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Posts Tagged ‘emozioni’

ChiaraChiara Ballerini era una top manager di successo. Risoluta e aggressiva aveva compiuto una brillante carriera. Guadagnava molto, e poteva permettersi di visitare i luoghi più belli del mondo. Ma da quando aveva lasciato Marco aveva scordato il sapore della felicità. Era andata a letto con molti uomini e con qualche ragazza, traendone un piacere effimero. Si trattava soltanto di sesso, in certi casi appagante e in altri deludente, ma comunque sempre privo di una cornice di sentimenti. In passato non era stata una donna cattiva, ma era diventata dura e intransigente, nel lavoro come nella vita privata. Talvolta si era dimostrata anche priva di scrupoli.
Per la notte di fine anno sarebbe stata ospite di un conte che l’aveva invitata a una festa esclusiva. Avrebbe conosciuto gente importante, instaurato nuove relazioni: tutte cose utili per la sua professione. Naturalmente era elegantissima e dato che era molto attraente sarebbe stata la star della serata.
Faceva freddo, la neve era nell’aria e quando scese dalla Mercedes si strinse nella pelliccia incamminandosi verso il palazzo dove all’ultimo piano la attendeva la festa.
Per poco non andò a sbattere contro un vecchio che chiedeva l’elemosina. Indossava un sudicio cappotto che probabilmente non veniva lavato da anni, aveva la barba lunga e i capelli in disordine. Accovacciato per terra, tremava per il freddo. Chiara cercò il portafoglio nella borsetta e gli diede una banconota da cinque euro. Se li berrà tutti, pensò cinicamente. Stava per allontanarsi quando all’improvviso uno strano ricordo si insinuò nella sua mente. Era un fatto che ormai aveva scordato da tempo. Giovanna Arnaboldi era una giovane collega, destinata a un grande avvenire professionale. Nella scala gerarchica della  multinazionale in cui entrambe lavoravano occupava un gradino più alto del suo.
Una sera Chiara l’aveva invitata a cena, l’aveva sedotta e portata a letto. Mentre facevano l’amore, era riuscita a farsi raccontare alcune cose che avrebbero dovuto rimanere segrete e poi le aveva usate per rubarle il posto. Quando Giovanna le aveva chiesto in lacrime perché aveva voluto rovinarla, l’aveva sbattuta fuori dall’ufficio. Non era un bel ricordo. Volevo vendicarmi del mondo, tentò di giustificarsi. Avevo appena lasciato Marco per i suoi continui tradimenti. Lo amavo e stavo soffrendo molto. Comunque non era un buon motivo per fare le scarpe a una brava ragazza. Marco non l’aveva tradita con Giovanna. Chiara si accese una sigaretta. Era perplessa.
Malgrado la notte si fosse fatta gelida non riusciva a muoversi da lì. Stava rivivendo l’infelicità che aveva provato quando aveva lasciato Marco. Le sere vuote e silenziose, la tristezza profonda, i risvegli amari. E poi… come in un film vide i suoi comportamenti successivi, le scorrettezze e gli inganni di cui si era macchiata. Non solo con Giovanna. Adesso era ricca, tuttavia anche arida e vuota. All’improvviso la sua vita le parve priva di senso. Era come stordita. Senza una ragione apparente pensò all’amore. Al mondo non esisteva solo Marco, ma lei aveva deliberatamente escluso l’amore dal suo cuore: l’amore per un uomo, l’empatia per gli altri, la compassione. Aveva dato quei cinque euro al barbone per mettersi la coscienza in pace, ma lui le faceva schifo. Era un fallito, un reietto umano, un essere inutile, un parassita, un peso per la società. Inoltre, emanava un odore sgradevole.
Gli lanciò un’occhiata distratta. La stava osservando. La luce di un lampione le consentì di scorgerne l’espressione. Era un espressione singolare, un misto di comprensione e di saggezza antica, di aspettativa e di consapevolezza. Per alcuni istanti si guardarono in silenzio. Chiara era turbata.
Si rendeva conto che il muro che aveva costruito in tanti anni si stava sgretolando, ed era il muro della sua esistenza, composto da mattoni che aveva sempre creduto solidi ma che invece erano fatti di cartapesta. L’ambizione, l’arrivismo, il denaro. L’egoismo elevato a ragione di vita. Come dormo alla notte?, si domandò parafrasando una frase di una canzone di John Lennon. Come dormo alla notte, che sogni faccio, che ideali ho? Fu colta da un moto di stizza. Era solo un momento di debolezza, andava dimenticato al più presto. Voltò le spalle al vecchio e si diresse verso il palazzo.
Ma dopo pochi passi si fermò.
Tornò indietro. Avvertiva un malessere crescente, inspiegabile e misterioso. Era come percorrere un corridoio buio, disseminato di porte chiuse; se avesse trovato il modo di individuare quella giusta, se fosse riuscita a trovare la chiave e a entrare, allora forse avrebbe capito. Si rivolse al mendicante. “E tu perché non lavori, invece di chiedere la carità?” Era una frase sgarbata che pronunciò in tono duro, quasi offensivo. Per qualche ragione lo riteneva responsabile del suo stato d’animo.
“Perché ho un compito da svolgere.”, rispose il vecchio. “Tutti gli anni, al 31 dicembre, scelgo una persona a cui fare un dono. Il mio regalo è particolare. Uno specchio. Ma non uno specchio qualunque, quelli si possono trovare in qualsiasi negozio. Lo specchio dell’anima. Hai la forza e il coraggio necessari per guardarlo?”
E’ un pazzo!, pensò Chiara. Ma suo malgrado annuì. Ciò che vide la sgomentò. Fu travolta da una serie di immagini e di sensazioni che la fecero barcollare. Una vita squallida, una vecchiaia triste e miserabile. Un cuore gelido, attraversato dal vento dell’inverno. Scosse la testa, come per rifiutare quelle visioni da incubo.
“E adesso la scelta è tua.”, disse il barbone, alzandosi da terra. Non aggiunse altro e si allontanò nel buio della notte.

Chiara era esausta. Aveva imparato a proprie spese che il periodo delle festività era il più duro dell’anno, fatta eccezione per gli ultimi giorni di agosto e per le prime due settimane di settembre, che erano dedicati  alla scolastica: un continuo andirivieni di ragazzi che compravano o vendevano testi usati. Stava spostando una cassa di libri, quando fu colta da un giramento di testa; per un attimo la vista le si offuscò e provò un senso di nausea.
“Signorina, non dovrebbe trasportare questi pesi!” L’uomo prese la cassa e le chiese dove doveva metterla. Era alto, con le spalle larghe, aveva i capelli biondi e gli occhi verdi. Chiara gli indicò il magazzino. “Meno male che siete ancora aperti!”, esclamò lui dopo aver deposto i libri in uno spazio libero. “Comunque, si ricordi sempre di piegare le ginocchia quando solleva qualcosa di pesante.” Non aveva un viso bello, tuttavia era un viso che esprimeva bontà e forza. Studiò Chiara per un momento, come se frugasse nella memoria. “Ma io la conosco!”
“Non mi ricordo di lei.”, disse Chiara augurandosi che si sbrigasse a fare il suo acquisto. Era a pezzi e non vedeva l’ora di chiudere. “E’ del tutto comprensibile.”, replicò lui sorridendole. “Ci siamo visti a una riunione, ma eravamo in venti e io ero seduto in fondo al tavolo. Sono tornato da voi quest’anno per un affare molto importante e mi aspettavo di trattare con lei. Invece ho parlato con una certa dottoressa Giovanna Arnaboldi.”
Chiara annuì stancamente. “Mi ha sostituita.”, disse. “Ora… sto per chiudere, in cosa posso esserle utile?”
“Mi chiamo Bruno Malerba della D&G. E se non rammento male lei è la dottoressa Chiara Ballerini.” Ebbe il buon gusto di non fare domande. In ogni caso, non gli avrebbe certamente raccontato che era stata licenziata per aver riabilitato Giovanna e che nessuna società l’aveva voluta assumere, dato che si era sparsa la voce. Bruno si guardò intorno. “Non le farò perdere tempo. Mi consigli un buon libro, lo compro e me ne vado.”
“E’ per un regalo?”
Bruno sembrò irrigidirsi. Sebbene avesse ancora un’aria cordiale, il suo sguardo era diventato triste. “Nessun regalo. Da quando mi sono separato odio il Capodanno, il fracasso, la finta allegria. No. Questa sera desidero ascoltare un po’ di musica e svagarmi con una buona storia.”
“Qualcosa di impegnato?” Chiara aveva già in mano una novità da mostrargli.
Bruno rise. Era una bella risata, che trasmetteva calore. “No, grazie.”, rispose. “Conosco tutti i classici a memoria e anche gli autori contemporanei più importanti. Vorrei qualcosa di appassionante. Vorrei… immergermi in un altro mondo.”
“Se non l’ha già letto, questo potrebbe fare al caso suo.”, disse Chiara porgendogli  Mondo senza fine  di Ken Follett.
“Mmh perfetto, a cominciare dal titolo! Di lui conosco solo La cruna dell’ago, ma ho sentito parlare bene di questo romanzo.”
“Glielo incarto.”
“No, no. E’ inutile. Non voglio farle perdere altro tempo. Ecco la carta di credito.”
Quando Chiara gliela restituì, Bruno le strinse la mano. Una stretta forte, calda, asciutta. “Buon anno!”, le augurò dirigendosi verso l’uscita del Libraccio. Appoggiò una mano sulla maniglia, ma come per un ripensamento si voltò. “Adesso va a divertirsi, vero?”
Chiara sorrise per la prima volta. Un sorriso amaro. Aveva il viso tirato e le occhiaie, ciò nonostante Bruno la trovò incredibilmente bella. “Vado a casa.”, rispose lei in tono asciutto. Una camomilla e a letto. Anch’io non sopporto il Capodanno.” Avrebbe voluto aggiungere che una volta invece le piaceva.
“Ascolti, allora!” La sua espressione era tornata allegra. In quell’espressione c’era anche dell’altro: dolcezza, sensibilità, calore umano. “Se non ha un fidanzato geloso, perché non viene a cena da me? Ho preso qualcosa in gastronomia, poi potremmo vedere un bel film. Lo sceglierà lei, sempre che riesca a raccapezzarsi nel mio disordine.”
Chiara aprì la bocca per rifiutare l’invito, ma all’ultimo istante si trattenne. Quell’uomo aveva qualcosa di speciale. Probabilmente era uno scherzo della sua immaginazione, dovuto alla stanchezza; ma le sembrò di vedere un’aura dai colori tenui e delicati. Lo osservò con attenzione. Quello non era un uomo a caccia di avventure: era una persona sola, come lei. E, ne era certa, aveva tutto un mondo da donare.
“Mi lascia il tempo di fare una doccia?”
“Certo! Verrò a prenderla alle dieci. Una buona cena e una serata tranquilla. E non si preoccupi: non è mia usanza mostrare collezioni di farfalle né strani reperti archeologici conservati in camera da letto.” Diventò improvvisamente serio. “Non è questo che mi interessa.”
Chiara si perse in quegli straordinari occhi verdi, che le ricordavano il mare.
“Alle dieci.”, disse.
Poi si girò per fare il controllo di cassa.
Non voleva mostrarsi commossa.

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RICORDI DI UN AMORE MANCATO

Sebbene il sole non fosse ancora sorto, la notte andava schiarendosi. Non mancava molto all’alba. Nell’aria c’era un profumo di fuoco di legna e d’autunno. Più tardi, ci sarebbero stati anche quelli del caffè, del pane appena tostato e del bacon che friggeva. In tempi normali, quello era il miglior modo per risvegliarsi, pensò scendendo dal letto e affacciandosi alla finestra che dava sul prato e, oltre, sul bosco che si estendeva fino al mare. C’era un sentiero che, inoltrandosi fra i grandi, vecchi alberi, conduceva alla scogliera. Lo aveva percorso un’infinità di volte, poi era rimasto a guardare le onde sferzate dal vento, un peschereccio che si allontanava verso il largo, i gabbiani che calavano sull’acqua a caccia di prede.
Si soffermò a riflettere su ciò che distingueva il passato dal presente.
Benché conoscesse già tutte le risposte, indugiò davanti alla finestra scrutando, nel buio che lentamente si dileguava, la fitta distesa di piante, delimitata da uno steccato, mentre si poneva la stessa domanda che si era rivolto troppo spesso.
L’elaborazione del lutto, si ripeté.
Prima o poi, a seconda dei caratteri, tutti trovano la chiave per dimenticare il dolore, oppure per conservarlo, ma relegato da qualche parte, quasi anestetizzato. Una nuova compagna, l’accettazione serena della solitudine, la mente proiettata su nuovi progetti – lavoro, svago, viaggi, l’alcool come terapia.
Certo. Prima o poi, tutti elaborano il lutto.
Per lui era stato diverso.
All’inizio, non gli erano mancati i soldi, dunque non si era trattato di questo – capita che l’indigenza amplifichi la sofferenza, anche se succede pure l’esatto contrario: le difficoltà economiche prendono il sopravvento sui sentimenti. Adesso, il denaro si era esaurito, dato che aveva smesso di lavorare, e presto avrebbe dovuto lasciare la casa, dove viveva in affitto; entro un mese, lo sfratto sarebbe diventato esecutivo.
A quel punto, dove sarebbe andato?
Si scostò dalla finestra e andò in cucina. Non che gli importasse granché.
I ricordi del passato, pensò, che frase odiosa! Ciò nonostante, non poteva farne a meno.
Mentre il bacon friggeva, si versò un bicchiere di spremuta d’arancia e preparò il caffè. Prima di conoscere Barbara, aveva avuto dieci amanti. Non avrebbe saputo descriverle altrimenti; non erano state fidanzate, nemmeno per un breve periodo, benché avesse frequentato tre di loro per più di un anno. Mancava sempre qualcosa. Chiara rappresentava il sesso, Laura le affinità intellettuali, Simona era divertente: questi erano i loro ruoli, ed erano confinate in tali spazi senza la possibilità di uscirne. Le altre non contavano.
Mangiò con calma le sue uova, bevve il caffè e concluse la colazione con la spremuta. A pranzo, si sarebbe limitato a un po’ di frutta o di verdura. Una ciotola di minestra e due patate lessate avrebbero costituito la sua cena; per quello il primo pasto della giornata era sostanzioso. Lasciò piatto, tazzina e bicchiere nel lavello, quindi tornò in camera per vestirsi e uscì di casa.
Il sole era pallido, ma adesso c’era. Un principio di foschia era stato allontanato dal vento che soffiava regolare – ma non forte – da nord. Passò attraverso un varco della staccionata e imboccò il sentiero che portava al mare. Qui giunto, contemplò la distesa d’acqua.
Barbara riassumeva in sé le peculiarità di chi l’aveva preceduta: brava a letto come Chiara, colta come Laura, spiritosa come Simona. Ma l’amore non è una somma di caratteristiche, è misterioso per definizione, è alchimia, magia allo stato puro, feromoni che si attraggono. Barbara non aveva il fisico di Chiara, a causa della genetica e del fatto che non trascorreva un’ora al giorno in palestra e un’altra ora in piscina. Il suo viso era solo grazioso e gli occhi, di un azzurro diverso da quello del cielo, possedevano uno sguardo intenso, senza essere belli e profondi come quelli, verdi e attraversati da pagliuzze dorate, di Simona. Ma cosa contava questo? Niente. Barbara era unica.
Per qualche motivo si rammaricò di non vedere pescherecci. Forse più tardi, meditò, sebbene fosse improbabile. I pescatori si svegliano presto. Si sedette su una roccia e continuò a osservare il mare.
Se Barbara lo avesse lasciato per un altro, sarebbe stato diverso. Con ogni probabilità avrebbe elaborato il lutto. O magari no, però se ne sarebbe fatto una ragione. Avrebbe capito. Invece, se n’era andata da sola, perché stanca di lui. Non l’aveva più rivista, e non riusciva a immaginare in che cosa l’avesse delusa. Una breve lettera di lei aveva sancito il loro addio.
Si rialzò e lentamente tornò verso casa, voleva bere un secondo caffè e fumare la prima sigaretta della giornata. Camminava strascicando lievemente una gamba; niente di strano a sessantadue anni. Per il resto, ringraziando Dio, godeva di buona salute. Forse ci sentiva poco, ma questo rientrava nell’ordine naturale delle cose e comunque non era un disturbo grave.
Il bosco era silenzioso, almeno alle sue orecchie. Il profumo, intenso e meraviglioso, così come il paesaggio che lo circondava. Poteva affermare di conoscere ogni albero. Erano i suoi unici amici. Di tanto in tanto, il sole illuminava il sentiero cosparso di foglie brunite, arrecando un po’ di calore. Già da giorni la vegetazione aveva assunto le tonalità proprie dell’autunno, stagione che lui aveva sempre amato. Era bello camminare con calma, strascicando la sua gamba, scostando qualche ramo e guardandosi attorno nella speranza di vedere uno scoiattolo, un tasso, una volpe, un coniglio selvatico.
Era ormai prossimo all’abitazione, quando si fermò.
Un sorriso malinconico affiorò sulle sue labbra, senza però estendersi agli occhi. Non riusciva mai a protrarre a lungo l’incantesimo. Per quanto si sforzasse, a un tratto, senza preavviso, esso cessava, lasciandolo confuso e stordito. Talvolta, incredulo. Accantonò mestamente il pensiero di Barbara, e delle altre. Immagini sfuggenti, create nel corso degli anni. Aveva lavorato come un pittore dell’anima, disegnando, dipingendo, aggiungendo man mano nuovi particolari, correggendo ed esaminando senza indulgenza la sua opera, finché non ne era rimasto pienamente soddisfatto.
E ora il quadro c’era. Ma, purtoppo, come tutti i castelli di carta, bastava un soffio di vento per farlo crollare, lasciandolo con la visione, questa sì reale, di una vita solitaria. Era un quadro bello, tuttavia illusorio, simile ai sogni che si dimenticano nella fredda ora che precede l’alba.
Eppure, avrebbe tanto desiderato incontrare una donna, non importa se bella o brutta. Condividere con lei la sua esistenza. Accarezzare il suo viso, al risveglio. Fare colazione assieme. Condurla fino al mare, tenendola per mano. Regalarle dei fiori per leggere sul suo volto sorpresa e felicità. Parlare di libri, di musica, di cinema. Le piccole cose, le grandi cose.
Non erano pensieri nuovi, ma quella mattina lo colmarono d’angoscia, come mai in precedenza.
Scordò caffè e sigaretta.
Nel ripostiglio c’era un vecchio fucile, ancora funzionante.
Fu lì che si diresse.

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apartment-les+dunes-main-1604038-zoomALESSANDRA
A Cannes soffiava sempre il Mistral.
Per questo la bambina aveva associato il vento alla felicità. Scoprì la magia del fare e l’importanza dei sogni. C’era una piccola strada che portava alla ferrovia, in direzione opposta al mare su cui si affacciava il Palais des Dunes.
Ancora adesso era in grado di ricostruire la successione dei negozi: dapprima la boulangerie del signor Mercier. Sua  figlia, Janine, era la migliore amica della bambina. Spesso si sedevano su un muretto con le gambe penzoloni, sbocconcellando una baguette appena sfornata e raccontandosi quei misteriosi segreti che non appartengono agli adulti.
Si divertivano a dare un nome a ogni nuvola e a immaginare chi vivesse lassù.
Quindi c’era una cartoleria. Quello era un posto veramente magico: era pieno di penne, di quaderni, di matite colorate. Nel periodo di carnevale facevano la loro comparsa maschere di ogni tipo, coriandoli e stelle filanti. In uno scaffale disposto vicino al banco si vedeva un assortimento di scatole dai colori vivaci; ciascuna di esse prometteva un divertimento speciale. La commessa era una giovane graziosa, con i capelli biondi e gli occhi grigi; si chiamava Corinne, e le regalava sempre qualcosa. Molti anni dopo la bambina si sarebbe ricordata di lei, dando il suo nome alla protagonista di un racconto.
Poi c’era una boucherie. Jean, il proprietario,  sosteneva di vendere le migliori bistecche della Costa Azzurra. Era un uomo affabile, dalle spalle larghe e con il collo taurino, che amava giocare a bocce. Sull’altro lato della ferrovia, leggermente spostata verso nord, si apriva una grande piazza che conteneva almeno venti campi. Lei non ci andava quasi mai; ma era comunque uno spettacolo osservare tutti quei vecchietti impegnati in  partite che si protraevano fino al calar del sole e ascoltare le loro pittoresche imprecazioni. Proseguendo in quella direzione, si raggiungeva un porticciolo di pescatori, che un promontorio separava dalla rada di Cannes.
Dopo la macelleria, c’era una rivendita di biciclette, e, proprio al termine della via, abitava una delle due sorciere della città; però era sufficiente fermarsi prima per non correre rischi.
Tornando indietro, la bambina passava accanto al porto nuovo, per raggiungere infine la spiaggia.
Il mare era lì, che la aspettava. Una serie di rocce costituiva il confine settentrionale della baia; in quel punto l’acqua era meno pulita che nei lidi a pagamento; non c’erano ombrelloni, né ristorantini, e la sabbia era umida e piena di alghe.
Tuttavia, era il luogo ideale per giocare con la fantasia invincibile dell’infanzia. Entrava scalza nell’acqua e, camminando lungo il litorale, guardava gli alberghi lussuosi della Croisette – il Martinez, il Carlton, il Majestic – con le bandiere che sventolavano, mosse dal vento, sullo sfondo del cielo di un blu intenso. Si rimetteva le scarpe per entrare nel suo negozio preferito: un negozio che vendeva giornali e libri; lì c’era sempre un profumo speciale, di carta appena stampata e di chewing-gum alla menta.
A circa trecento metri di distanza, c’era il porto vecchio; e, dall’altra parte, l’imbocco di Rue d’Antibes, la strada dei cinema, dei bistrot e delle farmacie.
Quindi, la bambina compiva il percorso inverso fino al Palais des Dunes. Come in un rituale, si fermava davanti al Petit Lapin, un delizioso ristorante, ormai scomparso, dove aveva trascorso uno splendido compleanno;  e poi ancora presso la tabaccheria sull’incrocio, da cui dipartiva un’altra via che conduceva alla Rue d’Antibes. Prima di pranzo, avrebbe giocato con il suo arco, pensando di essere Sandrine des Bois; prima di cena, avrebbe guardato il sole tramontare, e la sera farsi notte.
E una volta a letto avrebbe aspettato l’inconfondibile rumore della macchina di suo padre.
Nella sua vita, non ci fu un altro periodo simile, e a nulla valse tornare periodicamente in quella città, in cui aveva vissuto giorni tanto spensierati da apparire quasi inverosimili.
Ma un tardo pomeriggio d’inverno, dopo essersi spinta fino allo studio dell’oculista che aveva frequentato da bambina, si fermò sotto a una palma per osservare una finestra.
Fu un’attesa di pochi minuti, perché poi la luce si accese, e quella luce, e quella finestra, le stavano recando in dono un altro tipo di magia. L’incantesimo che puoi trovare a ogni angolo di strada, ma che tuttavia non sempre è possibile riconoscere.
Oppure, rappresenta soltanto un frammento e non il tutto. Un frammento destinato a svanire, assorbito dalla nebbia del ritorno, dai lacci inesorabili tesi dal destino, dall’angoscia così abile a rubare il posto alla gioia, a togliere illusioni e speranze, a cancellare anche l’ultimo squarcio di serenità.
Il cammino prosegue, dato che questa è la volontà degli dei; e ci saranno opliti e non emozioni, navi dalle vele nere e non condivisione di affetti; ci saranno giorni del colore dell’ardesia, mentre in cielo il blu scolorirà rapidamente per trasformarsi in un manto di foschia.
Poi, subentreranno noia e rassegnazione. Voltandosi indietro e guardando, attraverso le barriere del tempo e dello spazio, si scorgeranno sensazioni che furono condivise, ma che adesso sono diventate la pallida luce di una notte rischiarata da poche stelle.
Eppure un tempo, un tempo ormai così lontano da sembrare solo un sogno, le stelle brillavano a migliaia.
Quel tempo riecheggiava i passi sicuri di una bambina scalza che amava il mare e il vento.
E che amava sognare.
Ma i sogni muoiono, così come le fate.

MICHELLE (VENTIDIPRIMAVERA)
A Cannes soffiava il Mistral
su istantanee di immagini
dove il tempo che scorre
-custodisce i ricordi-
su una cornice a colori
stemperata di battiti
-e-
traboccante di sogni
attraverso emozioni
-depositate-
negli occhi e nel cuore
incanto -forse- sciolto
di una bambina scalza
che amava il mare e il vento.

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DICONO CHE SOPRA LA TERRA NERA

Dicono che sopra la terra neraDicono che sopra la terra nera
la cosa più bella sia una fila di cavalieri,
o di opliti, o di navi.
Io dico: quello che s’ama.
Saffo

Da quando non ci sei più, sono come una nave alla deriva. Priva di direzione. Senza il timone affronta i marosi. Le onde la investono da ogni lato, sospingendola verso l’estremo confine, là dove il mare è percorso dal vento di settentrione. Scrosci di pioggia gelida cadono dal cielo livido; la schiuma si scompone, mostrando profondi abissi, scuri come la notte più cupa.
Da quando non ci sei più, non vedo il colore dei ciclamini; nessuna fragranza in una primavera che tarda a fiorire; anche il sentiero del bosco sembra condurre i miei passi lungo un cammino insensato.
Ricordo le giostre e il sapore della sera, rammento il profumo del caffè e il tuo sguardo. Giorni apparentemente neutri che tuttavia celavano incanti nascosti, risvegli felici per geometrie di vita dalle aggraziate proporzioni.
Parlammo dei minimalisti e ascoltammo il suono dell’ovest. Guardai il mare con occhi diversi. I miei occhi ora vedono una reiterata successione di passi inutili.
A cosa serve correre su una pista di cemento? Che significato può avere osservare cieli grigi e ostili, oppure volgere lo sguardo su ciò che è stato, sapendo che non tornerà? E’ peggio il dolore, lo strazio dell’anima lacerata e resa nuda, o la palese indifferenza con cui scruto un futuro ignoto che non mi interessa? Perché scrivere, quando la creazione si trasforma in un processo ostile, dove solo pochi frammenti emergono dall’oceano dei ricordi? Perché indugiare ancora, cercando musiche che evocano nostalgie, che non recano sollievo, simili a miraggi smascherati anzi tempo? E il tempo corre, scandido da meccanismi di ferro e di ghiaccio: ma non condurrà a un approdo sereno. Non ci saranno barche dalle gaie vele, né sabbia bianca, né lontani orizzonti.
La strada conduceva a una vecchia ferrovia, poco distante dal porto, a un ristorantino che nessuno più conosce, a una fiaba narrata in un giardino, alle palme e alla via segreta. I ricordi man mano svanirono, assorbiti da basse trame; si trasformarono in pulviscoli impalpabili, che la tramontana alla fine disperse.
Poi arrivasti tu.
E quello che sembrava perduto, rubato, svilito, riemerse da una nebbia antica per trasformare i miei giorni in raggi di sole. E sbocciarono fiori, i prati si rivestirono di verde, la brezza tiepida giunse convocata dall’amore. Il cielo divenne lo specchio blu delle mie emozioni; scomparve l’inverno, per lasciar posto a mattinate luminose, a un’estate imperitura del cuore.
Poi tu partisti.
Non ci furono parole. Non ci saranno più parole, tranne quelle che albergano, chiuse in cristalli gelati, dentro a qualche desolato anfratto della mia anima.

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Raccontami di teMARI:
Raccontami di te
ascolterò per ore
sarà come preghiera
nel silenzio tutto intorno
la testa leggera ritornerà
lasciando fuori questo dolore
che come sasso rotola
volando nei tuoi pensieri
ad occhi chiusi li vedrò
raccontami di te.

ALESSANDRA:
Aspettavo nella neve che andasse via.
Così mi aveva chiesto.
Faceva freddo, mi stringevo nel pesante giubbotto e scrutavo le finestre di quella che era stata la nostra casa. Quando si fossero spente le luci, quello sarebbe stato il segnale e avrei potuto rientrare. Avevo i piedi gelati. Come il cuore. Mentre preparava le ultime valigie – le valigie servono sempre per partire, mai per tornare – cercavo di escludere dalla memoria il grande mare dei ricordi. I bistrot e i ristorantini di Cannes, fra palme e luci; le spiaggie di Cipro, e gli internet-point; il tè del Marocco e i cieli incredibili della Tunisia. E il nostro coniglio.
Le colazioni all’alba, il profumo del caffè, i sorrisi e i discorsi, le opinioni differenti, i diversi libri amati. Un film visto di notte. Musica. Musica! E ancora musica. Questo è per sempre, pensavo.
Mai fare affidamento sulla buona sorte, perché la vita è maestra di inganni, da un lato ti tende la mano, sorridente – ma è un sorriso falso -, dall’altro prepara spirali d’angoscia.
Raccontarti di me?
Poco ho da dire, ormai quasi nulla da spartire.
Scrivo e leggo. A volte, guardando fuori della finestra, vedo ancora il cielo blu; molto più spesso, però, è del colore dell’ardesia. In questi giorni piove sempre e io detesto la pioggia, il freddo, l’oscurità.
Vorrei tornare in Francia, camminare scalza sulla sabbia, visitare ancora la città vecchia e poi la Croisette, i raggi del sole sulle onde, le bandiere che garriscono al vento, il porto vecchio e il Palais Des Dunes. Sandrine de Bois che ascoltava le fiabe di suo padre.
Vorrei che la mia vita fosse stata diversa.
Vorrei essere più buona.
– Parlami anche tu –
Non sopporto certi risvegli affannosi e solitari, quando il giorno che mi attende sembra un viaggio inutile, percorso soltanto da delusioni, amarezza, angoscia. E la sera poi…
Mi guardo allo specchio. Capelli biondi che un tempo erano simili al grano d’estate, e che ora appaiono opachi; occhi azzurri che non trasmettono nulla. Oh, le gambe, sì, quelle sono ancora belle. Per quel che conta. Poi osservo le mie conchiglie, quasi sperando che per magia mi rechino in dono l’eco del Mistral.
Se solo potessi cambiare le ore, i giorni, secondo la mia volontà – quel poco di essa che rimane – ah, saprei bene cosa fare.
Ma non puoi mutare il corso del cammino, non puoi scegliere una vita diversa, né ricostruire scenari di sogno.
Il tuo dolore è anche il mio.
Ma tu mi hai chiesto… e nessuno lo ha fatto. Questa notte strana, fra stelle scintillanti e il suono di un flauto, una birra gelata e il sapore delle fragole di bosco… questa notte lontana e tuttavia presente… questa notte aprirò il mio cuore.
Ti racconterò di rondini e farfalle. Ti racconterò di amori e di speranze. Lo farò, perché tu lo aspetti.
Ti racconterò di me.

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IL MONDO PERFETTO

il mondo perfettoIl mondo era cambiato cinquant’anni prima. Le società più evolute erano riuscite ad attrezzarsi per sopravvivere, popoli meno fortunati si erano completamente estinti. La Terra era diventata un luogo grigio e malato, dominato dalle esalazioni scaturite dall’esplosione di tremendi ordigni nucleari. Una cappa permanente impediva di vedere il sole di giorno o le stelle di notte. Ma questo non era un problema, dato che gli uomini ora vivevano in grandi città costruite cento metri sotto il suolo. La luce era artificiale, tutto era freddo e meccanico, uno scenario che ricordava i più terrificanti romanzi di fantascienza.
Ma le generazioni che erano nate dopo quello spaventoso evento, non avevano nulla da ricordare o da rimpiangere. Semplicemente, questa era la loro vita, e l’avevano conosciuta fin dal momento della nascita. Solo qualche vecchio rammentava ancora il profumo dei fiori, l’incanto del mare, l’azzurro del cielo oppure la fiabesca magia di un bosco.
Susy amava molto ascoltare le vecchie storie di suo nonno. Molti lo prendevano per pazzo, ma la bambina sapeva che quello che raccontava era vero, che in un lontano passato la vita era stata incomparabilmente più bella, che i bimbi potevano giocare a pallone sui prati o inventarsi strane avventure lungo i crinali di una collina. Era possibile fare il bagno nei ruscelli, osservare i lunghi tramonti estivi, uscire di casa al mattino accolti dal tepore della primavera oppure dal freddo pungente dell’inverno. L’autunno era un grande pittore, l’estate la stagione della vita.
Susy avrebbe tanto voluto vivere in quel periodo. Attraverso le parole del nonno era riuscita a costruirsi un quadro completo: quando lo stava ad ascoltare, o dopo, mentre rifletteva su ciò che aveva appreso, le sembrava proprio di vedere quel mondo tanto diverso, luminoso e pulsante di vita. Aveva imparato che esistevano animali straordinari, cani affettuosi, gatti eleganti, uccellini che portavano l’allegria con il loro canto. Non capiva perché avessero proibito i libri. Non esistevano infatti volumi che parlassero del passato o illustrazioni che lo raffigurassero. Gli unici testi consentiti trattavano del presente, o di un futuro che le appariva triste e monotono. C’erano mille macchine che potevano aiutare a risolvere qualsiasi tipo di problema; c’erano leggi precise e severe che escludevano la delinquenza; la sicurezza economica di tutti era garantita dalle strutture sociali.
Ma Susy non era contenta.
Avrebbe voluto uscire all’aperto per scoprire di persona il mondo superiore. Tuttavia non era permesso. Inoltre, non c’era nulla di bello da vedere, almeno a sentire i discorsi di quei pochi che un tempo avevano vissuto lassù, fuori da quell’ambiente opprimente e claustrofobico, percorso da luci glaciali, dove anche la temperatura era stabilita in base a una precisa regolamentazione.
Solo suo nonno confidava che, in tutti quegli anni, qualcosa potesse essere cambiato. “Alla fine la natura riprenderà il soppravvento.”, amava dire. “E forse tu, piccola, avrai la grande fortuna di rivedere le stelle.”
Quando lui morì, e venne bruciato secondo le disposizioni vigenti, Susy si chiuse per tre giorni in camera. Ignorò i programmi computerizzati che avrebbero potuto permetterle di vedere cartoni creati a suo piacimento, dove lei stessa avrebbe interagito con il soggettista che altri non era se non un organismo cibernetico capace di assecondare i suoi desideri, sino a realizzare l’epilogo che lei preferiva.
Pianse a lungo, nascosta sotto alle lenzuola, poiché sapeva che in quella società le lacrime erano proibite. Così come le malattie, che erano state debellate. Si moriva solo di vecchiaia. Era un mondo perfetto, decisamente migliore di quel “prima” che tanti danni aveva arrecato all’uomo.
Alla fine, Susy si decise. Un giorno, il nonno le aveva mostrato la via proibita, l’unico modo per evadere dalla città sotterranea e per guadagnare la superficie della Terra, laddove esistevano solo contaminazione e macerie, oltre al ricordo di un mondo sbagliato. I programmi computerizzati che avevano sostituito la scuola ribadivano in continuazione che questo era il mondo perfetto. L’altro non esisteva più, e se fosse rimasto qualcosa, si sarebbe trattato unicamente dell’ultimo ricordo ignominioso.
Nell’ora in cui tutti dormivano, un sonno pesante e privo dell’illusorietà dei sogni, indotto da speciali pillole che era obbligatorio assumere, Susy intraprese quel pericoloso cammino. Se fosse stata scoperta, sarebbe stata annullata. Cancellata dagli annali, in quanto gli errori non erano ammessi e, in tutta evenienza, lei sarebbe stata la prova di un palese errore.
Con il cuore che le batteva forte, affrontò il tragitto che l’avrebbe condotta fuori dal mondo perfetto. Grazie ai suggerimenti del nonno era in grado di passare inosservata, di ingannare i pulsori e tutte le forme di controllo che avrebbero dovuto impedire a chiunque di infrangere la “prima legge”.
E alla fine uscì allo scoperto.
Il primo impatto non fu positivo.
Susy si aspettava di vedere foreste verdi, laghi dalle acque fresche e trasparenti, fiori dai mille colori, teneri ciuffi d’erba. Invece la terra appariva bruciata, qua e là si distinguevano profondi crateri; in lontananza, il panorama si stagliava spoglio: un susseguirsi di burroni e di rocce annerite simili a denti aguzzi protesi verso un cielo soffocato dalla foschia stagnante.
Ma poi la bambina si rese conto che qualcosa stava cambiando. Volgendo lo sguardo a occidente scorse un piccolo bosco. Si incamminò in quella direzione e, man mano che procedeva, percepì distintamente una fragranza nuova nell’aria. Il vento soffiava allontanando la coltre di nubi. Susy comprese che quello era un inizio, che la natura non si sarebbe fermata, e che a poco a poco avrebbe sconfitto l’inferno provocato dall’uomo. Ci sarebbe voluto molto tempo, certo, ma lei ne aveva in abbondanza.
Poi vide un cagnolino. Lo riconobbe immediatamente, dalle descrizioni del nonno. Non aveva paura di lei, si lasciò accarezzare, le leccò una mano. Susy rise di gioia.
Dopo aver giocato a lungo con lui, riprese la via che l’avrebbe portata a ovest.
Il cagnolino la seguì.

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LA PACE DEL LUPO

la pace del lupoE’ arrivato il luna park.
Ogni anno torna, sempre in questo periodo. Ricordo quando ci andammo assieme. Lei che, a causa delle mie orecchie, mi chiamava sempre “lupo”,  rideva e passava a “lupo pauroso”, perché non la seguivo sulle attrazioni più spericolate. Lei si divertiva a rimanere ferma a testa in giù, sospesa nel cielo; io venivo assalito dal panico solo a guardarla. Anche da bambino era così. Non so se questa fobia abbia un nome: io ho il terrore delle altitudini, è qualcosa in più rispetto a una comune vertigine, c’è la stessa differenza che intercorre fra il mare e un lago; vengo assalito da ondate di angoscia che non è esagerato definire devastanti. A me piace il trenino nel castello delle streghe, e lei rideva anche di questo.
Quando c’era.
Oggi è una magnifica giornata di sole e di vento; la brezza ha scacciato le nubi del mattino, il cielo è limpido. Tornando in anticipo dal lavoro, fermo la macchina. Per alcuni istanti esito, poi svolto e la parcheggio nel grande piazzale. Scendo e mi avvio lentamente. Ho sempre amato il luna park. E’ simile a un sogno colorato; mi ricorda i momenti più belli dell’infanzia.
Mi ricorda lei.
Gira, la giostra gira. Come la vita. Ma la giostra poi si ferma, mentre la vita prosegue, con i suoi tradimenti e le sue amarezze, con le sere spalancate sul nulla e i risvegli pervasi dall’eco dell’ultimo incubo, sognato nella fredda ora che precede l’alba.
Gira, la giostra gira. La vita è un grande inganno. Quello che promette non mantiene: elargisce rimorsi e rimpianti a piene mani, sottrae gli istanti più felici trasformandoli in buchi desolati, dove vorresti nasconderti per sempre. Nasconderti agli altri, ma soprattutto a te stesso, incapace come sei di voltare pagina, di dimenticare una volta per tutte che non sai dimostrare il tuo amore, fra silenzi e mezze frasi sospese, fra gesti pensati e non compiuti, fra sorrisi immaginati ma non portati alla luce. A volte crescono muri che sembrano fatti di indifferenza; in realtà, sono composti da un’apparente freddezza, che non corrisponde alla vera intensità dei sentimenti. Però con il tempo si trasformano in blocchi di granito, in torri di cemento che potrebbero essere tuttavia abbattute, sgretolate, distrutte, ma a costo di uno sforzo che per noncuranza o egoismo si finisce per rimandare in eterno. Basterebbe una carezza. E il muro scomparirebbe. Adesso vorresti abbracciarla ma adesso è tardi.
Gira, la giostra gira. A ogni nuovo giro corrisponde un pensiero diverso. Sono tutti pensieri cupi, viaggi in abissi profondi simili a un inferno personale, senza diavoli, poiché i diavoli non servono; il ghiaccio e il fuoco te li porti dentro, e un corvo nero è appollaiato sulla tua spalla. Ti parla di continuo e quello che dice è sgradevole. La primavera irrobustisce la malinconia, perché rappresenta la stagione della rinascita e tu sei già morto dentro; lo sai, e lo sa bene anche il corvo. La giostra gira su giorni avari, e speranze sepolte nell’animo. La giostra non si ferma e ti costringe a proseguire, passo dopo passo, lungo la strada della desolazione. Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria. L’ho studiato a scuola tanti anni fa. Rammento che era uno dei miei canti preferiti, assieme all’ultimo del Paradiso. Ma per me non esiste un paradiso. Le emozioni appartengono a un altro tempo.
Ignoro il mio trenino prediletto e raggiungo l’ottovolante. Compro tre biglietti.
Un giro per pensare, un giro per sognare, un giro per morire.
Sento arrivare la prima fitta al cuore, e mentre mi comprimo il torace riesco finalmente a sorridere.
Donami la pace.

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