezza ai soldati; il fatto tuttavia non è accertato. Benché non sia la droga più nociva in assoluto, essa è comunque pericolosa.
Sarah scosse la testa. “Preferisco la cocaina.”
Un’ombra di rammarico passò sul volto di Marcus. “Peccato.”, commentò. “Avresti provato delle emozioni indimenticabili.”
“Appunto.”, replicò asciutta Sarah. Poi si costrinse a mostrarsi educata. “Comunque, ti ringrazio per il pensiero.” Si voltò di nuovo, e ancora una volta lui la fermò. “In questo caso”, disse, “permettimi di invitarti a cena. Conosco un ristorantino delizioso.”
Sarah lo guardò, sorpresa. “Non credo che sia una buona idea.”
Marcus posò gli occhi sui suoi. Da essi non trapelava la minima espressione. “Capisco. Però se adesso rifiuterai anche un drink, potrei finire per offendermi. In fondo, sono il tuo più grande ammiratore.”
Sarah era esasperata. “Non ci rivedremo più, perciò non vedo il motivo di bere assieme.”
Marcus rise. Una risata assolutamente priva di allegria. “Oh, dicono tutti così. Ma poi tornano sempre. E come se tornano!” Indicò le Jimmy Choo che Sarah portava ai piedi. “Belle scarpe.”
“Mi dispiace, ma ora devo proprio andare.” Sarah uscì quasi correndo.
Marcus andò a mettere il cd nel lettore. Bene. Faceva la sostenuta. Che respingesse pure i suoi inviti. Non gli interessava cenare con lei né tanto meno offrirle un aperitivo. Presto avrebbe scoperto ciò che lui voleva da lei.

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I LOVE JANINE 5

Susan era delusa.
Lo spettacolo era riuscito magnificamente e l’intesa con Sarah era risultata perfetta.
Poi c’era stato il bacio.
Esauriti gli ultimi applausi, le due cantanti avevano lasciato il palco e Susan aveva seguito Sarah nella vecchia roulotte che fungeva da camerino. Era una notte splendida con il cielo trapuntato di stelle; malgrado l’ora, l’aria era ancora tiepida. Spirava una leggera brezza che Susan accolse con piacere. Era tutta sudata, ma si sentiva anche viva, forte, vitale… e desiderava Sarah. Era convinta che avrebbero fatto sesso: non aveva dubbi in proposito ripensando al trasporto con cui lei aveva ricambiato il suo bacio. La abbracciò. Anche Sarah era madida di sudore. Emanava l’odore di una giovane donna sana ed eccitata. Susan le toccò il seno. Ma Sarah la respinse con garbo. “Perché?”, le domandò Susan.
“Io amo Janine.”, disse Sarah. “E non la tradirò mai.”
Susan cercò di abbracciarla di nuovo. Conosceva di vista quella Janine e la considerava una biondina insipida; non poteva reggere il confronto con lei. Sarah si scostò e la invitò ad andarsene, questa volta con minor garbo.
Stupida, piccola ipocrita! La soddisfazione per la bella serata era svanita. Susan provò un forte moto d’ira al pensiero di essere stata usata. Furibonda, uscì dalla roulotte.
Tuttavia, più tardi, riconsiderò l’intera faccenda, pervenendo alla conclusione che aveva ancora una possibilità di farsela. Al prossimo incontro, si disse. Avrebbe organizzato un altro concerto o, magari, le avrebbe proposto di incidere un disco insieme. Naturalmente, a patto che si concedesse.
Susan Driver era abituata a ottenere sempre ciò che voleva.

Sarah consegnò a Janine un assegno.
Janine aggrottò la fronte, sconcertata.
“Sono i soldi che hai speso per me, fino all’ultimo penny. Adesso ho un appuntamento dal parrucchiere. Tornerò fra circa due ore, perciò hai tutto il tempo per lavarti, preparare le valigie e lasciare questa casa. Ti sarei profondamente grata se consegnassi le tue chiavi alla portinaia.”
“Sarie…”
“Sarah per te. E’ finita, Janine, non voglio più vederti. E ti prego vivamente di non farti trovare qui al mio ritorno. Mi costringeresti a buttarti fuori o a chiamare la polizia.”
“Per una parola?” Janine aveva il viso rigato di lacrime.
Per un momento, un solo breve momento, Sarah pensò di stringerla fra le braccia, di dirle che andava tutto bene, che la perdonava e che l’amava; poi, però, indurì il suo cuore. Fece un sorriso amaro. “Sai, esistono molte parole, alcune sono perdonabili, altre invece sono inaccettabili: “sgualdrina” rientra nella seconda categoria.”
“Non volevo…”
“Avresti dovuto pensarci prima. E ora scusami. Vado.”
“Dammi una possibilità! Ho sbagliato, lo so benissimo, non so che cosa darei per poter tornare indietro e tenere chiusa quella mia maledetta bocca!” Janine era bianca come uno straccio e aveva gli occhi colmi di disperazione. Sarah notò che le tremavano le mani. Distolse lo sguardo. “Mi dispiace.”
Uscì dalla camera, accostando piano la porta.
Janine si gettò sul letto.
Non era stata una decisione presa a cuor leggero. Sarah aveva trascorso le ultime ore a riflettere. Aveva parcheggiato la macchina in una stradina laterale e a piedi si era diretta a Trafalgar Square. Davanti alla statua di Horatio Nelson aveva pensato a lungo a Janine. Avrebbe potuto dimenticare l’insulto benché grave, ma quello che trovava imperdonabile era la mancanza di fiducia, quindi di stima, che stava alla base di quell’insulto. Ciò minava irreparabilmente il loro rapporto. Senza fiducia, senza stima, non poteva esserci amore.
Tentò di giustificarla: era stata una reazione avventata, dettata dall’impulsività; Janine non credeva veramente a quello che aveva detto. Tuttavia l’avventatezza non la scagionava: si era spinta troppo oltre, e se lo aveva fatto una volta significava che lo avrebbe rifatto ancora. Aveva creato un precedente, un uscio aperto su un terreno pieno di incognite, e lei non intendeva passare la vita giustificando le proprie azioni, specie sapendo di essere dalla parte della ragione. Anche il semplice sospetto era umiliante.
Entrambe avrebbero sofferto, era il prezzo da pagare, e non era detto che sarebbe stata Janine a soffrire di più.
In tutto questo, non la sfiorò mai il pensiero di Susan Driver. Era una donna affascinante, intrigante, energica; ma non provava nulla per lei. Sarah amava Janine. Tuttavia Janine l’aveva ferita profondamente: una ferita al cuore che non si sarebbe mai completamente rimarginata e che aveva chiuso per sempre la loro storia.
Attese che si facesse giorno, lasciando vagare la mente, poi tornò alla macchina e andò a chiedere un anticipo sulle royalties: le serviva per saldare il debito con Janine. Tutti i giornali avevano pubblicato recensioni entusiastiche del concerto, ne avevano parlato alla radio e per quella sera era previsto un breve servizio in televisione. Sarah Taverner era sulla strada per diventare una star. Ottenne il denaro senza problemi. Dopo essere stata in banca, prese la via di casa.
Era quasi arrivata, quando pensò a Marcus. Si era ripromessa che non ci sarebbe stata una terza volta, ciò nonostante era fortemente tentata. Marcus non le piaceva: era un individuo sgradevole, sfuggente, dall’aria ambigua, ma era sempre ben rifornito. Sarah aveva preso delle informazioni. Marcus era considerato uno dei più affidabili spacciatori di Londra; i suoi prezzi erano alti, però non truffava mai i clienti. Che si trattasse di cocaina, eroina o semplice fumo, la qualità era sempre garantita.
Cambiò idea all’ultimo momento.
Sarebbe tornata da Marcus, certo: ma non quel giorno. Forse l’indomani o l’indomani l’altro. Era mossa da un senso di equità. Stava per troncare con Janine e non riteneva giusto assumere droghe che la rafforzassero.
Conosceva a fondo Janine. Sapeva che l’avrebbe trovata ansiosa e impaurita. E dopo ciò che le avrebbe detto, lei sarebbe crollata.
Bene. Allora sarebbero crollate assieme.
Trasse un profondo respiro, preparandosi ad annunciarle che fra loro tutto era finito.

Il ricordo più nitido che Sarah Taverner aveva di Janine risaliva a due anni prima.
Per qualche ragione Sarah pensava che quello fosse stato il giorno più bello della sua vita. Si erano svegliate molto presto, poco dopo l’alba. Si trovavano a Bellagio, sul lago di Como, per una breve vacanza. Prima di uscire dall’albergo avevano fatto la doccia assieme e sotto il getto dell’acqua calda si erano accarezzate a lungo fino a raggiungere l’orgasmo nello stesso momento. Poi erano andate a fare colazione in un bar all’aperto da cui si godeva una magnifica vista: sull’altra sponda c’erano paesini ridenti, sormontati da verdi montagne simili a grandi sagome di velluto; verso sud si apriva una baia, quindi c’era un promontorio che separava quel braccio di lago dal bacino precedente. In direzione opposta alcune barche a vela bordeggiavano in attesa del colpo di cannone che avrebbe dato il via a una regata; erano scafi eleganti, con vele colorate, che sembravano danzare fra le onde.
In passato, Sarah era stata spesso infelice. Ciò che le mancava era l’amore. Aveva avuto qualche flirt, con un architetto di Manchester prima di scoprire che preferiva le donne, quindi con una corista, una commessa e una giornalista: ma senza provare sentimenti, era soltanto sesso e forse un pallido affetto, che non compensava l’assenza di una vera passione. Non c’erano ideali condivisi, aspettative comuni; soprattutto nessuno di loro era riuscito a farle battere forte il cuore, a penetrarle nell’anima. Janine era stata una grande sorpresa. Con lei aveva imparato a ridere, a piangere di gioia, ad amare. Le univano le cosiddette affinità elettive. Janine sembrava leggerle nel pensiero, parlavano di tutto e di niente, e quando facevano l’amore era come se varcassero la soglia di un mondo incantato, creato appositamente per loro.
Janine era intelligente e perspicace. Con lei, per la prima volta, Sarah si era aperta, le era parso naturale farlo, e soltanto fino al giorno prima lo avrebbe creduto impossibile. Successe proprio quella mattina, davanti a un cappuccino, mentre la brezza primaverile increspava le acque del Lario e il sole splendeva nel cielo immacolato.
Il ricordo più brutto che Sarah Taverner aveva della sua vita risaliva a molti anni prima. Era una serata invernale, avvolta nella cupa nebbia londinese. Sarah era una bambina e stava leggendo un libro, in attesa di addormentarsi. Incominciò a piovere e lentamente si sentì scivolare nel sonno. Si assopì e uno splendido sogno la fece sorridere. Non rammentava di preciso il sogno, anche se vagamente lo associava alle belle pagine di Peter Pan che aveva appena finito di leggere.
Si svegliò all’improvviso, trasalendo nel letto. Era stato il forte rumore di un tuono… così pensò confusamente in quell’attimo. Ma non era stato un tuono a destarla, bensì il suono di una voce alterata. Era quella di suo padre, un uomo intransigente e severo che tuttavia non gridava mai. Parlava sempre a bassa voce: ed erano il tono freddo, talvolta sferzante, e gli occhi gelidi che la spaventavano. Però ciò accadeva di rado, perché difficilmente lui la sgridava. Sarah era una bambina buona e obbediente e non gliene dava motivo; però quelle rare volte in cui suo padre si era arrabbiato con lei l’aveva spaventata a morte, più che se avesse urlato. Ma quella sera papà inveiva contro la mamma. Sarah udì delle parole terribili, che non avrebbe mai immaginato di poter sentire. La voce della mamma era debole. Diceva qualcosa che Sarah allora non era in grado di capire. Lo avrebbe compreso dopo, quando diventò una ragazza. Poi, il rumore di uno schiaffo.
Sarah si agitò sotto le coperte, come se quello schiaffo lo avesse preso lei. Indugiò, paralizzata dall’angoscia. Ma un secondo schiaffo, unitamente a un grido di dolore di sua madre, la fece saltar giù dal letto. A piedi nudi, con il cuore che batteva all’impazzata, attraversò la camera al buio: non aveva il coraggio di accendere la luce. Aprì cautamente la porta. Una parte di lei avrebbe voluto tornare immediatamente a letto, ma prevalse il desiderio di aiutare la mamma o, almeno, di scoprire quello che stava accadendo. Perché papà gridava? Perché la picchiava?
A quel punto Sarah si era interrotta, e i suoi occhi si erano colmati di lacrime. Janine non aveva parlato: le aveva preso una mano stringendola forte. Aveva lasciato trascorrere alcuni minuti, quindi le aveva detto: “Se vuoi confidarti, io sono qui, tesoro. Ma se preferisci chiudere questo discorso, sappi solo che io ti amo.” Sarah le aveva rivolto uno sguardo riconoscente, si era asciugata gli occhi con un fazzoletto e aveva ordinato un altro cappuccino. Poi aveva ripreso il racconto.
Aveva percorso il lungo corridoio. Aveva visto la luce filtrare dallo studio di suo padre. E aveva udito nuovamente accuse e insulti, e le deboli proteste della mamma. Sarah adorava sua madre: ciò le diede la forza per avvicinarsi alla porta dello studio. Tese l’orecchio. La voce alterata di papà le raggelava il sangue, poi colse distintamente una frase della mamma: “Ti prego, John, credimi! Io non ti ho mai tradito.” E subito dopo la risposta: “Sgualdrina! Se non avessimo una figlia, ti sbatterei in mezzo a una strada.”
Quando, anni dopo, Sarah lesse il diario della mamma, e ormai era matura per capire, seppe, senza la minima possibilità di dubbio, che era innocente. Tuttavia da quella sera la sua vita si trasformò in un inferno: papà si rivolgeva a lei con sarcasmo, la guardava con disprezzo, al minimo pretesto la umiliava. Mamma era una donna adorabile, sempre premurosa e piena d’amore da donare; però era fragile. Si lasciò andare, deperì a vista d’occhio, e un orribile giorno, scolpito nella memoria di Sarah, un dottore dall’espressione austera scosse la testa dicendole che era andata a stare con gli angeli.
Dopo il funerale, Sarah lesse il diario, e da allora odiò suo padre.
Quando Sarah terminò il racconto, Janine la abbracciò.
Camminarono in riva al lago, mano nella mano, e presto la tristezza scomparve, scacciata dall’amore. Quel pomeriggio presero un battello e andarono a Bellano, un paese suggestivo, antico covo di pirati. Visitarono il famoso orrido, una gola naturale nella quale scorreva tumultuoso un fiume: era un luogo tetro e misterioso, ma di notevole fascino. Mangiarono un gelato, e alla sera, tornate a Bellagio, cenarono con pesce di lago accompagnato da uno squisito vino bianco. Esplorarono le caratteristiche viuzze con i negozi ancora aperti che esponevano oggetti dell’artigianato locale; si fermarono a baciarsi, incuranti dei passanti.
Più tardi, fecero l’amore e fu stupendo.
Sì: nonostante tutto, era stata una giornata straordinaria, indimenticabile.
Ma fu proprio a causa di quella giornata che Sarah lasciò Janine.
Perché lei era innocente, esattamente come sua madre.

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I LOVE JANINE 4

Malgrado fosse ottobre inoltrato, il clima si manteneva insolitamente estivo e, stando alle previsioni meteo, il bel tempo sarebbe perdurato rimandando l’arrivo dell’autunno.
Per questo il concerto si tenne all’aperto, a Reading, sede del tradizionale festival di agosto. Poiché lo spettacolo era a scopo benefico, il terreno e le strutture erano stati concessi gratuitamente; il servizio d’ordine era assicurato da una quindicina di volontari, perlopiù giovani della zona. Tutto sommato, non ce ne sarebbe stato bisogno: i circa cinquemila spettatori sedevano tranquillamente sul prato, e sembrava assai improbabile che ci fosse il pericolo di disordini. Tuttavia la prudenza non era mai troppa.
L’inizio dello show era previsto poco dopo il tramonto, in modo da poter azionare i potenti riflettori che avrebbero rivestito di luci scintillanti le due cantanti. La band era composta da cinque elementi, tutti ottimi musicisti.
Sarah Taverner ottenne un notevole successo; in genere, il cantante o gruppo di supporto veniva mal tollerato, spesso invitato ad andarsene o, nella migliore delle ipotesi, ignorato: ma Sarah conquistò il pubblico fin dalla prima canzone. Come sempre, era in camicia bianca e cravatta, ma aveva sostituito la gonna lunga con una mini e le ballerine con alti stivali neri.
Poi Susan Driver infiammò i presenti con un’esibizione travolgente.
E adesso le due donne erano insieme sul palco per eseguire l’ultimo brano, che era anche l’unico bis previsto. La canzone era quella composta da Sarah Taverner, con l’aggiunta di un inserimento centrale – un cambio di tempo -, dovuto a Susan. In teoria durava quattro minuti, ma fu prolungata di quasi mezz’ora grazie a un medley di classici che spaziava da Whole lotta love dei Led Zeppelin (erano stati i primi a lanciare quell’innovazione e proprio con questo cavallo di battaglia) a Jumpin’ Jack Flash dei Rolling Stones, a And Justice for All dei Metallica.
Susan e Sarah passavano con estrema disinvoltura da un pezzo all’altro; infine ripresero la loro canzone, Dancing with you, per il gran finale. Mentre cantavano, danzavano sul palcoscenico, incontrandosi e separandosi, avvicinandosi e allontanandosi in un gioco seducente che inchiodava gli occhi di tutti. Per ballare Susan Driver aveva abbandonato la chitarra, che in precedenza impugnava come un mitra. Sebbene le movenze fossero diverse, più selvaggia Susan, più contenuta Sarah, entrambe sprigionavano una sensualità prorompente. La contrapposizione tra una bruna e una bionda, sempre presente nell’immaginario maschile, acuiva l’ingordigia degli sguardi. Inoltre, sembrava che fra le due donne fosse in atto una tacita sfida, benché si avvertisse anche un forte senso di reciproca complicità.
Confuse nella folla, due persone assistevano al live-act con stati d’animo differenti. Marcus era fuori di sé per l’eccitazione: la musica era potente e suonata a tutto volume; l’impianto luci creava un’atmosfera suggestiva; e le due cantanti erano incredibilmente belle e brave, anche se la sua attenzione era rivolta principalmente a Sarah Taverner.
Janine provava sensazioni contrastanti. Da un lato seguiva ammirata lo spettacolo, ma da quell’altro era rosa dal tarlo della gelosia. Non poteva essere solo finzione scenica, pensava; poi cercava di scacciare gli oscuri presentimenti che, simili a corvi malefici, si erano insinuati in lei. Però era difficile.
A un tratto rimase impietrita.
La musica finì all’improvviso, su un gigantesco schermo apparve l’immagine di una classe di bambini neri che assisteva sorridente alla lezione della maestra; quindi, sullo schermo lampeggiò una grande scritta tracciata a caratteri rosso fuoco che riportava un’unica parola: grazie… e le due cantanti si abbracciarono.
Susan Driver cercò avidamente la bocca di Sarah, che non si sottrasse ma ricambiò il bacio con entusiasmo. Un bacio che a Janine parve interminabile.
Poi le luci si spensero.

Quando a tarda notte rincasarono, Janine ruppe l’ostinato silenzio che aveva mantenuto lungo tutto il tragitto.
“L’hai baciata!”
“Janine…”
“Sulla bocca e con la lingua.”
Sarah si versò da bere. “Era programmato in anticipo. Sono cose che funzionano sempre, lo sai meglio di me.”
“Forse.”, ammise a denti stretti l’altra. “Ma era previsto anche che vi avvinghiaste in quel modo? No! Questo non lo credo.”
Sarah sospirò. “Janine, non ti tradirei mai.”
Janine avrebbe voluto crederle, ma la gelosia la soffocava; con gli occhi della mente rivedeva in continuazione le due donne che si baciavano: un bacio che era tutto tranne che casto. Quanti altri baci si erano scambiate, senza che lei lo sapesse? Non riuscì a frenare il risentimento. “E quello cos’era, allora, se non un tradimento? Avete provato insieme per due settimane, dalla mattina alla sera. E quando tornavi a casa eri stanca. Sempre stanca! Sembrava che io non esistessi più, che fossi una specie di soprammobile. Quante volte sei andata a letto con quella sgualdrina? Ma forse le sgualdrine sono due.”
Si pentì immediatamente di quelle parole avventate, notando l’espressione di Sarah; ma ormai era troppo tardi. Per un attimo pensò che l’avrebbe schiaffeggiata e istintivamente si ritrasse.
Ma Sarah meditava piuttosto di rovesciarle addosso l’intero contenuto del bicchiere, tuttavia si trattenne. La fronteggiò, alterata. “Potrei spiegarti che eravamo entusiaste per com’era andato lo spettacolo; potrei parlarti di adrenalina, di energia, dell’effetto sensuale che la musica aveva su di noi. Potrei aggiungere molte cose… ma non lo farò. Francamente mi aspettavo che tu condividessi la mia gioia, che fossi felice per me. E’ stato il concerto più importante della mia vita; mi aprirà grandi prospettive, impensabili fino a ieri. Avrei voluto averti al mio fianco, e invece…”
Si guardarono in un silenzio carico di tensione.
Poi Sarah si avvicinò ancora di un passo. Con la voce colma di disprezzo disse: “Non ti perdonerò mai per la volgarità di cui hai dato prova.”
Infilò il soprabito e uscì di casa, sbattendo la porta.
Janine si lasciò cadere in ginocchio. “Oh, no, Sarie, ti prego, no! Perdonami. Non volevo. Ti prego, Sarie, no!”
Ma Sarah era già lontana e non poteva più udirla.

Dalla finestra filtrava già la luce pallida del mattino, quando finalmente Janine riuscì ad addormentarsi. Aveva trascorso il resto della notte aspettando che Sarah tornasse, poi verso le cinque si era coricata. Avrebbe voluto scusarsi con lei per averla offfesa in modo così disgustoso, ma nello stesso tempo era tormentata dai dubbi. Forse Sarah era andata da Susan. Morbosamente, se le immaginava nude su un letto; oppure, magari, stavano ridendo di lei. Ma pian piano capì di essersi sbagliata. Ricostruì il loro litigio, soffermandosi ad analizzare ogni particolare, anche il più irrilevante. Ciò che traspariva con maggiore chiarezza da quella indagine era il ricordo degli occhi di lei, del suo sguardo: sincero, mentre sosteneva che non l’avrebbe mai tradita; amareggiato, sentendosi accusata ingiustamente; e infine furioso quando si era sentita dare della sgualdrina.
Janine si rigirava fra le lenzuola in preda al rimorso; poi un altro sentimento prese il sopravvento: una gelida paura. Sarah era buona d’animo, però sotto certi aspetti anche intransigente. Sentiva che non l’avrebbe perdonata. Lei avrebbe dovuto controllarsi, ragionare con calma, ascoltare le sue spiegazioni; tuttavia la gelosia glielo aveva impedito, e adesso era tardi per rimediare. Se Sarah l’avesse lasciata, si sarebbe uccisa, pensò. Scivolò in un sonno malsano, popolato da incubi.
Si svegliò di soprassalto. Per un momento si chiese confusa perché fosse sola nel letto, poi ricordò tutto. E comprese anche cosa l’aveva svegliata: il rumore della porta che si apriva. Sentì il suono dei tacchi che si avvicinava. La casa di Sarah era grande. Un lungo corridoio separava l’ingresso dalla camera da letto che condividevano. Ciò le dava un minimo di tempo per ricomporsi e per riflettere. Ma voleva vederla subito. Si alzò precipitosamente e a piedi nudi corse verso il corridoio.
La paura la trattenne. Si fermò di colpo, attanagliata dall’angoscia. Cercò le parole giuste da dire, senza trovarle. Sapeva che Sarah disprezzava le persone deboli, perciò a nulla sarebbe valso implorarla. Considerò, e scartò, l’idea di tentare di sedurla. Mentre si arrovellava, pensando a come ammorbidirla, Sarah entrò nella stanza.
Janine la scrutò ansiosamente. Per l’ennesima volta si rimproverò per non aver saputo tenere a freno la lingua e per essere stata troppo impulsiva, ma ormai non poteva farci niente.
Sarah era fredda e controllata. Forse aveva passato la notte insonne, perché aveva le occhiaie; per il resto, era bella come sempre.
Con il cuore che le martellava nel petto, Janine disse: “Perdonami, Sarie!”
Sarah Taverner la fissò in silenzio.

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I LOVE JANINE 3

Fu la luce dell’alba a svegliare Sarah.
A causa della tensione si erano dimenticate di chiudere le imposte e di accostare le tende. Rimase immobile a riflettere, poi si girò per guardare Janine. La fissò a lungo, mentre il chiarore penetrava nella stanza, permettendole di distinguere nitidamente i suoi lineamenti. Come aveva detto lei, era la prima volta che litigavano, e Sarah non lo sopportava. Non aveva cambiato idea riguardo alla svolta che intendeva dare alla sua carriera, però riconosceva a Janine il diritto di esprimere il proprio dissenso, anche perché sapeva che lei desiderava soltanto il suo bene.
Mentre la osservava, si accorse di quanto davvero la amasse: era un sentimento così profondo e intenso da soffocarla e da farle battere forte il cuore. Saltò giù dal letto e si infilò in quello di Janine. Lei si mosse nel sonno. Sarah le sfiorò delicatamente i capelli, la baciò sulla fronte. Janine aprì gli occhi. La guardò, ancora confusa. “Ti amo!”, le sussurrò Sarah. “Ti amo, tesoro mio. Non puoi immaginare quanto.”
“Anch’io ti amo.” Aveva la voce impastata dal sonno; si stirò prigramente. A un tratto ricordò il litigio. “Scusami, Sarie.”, disse contrita. “Avevi ragione tu, e io torto. Non posso influenzare le tue scelte, mi sono comportata molto male, in maniera prepotente… è solo che adoro la tua musica. Ma sono certa che continuerò ad apprezzarla, qualsiasi strada tu intraprenda.”
“Non parliamone più.”, disse Sarah. Il corpo di Janine era tiepido e profumato; si stese su di lei, cercandole la bocca.
Poi un dito si soffermò a lungo sul punto più sensibile della ragazza canadese… quindi, a quel dito se ne aggiunsero altri tre, trascinandola all’orgasmo.
“E la pace fu sancita nel migliore dei modi.”, commentò maliziosamente Janine alla fine.
A Sarah il sesso metteva appetito. “Non mi piacciono le colazioni italiane. Andiamo a cercare un posto che serva un vero breakfast. Prima, però, devo fare un salto in libreria. Aspettami qui, torno subito.”
Più tardi, davanti a un abbondante piatto di uova con il bacon, le porse un pacchetto. Janine le rivolse uno sguardo interrogativo. “E’ un piccolo regalo. Aprilo.”
Janine scartò con cura l’elegante confezione. “Due libri nuovi!”, esclamò tutta contenta. Leggere era una delle sue grandi passioni. “Con quale cominciare?” Osservò le copertine, quindi scorse rapidamente le note. La vicenda è incentrata sulla figura di Alexander Alliston, che da misero orfano assurgerà al rango di lord, e su quella di Carrick, geniale quanto bizzarro investigatore, e abbraccia un arco di tempo assai vasto: dalle sinistre gesta di Jack lo Squartatore, sul finire dell’ottocento, al tremendo secondo conflitto mondiale, fra intrighi, lotte di potere e amori contrastati…
“Alexandra White: non la conosco.”
“E’ il suo primo romanzo e le recensioni sono positive.”
“Grazie, Sarie!” Janine esaminò l’altro libro. “I tre cunicoli di Giampaolo Orso, non conosco neppure lui.”
“Vedrai che ti piacerà. Prima di acquistarlo ho parlato con una commessa che mi sembrava molto competente. Mi ha detto che lo ha divorato.”
Janine le prese una mano. “Sarie, non lasciarmi mai, ti prego: senza di te morirei.”
Sarah la guardò negli occhi. “Mai, Janine. Non ti lascerò mai!”
A Parigi il pubblico era diverso e il concerto andò benissimo, così come a Madrid, dove Sarah Taverner concesse ben quattro bis e firmò un autografo a José Mourinho. Il resto della tournée si svolse in Inghilterra: Manchester, Liverpool, e infine Londra, dove si tenne il trionfale show conclusivo.
Il giorno dopo Sarah e Janine si recarono a Hyde Park. Il tempo era splendido. Il sole splendeva nel cielo perfettamente limpido, le foglie stavano assumendo il caldo colore autunnale, tuttavia l’erba dei prati era ancora verde.
“Settembre è il mio mese preferito.”, dichiarò Janine. “Conserva il sapore dell’estate ma prelude al suggestivo abbraccio dell’autunno.”
“Come siamo poetiche, oggi!”, sorrise Sarah.
“E’ perché sono felice. Ho quasi paura di questa felicità. Non bisogna sbandierarla ai quattro venti: gli dei sono gelosi degli uomini.”
Sarah le passò un braccio attorno alle spalle. “Nemmeno gli dei potranno separarci, tesoro.”

Susan Driver non era il suo vero nome.
Lo aveva scelto perché era breve e incisivo, e facile da ricordare, al contrario di Genevieve Scott-Thomas che le sembrava vagamente ampolloso, oltre che troppo lungo. Inoltre, era evocativo, dato che metà delle sue canzoni parlavano di auto e di moto, amori consumati in fretta, estati baciate dal sole e dal vento, notti piene di sesso e di passione.
Susan aveva incominciato come corista. Era stato il cantante del gruppo a incoraggiarla, suggerendole di provare da sola e non limitandosi a questo: produsse il suo album d’esordio che balzò subito in cima alle classifiche. Susan cantava, suonava la chitarra e componeva; la sua musica era un intrigante blues-rock, con accenni country e soul. Una versione moderna, e femminile, del suono dei Rolling Stones. Susan era cresciuta nel mito di Keith Richards, che sapeva imitare alla perfezione. In giro c’erano chitarristi più bravi di lui: Eric Clapton, Jimmy Page, Jeff Beck, ma nessuno di loro possedeva la sua micidiale forza.
Il secondo album vendette più del primo, e il terzo più del secondo. Susan Driver era una rockstar. Su suggerimento di un comune amico, fu a lei che si rivolse Sarah Taverner. Susan acconsentì a riceverla per tre motivi. La stimava come artista, le piaceva come donna (Susan non faceva differenza fra maschi e femmine) ed era curiosa di scoprire cosa Sarah volesse da lei.
Tuttavia le rise in faccia, quando Sarah le spiegò che intendeva cambiare genere, imparare a suonare la chitarra (lei componeva i brani al piano) e proporsi in modo diverso sul palcoscenico.
Sarah la guardò perplessa e vagamente offesa.
Susan rollò una canna. “I tuoi dischi sono buoni. In particolare, I love Janine. Non capisco perché tu voglia cambiare.” Aspirò una boccata di fumo, le passò lo spinello, quindi aggiunse: “E poi la tua voce non è adatta al rock e nemmeno al funky.”
“Al country sì, però.”, ribatté Sarah. “Il country nasce dal folk britannico. Comunque sono convinta di poter cantare anche il rock, il pop, qualsiasi genere, scusami l’arroganza.”
“Direi sincerità più che arroganza.” Susan rifletté per alcuni istanti. “In ogni caso, non ho tempo da dedicare a te.”
“Lo immaginavo.”, disse Sarah. “Pensavo a un concerto insieme, uno solo.”
Susan fece “no” con il dito.
“A scopo di beneficenza.”
Susan ridacchiò. “Sei una furbastra, cocca!”
Sarah scrollò le spalle. Nessuno l’aveva mai chiamata “cocca”, ma Susan Driver era nata e cresciuta in Texas, sebbene i suoi genitori fossero inglesi, perciò non si scompose. La esaminò con attenzione. Era bionda, attraente, forse meno fine di Janine, ma con un fondo malizioso che colpiva e attirava. Indossava dei pantaloncini corti; involontariamente diede una furtiva sbirciata alle sue gambe lunghe e tornite. “E’ vero, sono una furbastra, bellina.”, ammise imitando l’accento del sud degli Stati Uniti. “Me lo diceva sempre anche mio padre. Ma perché non farlo? I soldi dell’incasso saranno devoluti ai bambini africani, il pienone è garantito, e tu naturalmente sarai l’attrazione principale. Io terrò la prima parte dello spettacolo. Ti chiedo solo una cosa: lasciarmi cantare un pezzo con te.”
Susan alzò un sopracciglio. “E quale?”, domandò sospettosa.
“Questo.”
Sarah intonò una canzone nuova, che aveva composto il giorno prima. Susan la fissò, poi dopo qualche secondo prese la chitarra e la accompagnò con estrema naturalezza, come se l’avesse già ascoltata per dieci volte. Quando la canzone finì, la ripresero dall’inizio. Era come se fosse scoccata una scintilla magica.

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I LOVE JANINE 2

Quella sera Sarah Taverner era in forma smagliante.
Durante il giorno lei e Janine avevano avuto appena il tempo di fare un breve giro della città, poi Sarah si era dovuta occupare del soundcheck. Sarebbero uscite a cena più tardi, dopo il concerto.
A differenza di molti altri artisti, Sarah amava la puntualità, e alle dieci come sempre era sul palco. Aveva parlato con Janine di ciò che era successo a Milano, convenendo sebbene a malincuore che forse era il caso di “raffreddare” l’esibizione e di concentrarsi soltanto sulla musica: era quello che la gente voleva da lei.
Tuttavia, giornali, radio e perfino i canali televisivi avevano dato ampio risalto a quanto era accaduto. Nella pagina degli spettacoli di diversi quotidiani, fra i quali quelli romani, era stata pubblicata una foto che la coglieva nell’attimo esatto in cui lanciava la cravatta al pubblico; in alternativa, il momento in cui si liberava delle scarpe. Tutto questo ebbe una conseguenza: in larga maggioranza, gli appassionati di jazz e di folk preferirono restarsene a casa – senza voler fare paragoni indebiti, in piccolo ricordava la reazione del pubblico americano quando negli anni sessanta Bob Dylan aveva abbandonato il country per il rock.
Il teatro, però, era pieno… pieno di giovani che non conoscevano i suoi dischi e che apprezzavano generi totalmente differenti di musica: non si trovavano lì per ascoltarla, ma per vederla, con la speranza che questa volta la cantante non si sarebbe limitata a mimare un amplesso, a togliersi la cravatta o a rimanere scalza. Volevano molto di più. Si erano sparse strane voci. Sarah Taverner avrebbe invitato sul palcoscenico la bella Janine Leblanc e l’avrebbe baciata sulla bocca: non un bacio falso alla Britney Spears, bensì qualcosa di estremamente erotico e passionale. Qualcuno si era spinto oltre. Sarah si sarebbe spogliata. E, considerato che era una donna stupenda, valeva la pena di investire una quantità di euro altrimenti destinata ad altri svaghi.
Ma Sarah cominciò volutamente con le canzoni dei primi due album. Era vestita come a Milano, tuttavia non si levò la cravatta, non restò a piedi nudi e, naturalmente, non si spogliò. In quanto a Janine, la seguiva dalla platea.
Risuonarono i primi fischi, seguiti da cori da stadio che la incitavano a darci dentro. Persa nel suo universo musicale, lei li ignorava. Era consapevole di essere in stato di grazia, cantava come forse non aveva mai cantato, con il cuore, con l’anima e con una tecnica eccezionale. Raggiunse il culmine, quando intonò i versi di un brano del cd d’esordio:
Mille volte ho sentito i tuoi passi dietro me
mille volte ho visto i tuoi occhi nei miei,
e quante volte ho sorriso scoprendomi sola…
Mille volte ho asciugato lacrime di solitudine,
di abbracci vuoti…
Mille volte ho cercato le tue mani nelle mie…
Questa volta no,
questa volta il nostro tempo è qui
questa volta il nostro tempo siamo noi
Questa volta no,
i tuoi pensieri saranno anche i miei
Questa volta no!
Janine Leblanc l’ascoltava con le lacrime agli occhi, conscia di assistere a una di quelle serate miracolose nelle quali un artista supera i suoi limiti, volando altissimo e raggiungendo i vertici delle proprie capacità.
Pieni di birra, di fumo scadente e di speranze frustrate, i presenti si scatenarono, dapprima limitandosi a raddoppiare i fischi e a esortarla a cambiare registro, poi man mano incattivendosi. Il biglietto non costava poco e lei li stava deliberatamente truffando. Il frastuono si fece insostenibile. Invano Janine cercava di zittire quelli che stavano vicini a lei; litigò aspramente con una compagnia più rumorosa delle altre, ma senza ottenere risultati.
La bolgia era infernale: volavano lattine di birre, arrivavano insulti e ululati, le bordate di fischi si moltiplicavano. Sarah Taverner tornò alla realtà, scrutò sgomenta il pubblico, quindi smise di cantare. Per un attimo pensò di passare a Seasons of love e di accennare a qualche movenza sensuale, ma sarebbe stato avvilente; erano cose che doveva decidere lei e non un gruppo di scalmanati. Consapevole che avrebbe dovuto pagare una penale, fece un gesto secco ai musicisti, dopodiché abbandonò il palco.
Sarah non aveva mai avuto paura del pubblico, e infatti aveva interrotto lo spettacolo perché era impossibile proseguire, non certo per timore. Tuttavia, mentre faceva la doccia in albergo, rifletté sulla reazione di quegli energumeni, giungendo alla conclusione che non avevano tutti i torti. Da lei si aspettavano trasgressione ed erotismo, e invece avevano ricevuto un’esibizione pressoché perfetta, ma algida. Ed era stata lei stessa a illuderli, con il concerto di Milano e con i testi dell’ultimo album.

Sarah e Janine cenarono all’ Hostaria dell’Orso, in via dei soldati, entrambe elegantissime. Janine era indignata e scura in volto. “Mi prudevano le mani.”, disse, sorseggiando l’aperitivo della casa. “Se non fossi stata sola contro venti, probabilmente avrei fatto a botte!”
“Mmm… una barbara canadese.”, rise Sarah.
“Non scherzare, per favore!”, esclamò risentita Janine. “Questa sera cantavi come una dea e quegli idioti hanno rovinato tutto! Italiani incivili, ecco cosa sono.”
Sarah la guardò. “Forse avevano ragione. E forse mi hanno letta dentro.”
Janine la osservò perplessa. “Non ti seguo.”
“E’ semplice.”, disse Sarah. “Finché ho potuto cantare, credo di aver dato il meglio di me. Però, lo capisco adesso, il mio era il classico canto del cigno.”
Janine la fissava in silenzio, sconcertata.
“Vedi”, continuò Sarah, “ho esaurito una parentesi. Bella, appagante, emozionante, tutto quello che vuoi: ma adesso è arrivato il momento di voltare pagina. L’avevo già intuito a Milano e stasera ne ho avuto la conferma. Janine, sono stanca di cantare per la gloria, di avere il conto in banca in rosso e di farmi mantenere da te.”
Janine cercò di intervenire, ma lei la zittò con un cenno della mano. “L’altra sera, scherzando, hai parlato di Shakira, ricordi?”
“Si trattava appunto di uno scherzo.”, ribatté acida Janine.
“Beh, a questo punto, per me non lo è. Non lo è più. Voglio andare prima in classifica, e con il jazz non ci riuscirò mai. Ma non è solo quello: voglio ballare, scatenarmi, sentire sulla pelle il desiderio fisico del pubblico.”
“Fra due giorni ti esibirai a Parigi. Pensi di poter cambiare repertorio in quarantotto ore?”
“Per gradi. Sarà un processo graduale, ma inarrestabile.”
Janine era alterata. “Sarie, non abbiamo mai litigato seriamente, io e te.”
“Io non desidero litigare.”
Janine allontanò il piatto da sé. Era rossa in viso a causa della collera. “Tu non puoi gettare al vento il tuo talento! Ridicolo! Vorresti dimenarti, sculettando su un palco e sciorinando frasi volgari? Magari mezza nuda! E chi ti dice che ne saresti capace?”
Sarah le lanciò un’occhiata gelida. “Sei l’unica persona al mondo che può parlarmi in questo modo, però a tutto c’è un limite. Con quale diritto pensi di potermi imporre la tua volontà? Siamo nel 2011, e tu comunque non sei mio marito!”
Janine distolse lo sguardo. “Hai ragione.”, disse dopo un lungo silenzio. “Non posso importi proprio nulla. E chi sono io, poi, per farlo?” Sembrava un’offerta di pace, peraltro smentita dal tono della voce. Si alzò di scatto. “Pago il conto.”, disse. “Tanto nessuna delle due ha fame.”
In albergo, l’atmosfera si mantenne ostile e, come per un tacito accordo, non ci furono altre parole.
La camera aveva due letti. Parve naturale che dormissero separate.

Marcus trafficò con il computer finché non rintracciò le notizie che cercava: i resoconti delle prime due date del tour di Sarah Taverner. Poi cliccò su “Immagini”. Apparvero numerose foto. Erano quasi tutte della cantante, ma in un paio di esse compariva anche Janine Leblanc. Era una coppia magnifica. Se Marcus avesse dovuto scegliere fra l’una e l’altra, si sarebbe trovato in grande imbarazzo. Entrambe sprigionavano energia, una sensualità prorompente, avvenenza.
Al pub c’era chi considerava disgustose le lesbiche, altri erano indifferenti, ma lui sognava a occhi aperti un rapporto a tre. Intanto si poneva delle domande. Quale delle due era la più capace a letto? Mentalmente, votò per Sarah. E la più emotiva? Janine, si disse. Era lei che si scaldava per prima e che raggiungeva più rapidamente l’orgasmo. Erano solo supposizioni, ma Marcus si divertiva ad azzardare ipotesi. Adoperavano unicamente le mani e la lingua oppure in qualche cassetto nascosto celavano un dildo? E, in caso affermativo, si trattava di uno strap-on? Compiaciuto, si disse che era assai probabile.
Marcus aveva conosciuto Sarah Taverner. Quando l’aveva incontrata, si era comportata in modo freddo e altezzoso, però Marcus sospettava che fosse tutta apparenza; era possibile che si sentisse a disagio perché era la prima volta che si rivolgeva a lui. O forse, meditò, quella era la sua maniera naturale di porsi. In ogni caso, se fosse riuscito a possederla, avrebbe cambiato atteggiamento. La immaginava contorcersi sotto di lui, madida di sudore e fremente di passione. In quanto a Janine, era pronto a scommettere che si sarebbe dimostrata più cordiale.
Ciò che comunque contava era il suo sogno. Un sogno che si era trasformato in una vera e propria ossessione. Naturalmente era a conoscenza di altre famose coppie lesbiche: in passato, Anne Heche e Ellen DeGeneres, e forse Madonna e Alanis Morissette; in tempi più recenti, si vociferava a proposito di una relazione tra un’attrice italiana e una sua amica. Però erano figure lontane e irraggiungibili, mentre invece Sarah e Janine erano reali e presenti, e presto sarebbero tornate a Londra.
Se avesse saputo che a Roma avevano dormito in letti separati, sarebbe rimasto profondamente deluso. Ma, se fosse dipeso da lui, avrebbe escogitato certamente un rimedio.

Il testo della canzone è di Mari.

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I LOVE JANINE 1

Qualcuno la approvava, ma i più le erano contrari.
Se fosse stata una cantante amata e seguita da un pubblico giovane, come Avril Lavigne, Ashlee Simpson o Miley Cyrus, probabilmente avrebbe incrementato la sua popolarità. Ma Sarah Taverner si rivolgeva a un genere diverso di ascoltatori. La musica che proponeva era un singolare quanto affascinante cocktail di jazz, canzoni francesi e reminiscenze del folk inglese, dunque adatta a persone non più giovanissime. Perciò la maggior parte dei suoi estimatori le aveva voltato le spalle, e il suo terzo album, I love Janine, aveva venduto meno della metà dei due precedenti.
Il titolo del disco non era stato scelto a caso. Le dieci canzoni di cui si componeva erano tutte dedicate alla donna bionda che figurava in copertina. E i testi risultavano molto diversi da quelli degli esordi: erano espliciti e diretti, come quelli di Alanis Morissette, anche se non rivolti a un uomo, bensì alla sua amante.
Quando il cd era uscito, in molti avevano pensato a un’operazione di marketing, arditamente studiata dalla casa discografica; avevano storto il naso, dimostrando comunque una certa indulgenza, malgrado il dubbio gusto di tale operazione.
Poi, però, Sarah Taverner aveva fatto outing.
In un’intervista rilasciata a un settimanale aveva dichiarato senza mezzi termini che lei e Janine si amavano, e che presto avrebbero vissuto insieme nella grande casa di Mayfair, che Sarah aveva ereditato dal padre. Inoltre, nella stessa intervista, si era spinta oltre, spiegando con dovizia di particolari il significato del primo brano del cd. “In amore tutto è lecito.”, aveva affermato. “E vi posso assicurare che assumere cocaina non nei modi canonici ma direttamente dal pube della propria donna è quanto di più eccitante esista in natura.”
A seguito di quelle parole avventate, il disco era stato stroncato dalla critica e le vendite erano crollate. Il lato ironico della situazione stava nel fatto che I love Janine era indubbiamente il miglior album che lei avesse inciso. Sarah cantava in modo superbo e la musica raggiungeva una purezza e un’intensità tali da toccare l’animo di chiunque vi si fosse accostato senza pregiudizi.
Sarah finì di leggere l’ennesima stroncatura, piegò accuratamente il giornale e lo ripose sulla scrivania.
“Non avresti dovuto farlo.”, osservò pacatamente Janine Leblanc. Sarah la guardò, pensando a quanto fosse bella. Di origine francese – i nonni paterni erano di Parigi e la nonna materna di Lione – Janine era tuttavia canadese. Era molto alta, sul metro e ottanta, con grandi occhi espressivi e un corpo stupendo. Sarah non ricordava di aver mai visto delle gambe così belle. Janine aveva lavorato nel mondo del cinema. I registi ricorrevano a lei quando era previsto un primo piano delle gambe della protagonista di un film, soprattutto se l’attrice in questione compariva in pantaloncini corti, minigonna o costume da bagno. Janine era stata la controfigura di Julia Roberts, Demi Moore e Catherine Zeta Jones, fra le altre.
Sarah Taverner gareggiava con lei in avvenenza. Di pochi centimetri più bassa, aveva folti capelli castani e occhi del colore delle foglie autunnali che, a seconda degli stati d’animo, potevano virare al verde. Da ragazza aveva praticato varie discipline sportive, eccellendo in tutte: se non si fosse dedicata alla musica sarebbe diventata un’ottima atleta. Aveva le spalle larghe e le gambe muscolose, ma era estremamente femminile, con un seno invidiabile. Janine era pacata e riflessiva, Sarah vivace e impulsiva. Forse per quello formavano una coppia perfetta.
“E’ sciocco nascondere il proprio amore.”, replicò Sarah dopo un momento.
“Sono d’accordo. Ma perché sbandierarlo ai quattro venti?”
“Ho composto questo disco pensando a te. Pertanto era giusto che comparisse il tuo nome… il resto è venuto di conseguenza.”
Janine scosse il capo. “Potevi evitare la storia della cocaina.”
Sarah ridacchiò. “Mi sono limitata a rispondere a una domanda.”
“Calcando forte la mano!”
“Beh, è sufficiente ascoltare con attenzione la canzone. Ho solo precisato alcuni dettagli. La verità è che sono degli ipocriti e dei falsi moralisti.”
Benché fosse seriamente preoccupata per il futuro di Sarah, Janine rise. “Taverner, sei incorreggibile!”
“Certo.”, ribatté prontamente l’altra. Le porse la mano. “E ora te lo dimostrerò.”
La condusse in camera da letto. Il loro era un rapporto assolutamente paritario, sotto tutti gli aspetti; a differenza di altre coppie omosessuali, non c’erano un “maschio” e una “femmina”: ciascuna delle due donava e riceveva piacere in egual misura. La loro intesa sessuale era magica. Ogni volta che facevano l’amore Janine pensava che avessero raggiunto il culmine, ma la volta successiva lo superavano, lasciandola sbalordita.
Per principio, Janine era contraria all’assunzione di droghe: ciò nonostante, quando Sarah riuscì a convincerla a mettere in atto quello che poi sarebbe diventato il tema dominante di una canzone del nuovo album, provò sensazioni talmente intense da risultare quasi insostenibili. Era come trovarsi su una incredibile giostra incantata che girava sempre più vorticosamente. Adesso si sarebbe finalmente fermata, pensava lei; ma, anziché esaurire gradatamente la sua spinta, aumentava continuamente la velocità, finché, stravolta, Janine si abbandonò sul letto, pregando Sarah di arrestarsi.
In certi casi erano calme e rilassate, e il tutto si svolgeva languidamente; in altre circostanze erano avide di passione, a tratti addirittura selvagge. Entrambe erano giovani, forti e vigorose: ciò permetteva loro di sperimentare acrobazie audaci che per molti sarebbero state impensabili. Era una scoperta continua.
Raggiunsero l’orgasmo insieme. Poi rimasero a lungo abbracciate, guardandosi negli occhi e scambiandosi carezze.

Marcus stava ascoltando per la decima volta consecutiva I love Janine. Nel frattempo, si era già masturbato e ora era pronto per una nuova sessione. Riprese a toccarsi con lo sguardo fisso sulla copertina del cd.
Ciò che rendeva eccitante quella foto era la voluta mancanza di qualsiasi forma di erotismo con cui la donna si era posta davanti all’obiettivo. Questo contrastava con le sfrontate dichiarazioni di intenti dei testi delle canzoni.
La donna non era in bikini, né vestiva in maniera succinta. Indossava dei pantaloni verdi di fustagno, un maglione da pescatore e calzava alti stivali neri. Era seduta su uno scoglio e guardava il mare. I capelli biondi le cadevano morbidamente sulle spalle, teneva le lunghe mani sulle ginocchia.
Non poteva esistere un’immagine più intrigante, perché lasciava spazio alla sua fantasia, e infatti Marcus immaginava la cantante – sul retro del cd c’era anche una sua foto, una semplice inquadratura del viso – mentre la spogliava lentamente. Dapprima le avrebbe tolto gli stivali, poi i pantaloni, quindi il maglione, lasciandole infine soltanto i ridottissimi slip. Si sarebbero baciate e, come nella canzone, anche gli slip sarebbero finiti nel mucchio con gli altri indumenti. A quel punto, l’avrebbe cosparsa di cocaina e l’avrebbe leccata.
Marcus venne con un grugnito quasi animalesco. Avrebbe dato la vita per farsele tutte e due, sullo stesso letto e nel medesimo tempo.
Gli amici al pub lo deridevano per quelle fantasticherie; ma erano solo degli idioti.

Contrariamente a quanto si potesse pensare, era Janine a mantenere Sarah.
Nel cinema si guadagnava bene e, a parte quello, Janine Leblanc aveva giocato per otto anni in una lega professionistica di basket (come play-maker, dato che per la pallacanestro era “piccola”). Aveva smesso quando era stata notata da un produttore: chiaramente non avrebbe potuto presentarsi sul set con le gambe piene di lividi. Successivamente aveva saputo far fruttare i suoi soldi, investendoli con notevole fiuto nelle azioni di alcune società destinate a prosperare. Quando si era trasferita a Londra per seguire Sarah, aveva comprato un negozio di vestiti, affidandolo a una commessa esperta e capace.
Sarah Taverner non era mai entrata nelle top-ten; la casa dove abitava, benché fosse di proprietà, costava parecchio: era vecchia e necessitava di continue manutenzioni; e infine I love Janine si era rivelato un fiasco, con l’aggravante che diverse date della imminente tournée erano state cancellate dagli impresari più conservatori e bigotti.
Sarah era praticamente al verde e si vergognava moltissimo di dover dipendere dalla donna che amava. Ma Janine l’aveva rassicurata. “Sei la mia compagna. E ogni cosa deve essere in comune.” Al contrario di Sarah, Janine in precedenza non aveva avuto esperienze lesbiche, respingendo le avanche di Jodie Foster e di Anne Heche: ma quando aveva conosciuto la cantante in un locale di Los Angeles aveva perso la testa per lei.
“Pensa a Kate Moss.”, le disse quella sera, stuzzicandole un capezzolo. “Dopo la faccenda della droga sembrava finita e invece… E poi con il prossimo album andrai dritta prima in classifica!” Sebbene la considerasse un’artista straordinaria, cionondimeno nutriva molti dubbi in proposito, però si sforzò di risultare convincente. Poi, scherzando, aggiunse: “Oppure potresti incidere un disco con Shakira.”
Sarah le mostrò la lingua. “E perché non con Lady Gaga?”
Tre sere dopo Janine Leblanc sedeva in prima fila in un teatro di Milano, dove era stata programmato il primo dei dodici concerti della tournée di Sarah Taverner. Gli italiani erano smaliziati e amanti della buona musica, perciò la sala era gremita di gente. Alle dieci in punto, Sarah fece il suo ingresso sul palco, illuminata dai riflettori. Si produsse in un grazioso inchino e voltò le spalle alla platea, curvandosi leggermente in avanti, mentre il pianista introduceva le note di Seasons of love, il brano incriminato del nuovo album. Sarah dapprima sussurrò le parole iniziali della canzone, quindi la sua voce si levò alta e chiara, limpida e potente. Si girò verso il pubblico, mimando quello che stava cantando.
Era un gesto osceno, più che trasgressivo, e Janine sobbalzò sulla sedia. Non era nello stile di Sarah. Lei si era sempre posta in modo elegante e raffinato, da autentica signora della canzone qual era: adesso sembrava una punk, ma la musica, una cascata di melodia scintillante, e la sua voce, un’affilata lama di ghiaccio, stonavano incongruamente con quella stravagante pantomima. La gonna lunga che le arrivava ai piedi, la camicia bianca, la cravatta nera e le scarpe senza tacco accentuavano quella discrepanza. Come se le avesse letto nel pensiero, Sarah si liberò con un calcio delle ballerine, si tolse la cravatta e la fece volteggiare in aria per poi lanciarla verso le prime file, dove avide mani si protesero per afferrarla.
Risuonarono fischi ed esclamazioni indignate, e qualche coppia anziana abbandonò precipitosamente la sala. Altri, tuttavia, applaudivano entusiasti, ma, sospettava Janine, non per la bellezza di ciò che ascoltavano, bensì a causa dell’eccitazione suscitata dalle movenze sensuali e provocanti di Sarah.
Janine aggrottò la fronte. Se Sarah intendeva atteggiarsi così, allora avrebbe dovuto cambiare completamente genere. Il fisico non le mancava, pensò, però sarebbe stato un vero peccato se avesse sciupato il suo talento per trasformarsi in una Britney Spears.
Sarah attaccò il secondo brano, avvicinandosi al bordo del palco. Suo malgrado, Janine dovette convenire che era dotata di una sensualità magnetica. Chi era venuto per sentire del buon jazz e rifuggiva dalle stravaganze tipiche del pop aveva abbandonato il teatro o assisteva accigliato a quell’esibizione indecorosa; ma il resto del pubblico era letteralmente stregato. Mentre la osservava attentamente, Janine per un attimo notò che Sarah aveva le pupille dilatate; anche l’espressione del viso era strana. Provò un moto d’ira: Sarah Taverner le aveva tenuto nascosto un aspetto della sua vita. Non che fosse obbligata a dirle tutto, però in questo caso le aveva mentito, e ne era amareggiata. Quando l’aveva persuasa a prestarsi a quel giochetto, infatti, le aveva garantito che sarebbe stata la prima e l’ultima volta. Rammentava ancora le esatte parole: “Preferisco una buona birra. Con la droga sai come cominci, ma non sai come finisci.”
Tuttavia, quando tornarono in albergo, Sarah rispose alle sue rimostranze negando con decisione. Janine insistette con il risultato di farla scoppiare in lacrime. Si pentì subito e pensò di essersi ingannata.
Il secondo concerto, che si tenne a Roma, fu un disastro.

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