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Se Berisha era ancora sconcertato per l’aggressione dei quattro teppisti, dopo la domanda dello sconosciuto, la dimenticò immediatamente.
Spalancò la bocca, passandosi la lingua sui denti per accertare che fossero ancora tutti intatti, e lo fissò, stupefatto. Cosa ne sapeva lui di Neil Young? Prima che potesse parlare si sentì rivolgere un’altra domanda. “C’è un medico qui nei paraggi?”
Berisha annuì. “Il dottor Brenna. Abita lì.” Indicò una villetta, leggermente rialzata rispetto alla strada, dalla quale la separavano un cancello e un piccolo prato in lieve pendenza, un po’ trascurato. (Si poteva pensare che gli studenti che avrebbero dovuto tagliare l’erba fossero scesi in sciopero, a causa della paga troppo scarsa). Dal retro, mediante un sentiero in terra battuta, si accedeva alla provinciale, fra Arosio e Lurago d’Erba, nei due sensi, nord e sud.
“Ha lo studio al pian terreno. Ma…”
“Andiamo.”, disse l’uomo, senza curarsi del manifesto sbalordimento del giovane. Si avviò, appoggiandosi al bastone; Berisha lo seguì.
Il dottor Brenna aveva oltrepassato da un pezzo l’età della pensione, ciò nonostante contava più pazienti del bambino travestito da medico che esercitava sull’altro lato del paese, a circa due chilometri di distanza, e che, di norma, non visitava mai, ritenendo che la sua professione prevedesse esclusivamente il ricorso agli specialisti e agli esami che prescriveva senza risparmiarsi. Brenna spesso era ubriaco: questo non gli impediva di mettere a frutto con competenza l’esperienza di una vita. La pancia prominente denotava che, oltre a essere un amante del vino (e del cognac), era anche una buona forchetta.
Osservò con curiosità il viso di Berisha, quindi lo invitò a spogliarsi. Dopo averlo esaminato e aver pulito e disinfettato le ferite, scrutò a lungo gli occhi del giovane, dichiarandosi infine soddisfatto. “Un bel match!”, commentò allegramente, prima di tirar fuori da un cassetto della scrivania il ricettario e di scarabocchiare qualcosa con una grafia pressoché illeggibile.
“Mi hanno aggredito.”, disse Berisha.
“Mmm… succede. Di questi tempi succede di tutto. Pensaci tu, se vuoi, alla denuncia: non è affar mio, anche se forse lo sarebbe. Questa è una zona tranquilla.”, considerò mentre raggiungeva il lavandino e afferrava l’erogatore di sapone liquido. “Ma per quanto ancora? Chi può dirlo?” Incominciò a lavarsi energicamente le mani. “Con tutti i dannati migranti, o come diavolo si chiamano, negri, albanesi, marocchini, presto saremo ridotti male, molto male, dico io. Di conseguenza, per oggi e per l’avvenire, ho deciso di infischiarmene. Mi limito a curare, che è poi il mio mestiere. Al resto ci pensino loro.” Non specificò a chi esattamente si riferiva con quel “loro”, se la polizia, i politici oppure gli stessi “dannati migranti”, di cui Berisha costituiva un esemplare. Finì di lavarsi e prendendo una salvietta pulita gracchiò: “Offerta libera!”
Berisha estrasse dalla tasca il portafoglio, esaminò ciò che conteneva e depose sul piano della scrivania una banconota da cinquanta euro.
“Prendi le medicine e fatti una bella dormita, figliolo.” Lo congedò Brenna. “Per me sei a posto, però se domani dovessi avvertire dei giramenti di testa o qualcos’altro di strano, be’ io sono qui. Torna pure.”
Berisha ringraziò il dottore e uscì dallo studio. Lo sconosciuto lo aspettava davanti al cancello. Gli tese la mano. “Mi chiamo Berisha.”, disse. “Berisha Nazif.” Anche se era un individuo enigmatico, gli era in ogni caso riconoscente: non fosse stato per lui…
“Aidan.” Non chiarì se quello era il nome oppure il cognome.
“Un caffè?”
Sotto il sole sfavillante, raggiunsero il bar più vicino. Una cameriera graziosa venne a servirli. Un bel ragazzo, considerò fra sé. Non pare in gran forma, ma un pensierino lo farei comunque. L’uomo, invece, le incuteva un senso di disagio, di paura. Sporse in fuori il seno, prendendo nota delle ordinazioni. Berisha chiese un caffè con il latte, Aidan lo prese senza zucchero.
“Neil Young…” Berisha saggiò cautamente il terreno. Aidan gli rivolse una breve occhiata, poi distolse lo sguardo. Sorseggiò la bevanda calda, ignorando sia la domanda inespressa, sia le implicazioni in essa contenute. Dava le spalle al resto del locale; davanti a lui una grande vetrata, che con il sole basso all’orizzonte più tardi avrebbe riflesso i raggi scintillanti del tramonto, offriva la visuale delle montagne, laggiù a est. Aidan assunse un’espressione indecifrabile, una via di mezzo fra una torva determinazione e un sentimento di tristezza. Così com’era apparsa svanì, nel giro di qualche secondo, lasciando il posto a un’aria quasi assente, come se la concatenazione di pensieri che gli erano passati per la mente fosse diventata all’improvviso inutile, superflua. O, forse, aveva semplicemente rinviato riflessioni e propositi, quali che fossero, per tornare immediatamente al presente. Se qualcuno, in quel momento, lo avesse osservato – ma nessuno lo fece – avrebbe pensato che nascondeva un terribile segreto, avvolto nelle nebbie del passato, uno di quei ricordi dai quali non ci si libera mai, oppure che fosse atteso da una prova complicata e difficile; di sicuro, non lo avrebbe invidiato. Avrebbe concluso quell’analisi reputando saggio stargli alla larga, soprattutto a causa dello sguardo freddo, gelido come una distesa di ghiaccio in una mattina di gennaio.
Berisha sfiorò con le dita i cerotti che gli aveva applicato il dottor Brenna. Si sentiva a disagio. Perplesso, insisté: “”Mi ha chiesto di Neil Young. Come… uhm, ecco, come fa a sapere?”
Dall’altra parte della strada un ragazzo camminava ascoltando del pessimo rap italiano. Fortunatamente, i vetri impedivano alla delirante voce di penetrare nel bar.
Aidan spostò di nuovo gli occhi sul giovane. “Lo vedi, vero? Non è un sogno, nemmeno un sogno da incubo, bensì una visione.”

Non molto lontano da lì, a Oggiono, al di qua delle montagne e di Consonno, il capo della sfortunata spedizione contemplava furioso la linea ondulata delle colline rivestite di verde che si protendeva verso sud, parallela ai monti. Era andato tutto male! Primo, non avevano potuto arraffare soldi; secondo, le avevano prese; terzo… interruppe il corso di quei pensieri cupi alla vista di un tale che, posteggiata una moto, si dirigeva lentamente (cautamente, gli sembrò) verso l’entrata di un discount. Non era vestito particolarmente bene, anzi non lo era affatto, ma l’istinto del cacciatore gli suggeriva che forse quel tipo poteva rivelarsi una buona preda. Non era tanto il desiderio di arraffare denaro a spingerlo, quanto la voglia di sfogarsi, di rivalersi, non importa a danno di chi. In giro non si vedeva anima viva. Ottimo.
A un incrocio avevano sbagliato strada, imboccando una via secondaria che non portava da nessuna parte. Su ambo i lati c’erano soltanto vecchie fabbriche, alcune delle quali chiuse, distanziate fra loro come cani sospettosi, un deposito di legnami, una trafileria, un cinema che aveva conosciuto tempi migliori, prima dell’avvento delle multisala, e il discount. In più, il caldo era soffocante e induceva la gente a tenersi lontana dalle strade, anche in centro, per quanto aveva notato. Uno scenario perfetto!
Fece cenno al guidatore di accostare, e saltò giù dall’automobile, seguito subito dagli altri. Quello al volante fu l’unico a rimanere in macchina. Tenne il motore acceso in vista di eventuali guai; da come la vedeva lui, sarebbe stato meglio tirare dritto fino a Milano.
In seguito, Stradilasi avrebbe ricordato ben poco di quanto accadde. Tre malviventi gli si erano avventati contro e, senza un motivo apparente, senza pronunciare una sola parola, avevano incominciato a pestarlo. Stradilasi non era in grado di difendersi, era finito a terra, proteggendosi la testa con le mani, e aveva pensato all’Uomo Nero.
Lui lo aveva salvato, facendolo scendere da quel treno; lui gli aveva trovato un rifugio nascosto, prima di trasferirlo a Consonno; lui gli aveva procurato documenti perfetti, benché falsi; lui lo aveva scelto; sebbene lo terrorizzasse, a lui doveva la vita… ma adesso Flagg non c’era, e non avrebbe potuto aiutarlo.
Perse i sensi. E non vide il corvo.

Non conosceva i nomi degli alberi, nel senso che non sapeva distinguere l’uno dall’altro, ma questo non gli impediva di amarli.
In quanto al fatto in sé, lo attribuiva alla mancata frequentazione dell’asilo, e tale tesi era suffragata (almeno ai suoi occhi) dalla circostanza che non conosceva neppure i colori, mentre poteva citare tranquillamente quasi tutte le capitali del mondo, tranne quelle proprio recentissime.
Da quando era andato in pensione, ogni mattina alle sei in punto si svegliava, preparava il caffè, faceva una rapida doccia e subito dopo – nelle stagioni calde – o un’ora più tardi – in autunno e d’inverno – usciva di casa, saliva in macchina e si recava nel vasto piazzale circondato da piante, dove avrebbe trascorso l’intera giornata. Anche con la pioggia e, se non era troppa, anche con la neve. Era bello, comunque, soprattutto nei giorni tiepidi e sereni: il cielo blu, il sole che compiva il suo percorso, l’aria frizzante che scendeva dalle montagne. Oppure con il caldo, che lì era sopportabile per via del verde; e c’era sempre una zona d’ombra: bastava spostare l’auto in modo da non esporla direttamente ai raggi del sire celeste, come gli piaceva chiamare il sole. Ad aprile e in altri mesi arrivava ancora con il buio e aspettava con calma la prima luce, e con essa sogni, ricordi e pensieri. Non leggeva e non intavolava discorsi di alcun genere, benché nel piazzale ci fosse quasi sempre un certo viavai. D’altro canto, non si sentiva mai solo, se non in rari momenti nei quali si impadroniva di lui una forma di nostalgia, non sempre attribuibile a una ragione specifica. Si presentava all’improvviso con la delicatezza di un fiocco di neve trasportato dal vento; talvolta invece in maniera quasi brutale. Egli si immergeva allora in quella atmosfera, senza lottare ma, al contrario, lasciando fluire sensazioni che in ogni caso richiamavano uno spicchio, grande o piccolo, di vita.
Il fatto che non conversasse con altra gente, neppure limitandosi a banali considerazioni sul tempo, non significava però che non parlasse in assoluto. Parlava agli alberi. Raccontava di sé, di come si sentiva quella data mattina o di cosa avrebbe mangiato per cena. Parlava di sua moglie, e ciò accadeva quando veniva assalito dalla nostalgia. Gli era stato detto (o forse lo aveva letto su qualche libro) che alberi, piante, fiori, steli d’erba amavano sentirsi rivolgere la parola, purché questo avvenisse con il dovuto garbo, con simpatia e gentilezza.
Poi taceva, e lasciava scorrere i pensieri.
Capitava che tali pensieri ondeggiassero sino a degenerare, da concreti divenissero fantasticherie per ritornare in seguito, senza un motivo apparente, allo stato iniziale, simili a nubi che appaiano improvvise, sostituite presto dall’azzurro immacolato del cielo limpido, dove non trovano posto, almeno per un certo periodo. D’altronde non è un procedimento matematico, da poter calcolare in anticipo e con esattezza, quanto piuttosto un succedersi di cambiamenti, nel tempo come nella predisposizione dell’animo.
Carlo – così si chiamava l’uomo – finiva tuttavia per opporsi a quei mutamenti capricciosi, riconducendo ragionamenti e ricordi là dove voleva, e cioè nella sfera razionale. Sua moglie non era fuggita con un cavaliere errante: lo aveva lasciato a causa di una serie di manchevolezze che alla fine non aveva più tollerato. Ne era consapevole. Da un lato a tratti la rimpiangeva, da quell’altro accettava quello che il destino aveva predisposto per lui.
“E chi è senza colpe, poi?”, si chiedeva retoricamente. Posto che le sue fossero talmente gravi e imperdonabili, lei era forse un angelo sceso dalle stelle, oppure una santa? Non lo credeva. Ciò nonostante, non covava risentimenti; e, una volta inquadrata la situazione in modo per lui soddisfacente (a ciascuno i suoi meriti e le sue colpe), non gli restava che allargare le braccia e dire: “Così è stato, dunque, caro il mio destino.”
Dopo aver pranzato – consumava il pasto in una trattoria all’aperto, lì vicino, che raggiungeva a piedi – intraprendeva una piacevole passeggiata. Sulla sinistra del piazzale, guardando a ovest, c’era un sentiero che si incuneava in un bosco, dapprima solo costeggiandolo, più avanti attraversandolo. La pista terminava davanti a una vecchia chiesa, edificata in tempi lontani, e ormai quasi sicuramente sconsacrata. Di fatto, era sempre chiusa, né aveva mai visto un prete. Tornando alla macchina, accoglieva – anzi, sollecitava, come un affabile padrone di casa farebbe con ospiti graditi – nuovi pensieri, o meglio: brandelli di pensieri. Più tardi li avrebbe ampliati, secondo un certo ordine e in base a una determinata logica.
Quel pomeriggio, un ricordo emerse nitido, senza che lui lo bloccasse; risaliva a quando era giovane. Riguardava un bambino. Era un bimbo biondo, con gli occhi azzurri, i lineamenti del viso fini e delicati, il corpo sottile in via di formazione. In quegli occhi chiari a volte appariva una scintilla, specialmente nei momenti in cui pensava di essere inosservato, da cui trapelava un senso di orgoglio, forse addirittura di superiorità. Questo inebriava Carlo.
Nell’aria calda, benché non propriamente afosa di giugno, sotto una luce abbacinante, che fuori dal bosco incendiava parte dello spiazzo, ricostruì meticolosamente le emozioni che lo avevano travolto allora. Per pagarsi l’università, egli lavorava in un collegio in qualità di prefetto, o qualcosa di simile. Aiutava i ragazzi a svolgere i compiti, manteneva l’ordine nelle ore di studio, controllava che alla sera tutti dormissero. Il bambino biondo lo colpì fin da subito. Era come un incantesimo.
“Il mio non fu un peccato.”, mormorò a bassa voce, sottolineando quelle parole con un’alzata di spalle. Non si trattava di una conclusione nuova: da molto si era già assolto. In precedenza, non aveva mai manifestato, o avvertito, pulsioni omosessuali, e neppure in seguito. Se anche fosse stato così, ma non lo era, ciò sarebbe stato dovuto alla natura, agli ormoni, e quindi in nessun caso aveva commesso un atto indegno. Infine, il bimbo si dimostrò consenziente, ed era in grado di intendere e volere, essendo maturo a dispetto dell’età.
Era comunque un capitolo chiuso, lontano, remoto, sebbene…
Da quel ricordo ne subentrò un altro.
Intanto, era tornato alla macchina. Un uccellino cinguettava da un albero. Lo incuriosiva, perché sembrava che ripetesse sempre “cinque euro, cinque euro”. Sorrise, prendendo posto sul sedile. Il secondo ricordo, benché indissolubilmente legato a doppio filo al primo, era assai diverso. Presentava varie chiavi di lettura. E’ lecito, e corretto, frugare in un cassetto, trovare una chiave e con essa aprire una piccola cassaforte del tipo dei mini salvadanai, da tempo avvolta nella carta di un giornale e trasferita lì il giorno in cui aveva cambiato automobile? E’ giusto, e onesto, scovato un taccuino, sfogliarlo e poi leggere quanto vi è stato scritto? La curiosità, d’accordo, ma queste sono azioni spregevoli, rappresentano una totale mancanza di rispetto, un assoluto disinteresse riguardo all’etica; sono una forma di appropriazione indebita del passato e del privato altrui. E’ una prevaricazione bella e buona. Senza contare che, non essendo destinate alla pubblicazione, le righe in questione risultavano una sorta di telegrafico resoconto, prive di approfondimento, di psicologia, scritte e dimenticate, com’erano.
Questo gesto, questo “furto”, perpretato da sua moglie, portò a una rottura. Lei equivocò, ignorando spiegazioni (peraltro non dovute, e rese soltanto come forma di cortesia). Lei si inventò episodi simili, avvenuti e prima e dopo. Lei attribuì a tutto questo i recenti “fallimenti” coniugali, in realtà dovuti a stanchezza o a preoccupazioni relative al lavoro. Lei, infine, non intese sentir ragioni. “Separazione!”, strillava. “Divorzio.” E quella orribile parola: pervertito! E se la reazione sdegnata fosse stata un trucco, magari per nascondere la presenza di un amante? Già che c’era, gli rinfacciò una vasta gamma di colpe, alcune delle quali inesistenti. Ce n’erano di reali, beninteso, tuttavia la bilancia era in equilibrio, e lui sarebbe passato sopra agli errori di sua moglie, quali che fossero. E al diavolo il cavaliere errante, ammesso e non concesso che esistesse veramente. L’astio era escluso.
Pervertito… quanta luce, invece, in quel bambino, e in ciò che accadde! Una luce che sarebbe potuta provenire dal paradiso. Non semplice sesso, mai!, ma l’unione splendente di due cuori, che purtroppo la vita, le circostanze, naturalmente la famiglia del piccolo, provvidero a spezzare. Sul taccuino, inizialmente, avrebbe voluto riportare tutto questo. Non essendo uno scrittore, aveva finito per lasciar perdere.
Quante chiavi di lettura! E altre ce ne sarebbero, solamente a cercarle.
Carlo scosse la testa con uno strano sorriso.
Ricordava bene i procedimenti mentali che lo avevano accompagnato, fra urla e strepiti.
Se il matrimonio era destinato a finire, ebbene che finisse. Ma un divorzio non era accettabile: carte bollate, avvocati, giudici. Inoltre, la Chiesa lo proibisce, e ogni buon cristiano si deve attenere a regole precise, stabilite in origine da chi “sa”, da chi conosce la verità, ed essa è unica e immutabile.
Non era ubriaco, quando prese la decisione. Poiché lei era risoluta (stava gettando alla rinfusa dei vestiti in una valigia), stabilì in fretta cosa doveva fare, però dopo aver riflettuto. Calcolò le conseguenze, valutò i pericoli, comprese che non ci sarebbero stati rimorsi. In quanto alla nostalgia, alla malinconia, non sarebbe stato diverso in caso di separazione legale.
Scelse anche – in anticipo – il luogo esatto dove avrebbe seppellito il cadavere di sua moglie.

In linea di massima, quella piccola regione non riconosciuta ufficialmente come tale, cioè la Brianza (che si estende da Asso, sulla via per Bellagio, a Monza, delimitata ai lati dai fiumi Seveso e Adda) non conosce molta delinquenza, o almeno così era fino a pochi anni fa, vale a dire precedentemente all’avvento di molti stranieri, non tutti animati da buone intenzioni.
Finito il gelato, Berisha proseguì la sua passeggiata, sempre diretto a sud. Indossava un abito estivo abbastanza elegante (l’unico che possedeva) per via del funerale, e fu questo ad attirare l’attenzione di quattro giovani che, in mancanza di meglio, erano saliti su una vecchia auto priva di assicurazione e bollo per cercare qualche ragazza disponibile; venivano dalla periferia di Milano. Immerso in profondi pensieri, Berisha non li notò; passò accanto a loro, ignorandoli. In un primo momento non si accorse nemmeno che lo stavano chiamando. Si esprimevano in un italiano incerto, però del tutto comprensibile. Visto che quello stronzo fingeva di non sentirli, il più alto dei quattro lo afferrò per un braccio, strattonandolo. Preso completamente alla sprovvista, Berisha sussultò.
“Una piccola offerta, amico.”, gli alitò in faccia l’energumeno. Berisha lo guardò, perplesso. Intanto, gli altri tre lo avevano circondato. “Soldi!”, esclamò l’altro. Aveva l’alito che sapeva di aglio. Portava un paio di jeans tutti strappati, una maglietta nera. Gli occhi erano piccoli e cattivi. Berisha cercò di divincolarsi. Un attimo dopo, cadde sotto una gragnuola di pugni. Una volta a terra, venne preso a calci. Benché non fosse un giovane debole, era solo contro quattro, l’avevano colto di sorpresa, ed erano abituati alle risse, mentre lui le aveva sempre evitate. Continuarono a picchiarlo. Aspettavano che svenisse, poi gli avrebbero frugato nelle tasche. Magari quello poteva dimostrarsi un giorno fortunato. Un anziano signore, richiamato da urla e risate stridule, si affacciò alla finestra; abitava proprio lì di fronte, fra le rotaie del treno e la strada. Non amava la violenza e detestava gli stranieri, in particolare slavi, arabi e neri, tuttavia, dopo una breve riflessione, decise di non immischiarsi; si ritrasse e chiuse le persiane.
I quattro seguitarono ad accanirsi, sebbene ormai non ce ne fosse più bisogno: la vittima non si difendeva.
A un tratto si udì una voce.
“Forse, è meglio smetterla.”, disse con calma un uomo. Fino a quel momento, era passato inosservato, poiché un albero lo copriva parzialmente. Era seduto su un muretto, vicino a una grossa moto bianca, con alcune strisce rosse, che stava ancora raffreddandosi. Si alzò in piedi. Di media statura, aveva una di quelle fisionomie che, di primo acchito, difficilmente rimangono impresse: non era né bello né brutto, né grasso né magro. Dimostrava circa quarant’anni. Il viso era comune, non tale da ispirare particolari sensazioni, le orecchie, grandi e leggermente a sventola, sembravano l’unico tratto distintivo. Una seconda occhiata, più attenta, avrebbe colto però un altro tratto degno di nota. Lo sguardo. Era freddo, addirittura gelido, imperscrutabile; gli occhi, scuri, parevano avvolti in una nebbiolina impalpabile. Tale sguardo, privo di espressione, avrebbe potuto nascondere vari tipi di personalità, a seconda di chi avesse preso in esame la questione, cosa che peraltro accadeva assai di rado, e delle inclinazioni dell’eventuale osservatore. Poteva affascinare una donna? Oppure l’avrebbe spaventata? Celava una sottile intelligenza? O era uno stupido? Il capo dei quattro delinquenti optò per l’ultima ipotesi. “Sparisci!”, ringhiò, mostrandogli i denti. Lo sconosciuto scosse la testa, come rattristato, depose il casco sul muretto e muovendosi lentamente si avvicinò al gruppetto. Zoppicava lievemente e si appoggiava a un bastone.
“Non è un confronto leale.”, disse a bassa voce, strascicando le parole. Parlava un italiano perfetto, ma avrebbe potuto essere anche di un’altra nazionalità; ciò a causa della mancanza di inflessioni dialettali e della cura con cui si esprimeva.
In tre si avventarono su di lui. Il quarto rimase a gambe larghe su Berisha, che era ancora pienamente cosciente, anche se risultava un po’ malconcio.
L’uomo scansò l’attacco, chinandosi e spostandosi di lato, poi vibrò una bastonata che prese il capo dei quattro proprio sulla faccia, rompendogli il naso e facendolo strillare di dolore. Un nuovo colpo, fulmineo, raggiunse i testicoli del secondo. Infine, mirò al terzo, che però si girò e corse via.
“E adesso andatevene! Altrimenti…” Lo disse in tono quasi annoiato, non ansimava e non sembrava provare alcun interesse per tutta la faccenda in generale.
Annuì, vedendoli scappare (a fatica quello che era stato preso ai testicoli), quindi abbassò lo sguardo su Berisha. Gli tese una mano, aiutandolo a rialzarsi. Mentre ascoltava i suoi ringraziamenti, spostò gli occhi in direzione delle montagne, e forse non lo ascoltò nemmeno.
Trascorse circa un minuto, poi gli rivolse la seguente domanda: “Dov’è Neil Young?”

Paola trovava sgradevole la presenza di un mentecatto al funerale del professor Brenden Reed. Luca Barbenni era un noto masturbatore (molte ragazze lo sapevano, sebbene facessero finta di nulla) e, a voler essere generosi, possedeva il quoziente intellettivo di un’anguria. Era un pensiero negativo, del quale quasi si vergognava, ma valido lo stesso. Dopo la funzione in chiesa, in pochi avevano raggiunto il camposanto (perlopiù gente che chiacchierava dei fatti propri), quindi perché Barbenni si trovava lì? Distolse l’attenzione da Luca per soffermarsi su quanto era accaduto. Si augurava che il professore fosse spirato serenamente. Accanto a lui erano stati rinvenuti un pacchetto tutto sgualcito di Camel e una lattina di birra; non c’era traccia di un testamento, almeno in casa, però Reed aveva riempito la pagina di un taccuino con una serie di piccoli “lasciti”, probabilmente a suo uso e consumo, per non scordarsene o magari per passare il tempo. I libri erano per Paola. I dischi, “The Dark Side Of The Moon”, vari album dei Jefferson Airplane e dei Grateful Dead, oltre al catalogo pressoché completo di Bob Dylan, a Berisha. Un processore dual six core con 32 giga di RAM, sistema operativo Red Hat Enterprise Linux 6 – alla faccia dei gioielli! – a Vale. Comunque, a parte l’abitazione, Brendeen non sembrava molto ricco. Viveva della pensione e di qualche risparmio. Forse, rifletté la ragazza, aveva parenti in America. Berisha le si avvicinò, cupo in volto. “Il dottore sbaglia!”, dichiarò. Paola gli rivolse uno sguardo interrogativo. “Non è morto per cause naturali. Lui stava bene di salute.” Questo poteva essere vero, considerò lei, però non rappresentava un dato di fatto, una prova medica. A quanti era successo di lasciare questo mondo in (apparenti) buone condizioni di salute? Ciò era valso anche per Brendeen Reed. Berisha parve leggerle nella mente. “Vedrai che lo scopriremo.”, disse. Poi si allontanò.

Non molto distante da loro, Luca Barbenni soppesava la preda. Non soffiava un alito di vento, il caldo era soffocante, e l’ultima doccia che aveva fatto risaliva a tre o quattro giorni prima: non emanava esattamente il profumo di un fiore. Gli era indifferente. Benché nutrisse un sacro terrore per Flagg, si fidava ciecamente di lui. Paola sarebbe stata sua! Avrebbe potuto dimenticare le fantasiose classifiche e immergersi nella realtà. L’Uomo Nero manteneva le promesse. L’uomo chiuso nella bara ne era una prova. Provava avversione per Stradilasi, ma era solo un fattore trascurabile; adesso girava con una bella moto, accuratamente nascosta in un cascinale quando non la usava, che gli consentiva di andare e tornare da Consonno: un regalo di Flagg. Una nuova vita lo aspettava. A causa dei misteriosi piani di Randall, si sarebbe aperta come una finestra; da tale finestra, avrebbe assistito a scenari per altri inimmaginabili, e naturalmente sarebbe diventato parte attiva. Era tutto già scritto, a chiare lettere. Il capitolo che lo riguardava si sarebbe intitolato “Paola”. Fantastico!

E’ stato ucciso, rimuginava tetro Berisha, lasciando il camposanto. Ignoro come, però io lo so chi è stato. La ragione potrebbe essere questa o quella. Forse, ipotizzò, aveva a che vedere con certe ordinazioni via internet, o forse era stato individuato come il principale antagonista. Data l’età e la cultura, ciò era possibile. Ma la cosa non sarebbe finita così. Ora, a chi sarebbe toccato? A Paola? Oppure a lui stesso? Se non lo avessero fermato, il mostro avrebbe proseguito; d’altro canto, la domanda che si poneva sembrava senza una risposta possibile: come fermarlo? Esisteva un modo? Doveva esserci! Si incamminò in direzione sud, verso Arosio, incurante dell’afa, procedendo parallelo alle rotaie del treno. Muoversi gli giovava, era meglio che macerarsi inutilmente. Mentre procedeva, provava a liberare il cervello da ogni pensiero superfluo, separando il grano dal loglio. Nitido, affiorò un ricordo: il professore lo aveva invitato a creare un collegamento fra le immagini di Neil Young e gli incubi che turbavano i loro sogni. O qualcosa di simile. Facile a dirsi. Eppure, da qualche parte, celata in un buio anfratto, una soluzione attendeva soltanto di essere portata alla luce. Posto che esistesse veramente… Indugiò davanti al carretto abusivo che vendeva gelati, ogni giorno in un posto diverso per non attirare indebite attenzioni, e acquistò un cono al limone e alla vaniglia. Non notò la vecchia megera, seduta su una panchina; la laida donna lo fissò senza interesse: aveva già compiuto il suo dovere. Berisha attraversò la strada. Uno strano impulso lo indusse a guardare a est, dove, oltre le montagne, era ubicato il paese fantasma chiamato Consonno.

Il professor Brendeen Reed scrutava il cielo ancora chiaro. A est le prime ombre calavano sui monti che facevano da cornice a Lecco, ma a nord, in direzione di Erba, i colori erano ancora quelli di un tardo pomeriggio estivo. Accese una delle rare sigarette che si concedeva e mandò giù un sorso di birra; come sempre, a quell’ora aveva già cenato. Per qualche istante si soffermò a pensare alla sua patria: c’erano delle cose di cui andava fiero, ad esempio il fatto che la Guardia Nazionale avesse scortato a scuola i bambini neri, in caso contrario non sarebbe stato permesso loro di entrare. Altri fatti lo entusiasmavano decisamente meno, il Vietnam e le bugie che avevano accompagnato tale insulsa guerra. E poi… e poi in Italia i negri non avevano mai avuto bisogno delle forze dell’ordine per varcare la soglia di una classe elementare, e quindi?
Trasferì i suoi pensieri al presente. Berisha con il suo orologio da ragazzino, la chitarra e le visioni, era un uomo – un giovane uomo – che gli piaceva, Paola era fantastica, forse avrebbe dovuto trasferirsi in una città, le sembrava un po’ sprecata, e Vale per la sua età era molto sveglio. Tre amici di cui era soddisfatto. Dopo l’ultima riunione, quando aveva suggerito a Nazif di incanalare i flash che emergevano dal passato in modo da ribattere alla presenza oscura – proposta accolta con un certo grado di scetticismo – da quella serata erano trascorsi dieci giorni senza che nulla succedesse. Sembrava che si fossero immaginato tutto, il che non era vero, ma ciò che veramente contava era che i sogni erano finiti come se l’Essere che pareva minacciarli avesse esaurito i propri poteri oppure che avesse perso interesse, e non credeva nemmeno a queste due possibilità. Paola era sembrata ottimista, tuttavia secondo Brendeen il suo era un ottimismo di facciata, una specie di difesa mentale tipica dei giovani. In quanto a Berisha, non era tipo da molte parole.
Reed aveva un’opinione e, sebbene non si basasse su niente di preciso, era propenso a ritenerla fondata. Ricordava i cieli perfettamente azzurri, simili a un quadro di incredibile bellezza, che erano tipici di alcune zone degli States; cieli che trasmettevano un senso di pace… solo che, solo che là in fondo, proprio in fondo, si scorgeva una piccola nube, non esattamente scura, una via di mezzo che però, man mano, mentre si ingrandiva, diventava sempre più nera. Poi il vento urlante la trascinava, passava sopra campi e case, scoperchiava tetti e distruggeva i raccolti. Il resto sarebbe stato raccontato dai notiziari. Rammentava i visi angosciati dei commentatori, le dichiarazioni del tutto superflue dei politici, la cupa realtà di quanto ancora una volta era accaduto. Qui è lo stesso, si disse spegnendo la sigaretta. Tornò in casa per prendere un’altra birra, rimuginando su quella convinzione. La quiete che precede la tempesta, come diceva Tolkien? Il profondo respiro prima del balzo. Brendeen Reed credeva nel Bene, non le opere buone peraltro bene accette, bensì la luminosità, la bontà d’animo elevata a concetto di divino, perciò necessariamente credeva anche nel Male. Tesi e antitesi.
Perché sempre Neil Young, poi? Berisha non aveva saputo spiegarlo. Era così e basta. Ma cosa diavolo c’entrava il cantautore canadese con Travnik? Doveva esserci un significato, non poteva essere solo una stravaganza. Oppure… sì? Si accomodò di nuovo all’aperto, accogliendo con piacere il soffio d’aria fresca che arrivava dalle montagne. Stava aspettando dei libri che aveva ordinato via internet. Forse erano tempo sprecato, ma forse…
Corrugò la fronte.
Era apparsa la vecchia.
Non la vedeva da molto. Concordava con il giudizio di Berisha: era una donna laida, sgradevole; non pensava però che avesse poteri, né che rappresentasse una minaccia. Il mondo era pieno di vecchiacce simili! Contavano quanto può contare un gattaccio randagio. Il professore abbassò lo sguardo sulla lattina, deciso a ignorarne la presenza, e in quel momento fu come se una lama velenosa fosse penetrata nel suo cervello. Aghi di gelido terrore, quindi un dolore insostenibile. Inaudito.
Brendeen Reed si portò le mani alla testa.

Se non fosse stato per quell’uomo, pensò Stradilasi spostando lo sguardo sul ragazzo dall’aria ebete che sedeva di fronte a lui, adesso con ogni probabilità lui si sarebbe trovato in galera. Gli altri detenuti avrebbero cercato di fargli la pelle, dal momento che nelle carceri vigeva una sorta di codice d’onore: guai ai seviziatori di bambini, e questo valeva per tutti, ladri e assassini, trafficanti di droga e terroristi fuori di testa. Si sarebbe difeso, ma anche se fosse riuscito a salvare la pelle non avrebbe certo passato momenti felici. Sarebbe rimasto dentro a lungo, una prospettiva alquanto angosciosa. Non sapeva perché Flagg lo avesse tirato fuori dai guai; ignorava che si era trattato solo di una prova, un incontro del tutto casuale, in attesa che l’Uomo Nero fosse davvero pronto, una specie di tiro di riscaldamento, e anche se lo avesse saputo non gli sarebbe importato più di tanto. Quello che contava era il risultato. E ora? Aveva ricevuto l’ordine di venire a Consonno, un paese stravagante quanto morto, e naturalmente aveva obbedito. Guardò il tugurio fatiscente nel quale si trovava, poi ricordò a se stesso che Flagg era pericoloso e che era bene continuare a fare ciò che voleva, qualsiasi cosa fosse.
Fu in quel momento che Flagg parlò.
Aveva un’espressione soddisfatta. “Dall’altra parte delle montagne.”, disse. “Un ragazzino, una giovane donna piuttosto attraente, e questi due sono per voi; in più, un professore americano di cui si occuperà una certa megera, e infine uno slavo, e sarà mia cura sistemarlo.” Sembrò perdere per un attimo il buon umore: Berisha era strano, per taluni versi indecifrabile, riusciva e entrare nei suoi sogni… ma c’era dell’altro… visioni che sembravano come protette da un muro, qualunque fosse il loro significato. Bene, avrebbe abbattuto quel muro. Un passo alla volta.
“Forse vi starete domandando”, continuò prendendo una cartina dalla tasca del giubbotto, “perché ho scelto proprio voi. Non vi deve interessare saperlo.” Preparò la sigaretta, l’accese e aspirò una boccata di fumo. “La ricompensa è già contenuta nella missione che svolgerete. Bambino, ragazza, a vostra disposizione. In ogni senso.”
Sorrise, e Stradilasi rabbrividì davanti a quel sorriso.
Per scacciare l’apprensione, si ripeté che adesso lui faceva parte della sua squadra. Avrebbe potuto disporre come meglio credeva di un ragazzino, era libero e non stava scontando una lunga pena detentiva; se Flagg possedeva un sorriso raggelante, era semplicemente un fatto da accettare. Non essendo uno stupido, si era reso conto del modo in cui l’Uomo Nero li osservava, sia il tipo dall’aria ebete, sia lui stesso: da quegli occhi trapelava una forma di disprezzo, sebbene si comportasse in maniera gentile, o quasi. Be’, un po’ di disprezzo era meritato, considerò ripensando al suo folle tentativo di sedurre Paolo; e in quanto all’altro, dava per scontato che l’aria ebete corrispondeva a un quoziente intellettivo molto basso. Almeno io sono intelligente… quando riesco a controllare i miei impulsi.
E nel futuro prossimo non sarebbe stata necessaria alcuna forma di controllo.
Un’idea assai appagante.

Flash. Un lampo. Come se la natura volesse partecipare, una luce apparve, a est, in direzione di Lecco. Effetto del calore, ritenne Berisha. Là era già notte, e presto sarebbe arrivata anche qui. Si estraniò dai discorsi, alcuni di dubbia utlità, altri più interessanti, per accogliere, volente o nolente, l’immagine di Neil Young. Stava camminando, con studiata lentezza gli sembrò, in mano una chitarra acustica che finì di accordare. Ma non era un concerto, mancava il pubblico e comunque si trovava in uno spazio aperto, illuminato dal sole. Iniziò a suonare, e a cantare. My my, hey hey (Out of the blue), il brano di apertura di un grande album, però durò poco: la sua voce si incupì, al pari dell’espressione del volto. My, my, hey hey (Into the black). Travnik!, mormorò Berisha. Ed ecco il letamaio, la morte, la distruzione e l’odio della guerra. Visioni che conosceva fin troppo bene: non per questo, cessavano di colpirlo, di ferirlo, di fargli desiderare che tutto ciò finisse, che non fosse reale, eppure sapeva bene che era vero, era accaduto; e per qualche oscura ragione lui era costretto ad assistere a quello scempio.
Fu un sollievo quando le immagini scomparvero, lasciandolo come sempre scosso e amareggiato. Al suo fianco, Vale ascoltava il professore americano, sorseggiando una bibita. Paola beveva una birra, lo sguardo assorto, le spalle rivolte agli ultimi raggi del sole. Brenden Reed chiuse il taccuino rilegato in pelle rossa su cui aveva fissato i suoi appunti, comprese le osservazioni riguardo al racconto del ragazzino.
Molte chiacchiere inutili, pensò anche lui, ciò nonostante si era fatto un passo avanti: era ragionevole prendere in considerazione quanto era avvenuto (e stava avvenendo) attribuendogli un significato che, se non proprio preciso, esulava comunque da sogni bizzarri e fini a se stessi. No. L’Essere si era palesato con chiarezza. Corrugò la fronte. Questo significava che era sul punto di agire. Come? E perché? La seconda domanda poteva essere rimandata, ma la prima era importante. Tuttavia non conosceva la risposta… era impossibile, tranne che… tranne che forse Berisha… Già. Se Berisha fosse riuscito a incanalare, secondo la propria volontà, le sue visioni, indirizzandole sul momento attuale, e sul pericolo attuale, ebbene, in tale caso, avrebbero avuto un’arma, uno scudo, qualcosa da opporre al Nemico. Difficile? Sicuramente! D’altro canto, quella era l’unica strada. Non ne esistevano altre.

Quella notte faticò a prendere sonno, si girava e si rigirava nel letto mentre fantasticava su quello che avrebbe fatto al bambino.
E finalmente arrivò il momento tanto atteso. La mamma di Paolo si presentò a casa sua con il figlio. La donna lo ringraziò nuovamente e Stradilasi si schermì ancora con fare modesto. Lui amava i bambini. La sua era una missione, ripeté. Poi la donna uscì (non prima di avergli consegnato una torta, accompagnata da un sorriso radioso) e li lasciò soli.
Stradilasi fece accomodare Paolo davanti al tavolo del piccolo soggiorno. Il ragazzino tirò fuori i quaderni dalla cartella (era tra i pochi che la usavano) e incominciò a fare i compiti. Stradilasi lo controllava amorevolmente.
Paolo commise un errore.
“No, qui hai sbagliato.”, disse l’insegnante in tono comprensivo. “Aspetta, adesso ti faccio vedere. Perché non ti siedi qui? Così sarai più comodo.”
Il bambino era imbarazzato.
Stradilasi insistette e lui si mise a sedere sulle sue ginocchia. Indossava dei calzoncini corti, la pelle delle gambe era morbida e liscia. Emanava un profumo fresco. Stradilasi iniziò a sudare. Paolo riprese a svolgere il suo compito.
La mano dell’uomo si infilò sotto ai pantaloncini.
Paolo trasalì.
La mano entrò nelle mutandine.
Il bambino si irrigidì, ma ormai Stradilasi non riusciva più a controllarsi: aveva sognato troppe volte quell’istante. Incominciò ad accarezzargli il pene. Paolo era palesemente a disagio, ma non disse nulla. Stradilasi lo accarezzò più velocemente; intanto ansimava.
Il ragazzino non prestava più attenzione al compito, sedeva teso e pallido in volto, mentre la mano dell’insegnante lo masturbava sempre più forte.
Paolo non si eccitava.
Stradilasi provò un moto di stizza, tuttavia era anche elettrizzato; un’idea balenò in lui, sconvolgendolo per le implicazioni che comportava. Sarebbe stato stupendo. Fece scendere il bambino dalle ginocchia e si alzò in piedi. “Vieni.”, gli disse con voce rotta.
Lo guidò nella camera da letto. Probabilmente era il momento più alto della sua vita, il momento che avrebbe ricordato per sempre. Era sconvolto dall’eccitazione. Con frenesia si svestì, poi spogliò Paolo. Lo fece sdraiare sul letto e si sistemò accanto a lui. Lo baciò sulla bocca. Gli succhiò i capezzoli.
Paolo non reagiva, era rigido e distante.
Doveva scuoterlo. Si sdraiò sulla schiena e disse: “Prendimelo in bocca, bello. Vedrai che ti piacerà.”
Paolo non si mosse.
“Coraggio!” Lo prese delicatamente per la testa e la spinse verso il suo bacino.
Paolo obbedì. Stradilasi chiuse gli occhi e si rilasciò, pregustando l’intenso piacere che avrebbe provato. Poi avrebbe reso il servizio e anche il bambino avrebbe goduto. Paolo lo morse con ferocia. Con un urlo di dolore Stradilasi scattò a sedere. Colpì Paolo con un violento manrovescio che lo buttò giù dal letto. Il bambino si alzò, aveva gli occhi pieni di collera. “Lo dirò alla mamma! Lo dirò alla mamma!”, strillò, quindi corse fuori dalla camera.
Stradilasi era agghiacciato. Per un lungo momento fu incapace di pensare; il mondo gli turbinava addosso come una trottola impazzita, il membro gli trasmetteva lampi di dolore. Si costrinse a ritrovare la calma. Non poteva permettergli di denunciarlo, sarebbe stata la sua fine.
“Lo dico a papà!”, gridò il bambino dal soggiorno, dopodiché corse giù per le scale.
Devi fermarlo.
Stradilasi saltò giù dal letto e lo inseguì. Visto che era nudo come un verme, doveva prenderlo prima che uscisse dal portone.
Paolo era veloce e scendeva le scale agilmente: non ce l’avrebbe mai fatta.
Spiccò un balzo e atterrò pesantemente a pochi passi dal bambino. Il colpo si trasmise dai piedi alla testa, percorrendogli la spina dorsale come una frustata. Si lanciò verso Paolo con le braccia protese.
Il bambino stava trafficando con la maniglia.
Stradilasi allungò una mano per afferrarlo.
Paolo aprì il portone e schizzò fuori, in strada.
Stradilasi era perduto.

Era tornato di sopra, si era rivestito ed era corso alla stazione. Il primo treno stava per partire. Aveva preso il biglietto e si era scelto uno scompartimento vuoto. Con il viso appoggiato al finestrino, aveva guardato fuori ansiosamente, aspettandosi di vedere da un momento all’altro i carabinieri: avrebbero impedito la partenza del treno e sarebbero saliti per ispezionarlo. Naturalmente, lo avrebbero trovato. Il treno si mise in movimento e Stradilasi esalò un sospiro di sollievo. Però, non sapeva dove andare; il futuro gli appariva sconosciuto e misterioso: fino a quel giorno la sua vita si era dimostrata comoda e piacevole, basata su alcune solide sicurezze, ora invece era atteso da una serie di eventi che non era in grado di prevedere. Inoltre, prima o poi, sarebbe stato arrestato, forse addirittura alla prima fermata. Era possibile che qualcuno lo avesse notato mentre correva diretto alla stazione.
Era immerso in quei pensieri cupi, quando la porta dello scompartimento si aprì. Preceduto da una folata di aria gelida, entrò un uomo. Prese posto accanto a lui.
Lo sconosciuto lo guardò e disse: “E così hai commesso un errore.” Aveva l’aria divertita, quasi Stradilasi fosse un personaggio umoristico. Era un uomo alto, vestiva jeans, giubbotto e stivali scalcagnati. Attorno a lui pareva esserci un’ombra che non permetteva di distinguerne i lineamenti; dentro all’ombra come due luci rosse, simili ai tizzoni di un fuoco di campo quando il vento cala ululando dalle montagne. E in quelle luci… Emanava calore, quantomeno questa era la sensazione iniziale: un istante dopo, l’impressione era che trasmettesse freddo, non un freddo normale, qualcosa di molto più intenso, gelo, il gelo totale… e, insieme, il caldo bruciante di un deserto. Un cerchio infuocato, ecco da cosa era avvolto. Stradilasi comprese che, se solo avesse voluto, quell’uomo avrebbe potuto salvarlo.

 

Se riuscirò a mettere ordine nella mia testa, vorrei proseguire come già annunciai: una nuova puntata di “Come Randall Flagg” alla domenica e un racconto singolo durante la settimana. Buona lettura.

Mio padre mi ha insegnato ad amare l’oceano. Non ho mai avuto paura dell’acqua, ho imparato a nuotare da bambina e, crescendo, sono diventata una nuotatrice provetta, dotata di grande resistenza. I miei ricordi si spingono indietro nel tempo, ma c’è come uno steccato, un muro quasi sempre invalicabile che non mi consente di vedere il volto di mia madre. Solo in due o tre occasioni sono riuscita a ricostruire la dolcezza dei suoi lineamenti e a risentire il suo profumo, forse perfino a udire il suono della sua voce.
Noi viviamo da sempre in una specie di baracca, nella spiaggia sconfinata che si estende per miglia e miglia lungo il litorale; e la nostra dimora è lontana dal centro abitato più vicino, e anche dalle sdraio e dagli ombrelloni, dai ristorantini costruiti a ridosso dell’oceano, dai bar affollati di turisti affamati di sole e di vita. Da sempre i miei più fedeli amici sono i delfini, li ho conosciuti da piccola, e da allora, ogni giorno, prima di andare in fabbrica mi spingo fino alla barriera corallina per salutarli e, a volte, per giocare con loro. Attualmente non ho il moroso, ma sono una ragazza felice, sebbene mio padre stia invecchiando a vista d’occhio e ultimamente abbia perso un po’ di lucidità.
Ma questo è il corso naturale della vita. Io gli voglio tanto bene, e lo accudisco con grande amore.

Al sabato Cheryl andava a ballare. Generalmente frequentava lo stesso locale, una discoteca poco distante, che sembrava un vecchio ranch. Lì c’erano una quantità di divertimenti, fra cui un toro meccanico che l’aveva vista protagonista di molte sfide con i ragazzi del luogo.
Sfide dalle quali era quasi sempre uscita vincitrice.
Ma il suo divertimento più grande era ballare. Aveva la musica nel sangue, ed era capace di proseguire per ore finché diventava fradicia di sudore. Poi beveva una birra con Joe e con Mick, saliva sul vecchio pick-up tutto scassato e faceva ritorno alla spiaggia. L’indomani comunque si sarebbe svegliata presto, avrebbe preparato caffè e uova con pancetta per suo padre, e sarebbe andata a trovare i delfini. Loro la aspettavano. Non appena la vedevano arrivare incominciavano a sorridere nel modo ebete che gli è proprio, ma che in realtà nasconde l’intelligenza più viva del mondo animale. Avrebbero giocato, era possibile che le avrebbero fatto provare l’ebbrezza dello “sci nautico”, scarrozzandola gioiosamente nell’acqua rilucente che il vento increspava, sino a giungere al largo dove le onde erano alte come case.

Quel sabato Cheryl conobbe Jack. Non lo aveva mai notato prima d’ora. Era un bel ragazzo, con gli occhi verdi e profondi, e un fisico da schianto. “Ha il culo di Mel Gibson!”, disse ridendo Jane. Cheryl le sorrise. “Sei la solita.”, ribatté. “Io cerco qualcos’altro in un uomo.” Jane era la sua migliore amica, lavorava con lei alla fabbrica. Piccolina e mora, rappresentava il suo esatto opposto: Cheryl era alta e bionda, con le spalle larghe e le gambe forti. Non le interessava il sedere di Jack, ma era rimasta colpita dal suo sguardo, dalla fronte alta e spaziosa, dai modi cortesi non proprio frequenti da quelle parti, dal timbro della voce. Soprattutto dallo sguardo. C’era una luce particolare in quegli occhi, che rivelava intelligenza e sensibilità. E bontà d’animo, Cheryl ci avrebbe scommesso. Lui le offrì una seconda birra, lei accettò. Parlarono del più e del meno, e Cheryl si rese conto che erano molto simili. Anche Jack amava l’oceano, le albe solitarie, i tramonti incantati. E amava anche i delfini.

Fu naturale uscire insieme dal locale, salire sulla sua Ford e cercare un posto appartato. Era la prima volta che Cheryl si concedeva a una persona che quasi non conosceva; ma dentro di sé sapeva di non sbagliare, era certa che si trattava di una scelta giusta: probabilmente aveva trovato l’uomo della sua vita. Fino a quel giorno non lo aveva mai cercato, lo reputava inutile. Sarebbe arrivato all’improvviso, al momento stabilito dal destino, e quando questo sarebbe successo lei lo avrebbe riconosciuto immediatamente.
Rimase quindi sorpresa nel vedere un altro giovane che li aspettava, al limitare della spiaggia, quasi a un tiro di schioppo dalla baracca dove suo padre stava dormendo tranquillamente. E poi tutto fu troppo veloce. Un giro di giostra all’inferno. Il sapore del sangue. Il dolore violento nel corpo e nell’anima. Il disgusto, la paura, il terrore. Le strapparono i vestiti di dosso. La sodomizzarono. La picchiarono con furia bestiale. Jack le pisciò addosso. E infine se ne andarono, lasciandola pesta e sanguinante. Con una ferita che non si sarebbe mai rimarginata.
Cheryl torno a casa, camminando a quattro zampe. Lungo il percorso si fermò per vomitare.
A fatica entrò nella baracca per accarezzare il viso di suo padre.
Poi raggiunse il limitare della spiaggia e attese l’alba.

Mio padre mi ha insegnato ad amare l’oceano. Non ho mai avuto paura dell’acqua, ho imparato a nuotare da bambina e, crescendo, sono diventata una nuotatrice provetta, dotata di grande resistenza.
Ora sto andando dai miei amici delfini.
Sono molto stanca.
Non so se ce la farò a giocare ancora con loro.

Mentre Vale si recava dal professore americano, Stradilasi arrivò a Consonno a bordo di una vecchia automobile scassata. Aveva guidato con prudenza per evitare di essere fermato dalla polizia. Durante il tragitto si era soffermato a ricordare le circostanze che gli avevano fatto conoscere Flagg: a lui sapeva di dovere tutto, ed era pronto a obbedirgli, qualsiasi fosse l’ordine che avrebbe ricevuto.
Stradilasi era (era stato) un insegnante elementare. Aveva amato molto il suo lavoro, soprattutto perché gli offriva l’opportunità di stare a contatto con i bambini. Quando notava che un allievo aveva delle difficoltà a seguirlo si offriva di aiutarlo. Era un aiuto gratuito, precisava, e le famiglie gli erano riconoscenti per questo. Il bambino si presentava a casa sua e incominciavano a fare i compiti insieme. Al primo errore, Stradilasi faceva sedere l’allievo sulle sue ginocchia, infilava una mano nei calzoncini e iniziava a frugare nelle mutande. Spiegava al bambino dove aveva sbagliato e poi gli accarezzava il pisello; quando il bimbo faceva qualcosa di giusto, la carezza diventava molto dolce, se invece sbagliava gli strizzava leggermente l’uccello.
Stradilasi era uno psicologo infallibile e sapeva in anticipo con quali bambini non avrebbe corso rischi e quali invece era preferibile scartare. Quelli che sceglieva non avrebbero mai avuto il coraggio di raccontare ai genitori quello che succedeva nella casa del maestro. La maggior parte di loro provava un forte disagio, ma ad alcuni il trattamento finiva per piacere. Qualche bambino, già grandicello, era anche venuto.
Era una vita stupenda. In macchina, Stradilasi aveva sospirato, pieno di nostalgia.
C’era un bambino che gli piaceva particolarmente: era un biondino esile con gli occhi azzurri e i lineamenti del viso semplicemente perfetti. Però, non rientrava nel gruppo di quelli che poteva scegliere; avrebbe parlato, ne era certo. Essendo un uomo prudente, decise di accantonare l’idea: per quanto vaga, era comunque pericolosa e doveva evitare di tradurla in pratica. Ciò nonostante, alla sera, quando andava a coricarsi e la sua mano si stringeva attorno al pene, inevitabilmente pensava a lui. Immaginava la sensazione che avrebbe provato accarezzando il suo minuscolo coso, si figurava l’espressione di quegli occhi azzurri, dapprima sconcertata, quindi impaurita, infine ansiosa ed eccitata. Con l’altra mano gli avrebbe accarezzato il petto, si sarebbe soffermato a lungo sui piccoli capezzoli, lo avrebbe fatto impazzire, il bambino avrebbe goduto… in quel momento inevitabilmente veniva, si bagnava di sperma, il torace massiccio si alzava e si abbassava in modo quasi frenetico, la fronte si imperlava di sudore. Benché irrealizzabili, erano fantasie sconvolgenti. Era bellissimo, ma purtroppo non era la realtà. Si trattava solo di un sogno a occhi aperti (e talvolta chiusi). Lui avrebbe voluto la realtà, tuttavia sapeva che era impossibile; il sogno era destinato a rimanere tale per sempre. Sarebbe stato troppo pericoloso.
I mesi passarono e arrivò la primavera, fra poco la scuola sarebbe finita e Paolo, il bambino, sarebbe partito per le vacanze. Per lungo tempo non lo avrebbe più rivisto. Era una prospettiva che lo angosciava.
Una notte, dopo aver eiaculato, prese la decisione: avrebbe rischiato. Si rendeva lucidamente conto che era un azzardo molto grande, e che le probabilità di farla franca erano minime, ma a dispetto del buon senso avrebbe sfidato il destino. Non riusciva più a resistere al desiderio. Incominciò ad accanirsi sul bambino, riservandogli le domande più difficili e mettendolo a disagio in classe. Sebbene Paolo fosse intelligente e si applicasse con impegno, riuscì a dargli un’insufficienza. Dopodiché mandò a chiamare la madre. Era una signora giovane e affascinante, assomigliava al figlio, anche lei bionda, minuta e con gli occhi chiari.
Stradilasi le disse che il rendimento scolastico del piccolo Paolo era peggiorato, ma che non doveva preoccuparsi perché accadeva spesso ai bambini durante la crescita; era soltanto un periodo particolare che sarebbe passato. Nel frattempo lo avrebbe aiutato, seguendolo personalmente. No, non voleva essere pagato, la sua professione rivestiva i caratteri sacri di una missione. La mamma di Paolo era contenta, lo ringraziò e promise che il giorno dopo lo avrebbe accompagnato a casa sua. Aggiunse che era raro avere a che fare con una persona tanto coscienziosa e buona come lui. Stradilasi si strinse modestamente nelle spalle.
Era al settimo cielo.

DUMB RITA

Rita era arguta, capace di pensieri profondi e sufficientemente colta (sapeva distinguere la differenza che intercorre fra uno scribacchino commerciale e un vero scrittore, laddove il primo spesso era stato semplicemente baciato dalla fortuna, nonché affiancato da un ottimo ufficio marketing). Suonava il piano (senso artistico uguale intelligenza), dispensava utili consigli alle amiche (empatia, intuito e capacità di guadagnare la loro fiducia), realizzava pregevoli creazioni a base di cravatte, foulard e fazzolettini vintage, che si procurava investendo i guadagni e contando sulla generosità di certe anziane signore (capacità manuale: un’altra forma di intelligenza).
Componeva canzoni e poesie, cercava risposte a dubbi esistenziali, affrontava ogni nuovo giorno con la consapevolezza di poter raggiungere un ulteriore traguardo, come un ciclista alle prese con il Tour de France. E a livello sportivo, sebbene non fosse alta, giocava a pallacanestro ed era un valido play. Insomma, era viva, sensibile alla bellezza e dotata di molte altre qualità.
In questo quadro c’era spazio per un marito, un gatto, un grosso cagnone affettuoso e per un buon lavoro: responsabile di un negozio di biancheria intima.
E proprio lì si trovava a mezzogiorno di un giovedì caldo e sereno di luglio. Le altre ragazze erano andate a pranzo, Rita sarebbe uscita alle tredici e trenta per mangiare un tramezzino nel bar che frequentava tutti i giorni, se non durante la pausa sicuramente al mattino: adorava il loro caffè. Stava facendo un po’ d’ordine, quando nella boutique entrò un uomo. Dimostrava circa quarant’anni, era alto, ben vestito, con i capelli biondi pettinati all’indietro. Portava un Rolex d’oro al polso, ciò nonostante prese tre paia di boxer scelti fra i più economici, pagò in contanti tramestando nel portafoglio, poi, invece di uscire, le rivolse un sorriso smagliante e disse: “Lei è davvero bella, sa?” Rita scosse la testa. Sapeva di essere attraente, forse graziosa, ma “bella” le sembrava un complimento esagerato. Be’ di certo brutta non sono, pensò fugacemente. Aveva un viso dai lineamenti regolari, occhi grigi molto espressivi e folti capelli neri che le scendevano fino alle spalle. Comunque fosse, lo ringraziò con un sorriso. “Sono qui di passaggio.”, dichiarò lui. “Non conosco questa città, saprebbe indicarmi un ristorantino dove non vieni avvelenato? A proposito, mi chiamo Carlo Lupo, bad wolf per gli amici, good wolf se riesco a farli ridere dopo la seconda birra”, e rise a sua volta. Una bella risata, calda, piacevole. Rita si sorprese a pensare che era un uomo decisamente affascinante. Lanciò una rapida occhiata ai vestiti che indossava; denotavano buon gusto. Probabilmente, si disse, era un manager – il Rolex suonava da conferma – o un affermato venditore. Non era per i soldi, ma apprezzava gli uomini di successo; amava il marito, però a volte riteneva che avesse un impiego troppo modesto – era un semplice impiegato – a causa della mancanza di ambizione, l’unico difetto che gli riconosceva. Nella vita, l’ambizione è importante: ti porta a scavalcare muri altissimi, ad affrontare le prove più dure, e se vinci avrai raggiunto il tuo traguardo, ti sarai elevato al di sopra della massa.
Si riscosse da quei pensieri e gli suggerì “Da Rino”, un locale che serviva un fantastico tris di primi e succulente bistecche, alte e cotte alla perfezione, in più i prezzi erano contenuti. “Bene.”, Carlo Lupo sorrise di nuovo. “E che ne direbbe di farmi compagnia? Posto che il negozio chiuda, si intende.” Rita aprì la bocca per declinare gentilmente l’invito, invece con suo grande stupore rispose: “Non chiudiamo fino a questa sera, però” – guardò l’ora – “fra quaranta minuti ho la pausa.”
“Ottimo!”, esclamò lui. “Sarà un pranzo delizioso!”
Benché fosse un po’ pentita, Rita non trovò il coraggio per comunicargli che aveva cambiato idea. Cose che capitano.
E fu veramente un pranzo delizioso, in parte grazie al cibo e allo squisito vino che Carlo aveva scelto, ma soprattutto per il feeling che si instaurò fra i due. Senza la minima traccia di alterigia, Lupo le parlò del suo lavoro, o meglio: delle sue innumerevoli attività. Si occupava di vari settori, non per il guadagno, precisò, ma perché amava ciò che faceva, viveva di soddisfazioni, la più importante delle quali era legata a una ditta in Africa. Costruiva scuole per i bambini poveri, naturalmente era pagato, e non poco, tuttavia i soldi che gli versava quello Stato – a Rita sfuggì il nome – erano ben poca cosa rispetto alla gioia che provava nel fare qualcosa di importante per il futuro di quei bimbi neri. Scrollò le spalle e aggiunse divertito che comunque tutto il denaro di cui disponeva era impegnato in mille diverse ramificazioni. “Spesso il mio alimentari mi deve fare credito!” A giorni, peraltro, due o tre al massimo, avrebbe ricevuto una grossa rimessa – freschi contanti! – e voleva festeggiare l’avvenimento. Rita sarebbe andata a Cannes con lui?
Lei scoppiò a ridere. “Naturalmente, no!”

L’hotel Carlton è situato sulla Croisette.
Insieme al Martinez e al Majestic è il più bello e lussuoso di Cannes. Quando al mattino si svegliava, Rita contemplava incantata la favolosa camera che divideva con Carlo, poi correva sul balcone per osservare l’incomparabile spettacolo del mare, mosso dal Mistral e illuminato dai raggi del sole. Facevano colazione a letto, riprendevano ciò che, vinti dal sonno, avevano interrotto la notte precedente (che, in ogni caso, si era dimostrato di piena soddisfazione per entrambi), quindi uscivano per godersi la vita. Passeggiavano mano nella mano, visitavano i negozi di Rue d’Antibes, salivano sulle giostre del luna park, ubicato dopo il Porto Vecchio (ai cui moli erano ormeggiate “barche” che erano autentiche regine), pranzavano da Felix, al Blue Bar o all’Auberge Provencale. Rita andava matta per la Salade nicoise e per le moules avec frites; Lupo le aveva sconsigliato le ostriche, dato che luglio è un mese senza la “r”, al contrario di gennaio (janvier), e in tali mesi risultano a rischio. Si concedevano un sonnellino e, dopo un buon caffè consumato al bar del Carlton, riprendevano quella sorta di viaggio nel mondo dei sogni. Era un mondo nuovo, diverso, che con il marito non avrebbe mai conosciuto. A lui non pensava quasi mai, qualche fugace rimorso che una gita a Saint-Tropez o un’escursione nell’entroterra provvedevano a disperdere, come polvere spazzata via dal vento.
Trascorsi sette giorni, la rimessa che Lupo aspettava non era ancora arrivata (“ma non tarderà, ormai è questione di ore”) e fino a quel momento Rita aveva pagato tutti i conti con la sua carta di credito (non osava controllare il saldo, ben sapendo che era molto vicino al cosiddetto lumicino). Non importava: i soldi erano in viaggio dall’Africa e quando fosse giunto l’accredito c’era un certo Trilogy della De Beers che la attendeva dietro la vetrina di un negozio da Mille e una Notte. Rita era tutto tranne che veniale, ma quel regalo rappresentava il simbolo del grande amore che Lupo nutriva per lei.
Dopo altri due giorni, si svegliò da sola nel letto. Carlo sarà andato a prendere Nice-Matin e altri giornali. Un’ora più tardi, vagamente perplessa, si vestì e scese nella hall. Il portiere le consegnò una busta.
Rita la aprì.

“Mi chiamo Carlo Lupo.”, dichiarò l’uomo elegante alla bella cassiera. “Bad wolf per gli amici, good wolf se riesco a farli ridere dopo la seconda birra.”, e rise a sua volta.

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