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Posts Tagged ‘Carrick e lo strano caso di Jack Sparrows’

Jack Sparrows aveva una fantasia incredibile.

Fin da bambino si dilettava a immaginare storie fantastiche, popolate da Elfi, draghi, maghi cattivi e streghe crudeli. Tuttavia, a differenza dei racconti tradizionali di cui l’Inghilterra abbondava, dove i buoni vincevano sempre e i malvagi erano sconfitti, egli amava sovvertire le regole. Nelle sue storie, la principessa veniva immancabilmente sedotta dal negromante, il prode guerriero che avrebbe dovuto salvarla cadeva vittima di un’imboscata, e i bambini diventavano schiavi di creature terribili e senza nome.
Quando imparò a leggere e a scrivere, cominciò a mettere su carta ciò che inventava. Nel frattempo, lesse molti libri che trattavano argomenti analoghi; ma se da un lato si fece una vasta cultura, da quell’altro non poté evitare di provare un senso di disdegno: quelle vicende, per quanto spesso fossero scritte bene, finivano tutte allo stesso modo. Il principe traeva in salvo la figlia del re, i bambini riuscivano a fuggire e a tornare a casa, il mago sprofondava in un nero abisso nel quale veniva divorato dalle fiamme.
Jack pensava che si potesse fare di meglio.

Iniziò a lavorare ad un’ampia epopea. Si svolgeva in una terra immaginaria, fuori del tempo. Sebbene nelle descrizioni della natura – alte montagne, laghi profondi, distese innevate – e degli avvenimenti – pozioni magiche, sortilegi, duelli -, Jack seguisse i canoni classici della letteratura cosiddetta fantasy, lo svolgimento dei fatti era però totalmente diverso.

Jack provava un piacere sottile a ideare trame oscure e spaventose, e con il passare degli anni aggiunse alla sua storia particolari sempre più scabrosi e raccapriccianti. Quando incominciò a interessarsi alle ragazze, introdusse nel racconto elementi perversi e, in spregio a tutte le regole, brani che parlavano esplicitamente di sesso. Ma non si limitò a questo: sfidò apertamente le convenzioni. La strega seduceva una casta fanciulla, dando vita a un appassionato rapporto lesbico; il bimbo innocente si abbandonava a ogni sorta di nefandezze con il mago. Poi comparvero fruste, strumenti di tortura, droghe che infiammavano i sensi. Insomma, non si trattava solo di sesso, ma della sua versione più trasgressiva.
Jack seguiva uno schema preciso: dedicava un giorno alla stesura delle nuove pagine e il giorno successivo alla correzione e all’ampliamento di ciò che aveva scritto da adolescente. Terminò il libro a ventiquattro anni. Si intitolava “The Black Land” ed era un tomo di mille pagine. Secondo Jack era un autentico capolavoro, perciò rimase deluso e sconcertato quando tutti gli editori a cui si rivolse bocciarono senza esitazioni la sua opera.

Erano chiaramente degli incompetenti, pensava; ma questo non cambiava la situazione: nessuno lo avrebbe mai pubblicato.

Sentì crescere dentro di sé un forte senso di frustrazione, che progressivamente si trasformò in rabbia, odio e desiderio di vendetta.

“Questo è un giorno indimenticabile!”, affermò Alexandra, raggiante. Alexandra era una suffragetta. Finalmente alle donne era stato concesso il diritto di votare, sebbene in forma limitata. Si estendeva a chi aveva più di trent’anni ed era proprietaria di un’abitazione; tutte le altre erano escluse. Comunque, si trattava di una grande conquista.
“Io non potrò votare, però sono contenta.”, disse Patricia.
Alexandra annuì. “Palazzi e cattedrali non si costruiscono in un giorno. Ma è soltanto questione di tempo, poi il suffragio verrà allargato.”
Alexandra aveva trentadue anni e possedeva una casa.
Finì di bere il the e sorrise all’amica. Si erano conosciute due anni prima, durante una manifestazione. A parte l’impegno politico, avevano poco in comune: Alexandra era piccola, snella, con una cascata di capelli biondi e gli occhi celesti; Patricia era alta e bruna, con gli occhi verdi. L’una aveva un temperamento malinconico, l’altra era energica e volitiva; ricca di famiglia, la prima, di umili origini, la seconda. Alexandra non aveva mai avuto una relazione seria – solo qualche flirt di scarsa importanza -, Patricia amava un uomo che non la ricambiava, benché provasse simpatia per lei. Data la sua avvenenza, Patricia contava su frotte di ammiratori; era curioso che si fosse invaghita di una persona che non la corrispondeva, ed era ancora più singolare il fatto che l’oggetto del suo amore non fosse particolarmente attraente. Ma Patricia in un uomo non cercava la bellezza. Alexandra White era una scrittrice, Patricia Thompson lavorava per lei da alcuni mesi. Faceva un po’ di tutto: sbrigava la corrispondenza, teneva in ordine lo studio, leggeva ciò che Alexandra scriveva, segnalandole eventuali errori e dando consigli spesso preziosi. Malgrado fosse priva di istruzione, era intelligente e perspicace. L’ultimo libro di Alexandra, “Fairies”, stava vendendo molto bene. Era la terza parte di una saga incentrata sulla figura di una fata in perenne lotta con il mondo del male. Aveva un temibile antagonista: Lord Ascher, un mago cattivo dotato di vasti poteri, che tuttavia lei riusciva a sconfiggere sempre.
Il maggiordomo bussò alla porta.
“C’è un signore che chiede di essere ricevuto.”, disse porgendole un biglietto da visita.
Alexandra aggrottò la fronte. Quel giorno non aspettava nessuno e il nome annotato in corsivo sul cartoncino Bristol non le diceva niente.
Ma aveva già scritto per quattro ore e non aveva nulla di preciso da fare. “D’accordo.”, acconsentì. “Fallo accomodare in salotto.” Si rivolse a Patricia. “Chi sarà mai questo Jack Sparrows?”

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