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Posts Tagged ‘avventura’

La valle di PhilPhil aveva acquistato il pick-up prima di partire per la Green Valley. Era indispensabile avere un mezzo sicuro e affidabile, e a parte questo la sua vecchia Honda gli avrebbe ricordato un passato che invece voleva dimenticare e un genere di vita che adesso disprezzava. Salì a bordo con il pensiero rivolto alle due donne. Quella sera avrebbe sistemato tutto, trovando un modo per farle andare nuovamente d’accordo. Aveva cambiato idea: non avrebbe parlato soltanto con Elizabeth, ma anche con Patsy. Poi le avrebbe invitate a vuotare il sacco. “Vi do un’ora di tempo per insultarvi e dirvi in faccia tutto quello che pensate. Alla fine vi chiederete reciprocamente scusa. E saranno scuse sincere, perché avrete capito ciò che esasperava l’altra. Sarà sufficiente cambiare atteggiamento e andrete di nuovo d’amore e d’accordo.”
Sono un genio.
Accese il motore, e in quel momento lo sportello si spalancò improvvisamente dalla sua parte.
Phil si girò di scatto, sorpreso.
Sugar gli stava puntando una pistola contro.
“Sei impazzito?”
Jack Straw sorrise, mostrando i denti. “Per niente! Vedi, amico mio, io sono abituato a ottenere quello che voglio. E dato che con te le buone non hanno funzionato, mi trovo costretto a cambiare metodo.” Lo colpì con violenza in pieno viso. Phil provò un dolore atroce; per qualche orribile istante pensò di essere diventato cieco: la vista gli si oscurò, come se fosse avvolto in un mondo di tenebra.
Jack fece il giro del pick-up e si sistemò sul sedile del passeggero. Mentre teneva d’occhio Phil, chiamò Tom con il cellulare. “Ho convinto l’hippy. Seguici!” Tolse la comunicazione e aspettò che la sua vittima si riprendesse. Quando gli sembrò più o meno cosciente, indicò la strada davanti a sé. “E ora mi porterai nella tua dannata valle. Ti ho detto che devo scrivere un libro ed è esattamente quello che farò. Stai tranquillo, quando avrò finito pagherò per il disturbo.”
Malgrado lo stordimento e il dolore, Phil riuscì a rispondergli in maniera sarcastica. “Uno scrittore che va in giro armato?”
“Uno scrittore che va in giro armato. E adesso basta con le chiacchiere. Andiamo!”
Phil non si mosse.
Jack Straw gli premette la canna della rivoltella sulla tempia.
Phil ingranò la marcia.

La capanna in cui vivevano aveva un unico locale, però molto spazioso. Sulla destra, vicino all’ingresso, c’era un letto matrimoniale; in mezzo, il tavolo dove mangiavano, con quattro sedie; in fondo, una credenza che conteneva tutto quello che serviva. Sulle pareti avevano appeso delle foto. Elizabeth osservò la più grande: li ritraeva tutti assieme; sorridevano e avevano l’aria felice. Era stata scattata poco prima che partissero da Los Angeles. Liz provò un moto di malinconia. Aveva sperato che le cose andassero diversamente. Phil era soddisfatto. Lei e Patsy, invece, erano impegnate in una competizione estenuante. Ma ora aveva trovato il “suo” piano. Decise di incominciare proprio con Patsy. “Come stai, tesoro?”
Patsy le lanciò un’occhiata interrogativa. Era forse da un anno che non si scambiavano vezzeggiativi. “Niente di speciale.”, rispose.
Liz si sedette sul bordo del letto e le prese una mano. “Desidero parlarti.”, disse. Scelse con cura le parole. “Stavo guardando quella foto”, la indicò con un dito, “e mi sono resa conto di rimpiangere quei tempi. Eravamo contenti, non litigavamo mai, stavamo realizzando un sogno. Adesso è tutto diverso. Tu sostieni di amarmi, e forse in parte è vero, tuttavia lo dici soltanto quando stai godendo. In realtà, non mi sopporti. E…” Trasse un profondo respiro, prima di continuare. “E non posso darti torto. Spesso mi comporto male. Sono antipatica e scorbutica. Ecco volevo che tu sapessi questo: da oggi tornerò la Liz degli inizi.”
Patsy era sconcertata. Quel discorso l’aveva presa completamente alla sprovvista; non si sarebbe mai aspettata una manifestazione di umiltà da parte di Elizabeth. Se avesse seguito il suo istinto, avrebbe colto la palla al balzo per infierire su di lei. Ma sarebbe stato un errore. Visto che la sua avversaria deponeva le armi, poteva fare altrettanto. Un clima più disteso le avrebbe permesso di concentrarsi con maggiore tranquillità sull’obiettivo che si era prefissa: conquistare definitivamente Phil ed escludere Liz dalla loro vita. “Hai ragione su un punto.”, disse. “Una volta eravamo più felici. Però hai torto addossandoti tutte le colpe. Ho anch’io le mie responsabilità. In quanto all’amore… io ti amo veramente, anche se non andiamo molto d’accordo.” Cercò di sorriderle nel modo più dolce possibile. “Ti amo veramente!”, ripeté con un tono di voce che dentro di sé giudicò semplicemente irresistibile. Avrei dovuto fare l’attrice.
Liz ricambiò il sorriso. Dopo un momento di esitazione, disse: “Anch’io ti amo.”
Si chinò su di lei e la baciò sulla bocca.

Uscirono dal paese, dirigendosi verso le montagne. Il primo tratto di strada era agevole: il fondo era asfaltato e le curve larghe e sicure. Si lasciarono alle spalle campi e vigneti, superarono una fitta foresta di pini, quindi attraversarono un ponte. Da lì in avanti il percorso diventava tortuoso, inerpicandosi fino a un passo. Poi ci sarebbe stata una lunga discesa, seguita da una salita ancora più ripida. Quando furono in cima alla montagna, Jack Straw ordinò a Phil di fermare il pick-up. La Chevrolet si arrestò a pochi metri di distanza.
Tom effettuò una strana manovra che lo portò a posizionare la macchina con il muso rivolto verso il bordo della strada. Sotto c’era un burrone. In fondo al burrone, un lago. “Scendi.”, disse Jack. Si trovavano a oltre mille metri di altezza; sebbene fosse mattino inoltrato, l’aria era fredda. Jack si guardò intorno: non c’era anima viva. Perfetto. Non avrebbero mai trovato la Chevrolet; in quella valle sarebbero stati assolutamente al sicuro. L’hippy gli aveva detto che viveva con due ragazze. Jack Straw si domandò se erano attraenti; forse ci sarebbe stato anche da divertirsi. Sogghignò, mentre si rivolgeva al suo prigioniero. “Aiutalo!”
Tom stava spingendo l’automobile verso il precipizio. Fu in quel momento che Phil capì che si trovava in un grosso guaio. Già da prima la situazione non era idilliaca; ma se intendevano disfarsi della macchina, questo poteva significare solo una cosa: che, nella migliore delle ipotesi, in seguito avrebbero rubato il pick-up. Non volle pensare a un’eventualità peggiore. Doveva mantenere la calma e ragionare con lucidità, senza farsi prendere dall’ansia. Mentre aiutava Tom, recitò mentalmente un mantra.
La Chevrolet precipitò nell’abisso.
Phil risalì sul pick-up con le idee più chiare. Sugar e il suo compare erano due delinquenti. Quasi certamente la polizia gli stava dando la caccia. Ecco perché volevano andare nella Green Valley: cercavano un posto dove nascondersi. Elizabeth e Patsy erano in pericolo.
Ma lui non avrebbe permesso che venisse fatto loro del male.
Non nella sua valle.

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LA VALLE DI PHIL 3

La valle di PhilQuando Patsy aveva annunciato che sarebbe andata a vivere per un anno in un luogo sperduto fra le montagne, suo padre aveva cercato in tutti i modi di dissuaderla. Era un uomo abituato a programmare ogni cosa. Voleva che sua figlia finalmente si laureasse, si trovasse un fidanzato e si sposasse. Ma Patsy si era dimostrata irremovibile.
Naturalmente aveva taciuto il fatto che sarebbero stati in tre, un uomo e due donne, e aveva parlato vagamente di un gruppo di amici. Sul resto non aveva mentito, perché pensava che un’esperienza di dodici mesi fosse più che sufficiente. Sapeva che avrebbe dovuto affrontare una vita priva di comodità, che probabilmente sarebbe stata costretta a lavorare e che a volte avrebbe rimpianto quella decisione. Tuttavia voleva provare. Era affascinata da Phil e le piaceva molto Elizabeth.
Patsy non era mai stata con un’altra donna, la sola idea la disgustava; ma quando aveva fatto l’amore con Liz era rimasta sorpresa. Era stato Phil a convincerla. Quella sera aveva fumato uno spinello ed era entrata nel letto con una certa riluttanza. Elizabeth le aveva procurato cinque orgasmi, uno più devastante dell’altro.
Anche Phil era un amante straordinario, perciò pregustava un anno di sesso sfrenato e di vita all’aria aperta. A Los Angeles si annoiava spesso e negli ultimi tempi si era accorta di non avere più stimoli. Una lunga vacanza l’avrebbe fatta tornare quella di prima.
Poi la situazione era cambiata.
Da un lato si era accorta di detestare Elizabeth, da quell’altro aveva capito che amava Phil. Era un uomo dotato di una personalità eccezionale, aveva un carisma magnetico, era intelligente e risoluto. Fino ad allora non si era mai innamorata seriamente, anche se aveva avuto numerosi flirt; ma Phil era diverso da tutte le persone che aveva conosciuto. Non sarebbe riuscita a vivere senza di lui. Per questo decise che il suo piano iniziale andava sostanzialmente modificato: non avrebbe abbandonato la valle dopo un anno, sarebbe rimasta lì per sempre. Avrebbe accettato i disagi e sarebbe stata felice.
Il problema era Liz. Non la sopportava. Aveva pensato di chiedere a Phil di scacciarla, ma sapeva che lui non avrebbe mai acconsentito. Doverlo condividere con lei diventava sempre più intollerabile. Patsy aveva cercato di dominarla, però aveva scoperto che aveva un carattere molto forte. Si divertiva a provocarla, con il risultato di esasperare Phil. Si prendeva la rivincita a letto, trovando quasi sempre il modo per fare l’amore con lui per prima. Dopo averla appagata, Phil si dedicava a Elizabeth. Tuttavia si trattava di una ben misera vittoria: avrebbe gridato per la frustrazione sentendola ansimare e gemere. Si costringeva a non guardare, tentava di pensare ad altro, ma era soffocata dalla gelosia. Durante i primi mesi aveva fatto sesso con lei anche in assenza di Phil; in qualche occasione era perfino accaduto che lo escludessero. Ultimamente, invece, andava a letto con Elizabeth soltanto se Phil glielo chiedeva. Era ancora un’esperienza eccitante, sebbene facessero l’amore quasi con rabbia, senza dolcezza.
Elizabeth pretendeva che si adattasse a svolgere i lavori più umili. Patsy riteneva che non spettassero a lei. Era più colta, più intelligente e proveniva da una famiglia ricca. Non era nata per fare la serva.
Liz rientrò nel capanno. Patsy si stava arrovellando il cervello per trovare una soluzione. Avrebbe escogitato un modo per mettere Phil con le spalle al muro. Costringerlo a una scelta. O lei o Elizabeth. Sarebbe stato difficile, difficilissimo, ma doveva riuscirci.
E se le avesse risposto che preferiva l’altra? Sarebbe stata un’eventualità terribile, ma non si sarebbe rassegnata tanto facilmente. Era disposta a tutto pur di non perderlo.

Phil era appoggiato al bancone del bar e sorseggiava una Lone Star. Aveva sete, ma era anche ansioso di ripartire. Non si sentiva a suo agio lontano dalla valle. E poi era eccitato. Guidare lo annoiava, perciò lungo il tragitto si era abbandonato a varie fantasticherie. Con gli occhi della mente aveva rivisto i corpi delle sue donne, molto diversi ma entrambi superbi. Aveva immaginato di possederle. Prima gli sarebbe piaciuto assistere a qualche giochino. Appoggiò la bottiglia e corrugò la fronte. La sensazione che qualcosa non stesse girando per il verso giusto non lo abbandonava. Liz e Patsy litigavano troppo spesso. Quando facevano l’amore non si baciavano. Non gli piaceva quel clima ostile, voleva che la sua famiglia fosse felice.
Si ripromise ancora una volta di parlarne con Elizabeth. Le avrebbe ricordato la loro filosofia di vita: avevano scelto la strada della purezza, dell’armonia e dell’amore libero; si erano lasciati alle spalle ipocrisie e falsità. Con il suo atteggiamento aggressivo Liz rischiava di sciupare tutto. Ma era una ragazza intelligente e avrebbe capito. Patsy andava presa com’era, perché quello era il segreto che li poteva tenere uniti: avevano rifiutato il conformismo, i sorrisi di circostanza, le ambiguità. Ciascuno di loro aveva il diritto di comportarsi come meglio credeva, senza doverne rispondere agli altri. Il primo inverno era stato duro, non si erano organizzati bene e, quando erano rimasti bloccati da una bufera di neve, avevano patito la fame. Malgrado l’aspetto fragile, Patsy aveva affrontato con coraggio quella prova. Era una ragazza un po’ viziata, abituata agli agi, eppure aveva stretto i denti guadagnandosi il suo rispetto. D’altra parte, anche Liz non era esente da difetti.
Finì la birra e tirò fuori il portafoglio per pagare.
“Amico, il secondo giro lo offro io!”
Phil si voltò.
Jack Straw gli rivolse un sorriso smagliante. Era cresciuto sulla strada e sapeva come si conquistava la gente. Sapeva molte altre cose: quando c’era da picchiare bisognava colpire per primi, se si incontrava un avversario più debole andava sottomesso senza pietà, se era più forte occorreva comportarsi con astuzia rendendoselo amico. Le donne servivano solo per scopare e apprezzavano chi si dimostrava capace a letto. Era una filosofia spicciola, che però funzionava.
Ordinò due birre, ignorando lo sguardo perplesso dell’hippy. “Mi chiamo Paul.”, disse tendendogli la mano. “Paul Ribbens. Ma gli amici mi chiamano Sugar.”
Phil gli restituì meccanicamente la stretta. “Phil Weir.”
“Bene, Phil Weir”, disse Jack dopo aver bevuto un sorso di Lone Star, “da dove vieni di bello?”
Phil inarcò le sopracciglia. Avrebbe voluto chiedergli perché gli aveva offerto da bere e rispondergli che veniva dal postochenonso, ma decise di essere gentile. Fece un gesto vago. “Abito nella Green Valley. E’ piuttosto distante da qui. E tu?”
“Santa Maria. Sto cercando di scrivere un maledetto libro, però non trovo l’ispirazione. Ho guardato una carta geografica e cosa ti vedo? Proprio la Green Valley! Deve essere un posto tranquillo, quello che serve a me.”
“Hai già pubblicato dei libri?”
Jack esitò un attimo. Era una domanda insidiosa. Poi si disse che ogni giorno uscivano centinaia di libri, e nessuno poteva pretendere di conoscerli tutti. “Due.”, rispose. “Romanzi d’azione.”
“Come si intitolano?”
Jack fissò con attenzione il suo interlocutore. Lui sapeva conquistare la gente perché la capiva. In genere, le persone erano superficiali, parlavano a vanvera e non ascoltavano quello che dicevano gli altri. Jack era diverso. Si metteva sempre nei panni di chi gli stava di fronte e cercava di ragionare nello stesso modo. Capì di non essere simpatico all’hippy, e comprese anche che non era un tipo da prendere alla leggera. Era acuto e perspicace. Sottovalutarlo sarebbe stato un grosso errore. Ma lui era Jack Straw, e non aveva mai conosciuto nessuno che fosse alla sua altezza. Era l’uomo più dannatamente in gamba della California.
Improvvisò. “Strage a New York e Le notti dell’inferno.” Poi cambiò subito discorso. “Mi servirebbe appunto un luogo isolato, dove poter lavorare in santa pace. Mi chiedevo se tu magari…”
Phil scosse la testa. “Non ci sono stanze libere su da me. Mi dispiace.”
Jack annuì, come se si aspettasse quella risposta. “Peccato.”, commentò. “Sono sicuro che avrei scritto delle buone pagine. Vorrà dire che mi cercherò un altro posto.”
“Già.” Phil posò la bottiglia e gli strinse la mano. “A buon rendere, amico!”
Uscì dal locale, pensando che Sugar non gli piaceva. Quel tizio non aveva affatto l’aria dello scrittore e probabilmente gli aveva raccontato un sacco di balle. In ogni caso, non voleva estranei nella sua valle e comunque non aveva camere da affittare.
Jack Straw pagò le consumazioni.
Ma davvero?”, disse.

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LA VALLE DI PHIL 2

La valle di PhilElizabeth si svegliò per prima, uscì e si recò al ruscello. D’inverno, una volta alla settimana riempivano una tinozza d’acqua e la facevano bollire; ma era più piacevole lavarsi all’aperto, in mezzo alla natura. Si spogliò completamente e si immerse fino al collo. L’acqua era gelida e per un attimo le tolse il fiato; incominciò a insaponarsi, cercando di ignorare i brividi e dopo qualche minuto si sentì meglio.
Quella notte aveva fatto un sogno strano. Era stato così vivido che le era sembrato di viverlo veramente. Nel sogno, attirava Patsy al ruscello con una scusa qualunque, poi la spingeva nell’acqua, si metteva a cavalcioni sopra di lei e la immobilizzava. Patsy scalciava furiosamente, ma Elizabeth era più forte e non aveva problemi a tenerle la testa sotto. La lasciava andare solo quando capiva che era morta. Nel sogno aveva svolto anche dei ragionamenti logici: l’avrebbe seppellita in un luogo isolato e, quando Phil fosse tornato con le provviste, gli avrebbe detto che Patsy se n’era andata. Ma c’era un problema: Phil non era uno stupido e non le avrebbe mai creduto. Patsy non era il tipo di donna disposta ad affrontare una camminata interminabile su e giù per le montagne. Se avesse voluto davvero lasciare la valle, si sarebbe fatta portare in paese con il pick-up. Era una storia che non reggeva.
Mentre lavava i capelli, Liz ripensò al sogno. Non avrebbe mai ucciso una persona, questo era fuori questione; ma in quei momenti si era sentita felice. A dispetto dei discorsi di Phil sulla loro unione perfetta, avrebbe preferito vivere da sola con lui. All’inizio era stato diverso: aveva creduto nelle sue parole, perché le condivideva. Pensava che un amore a tre fosse un atto di libertà; detestava le convenzioni ed era sicura che in quella valle si sarebbe sentita libera ed avrebbe affrontato ogni nuovo giorno con la consapevolezza di aver compiuto la scelta più giusta.
La gelosia si era insinuata simile a un viscido serpente. Elizabeth aveva tentato di scacciarla. Se Patsy fosse stata diversa, forse ci sarebbe riuscita. Ma Patsy apparteneva a una classe sociale più elevata, e non mancava di farlo notare, anche se in maniera molto sottile. Era un atteggiamento malizioso che contrastava con i loro principi e le poneva su un piano di competizione. Patsy cercava di mostrarsi superiore agli occhi di Phil. Per questo motivo la irritava quando si metteva quelle stravaganti scarpe o si presentava tutta agghindata con la gonna lunga e una camicetta elegante. Liz si vestiva in modo pratico: pantaloncini corti o blue-jeans e semplici canotte. Patsy voleva apparire diversa, era una radical-chic e probabilmente la disprezzava. Quando erano a letto assieme sosteneva di amarla; ma non c’erano sentimenti fra loro, solo l’intesa sessuale. Inoltre, Patsy non era adatta a quella vita. Liz aveva pensato che non avrebbe resistito a lungo e che un giorno li avrebbe lasciati, poi aveva capito che non sarebbe successo. Patsy era innamorata di Phil e non si sarebbe mai staccata da lui.
Guardò le montagne illuminate dal sole. Il cielo era perfettamente limpido, l’erba ancora verde, il paesaggio talmente bello da far male al cuore. Quel luogo era il paradiso terrestre e avrebbe voluto condividerlo solo con l’uomo che amava.
All’improvviso capì che se non poteva avere Phil tutto per sé, l’unica alternativa accettabile era che fosse lei la numero uno. Ed esisteva un modo per riuscirci. Patsy spesso diventava capricciosa e intrattabile, era pigra e si rifiutava di svolgere i compiti più impegnativi. Elizabeth reagiva aggredendola, però era un grosso errore. Phil non sopportava i litigi e così finiva per irritarlo. Doveva essere più scaltra: sopportare in silenzio le lamentele di Patsy, sobbarcarsi tutto il lavoro con il sorriso sulle labbra e dimostrarsi sempre disponibile nei confronti di Phil. Se lui avesse voluto fare l’amore, lo avrebbe accontentato anche se in quel momento non ne aveva voglia. Se l’atmosfera fosse stata tesa a causa di Patsy, avrebbe detto una battuta scherzosa.
Phil era quasi sempre allegro, ma nei suoi rari momenti di malinconia lo avrebbe abbracciato e stretto forte a sé. Prima o poi lui avrebbe notato quanto era diversa da Patsy, e il loro legame si sarebbe rafforzato. Liz voleva arrivare al punto in cui lei avrebbe deciso se Patsy poteva fare sesso con lui e, in ogni caso, dopo che lo avesse fatto lei.
Uscì dall’acqua e si asciugò strofinandosi vigorosamente. Era soddisfatta del suo piano e certa che con un po’ di pazienza sarebbe riuscita a realizzarlo. Avrebbe incominciato quella sera stessa.

Jack Straw era nato e cresciuto ad Ashbury. Mentre i suoi coetanei passavano il tempo davanti ai computer, giocando a basket o strimpellando musica, lui si dedicava ad attività molto più redditizie. Aveva rubato il primo portafoglio a quattordici anni e ammazzato la prima persona a sedici. Era privo di istruzione, ma possedeva un’intelligenza diabolica. Non aveva scrupoli, perché era uno psicopatico. La polizia non gli aveva mai messo le mani addosso: solo gli stupidi si facevano prendere. Aveva rapinato piccoli negozi, distributori di benzina, bar e ristoranti.
Aveva spacciato eroina di pessima qualità. Poi era passato alle banche. E aveva commesso l’unico errore della sua vita, scegliendosi come socio un idiota. L’ultimo colpo era fallito per colpa di Tom che si era fatto cogliere dal panico. Erano morti due agenti, e adesso tutte gli sbirri della California li stavano cercando. Jack aveva consultato una carta geografica. A poche ore di macchina c’era una valle isolata: se fosse riuscito a raggiungerla, si sarebbe rintanato lì per qualche mese. Quando le acque si fossero calmate, avrebbe deciso cosa fare. Poteva andare in Canada oppure in Messico, o forse addirittura in Sudamerica. Prima, però, doveva svanire per un po’ di tempo, e quella valle gli era sembrata perfetta. Affrontò il viaggio di notte e riuscì a evitare tutti i posti di blocco. Era sempre stato fortunato.
Si fermò in un paese sperduto per bere un caffè. Anche se le televisioni avevano mostrato il suo identikit, non pensava che lo avrebbero riconosciuto: si era tagliato i capelli a zero e aveva una fisionomia piuttosto comune. Era di statura media e non aveva né cicatrici, né segni particolari sul viso. Stava per risalire sulla Chevrolet, quando vide un uomo alto che attraversava la strada. Sembrava una specie di hippy. Il suo sesto senso lo mise immediatamente in guardia; si disse che forse, forse, quell’uomo non abitava da quelle parti. Aspettò che uscisse dall’emporio: era carico di provviste. Lo guardò avviarsi verso un pick-up, e capì che aveva trovato la persona giusta. Avrebbe scommesso la testa di Tom che l’hippy veniva dalla valle che lui stava cercando.
Tuttavia esitò un attimo di troppo. Il tizio stava già sistemando la spesa nel bagagliaio, fra un momento sarebbe ripartito, e non aveva senso seguirlo senza avere la certezza che fosse diretto veramente lì. Ma l’hippy attraversò nuovamente la strada ed entrò da Sally. Jack tirò un sospiro di sollievo. Si sarebbe bevuto una birra con lui ed avrebbe appreso quello che voleva sapere.
“Tu aspettami qui.”, disse a Tom.
Poi si diresse a sua volta verso il bar.

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La valle di PhilLa valle è circondata da imponenti montagne. Un ruscello attraversa i campi che si stendono a perdita d’occhio fino al limitare di una foresta di pini. Sull’altro lato, quello a meridione, una strada sterrata scende da una gola, serpeggiando per poi arrestarsi all’improvviso davanti a una grande cancellata di legno.
L’aveva costruita Phil. Nelle sue intenzioni doveva costituire una specie di baluardo, un modo per impedire al mondo esterno di invadere quello che considerava il suo territorio. Elizabeth lo aveva spesso deriso, vedendolo sudare sotto il sole cocente d’agosto, mentre trasportava una quantità di tronchi d’albero e costruiva una palizzata che lei giudicava assolutamente inutile. Nessuno sarebbe comunque mai passato da quelle parti. I campeggiatori si fermavano prima della gola, quando la carrozzabile si interrompeva bruscamente per trasformarsi in un sentiero pieno di buche e di sassi. In quel punto non mancavano né prati né acqua, dato che c’era un piccolo lago adatto alla pesca. Perciò era lì che piazzavano le loro tende. A nessun altro sarebbe venuto in mente di spingersi fino alla valle. D’inverno poi la strada diventava impraticabile. Era un luogo perfetto per vivere isolati.
Ciò nonostante, mossa a pietà, aveva finito per dargli una mano. Era una ragazza alta e atletica, con folti capelli scuri e occhi di un verde intenso che sembrava variare a seconda del tempo o forse del suo umore. Aveva gambe lunghe e slanciate che gli shorts mettevano generosamente in evidenza. Non era graziosa, ma molto attraente. Alla fine anche Patsy li aveva aiutati, sebbene a malincuore. Era una biondina esile e non era in grado di svolgere lavori troppo pesanti; in genere, preparava da mangiare e teneva pulita la capanna di legno dove vivevano tutti e tre in un unico locale. Patsy aveva grandi occhi azzurri e un viso dai lineamenti delicati. Benché piccola di statura, aveva sempre stregato gli uomini per la sua bellezza e per il fascino magnetico che esercitava.
Vivevano nella valle da due anni, ed erano amanti. Si consideravano una vera famiglia, ed erano intransigenti nei confronti di una società che reputavano corrotta e ipocrita. Phil andava a letto con le due donne, e Patsy ed Elizabeth facevano l’amore assieme. Ciascuno si riteneva libero di fare sesso quando e come voleva, ma anche di evitarlo se in quel momento non gli aggradava. Non esistevano vincoli di sorta: a differenza del matrimonio, il loro rapporto si basava sul rispetto e sulla mancanza di gelosia. Il matrimonio era un’istituzione falsa e bigotta, una specie di contratto che comportava obblighi e doveri.
Phil amava con la stessa intensità entrambe le donne, e sapeva di essere pienamente corrisposto. Elizabeth e Patsy non si amavano, tuttavia avevano accettato quella situazione, perché, per motivi differenti, ambedue detestavano la cosiddetta società civile. Inoltre, provavano una forte attrazione reciproca e talvolta escludevano Phil dai loro rapporti sessuali.
L’idea era stata di Phil. Aveva scoperto quella valle quasi per caso, aveva convinto le due donne a seguirlo e, malgrado qualche disagio iniziale, era consapevole di averle rese felici. Non avevano luce, né gas, né telefono. Si lavavano nel ruscello e si nutrivano con i prodotti della terra.
All’inizio, Patsy aveva causato qualche problema: le piaceva l’idea, però le mancavano le comodità, la televisione, il computer. Ma alla fine si era adattata, anche se ogni tanto diventava ostile e lunatica. Una notte di sesso con Phil o con Elizabeth risolveva il problema, e il mattino dopo era nuovamente allegra e gentile. Si era portata una gonna lunga, perché diceva che “faceva molto far-west”, e a differenza di Elizabeth non metteva quasi mai i pantaloncini corti. Era un vezzo che divertiva Phil, ma che irritava Elizabeth.
Liz aveva un carattere forte e Patsy non era da meno: generalmente erano loro a litigare; ma Phil trovava sempre un modo per riappacificarle. Quella gonna in effetti non era molto pratica però le stava d’incanto, specie quando scioglieva i capelli che erano biondi e le arrivavano alla vita. Elizabeth aveva un solo paio di scarpe da ginnastica che teneva sempre slacciate, Patsy un’intera collezione di calzature, molte delle quali scomode per il tipo di esistenza che conducevano. Phil capiva che era un modo per rimanere ancorata al passato. Fra le due, era lei che a volte rimpiangeva Los Angeles; ma non se ne sarebbe mai andata e in ogni caso lui non glielo avrebbe permesso.
Alla sera cenavano molto presto e poi si siedevano sotto al rudimentale portico, fumando uno spinello e guardando il sole tramontare dietro le montagne. Phil non si limitava a coltivare l’orto e aveva impiantato una coltivazione d’erba. Una volta al mese saliva sul suo pick-up e affrontava un viaggio di tre ore per raggiungere il paese più vicino. Comprava solo quello che riteneva indispensabile e che non potevano procurarsi in altro modo. Qualche bistecca, una damigiana di vino, un paio di stecche di Marlboro, una cassetta di birre. Avevano un fondo comune di alcune migliaia di dollari: non sarebbe durato in eterno; ma ci avrebbero pensato al momento opportuno. Phil si sarebbe inventato qualcosa e, comunque, quei soldi sarebbero stati sufficienti per almeno tre o quattro anni. Male che fosse andata, avrebbero rinunciato alle sigarette e ai liquori. Non possedevano armi da fuoco, ma Phil avrebbe potuto costruire un arco e andare a caccia di qualche coniglio selvatico. Oppure sarebbero diventati completamente vegetariani.
Phil aveva una mentalità positiva e una grande fiducia in se stesso.
Prima di lasciare Los Angeles, si occupava di transazioni finanziarie ed era considerato un asso nel suo campo. Guadagnava e spendeva molto, indossava abiti alla moda e calzava scarpe italiane. Di giorno lavorava e alla notte andava a divertirsi. Poi aveva conosciuto Elizabeth e si era innamorato di lei. Era stato proprio allora che si era reso conto che stava conducendo una vita insulsa, basata su ideali fasulli. Aveva incominciato a odiare il suo lavoro e a disprezzare le persone che frequentava.
Una sera si ubriacò e, mentre tornava a casa sbandando pericolosamente, ebbe come un’illuminazione. Voleva un’esistenza diversa, senza macchine, uffici e strade affollate. Voleva aria pulita, incontaminata, e grandi distese di verde. Sognava una valle isolata incuneata fra alte montagne. Una vita nuova, libera, a costante contatto con la natura. Ne parlò con Elizabeth, le svelò che frequentava anche Patsy, e le propose di seguirlo. Elizabeth decise d’impulso. Patsy chiese di poter riflettere. Phil le portò a casa sua e le persuase ad andare a letto assieme. Funzionò e poche settimane dopo partirono. Phil sapeva essere molto convincente; inoltre era dotato di un istinto infallibile e aveva capito che, sebbene fossero due donne profondamente diverse o forse proprio per quello, entrambe erano insoddisfatte. E lui le aveva regalato un sogno. Senza contare che era un grande amante.
Quel mattino andò in paese. Come sempre era in jeans, camicia a quadri e sandali. A differenza di un tempo, adesso portava i capelli lunghi e si era fatto crescere la barba.
Partì poco dopo l’alba. Le donne stavano ancora dormendo abbracciate. La sera prima era scoppiato un litigio: Elizabeth aveva accusato Patsy di lavorare poco e Patsy aveva ribattuto seccamente che non intendeva accettare ordini da lei. Ma Phil ci sapeva fare: aveva sedato la lite, arrotolato uno spinello, suonato un brano country alla chitarra e reso l’atmosfera nuovamente tranquilla. Come spesso accadeva, poi avevano fatto sesso.
Uscì dal capanno, assaporando l’aria fresca e pungente del mattino. Si preannunciava una stupenda giornata di fine estate, il periodo dell’anno che prediligeva. Rivolse lo sguardo alle montagne, provando una profonda sensazione di gioia: amava quel luogo e non lo avrebbe mai lasciato; tutto quello che aveva fatto prima di trasferirsi lì gli appariva privo di senso. Trasse un profondo respiro e andò a lavarsi al ruscello.
Mentre guidava decise che avrebbe parlato con Liz. Si comportava in maniera troppo aggressiva con Patsy, e anche se il più delle volte aveva ragione, Phil non voleva che la loro unione venisse rovinata. Non sopportava tensioni e silenzi ostili, voci alterate e frasi minacciose; desiderava unicamente la pace, la tranquillità e una vita serena. Phil temeva che Patsy si stancasse e decidesse di tornare a Los Angeles. Naturalmente glielo avrebbe impedito; però poi le cose non sarebbero più state le stesse. Sebbene fosse chiaro che il loro era un rapporto a tre, c’era il rischio che Elizabeth e Patsy inconsciamente si sentissero rivali. E questo non doveva succedere. In qualche modo avrebbe risolto la questione: Phil era ottimista per natura.
Quando parcheggiò il pick-up davanti all’emporio, il sole splendeva alto nel cielo.
Phil era un uomo alto, non particolarmente bello tuttavia carismatico. Era difficile che passasse inosservato. I capelli lunghi, la barba, i sandali, lo facevano apparire una via di mezzo fra un hippy e un contadino. Ma non aveva l’aspetto di un contadino.
Attraversò la strada senza notare che qualcuno lo stava osservando con molta attenzione.

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eBook2ALEX
L’ufficio del signor Trachtenberg era vecchio e polveroso.
Sul tavolo ingombro di incartamenti c’era una bottiglia di Chivas. Trachtenberg si alzò e andò a prendere due bicchieri, versò due dosi generose e allungò un bicchiere ad Alex. Alliston declinò l’offerta. Alle nove del mattino non gli sembrava il caso di mettersi a bere whisky. Trachtenberg si concesse un abbondante sorso, quindi sorrise soddisfatto. “Dunque volete comprare la mia casa editrice?”
“Dicono che è in vendita.”
“Già. Cosa ne sapete di editoria?”
“Assolutamente niente.”
“Bene.” Trachtenberg finì il bicchiere e si versò subito una seconda dose. “Il miglior modo per iniziare una giornata.”, osservò, indicando la bottiglia. “Sicuramente meglio del porridge.” Era un uomo vicino ai sessant’anni, con i capelli ancora sorprendentemente biondi e baffi rigogliosi del medesimo colore. Gli occhi erano di un celeste pallido. Per essere un classico inglese dalla carnagione chiara, aveva il viso troppo rubizzo; ciò dipendeva dall’alcool, pensò Alex. Indossava una giacca di tweed e la cravatta di Oxford.
“Signor Alliston”, disse, “siete stato voi a far pubblicare dal vecchio Carter un libro di poesie intitolato “Dreams” e scritto da un certo John Valance?”
Alex annuì. “Un pessimo affare.”, ammise. “E’ stato per accontentare mia figlia. Purtroppo quelle poesie sono…”
“Splendide!”, lo interruppe Trachtenberg. “Il problema è che Carter non sa vendere. Non ne è mai stato capace e non si può certo sperare che incominci a imparare adesso.” Fece un gesto sprezzante con la mano, come a liquidare l’argomento. “Voglio darvi solo quattro consigli, poi intascherò il vostro assegno e questa baracca sarà vostra.”
“Ve ne sono grato.”, replicò Alex.
“Primo: non fidatevi dell’opinione dei cosiddetti editor. Quando un autore sconosciuto vi porterà il suo manoscritto, nella convinzione di essere il nuovo Christopher Marlowe, leggete le prime venti pagine. Se vi piacciono, passate il testo agli editor; in caso contrario, cestinatelo. Non scordate mai che i soldi sono vostri e pertanto la decisione spetta a voi solo. Secondo consiglio: non ascoltate mai il parere di un critico, anche se fosse un nuovo Belinskij. Per la maggior parte, i critici sono degli scrittori falliti che si lasciano guidare dal risentimento e dalla frustrazione. Terzo: un romanzo è buono quando vi suscita delle reazioni: commozione, rabbia, odio viscerale per un protagonista, trepidazione per l’eroina. Se, quando incominciate a leggerlo, perdete la nozione del tempo, e all’improvviso scoprite che si è fatta sera… e ancora non volete smettere di andare avanti… allora, siate sicuro, e pubblicate. Negli altri casi, invece, andate molto cauto. Infine, non imitate l’esempio di Carter: un libro va promosso, fatto conoscere, altrimenti non uscirà mai dai negozi. Studiatevi un po’ i metodi di quegli yankee: per essere ignoranti, sono ignoranti; però sanno “vendere”. Credo che vi basti sapere questo.” Trachtenberg si rilasciò sulla poltrona, tornando a dedicarsi al Chivas.
Ci fu un silenzio. Alex sapeva che Trachtenberg era stanco del suo lavoro. Ultimamente la casa editrice era in crisi, dato che lui la trascurava. “Un’occasione perfetta per rilanciarla.”, gli aveva detto Joan. Quando Alex le aveva chiesto come facesse a conoscerlo, la ragazza lo aveva guardato con aria di sfida. “Lui vuole soltanto morire in pace, pagare i debiti e andare a finire i suoi giorni ad Amalfi. Io lo accompagnerò.” Alex non le aveva rivolto altre domande.
“Bene, signor Alliston, per diecimila sterline la mia casa editrice è vostra.”
“Cinquemila.”, ribatté Alex.
“Voi volete offendermi.”
“Non oserei mai.”
“Novemila.”
Alex scosse il capo. “Cinquemila”.
“Questo è tradimento!”, esclamò Trachtenberg.
“Seimila”, concesse Alex.
“Buon Dio, non avete alcuna comprensione; siete un uomo intrattabile. Non merito un simile insulto. Ottomila.”
“Settemila e non ne parliamo più.”, disse Alex.
Trachtenberg gli porse il bicchiere. “Affare fatto!”
Alex trasse un profondo sospiro e suo malgrado sorseggiò il Chivas.

Trachtenberg si era sempre avvalso di una tipografia esterna. Alex meditò di acquistare l’occorrente per poter stampare i libri in proprio. In questo Joan aveva avuto ragione, convenne fra sé: la sua mentalità pratica, e l’esperienza maturata alla Pilgrim’s, gli permettevano di capire rapidamente il modo migliore per ridurre le spese e aumentare i profitti. Ma prima c’erano molte altre cose da fare. I dipendenti erano apatici e svogliati, i muri dell’edificio presentavano crepe preoccupanti, il suo ufficio andava imbiancato, la vecchia segretaria sostituita, visto che aveva dato il preavviso.
“Un passo alla volta”, pensò. La priorità principale riguardava il denaro. Doveva incominciare a guadagnare al più presto; aveva calcolato di avere riserve sufficienti solo per quattro mesi. Trascorso quel termine, si sarebbe trovato in gravi difficoltà. Avrebbe potuto chiedere un prestito a una banca, ma se possibile preferiva evitare di indebitarsi ulteriormente. Il contratto con Trachtenberg prevedeva infatti che l’anziano editore si impegnasse a pagare gli stipendi arretrati e a saldare i conti dei fornitori; Alex, dal canto suo, si accollava le esposizioni bancarie, fideussioni che ammontavano a circa cinquemila sterline.
L’aspetto più drammatico riguardava i manoscritti. Sembrava che tutti gli aspiranti scrittori di Londra non si fidassero più della Trachtenberg Books. Aveva cercato invano un romanzo, una raccolta di poesie, un saggio storico: gli scaffali erano desolatamente vuoti. Non poteva certo mettersi a scrivere lui, e per il momento teneva John Valance a debita distanza.
Alex si affacciò alla finestra. La Trachtenberg Books era situata in un vecchio stabile di Mayfair. Dall’altra parte della strada sorgeva un’elegante palazzina. Alle spalle dell’edificio, c’era Regent Street. Era una zona tranquilla, non troppo distante dal centro. Il signor Trachtenberg aveva scelto bene; peccato solo che negli ultimi tempi si fosse lasciato andare.
Quando si girò, Alex notò un plico dimenticato in un angolo dell’ufficio. Era un pacco che proveniva dalla Germania, e che il vecchio non si era nemmeno preso la briga di aprire.
Conteneva un voluminoso manoscritto, però era in tedesco.
Nancy conosceva perfettamente quella lingua.
Alex ricordò il primo dei quattro consigli di Trachtenberg: non fidatevi dell’opinione dei cosiddetti editor.
Si mise sottobraccio il manoscritto e lo portò a casa.
Era di un autore sconosciuto, tale Thomas Mann.
Si intitolava “Buddenbrooks – Verfall einer Familie”.

SILVIA (ARMINE)
Lo zenana era circondato da un rigoglioso giardino, delimitato da un alto muro di recinzione. Alle donne era proibito uscire da lì; e Silvia non avrebbe saputo dire dove si trovava esattamente. In qualche punto dell’Arabia, non troppo distante dal mare, supponeva: ma era tutto quello che riusciva a immaginare. Aveva subito pensato a come scappare, ma si era resa conto con amarezza che era un’impresa impossibile. All’interno dello zenana la sorveglianza era affidata agli eunuchi, che erano sospettosi e infidi; al di fuori, vigilavano guardie armate. Il cibo era squisito, i vestiti che indossava profumavano di pulito e dormiva fra soffici lenzuola; rispetto all’orribile stiva della nave, era come essere in paradiso, tuttavia quel paradiso in realtà era un inferno. A rigor di logica, avrebbe trascorso tutta la sua esistenza in quella prigione dorata e sarebbe stata sepolta nel cimitero situato in fondo al giardino, quando ormai vecchia e rassegnata sarebbe passata dal sonno alla morte, a meno che una malattia non l’avesse portata via prima.
Eppure, dentro di sé, sentiva che un giorno sarebbe tornata a Londra. Avrebbe rintracciato la dama bionda e l’avrebbe fatta morire tra indicibili tormenti.
Inizialmente, era stata impiegata come schiava: doveva occuparsi del giardino. Non era un lavoro particolarmente faticoso, specie per una donna energica; comunque presto era stata sollevata da quell’incarico. Era troppo bella per essere destinata a quel compito, sebbene il rawda rappresentasse il paradiso in terra. Non a caso, la sua struttura era studiata in base a precise regole matematiche: rappresentava un’anticipazione del premio di Allah. Il capo degli eunuchi, Abdel Hafez, l’aveva introdotta nell’harem. “Una piccola perla per allietare il nostro signore”, aveva commentato. Il fatto che Silvia non fosse cristiana, bensì musulmana, aveva facilitato le cose.
Nell’hanm vigeva una complessa organizzazione sociale.
In genere, l’atmosfera che vi regnava era di solidarietà e tavolta d’affetto; ma non mancavano invidie, intrighi e gelosie. Le donne dividevano spazi comuni, mangiavano insieme e trascorrevano la maggior parte delle ore a chiacchierare tra loro; in ogni caso, era consuetudine che le quattro mogli comandassero le concubine e venissero da loro riverite. Le ultime arrivate, di norma, erano trattate alla stregua di schiave, e dovevano mostrarsi umili e sottomesse.
Armine – così si faceva chiamare ora Silvia – non aveva alcuna intenzione di servire un’altra donna, né di essere relegata all’ultimo gradino della scala gerarchica: si sentiva superiore a tutte. Mise in chiaro le cose fin dal primo giorno. Qualche notte dopo, Samira, la favorita del momento, organizzò una spedizione punitiva. Mentre Armine dormiva un sonno inquieto, tre ragazze si avvicinarono al suo giaciglio. Armine condivideva un’unica grande stanza con sei donne, tutte giovani.
Samira era stata chiara: dovevano picchiarla fino a farle perdere i sensi; in questo modo, la nuova venuta avrebbe appreso le leggi non scritte che regolavano la vita all’interno dell’hanm. Naturalmente, gli eunuchi avrebbero capito cosa era successo, ma non ne avrebbero fatto parola con Ayman. Anche loro avevano paura della favorita. Samira non si sarebbe limitata a questo: avrebbe usato tutta la sua influenza per evitare che Ayman la vedesse e la frequentasse. Sarebbe passato almeno un anno prima che Armine godesse della sua compagnia. Sempre che nel frattempo si fosse comportata bene, dimostrandosi rispettosa e docile. Samira pensava proprio che la lezione che le sarebbe stata impartita quella sera le avrebbe fatto calare le arie. Armine era superba e altezzosa: si sarebbe trasformata in un pulcino spaurito.
Maisa la svegliò. Era la più fedele seguace di Samira.
Gli eunuchi stavano dormendo tranquilli e non sarebbero intervenuti. Maisa mise un bavaglio sulla bocca di Armine per impedirle di strillare, poi sferzò l’aria con uno scudiscio. Le altre due si chinarono per immobilizzarla. Scostarono il lenzuolo; una la afferrò per le caviglie, l’altra cercò di bloccarle i polsi.
Maisa si preparò a frustarla.
Poi tutto si svolse molto rapidamente.
Armine liberò le caviglie con un calcio e balzò in piedi.
Sulla nave, aveva rubato un pugnale a un marinaio, durante l’ora d’aria che veniva concessa quando facevano la doccia. Si era lasciata toccare il seno in modo da distrarlo e aveva fatto scomparire l’arma in mezzo al mucchio di cenci che rappresentava i suoi sudici vestiti. Ma allorché le era stato comunicato che era destinata a un hanm, aveva immaginato che sarebbe stata spogliata e perquisita dagli eunuchi, perciò a malincuore aveva gettato il pugnale in mare. Adesso era disarmata e doveva combattere contro tre avversarie, tuttavia sapeva che era in grado di ucciderle tutte e tre. Però sarebbe stato un grave errore. A causa di quel crimine, l’avrebbero imprigionata e torturata; forse sarebbe stata condannata a morte. Pertanto si limitò a strappare la frusta dalle mani di Maisa e a colpirla in pieno volto. Poi fronteggiò le altre due.
Parlava l’arabo meglio dell’inglese. Disse: “Statemi lontane o vi ammazzo!”
La fissarono impaurite. Armine era alta e vigorosa, e ora cingeva nelle mani lo scudiscio. Era una figura temibile, simile a una guerriera delle antiche leggende. Le tre giovani fuggirono, terrorizzate.
“Riferite alla vostra padrona che se lo desidera ce ne sarà anche per lei.”, le schernì Armine in tono beffardo.
Il giorno dopo, quando Ayman entrò nell’hanm, Armine si fece largo a gomitate. Voleva che Ayman la notasse. Sapeva di essere una delle donne più belle dell’hanm, e di certo la più affascinante, ed era sicura che lui l’avrebbe scelta per quella notte.
Se doveva rimanere lì, intendeva godere di tutti i privilegi possibili.

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