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Archive for the ‘un sogno americano’ Category

UN SOGNO AMERICANO 13

La valle di Phil 2Mentre guidava, diretta alla Bush Valley, Paola Chianese ripensò alla notte trascorsa con Saryo.
Inizialmente si era trattato solo di sesso, ma a poco a poco Sidney era riuscito a conquistarla, toccando corde che le erano ancora sconosciute. Si era dimostrato allegro, appassionato, dolce. Avevano riso, e questa per Paola era una novità assoluta. Era la prima volta che un uomo non si limitava a farla godere, ma riusciva anche a rendere gioioso un atto che lei aveva sempre considerato sotto tutt’altra luce. Inoltre, aveva scoperto con piacere che Saryo non era dotato soltanto di un grande cervello…
Dal canto suo, Paola riteneva di essersi guadagnata sul campo l’appellativo di Magic Paula.
Accantonò l’argomento per concentrarsi sulla missione che la attendeva. Non vedeva l’ora di arrivare e pigiò con decisione sul pedale dell’acceleratore. Vicino a lei, c’era lo stesso giovane agente che l’aveva accompagnata dai Garcia. Paola non gli avrebbe riservato una relazione particolarmente positiva: sembrava sempre assente e annoiato.
Era una giornata limpida; le montagne si stagliavano sullo sfondo di un cielo immacolato, il vento era leggero e tiepido. Trovò facilmente la casa di Patsy Legrange e suonò al campanello.
Venne ad aprirle un uomo dall’aria vacua. Indossava un paio di jeans che avevano conosciuto tempi migliori e calzava dei sandali sui piedi nudi. Sebbene fosse attraente, l’espressione stranita del viso e gli occhi privi di luce lo facevano sembrare un ritardato mentale. Paola gli mostrò il tesserino e lui le biascicò di entrare. Incespicò e guadagnò a fatica una sedia.
Questo è completamente fatto!
“Il signor Phil Weir, presumo.”
Poi accadde qualcosa di singolare.
Paola strabuzzò gli occhi, sconcertata dal cambiamento repentino che avvenne nel giro di pochissimi secondi: all’improvviso, lo sguardo di Weir divenne attento e lucido, la sua postura eretta; ogni presunta traccia di obnubilamento scomparve. Sembrava di essere di fronte a un altro uomo.
Subito dopo, fece un’altra scoperta. Quando si trovavano davanti a lei, le persone avevano due reazioni tipiche: diffidenza, unita a una certa aggressività, oppure nervosismo e paura. Weir era imperturbabile.
Phil si era ripreso con un sforzo di volontà. Era furibondo perché era stato sul punto di ricevere delle informazioni estremamente importanti che riguardavano il suo karma, tuttavia si rendeva conto che quella visita non era casuale. Non sapeva come avessero fatto, ma era un dato che l’FBI sospettava qualcosa. Valutò in pochi istanti la donna e l’altro agente. Era stata lei a rintracciarlo, anche se ovviamente non a causa di Patsy. La piedipiatti era carina. Se non avesse avuto priorità più importanti, se la sarebbe portata volentieri a letto.
Le offrì un caffè e si mise a trafficare con la macchinetta. Sorbirono in silenzio la bevanda calda, poi Paola venne al dunque. Aveva conosciuto Jack Straw e Tom Collins? Chi aveva sparato a Elizabeth Margraeve?
“Li ho conosciuti.”, rispose Weir. “Ero andato in paese a fare provviste. Mi si avvicinò un tale, che disse di chiamarsi Sugar. Presumo fosse Jack Straw. Mi sequestrarono e vennero ad abitare per un po’ nella Green Valley. Immaginai che fossero due ricercati. Un giorno se ne andarono, prendendo Liz in ostaggio. Da allora non li ho più rivisti.”
Paola lo scrutò per qualche istante. “Perciò furono loro a ferire Elizabeth Margraeve?”
“Già.”
“Capisco. Elizabeth fu salvata da un ragazzo texano che si era accampato sul valico. Lui sostiene che la Margraeve gli disse una certa frase…”
Phil la guardò senza parlare. Paola aveva usato un tono insinuante, ma non scorse il minimo interesse nello sguardo dell’uomo. Irritata, aggiunse: “Sembra che abbia pronunciato queste parole: maledetti bastardi! E non si riferiva a Straw e Collins, bensì a lei e alla signorina Patsy Legrange.”
Weir scoppiò a ridere. “Per forza!”, disse. “Liz e Patsy non si sopportano. E in più lei è gelosa.”
“Sarebbe interessante sentire la versione della signorina Margraeve.”
“Lo credo anch’io.”
Phil la osservava con un sorrisetto divertito, e Paola si irritò ancora di più. “Peccato che non sia possibile, vero?”
Ora il sorriso di Weir era palesemente beffardo. Questa troietta forse era intelligente, ma per arrivare al suo livello avrebbe dovuto fare tre volte il giro della California. Non c’era nessuno all’altezza di Phil Weir: Sugar era stato un avversario sicuramente temibile, ma non abbastanza.
Grazie all’esperienza e all’intuito, Paola sapeva riconoscere gli uomini pericolosi. Aveva imparato a distinguere la differenza che intercorre fra un qualunque bullo di periferia, tronfio ma subito pronto a sgonfiarsi come un palloncino bucato, e un individuo intelligente e gelido. Weir rientrava in questa seconda categoria. Le era odioso, però non doveva lasciarsi fuorviare dai risentimenti personali. Era sicura che le stava nascondendo qualcosa, e aveva bisogno di riflettere; era una faccenda complicata, con implicazioni al momento oscure. Lei aveva altre carte in mano, ma era bene non scoprirle subito tutte. Si disse che ne avrebbe parlato con Saryo.
Poi lui la provocò deliberatamente. “Ho sentito dire che le italiane hanno il sangue caldo. Sarebbe interessante sentire la sua versione.”
Paola gli lanciò un’occhiata gelida. “Se fossi in lei, farei meno lo spiritoso. E’ ufficialmente indagato per il ferimento della signorina Elizabeth Margraeve. Le consiglio dunque di misurare le parole per non aggravare…”
Weir sogghignò e si girò in direzione della porta. “Liz!”, chiamò. “Vieni un po’ a conoscere la federale qui presente.”
 
Phil avrebbe voluto avere un M4. L’M4 è un fucile d’assalto variante della versione M16A2. Rispetto al suo predecessore è molto più leggero e maneggevole; inoltre, è predisposto per l’inserimento di un lanciagranate M203. I soldati americani lo avevano utilizzato con ottimi risultati in Afghanistan. Ma senza i soldi di papà Legrange era impossibile acquistarlo. Weir aveva gettato la carta di credito di Patsy: non era prudente usarla. Mettendo insieme i liquidi di Liz, di Patsy e i suoi, poteva al massimo procurarsi un AK-47.
Non era affatto un’arma malvagia, da anni era lo strumento di morte preferito dai terroristi e dai rivoluzionari di tutto il mondo. Di fabbricazione sovietica, il Kalashnikov pesa poco più di quattro chili ed è estremamente pratico e funzionale. Ha un unico difetto: la tendenza a impennare a destra e in alto durante il fuoco automatico. E’ un’arma eccellente, in grado di segare in due un uomo. Fra l’altro è facilmente reperibile. Ma non è un M4.
Rivolse uno sguardo risentito a Liz.
La ragazza era distesa sul letto, fissava un punto imprecisato del soffitto, e ogni tanto si metteva a piangere. Weir incominciava a non sopportarla più.
Adesso paparino ti consolerà.
Liz era in mutande e t-shirt. Phil considerò fra sé che la povera Patsy, benché più fine di lineamenti e complessivamente più bella, non aveva potuto vantare gambe così strepitose. Quelle di Elizabeth erano lunghe, slanciate e forti. Malgrado fossero robuste, erano assolutamente proporzionate: le caviglie erano solide tuttavia non grosse; le cosce non presentavano il minimo filo di grasso, sebbene quello fosse un punto assai delicato per le donne. Il ventre era piatto, le braccia muscolose, le spalle simili a quelle di una nuotatrice. Aveva il fisico scolpito, e Weir immaginò che si era allenata duramente per raggiungere un tale livello di eccellenza. Ha lavorato sodo, la compatì… per potermi uccidere!
Ma non avrebbe mai avuto la sua forza mentale.
I lunghi capelli scuri incorniciavano il viso, sottraendo alla vista la cicatrice provocata dalla pallottola. Gli occhi verdi erano luminosi, come se le lacrime li avessero puliti rendendoli più brillanti. Soltanto lo sguardo era opaco.
Vediamo di ridarti il sorriso.
Si spogliò e la raggiunse sul letto.
Liz non si oppose ai suoi baci, ma era assente e apatica. Weir non aveva bisogno di preliminari: gli fu sufficiente sentire il contatto tiepido del suo corpo per raggiungere in breve una potente erezione. La penetrò con l’arroganza del predatore, e pochi attimi dopo fu chiaro a entrambi chi era il padrone e chi la schiava.

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UN SOGNO AMERICANO 12

La valle di Phil 2Phil era seduto al tavolo della cucina. Stava lavorando con un temperino. Quando vide entrare Patsy balzò in piedi sollevato. Senza pick-up non sarebbe potuto andare nella Green Valley; inoltre gli servivano i soldi per comprare la dinamite e tutto il resto. Fece il giro del tavolo per abbracciarla, ma si fermò a un metro da lei. Patsy era mortalmente pallida. Phil notò che le tremavano le mani. “Cosa c’è piccola? Dove sei stata tutto questo tempo?”
Patsy cercò di rispondere, però non riusciva a parlare. L’ansia la soffocava come un grande fumo nero. Aveva paura, ma non solo: adesso che lo vedeva, capiva che non sarebbe mai riuscita a tradirlo. Lo amava. Lo amava disperatamente. L’idea che lui morisse era intollerabile. Weir la prese fra le braccia. Lei sentì il suo odore, leggero ma inconfondibile; assaporò il contatto fisico, si sentì fremere avvertendo il tocco delle sue mani, delicato e forte a un tempo. Poi il terrore la invase, trascinandola in un abisso di disperazione. Si sforzò di reagire. “Liz è viva!”, mormorò con un filo di voce. Phil si staccò da lei. “Cosa?”
Patsy lo guardò con gli occhi spalancati. Annuì e ripeté in un sussurro: “Liz è viva! Sta venendo qui per ucciderti!”
Tremava come una foglia. Phil l’abbracciò di nuovo. “Calma, piccola! Spiegami bene cosa sta succedendo.”

Sebbene fosse ancora presto e non facesse eccessivamente caldo, Elizabeth era madida di sudore. Aveva camminato con la furia di un guerriero percorrendo in meno di quaranta minuti il tragitto che portava dalla foresta alla casa. Lungo il percorso non aveva incontrato anima viva, tranne un grazioso animaletto che le era sembrato uno scoiattolo. La pelliccia era di colore marrone scuro con inserti bianchi, la coda era lunga e folta. Appena l’aveva vista era scomparso nel folto degli alberi.
Liz temeva qualche reazione inconsulta da parte di Patsy: benché fosse una donna intelligente, troppo spesso si mostrava irresoluta. Però fidava in se stessa. I lunghi allenamenti cui si era sottoposta a Los Angeles l’avevano indurita nel fisico e nello spirito. Sapeva di aver raggiunto un grado di forma ottimale, pari a quella di un’atleta olimpionica. Avrebbe colto Weir di sorpresa, e questo rappresentava un grande vantaggio: tuttavia non avrebbe esitato a lottare contro di lui. Non ignorava la forza di Phil, né la sottovalutava; ma lei era armata e pronta battersi fino all’ultimo respiro.
Si accostò alla porta dell’abitazione, si fermò un attimo per riprendere fiato, poi la socchiuse lentamente.
Aveva tutti i sensi all’erta e sentiva l’adrenalina scorrere nel sangue. I due stavano parlando, ma captò solo qualche parola confusa. Aprì del tutto la porta, stando bene attenta a non fare il minimo rumore. Si trovava in una cucina. Era un locale ampio e spazioso, con due grandi finestre che davano sulle montagne. Weir e Patsy erano in piedi, abbracciati, al centro della stanza. Brava, Honey!, pensò, vedendo che Phil era di spalle. Sapeva che avrebbe dovuto colpire con estrema violenza: aveva vivido in mente il ricordo delle grosse fasce muscolari di Weir. Se lo avesse pugnalato debolmente, al massimo sarebbe riuscita a ferirlo. Serrò con forza il pugnale e si mosse leggera, come un felino predatore.
Patsy tirò su la testa e la vide.
Cercò di avvertire Phil, ma il panico le tolse la voce.
Weir colse la paura nel suo sguardo.
Liz si avventò. Il colpo nacque dai polpacci e dalle cosce, che trasmisero l’impulso alla spina dorsale, poi alla spalla, per raggiungere infine il braccio. Ne scaturì un gesto di incredibile potenza.
Weir fece piroettare Patsy, come se stessero danzando.
La lama penetrò a fondo nel corpo della ragazza, all’altezza delle scapole. Patsy sussultò e, quando Phil la lasciò andare, scivolò a terra come un sacco vuoto. Aveva gli occhi sbarrati. Provò l’impulso di tossire, ma morì prima di riuscire ad aprire la bocca. L’arma aveva seguito una traiettoria leggermente inclinata, si era introdotta tra la clavicola e la terza costola, e aveva reciso il miocardio.
Elizabeth urlò. “Mio Dio! Mio Dio, no!”
Si inginocchiò accanto a lei. “Io non volevo. Non volevo!” Prese a cullarla come una bambina. “Ti prego, Patsy, parla! Dimmi qualcosa! Patsy!” Piangeva a dirotto, il viso trasformato in una maschera tragica.
“Certo, Liz: non volevi. Però l’hai uccisa.”, disse freddamente Weir.
Liz lo guardò, stravolta. Tentò di dire qualcosa, ma le uscì solo un gemito strozzato.
Phil la fissò in silenzio. Aveva amato Patsy Legrange, ma ormai era morta.
Tuttavia la vita continuava. E lui aveva un compito da svolgere. Prese la sua borsetta e tirò fuori il portafoglio. Se lo infilò in tasca. “Adesso farai quello che ti dico. Carica il corpo di Patsy sul pick-up. Nella rimessa c’è una vanga. Portala nella foresta, scegli un luogo isolato e seppelliscila. Poi torna qui. Sei abbastanza forte per sbrigartela da sola.”
Elizabeth lo scrutò, incredula. Come poteva essere così gelido? Ma già un istante dopo si alzava per obbedirgli. Si sentiva soggiogata da lui, dalla sua personalità magnetica. Era sopraffatta dal dolore e dal rimorso; in quegli attimi di fragilità estrema, una ridda di pensieri si insinuò in lei. Forse provenivano dall’eterno anelito alla sopravvivenza, dalla necessità di trovare un appiglio, una solida roccia a cui aggrapparsi. In breve, acquisirono forma e sostanza: è il mio uomo, io sono sua, come ho fatto a tradirlo? Sugar era soltanto un delinquente… Phil è la mia vita. Senza Patsy, solo lui può salvarmi.
Agì come un automa, obbedendo a quel freddo ordine.
Weir tornò a sedersi. “Sbrigati!”, disse.
Poi arrotolò uno spinello.
 
Rosita Garcia aveva cotto la carne con olio, aglio e cipolla. Per insaporirla aveva aggiunto sale e peperoncino. Aveva riempito le tortillas e le aveva ripiegate, completando l’opera con una dose abbondante di chili. Tolse le frijoles fefritos dalla padella e le servì fumanti come contorno. Antonio incominciò a divorare il cibo.
Rosita prese posto a tavola, ma ignorò il tacos. “La chica bruna è in pericolo.”, disse. “Però la rubia è morta: e questo non lo avevo previsto.”
Antonio alzò gli occhi al cielo. Sua madre stava diventando sempre più farneticante. Cercò di ignorarla, perché lo distraeva e gli toglieva il piacere del pranzo. Per accontentarla aveva dovuto telefonare all’italiana che lavorava per l’FBI, incontrarla e perdere un sacco di tempo. Ora il suo interesse per quella storia era vicino allo zero.
“La rubia è morta.”, ripeté in tono lugubre Rosita. “Spero tanto che la poliziotta salvi l’altra.”
Si alzò per prendere il vino.
“Ma quell’uomo è un diavolo.”, mormorò, mentre versava il Mision Santo Tomas nel bicchiere del figlio.

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UN SOGNO AMERICANO 11

La valle di Phil 2Phil non aveva bisogno di una carta geografica: negli anni trascorsi lì, aveva esplorato a fondo la Green Valley. Se avesse preso una matita avrebbe potuto disegnare una mappa perfetta, senza la minima possibilità di errore. Conosceva ogni sentiero, ruscello e grotta; avrebbe saputo orientarsi nella foresta anche di notte; sarebbe stato in grado di avvertire perfino il più piccolo mutamento del vento; e soprattutto sapeva che esisteva un valico nascosto.
Era pronto a scommettere che non era sorvegliato. Sarebbe passato da lì. L’ora giusta erano le quattro del mattino; quasi sicuramente dormivano tutti, tranne le sentinelle che però stazionavano sul valico principale. In ogni caso, si sarebbe mosso con cautela, senza commettere imprudenze. Forse sorvegliavano la valle anche di notte, ma sarebbe riuscito a individuare le eventuali guardie. Avrebbe fatto un primo giro di ricognizione, poi si sarebbe cercato un rifugio nel cuore della foresta. Avrebbe trascorso la giornata riposando e al calar delle tenebre avrebbe completato l’ispezione. Doveva scoprire quanti erano, come si erano sistemati e se avevano costruito una centrale dell’acqua. In caso affermativo, il suo compito sarebbe stato facile. Se, però, si fosse reso conto che per un motivo o per l’altro era rischioso avvicinarsi all’acqua, avrebbe optato per il piano di riserva. Aveva bisogno di un fucile mitragliatore, di dinamite, di veleno per topi e di altre cose. Questo era il motivo per cui gli serviva Patsy. Suo padre avrebbe finanziato l’operazione.
Il cosmo era stato esplicito: una volta eliminati i soldati, sarebbe stato vicinissimo al karma.
Sorrise soddisfatto e rollò una canna.
Presto si trovò avvolto dalla luce.
 
Liz affrontò l’argomento mentre facevano colazione. Era una bella mattina serena, allietata da una brezza fresca che proveniva dal lontano oceano. Imburrò una fetta biscottata e guardò Patsy negli occhi. “Io mi sto innamorando di te. Ora che fra noi due non c’è più Weir, non esistono ostacoli di sorta che possano mettere in pericolo la nostra relazione.” Si interruppe per un momento e scelse con cura le parole successive. Voleva che Patsy recepisse a fondo il messaggio. “Però se tu mi dovessi tradire…”
Patsy fece per interromperla, ma Liz la bloccò con un cenno imperioso della mano. “Parlo solo a titolo di ipotesi.”, proseguì con calma, ma negli occhi verdi balenò una luce fredda. “Se tu dovessi cambiare idea all’ultimo momento e decidessi di schierarti dalla parte di Phil, sappi solo questo: che non avrò pietà. Dimenticherò amore, affetto, compassione; e ti giuro che ti farò soffrire talmente tanto da condurti alla pazzia. Niente miele: non ti ucciderò. Quello è il destino di Weir. Mi occuperò io di te. E una donna conosce bene il corpo di un’altra donna, sa come procurarle il dolore più devastante.”
Vedendo che Patsy era impallidita, raddolcì lo sguardo e le prese una mano. Poi le sorrise. “Ma io ti credo, Patsy, e non dubito di te. Sono certa che non mi tradirai e che il futuro ci vedrà assieme, felici e contente. Sarà un futuro radioso.”
Prese un’altra fetta biscottata e aggiunse: “Agiremo domani.”

Paola telefonò subito a Saryo. Sidney rintracciò facilmente la ricca famiglia Legrange e apprese che Patsy si era trasferita nella Bush Valley.
L’indomani, all’alba, Paola sarebbe salita in macchina per andare a trovarla.
Quella sera invitò Saryo a cena. Aveva comprato in un take-away due porzioni di riso alla cantonese, pollo fritto e gelato cinese. Quando finirono di mangiare, Paola si liberò delle scarpe e si stese sul divano. Era stanca, ma anche euforica: alla fine ce l’avevano fatta! Avrebbe interrogato la ragazza, avrebbe conosciuto Phil Weir e finalmente sarebbe riuscita a scoprire il mistero della Green Valley. Chi aveva sparato a Elizabeth? Dov’erano Jack Straw e Tom Collins? Paola fremeva di eccitazione. Era stata tentata di partire subito, ma Sidney saggiamente le aveva consigliato di prendersi prima una notte di riposo.
Quando successe, Saryo stava guardando la televisione.
L’ultima volta era stato con un ragazzo italiano che si trovava in California per un master. Era passato un anno, ma a Paola l’astinenza non era pesata. Aveva già un amante: l’FBI. Per Saryo provava simpatia e forse anche affetto, lo stimava molto come collega ma non era il suo tipo. A Paola piacevano gli uomini con i capelli scuri, gli occhi neri e la carnagione abbronzata. Sebbene fosse alto e ben fatto, Saryo era biondo, con gli occhi azzurri e la pelle chiara. Ma in quel momento di euforia capì che aveva bisogno di sesso. Non capitava spesso, tuttavia quando si presentava l’impulso sembrava che il suo corpo fosse preda di una tempesta ormonale. In quei momenti non riusciva a contenersi; il desiderio sessuale era talmente forte da essere quasi doloroso.
Studiò Saryo. Aveva un viso piacevole; l’azzurro degli occhi non era slavato: rivelava un’intelligenza sottile e una grande determinazione. Le mani erano eleganti, come quelle di un pianista. Le gambe erano lunghe e diritte. Pensò alle implicazioni future, ma decise di infischiarsene. Sarebbero rimasti comunque buoni amici e avrebbero continuato a lavorare gomito a gomito: forse lo avrebbero fatto ancora, ma non sarebbe mai diventato un vero rapporto sentimentale.
Senza dire una parola, si alzò dal divano.
Si spogliò lentamente. Fece scendere i jeans fino alle caviglie, si tolse la camicetta. Non portava il reggipetto: nella penombra del soggiorno il suo seno candido e pieno risaltò in tutta la sua bellezza. L’aria profumava di incenso e il corpo di Paola emanava l’odore di una giovane donna sana ed eccitata.
Saryo si girò e aprì la bocca in un’espressione di stupore che era quasi comica, ma che lei trovò incredibilmente tenera.
Paola portò un dito alle labbra, lo inumidì con la lingua, poi lo passò sui capezzoli.
Sidney si alzò dalla poltrona con il volto congestionato. Cercò di baciarla, ma lei lo spinse sul divano col piede scalzo.
Fu su di lui e incominciò a spogliarlo.
 
“Allora, siamo intese.”, disse Liz. “Tu prendi il pick-up, ti rimetti i tuoi bei vestitini e torni contrita da Phil. Basterà qualche moina e ti perdonerà il ritardo. Gli farai capire che ti è mancato e che hai voglia di lui. Lo abbraccerai, facendo in modo che abbia le spalle rivolte alla porta. A quel punto entrerò in azione io.” Le mostrò un lungo pugnale affilato.
Patsy era molto tesa. “Ascoltami.”, disse. “Devi stare attenta: lui è pericoloso come un mamba.”
“Certo.”, replicò Elizabeth. “Ma anch’io sono pericolosa.”
Patsy la guardò. Liz calzava un paio di scarponcini da pugile; indossava dei jeans scoloriti e una canotta nera. Sebbene fosse estremamente femminile, il suo corpo era forte e muscoloso. Con quelle braccia robuste avrebbe potuto battere un uomo a braccio di ferro; le spalle erano larghe e solide; le cosce poderose. Gli occhi verdi erano simili a quelli di un felino, vigili, attenti e spietati. Patsy aveva lottato con lei e, benché in un’occasione avesse prevalso, ricordava bene la sua forza micidiale. Inoltre, non avrebbe dovuto affrontare Phil in uno scontro corpo a corpo: lo avrebbe colpito da dietro.
Ciò nonostante, non aveva dimenticato quello che era successo nella Green Valley. Phil era stato accompagnato nella foresta da Tom, uno dei due banditi che li avevano sequestrati. Lì sarebbe stato giustiziato. Tom era un uomo ottuso, ma era anche un bestione grosso come un toro, e aveva una pistola. In teoria, avrebbe dovuto uccidere Weir senza problemi; ma Phil si era messo un giubbotto antiproiettile, che lui stesso aveva fabbricato. I due uomini si erano battuti selvaggiamente, e Phil aveva ammazzato Tom. Poi era venuto a cercare Sugar, l’altro fuorilegge, e lo aveva ucciso a sangue freddo, sparandogli a bruciapelo. Per quanto atletica e vigorosa, Liz era pur sempre una donna…
Le manifestò i suoi dubbi. Liz la incenerì con lo sguardo. “Smettila, stupida che non sei altro! Non devi avere paura! Andrà tutto bene, a patto che tu non faccia la bambina.”
Poi, vedendo che aveva gli occhi colmi di lacrime, le accarezzò una guancia. “Non voglio essere dura con te, Patsy.”, disse con voce più pacata. “Però devo essere sicura che non perderai la testa. In fondo, il tuo compito non è difficile: farò tutto io. E, se mi trovassi in difficoltà, potrai sempre saltargli addosso prendendolo alle spalle. Ti ho insegnato molte tecniche di lotta, e tu le hai apprese bene: non si tratterebbe che di metterle in pratica. Comunque, non ce ne sarà bisogno.”
Patsy era bianca come uno straccio, ma si fece coraggio e annuì.
“Andrà tutto bene, amore mio.”, ripeté Liz.
La strinse a sé e la baciò sulla bocca.
Elizabeth si avviò a piedi. Si muoveva come una pantera, elastica e sinuosa, i capelli neri che rilucevano ai primi raggi del sole. Imboccò uno stretto sentiero, scomparendo presto alla vista. Patsy si vestì e salì sul pick-up. Controllava l’orologio ogni minuto, mentre l’ansia le serrava lo stomaco. Aveva la premonizione di una tragedia incombente.
Quando fu l’ora, accese il motore e partì.
Posteggiò davanti alla casa, trasse un respiro profondo e scese dal mezzo. Per un lungo momento si trastullò con l’idea di saltare di nuovo sul pick-up e di correre a tutta birra verso Los Angeles. Ma sapeva che Liz sarebbe venuta a cercarla. Non osava immaginare con quali conseguenze.
Ok! Succeda quello che deve succedere.
Si ravviò i capelli, raddrizzò le spalle e si diresse lentamente verso la porta.

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La valle di Phil 2Sidney Saryo rivolse uno sguardo ammirato a Paola.
“Sei una vera strega!”, disse ridendo. “Avevi solo un dato insignificante che nessuna persona dotata di buon senso avrebbe mai preso in considerazione…”
Paola sorseggiò il caffè. “Non sono molto avanti, comunque. Il dottor Kantner mi ha fatto un nome, quello di Elizabeth Margraeve; so che questa ragazza ha un orecchio spappolato perché qualcuno ha pensato bene di spararle; conosco la palestra che frequentava, il negozio dove lavorava fino a poco tempo fa; e ho parlato con suo fratello. Tuttavia non ho appreso molto.”
“Proviamo a ragionare.”, disse Saryo. “Questa Elizabeth era andata a vivere nella Green Valley assieme a un certo Phil Weir, ex brooker di successo trasformatosi improvvisamente in hippy. Con loro c’era anche una donna bionda. L’esercito ha scacciato Weir e la bionda; ma prima qualcuno aveva tentato di uccidere la nostra Elizabeth. Chi poteva volerla morta? Weir? La bionda? Jack Straw, se davvero si trovava lassù?”
Paola Chianese non rispose. Stava riflettendo. Perché vivevano in tre in una valle? Un menage a trois? In questo caso, il movente poteva essere stato la gelosia. Gelosia e denaro andavano a braccetto, entrambi saldamente in testa alla triste classifica delle cause di un crimine. “La bionda.”, azzardò.
Saryo la scrutò per alcuni istanti con aria enigmatica. “Ci può stare.”, concesse infine. “Però, qui entra in gioco il mio computer. Qualche anno fa venne ucciso un certo Paul Douglas. L’assassino non è mai stato trovato.”
“Non ti seguo…”
“Un attimo di pazienza, mia cara. Sono arrivato a Paul Douglas digitando Phil Weir. Non è stato facile, ma risulterebbe che Weir aveva una tresca con Rachel Douglas, la moglie del defunto. Naturalmente non è mai stato sospettato; all’epoca era un giovane di belle speranze con la fedina penale immacolata. Ma adesso abbiamo un tentato omicidio e, guarda caso, il signor Phil Weir era l’amante della Margraeve: te lo ha detto il fratello di lei, giusto?”
“Il fratello in realtà sa ben poco. Mi ha raccontato di Weir, ma ignora che in quella valle erano in tre. Se riuscissimo a rintracciare la donna bionda… Credo che stia ancora con Weir, ma il fatto è che l’ex brooker e novello hippy è scomparso dalla circolazione. Non risulta nulla a suo nome. E poi, qual è il ruolo dei due banditi in tutto questo? E, soprattutto, dove sono andati?”
“Dobbiamo scoprire che fine ha fatto Elizabeth.”, disse Saryo.
“Il fratello le ha prestato il suo pick-up, ma poi non ha più avuto notizie.”
“Il mio cervellone.”, mormorò Saryo. “Lo farò lavorare un po’.”
“E io tornerò in palestra. Non ho ancora parlato con tutte le ragazze che la frequentano.”
 
Phil si preparò il caffè. Era una mattina grigia, le nuvole nascondevano il sole e nell’aria c’era sentore di pioggia. Phil si era già stancato di Nicole. Per quanto ignorante, Liz era stata una donna intelligente; Nicole, invece, era irrimediabilmente stupida. Decise di liberarsene al più presto. Poi sarebbe andato a cercare Patsy. Gli mancava. Per salvare la vita a quella troietta aveva ucciso Elizabeth, e questa era la ricompensa! L’avrebbe costretta a tornare nella valle: nessuno poteva permettersi di lasciare Phil Weir. Naturalmente non l’avrebbe trascinata a forza. Non sarebbe stato necessario: l’avrebbe guardata negli occhi, rivolgendole il suo sguardo più profondo, e lei si sarebbe sciolta.
Bevve lentamente il caffè, e intanto rifletteva su ciò che il cosmo gli aveva svelato.
Doveva proseguire sulla strada del karma, e c’era un unico modo per farlo. Liz sarebbe stata molto più utile, ma Weir era sempre ottimista: lo avrebbe aiutato Patsy. Non con il vigore fisico. Non con l’audacia. Non con il coraggio. Con i soldi di suo padre.
 
Liz e Patsy continuarono l’addestramento anche il giorno successivo.
A fine allenamento diedero vita a uno scontro lunghissimo e questa volta Liz si impose. Tuttavia non fu affatto facile: Patsy si batté quasi con ferocia, cedendo solo quando non riuscì più a muovere le braccia per la stanchezza. Era in pantaloncini, maglietta e scarpe da ginnastica. Elizabeth era stata in paese a comprarle un po’ di vestiti.
Rimasero sedute a guardare il tramonto. Verso le quattro del pomeriggio il cielo si era schiarito ed era apparso il sole. Ora lo spettacolo era magnifico. I profili delle montagne a ovest rilucevano ancora, e le creste spiccavano come fossero appese al cielo; la campagna si stendeva verde, ma a poco a poco l’ombra della sera la ricopriva, avvolgendola nel suo abbraccio. La luna fece capolino, quasi fosse venuta a salutare il sole. Le prime stelle si accesero. Un vento fresco calava dai picchi portando con sé il profumo dei fiori e dei boschi.
Liz si godeva quel momento, non pensando ad altro. La mente di Patsy invece era in fermento. Dapprima si disse che se mai avesse dovuto combattere seriamente contro Elizabeth avrebbe dovuto cercare di vincere nei primissimi minuti. Quel pomeriggio si era resa conto di non avere la stessa resistenza fisica. Poi pensò ancora a Phil, tentando di decifrare i suoi sentimenti. Se ragionava su di lui in termini freddi e logici, la conclusione cui poteva pervenire era una sola: Phil non era degno di lei. Era giusto seguire Liz, e riservarle il suo amore. Ma non riusciva a scindere l’aspetto razionale da quello emotivo. Ricordava i suoi baci, le carezze, gli amplessi che l’avevano resa felice. Provava un empito di passione immaginandosi nuda fra le sue braccia.
Osservò Liz, senza che lei se ne accorgesse. Viveva per la vendetta, ma quando l’avesse ottenuta avrebbero potuto stare serenamente insieme. Forse sarebbero tornate a Los Angeles. Anche Liz aveva il potere di infiammarle i sensi.
Però, l’aveva legata e cosparsa di miele.
E’ vero, ragionò fra sé. Tuttavia poi mi ha liberata e accudita.
Spostò lo sguardo sulle montagne, ormai grandi sagome di velluto nero.
A un tratto avvertì vicinissimo il respiro di Liz.
Le due donne fecero l’amore nella foresta, e Patsy pensò di amarla davvero.
Quella sera andò a dormire subito dopo aver cenato. Era stremata. Liz lavò i piatti e rigovernò, quindi si sedette a gambe incrociate fuori della tenda. Centellinando l’ultimo bicchiere di vino, lasciò i suoi pensieri liberi di vagare. Come era strana la vita: aveva detestato per lungo tempo quella biondina e ora provava per lei un senso di protezione e di affetto. L’attrazione fisica c’era sempre stata, anche se a volte soffocata dalla gelosia; ma adesso si sentiva prossima a qualcosa di più profondo, di più completo. Era amore? Non lo sapeva ancora, comunque gli si avvicinava molto. Per un breve momento considerò l’idea di lasciare la Bush Valley, dimenticando i suoi propositi di vendetta. Avrebbe potuto essere felice con Patsy Legrange. Che Weir andasse al diavolo!
Ma immediatamente sentì una grande rabbia montare in lei.
L’amore poteva aspettare.
Prima doveva fare i conti con Phil.

Antonio Garcia finì di mangiare il suo panino con hamburger e cipolla e si pulì la bocca con il dorso della mano. Paola Chianese lo guardava in silenzio. Non aveva fame e si era limitata al solito caffè. “Mio padre era un onesto lavoratore.”, disse Garcia stuzzicandosi un dente. “Non aveva mai infranto la legge in vita sua. Eppure è morto perché uno stupido poliziotto gli ha sparato nel corso di una rapina. Papà stava facendo benzina, e il dannato sbirro ha sbagliato la mira.”
Si alzò dal tavolo e andò a prendere una fetta di torta. “Mi dispiace.”, disse Paola, quando lui tornò a sedersi. “Sono cose che non dovrebbero succedere. Ma purtroppo il mondo non è perfetto.” Antonio le rivolse uno sguardo cupo, poi si disinteressò di lei, dedicandosi al dolce. “Non le avrei mai telefonato.”, disse dopo che il piatto fu vuoto. “E’ stata mia madre a convincermi: lei sostiene di essere una sensitiva e di aver previsto anche ciò che accadde a papà. Naturalmente non le credo. Ultimamente è un po’ via di testa. Non si è più ripresa del tutto da quel maledetto giorno.”
“Tua mamma ha fatto bene.”, osservò Paola sorridendogli. “Io non vado in giro ad ammazzare gli innocenti; il mio compito è quello di proteggerli.”
Garcia non commentò. Rimase in silenzio per almeno due minuti, quindi riprese: “Mamma sostiene che la ragazza è in pericolo. In grave pericolo.”
“Si chiama Elizabeth. Elizabeth Margraeve.”
“Bel nome. Adattissimo a lei: è una chica fantastica!” Per la prima volta Antonio sorrise. “Durante il viaggio ogni tanto le sbirciavo le gambe. Sebbene fosse piena di lividi, e febbricitante, quelle gambe avrebbero resuscitato un morto. Mi piacerebbe avere una fidanzata così.”
Paola annuì, trattenendo l’impazienza. Era con Garcia da quasi un’ora e non aveva ancora appreso niente di importante, benché al telefono lui avesse sostenuto di avere delle informazioni che avrebbero potuto esserle utili. Quel giorno faceva molto caldo e Paola aveva indossato una camicetta leggera. Notò lo sguardo di Antonio fisso sul suo seno e represse un sorriso. Malgrado la sua avversione per le forze dell’ordine, era un ragazzo simpatico. Finalmente si decise ad arrivare al dunque. “Beh, per farla breve, Elizabeth dormì per quasi tutto il tempo. Ogni tanto si agitava, sussultava. E a un tratto fece due nomi.”
Paola si sporse verso di lui. “Te li ricordi?”
“Ho una memoria di ferro. Me li ricordo, così come mi ricordavo il nome e l’indirizzo del dottore. Anzi, ricordo la frase esatta che disse. Ce ne furono anche altre, a volte farfugliava, ma erano prive di senso comune. Questa, invece, era chiara.” Allontanò il piatto e lanciò un’occhiata a una bella ragazza in minigonna che stava uscendo dal ristorante. Quindi, guardò Paola. “Disse: maledetti bastardi! Sono le parole esatte: maledetti bastardi. Io le chiesi chi erano, e lei sembrò capire la mia domanda, perché rispose. Disse: Phil Weir e Patsy Legrange. Poi tacque per un bel po’. Pensai che fosse morta, ma grazie al cielo era viva. Adesso so già che mi chiederà perché non gliel’ho raccontato prima. Il motivo è semplice: non mi fido di lei, dell’ FBI, della polizia. Penso solo ai fatti miei. Ma mia madre ha insistito: quell’italiana è buona, ha detto, lei aiuterà la ragazza. Alla fine mi ha convinto.”
“Tua mamma ha molto buon senso.”
E Saryo dovrà trovarmi questa Legrange.

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La valle di Phil 2Antonio Garcia era perplesso. “Non sapevo che prendere una multa per eccesso di velocità fosse un reato federale.”
“Non lo è, infatti.” Paola gli sorrise per tranquilizzarlo. “Sono venuta a trovarla solo per rivolgerle qualche domanda.”
“Non capisco. Io non ho niente da dire.”
Così non andava. A differenza del giovane collega che l’aveva accompagnata e che masticava distrattamente chewingum,  Paola percepiva l’ostilità del giovane. Come molti altri, vedeva nelle forze dell’ordine un nemico prepotente e invasivo; non si rendeva conto che lei lavorava per la gente, affinché le persone perbene potessero dormire tranquillamente alla notte. Se non ci fosse stata l’FBI, gli Stati Uniti sarebbero stati sommersi da un’ondata indescrivibile di crimini. Lei e i suoi colleghi rappresentavano la diga della giustizia; era una diga non priva di crepe e spesso non riusciva a trattenere i flussi malefici della cattiveria umana, però era anche una diga robusta che nell’insieme teneva. Se ci fosse stata maggiore comprensione da parte di tutti i cittadini, la diga sarebbe potuta diventare impenetrabile.
Spostò lo sguardo su Rosita Garcia, che fissava ostentatamente la parete. “Lei è nata in Texas, signora?”
La donna scosse la testa.
“Antonio sì, però.”
Rosita annuì.
Ti hanno tagliato la lingua?
“Vede, signora, l’America è grande. Ed è abitata da gente che proviene da ogni parte del mondo. E’ uno Stato democratico, basato sulla libertà e sull’uguaglianza. Mio padre è di Pescara, una piccola città italiana, piccola per i parametri di qui. E’ un lavoratore onesto e ha potuto farmi studiare, tuttavia non è ricco. Io… non sono bionda, non ho gli occhi azzurri e sono cattolica, però godo degli stessi diritti di qualsiasi wasp di Boston o di Philadelphia. Lo stesso vale per lei, e per suo figlio Antonio. In ogni caso, io sto indagando su un crimine che non ha nulla a che vedere con la famiglia Garcia. Ma forse, Antonio è in possesso di informazioni che potrebbero essermi molto utili.”
Fece una breve pausa, quindi si rivolse nuovamente al giovane, passando al “tu”.”Perché andavi così forte in macchina?”
“L’agente che mi ha fermato non mi ha fatto domande. Ho pagato la contravvenzione, non sono mai stato dentro. Credo che questi siano fatti miei.”
“Hai ragione, sono fatti tuoi. Ma tu eri diretto al valico che sta sopra alla Green Valley. E ho ragione di credere che lì sia successo qualcosa di strano.”
“La mia tenda, la mia roba. Avevo paura che qualcuno me la rubasse. Al mio posto lei cosa avrebbe fatto?” Garcia le lanciò una sguardo di sfida.
“Credo proprio che avrei spinto a tavoletta! Ma come mai le tue cose erano rimaste incustodite?
“Ero partito per Los Angeles in fretta e furia.”
“Posso sapere perché?”
Antonio esitò per un attimo. “Quella bella ragazza… temevo che morisse.”
Paola Chianese sentì un brivido che le attraversava la spina dorsale.
“Quale ragazza? Come si chiama?”
“Non lo so.”, rispose Antonio. “Non mi ha detto il suo nome.”
 
Il giorno dopo Patsy Legrange dormì per quasi tutto il tempo, svegliandosi soltanto per mangiare. L’indomani incominciò l’addestramento.
Finì per quattro volte a terra. Aveva la schiena dolorante e si sentiva a pezzi. Oltretutto si stava battendo in mutande e reggiseno per non sciupare gli abiti, e il suolo era duro e cosparso di sassi. “Basta!”, esclamò. “Io non dovrò lottare contro Phil.”
Liz le rivolse uno sguardo duro. “Ah no? E se lui mi eliminasse? Proprio tu mi hai parlato della sua crudeltà, della sua mancanza di scrupoli. Spero di evitare uno scontro diretto, però devi essere pronta a tutto! Coraggio, datti una mossa.”
Patsy si rialzò. Sebbene fosse esausta, era stata punta sull’orgoglio. Si scagliò contro Liz, ma all’ultimo momentò scartò, spostandosi di lato. Elizabeth era pronta a ghermirla, tuttavia si trovò sbilanciata. Prima che si riprendesse dalla sorpresa, Patsy le fu addosso. Le fece uno sgambetto e rotolò a terra con lei. Ma era sopra. Le prese un braccio e lo torse con violenza. Liz mugolò di dolore.
“Ti arrendi?”
“No!”
Patsy le portò il braccio all’altezza della scapola.
“Va bene. Va bene. Mi arrendo!”
Patsy la lasciò. Elizabeth scoppiò a ridere. “Me le hai suonate di santa ragione! Brava, Hon… Patsy!”
Patsy si ravviò i capelli biondi con una luce di trionfo negli occhi.
 
Quel pomeriggio Liz le insegnò alcune tecniche di strangolamento.
Patsy si era irrobustita nell’ultimo anno; inoltre, era sveglia e imparava facilmente. Liz sferrò una serie di calci. Patsy osservò attentamente i suoi movimenti, e poi li imitò alla perfezione. Provarono la lotta a terra, e Liz le mostrò come liberarsi da una presa alla gola.
Dopo un paio d’ore di allenamento, si fermarono per riposare. Patsy dubitava di poter affrontare Phil con qualche probabilità di successo, ma Liz era convinta del contrario. “Sei rapida come un serpente. Potresti mettere in difficoltà chiunque. No, non è questo che mi preoccupa. Ma se tu ti tirassi indietro all’ultimo momento…”
Patsy la guardò. Elizabeth aveva raccolto i capelli dietro alla nuca e la cicatrice che le deturpava il viso era perfettamente visibile. Con i soldi di suo padre avrebbe potuto farla operare dal miglior chirurgo plastico di Los Angeles. Però, non provava ribrezzo: Liz la stava conquistando grazie alla sua energia, alla determinazione con cui perseguiva i suoi scopi, alla dolcezza che le riservava quando facevano l’amore. Ma il pensiero di Phil incombeva su di lei come una nube scura, gravida di pioggia. Amava Phil: come avrebbe potuto ucciderlo?
“Non mi tirerò indietro.”, disse, chiedendosi se avrebbe trovato il coraggio necessario per mantenere la promessa.
Una promessa che le era stata estorta…
Poi pensò a ciò che Liz le aveva detto: aveva visto Phil con un’altra donna. Conoscendolo, non stentava a crederle. Provò una fitta improvvisa di gelosia, cui fece seguito un altro pensiero. Weir aveva sparato a sangue freddo a Liz, dimostrando di essere un uomo spietato. L’amore che nutriva per lui le aveva fatto dimenticare quell’episodio; ma ora si chiedeva se era possibile amare un assassino. Un assassino che non esitava a tradirla. Per converso, si sentiva fortemente attratta da Liz, come ai primi tempi, quando la rivalità non le aveva ancora divise. Ciò nonostante, se si escludeva la sensuale delicatezza con cui riusciva a condurla all’orgasmo, Elizabeth basava il loro rapporto sulla prevaricazione.
Oggi ho steso questa manza. Potrei riuscirci ancora. In questo caso
Si sentiva confusa.
Decise di darsi ancora del tempo per capire quello che voleva veramente.
 
Un’ ora dopo che si era fatto buio, Phil Weir uscì sulla veranda.
Patsy sarebbe dovuta tornare la sera prima da Los Angeles. Aveva pensato che fosse stanca per il viaggio e che avesse deciso di rimandare di un giorno, ma adesso incominciava a essere preoccupato. Patsy era sempre stata puntuale. Avrebbe potuto telefonarle, naturalmente, però odiava quello strumento del demonio. Patsy guidava meglio di un uomo, e Phil non pensava a un incidente.
Ha abbandonato la valle! E il mio dannato pick-up?
Sebbene fosse un’ipotesi assurda, era la sola che gli venisse in mente. Alla fine, aveva ceduto alle lusinghe dell’abborrita società. O forse non lo amava più. No, questo era impossibile. Nessuna donna dotata di un briciolo di cervello avrebbe mai lasciato Phil Weir. L’ultima volta che erano stati a letto assieme, l’aveva fatta impazzire; e poi sapeva leggere nel cuore della gente.
Tornò in casa per prendere la chitarra. Sull’aria di un motivo country, incominciò a improvvisare:
 
Dove sarai
mi senti?
e vesto pensieri
dentro la pelle
di cose piene
respiro respiri
dalle tue labbra
ho voglia di baci
di dare e ricevere
di carne e carezze
mi piace con Te
Dove sarai
li senti?
ho brama di Te*

“Per chi è questa canzone?”, si chiese. Era per Patsy, stabilì, ma anche per Nicole. Nicole aveva una concezione gioiosa del sesso. All’inizio lo aveva quasi irritato, poi però aveva finito per eccitarlo. Era come fare l’amore con una bambina. Una bambina alta e formosa, che continuava a ridere, ma che aveva un seno invidiabile, gambe lunghe e tornite, la pelle candida come il latte e una bocca capace di stimolare un uomo in mille modi diversi, grazie all’uso sapiente della lingua e dei denti, che erano affilati come quelli di un roditore. Inoltre, si era dimostrata insaziabile, ma anche molto generosa nel tener desta la sua virilità.
Phil sospirò, immaginandola fra le braccia di Patsy. Le confrontò mentalmente: Patsy era più perversa, Nicole più rassicurante. Prima le avrebbe guardate giocare fra loro, poi le avrebbe sodomizzate entrambe. Corrugò la fronte: posto che Patsy fosse tornata. Per scacciare la negatività si fece una canna. Guardò la luna che risplendeva nel cielo. Era quasi piena e dispensava una luce soffice che aveva un alone di magia. L’aria della notte era fresca e pungente; a tratti, il silenzio veniva interrotto dai movimenti furtivi di qualche animaletto.
Patsy sarebbe tornata, adesso ne era certo; tuttavia comprese che non era la sua assenza che lo angustiava. La valle! Gli mancava la Green Valley: il ruscello dove ogni mattina si era lavato, gli spazi sconfinati, l’aspetto selvaggio… la Bush Valley rappresentava solo un surrogato. Una parte del suo cuore era morta, quando aveva dovuto trasferirsi.
Da tempo, non fumava più dell’innocua erba. Era passato al Peyote, i cui effetti sono assimilabili a quelli di un acido.
Mi chiamo Phil Weir!
E ho sempre ottenuto ciò che volevo.
Fu il suo ultimo pensiero razionale, prima che l’universo lo accogliesse, rendendolo simile a una stella.
 
NOTA: La canzone di Phil è stata composta da Michelle (VENTI DI PRIMAVERA).

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La valle di Phil 2Dopo aver parcheggiato il pick-up di Weir vicino al suo, Liz entrò nella confortevole tenda che aveva piantato in un luogo isolato e protetto. Prima di sceglierlo aveva perlustrato a fondo la foresta. Da una roccia scaturiva una piccola sorgente che le avrebbe permesso di lavarsi, di bere e di cucinare. Inoltre, nessuno avrebbe potuto prenderla di sorpresa, perché dietro alla tenda si innalzava una rupe. Preparò un sandwich, mangiò con appetito, si tolse le scarpe e si coricò sulla branda da campo.
Era stanca, tuttavia non riusciva a prendere sonno. Per scacciare il rimorso ricordò a se stessa che Patsy Legrange era una donna arrogante e superba. Cionondimeno si sentiva inquieta. In palestra, l’istruttore aveva spesso parlato di etica. Era un concetto strettamente legato all’idea di sport. Per vincere un confronto occorreva essere più forti, più rapidi e più resistenti. Se l’avversario si dimostrava superiore, bisognava accettare la sconfitta, ringraziarlo, e aumentare i carichi di lavoro.
Quando aveva lottato con Patsy, Liz si era dimostrata più forte; ma in quel frangente si era dovuta difendere da un attacco proditorio. In questo caso, invece, le era arrivata alle spalle di sorpresa, l’aveva tramortita e legata: Patsy non aveva avuto una sola possibilità.
Sarebbe stato più leale sfidarla a mani nude, anche se l’istruttore avrebbe obiettato che fra loro due c’erano almeno dieci chili di differenza.
Aveva odiato Patsy a causa di Weir… ma ora Weir era il suo nemico.
Si trovava in uno stato di confuso dormiveglia quando fu raggiunta da un’idea. Era un’idea strana, ma anche intrigante. La mise lentamente a fuoco, soppesandola.
Poi saltò giù dalla branda, improvvisamente sveglia ed eccitata.
 
Nicole era una ragazza interessante.
Era ignorante, ma anche Liz non aveva brillato per cultura. E, comunque, quando Phil sentiva il bisogno di parlare di arte o di filosofia, si rivolgeva a Patsy, che era pronta ad ascoltarlo e a rendere vivace e stimolante la conversazione. Ogni lato del triangolo doveva essere diverso. Chiacchierando con lei, Phil intuì molte cose. Nicole aveva forti appetiti sessuali. Probabilmente le piacevano anche le ragazze, e Weir era quasi certo che Patsy l’avrebbe attratta. In quanto a lui, era sufficiente vedere il suo sguardo adorante per capire che era già stracotta.
Le parlò del karma: si rese conto che non capiva, e cercò di esprimersi nel modo più semplice possibile, ricorrendo a facili esempi che anche un bambino sarebbe riuscito a seguire. Notò una luce di interesse, ma presto cambiò argomento. Le cose andavano fatte per gradi; prima di approfondire questa e altre questioni, se la sarebbe portata a letto. La prima volta con lui solo. La seconda anche con Patsy. A Weir piacevano i contrasti. Nicole era alta, prosperosa, con la pelle chiara e i capelli rossi. Patsy era snella, bionda, con la carnagione leggermente  ambrata. Il suo pensiero corse a Liz. Provò una fitta di rimpianto, ricordando quel corpo superbo che d’estate diventava color cioccolato. Con gli occhi dell’immaginazione rivide le sue lunghe gambe, le cosce forti e muscolose, i piedi arcuati, il seno perfetto.
Phil non conosceva il rimorso, ciò nonostante si chiese se non era stato un errore ucciderla.
Dovevo salvare Patsy.
Era  vero, però esistevano anche altri modi per farlo.
Allontanò da sé il seme del dubbio che poteva portare alla negatività e si protese sul bancone del bar.
Sfoderò il suo sorriso più irresistibile.
“Stasera.”, disse.
Nicole arrossì per la gioia.
 
Liz si chinò su Patsy, afferrò il topo per la coda e lo scaraventò lontano.
Patsy era svenuta. Aveva la fronte imperlata di sudore. Liz prese un fazzoletto di carta e le asciugò delicatamente il viso. Patsy aprì gli occhi. Quando vide Elizabeth incominciò a piangere per il sollievo. Liz si sedette vicino a lei. “Ascoltami attentamente.”, disse. “Ti offro un’opportunità per salvarti. Hai davanti a te due scelte; a seconda di quello che deciderai, me ne andrò nuovamente e questa volta per sempre, oppure ti libererò e considererò chiusa la faccenda fra noi due. Prima di rispondere, pensaci bene, perché non avrai una seconda possibilità.”
“Acqua! Per favore, acqua!” La voce di Patsy era un rantolo.
Liz tirò fuori una borraccia dalla sacca e l’aiutò a bere. Patsy era disidratata. Mugolò quando Elizabeth allontanò la borraccia. “Poi ti farò bere ancora, ma non devi esagerare: troppa acqua ti farebbe male.” C’era un’insolita gentilezza in Liz. Patsy pensò di vedere una luce compassionevole nei suoi occhi. Aveva dimenticato che era stata lei a ridurla in quelle condizioni; in quel momento provava solo riconoscenza. Liz le spiegò i termini dell’accordo. Grazie all’innato intuito femminile sapeva già che Patsy avrebbe pagato qualunque prezzo in cambio della vita.
Però voleva sentirselo dire.
 
Quando Patsy si fu ripresa, Liz andò a riempire un secchio d’acqua, si munì di una saponetta e la lavò. Cercò di essere molto delicata, perché era rimasta esposta per troppe ore al sole ed era piena di brutte ecchimosi. Si occupo’ delle parti intime senza fare commenti e non mostrando disgusto per la poltiglia di feci ormai essicata. Vide che Patsy arrossiva e la tranquillizzò: “Non ti devi vergognare, Honey. Sarebbe successo anche a molti uomini grandi e grossi.”
Dopo averla lavata, le spalmò il corpo di crema idratante; poi l’aiutò a vestirsi. Le mise le ballerine, ma Patsy aveva i piedi gonfi. Se le tolse e la seguì scalza nella foresta.
“Non provare a scappare.”, l’ammonì Liz. “Sono molto più veloce di te.”
Imboccarono un sentiero  tortuoso che a un tratto si interrompeva bruscamente. Procedettero a fatica fra gli alberi, quindi trovarono un’altra pista, più larga e agevole. “Coraggio, siamo quasi arrivate.”, disse Liz. “Ormai conosco questo posto come le mie tasche.” Patsy le arrancava dietro, stringendo i denti per lo sforzo.
Elizabeth chiacchierava allegramente. Si era levata un peso dalla coscienza, ma non era solo questo che la rendeva euforica: riteneva di avere avuto un’idea geniale e pregustava ciò avrebbero fatto insieme. La sua vendetta sarebbe stata totale. Prese Patsy per mano. “Forse più tardi ti scoperò, Honey.”
La bionda annuì stancamente. “Come vuoi tu, Liz.”
Forse fu il contrasto fra amore e morte, ma quella notte Patsy conobbe il paradiso.
Liz la prese fra le braccia: con una mano le accarezzava il seno, con l’altra giocava con il suo clitoride. Non smise finché non sentì Patsy gemere e le sue dita non furono colme del suo nettare. Poi la penetrò, e la portò con lentezza esasperante a un nuovo orgasmo. Infine, si stese sopra di lei, conducendola all’estasi con lo sfregamento dei due sessi. I suoi baci erano caldi e appassionati; la dolcezza con cui si occupava di lei squisita e travolgente.
Patsy non riusciva a credere che quella fosse la stessa ragazza aggressiva e spietata che soltanto poche ore prima  l’aveva legata e cosparsa di miele, come una vittima sacrificale destinata alla più orribile delle fini. Se all’inizio era stata tesa e incerta, poi si rilassò, assaporando con gioia lo stupendo flusso di emozioni che Liz le regalava.
Quando furono sazie, si stesero una accanto all’altra.
“Mi dispiace per quello che è successo oggi, Honey.”, disse Elizabeth stuzzicandole un capezzolo.
“Ti prego, non chiamarmi così.”
“Ok. Se ti dà fastidio, eviterò di farlo. Comunque, nei prossimi giorni staremo insieme. Ti addestrerò, Patsy, e ti insegnerò a non avere pietà. Lui non la merita. Tu credi che ti ami… ma l’ho visto con un’altra donna. Proprio questa mattina, in un bar. Phil ama soltanto se stesso. E’ un uomo egoista. Se si stancasse di te, ti lascerebbe senza il minimo rimorso. E adesso raccontami quello che è successo quel giorno. E perché, invece di dividerci, ha pensato bene di spararmi.”
Quella notte rappresentò una specie di spartiacque nella relazione fra le due donne, e i giorni successivi confermarono questa nuova tendenza.
Elizabeth non vedeva più in Patsy una rivale. Finalmente l’aveva sottomessa. Inoltre, le vicissitudini le avevano avvicinate, accomunandole: entrambe erano state a un passo dalla morte. Liz incominciò a provare un senso di compassione e di empatia, che gradatamente si trasformò in affetto. Affetto che fu rafforzato dall’antica attrazione sessuale.
I sentimenti di Patsy erano più complessi. Da un lato, aveva paura di Elizabeth: era una ragazza focosa, sempre pronta a battersi, che difficilmente dimenticava un torto.
Era rimasta sorpresa quando l’aveva accudita come una bambina e le era grata per quell’atto di gentilezza; tuttavia si chiedeva cosa le avrebbe fatto se lei non avesse mantenuto i patti.
Inoltre, c’era la disperazione per ciò che sarebbe accaduto. Ma questo portava a un altro anello della catena, un anello molto sottile che per il momento le sfuggiva, se non a livello inconscio, ma che era destinato a irrobustirsi e, prima o poi, a manifestarsi con chiarezza. Alla fine, le sarebbe rimasta solo Liz. Avrebbe cercato rifugio fra le sue braccia. Paradossalmente, soltanto lei avrebbe potuto alleviare il suo dolore.
La dolcezza con cui sapeva donarle piacere costituiva la materia prima dell’anello. Patsy intuiva, sebbene in modo ancora vago, che Liz sarebbe riuscita a scaldarle il cuore, sottraendolo al gelo del rimorso e dell’angoscia. La mancanza di conflittualità l’avrebbe spinta sempre più a cercare in lei calore e protezione. Una volta messo da parte l’antagonismo, sarebbe riuscita ad amarla fino a prendere in considerazione l’idea di trascorrere la vita con lei.
Era brutto pensarlo, e infatti non lo pensava apertamente; però sentiva che Elizabeth avrebbe sostituito Phil.
La morte di Weir le avrebbe legate indissolubilmente.

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La valle di Phil 2NOTA DELL’AUTRICE: A causa del contenuto scabroso, consiglio alle persone più sensibili e impressionabili di non leggere le ultime cinque righe di questo post.
 
Patsy aprì gli occhi. Aveva male alla testa e provava un forte senso di nausea. Riconobbe il luogo in cui si trovava: era un ampio spiazzo privo di alberi, situato nel cuore della foresta. Era passata di lì durante una passeggiata; ricordava di essersi stesa per crogiolarsi al sole. Cercò di sollevarsi da terra, ma scoprì di essere legata. Una robusta corda le bloccava i polsi e le caviglie. Poi fece una scoperta ancora più traumatica: era completamente nuda. Rimpianse di non essere tornata a casa per cercare l’aiuto di Phil. Era nelle mani di un maniaco, del tutto impotente. Pensò con raccapriccio a quello che avrebbe potuto farle; tuttavia la rivelazione peggiore doveva ancora arrivare.
“Ciao, Patsy!”
Liz incombeva su di lei, una Liz in carne e ossa, che non aveva affatto l’aspetto di un fantasma. Era abbronzata e in perfetta forma. I capelli scendevano lucidi e fluenti sulle spalle superbamente modellate. Patsy si chiese come avesse potuto sopravvivere dopo che Phil le aveva sparato alla testa.
Elizabeth si sedette sui talloni. “Lo sai cosa ti succederà adesso, tesoro?”
Patsy non rispose. Cercava disperatamente di trovare una via di uscita. Liz aveva già tentato di ucciderla. Ricordava troppo bene quella lotta spasmodica, il panico che l’aveva colta quando aveva capito di essere più debole di lei, la presa micidiale alla gola: non era stata una comica baruffa fra donne, ma uno scontro per la vita e la morte. E adesso era sola: Phil non avrebbe potuto salvarla.
Elizabeth indossava dei pantaloncini corti e una canotta. Aveva una borsa sportiva a tracolla. La posò per terra e tirò fuori un grosso barattolo di miele. “Sei così dolce!”, disse con un sorriso. “Ti dovresti chiamare Honey”. Aprì il barattolo, intinse un dito nel miele e incominciò ad accarezzare il pube di Patsy. Poi entrò in lei con estrema delicatezza. Spalmò il miele accuratamente. Passò alle cosce, ai polpacci, ai piedi…
“Liz, non farlo!”
“Non farlo?” Elizabeth rise. “Ma io lo sto già facendo! Voglio raccontarti una favola, Honey. C’era una volta una principessa bionda. Questa principessa era molto cattiva. Un giorno una ragazza decise di punirla. La portò in un bosco, la spogliò e le cosparse il corpo di miele. La principessa aveva la pelle chiara ed era delicata. E quel giorno c’era un forte sole. Quando la ragazza se ne andò, la principessa incominciò a ricevere visite. Arrivarono dei simpatici insetti. Le punsero il viso, le gambe, il seno. La principessa gridava, ma non c’era nessuno a sentirla. E, prima di sera, impazzì.”
Patsy era bianca in viso, ma si impose di parlare con calma. Non sarebbe servito a nulla implorarla; avrebbe solo perso il rispetto di se stessa. “Non capisco la ragione di tanto accanimento. Non è colpa mia se Phil ti ha sparato. D’altra parte stavi per uccidermi.” Usò un tono di voce pacato e persuasivo come se si stesse rivolgendo a una bambina ostinata.
“Hai la memoria corta.”, ribatté Liz. “Fosti tu ad aggredirmi per prima. Peccato che avevi fatto male i tuoi calcoli.”
“Ti eri messa dalla parte di Sugar! Io volevo solo difendere Phil. Se parlassimo in modo ragionevole, da donne mature…”
“Mi dispiace, Patsy. Lo so che ti piacerebbe parlare. Ma non ti è concesso.”
Patsy fece per replicare, ma Elizabeth glielo impedì. La costrinse ad aprire la bocca e la riempì di miele fin quasi a soffocarla. La tenne ferma per qualche minuto, guardandola negli occhi. Sebbene non fosse difficile indovinare quello che stava provando, pensava che grazie all’espressione del suo sguardo sarebbe riuscita a cogliere con assoluta chiarezza la tempesta di emozioni che si agitava in lei. E in effetti scorse la disperazione e assaporò l’inconfondibile odore della paura.
Quando si rialzò, vide che stava urinando.
Contrariamente a quanto aveva immaginato, non provò nessun senso di trionfo. In un primo momento, aveva deciso di restare nei paraggi per assistere alla sua agonia; ma era una prospettiva che adesso la metteva a disagio. Patsy Legrange era debole e codarda, però non aveva tutti i torti: non era stata lei a spararle.
Esitò, incerta.
Alla fine, decise di liberarla. Naturalmente Patsy non se la sarebbe cavata a buon mercato. Meritava comunque di soffrire. Con una mano le avrebbe bloccato una caviglia, con l’altra avrebbe esercitato una forte pressione sul ginocchio fino a rompere l’articolazione. Sarebbe stata una punizione severa, ma non così disumana.
Era già sul punto di slegarla, quando ripensò al terrore che l’aveva assalita in quella orribile tomba. Si rivide trascinarsi nell’inferno del Santa Ana. La sua mano andò involontariamente nel punto in cui avrebbe dovuto esserci l’orecchio.
No, non avrebbe avuto pietà. Patsy era responsabile di tutto quello che le era successo, al pari di Weir.
Perciò doveva morire.
Si allontanò chiedendosi per quanto tempo sarebbe riuscita a resistere.
 
Negli occhi di Saryo balenò un lampo divertito. Malgrado Paola avesse rifiutato tutte le sue avances, le era molto affezionato. E lavorando con lei aveva imparato a non sottovalutare mai le sue intuizioni.
“Perché prendere una multa per eccesso di velocità, se si è in vacanza?”
“Alla gente piace correre.”
Paola annuì. “E’ vero, ma in precedenza questo Antonio Garcia non aveva mai infranto un divieto.”
Saryo rise. “C’è sempre una prima volta.”
La donna guardò fuori dei vetri della finestra. Era un pomeriggio sereno; una piacevole brezza mitigava il caldo afoso degli ultimi giorni. Nel cielo terso poche nuvole galleggiavano pigramente. Paola provava una profonda simpatia per Sidney Saryo, tuttavia non lo amava. In attesa di un principe azzurro che non si era ancora manifestato, pensava soltanto al suo lavoro. Appartenere all’ FBI significava aver coronato un sogno. Anche se suo padre non era povero, lei era pur sempre la figlia di un immigrato, perciò la soddisfazione era doppia.
Si rivolse nuovamente a Saryo. “Lo so.”, disse. “Mi sto aggrappando a un fuscello quasi inesistente, ma è tutto quello che ho. Domani andrò nel Táysha.” Nel linguaggio degli indiani significava amici: da qui era nata la parola Texas.
“Sarà un viaggio inutile.”, disse Saryo, scuotendo la testa. “Però ti ammiro: tu non ti arrendi mai.”
 
Il sole salì presto all’orizzonte.
Benché non fosse ancora piena estate, era una giornata incredibilmente calda. Patsy incominciò a sudare. Aveva le gambe divaricate con le caviglie assicurate a due paletti fissati nel terreno; le dolevano i muscoli delle cosce. A un tratto fece una risatina nervosa. Pensò che Liz fosse tornata e che le stesse facendo il solletico ai piedi. Forse aveva cambiato idea e si era resa conto della follia del suo gesto. Ma perché le faceva il solletico? Per tormentarmi, si disse rassegnata. Era una tortura ingannevolmente soft, che nelle sue forme più esasperate poteva condurre una persona al delirio. In ogni caso, preferiva subire il solletico piuttosto che rimanere lì da sola, immobilizzata a cuocere sotto il sole. Sollevò la testa a fatica.
Elizabeth non c’era.
Aveva le ascelle fradice di sudore. Erano depilate e fu lì che sentì il primo, piccolo, morso. Il solletico ai piedi continuava. Alzò di nuovo il collo, tremando per lo sforzo. Un enorme ragno stava risalendo le sue gambe nude. Si muoveva piano, ma si avvicinava inesorabilmente al pube, dove Liz aveva spalmato la maggior parte di miele.
“Vattene, maledetta bestiaccia!”
Cercò di liberare le mani, usando tutta la forza che aveva; ma Elizabeth aveva fatto un nodo perfetto.
Un disgustoso insetto planò sul suo volto. Le morse un labbro.
Poi sentì una puntura sulla pelle delicata dell’interno delle cosce.
“Ti prego, Liz, torna! Farò qualsiasi cosa, ma toglimi da questo inferno!”
Si sentì pungere nuovamente, questa volta all’altezza del ginocchio.
Rifletti, Patsy! Ci deve essere un modo per liberarti.
Guardò ancora e non vide più il ragno.
Si lasciò ricadere con un sospiro di sollievo.
Sarebbe stata una giornata incredibilmente lunga, ma Patsy aveva paura della notte. Era immobilizzata, e se dalle montagne fosse calato un animale feroce…
Malgrado fosse in un bagno di sudore, rabbrividì. Si aggrappò a una speranza: Phil si sarebbe chiesto dov’era, l’avrebbe cercata. Era un uomo straordinario, sicuramente sarebbe riuscito a trovarla. Gli occhi le si colmarono di lacrime. Phil pensava che fosse andata a Los Angeles e che non sarebbe tornata prima dell’indomani sera. Non aveva motivo di cercarla. Forse qualcuno sarebbe passato di lì: un contadino, un ragazzo a caccia di uccelli, una coppia di innamorati.
“Per favore. Per favore!”
Il tempo non passava mai, il caldo diventava sempre più intenso. Percepiva la vicinanza di una moltitudine di orribili insetti. Ma, per fortuna, non la pungevano più. Anche il solletico era cessato.
Si stava assopendo, stordita, quando sentì qualcosa di pesante premere sul suo ventre. Poi scendere.
Era un topo. Il più grosso topo che avesse mai visto in vita sua.
Il topo si fermò all’altezza del clitoride.
Incominciò a leccare.
Dopo qualche minuto si spinse dentro.
Patsy perse il controllo.
Lo sfintere si rilasciò, mentre le sue urla echeggiavano nella foresta.

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Patsy LegrangeQuando Liz si fu ripresa del tutto, ricominciò a frequentare la palestra di arti marziali. Praticava judo e kick-boxing. Al mattino andava a correre, poi consumava una robusta colazione a base di cereali e si recava al lavoro: aveva trovato un buon impiego come commessa in un negozio di dischi. Prima di cena, nuotava per un’ora. Benché avesse sempre amato l’oceano e non le piscine, faceva di necessità virtù. Non nuotava per divertirsi, ma per raggiungere uno stato di forma ottimale. Dopo aver cenato, raccoglieva i capelli a coda di cavallo, senza curarsi della cicatrice che le deturpava la parte destra del viso. Era comunque ampiamente compensata dalle lunghe gambe atletiche, dal seno alto e pieno e dagli splendidi occhi verdi. Indossava una tuta aderente e degli scarponcini da pugile, e usciva di casa.
Alla Johnsson’s Fitness non c’era più una ragazza disposta ad allenarsi con lei: doveva confrontarsi con i maschi, e spesso li metteva in difficoltà. Era abbronzata, forte e in piena salute. La pelle del viso era luminosa, le braccia muscolose, le gambe scattanti e toniche. L’attesa non la disturbava. Al contrario, pregustava ogni giorno che sarebbe passato prima che si sentisse pronta.
Infine, si fece prestare il vecchio pick-up di suo fratello e tornò alla Green Valley. Mentre guidava, ripassava mentalmente il piano che aveva ideato. La Legrange non costituiva un pericolo, ma Weir era intelligente e imprevedibile. Ricordava un vecchio testo di storia, l’unica materia che non la disgustava completamente. C’era stato un generale francese, Bona… qualcosa, che quando doveva affrontare due eserciti nemici, li attaccava separatamente. Fu sconfitto a causa della negligenza di un suo sottoposto: per la prima volta, infatti, fu costretto a combattere simultaneamente contro gli inglesi e i messicani… forse non erano messicani, ma il concetto non cambiava. Avrebbe applicato quella tattica.
Il posto di blocco la colse alla sprovvista. Un soldato antipatico, armato di tutto punto, le intimò di andarsene immediatamente. La valle apparteneva all’esercito, e non erano ammessi i ficcanaso. Liz era sconcertata. Phil e Patsy erano stati cacciati dalla Green Valley: come avrebbe fatto a trovarli?
Il giorno dopo si presentò a casa Legrange.
Patsy assomigliava moltissimo a suo padre: gli stessi capelli biondi, gli occhi chiari e la medesima arroganza. La differenziava da lui soltanto l’altezza. William Legrange, infatti, era un omone di almeno un metro e novanta. Ricevette Liz nel suo studio privato, palesemente infastidito; ma quando l’ebbe esaminata con attenzione cambiò immediatamente atteggiamento. Elizabeth indossava una minigonna inguinale, alti stivali neri, e portava i capelli sciolti sulle spalle. Il seno premeva orgogliosamente sulla camicetta parzialmente sbottonata. Era una giornata calda e lungo il tragitto aveva sudato. Emanava un buon odore di giovane donna sana.
Legrange le disse senza problemi dove si trovava sua figlia. La presenza della moglie (Liz non la vide, ma la sentì chiamarlo da un altro locale) gli impedì di spingersi oltre. Si capiva lontano un miglio che avrebbe fatto carte false per portarsela a letto.
Elizabeth risalì sul pick-up con il sorriso sulle labbra.
 
Paola Chianese doveva la sua brillante carriera nell’FBI all’istinto. Era un dono innato: dove i suoi colleghi si rompevano la testa a furia di congetture, analisi linguistiche, estenuanti ricerche al computer, pedinamenti e indagini, lei riusciva a risolvere la maggior parte dei casi grazie a un’ intuizione. A detta di suo padre, che era nato a Pescara, ciò dipendeva dal fatto che, malgrado fosse cittadina americana a tutti gli effetti, nelle sue vene scorreva copioso sangue italiano. E gli italiani erano più immaginifici degli anglosassoni.
Paola aveva trentasei anni, era intelligente e determinata, ma non eccelleva in altri campi. Non era una grande tiratrice, nelle esercitazioni sportive riusciva a cavarsela solo per il rotto della cuffia, non era particolarmente abile negli interrogatori. Però, aveva quel quid in più che le era valso il soprannome di “Magic Paula”. Era graziosa più che bella. Non curava molto l’aspetto esteriore, eccezion fatta per i capelli cui dedicava infinite cure. Erano castani, e si intonavano agli occhi, scuri e profondi.
Lesse ancora il rapporto.
Jack Straw era stato visto per l’ultima volta in uno sperduto paesino di montagna. Qualcuno ricordava che Straw aveva offerto una birra a una specie di hippy che abitava nella Green Valley. Un investigatore aveva compiuto un sopralluogo, ma la valle adesso era una base dell’esercito. Il sergente Fowley aveva detto di aver mandato via una coppia di abusivi. Dalle descrizioni l’uomo era l’hippy, la donna una biondina. C’era qualcosa che non quadrava. Le frontiere erano sorvegliate; foto segnaletiche dei due banditi erano state distribuite negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie. Senza contare i posti di blocco e le soffiate degli informatori. Jack Straw e Tom Collins non potevano essere svaniti nel nulla. Avevano commesso una serie di reati gravissimi, fra cui l’uccisione di un agente di polizia: andavano arrestati e puniti.
Comunque fosse, ormai era trascorso troppo tempo. E se non li aveva trovati il collega che l’aveva preceduta, come poteva sperare di riuscirci lei?
“Perché sei Magic Paula.”, l’aveva blandita il suo capo ridendo.
Paola Chianese lesse per la terza volta il rapporto.
Più tardi andò a bere un caffè con Sidney Saryo. Saryo la corteggiava invano da un anno. Era alto, biondo, con luminosi occhi azzurri. Aveva la capacità quasi diabolica di estrapolare le rare informazioni utili dal computer di Quantico. Il problema era che quel mostruoso ingranaggio conservava un numero talmente elevato di dati che risultava difficilissimo trovare ciò che realmente poteva essere utile ai fini di un’indagine. Paola gli parlò della Green Valley. Sidney sorseggiò la bevanda bollente. “Niente da fare.”, disse. “E’ una base dell’esercito.”
“Lo so.”, replicò la donna. “Ma io cerco qualcosa… qualcosa di strano o di singolare che sia avvenuto prima che l’esercito arrivasse.”
Saryo la fissò, pensieroso. “Hai già delle idee?”
Paola rispose con prontezza: “Naturalmente, no. Non ho la minima idea.”
 
Patsy uscì di buon’ora per andare a Los Angeles. Non aveva molta voglia di sobbarcarsi quattro ore di macchina, ma sapeva che era indispensabile. Suo padre stravedeva per lei, ma era anche intransigente: se non avesse rispettato i patti, avrebbe chiuso i cordoni della borsa. Quella notte avrebbe dormito a casa dei suoi; sarebbe tornata l’indomani, viaggiando con il fresco della sera.
Accese il motore e imboccò l’unica strada che conduceva fuori dalla Bush Valley. Attraversò un ponte e si diresse verso la montagna. Ai lati della strada c’era una vasta foresta.
Fu costretta a frenare bruscamente per non andare a sbattere contro un tronco d’albero che ostruiva il passaggio. Tirò il freno a mano e scese dalla macchina imprecando. Si era vestita in maniera elegante e ai piedi aveva delle ballerine di Armani. E adesso avrebbe dovuto sporcarsi per spostare quel dannato tronco! Pensò di tornare indietro per farsi aiutare da Phil, poi alzò le spalle e si chinò per spingere via l’ostacolo.
Fu in quel momento che udì un rumore di passi. Fece per rialzarsi, ma qualcosa di duro la colpì alla nuca. Non provò molto dolore, perché perse subito i sensi.

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La valle di Phil 2Antonio Garcia veniva dal Texas meridionale. Per undici mesi all’anno vedeva solo cespugli di mesquite e infinite distese di polvere. Per questo motivo, da più di un lustro, si accampava sul valico, vicino al lago. Sceglieva sempre lo stesso periodo, quello del trapasso dall’estate all’autunno. Le giornate erano ancora lunghe e soleggiate, ma nell’aria si avvertiva il profumo della nuova stagione, quella che lui preferiva, e la natura incominciava a rivestirsi di colori morbidi e caldi. Antonio amava il senso di pace e di tranquillità che quel luogo gli infondeva; amava il panorama mozzafiato, l’aria frizzante e il cielo di un blu intenso dove le rare nubi spiccavano come grandi fiori immacolati.
Il Respiro del Diavolo lo aveva sorpreso mentre pescava.
Garcia si era riparato dietro a una grande sequoia e aveva aspettato che la tormenta finisse. Mentre andava a recuperare la tenda trascinata lontano dal vento, vide un coyote che si muoveva cautamente, ancora stordito dall’effetto della bufera. Gli tirò un sasso e l’animale fuggì.
Poi la sua attenzione fu attratta da una visione incredibilmente suggestiva. Uno stupendo cervo stava scendendo a valle. Era una bestia maestosa di almeno duecento chili; procedeva con un’andatura regale: era un esemplare maschio, provvisto di un superbo palco. Garcia lo seguì, rimpiangendo di non avere con sé un’arma da fuoco; sarebbe stata una preda degna di un sovrano. Il cervo avvertì la sua presenza. Era anziano e aveva già conosciuto la crudeltà dei cacciatori, però sconfiggendoli sempre in astuzia. Percepiva l’afrore che si accompagnava al pericolo: un misto di puzza di sudore e di sentore di tabacco. Si allontanò velocemente. Antonio cercò di stargli dietro, ma dopo un centinaio di metri si fermò, sgranando gli occhi.
Sul ciglio della strada c’era una bellissima ragazza. Era seminuda e sembrava priva di vita.

L’anima di Phil Weir danzava fra le stelle.
Era una sensazione meravigliosa. La notte lo accoglieva nel suo grembo, ed egli percepiva il respiro solenne dell’universo. Ogni cosa gli appariva chiara, avvolta dalla luce; poteva vedere i propri pensieri e distinguerne l’aura, che variava a seconda del suo stato d’animo. Un delicato colore pastello significava serenità, consapevolezza di essere nel giusto, desiderio di proseguire lungo la strada della libertà e della purezza. Un rosso acceso indicava la sua passione per Patsy. Era in grado di ricreare le emozioni di un amplesso e di rivivere la gioia che lo coglieva quando raggiungevano l’orgasmo, diventando una sola carne, nel prodigio dell’amore e nello stupore dei sensi.
Varcò la soglia di un’altra galassia e fu investito da un soffio di aria gelida. Un manto nero oscurò il fulgore delle stelle. La luce sbiadì, e il cosmo si trasformò in un cratere scuro e minaccioso. Phil avvertì l’odore delle esalazioni velenose che scaturivano dalla negatività.
Per un momento fu preda dell’angoscia. Ma il suo spirito era potente. Con uno sforzo di volontà abbandonò quel luogo cupo e remoto per riguadagnare il fulgore del firmamento.
Scese in terra, e mise a fuoco ciò che aveva appreso.
La sua vita era bella, però era anche incompleta. Aveva sottovalutato la mancanza di Liz. Patsy da sola non gli bastava. Aveva la necessità spirituale di allargare il cerchio dell’amore. Doveva ricostruire il triangolo; in questo modo, avrebbe ritrovato l’armonia.
Passò mentalmente in rassegna tutte le ragazze che conosceva. Non trovò un viso che lo ispirasse. Appartenevano al passato, e lui era proiettato in avanti. La scala karmica lo chiamava. Per rispondere, era necessario trovare un volto nuovo, fresco; una donna da plasmare e da indirizzare.
Un giorno si era fermato a bere un caffè nel bar dell’unico albergo della Bush Valley. La cameriera si chiamava Nicole. Era alta e prosperosa, con lunghi capelli che erano simili a fiamme e grandi occhi azzurri. Aveva un sorriso aperto che denotava gentilezza d’animo. Phil sapeva come conquistare una donna. Decise che il giorno dopo sarebbe andato a trovarla.
E se Patsy si fosse opposta?
Corrugò la fronte, ma solo per un attimo.
Non glielo avrebbe permesso.
Rientrò in casa e prese la chitarra. Suonò un pezzo country che parlava di spazi sconfinati, pianure illuminate dal sole, donne dai capelli biondi e dallo sguardo fiero. Poi ripose lo strumento e tornò fuori. La notte era calma e silenziosa; spirava una brezza tiepida. Weir si sentiva inquieto: sebbene fosse sempre ottimista e pieno di fiducia in se stesso, presagiva un pericolo. Era qualcosa di simile a una premonizione, tuttavia oscura e indecifrabile. Riflettè per qualche istante. Probabilmente tutto dipendeva dal fatto che era stato costretto a lasciare la Green Valley. Non riusciva ancora a sentirsi del tutto a suo agio nella nuova valle. Attribuì a questo i suoi vaghi presagi. Quando il triangolo si fosse ricostituito, avrebbe dimenticato ansie e senso di insoddisfazione.
Si allontanò di qualche passo per urinare. Poi si sentì eccitato.
Patsy lo stava aspettando a letto.
Mentre Phil la possedeva, pensò a Nicole pregustando un nuovo rapporto a tre.
 
Liz riemerse da un mondo di incubi. Non capiva dove si trovava; forse stava ancora sognando, perché le sembrava di essere a bordo di una macchina. Aprì gli occhi e vide i tornanti che conducevano a fondo valle. Si girò. Al volante c’era un giovane di circa trent’anni dalla carnagione scura, con folti capelli ricci. Si accorse che era tornata cosciente e le sorrise. “La sto portando all’ospedale, signorina. E’ stata incauta: si è fatta sorprendere dal Santa Ana. Meno male che l’ho vista!”
Elizabeth aprì la bocca per rispondergli. Si accorse che non riusciva a parlare. Aspirò una profonda boccata d’aria che sembrò perforarle i polmoni. “Niente ospedale!”, mormorò.
“Come, prego?”
“Conosco un medico… niente ospedale!”
Trascorse il resto del viaggio in uno stato di incoscienza. Era tornata bambina e giocava a palla nel piccolo cortile dietro casa. La mamma le gridava che era pronta la cena. Ancora un attimo, per favore!
Era a letto con Phil. A un tratto sopraggiungeva Patsy Legrange e le artigliava i capelli. Lei si voltava e urlava per il raccapriccio: Patsy non era più una bella ragazza bionda; si era trasformata in un mostro. Gli occhi erano gialli come quelli di un leopardo, sporgevano dalle orbite; la bocca era contratta in un rictus ripugnante; la pelle era coperta di viscide squame; le mani erano due artigli.
Liz si destò tutta sudata, con il cuore che le martellava nel petto. Pochi attimi dopo sprofondò di nuovo nell’abisso.

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La valle di Phil 2Elizabeth si medicò approssimativamente ciò che rimaneva dell’orecchio. Era sconvolta e squassata dalle vertigini. Non era facile ragionare in quelle condizioni. Sapeva solo due cose: che per il momento non era in grado di affrontarli, e che avrebbe dovuto lasciare subito la valle. Se fosse rimasta nella foresta, sarebbe morta. Pensò confusamente di rubare il pick-up, ma poi si rese conto che così avrebbe svelato la sua presenza. Era meglio che la credessero morta.
Aspettò il tramonto, rannicchiata per terra. Tremava e, a tratti, perdeva conoscenza. Molte persone si sarebbero arrese, lasciandosi semplicemente morire. Ma non lei. Era tenace ed era animata dall’odio, una delle pulsioni più forti dell’essere umano.
Si trascinò verso il sentiero che conduceva alla gola. Ogni passo le costava una fatica terribile. Facendo appello a tutte le sue risorse, riuscì a compiere un tragitto incredibilmente lungo. Poi si accasciò, incapace di muovere un solo muscolo. Precipitò in un sonno popolato da fantasmi; era divorata dalla febbre e scossa dai tremiti.
Si svegliò all’alba. Fu colta dalla disperazione all’idea dell’interminabile salita che la attendeva. Però ricordava gli insegnamenti di Weir. Trasse una serie di respiri profondi e liberò la coscienza.
Om saha naavavatu
Saha nau bhunaktu
Sebbene adesso disprezzasse Phil, non ignorava che in questo modo avrebbe rasserenato il proprio animo, trovando risorse inaspettate di coraggio. Chiuse gli occhi, lasciando la mente libera di vagare.
Aum
Dopo qualche minuto si alzò. Era una mattina luminosa; il sole splendeva in un cielo limpido, privo di nubi. Dal valico giungeva una piacevole brezza. Liz riprese il cammino.
Non avrebbe mai dimenticato la sofferenza atroce di quel giorno. Nel corso dell’ascesa perse due volte i sensi. E ogni volta fu l’odio a spingerla a continuare. Quando non riusciva a camminare, avanzava a carponi. Si fermava per riposare a intervalli regolari, tuttavia quelle soste sembravano debilitarla ancora di più. Alla fine decise che sarebbe andata avanti fino a quando fosse arrivata oppure che sarebbe morta per strada.
Una massa di aria fredda era rimasta intrappolata fra le Montagne Rocciose e la Sierra Nevada. A causa della pressione elevatissima, diede vita a una corrente che si scaraventò sulla California del Sud. La compressione adiabatica la rese rovente. Il Respiro del Diavolo investì la Green Valley a metà pomeriggio, con una velocità di ottanta chilometri orari. Portava con sé nubi di polvere e di terra.
Conosciuto anche come Santa Ana, secondo vecchie leggende proveniva dall’inferno: i demoni cavalcavano la rabbia degli elementi per tormentare gli uomini e rapire i bambini.
Liz si gettò al suolo, aggrappandosi a una roccia e chiudendo gli occhi. L’aria era secca e le penetrava nella gola mozzandole il respiro. Liz si tolse la canotta, avvolgendola sul viso. Si stese a faccia in giù.
La montagna rabbrividiva sotto le sferzate del vento. Il cielo si era oscurato e le cime dei monti avevano assunto l’aspetto di una fila di denti aguzzi che sembravano voler azzannare le nuvole. Una grosso macigno scese rotolando. Combinato all’azione del vento provocò uno smottamento del terreno. Fu come se una gigantesca mano invisibile avesse afferrato le caviglie di Liz e la stesse trascinando in basso. La ragazza perse la presa, si aggrappò a un ciuffo d’erba, ma non fece altro che sradicarlo. Continuò a scivolare all’indietro, cercando invano di trovare un appiglio.
La furia del Respiro del Diavolo aumentava, il calore era diventato intollerabile. Liz fu raggiunta da un’altra pietra che la ferì a una spalla. Poi precipitò in una voragine che si era aperta all’improvviso. Sapeva che doveva risalire immediatamente, altrimenti sarebbe stata sepolta dalla terra e dal pietrisco; ma era un’impresa che esulava dalle sue forze. Per un attimo pensò di arrendersi, poi si disse che se era sopravissuta fino a quel momento, ciò significava che il suo destino era vivere. Vivere per vendicarsi. Gridò senza sentire la sua voce, sommersa dall’urlo della tempesta. La canotta le fu strappata dal volto; serrò le labbra per non ingoiare sabbia e polvere. Anfanò, disperata.
Tastò alla cieca e trovò un appiglio, una sporgenza rocciosa sufficientemente salda. Si aggrappò con entrambe le mani. Era sul punto di svenire: ma se non avesse tenuto duro, sarebbe precipitata nel baratro che si stava allargando sotto ai suoi piedi. Si morse la lingua fino a farla sanguinare e restò sospesa con le braccia tremanti per la fatica.
Se il Santa Ana avesse superato i cento chilometri orari, sradicando alberi e provocando grandinate di sassi, Elizabeth non si sarebbe mai più rialzata. Per sua fortuna, non aveva ancora raggiunto la velocità massima. Passò con la furia di un demone e andò a sfogare la sua collera altrove. Liz si tirò su a fatica e cercò di rimettersi in piedi.
Ma aveva chiesto troppo al suo fisico. La sete la tormentava; non mangiava dal mattino del giorno prima.
Cadde per terra, picchiò la testa contro un tronco morto e svenne.

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