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ANATOMIA DI UN SUICIDIO ANNUNCIATO

negozio_fioriIl ragazzo usava la fionda con crudele determinazione. L’uomo gli si avvicinò e con gentilezza lo dissuase dal continuare. In realtà, il ragazzo avrebbe voluto proseguire perché gli piaceva colpire gli uccelli, abbatterli… tanto a che servivano? Ma anche se con riluttanza si infilò la fionda in una tasca e a passi lenti si avviò verso il limitare del bosco. Sebbene non fosse un vile e sebbene a dispetto dell’età fosse grande e grosso, qualcosa che aveva visto negli occhi di quell’emerito sconosciuto lo aveva convinto, non tanto ad abbandonare il suo hobby preferito ma a rimandarlo a un’altra occasione.
L’uomo lo osservò allontanarsi, poi, quando fu scomparso dalla sua visuale, fissò lo sguardo sugli alberi. Erano quasi spogli, ormai; l’inverno incombeva e presto un bianco abbraccio avrebbe sostituito la straordinaria suggestione dei colori dell’autunno, i tappeti di foglie che rilucevano al sole, i rossi bruniti, le sfumature dorate, le tinte calde, oltre allo scricchiolio delle foglie sotto i piedi. L’uomo amava i boschi e gli alberi, si perdeva in quell’incanto ed era capace di trascorrere intere ore a camminare o anche solo a sostare per immergersi in un mondo che per lui era fatato. Si sedette su un grosso sasso, accese una sigaretta e lasciò che i suoi pensieri corressero liberi, come cavalli selvaggi in una vasta prateria. Ma, benché non fossero trattenuti dalla volontà cosciente, malgrado potessero spaziare ovunque, essi, come sempre negli ultimi tempi, si focalizzarono su un’unica persona, la stessa con cui egli divideva i momenti che precedono il sonno, gli attimi sovente confusi che seguono il risveglio, nell’alba ancora fredda e oscura, le interminabili ore del giorno.
Nel corso di un’esistenza ormai lunga, aveva avuto molte donne, troppe. Una sera, davanti alla quarta birra e a due amici, aveva ripercorso l’alfabeto, scoprendo con generale ilarità che gli mancavano soltanto quattro lettere per completarlo con l’elenco di tutte le sue conquiste.
Ora, invece, non rideva più. Era solo. E lei era irraggiungibile.
Lavorava in un negozio che vendeva fiori. Quando vi si era recato in occasione della ricorrenza dei defunti, gli aveva rivolto parole gentili; e successivamente, tornato grazie a una banale scusa, era riuscito a parlarle per più di un’ora. Avevano parlato di molte cose, scoprendo sensibilità affini, interessi condivisi. Marco, questo era il nome dell’uomo, aveva anche appreso alcuni particolari che tagliavano la testa a un ipotetico toro: Letizia era sposata e aveva tre figli; inoltre era più giovane di ventidue anni.
In altri tempi probabilmente ciò non lo avrebbe dissuaso, ma quei tempi erano finiti, così come il successo, il denaro e le auto di lusso. Era giunto al crepuscolo, ed era un triste crepuscolo, avvolto dalla bruma della solitudine, scandito dalla pioggia incessante delle occasioni gettate al vento.
Poi era arrivata Letizia, cogliendolo di sorpresa.
Un bene o un male?, si domandò spegnendo con cura la sigaretta.
Tornò da lei una terza volta per comprare una pianticella invernale, e si stupì di se stesso poiché si aprì completamente, raccontandole episodi di un lontano passato. Il profumo dei fiori e in sottofondo le note di una melodia di Mozart, unitamente all’arredamento semplice ma ricco di gusto, infondevano un senso di calore. Era bello stare lì e le parole uscivano da sole, come dotate di volontà propria. Letizia lo ascoltò con attenzione. Quella fu l’ultima visita.
Marco si rialzò, dirigendosi a est, nel folto del bosco. Lì scorreva un ruscello che presto sarebbe ghiacciato; scendeva dai monti che si stagliavano nel cielo limpido. Più avanti il terreno digradava fino a un piccolo lago, oltre al quale un sentiero tortuoso portava a una chiesetta abbandonata. Poi il bosco finiva e apparivano le prime case.
Marco era stato sposato. Non aveva mai compreso fino in fondo le ragioni che avevano indotto sua moglie a lasciarlo e adesso lo strazio profondo che aveva provato era stato sostituito da una sorta di limbo dei sentimenti, un sonno della mente spesso visitato da incubi… fino a quando aveva conosciuto Letizia.
Cosa c’è in lei che mi attrae?, si chiese non per la prima volta.
La bellezza? Indubbiamente era bella, però non era quello, non solamente quello almeno. Dopo tutto, era maturato, un po’ tardi forse, anzi: senza forse. Ricordi improvvisi balenarono in lui, simili a frecce scagliate da un arciere provetto. Ragazze che aveva illuso, ignorando il loro chagrin, ragazze che rappresentavano unicamente bersagli raggiunti da aggiungere alla sua collezione. Con la moglie, no, con lei era stato diverso: nessun tradimento, la volontà di provarci sul serio. Però qualcosa non aveva funzionato, forse a causa di un’aridità di sentimenti innata.
Letizia possedeva ben altro, oltre alla bellezza. Lo spirito vivace, l’intelligenza, la prontezza, la sensibilità.
Continuò a camminare. Quando fu in prossimità della chiesetta si fermò di colpo, travolto da un’immagine come scaturita dal nulla. Una spiaggia bianca, un cielo talmente blu da far male al cuore, l’acqua verde, i delfini visibili dopo la barriera corallina, alle spalle un bungalow con una veranda dove poter bere un cocktail con lime alla sera… lui e Letizia.
Rimase stupefatto per l’intensità di quella visione. Il cuore batteva forte. La mente era in subbuglio. Scosse la testa con rabbia, inghiottì quattro Tavor e raggiunse il paese. Entrò nell’unico negozio di alimentari e si guardò attorno. Per fortuna, vide una bottiglia di bourbon, la acquistò e tornò sui suoi passi.
Giunto che fu al laghetto, ne aveva bevuta la metà.
Lanciò un’occhiata in alto, quasi a cercare l’ispirazione giusta; quindi, tracannò un altro sorso.
Vedi, disse a se stesso: niente moglie, nessuna Letizia, e credo che sia quello che mi merito. Quante donne ho fatto soffrire, quanti sentimenti ho calpestato, di quali disgustose colpe mi sono macchiato? La vita ti rende ciò che tu dai, e cosa ho mai dato io? Poco. Molto poco.
D’altro canto, cosa mi riservano queste giornate vuote? Morire si deve morire, che differenza fa il quando o il perché? E’ una mia decisione, no? Portò di nuovo la bottiglia alla bocca. Tre quarti.
Una risata vacua. Sapeva che a dispetto delle sue proporzioni il laghetto era sufficientemente profondo.
Immerse i piedi nell’acqua.
Scagliò la bottiglia lontano.
Uno, due, dieci passi.
Guardò in basso; gli parve di vedere scheletri e teschi ghignanti che gli rivolgevano inviti osceni. Un’allucinazione dovuta all’effetto combinato della benzodiazepina e dell’alcool, si disse. Un vento freddo calò all’improvviso dai monti: Marco rabbrividì. Mani adunche si agitavano sul fondale, cercando di afferrargli le caviglie. L’acqua era diventata torbida, ciò nonostante riuscì a distinguere una specie di botola, oltre la quale si intravedeva un tunnel buio che scendeva, scendeva fino a un baratro fiammeggiante. In quella voragine fisionomie note e sconosciute sembravano fluttuare trascinate da un fiume di sangue. Voci remote lo chiamavano. Marco barcollò in preda alla nausea e allo stordimento.
E poi… feti abortiti, bambini sventrati, donne scarmigliate che con le unghie protese si cavavano gli occhi l’un l’altra, un cavallino frustato senza pietà, cani che guaivano, bimbe che si offrivano orribilmente lascive, e sterco, e lezzo di urina, mostruosità partorite dall’inferno. Dagli anfratti più profondi di tale abominio si levava una coltre di velenosa nebbia, percorsa da artigli che laceravano cuori, speranze, ogni parvenza di luce.
Simile a un condannato che osserva il patibolo che lo aspetta, Marco si perse in quelle visioni. Meglio morire subito!, pensò.
In quel momento una mano si posò con forza sulla sua spalla.
“Eppure hai fatto anche del bene, no?”, dichiarò una voce limpida come una sorgente di montagna. “Me lo raccontasti tu. Quel ragazzo nero cui pagasti il biglietto dell’aereo per permettergli di tornare in Africa in modo che potesse dissuadere i genitori dal divorziare. Ricordi? E la notte trascorsa pregando al capezzale di una persona che stava per lasciare questo mondo. E le persone che hai aiutato. E le opere di bene…”
Incredulo, Marco si voltò.
Non c’era nessuno, però la voce proseguì: “Basta soffrire, Marco! Ti aspetta un futuro molto migliore di quanto tu possa immaginare.”
“Mah…”
“Torna subito a casa!”, gli intimò Letizia.
E lui obbedì.
Vomitò quanto c’era da vomitare e intraprese il cammino del ritorno.
Lungo la strada, un bastardino gli si accodò.

Vi auguro buone feste. Dato il periodo natalizio, “Guerra Totale” e “Caro Diario” torneranno con l’anno nuovo.

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