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Posts Tagged ‘amore’

Gesù“Ti insegnerò i segreti del fuoco.”
Molti anni dopo si sarebbe ricordato di quelle parole. Quando ormai sarebbe stato troppo tardi per apprenderli.
Ma quel giorno il giovane scosse la testa. “Voglio imparare altre cose.”, disse.
“E così sia!”, replicò il vecchio. “Anche tu hai molto da donarmi, e io farò tesoro dei tuoi insegnamenti.”
Nella grotta le fiamme guizzavano simili a serpenti sinuosi. “Tu conosci ogni cosa.”, disse il giovane. Lo pensava veramente: lungo tutte le strade che aveva percorso, aveva sempre sentito parlare di lui e, conoscendolo di persona, si era reso conto che la sua sapienza non aveva limiti.
“Nessuno conosce ogni cosa. Non sarebbero sufficienti tre vite per arrivare a tanto: scoprire i segreti del mondo, entrare nel cuore delle persone, capire in anticipo cosa porterà il vento. Però, io conosco te e so chi sei. Questo mi basta per dichiararmi un uomo felice.”
Ci fu un lungo silenzio, nel quale entrambi si immersero. Si erano conosciuti tre giorni prima, ma era come se si frequentassero da una vita. Spesso non avevano bisogno di parlare; una magia nascosta conduceva i pensieri dell’uno all’altro, e ambedue erano consci di quanto importante fosse stato il loro incontro.
Il vecchio sapeva che un giorno lui sarebbe arrivato. Il giovane aveva affrontato un viaggio interminabile, senza un’idea precisa di cosa avrebbe potuto trovare in quella terra grande e sconosciuta. Ma in qualche modo immaginava che avrebbe incontrato una persona in grado di arricchire la sua conoscenza, sebbene essa fosse già incommensurabile. Lo guardò negli occhi, provando un grande affetto per quella figura scarna, segnata da un’esistenza in cui dolore e comprensione, saggezza e ricerca della verità gli avevano lasciato un solco profondo, nell’anima come nel corpo. Si era sottoposto a digiuni che avrebbero condotto alla morte anche il più forte fra i guerrieri, aveva accettato sfide durissime che se da un lato lo avevano provato irrimediabilmente, da quell’altro lo avevano innalzato sulle vette del sapere.
Conosceva la magia, ma non solo: era in grado di ignorare ogni tipo di sofferenza terrena per elevarsi nel cielo, quale puro spirito. Molti giuravano che era stato in due posti contemporaneamente, altri sostenevano di averlo visto sollevare un masso grande quasi come una montagna unicamente grazie alla forza del suo pensiero.
Il vecchio si alzò per alimentare il fuoco. Il giovane pensò che c’era una sola cosa che li divideva. E sapeva che nessuno dei due sarebbe riuscito a far cambiare idea all’altro. Non ne avevano ancora parlato apertamente, ma prima o poi sarebbe successo. Forse quando si sarebbero lasciati. O forse, si disse, avrebbero evitato l’argomento, dato che si sarebbe trattato di un discorso del tutto inutile. Ma, dentro di sé, invece, sentiva che sarebbe stato il vecchio a sollevare la questione.
Perché gli voleva bene.
Quando il giovane partì, il vecchio pensò che se il falco vuole volare nessuno è in grado di fermarlo. Guardò verso oriente. C’era aria di tempesta. Un cattivo presagio.

Il sole splendeva implacabile nel cielo privo di nubi, arroventando la sabbia del deserto. Yehosua ripensava al giorno in cui si era separato dal vecchio. Alla fine avevano affrontato l’argomento che non avrebbe mai potuto trovarli d’accordo. Il discorso del vecchio non era stato cinico; la sua saggezza non prevedeva il cinismo, dato che nel cuore provava la compassione infinita di chi sa scrutare fra le ombre delle anime perse. Però, le parole erano risuonate aspre. Probabilmente perché Yehosua non poteva accettarle: mettevano in dubbio tutto quello che aveva appreso, rinnegavano il senso della missione che si era prefisso. Capiva che il vecchio desiderava il suo bene, e che il suo intento era quello di metterlo in guardia; tuttavia la portata di quel messaggio lo sgomentava. “Non posso avere sbagliato tutto.”, si ripeté per l’ennesima volta. “Ho un compito da svolgere, e se lui avesse ragione sarebbe come aver attraversato un oceano invano, starebbe a significare che ciò che ho fatto, quello che ho cercato di insegnare, non avrebbe alcun valore, e questo non può essere vero.”
Poi si spinse oltre. Anche se, a puro titolo di ipotesi, il mondo fosse come lui l’aveva descritto, avrebbe proseguito ugualmente il suo cammino, a costo di veder svanire nella nebbia della delusione la luce della speranza che da sempre accompagnava i suoi passi. Non dubitava di se stesso, ma anche se lo avesse fatto, non si sarebbe fermato. Glielo impediva il suo compito, e se avesse dovuto sacrificare la sua vita per quel compito, ebbene non avrebbe esitato.
Un vento improvviso sollevò la sabbia, creando vortici incandescenti. Accadde un fenomeno inspiegabile: alla calura soffocante si sovrappose un manto di gelo, come se il deserto fosse diventato una distesa di ghiaccio.
Fu allora che Yehosua lo vide.
Dapprima si trovò circondato da una quantità di rettili e di scorpioni. Era una situazione raccapricciante, ma il suo cuore rimase saldo. Con calma oltrepassò quelle disgustose creature, diretto verso un’apparizione che non riusciva ancora a distinguere con chiarezza, ma che gli sembrava una figura avvolta nella luce. Man mano che procedeva, la luce crebbe d’intensità, fino a costringerlo a chiudere gli occhi. Quando li riaprì, la bufera si era placata, gli orrendi mostri erano scomparsi e una calma quasi innaturale regnava sul deserto. Anche la luce diminuì, svelando al suo sguardo un angelo bellissimo. Non avrebbe saputo trovare un altro modo per descriverlo. Yehosua non aveva mai visto in tutta la sua vita un essere di tale sconvolgente avvenenza. Sembrava racchiudere in sé tutta l’armonia del creato, e quando parlò la sua voce era limpida come l’acqua di un ruscello.
Yehosua sostenne il suo sguardo, che era fisso su di lui, benché non fosse facile perché la bianca veste che lo sconosciuto indossava risplendeva abbacinante ai raggi del sole.
“Ti offro il mondo.”, gli disse, e Yehosua abbe una rapida visione che racchiudeva tutte le meraviglie della Terra: mari accarezzati dalla brezza del sud, tramonti che incendiavano il cielo, grandi boschi ombrosi, montagne innevate, laghi cristallini, prati ricoperti di fiori, e poi donne di una leggiadria senza pari.
“Tutto questo sarà tuo.”
Yehosua scosse il capo, come a rifiutare quello che gli veniva prospettato.
La sua reazione suscitò un sorriso, che però non era di scherno. Yehosua ebbe l’impressione che la sua scelta non avesse stupito quel misterioso essere. Pensò anche che forse egli addirittura l’approvava, e che non si sarebbe aspettato nulla di diverso, e qualora la proposta fosse stata accettata sarebbe stata accolta con un senso di disdegno. Non erano pensieri chiari, lucidi; non nascevano da un ragionamento: rappresentavano una consapevolezza superiore, che andava oltre il linguaggio delle parole.
“Ti farò un altro dono. E in cambio di questo dono tu mi adorerai.”
Questa volta Yehosua vacillò. Ebbe la nitida visione del cuore degli uomini, e ciò che vide lo sgomentò. Gli tornò alla mente quello che gli aveva detto il vecchio, quando si erano separati. Con un tono di voce che racchiudeva una profonda tristezza lo aveva ammonito, sostenendo che non esisteva alcuna speranza di riscatto per l’umanità. Yehosua aveva scosso la testa sorridendo, e lo aveva incitato ad avere fiducia. Nell’uomo e in Dio. Poi si erano abbracciati e nel lungo percorso di ritorno Yehosua aveva spesso pensato a lui.
Condivideva la gran parte di ciò che il saggio gli aveva detto, ma non quell’ultima frase. Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita.
Ma ora…
“Tu sei stato scacciato dal paradiso.”, proferì con calma, non appena si fu riavuto dall’angoscia di quella visione. Trasse un profondo respiro, e pensò che ciò che gli era stato mostrato era un inganno, il frutto di una magia cattiva. La consapevolezza del vecchio nasceva da convinzioni errate, ma quello che aveva visto adesso, quello che aveva sentito, era un sortilegio, e non gli era difficile capire chi fosse in grado di penetrare così a fondo in lui, al punto da sconvolgerlo per la malvagità evocata.
I suoi occhi sereni riflettevano la certezza di quella conclusione, e si sentiva più forte.
Perché era di fronte al suo Nemico. Il Nemico di sempre.
Ma la replica non si fece attendere. Nuove immagini, che racchiudevano morte e distruzione, che svelavano cupidigia ed egoismo, falsità e invidia. Era dunque questo l’uomo?
“Non fui scacciato.” L’essere luminoso rivolse un sorriso a Yehosua, che questa volta gli parve ironico. “Io non condividevo il progetto di Colui che ha creato l’uomo. L’uomo è nato per compiere il male, per cedere alle tentazioni delle carne e dello spirito, l’uomo è infingardo di natura, corrotto e corruttore. La sua esistenza è priva di senso, e crearlo si dimostrò un errore. Il mio nome è Samhazai e ti posso assicurare che tutto quello che hanno detto di me è sbagliato e ingiusto. Io credo nella purezza dello spirito, e l’uomo ne è totalmente sprovvisto. In quanto a te, mi adorerai perché io sono il portatore della luce, e so che è a questo che tu aneli. Con me sarai felice; dagli umani, invece, riceverai soltanto delusioni e sofferenza.”
Yehosua per un attimo fu ammaliato da quelle parole, per un momento pensò che Samhazai avesse ragione, e desiderò di diventare il suo seguace, il suo più fido discepolo. Non era forse il bene che egli cercava? E Samhazai rappresentava l’essenza stessa del bene. Da lui avrebbe ricevuto amore, a propria volta lo avrebbe amato; con lui avrebbe realizzato il senso della sua esistenza. Avrebbe appreso a cercare l’assoluto, e si sarebbe scordato della meschinità di chi per condizione è destinato all’effimero. Non ignorava che la sua sapienza era infinita, e la sua bellezza rifletteva ciò che egli era interiormente.
Ma fu solo un istante.
Non era quello il suo compito.
E Samhazai aveva molti nomi.
Lui lo conosceva come Helel; e altri lo avrebbero chiamato Lucifer.
Gli voltò le spalle, e si incamminò, ignorando il suo ultimo richiamo.

Ripensò a Helel quando fu davanti al quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.
Prima c’era stata quella notte terribile.
Fino ad allora Yehosua non aveva mai conosciuto la paura. Le sue parabole parlavano d’amore, di comprensione, e, sebbene il suo messaggio non fosse sempre recepito nel modo più corretto, l’amore escludeva per definizione qualsiasi forma di timore. La sua vita era stata serena, e anche negli ultimi giorni si era sentito sufficientemente forte per poter affrontare il destino che lo attendeva.
Ma quella notte conobbe l’angoscia, e la sua anima ne fu devastata.
Non lo avrebbe mai previsto, tuttavia le sue certezze incominciarono a vacillare. Il dubbio si insinuò nella sua mente. Si allontanò dai discepoli per pregare. Avrebbe accettato la volontà di Dio, ma se esisteva una sola possibilità di salvezza l’avrebbe colta. Si lasciò cadere al suolo, prostrandosi. Assaggiò il sapore della polvere e della disperazione. Tornò con il pensiero all’India, al vecchio e, seppur rammaricandosene, dovette convenire con se stesso che il saggio aveva avuto ragione, e lui torto. Poi si pentì di quei pensieri. La notte era silenziosa, non c’era vento e le stelle sembravano lontane, irraggiungibili. La paura lo stringeva come una morsa implacabile; il respiro si fece faticoso; le ombre erano simili a demoni ostili. Adesso la solitudine gli pesava.
Fece ritorno dai discepoli e vide che dormivano. Ne fu profondamente rattristato. Nemmeno in quell’ora tremenda riuscivano ad elevarsi dalla condizione meschina dell’uomo? Rimproverò Pietro, e si allontanò nuovamente da loro. Quando tornò ancora, provò una profonda compassione per la debolezza dei loro cuori, e questa volta fu lui a invitarli a dormire. Comprese infatti che avevano avvertito la sua disperazione, e abituati com’erano a vederlo compiere prodigi, ne erano rimasti allibiti e avevano cercato l’oblio nel sonno.
Il tempo passava, e nulla gli era di conforto.
Poi li sentì arrivare.
Pensò di nascondersi, ma sapeva che questa non era la volontà di Dio.
A un tratto si sentì afferrare da una mano.
Si voltò di scatto. Era Pietro. “Maestro, non devono prenderti!”
Yehosua avrebbe voluto dirgli che proprio lui sarebbe stato il primo a rinnegarlo; non ne aveva la certezza, ma lo sentiva dentro di sé, così come le piante avvertono l’avvicinarsi della tempesta. Ciò nonostante, non si oppose. Si lasciò guidare lontano da lì. Il suo discepolo lo incalzava, affinché si muovesse con maggiore rapidità; ma Yehosua lo rimproverò. “Un conto è allontanarsi dal destino, pur sapendo che è inutile, altro agire con viltà. Tu non mi vedrai mai fuggire. Sarebbe come rinnegare la missione che Dio mi ha affidato.”
Comunque, lo seguì nel folto del bosco.
“Presto! Maestro, presto!”, lo incalzava Pietro.
Presero un sentiero nascosto, dove nemmeno la luce della luna riusciva a penetrare. “Sei salvo!”, esclamò Pietro. Poi sentirono dei passi. Erano a pochi metri di distanza. Il bagliore delle torce giungeva fin loro. Svoltarono a destra, addentrandosi in un groviglio di alberi e di rami, che in quella notte sembravano mani adunche, pronte a ghermirli.
In quel momento, ma forse solo in quel momento, Yehosua pensò che Pietro avesse ragione, e che fosse giusto sfuggire i suoi nemici, non già per viltà, bensì per proseguire la sua missione. Aumentarono il passo, però sentirono distintamente il rumore che facevano gli inseguitori. Avevano individuato il loro percorso, e come cani da caccia non mollavano la presa. Infine, raggiunsero uno specchio d’acqua, illuminato dalla pallida luce delle stelle. “Tu puoi attraversarlo.”, disse Pietro. “Maestro, tu puoi fare questo ed altro!” Yehosua sapeva che era vero: se lo avesse voluto, avrebbe camminato su quella superficie, distanziando i suoi nemici. Si sarebbe salvato. Avrebbe potuto tornare in India e godere nuovamente del piacere che la vicinanza del vecchio gli dava. Perché sacrificarsi invano? Perché rassegnarsi a un destino che gli appariva palesemente ingiusto? Forse Dio gli aveva chiesta questa assurdità?
No.
Mosse un passo, e le acque sembrarono scostarsi per agevolargli il cammino. Pietro tirò un respiro di sollievo.
Sì.
Yehosua si fermò. E andò loro incontro per abbreviare l’agonia dell’attesa.
Adesso il quinto procuratore lo interrogava.
Yehosua gli leggeva nell’anima, e non trovò nulla di malvagio in lui. Era un uomo combattuto, spesso irresoluto, probabilmente non all’altezza del suo compito. Ma Yehosua capì che lo riteneva innocente.
“Tu ti consideri il re dei giudei?”, gli chiese. Era una domanda molto importante, dato che a Pilato non interessavano le questioni religiose; il suo compito consisteva nel mantenere l’ordine in una terra ostile e incline alla ribellione. Se il prigioniero avesse negato di aver cospirato contro Roma, ogni accusa sarebbe caduta e, per quanto lo riguardava, lo avrebbe liberato.
Yehosua rispose che aveva cercato solo di far conoscere la verità.
“Cos’è la verità?”, gli domandò il procuratore.
Proprio in quel momento arrivò Claudia, sua moglie. La donna vide la sofferenza di Yehosua e invitò il marito a lasciarlo andare; l’innato intuito femminile le suggeriva che quell’uomo era buono e non si era macchiato di alcuna colpa.
Ponzio Pilato ascoltò distrattamente la risposta: era scarsamente interessato alle questioni filosofiche; inoltre, soffriva di una terribile emicrania, forse congenita e sicuramente acuita dalla permanenza in quella terra abitata da un popolo riottoso che detestava. Non gli fu del tutto chiaro quello che gli disse Yehosua, ma in ogni caso fu più che sufficiente per confermargli che era innocente. Quando il prigioniero finì di parlare, si alzò per andare ad annunciare ai giudei che non aveva ravvisato la colpevolezza di Yehosua. Non aveva complottato contro l’impero, e le sue parole, sebbene fossero confuse e prive di senso comune, escludevano qualsiasi forma di reato.
Davanti all’insistenza dei sacerdoti, ebbe un moto di stizza. Non comprendeva le ragioni di quell’accanimento, ma non voleva neppure che la sua decisione fomentasse disordini. “E’ Pasqua.”, disse. “E l’usanza prevede che in occasione di questa festa sia liberato un prigioniero. Perciò…”
“Libera Barabba!”, fu la risposta di tutti.
Ponzio Pilato li guardò, perplesso. Barabba era un assassino: trovava inconcepibile che dovesse essere liberato. Se una persona era inoffensiva, quella era Yehosua.
Decise di sfidarli apertamente. “Chi volete che rilasci: Barabba o colui che chiamano il Cristo?” Era certo che davanti a una scelta tanto semplice, la risposta sarebbe stata favorevole a Yehosua.
“Barabba!”
Il procuratore era disgustato. Si voltò per lanciare uno sguardo a Claudia, lesse l’ansia sul bel viso di sua moglie, esitò per un istante, quindi con un sospiro si girò nuovamente.
Poi si fece portare un bacile d’acqua.

Il cielo era livido. Il caldo atroce.
Il dolore insostenibile. Un dolore così grande che solo pochi giorni prima non avrebbe mai potuto pensare che esistesse. Dolore fisico. Dolore dell’anima. Un senso di delusione ma anche di pietà. Gli uomini erano così meschini, malvagi. Lui aveva predicato amore, aveva creduto in ciò che diceva, e le sue grandi parabole erano destinate al cuore di tutti. Ma esistono cuori di ghiaccio, insensibili alla sofferenza, cuori che forse non pulsano nemmeno, simili a macigni abbandonati nella sabbia del deserto.
Fu in quel momento che Yehosua comprese che il suo era stato un sogno. Un sogno bellissimo, ma illusorio. Una fiaba. Capì che quando parlava del Padre dava libero sfogo alla sua fantasia, tentava di trasformare una speranza in realtà. L’amore grande che provava si era trasformato in immaginazione. Perché avrebbe voluto che esistesse un Dio pronto ad accogliere fra le sue braccia tutte le persone buone del mondo. Ma sapeva che un Dio non c’era. Ignorava ciò che lo attendeva; improvvisamente immaginò un buio assoluto, privo di suoni, asettico, lontano oltre ogni tempo e ogni spazio.
Pensò al centurione che gli aveva dato una mistura di aceto e d’acqua perché si dissetasse, pensò a Maddalena, pensò ai suoi discepoli, pensò a tutti quelli che lo avevano ascoltato ed amato: avrebbe tanto voluto che ci fosse un paradiso per loro. Un luogo composto solo d’amore. Ma ora sapeva che li attendeva il vuoto. Ebbe una visione, forse dovuta allo strazio della carne e dell’animo. Fu qualcosa di terrificante, che gli procurò un’angoscia smisurata, che superava di gran lunga il suo destino personale, che costituiva la prova certa del suo fallimento. Vide la cattiveria imperante. Nel giro di pochi secondi, lunghi come l’eternità, vide la barbara ferocia che avrebbe dato vita a infinite guerre, sentì il suono di pianti e di invocazioni inascoltate, percepì distintamente la paura dei bambini. Era come se le cortine del tempo si fossero aperte improvvisamente, solo per lui; e sperò, sperò ardentemente che quello che gli appariva davanti agli occhi fosse un incubo causato dalla sofferenza, dalla stanchezza, dall’esaurimento di ogni sua risorsa. Ma sapeva invece che quanto gli veniva mostrato era vero. Vide nascere e svilupparsi una grande istituzione, nata dal suo insegnamento, e si rese conto che per secoli avrebbe tradito il suo messaggio, ricercando oro e potere, ciò che lui disprezzava. Ascoltò il crepitio delle fiamme che avvolgevano i corpi di donne innocenti, sentì l’odore della carne bruciata, scorse milioni di persone ridotte a scheletri che venivano sospinte in un lontano inferno.
Poi, un grande uccello di metallo che sorvolava una città. Uno strano ordigno che precipitava dal cielo. Un’intera popolazione annientata.
Avrebbe voluto urlare per lo sgomento, tuttavia gli mancavano le forze anche solo per parlare.
L’incontro con Samhazai era stato un sogno. Samhazai non esisteva, nello stesso modo in cui non esisteva il Padre. Probabilmente quel sogno era il frutto delle parole del vecchio saggio. Le aveva rifiutate, ma erano rimaste impresse nell’inconscio, e il clima infuocato del deserto le aveva riportate alla luce.
Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita. Ora che aveva presente il senso del fallimento, ricordò quelle parole, e piangendo le fece sue. Poi gli sembrò di scorgere la splendente figura di Samhazai. Se ne stava in disparte, lontano dalla folla e il suo viso era cupo. Yehosua si chiese se provava compassione per la sua sorte. Sarebbe stato strano, dato che era il Signore del Male e avrebbe dovuto gioire della sua rovina. Nel deserto, Yehosua gli aveva voltato le spalle, rifiutando di adorarlo. Eppure quegli occhi non mentivano… esprimevano una profonda tristezza. Ma anche questa era un’illusione: se non c’era Dio, non poteva esserci nemmeno Samhazai.
All’improvviso si levò un grande vento, mentre una coltre di nubi nere oscurava il sole. Il corso dei suoi pensieri mutò.
Vide altre cose.
Un uomo che amava gli animali, che aveva rinunciato a ogni bene terreno per predicare l’amore. Il suo sguardo spaziò fino all’India, riportandolo in una terra che aveva amato. E scorse una figura avvolta in un manto di bontà che sfidava e sconfiggeva un grande impero unicamente grazie alla forza delle parole, al rifiuto della violenza. Vide infiniti atti di carità, uomini e donne generosi, una minoranza ma che spiccava come la più fulgida fra le luci sull’oscurità dilagante. E allora capì che non aveva fallito. Che il suo vero insegnamento sarebbe stato tramandato per opporsi all’egoismo e alla crudeltà. La barbarie non avrebbe vinto, fino a quando anche una sola persona sarebbe stata capace d’amare.
Chiuse gli occhi, colmi di lacrime. Era sfinito ma accolse la morte senza disperazione. Se aveva inventato un paradiso inesistente, era comunque riuscito a lasciare un seme.
Da quel seme sarebbe nata la pianta dell’amore. E nessuno, nessuno, sarebbe mai riuscito a distruggerla.

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IL POSTO DELLE FATE 3 DI 4

Il posto delle fateI nostri piedi affondavano nella neve. Il grande parco era silenzioso. Benché non amassi l’inverno, se avessi avuto una sola possibilità di trovare la pace, quello era certamente il luogo più indicato. Ero arrivato in anticipo e mentre aspettavo Stefania avevo ascoltato “Nothing Else Matters”. L’avevo già sentita cento volte. Avevo già sentito cento volte tutto il “Black Album”. Io ascolto i Metallica per combattere la rabbia, o la disperazione.
Never opened myself this way
Life is ours, we live it our way
All these words I don’t just say
And nothing else matters
Ci dirigemmo verso l’estremità settentrionale del parco. Oltre la rete di recinzione, ecco il vecchio museo. A seguito di uno scandalo, il museo era stato chiuso e le fate avevano abbandonato il parco. La leggenda narrava che fino a quel momento avevano protetto gli innamorati che si recavano lì.
“Tu sai di che scandalo si trattò?”, mi chiese Stefania.
“L’assessore alla cultura pretendeva determinati servizi dalle dipendenti. Altrimenti avrebbe trovato il modo di licenziarle. Questo almeno era quello che affermava; loro avevano paura di perdere il posto di lavoro e perciò gli obbedivano. Alla fine una ragazza lo denunciò.”
“Sesso?”
“No. Peggio. Amava seviziarle.”
Restammo in silenzio, inseguendo i nostri pensieri. Faceva molto freddo, ma il sole finalmente si era liberato delle nubi.
“Sta arrivando una bella giornata.”, dissi.
“Perché hai voluto vedermi?”
Mi fermai per guardarla negli occhi. “Non lo so.”, risposi. Era vero: non avevo un’idea precisa in mente; soltanto molta confusione. Da quando Chiara mi aveva lasciato ero sempre confuso. “Saranno due settimane che non parlo con nessuno.”, risposi come se stessi rivolgendomi a me stesso. “Ma non cerco pietà o compassione.”
“Ti sono amica, lo sai.”
Osservai le panchine, rimpiangendo che non fosse estate. Avremmo potuto sederci e godere del tepore del sole. “Il passato non muore mai.”, dissi. “Esistono dei ricordi che il tempo non può cancellare. Molte cose svaniscono, perché non avevano un grande significato; altre, invece, restano e all’improvviso tornano, come una luce nel buio della notte più tenebrosa.”
“Non sei cambiato.”, disse Stefania.
“Ho solo trent’anni di più.”
Conoscevo già la sua situazione: aveva un legame, ma non ritenevo che fosse un legame esclusivo. Pensavo che esistesse uno spazio a me riservato. Sapevo che era un’idea quantomeno presuntuosa, ma non mi importava. Quando hai toccato il fondo ti senti in diritto di dire e pensare ciò che vuoi.
La guardai di nuovo. La maturità aveva addolcito i suoi lineamenti. Era bella e dimostrava almeno dieci anni in meno. Ma gli occhi erano quelli di sempre: castani, dolci e profondi. “Sono confuso.”, affermai rivelando una parte di ciò che pensavo. “Da quando lei è andata via, ho sognato soltanto che tornasse. E forse lo sogno ancora, però sogno anche altre cose.”
Stefania scosse la testa. “Non si può sempre sognare; io ascolto canzoni di trent’anni fa, ma intanto il tempo è passato e anche noi siamo cambiati: dobbiamo trattarci con delicatezza perché entrambi abbiamo sofferto e ora siamo fatti di cristallo. “Felicità e vetro” dice un proverbio tedesco “come facilmente si rompono!”
Annuii. “Sarà il tempo a decidere.” Poi sorrisi. “Sai cosa ho fatto dopo aver visto per l’ultima volta Chiara? Ho immaginato di avere con me una borsa, spaziosa ma leggera. Focalizzai la mia mente sui momenti più tristi della mia vita. Non mi sforzavo di cercarli; arrivavano da soli, e man mano li infilavo nella borsa. Raggiunsi il posto delle fate, chiusi bene la borsa e la gettai in un cespuglio. Sapevo con certezza che una fata sarebbe tornata, avrebbe preso la borsa e l’avrebbe portata lontano.”
“Un’idea romantica.”
“Le fate sono tornate, Stefi. Le fate tornano sempre. Se così non fosse, la vita non avrebbe senso, non sarebbe degna di essere vissuta. Io credo che un uomo abbia il diritto di cercare la felicità. Il problema è che spesso non ne è capace. E allora ci pensano loro. Le fate.”
Lei taceva e io mi domandai a cosa stesse pensando. Aveva un’espressione serena; questo mi era di conforto. Riprendemmo a camminare. Negli ultimi tempi rimorso e rimpianto erano stati i miei più fedeli compagni; ma ora non volevo più soffrire. Sapevo che non sarebbe stato facile, che sarebbe stato difficilissimo. Mi attendevano altri risvegli amari e altre notti insonni; ma avrei combattuto, avrei cercato di ritrovare una luce, e se fosse stata flebile, loro l’avrebbero resa più forte.
Finalmente raggiungemmo il posto delle fate. Fu allora che ricordai una cosa fondamentale: nella borsa avevo messo tutti i momenti tristi della mia vita… tranne uno. Il più importante. Adesso dovevo farlo. Ricreai la borsa nella mia mente, e inserii quell’ultimo ricordo. Il giorno in cui Chiara mi aveva lasciato. Non ero sicuro che le fate fossero disposte ad aiutarmi ancora, però sapevo che erano lì e che leggevano nella mia anima. Sapevo anche un’altra cosa. Che esiste un limite alla sofferenza, oltre il quale c’è solo la pazzia. Gettai la borsa e cercai lo sguardo di Stefania.
“Sarà il tempo a decidere.”, ripetei. “Forse sarà una decisione buona, forse no. Non c’è mai niente di garantito. La nostra strada corre attraverso campi e ruscelli, ma spesso finisce in burroni cupi, avvolti nella nebbia. E’ possibile uscirne, ma occorre anche un po’ di fortuna. Non tanta. E’ sufficiente che le fate tornino a sorriderti.”

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IL POSTO DELLE FATE 1 DI 4

Il posto delle fateSi erano scelti un luogo appartato, al confine settentrionale del parco. Oltre la rete di recinzione, c’era un vecchio museo, abbandonato da anni. L’edificio formava un angolo retto con un deposito di legnami. I bambini giocavano a pallone all’estremità opposta del parco; il piccolo prato circondato da grandi alberi secolari era stato adibito a campo di calcio. I vialetti ben curati ospitavano panchine verniciate di fresco, dove alcune donne chiacchieravano lavorando a maglia; un uomo anziano leggeva il giornale.
La panchina su cui sedevano Letizia e Marco era celata alla vista da una folta macchia di vegetazione. Era anche l’unica panchina che mostrava i segni del tempo. L’amministrazione comunale non si era presa la briga di farla verniciare: alla fine di quell’estate sarebbe stata rimossa. Sarebbero scomparse le frasi che rammentavano antichi amori, ricordi lontani e momenti felici; eterne promesse che probabilmente non erano mai state mantenute.
Non era possibile fare l’amore lì. Sebbene in teoria fossero lontani da sguardi indiscreti, qualcuno avrebbe potuto risalire il sentiero che conduceva al museo. Il cancello a nord del parco era chiuso da anni, ma talvolta qualche spirito romantico si spingeva fino al posto delle fate.
Benché stesse vivendo la notte dell’anima, Letizia sorrideva. Era come se volesse assaporare quel momento di assoluta intimità in un modo talmente intenso da renderlo infinito.
Marco avrebbe voluto fare l’amore. Era sicuro che non sarebbe arrivato nessuno, le voci dei bimbi giungevano attutite dalla distanza, il museo era avvolto nell’ombra, e le fate non c’erano più. Alzò gli occhi al cielo, mentre Letizia accarezzava distrattamente Sally. Il cane amava molto Marco, perché gli animali sanno leggere nel cuore degli uomini. Marco osservò le nubi trasportate dal vento; a tratti il grigio veniva interrotto da rettangoli luminosi. Era un gioco che si protraeva da quella mattina. Il sole appariva e scompariva; intorno alle dieci era piovuto, ma per poco. Adesso la panchina era perfettamente asciutta.
“Ti amo.”, disse Letizia.
Lui annuì. Non occorrevano risposte.
Lei gli prese delicatamente una mano e se la portò in mezzo alle gambe. Accolse con un sospiro il suo dito.
Le fate avevano abbandonato quel luogo quando il museo era stato chiuso. Per lungo tempo si erano dedicate al compito di vegliare sugli innamorati e di proteggere le vestigia dell’arte. Ora quel compito si era esaurito.
Letizia allargò le gambe, chiuse gli occhi e incominciò a gemere.
Marco sapeva che se lei gli avesse chiesto di gettarsi in un burrone, lui avrebbe obbedito senza esitare. E non si sarebbe limitato a questo. Una graziosa casetta immersa nel verde. Vasi di fiori ad ogni finestra. Uscire al tramonto con Sally, respirando l’aria viva della natura. Rincasare per raggiungere Letizia che lo aspettava a letto.
Se il tempo fosse gestito dall’uomo, tutto questo si sarebbe realizzato. Ma il futuro non è una linea retta che attraversa i campi della vita; è più simile a un cerchio tracciato da un compasso misterioso, che persegue fini propri e oscuri.
Il museo era stato chiuso in seguito a uno scandalo, le fate avevano abbandonato il parco, gli innamorati erano rimasti soli senza che nessuno si curasse più della loro felicità.
Marco si alzò dalla panchina e si avviò lentamente verso l’uscita.
Durante quel tragitto eterno non si girò mai perché non voleva vederla piangere.
Ma sentì Sally guaire.

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LETTERA DI UNA MADRE

lettera di una madreFiglia mia, vorrei augurarti di trascorrere una vita felice, ma forse è chiedere troppo. Sarebbe già bello se tu trovassi e conservassi nell’animo la serenità, la fiducia in te stessa e l’amore per il prossimo, a qualunque etnia appartenga: tieniti alla larga dai razzisti e ricorda sempre che siamo tutti uguali, ricchi e poveri, bianchi e neri. Io non credo in Dio, ma credo nel messaggio di Gesù, che considero il più grande uomo mai esistito.
Non influenzerò in alcun modo le tue scelte: starà a te decidere in base alla tua coscienza se credere o meno; ciò che conta è che tu non tradisca mai chi ti ama. La strada dell’inganno è la peggiore, e non guardare ai malfattori che nel nostro Paese vengono premiati con cariche e onori, come se una condanna penale, anziché motivo di biasimo e vergogna, fosse una nota di merito.
Cerca di studiare con profitto, perché è importante apprendere, ma non pensare che una laurea ti darà un buon lavoro; ciò accade altrove ma purtroppo non qui. Sappi comunque che qualsiasi lavoro, anche il più umile, è degno di rispetto. Svolgilo con impegno e la notte dormirai bene. Ti auguro un amore felice. Non dimenticare, però, che ogni matrimonio presenta delle difficoltà: non arrenderti alle prime, lotta sempre per proteggere la tua casa, e la tua casa è dove vivrà tuo marito e, in seguito, i tuoi figli.
Rispetta il tuo uomo e pretendi uguale rispetto. Non cedere alla prima passione della giovinezza e attendi che scocchi una vera scintilla. Il divorzio, per fortuna, esiste, ma non è un traguardo gioioso, né un passo da compiere alla leggera. E’ l’ultimo rimedio.
In base alle tue possibilità, aiuta sempre il prossimo tuo. Che siano soldi, un sorriso o una stretta di mano. Questo è uno degli scopi dell’esistenza; chi lo ignora ha il cuore gelido dell’egoismo. Non aspettarti riconoscenza, non è per quello che devi compiere il bene.
Ama gli animali: sono gli amici più sinceri. Disprezza e combatti chi li maltratta, persone che meritano soltanto disgusto.
Camminerai scalza sulla sabbia, contemplando il mare infinito, e le barche dalle vele sgargianti, e le navi lontane, e i gabbiani. Raccoglierai conchiglie e gli affiderai i tuoi sogni.
Verrà anche il tempo delle piogge.
Conoscerai la tristezza. Rammenta che dopo l’inverno giunge sempre la primavera, dopo la grandine il sole, dopo i fulmini il cielo stellato, perciò non lasciarti abbattere. Conoscerai la gioia, forse solo attimi sporadici: conservali in un cantuccio del cuore, ti riscalderanno nei momenti più bui.
Sii sempre fiera di te stessa, e se sbaglierai ammettilo e non nasconderti in un manto di indifferenza; impara, invece, dai tuoi errori per diventare una donna migliore.
Cercherò di guidarti, bambina mia, ma poi sarai tu a tracciare il tuo cammino.
Che sia il migliore possibile!
Buon Ferragosto, tesoro.
La tua mamma.

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UNA NOTTE DI SANDRA E ROBERTO

SandraA causa dell’educazione rigida che aveva ricevuto dalla sua famiglia, Sandra non replicò quando Roberto, ormai quasi ubriaco, cominciò ad alzare la voce. Il ristorante era pieno e la donna non avrebbe mai sopportato di dare scandalo. Pensava che, se non avesse ribattuto, lui si sarebbe calmato, abbandonando l’atteggiamento litigioso che aveva assunto negli ultimi minuti.
Si sbagliava. Quando uscirono dal locale e salirono in macchina, Roberto si mise quasi a gridare.
Mentre guidava in modo nervoso, a strappi, la ricoprì di insulti, dando libero sfogo a un risentimento che evidentemente covava da tempo. Sandra guardava fisso davanti a sé, chiedendosi come fosse possibile che il ragazzo delizioso che aveva sposato si fosse trasformato in un’altra persona, arrogante e grossolana, prepotente e meschina.
Anche l’aspetto fisico era cambiato: anni prima era stato un uomo bello e atletico, che sfogava in palestra la sua aggressività e riservava a lei il suo lato più dolce; adesso aveva il viso gonfio, cosparso di venuzze,  ed era diventato corpulento. Aveva dovuto sostituire tutte le camicie e le giacche. Ma questo sarebbe stato il minimo: anche Sandra non era più una ragazzina, però aveva conservato la finezza dei lineamenti ed era ancora una donna attraente.
Entrarono in casa e nell’ascensore lui toccò il fondo. “Se almeno sapessi scopare!”, esclamò con il chiaro intento di mortificarla. “Per fortuna ho conosciuto Giovanna. Altrimenti dovrei andare avanti a seghe.”
Sandra ignorò quelle parole, anche se immaginava che fossero vere. Giovanna era il suo nuovo braccio destro in ufficio, una donna che lei giudicava volgare, ma che indubbiamente possedeva molte di quelle prerogative che piacciono ai maschi. Era alta, formosa e statuaria; probabilmente le sue misure non si discostavano di molto dal classico novanta-sessanta-novanta. Inoltre portava scritto in faccia l’amore per il sesso.
Ma, benché lo avesse supposto, quella conferma rappresentò uno dei punti più bassi della sua vita: un’umiliazione che non era disposta ad accettare, perché superava il concetto di gelosia. Era la dimostrazione definitiva di quanto poco Roberto la stimasse, era una mancanza di sensibilità che la feriva e la sgomentava; e il fatto che lui avesse bevuto non rappresentava una giustificazione, dato che si riempiva di alcool tutte le sere e in quei momenti dava libero sfogo a una natura che era diventata violenta e incontrollabile.
Molte donne se la sarebbero presa con la rivale, ma non Sandra. Malgrado non stimasse Giovanna e la considerasse un’arrampicatrice sociale, intuiva che lei non provava nulla per Roberto; se era diventata la sua amante lo aveva fatto unicamente in funzione della carriera. Lui, invece, andava a letto con lei, perché era seducente e procace. Grazie al denaro poteva permetterselo, e questo era un particolare ripugnante che conferiva un’ ulteriore nota disgustosa a un quadro che già di per sé risultava squallido. Entrarono nell’appartamento. Sandra avrebbe voluto andare subito a coricarsi, ma Roberto la costrinse a seguirlo in soggiorno. Si versò da bere, e ricominciò a offenderla.
Paragonò il suo corpo a quello di Giovanna, con la maligna soddisfazione di vedere nei suoi occhi la frustrazione che anche la più intelligente fra le donne prova se messa di fronte allo scorrere del tempo e all’impietoso confronto con un’altra donna più giovane e avvenente.
Sandra ripensò a quando lo aveva conosciuto. Era accaduto in un’altra vita, tanto distante appariva ora. Lei aveva appena finito il liceo, lui si stava per laureare. Si erano incontrati al mare. Entrambi frequentavano una scuola di vela, e quando ci fu la regata di fine corso l’istruttore li mise assieme.
All’inizio non avevano parlato molto, concentrati com’erano a mantenere il vantaggio acquisito grazie a una partenza indovinata. Roberto era un timoniere molto dotato, ma anche lei era brava al fiocco. Era una ragazza forte e sapeva muoversi in modo agile e sicuro; inoltre, lo assecondava come se formassero un equipaggio collaudato da tempo. Quando capirono che la vittoria non gli sarebbe mai sfuggita, iniziarono a chiacchierare, scoprendo molti punti in comune. Sandra se lo sarebbe mangiato, per quanto era bello; e Roberto manifestava un interesse per lei che andava oltre la semplice simpatia.
Fecero l’amore quella notte, e compresero che erano fatti l’uno per l’altra, e che la vita si era dimostrata benevole con loro: erano una coppia perfetta, e non soltanto in barca. Seguirono anni bellissimi.

Roberto biascicò che voleva il divorzio. Forse il giorno dopo si sarebbe pentito di quelle parole avventate, e di averle raccontato di Giovanna; ma adesso sembrava convinto, deciso a chiudere per sempre la loro storia. Sandra si dichiarò d’accordo. Quella sera lui aveva toccato il fondo, e non sarebbe stato possibile dimenticarlo. Non lo avrebbe mai perdonato.
Lui assunse un’espressione che voleva essere astuta, ma che tuttavia appariva patetica. “Dovresti scopare con Giovanna. Almeno scopriresti cos’è una vera donna. Forse ti aiuterebbe a superare la frigidità.”
Sandra non si degnò di rispondere. Non era frigida, non lo era mai stata. Semplicemente, non amava più fare sesso con lui, perché per lei fare l’amore era correlato al sentimento, e questo ormai si era perso lungo i crinali del tempo.
All’improvviso, con grande sorpresa della moglie, lui si accasciò per terra e iniziò a piangere. “Lo sai che non sono attratto dalle more.”, disse quasi in tono di accusa. Sandra lo fissò in silenzio. “Non c’è mai stato nulla fra me e Giovanna. Ho inventato tutto, al solo scopo di ferirti. Io amo te, e desidero unicamente te, ma tu mi detesti.”
Sandra scosse lentamente la testa. “Non detesto te.”, rispose con calma. “Ma il tuo demone.”
Roberto tirò su con il naso. “Sei sempre così controllata, così sicura di te; a volte la tua freddezza mi uccide.”
“Forse è meglio che tu vada a dormire.”
“Non voglio andare a dormire!”, protestò lui con la petulanza di un bambino che non intende rinunciare a giocare. “Voglio parlare, e desidero che tu mi ascolti!”
“Non sei nelle condizioni di dire qualcosa di sensato. E poi non ho nessuna intenzione di ascoltarti. Non dopo la disgustosa scena che hai fatto al ristorante. Questa sera hai oltrepassato ogni limite.”
Ci fu un silenzio, interrotto solamente dalle voci della notte. La prima nebbia dell’anno saliva lentamente, avvolgendo la casa nel suo manto impalpabile. “Io… vorrei che tu mi considerassi di più. Mi sono inventato la storia di Giovanna per vedere se eri gelosa; invece, non te ne importa nulla. Io non conto più per te.”
Sandra avrebbe voluto rispondergli che c’era stato un tempo, un tempo assai lontano, in cui invece lui aveva contato moltissimo per lei; avrebbe voluto dirgli che lo aveva amato con tutta se stessa, e che lo aveva stimato per quanto sapeva dimostrarsi generoso, attento e premuroso. Per il suo sorriso sincero. Per la risata allegra e contagiosa con cui accoglieva le sue battute di spirito. Per il suo spessore umano e per la sua gentilezza. Ma le cose erano cambiate. E sapeva che quel tempo, il tempo delle risate e della gioia, non sarebbe mai più tornato. Sapeva anche non intendeva più condividere i suoi giorni con lui.
Esiste sempre un istante decisivo, quando alla fine di un viaggio nelle terre della delusione, arriva il momento di dire basta, e di voltare pagina.
L’indomani avrebbe chiesto la separazione. Ignorò il suo sguardo supplice e si avviò verso la camera da letto.
Aprì la porta e indugiò per un momento.
E se Roberto avesse avuto, sebbene in minima parte, un fondo di ragione? Si era trasformato in un uomo sgradevole, è vero, però era altrettanto vero che lei non aveva mai mosso un passo nella sua direzione, trincerandosi dietro a una facciata di gelida cortesia.
“Sciocchezze!”, pensò e accese la luce.

Il vento soffiava, forte e teso. La barca a vela bordeggiava al largo, sopravento rispetto a tutte le altre. Il mare scintillava ai raggi del sole, e il sole riempiva il cielo con la sua presenza. Con le gote arrossate per l’eccitazione, Sandra esclamò: “Stiamo vincendo!” Lui le sorrise, e fu allora che lei capì che lo amava, e che lo avrebbe amato per sempre, qualsiasi cosa fosse successa. Perché non sei tu a scegliere l’amore. E’ lui che ti sceglie.

Tornò in soggiorno, prese la bottiglia di bourbon e la scaraventò sul pavimento.
Gli tese la mano. “Andiamo a letto.”, disse.

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NICOLETTA 4 DI 4

NicolettaEra una tiepida giornata di maggio e il sole illuminava piacevolmente il piccolo giardino. La finestra aperta accoglieva l’aria profumata di quella splendida primavera. Nudi sul letto, Simone e Nicoletta si accarezzavano dopo aver fatto l’amore.
Quei mesi erano letteralmente volati. Si trovavano tutti i pomeriggi a casa sua. Facevano all’amore, e poi chiacchieravano, ascoltavano musica; Nicoletta leggeva un libro rannicchiata fra le sue braccia.
Caltabella non aveva dimenticato Sara, però si rendeva conto ogni giorno di più che Nicoletta era la donna della sua vita. Ciò non dipendeva unicamente dal fatto che fosse giovane, bella e insaziabile. Quando toccava il suo seno piccolo e sodo, i capezzoli si indurivano immediatamente; quando sfiorava le sue gambe morbide come il velluto, lei gemeva e si bagnava; quando la penetrava, raggiungevano uno stato di simbiosi talmente elevato da condurli rapidamente all’estasi.
Ma c’era dell’altro. Nicoletta era intelligente e arguta; ansiosa di apprendere tutto quello che lui poteva insegnarle. Ascoltava le sue parole con estrema attenzione, poi esprimeva il suo pensiero che si dimostrava sempre lucido e profondo. Imparava in fretta, e conversare con lei rappresentava un autentico piacere per l’intelletto.
Inoltre, le vie misteriose dell’amore non sono mai una somma matematica, bensì una formula chimica: e l’alchimia che li univa sarebbe durata per sempre perché era magia allo stato puro, paragonabile all’incanto della primavera, all’energia dell’estate, alla trattenuta malinconia dell’autunno, al bianco abbraccio dell’inverno. Era l’amore, quello vero, assoluto, capace di trascendere ogni altra cosa e di legare indissolubilmente due persone.
Caltabella si alzò dal letto, infilandosi i boxer per un senso di pudore che gli apparteneva da sempre. Attraversò la stanza, aprì l’armadio e prese un piccolo pacchetto confezionato con ogni cura. Nicoletta seguiva i suoi movimenti con lo sguardo ancora languido di chi ha appena goduto delle meraviglie del sesso condiviso, quello che non infiamma solo i sensi ma anche l’anima.
“Non potrò più insegnare al liceo.”, disse Simone porgendole il dono. “Però non è un problema, ho già parlato con la direttrice di una scuola privata. Lo stipendio sarà inferiore, ma mi arrangerò con qualche lezione privata.”
Mentre lui tratteneva il fiato, Nicoletta prese il pacchetto e lo scartò stando attenta a non sciupare la carta pregiata che era servita per confezionarlo. Quindi aprì anche l’elegante scatola che non lasciava adito a dubbi sul contenuto. Un raggio di sole penetrò nella camera, riflettendosi sull’anello d’oro e facendolo scintillare. L’insegnante era teso: avrebbe apprezzato il regalo o non lo avrebbe considerato alla sua altezza? Gli era successo di pensare negli stessi termini alla sua casa. Non era una reggia, lo sapeva, comunque era calda e confortevole.
“E’ magnifico!”, esclamò la ragazza.
“A luglio sarai maggiorenne.”, disse il professore. Aveva ripassato varie volte quella dichiarazione: era un momento solenne, e desiderava che le sue parole risultassero adeguate alla circostanza. “Poi ci sposeremo.” Non seppe aggiungere altro e fissò ansiosamente la giovane.
Nicoletta sorrise. Per quel sorriso Simone Caltabella sarebbe andato all’inferno. “Sei tanto caro.”, sussurrò lei con la voce lievemente arrocchita. “Io adoro fare l’amore con te… parlare… sognare, ma mio padre ha finito il suo compito, e presto torneremo nella nostra città.”
“Non se mi sposerai.”, ribatté lui. “Vuoi sposarmi, vero?”
Nicoletta si accese una sigaretta; fumava da poco, più per vezzo che per una reale necessità. Aspirò una boccata di fumo, si stirò pigramente. “Vieni qui.”, gli disse. “Facciamo ancora l’amore.”
Simone stava per raggiungerla sul letto, ma a un tratto fu colto da un terribile presentimento. “Vuoi sposarmi, vero?”, ripeté, questa volta in modo incerto.
La ragazza scosse lentamente il capo. “E’ stato bello con te.”, rispose. “Ma io sono già fidanzata, e l’anno prossimo mi sposerò con Luca.”
Caltabella la guardò in silenzio, mentre il mondo si sgretolava intorno a lui.
“Ma… ma…”, balbettò dopo qualche istante. “Tu hai detto che mi amavi!”
“Ed era vero.”, replicò lei. “Io non ti ho mai mentito. Però amo Luca. E’ lui l’uomo della mia vita. Inoltre, ci dividono troppi anni. Luca sta per laurearsi in economia e commercio, poi dirigerà la ditta di suo padre. Che futuro potresti offrirmi tu? E non mi riferisco solamente ai soldi. Morirai molto prima di me. Vuoi che rimanga vedova a trent’anni?”
Spense la sigaretta nel posacenere. “Sognare è bello. Ma la vita non è un sogno.” Si era espressa con un cinismo che lui non avrebbe mai pensato potesse appartenerle. Simone chinò il capo. “Già.”, mormorò. “La vita non è un sogno.”

Il mattino dopo Nicoletta preferì non andare a scuola.
Alla prima ora c’era italiano. Il professor Caltabella tardava più del solito.
I ragazzi scherzavano fra loro, oppure parlavano di musica. Stava per uscire il nuovo album dei Metallica, e sebbene da tempo non fossero più all’altezza della loro fama era in ogni caso un evento importante.
Fu Carlo a notare la strana scritta sulla lavagna. Poi la videro anche gli altri.
Ma è già ora di andare: io, a morire; voi, a vivere. Chi di noi però vada verso il meglio, è cosa oscura a tutti, meno che a Dio.

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NICOLETTA 3 DI 4

Nicoletta 3Il professor Caltabella sapeva che non avrebbe dovuto accettare quell’invito, ma mentì a se stesso dicendosi che in fondo non c’era nulla di male: avrebbero parlato di Ugo Foscolo, e questo sarebbe servito ad accrescere la preparazione di un’allieva indubbiamente dotata. Inoltre, non era la prima volta che usciva con dei ragazzi della sua classe, sebbene nelle altre occasioni fossero stati sempre in gruppo. “Ma era sera.”, cercò di giustificarsi. “Adesso è giorno, e poi si tratta solo di un panino.” In meno di un’ora sarebbe tornato a casa.
Mentre uscivano dalla scuola si rese conto che quella mattina Nicoletta si era vestita in modo diverso: era abituato a vederla in jeans e All Star. Rimase sorpreso notando la minigonna e le scarpe con i tacchi. Lungo il tragitto verso il bar, non riuscì a evitare qualche occhiata furtiva alle splendide gambe di quella ragazza. Sorrise fra sé: era un tentativo ben ingenuo di sedurlo, posto che fosse quella l’intenzione di Nicoletta. Ovviamente, ne sarebbe stato felice; ma era un’eventualità estremamente remota. Era impossibile che una diciottenne si sentisse attratta da lui. Sarebbe stato presuntuoso anche il solo presumerlo. Semplicemente, lei voleva approfondire un aspetto letterario che era di grande interesse, e la minigonna non aveva nulla a che vedere con quel pranzo di studio.
Presero posto a un tavolino d’angolo, scelsero i panini, e ordinarono due aranciate. Nicoletta accavallò le gambe. Caltabella ignorò il gesto, e prese a spiegare. Come sempre, era chiaro e coinvolgente. Non aveva mai sopportato gli insegnanti che si trinceravano dietro a una selva di frasi oscure e contorte; non era certo quello il metodo migliore per inculcare l’amore per la letteratura nei propri studenti. Se un professore si esprimeva in modo farraginoso, ciò significava che non era preparato sull’argomento, oppure più semplicemente che avrebbe dovuto cambiare lavoro.
Stava parlando delle “Grazie”, quando capì che Nicoletta non lo ascoltava. Lo guardava con un’espressione maliziosa, forse anche lievemente ironica, come se pensasse che lui era un uomo piuttosto lento di riflessi, e che lei si aspettava che finalmente capisse il motivo per cui gli aveva proposto di mangiare assieme. Ma forse era solo una supposizione, sicuramente errata. Da qualche parte, Nicoletta aveva certamente un moroso, o magari più d’uno, e non avrebbe mai perso il suo tempo per sedurre un professore che avrebbe potuto essere suo padre. Finì il panino, e affrontò “I Sepolcri”, il capolavoro di Foscolo.
Nicoletta gli prese una mano fra le sue.
Era seduta di fronte a lui; si sporse sul tavolo per avvicinare il suo viso. Gli sorrise. In quel sorriso non c’era malizia, piuttosto come un senso di aspettativa. Le gote della ragazza si erano leggermente arrossate; lo sguardo si era fatto profondo e intenso.
Caltabella pensò di ritrarre la mano e di alzarsi per andare a pagare il conto.
Invece, restituì la stretta. Si sentiva frastornato e confuso: da un lato, sapeva di desiderare quella ragazza, da quell’altro non ignorava che si sarebbe trattata di un’autentica follia. Ciononostante, continuò a stringerle la mano. Quella di Nicoletta era calda e asciutta, e la sua stretta era forte.
“Andiamo a casa tua.”
Caltabella impallidì. Non era una domanda, e nemmeno una timida proposta. Nicoletta aveva pronunciato quelle parole con la tranquilla sicurezza di chi dice qualcosa di assolutamente lecito e normale. E con la consapevolezza che lui avrebbe accettato. Per un momento, ripensò alle sue vecchie compagne di classe, spesso inibite e irresolute, un “vorrei ma non posso” continuo e frustrante. Era un vero avvenimento, quando si lasciavano toccare il seno per pochi secondi. I tempi erano cambiati, ne era perfettamente consapevole; tuttavia la sicurezza di Nicoletta lo sgomentava.
Un’altra cosa lo sgomentava, forse in misura ancora maggiore. Sarebbe stato disposto ad andare all’inferno, pur di assecondarla. Desiderava quel corpo. Ma c’era anche qualcosa di più sottile. Voleva vivere l’ebbrezza che gli mancava da quando era rimasto vedovo, voleva dimostrare a se stesso che sarebbe stato all’altezza delle sue aspettative. E poi era stordito, affascinato dalla sua personalità, dal temperamento determinato, dal profumo irresistibile che si era messa quella mattina. Voleva volare di nuovo, e poco gli importava se quel volo avrebbe potuto in seguito trascinarlo in un baratro.
Però, dentro di sé, sapeva che non era possibile. Esistevano troppe implicazioni, troppi pericoli. Perciò, sia pur a malincuore, stava per risponderle “no”, e per esortarla con il massimo garbo possibile a rivolgere le sue attenzioni a qualche giovane che fosse suo coetaneo. Ma in quel momento Nicoletta gli sorrise in maniera irresistibile. In quel sorriso era racchiuso tutto il senso della vita.
“Va bene.”, disse Simone Caltabella con voce soffocata.

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