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Archive for the ‘un sogno americano’ Category

La valle di Phil 2Paola Chianese si stava concedendo una doccia infinita: era stanca morta, ma prima di coricarsi voleva preparare il suo rapporto. Quel giorno aveva parlato a lungo con Elizabeth Margraeve. Era una donna forte, dovette ammettere fra sé. Malgrado fosse pressoché certa che mentisse, era riuscita a farlo con molta lucidità mentale. Non si era mai contraddetta, e solo certe ombre che a tratti apparivano negli occhi verdi avevano rafforzato i suoi sospetti.
Accolse il suono del telefono con un gemito. Era tentata di ignorarlo, ma poteva essere Saryo. Si asciugò in fretta e corse scalza a rispondere.
“Amore?”
Corri troppo.
“Ciao, Sidney. Dimmi.”
“Tienti forte, cara! Ho una notizia esplosiva.”
Ci fu una pausa. Saryo chiamava col cellulare e la linea era disturbata. “Ci sei, Sidney?”
“Sì, eccomi Magic! Oggi sono stati rinvenuti due cadaveri. Erano sepolti in una foresta.”
Paola provò un fremito di eccitazione. All’improvviso la stanchezza scomparve, scacciata dall’adrenalina. “Fammi indovinare: la foresta è nella Green Valley?”
“Sì.”
“Fra dieci minuti sono a casa tua. Partiamo subito. Destinazione Bush Valley.”
“Sei appena tornata… Potremmo andare domani mattina.”
“No, Sidney. Voglio prenderli di sorpresa, mentre dormono. Questa volta li faremo cantare.”
“Ti aspetto.”, disse Saryo, rassegnato.
Paola riagganciò.
 
La notte estiva era tiepida e insolitamente luminosa; sembrava che tutte le stelle si fossero date appuntamento per rischiararla. Weir vegliava, assaporando con piacere quel momento di intimità con se stesso. I suoi pensieri vagavano senza seguire un ordine preciso; a tratti, emergevano ricordi, immagini del passato: il volto di una bella ragazza, il suono di una canzone.
Stava per addormentarsi, cullato dall’atmosfera rilassata e da un grande senso di benessere interiore, quando un pensiero si affacciò alla sua mente. Al pensiero si sovrappose un viso di donna: quello di Paola Chianese. Inizialmente, Phil indugiò in una serie di considerazioni oziose. Come si comportava a letto? Era aggressiva e appassionata o dolce e romantica? Prendeva l’iniziativa cavalcando l’uomo oppure preferiva essere accudita e vezzeggiata? Le sarebbe piaciuto fare l’amore con Liz? Erano interrogativi stuzzicanti, ed era piacevole giocare con la fantasia.
Ma Paola Chianese apparteneva al FBI. Ed era molto intelligente. Forse più di Jack Straw, si disse Weir. Perché era a tornata a cercarlo? Liz gli aveva fatto un resoconto dettagliato di ciò che si erano dette. La Chianese non avrebbe avuto alcun motivo per sospettare di loro, eppure era evidente che stava continuando a indagare. Qualcosa era andato storto. Phil corrugò la fronte. Dopo tutti quegli anni era impossibile che fosse risalita a lui per l’omicidio del marito di Rachel. Patsy era sepolta nella foresta, pace all’anima sua.
I militari avevano trovato i corpi di Sugar e di Tom.
Non potevano esserci altre spiegazioni, e la conseguenza diretta sarebbe stata che la federale in gonnella avrebbe ottenuto un mandato di cattura. Phil non temeva la morte, ma l’idea di finire in prigione era intollerabile: non sarebbe mai riuscito a vivere rinchiuso in una gabbia. Aveva bisogno del cielo, di grandi spazi: montagne, vallate, oceani. Riesaminò la successione dei fatti. Il ragazzo che aveva salvato Elizabeth si era limitato a riportare frasi senza senso pronunciate in un momento di delirio. La motivazione che aveva dato per spiegare l’assenza di Patsy forse era poco convincente, tuttavia poteva reggere per almeno due mesi. Non esistevano altre alternative: avevano riesumato i cadaveri.
Lii ho uccisi per legittima difesa.
Era vero, però non aveva chiamato la polizia, aveva occultato le salme, aveva mentito.
E siamo già a tre!
Ma non sarebbe andato in carcere.
A parte ogni altra considerazione, aveva un compito da svolgere. Un compito troppo importante. Lo aspettava il karma, e non sarebbe stata certo una donna a impedirgli di realizzare il suo destino.
Rientrò in casa, preparò un caffè e lo bevve con calma.
Andò in bagno. Si tagliò la barba, si spogliò e fece una rapida doccia. Raccolse i capelli a coda di cavallo e indossò indumenti puliti.
Poi svegliò Liz.
 
Elizabeth portò il pick-up nella foresta.
Weir salì sulla collina dove un giorno aveva fatto l’amore con Patsy. Da lì poteva controllare la casa, senza essere visto. Si sedette su una roccia, predisponendosi all’attesa. Nel frattempo esaminò il suo piano. Lo analizzò in ogni dettaglio, vagliando i pro e i contro, e alla fine decise che andava bene. Non c’era l’assoluta certezza che funzionasse, ma come sempre era ottimista. In ogni caso, se fosse fallito, si sarebbe inventato qualcosa d’altro. Era un mago dell’improvvisazione.
Le ore passarono lente. A est apparve una prima chiazza di luce. Il sole fece capolino sopra alle montagne.
E la macchina arrivò.
Scesero in due: Paola Chianese e un tipo alto e biondo che non aveva l’aspetto di un agente del FBI ma piuttosto quello di un intellettuale che sapeva tenersi in forma. Weir sogghignò.
Credevi di fregarmi, eh? Ma il vecchio Phil è troppo furbo per te.
Suonarono al campanello, poi fecero il giro della casa. Suonarono ancora. La donna prese un cellulare e chiamò qualcuno. Si guardarono. Anche da quella distanza Weir poteva notare le loro espressioni deluse.
Suonarono di nuovo.
Per me potete andare avanti tutto il giorno.
Aspettò pazientemente che ripartissero, quindi ridiscese la collina.
Due ore dopo, si fermò davanti a un supermercato. Comprò un cappello da cow-boy e un paio di Ray Ban Aviator. Si guardò allo specchio, sfidando chiunque a riconoscerlo. Con il volto rasato, gli occhiali da sole e i capelli raccolti sembrava un’altra persona. Risalì sul pick-up e mise in moto. Accanto a lui, Liz era tesa e irritabile. Phil la trovava irresistibile: quando Elizabeth era di cattivo umore, i suoi occhi mandavano lampi, il verde diventava più cupo, e quegli sguardi taglienti avrebbero incenerito molte persone… tranne lui, naturalmente. Liz si era messa degli shorts e una canotta decisamente troppo stretta. Se Weir avesse avuto tempo, se la sarebbe fatta sul ciglio della strada. Però, non gli piacevano le sveltine.
“Mio fratello aspetta il suo dannato pick-up!”
“Lo riavrà fra una settimana, cara. Non sarebbe stato sensato andare in giro con il mio.”
“La tua idea è semplicemente folle. Non voglio essere arrestata!”
 Phil accostò e spense il motore. “Guardami, Liz!”, disse. “Io so quello che faccio e tu devi avere fiducia in me. Questo non è un momento buono per discutere. Se vuoi, parleremo domani. Adesso, invece, meditiamo.”
Aum
Aum, ripeté Elizabeth di malavoglia.
Weir avrebbe saltato il pranzo, ma a mezzogiorno Liz gli indicò un fast food. “Muoio di fame!” Quando entrarono, Phil si divertì a guardare le espressioni degli uomini. Liz era una donna che non passava inosservata; con i pantaloncini corti, poi, era un autentico sballo. Si muoveva sinuosa, con i piedi nudi nei sandali aperti, ignorando gli sguardi avidi che la seguivano. Sebbene fosse compiaciuto, Weir si disse che l’avrebbe convinta a scegliere abiti più casti; inoltre, avrebbe dovuto tingersi i capelli di biondo o di rosso.
Presero posto vicino alla grande vetrata che dava sul parcheggio e forse furono le gambe abbronzate di Elizabeth che attirarono l’attenzione dei due poliziotti.
Vennero a sedersi al tavolo accanto. Liz divenne inquieta. Ogni tanto li sbirciava furtiva. Continuava ad accavallare e scavallare le gambe. A Weir parve che gli sbirri lo fissassero con troppa insistenza. Forse avevano già fatto vedere i loro identikit alla televisione. Lanciò un’occhiata velenosa a Liz: era una ragazza superficiale.
Ma la colpa era anche sua.
Dovevo dirle di cambiarsi!
Avrebbe voluto andarsene, ma sarebbe stato un comportamento sospetto visto che non avevano ancora finito di mangiare.
Calma! Fai un respiro profondo.
Si tolse gli occhiali da sole e si rivolse al poliziotto più anziano. “Arrestatemi!”, disse con l’espressione più seria di questo mondo. Gli sbirri lo guardarono perplessi. “Arrestatemi”, ripeté, questa volta con un largo sorriso. “Impeditemi di commettere un reato. Sto per saltare addosso alla mia fidanzata qui presente. O forse dovreste arrestare lei, perché non ci si può vestire in questa maniera!”
I poliziotti risero.
E’ così facile!, pensò Weir e si mise a parlare di baseball.

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UN SOGNO AMERICANO 15

La valle di Phil 2Chiedo scusa per la lunga assenza. Come giustamente scrive Lord Ninni era dal 2006 che non “sparivo” (a parte una volta, a causa di un virus). Questo d’altro canto significa che il mio pc non è più tanto giovane: infatti, non si accendeva più, nemmeno pigiando su F1. Ora spero che sia tutto ok. Ringrazio Mari per avervi tranquillizzato e ringrazio voi tutti amici.
Adesso leggerò con calma i commenti nel frattempo ricevuti.

Freiberg aveva fatto di tutto nella sua vita: lo scaricatore di porto, il buttafuori in un night club, lo spacciatore di droga. Poi era entrato in un giro giusto e in cinque anni aveva guadagnato un milione di dollari. Ma non si era certo costruito una fortuna vendendo armi a un hippy fuori di testa che sarebbe stato arrestato mentre tentava di rapinare una banca. Prima di ucciderlo, guardò Weir negli occhi. C’era un gusto speciale nel cogliere il panico in uno sguardo: era come bere una coppa di champagne.
Ciò che vide non gli piacque. Conosceva gli uomini; se non li avesse conosciuti, non sarebbe diventato ricco in così breve tempo.
Nel corso degli anni gli era capitato di assistere a scene pietose. Persone che all’improvviso perdevano la loro dignità, implorando, supplicando, torcendo mani tremanti. Individui, che erano sembrati duri e risoluti, bagnare i pantaloni o fare anche di peggio. Donne, che fino a un momento prima si erano comportate in modo altero, ridotte a chiedere pietà, farfugliando atterrite. Alcuni si erano gettati per terra, strisciando come vermi, sino a baciargli le scarpe. Il tratto caratteristico comunque era rappresentato dagli occhi. Dall’angoscia che esprimevano.
Gli occhi dell’hippy erano gelidi. Di più, non avevano espressione, come se quell’uomo fosse privo di qualsiasi sentimento o emozione. Freiberg esitò per un attimo, sconcertato da quello che aveva visto. Poi scosse la testa e si avventò.
Era un maestro con il pugnale. Mirò al ventre: la lama guizzò con un sibilo.
Una volta Freiberg era andato in un locale clandestino dove si scommetteva sugli animali. Aveva vinto una grossa somma puntando su un cane che aveva combattuto contro una quantità di grossi ratti. Il cane era uscito malconcio da quello scontro, con un orecchio a brandelli, le budella che gli fuoriuscivano, simili a un grottesco cordone ombelicale, e un occhio strappato a morsi. Però aveva ucciso tutti i topi. Freiberg aveva intascato la vincita e si era diretto all’uscita, fendendo la folla. Faceva un caldo insopportabile e l’odore che aleggiava nell’aria era disgustoso. Poi si era fermato ed era tornato sui suoi passi, incuriosito. La serata si era aperta con un combattimento di galli, cui aveva fatto seguito la lotta fra il cane e i ratti. Freiberg pensava che il prossimo numero fosse uno scontro fra un dogo e un puma, così gli avevano detto, e non era particolarmente interessato a vederlo, anche perché aveva capito dalle quote che avrebbe prevalso il dogo: non si divertiva a vincere facilmente. Invece, c’era stato un cambiamento di programma.
Illuminati dai riflettori, si stavano affrontando un cobra e una specie di ridicolo castoro. Freiberg aveva sghignazzato. Il cobra era terribile: lungo più di un metro, con il cappuccio sollevato minacciosamente, incuteva sgomento perfino a lui. Il risultato di quel confronto era talmente scontato da renderlo per assurdo avvincente. Non dimenticò mai quello che accadde. La mangusta evitò il primo assalto del serpente, poi scattò con una rapidità impressionante. Affondò i denti nella nuca del cobra e non si staccò più finché non lo ebbe ucciso.
Prima che il coltello gli affondasse nel ventre, Weir afferrò il polso del mercante d’armi. In quell’istante, Freiberg ricordò quella lontana sera e rivide la mangusta che annientava il cobra. Phil diede uno strappo di violenza inaudita, torcendogli il braccio in un’angolatura assurda. Il pugnale cadde per terra e Freiberg urlò per il dolore. Weir incrementò la stretta, continuando a torcere fino a quando il braccio non si spezzò. Quindi si chinò e raccolse il pugnale. Gli puntò la lama alla gola. “La mia arma e le mie munizioni.”, disse con voce piatta.
Gemendo, Freiberg gli indicò una cassa. Weir la scoperchiò, prese il Kalashnikov, lo esaminò e scosse la testa. “E’ troppo vecchio! Non vale il prezzo pattuito.”
Freiberg era piegato in due. “Lì!”, mormorò con un filo di voce.
Phil questa volta annuì. “Ora ci siamo.” Richiuse la cassa e si accostò al mercante d’armi.
“A ogni azione corrisponde una reazione. E il tuo karma è negativo.”
Freiberg comprese ciò che voleva fare. Indicò la porta d’acciaio. “Ascolta!”, strillò. “Ti darò diecimila dollari!”
Weir gli tagliò la gola fissandolo negli occhi.
 
Durante il tragitto che lo riportava alla Bush Valley, Phil rifletté su quello che era successo, assolvendosi in pieno. Non aveva mai fatto del male a nessuno di proposito. Quando aveva ucciso era stato per legittima difesa, come nel caso dei due banditi che lo avevano sequestrato, oppure per vendicare una donna picchiata a sangue. Ripensò a Rachel Douglas: era stato il primo amore dellla sua vita. Phil aveva salvato suo figlio da una banda di teppisti, poi era diventato l’amante della madre. Rachel gli aveva pagato gli studi. Il padre di Phil era un operaio e, senza l’aiuto di Rachel, egli avrebbe seguito le orme paterne: c’era già un posto che lo aspettava in una squallida fabbrica di elettrodomestici. Weir detestava quel futuro e sarebbe sempre stato grato a Rachel.
Il marito l’aveva fatta pedinare da un investigatore privato, aveva scoperto la tresca e l’aveva massacrata di botte. Phil lo aveva ammazzato tre giorni dopo. Era una carogna e meritava di morire.
Freiberg era un malfattore, voleva derubarlo: perciò era stato giusto ucciderlo.
Guidò con calma. Gli piaceva ammirare il panorama. Amava le montagne, i boschi, i corsi d’acqua limpidi e freschi che scendevano a valle. A un tratto fermò il pick-up e scese. Respirò l’aria incontaminata delle alture e provò una grande gioia al pensiero che fra poco sarebbe tornato nella Green Valley. Quella era casa sua. Gliel’avevano rubata, ma lui se la sarebbe ripresa.
Rincasò al tramonto.
Liz lo accolse nervosamente. “Oggi è stata qui quella poliziotta. Mi ha fatto un sacco di domande!”
“E’ naturale.”, le rispose Phil. “Sospetta sicuramente qualcosa, però non ha lo straccio di una prova.”
“Ha detto che forse tornerà domani.”
Weir allungò una mano e le accarezzò il seno. Elizabeth si ritrasse.
Phil era un amante straordinario perché aveva una dote innata, sconosciuta alla maggior parte degli uomini. Sapeva riconoscere l’odore delle donne. Attraverso esso, i corpi parlano svelando gli impulsi più profondi dell’anima. Lui capiva subito se una donna lo desiderava, se era irritata o semplicemente guardinga. In quel momento percepì l’afrore acre del dubbio e del timore. Non era un problema: avrebbero meditato assieme e Liz avrebbe riacquistato coraggio e serenità.
Fece un sorriso rassicurante. “Non devi preoccuparti, tesoro: andrà tutto bene.”
Si accostò alla finestra e guardò la sera calare nell’eterno prodigio che si rinnovava ogni giorno. “Questa notte ci saranno le stelle.”, disse. “E domani ce ne andremo.”
Dopo cena, uscirono sulla veranda.
Quando Elizabeth andò a dormire, Weir non la seguì. Rimase all’aperto, godendo della vista del cielo.

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UN SOGNO AMERICANO 14

La valle di Phil 2“Ho un regalo per te.”, disse Sidney Saryo porgendo a Paola un tabulato.
Lei lo scorse rapidamente. “Non capisco…”
“Già, tu non ami i computer. Eppure sono estremamente utili.” Le sorrise. “A cena insieme, questa sera?”
“Affare fatto!”
Saryo tornò subito serio. “Forse lo ignori, Paola, ma fra le nostre deprecabili abitudini c’è anche quella di schedare tutti i libri in uscita dalle biblioteche. Passano al setaccio di Quantico e, se sono considerati innocui, scompaiono rapidamente dai file, ma se, invece, hanno dei titoli considerati sospetti vengono trasferiti in un apposito documento. Per titoli sospetti, come esempio potrei citare “Mein Kampf” oppure “Il capitale”… o la “Bibbia”.
“Ne avevo sentito parlare. Immagino le accuse di fascismo…”
“Immagini bene, ma veniamo a noi.” Riprese il tabulato e lesse: “Armi militari, edizione aggiornata.”
“Ebbene?”
“Questo libro è stato preso in prestito da Phil Weir.”
“Sarà un appassionato del genere.”
Saryo scosse la testa. “Sei la prima a non crederlo, Paola: qui abbiamo troppe coincidenze. Il signor Weir frequentava una donna, il cui marito fu ucciso in circostanze misteriose; ha conosciuto Straw e Collins; e adesso vive con Elizabeth Margraeve, ma nel frattempo Patsy Legrange è sparita. Lui ti ha detto che è partita per un viaggio: per carità, è possibile; tuttavia ci sono evidenti stranezze in tutto ciò. E’ un puzzle complicato, e io non so andare oltre. Ma sei tu Magic Paula!”
Paola lo guardò pensierosa. Saryo aveva ragione, naturalmente. Quando aveva parlato con Elizabeth, la ragazza aveva confermato la versione di Weir; ma il suo sesto senso le diceva che aveva mentito, e che Phil Weir la dominava. D’impulso, decise che sarebbe tornata nella Bush Valley. Erano già trascorsi dieci giorni dal loro primo incontro e lei si trovava al punto di partenza.
Quella sera Saryo investì una somma cospicua per evitare i soliti hamburger: Magic Paula valeva bene cento dollari! La portò al Petit Lapin, un grazioso ristorantino francese, situato in un quartiere tranquillo. La madre di Sidney era nata a Cannes e lui, da bambino, si era spesso recato sulla Costa Azzurra a trovare i nonni. Scelse per tutte e due: salade nicoise come primo, e poi un bel piatto di pesce con contorno di patatine fritte. Il cameriere inorridì quando chiesero Coca-Cola al posto del vino; cercò di opporsi e, visti vani i suoi sforzi, bofonchiò qualcosa sui gusti pessimi dei barbari americani. Saryo tradusse le sue parole indignate a Paola, che scoppiò a ridere. “Mio padre è italiano”, commentò divertita, “e noi non abbiamo proprio nulla da invidiare ai francesi.”
Per un istante ripensò a Phil Weir.
Ho sentito dire che le italiane hanno il sangue caldo, le aveva detto.
Beh, te ne accorgerai!
Poi dimenticò il lavoro e si dedicò alla cena.
Più tardi, rannicchiata fra le braccia di Saryo, pensò che forse aveva trovato il suo principe azzurro.
 
Phil prese una mano di Liz e la baciò. Erano a letto, dopo aver fatto l’amore.
“E’ giunto il momento in cui io ti spieghi tutto.”, disse Weir. “Rilassati, fai un bel respiro profondo e ascoltami attentamente. In apparenza, tutto quello che è successo sembrerebbe scaturito dal caos, da circostanze confuse e imprevedibili; però non è così. C’è una logica che sottintende ogni avvenimento, e anche ciò che può apparire sconcertante, in realtà, dipende da quella logica: il karma, tesoro.” Le accarezzò un seno e si sentì riassalire dal desiderio; ma sia pure a malincuore distolse l’attenzione da quel corpo superbo: adesso era più importante chiarire il loro rapporto.
“Andiamo per ordine.”, riprese. “Tu rimpiangi Patsy, dimenticando che un giorno la stavi per uccidere. Se non fossi intervenuto io, l’avresti strangolata e sarebbe morta molto in anticipo rispetto al suo vero destino. Ti sarai chiesta mille volte perché ti sparai. Avrei potuto separarvi facilmente: eravate due gatte in calore, e io so come ammansire le gatte. Mentre lottavate, esitavo. Aspettavo un segnale dal cosmo, che infine arrivò. Inizialmente faticai a comprenderne il senso. Ma ora ogni cosa mi è chiara. Se fosse dipeso da me, vi avrei lasciato combattere sino alla fine. Ritenevo giusto che la più forte vincesse e la più debole soccombesse. Ma il cosmo mi fece capire che avevo fallito: non ero riuscito a mantenere l’armonia e a controllare i vostri impulsi. Perciò dovevo morire, e uccidendo te avrei ucciso anche me stesso, perché sei sempre stata tu la mia preferita. Solo in questo modo avrei potuto rinascere, mondato dagli errori e pronto a riprendere il cammino.”
Liz roteava gli occhi, ma Phil non se ne accorse.
“Il cosmo non sbaglia mai, non può sbagliare, e infatti tu sei sopravvissuta. Il tuo fine era la vendetta, però ti ingannavi perché non era questo che l’universo voleva; nei suoi disegni, in apparenza misteriosi ma chiarissimi per chi ha la facoltà di comprenderli, era arrivato finalmente il momento della nostra riconciliazione. E il lato debole del triangolo aveva esaurito il suo compito: ecco perché Patsy è morta!
Mi attende una grande impresa, che mi porterà a congiungermi definitivamente con il cosmo. Realizzerò il mio karma, capisci? Ma non posso farlo da solo. Mi occorre una donna forte, che sia in grado di aiutarmi. Tu, adesso, sei pronta, e potrai seguirmi lungo la strada dell’illuminazione.”
Phil fece una pausa, quindi concluse: “Noi due assieme, amore mio, siamo invincibili. Attaccheremo la Green Valley e stermineremo tutti i soldati che si sono insediati lassù, rubandoci il paradiso. A quel punto, saremo liberi.”
Senza aggiungere altro, assunse la posizione del loto.
Om saha naavavatu
Saha nau bhunaktu
Aum
Liz era allibita.
E’ impazzito, pensò.
 
Era un sotterraneo avvolto nella penombra. Portava a un grande magazzino, pieno di casse accatastate lungo le pareti. Una lampada che pendeva da un filo assicurava una illuminazione incerta; nel locale c’erano vaste zone buie. Sull’altro lato si apriva uno stretto corridoio, non più alto di due metri, che terminava davanti a una porta d’acciaio. Vicino all’entrata principale, che dava su un cortile interno, si notava la sagoma di un carrello elevatore. In fondo al deposito c’era una specie di ufficio. L’uomo era seduto a una vecchia scrivania e osservava Weir attraverso un vetro che non veniva lavato da molto tempo. Uscì dal gabbiotto e gli si fece incontro. “Hai portato i soldi?”, chiese senza stringergli la mano.
Phil gli mostrò una busta rigonfia. “Sono qui, signor Freiberg. Dov’è la mia arma?”
Freiberg era alto, massiccio, sulla quarantina. Aveva il cranio rasato a zero e due occhi porcini. Indossava dei pantaloni miltari e una camicia aperta sul torace villoso. Bracciali borchiati e un grande catenone d’oro completavano il suo abbigliamento. Cingeva un frustino in mano. Gli rivolse uno sguardo arrogante. “Prima i soldi!”
Weir provava un vago senso di ripugnanza per quell’individuo, tuttavia era troppo interessato a concludere l’affare, perciò rispose con cortesia. “Signor Freiberg, quelli non scappano. Ma, se non le spiace, vorrei visionare il mio acquisto.”
Freiberg fletté la frusta, quindi la calò con violenza su una cassa. “Mi stai facendo perdere tempo.”, disse. “E quando mi fanno perdere tempo io mi incazzo, e quando mi incazzo divento cattivo.”
Weir lo scrutò per qualche istante in silenzio. Poi si girò e si avviò verso il sotterraneo.
Udì lo scatto del coltello a serramanico. Istintivamente si abbassò e sentì lo spostamento d’aria vicinissimo alla sua testa. Si voltò e vide che Freiberg stava per vibrare un nuovo colpo, questa volta diretto allo stomaco. Si gettò sulla destra, evitandolo per un soffio. Malgrado la mole, Freiberg era incredibilmente agile. Lo incalzò immediatamente, fintò un affondo e, quando Phil si spostò addossandosi alla parete, gli si parò davanti con un balzo, chiudendogli ogni via di fuga.
Venne avanti roteando il pugnale.

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UN SOGNO AMERICANO 13

La valle di Phil 2Mentre guidava, diretta alla Bush Valley, Paola Chianese ripensò alla notte trascorsa con Saryo.
Inizialmente si era trattato solo di sesso, ma a poco a poco Sidney era riuscito a conquistarla, toccando corde che le erano ancora sconosciute. Si era dimostrato allegro, appassionato, dolce. Avevano riso, e questa per Paola era una novità assoluta. Era la prima volta che un uomo non si limitava a farla godere, ma riusciva anche a rendere gioioso un atto che lei aveva sempre considerato sotto tutt’altra luce. Inoltre, aveva scoperto con piacere che Saryo non era dotato soltanto di un grande cervello…
Dal canto suo, Paola riteneva di essersi guadagnata sul campo l’appellativo di Magic Paula.
Accantonò l’argomento per concentrarsi sulla missione che la attendeva. Non vedeva l’ora di arrivare e pigiò con decisione sul pedale dell’acceleratore. Vicino a lei, c’era lo stesso giovane agente che l’aveva accompagnata dai Garcia. Paola non gli avrebbe riservato una relazione particolarmente positiva: sembrava sempre assente e annoiato.
Era una giornata limpida; le montagne si stagliavano sullo sfondo di un cielo immacolato, il vento era leggero e tiepido. Trovò facilmente la casa di Patsy Legrange e suonò al campanello.
Venne ad aprirle un uomo dall’aria vacua. Indossava un paio di jeans che avevano conosciuto tempi migliori e calzava dei sandali sui piedi nudi. Sebbene fosse attraente, l’espressione stranita del viso e gli occhi privi di luce lo facevano sembrare un ritardato mentale. Paola gli mostrò il tesserino e lui le biascicò di entrare. Incespicò e guadagnò a fatica una sedia.
Questo è completamente fatto!
“Il signor Phil Weir, presumo.”
Poi accadde qualcosa di singolare.
Paola strabuzzò gli occhi, sconcertata dal cambiamento repentino che avvenne nel giro di pochissimi secondi: all’improvviso, lo sguardo di Weir divenne attento e lucido, la sua postura eretta; ogni presunta traccia di obnubilamento scomparve. Sembrava di essere di fronte a un altro uomo.
Subito dopo, fece un’altra scoperta. Quando si trovavano davanti a lei, le persone avevano due reazioni tipiche: diffidenza, unita a una certa aggressività, oppure nervosismo e paura. Weir era imperturbabile.
Phil si era ripreso con un sforzo di volontà. Era furibondo perché era stato sul punto di ricevere delle informazioni estremamente importanti che riguardavano il suo karma, tuttavia si rendeva conto che quella visita non era casuale. Non sapeva come avessero fatto, ma era un dato che l’FBI sospettava qualcosa. Valutò in pochi istanti la donna e l’altro agente. Era stata lei a rintracciarlo, anche se ovviamente non a causa di Patsy. La piedipiatti era carina. Se non avesse avuto priorità più importanti, se la sarebbe portata volentieri a letto.
Le offrì un caffè e si mise a trafficare con la macchinetta. Sorbirono in silenzio la bevanda calda, poi Paola venne al dunque. Aveva conosciuto Jack Straw e Tom Collins? Chi aveva sparato a Elizabeth Margraeve?
“Li ho conosciuti.”, rispose Weir. “Ero andato in paese a fare provviste. Mi si avvicinò un tale, che disse di chiamarsi Sugar. Presumo fosse Jack Straw. Mi sequestrarono e vennero ad abitare per un po’ nella Green Valley. Immaginai che fossero due ricercati. Un giorno se ne andarono, prendendo Liz in ostaggio. Da allora non li ho più rivisti.”
Paola lo scrutò per qualche istante. “Perciò furono loro a ferire Elizabeth Margraeve?”
“Già.”
“Capisco. Elizabeth fu salvata da un ragazzo texano che si era accampato sul valico. Lui sostiene che la Margraeve gli disse una certa frase…”
Phil la guardò senza parlare. Paola aveva usato un tono insinuante, ma non scorse il minimo interesse nello sguardo dell’uomo. Irritata, aggiunse: “Sembra che abbia pronunciato queste parole: maledetti bastardi! E non si riferiva a Straw e Collins, bensì a lei e alla signorina Patsy Legrange.”
Weir scoppiò a ridere. “Per forza!”, disse. “Liz e Patsy non si sopportano. E in più lei è gelosa.”
“Sarebbe interessante sentire la versione della signorina Margraeve.”
“Lo credo anch’io.”
Phil la osservava con un sorrisetto divertito, e Paola si irritò ancora di più. “Peccato che non sia possibile, vero?”
Ora il sorriso di Weir era palesemente beffardo. Questa troietta forse era intelligente, ma per arrivare al suo livello avrebbe dovuto fare tre volte il giro della California. Non c’era nessuno all’altezza di Phil Weir: Sugar era stato un avversario sicuramente temibile, ma non abbastanza.
Grazie all’esperienza e all’intuito, Paola sapeva riconoscere gli uomini pericolosi. Aveva imparato a distinguere la differenza che intercorre fra un qualunque bullo di periferia, tronfio ma subito pronto a sgonfiarsi come un palloncino bucato, e un individuo intelligente e gelido. Weir rientrava in questa seconda categoria. Le era odioso, però non doveva lasciarsi fuorviare dai risentimenti personali. Era sicura che le stava nascondendo qualcosa, e aveva bisogno di riflettere; era una faccenda complicata, con implicazioni al momento oscure. Lei aveva altre carte in mano, ma era bene non scoprirle subito tutte. Si disse che ne avrebbe parlato con Saryo.
Poi lui la provocò deliberatamente. “Ho sentito dire che le italiane hanno il sangue caldo. Sarebbe interessante sentire la sua versione.”
Paola gli lanciò un’occhiata gelida. “Se fossi in lei, farei meno lo spiritoso. E’ ufficialmente indagato per il ferimento della signorina Elizabeth Margraeve. Le consiglio dunque di misurare le parole per non aggravare…”
Weir sogghignò e si girò in direzione della porta. “Liz!”, chiamò. “Vieni un po’ a conoscere la federale qui presente.”
 
Phil avrebbe voluto avere un M4. L’M4 è un fucile d’assalto variante della versione M16A2. Rispetto al suo predecessore è molto più leggero e maneggevole; inoltre, è predisposto per l’inserimento di un lanciagranate M203. I soldati americani lo avevano utilizzato con ottimi risultati in Afghanistan. Ma senza i soldi di papà Legrange era impossibile acquistarlo. Weir aveva gettato la carta di credito di Patsy: non era prudente usarla. Mettendo insieme i liquidi di Liz, di Patsy e i suoi, poteva al massimo procurarsi un AK-47.
Non era affatto un’arma malvagia, da anni era lo strumento di morte preferito dai terroristi e dai rivoluzionari di tutto il mondo. Di fabbricazione sovietica, il Kalashnikov pesa poco più di quattro chili ed è estremamente pratico e funzionale. Ha un unico difetto: la tendenza a impennare a destra e in alto durante il fuoco automatico. E’ un’arma eccellente, in grado di segare in due un uomo. Fra l’altro è facilmente reperibile. Ma non è un M4.
Rivolse uno sguardo risentito a Liz.
La ragazza era distesa sul letto, fissava un punto imprecisato del soffitto, e ogni tanto si metteva a piangere. Weir incominciava a non sopportarla più.
Adesso paparino ti consolerà.
Liz era in mutande e t-shirt. Phil considerò fra sé che la povera Patsy, benché più fine di lineamenti e complessivamente più bella, non aveva potuto vantare gambe così strepitose. Quelle di Elizabeth erano lunghe, slanciate e forti. Malgrado fossero robuste, erano assolutamente proporzionate: le caviglie erano solide tuttavia non grosse; le cosce non presentavano il minimo filo di grasso, sebbene quello fosse un punto assai delicato per le donne. Il ventre era piatto, le braccia muscolose, le spalle simili a quelle di una nuotatrice. Aveva il fisico scolpito, e Weir immaginò che si era allenata duramente per raggiungere un tale livello di eccellenza. Ha lavorato sodo, la compatì… per potermi uccidere!
Ma non avrebbe mai avuto la sua forza mentale.
I lunghi capelli scuri incorniciavano il viso, sottraendo alla vista la cicatrice provocata dalla pallottola. Gli occhi verdi erano luminosi, come se le lacrime li avessero puliti rendendoli più brillanti. Soltanto lo sguardo era opaco.
Vediamo di ridarti il sorriso.
Si spogliò e la raggiunse sul letto.
Liz non si oppose ai suoi baci, ma era assente e apatica. Weir non aveva bisogno di preliminari: gli fu sufficiente sentire il contatto tiepido del suo corpo per raggiungere in breve una potente erezione. La penetrò con l’arroganza del predatore, e pochi attimi dopo fu chiaro a entrambi chi era il padrone e chi la schiava.

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UN SOGNO AMERICANO 12

La valle di Phil 2Phil era seduto al tavolo della cucina. Stava lavorando con un temperino. Quando vide entrare Patsy balzò in piedi sollevato. Senza pick-up non sarebbe potuto andare nella Green Valley; inoltre gli servivano i soldi per comprare la dinamite e tutto il resto. Fece il giro del tavolo per abbracciarla, ma si fermò a un metro da lei. Patsy era mortalmente pallida. Phil notò che le tremavano le mani. “Cosa c’è piccola? Dove sei stata tutto questo tempo?”
Patsy cercò di rispondere, però non riusciva a parlare. L’ansia la soffocava come un grande fumo nero. Aveva paura, ma non solo: adesso che lo vedeva, capiva che non sarebbe mai riuscita a tradirlo. Lo amava. Lo amava disperatamente. L’idea che lui morisse era intollerabile. Weir la prese fra le braccia. Lei sentì il suo odore, leggero ma inconfondibile; assaporò il contatto fisico, si sentì fremere avvertendo il tocco delle sue mani, delicato e forte a un tempo. Poi il terrore la invase, trascinandola in un abisso di disperazione. Si sforzò di reagire. “Liz è viva!”, mormorò con un filo di voce. Phil si staccò da lei. “Cosa?”
Patsy lo guardò con gli occhi spalancati. Annuì e ripeté in un sussurro: “Liz è viva! Sta venendo qui per ucciderti!”
Tremava come una foglia. Phil l’abbracciò di nuovo. “Calma, piccola! Spiegami bene cosa sta succedendo.”

Sebbene fosse ancora presto e non facesse eccessivamente caldo, Elizabeth era madida di sudore. Aveva camminato con la furia di un guerriero percorrendo in meno di quaranta minuti il tragitto che portava dalla foresta alla casa. Lungo il percorso non aveva incontrato anima viva, tranne un grazioso animaletto che le era sembrato uno scoiattolo. La pelliccia era di colore marrone scuro con inserti bianchi, la coda era lunga e folta. Appena l’aveva vista era scomparso nel folto degli alberi.
Liz temeva qualche reazione inconsulta da parte di Patsy: benché fosse una donna intelligente, troppo spesso si mostrava irresoluta. Però fidava in se stessa. I lunghi allenamenti cui si era sottoposta a Los Angeles l’avevano indurita nel fisico e nello spirito. Sapeva di aver raggiunto un grado di forma ottimale, pari a quella di un’atleta olimpionica. Avrebbe colto Weir di sorpresa, e questo rappresentava un grande vantaggio: tuttavia non avrebbe esitato a lottare contro di lui. Non ignorava la forza di Phil, né la sottovalutava; ma lei era armata e pronta battersi fino all’ultimo respiro.
Si accostò alla porta dell’abitazione, si fermò un attimo per riprendere fiato, poi la socchiuse lentamente.
Aveva tutti i sensi all’erta e sentiva l’adrenalina scorrere nel sangue. I due stavano parlando, ma captò solo qualche parola confusa. Aprì del tutto la porta, stando bene attenta a non fare il minimo rumore. Si trovava in una cucina. Era un locale ampio e spazioso, con due grandi finestre che davano sulle montagne. Weir e Patsy erano in piedi, abbracciati, al centro della stanza. Brava, Honey!, pensò, vedendo che Phil era di spalle. Sapeva che avrebbe dovuto colpire con estrema violenza: aveva vivido in mente il ricordo delle grosse fasce muscolari di Weir. Se lo avesse pugnalato debolmente, al massimo sarebbe riuscita a ferirlo. Serrò con forza il pugnale e si mosse leggera, come un felino predatore.
Patsy tirò su la testa e la vide.
Cercò di avvertire Phil, ma il panico le tolse la voce.
Weir colse la paura nel suo sguardo.
Liz si avventò. Il colpo nacque dai polpacci e dalle cosce, che trasmisero l’impulso alla spina dorsale, poi alla spalla, per raggiungere infine il braccio. Ne scaturì un gesto di incredibile potenza.
Weir fece piroettare Patsy, come se stessero danzando.
La lama penetrò a fondo nel corpo della ragazza, all’altezza delle scapole. Patsy sussultò e, quando Phil la lasciò andare, scivolò a terra come un sacco vuoto. Aveva gli occhi sbarrati. Provò l’impulso di tossire, ma morì prima di riuscire ad aprire la bocca. L’arma aveva seguito una traiettoria leggermente inclinata, si era introdotta tra la clavicola e la terza costola, e aveva reciso il miocardio.
Elizabeth urlò. “Mio Dio! Mio Dio, no!”
Si inginocchiò accanto a lei. “Io non volevo. Non volevo!” Prese a cullarla come una bambina. “Ti prego, Patsy, parla! Dimmi qualcosa! Patsy!” Piangeva a dirotto, il viso trasformato in una maschera tragica.
“Certo, Liz: non volevi. Però l’hai uccisa.”, disse freddamente Weir.
Liz lo guardò, stravolta. Tentò di dire qualcosa, ma le uscì solo un gemito strozzato.
Phil la fissò in silenzio. Aveva amato Patsy Legrange, ma ormai era morta.
Tuttavia la vita continuava. E lui aveva un compito da svolgere. Prese la sua borsetta e tirò fuori il portafoglio. Se lo infilò in tasca. “Adesso farai quello che ti dico. Carica il corpo di Patsy sul pick-up. Nella rimessa c’è una vanga. Portala nella foresta, scegli un luogo isolato e seppelliscila. Poi torna qui. Sei abbastanza forte per sbrigartela da sola.”
Elizabeth lo scrutò, incredula. Come poteva essere così gelido? Ma già un istante dopo si alzava per obbedirgli. Si sentiva soggiogata da lui, dalla sua personalità magnetica. Era sopraffatta dal dolore e dal rimorso; in quegli attimi di fragilità estrema, una ridda di pensieri si insinuò in lei. Forse provenivano dall’eterno anelito alla sopravvivenza, dalla necessità di trovare un appiglio, una solida roccia a cui aggrapparsi. In breve, acquisirono forma e sostanza: è il mio uomo, io sono sua, come ho fatto a tradirlo? Sugar era soltanto un delinquente… Phil è la mia vita. Senza Patsy, solo lui può salvarmi.
Agì come un automa, obbedendo a quel freddo ordine.
Weir tornò a sedersi. “Sbrigati!”, disse.
Poi arrotolò uno spinello.
 
Rosita Garcia aveva cotto la carne con olio, aglio e cipolla. Per insaporirla aveva aggiunto sale e peperoncino. Aveva riempito le tortillas e le aveva ripiegate, completando l’opera con una dose abbondante di chili. Tolse le frijoles fefritos dalla padella e le servì fumanti come contorno. Antonio incominciò a divorare il cibo.
Rosita prese posto a tavola, ma ignorò il tacos. “La chica bruna è in pericolo.”, disse. “Però la rubia è morta: e questo non lo avevo previsto.”
Antonio alzò gli occhi al cielo. Sua madre stava diventando sempre più farneticante. Cercò di ignorarla, perché lo distraeva e gli toglieva il piacere del pranzo. Per accontentarla aveva dovuto telefonare all’italiana che lavorava per l’FBI, incontrarla e perdere un sacco di tempo. Ora il suo interesse per quella storia era vicino allo zero.
“La rubia è morta.”, ripeté in tono lugubre Rosita. “Spero tanto che la poliziotta salvi l’altra.”
Si alzò per prendere il vino.
“Ma quell’uomo è un diavolo.”, mormorò, mentre versava il Mision Santo Tomas nel bicchiere del figlio.

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UN SOGNO AMERICANO 11

La valle di Phil 2Phil non aveva bisogno di una carta geografica: negli anni trascorsi lì, aveva esplorato a fondo la Green Valley. Se avesse preso una matita avrebbe potuto disegnare una mappa perfetta, senza la minima possibilità di errore. Conosceva ogni sentiero, ruscello e grotta; avrebbe saputo orientarsi nella foresta anche di notte; sarebbe stato in grado di avvertire perfino il più piccolo mutamento del vento; e soprattutto sapeva che esisteva un valico nascosto.
Era pronto a scommettere che non era sorvegliato. Sarebbe passato da lì. L’ora giusta erano le quattro del mattino; quasi sicuramente dormivano tutti, tranne le sentinelle che però stazionavano sul valico principale. In ogni caso, si sarebbe mosso con cautela, senza commettere imprudenze. Forse sorvegliavano la valle anche di notte, ma sarebbe riuscito a individuare le eventuali guardie. Avrebbe fatto un primo giro di ricognizione, poi si sarebbe cercato un rifugio nel cuore della foresta. Avrebbe trascorso la giornata riposando e al calar delle tenebre avrebbe completato l’ispezione. Doveva scoprire quanti erano, come si erano sistemati e se avevano costruito una centrale dell’acqua. In caso affermativo, il suo compito sarebbe stato facile. Se, però, si fosse reso conto che per un motivo o per l’altro era rischioso avvicinarsi all’acqua, avrebbe optato per il piano di riserva. Aveva bisogno di un fucile mitragliatore, di dinamite, di veleno per topi e di altre cose. Questo era il motivo per cui gli serviva Patsy. Suo padre avrebbe finanziato l’operazione.
Il cosmo era stato esplicito: una volta eliminati i soldati, sarebbe stato vicinissimo al karma.
Sorrise soddisfatto e rollò una canna.
Presto si trovò avvolto dalla luce.
 
Liz affrontò l’argomento mentre facevano colazione. Era una bella mattina serena, allietata da una brezza fresca che proveniva dal lontano oceano. Imburrò una fetta biscottata e guardò Patsy negli occhi. “Io mi sto innamorando di te. Ora che fra noi due non c’è più Weir, non esistono ostacoli di sorta che possano mettere in pericolo la nostra relazione.” Si interruppe per un momento e scelse con cura le parole successive. Voleva che Patsy recepisse a fondo il messaggio. “Però se tu mi dovessi tradire…”
Patsy fece per interromperla, ma Liz la bloccò con un cenno imperioso della mano. “Parlo solo a titolo di ipotesi.”, proseguì con calma, ma negli occhi verdi balenò una luce fredda. “Se tu dovessi cambiare idea all’ultimo momento e decidessi di schierarti dalla parte di Phil, sappi solo questo: che non avrò pietà. Dimenticherò amore, affetto, compassione; e ti giuro che ti farò soffrire talmente tanto da condurti alla pazzia. Niente miele: non ti ucciderò. Quello è il destino di Weir. Mi occuperò io di te. E una donna conosce bene il corpo di un’altra donna, sa come procurarle il dolore più devastante.”
Vedendo che Patsy era impallidita, raddolcì lo sguardo e le prese una mano. Poi le sorrise. “Ma io ti credo, Patsy, e non dubito di te. Sono certa che non mi tradirai e che il futuro ci vedrà assieme, felici e contente. Sarà un futuro radioso.”
Prese un’altra fetta biscottata e aggiunse: “Agiremo domani.”

Paola telefonò subito a Saryo. Sidney rintracciò facilmente la ricca famiglia Legrange e apprese che Patsy si era trasferita nella Bush Valley.
L’indomani, all’alba, Paola sarebbe salita in macchina per andare a trovarla.
Quella sera invitò Saryo a cena. Aveva comprato in un take-away due porzioni di riso alla cantonese, pollo fritto e gelato cinese. Quando finirono di mangiare, Paola si liberò delle scarpe e si stese sul divano. Era stanca, ma anche euforica: alla fine ce l’avevano fatta! Avrebbe interrogato la ragazza, avrebbe conosciuto Phil Weir e finalmente sarebbe riuscita a scoprire il mistero della Green Valley. Chi aveva sparato a Elizabeth? Dov’erano Jack Straw e Tom Collins? Paola fremeva di eccitazione. Era stata tentata di partire subito, ma Sidney saggiamente le aveva consigliato di prendersi prima una notte di riposo.
Quando successe, Saryo stava guardando la televisione.
L’ultima volta era stato con un ragazzo italiano che si trovava in California per un master. Era passato un anno, ma a Paola l’astinenza non era pesata. Aveva già un amante: l’FBI. Per Saryo provava simpatia e forse anche affetto, lo stimava molto come collega ma non era il suo tipo. A Paola piacevano gli uomini con i capelli scuri, gli occhi neri e la carnagione abbronzata. Sebbene fosse alto e ben fatto, Saryo era biondo, con gli occhi azzurri e la pelle chiara. Ma in quel momento di euforia capì che aveva bisogno di sesso. Non capitava spesso, tuttavia quando si presentava l’impulso sembrava che il suo corpo fosse preda di una tempesta ormonale. In quei momenti non riusciva a contenersi; il desiderio sessuale era talmente forte da essere quasi doloroso.
Studiò Saryo. Aveva un viso piacevole; l’azzurro degli occhi non era slavato: rivelava un’intelligenza sottile e una grande determinazione. Le mani erano eleganti, come quelle di un pianista. Le gambe erano lunghe e diritte. Pensò alle implicazioni future, ma decise di infischiarsene. Sarebbero rimasti comunque buoni amici e avrebbero continuato a lavorare gomito a gomito: forse lo avrebbero fatto ancora, ma non sarebbe mai diventato un vero rapporto sentimentale.
Senza dire una parola, si alzò dal divano.
Si spogliò lentamente. Fece scendere i jeans fino alle caviglie, si tolse la camicetta. Non portava il reggipetto: nella penombra del soggiorno il suo seno candido e pieno risaltò in tutta la sua bellezza. L’aria profumava di incenso e il corpo di Paola emanava l’odore di una giovane donna sana ed eccitata.
Saryo si girò e aprì la bocca in un’espressione di stupore che era quasi comica, ma che lei trovò incredibilmente tenera.
Paola portò un dito alle labbra, lo inumidì con la lingua, poi lo passò sui capezzoli.
Sidney si alzò dalla poltrona con il volto congestionato. Cercò di baciarla, ma lei lo spinse sul divano col piede scalzo.
Fu su di lui e incominciò a spogliarlo.
 
“Allora, siamo intese.”, disse Liz. “Tu prendi il pick-up, ti rimetti i tuoi bei vestitini e torni contrita da Phil. Basterà qualche moina e ti perdonerà il ritardo. Gli farai capire che ti è mancato e che hai voglia di lui. Lo abbraccerai, facendo in modo che abbia le spalle rivolte alla porta. A quel punto entrerò in azione io.” Le mostrò un lungo pugnale affilato.
Patsy era molto tesa. “Ascoltami.”, disse. “Devi stare attenta: lui è pericoloso come un mamba.”
“Certo.”, replicò Elizabeth. “Ma anch’io sono pericolosa.”
Patsy la guardò. Liz calzava un paio di scarponcini da pugile; indossava dei jeans scoloriti e una canotta nera. Sebbene fosse estremamente femminile, il suo corpo era forte e muscoloso. Con quelle braccia robuste avrebbe potuto battere un uomo a braccio di ferro; le spalle erano larghe e solide; le cosce poderose. Gli occhi verdi erano simili a quelli di un felino, vigili, attenti e spietati. Patsy aveva lottato con lei e, benché in un’occasione avesse prevalso, ricordava bene la sua forza micidiale. Inoltre, non avrebbe dovuto affrontare Phil in uno scontro corpo a corpo: lo avrebbe colpito da dietro.
Ciò nonostante, non aveva dimenticato quello che era successo nella Green Valley. Phil era stato accompagnato nella foresta da Tom, uno dei due banditi che li avevano sequestrati. Lì sarebbe stato giustiziato. Tom era un uomo ottuso, ma era anche un bestione grosso come un toro, e aveva una pistola. In teoria, avrebbe dovuto uccidere Weir senza problemi; ma Phil si era messo un giubbotto antiproiettile, che lui stesso aveva fabbricato. I due uomini si erano battuti selvaggiamente, e Phil aveva ammazzato Tom. Poi era venuto a cercare Sugar, l’altro fuorilegge, e lo aveva ucciso a sangue freddo, sparandogli a bruciapelo. Per quanto atletica e vigorosa, Liz era pur sempre una donna…
Le manifestò i suoi dubbi. Liz la incenerì con lo sguardo. “Smettila, stupida che non sei altro! Non devi avere paura! Andrà tutto bene, a patto che tu non faccia la bambina.”
Poi, vedendo che aveva gli occhi colmi di lacrime, le accarezzò una guancia. “Non voglio essere dura con te, Patsy.”, disse con voce più pacata. “Però devo essere sicura che non perderai la testa. In fondo, il tuo compito non è difficile: farò tutto io. E, se mi trovassi in difficoltà, potrai sempre saltargli addosso prendendolo alle spalle. Ti ho insegnato molte tecniche di lotta, e tu le hai apprese bene: non si tratterebbe che di metterle in pratica. Comunque, non ce ne sarà bisogno.”
Patsy era bianca come uno straccio, ma si fece coraggio e annuì.
“Andrà tutto bene, amore mio.”, ripeté Liz.
La strinse a sé e la baciò sulla bocca.
Elizabeth si avviò a piedi. Si muoveva come una pantera, elastica e sinuosa, i capelli neri che rilucevano ai primi raggi del sole. Imboccò uno stretto sentiero, scomparendo presto alla vista. Patsy si vestì e salì sul pick-up. Controllava l’orologio ogni minuto, mentre l’ansia le serrava lo stomaco. Aveva la premonizione di una tragedia incombente.
Quando fu l’ora, accese il motore e partì.
Posteggiò davanti alla casa, trasse un respiro profondo e scese dal mezzo. Per un lungo momento si trastullò con l’idea di saltare di nuovo sul pick-up e di correre a tutta birra verso Los Angeles. Ma sapeva che Liz sarebbe venuta a cercarla. Non osava immaginare con quali conseguenze.
Ok! Succeda quello che deve succedere.
Si ravviò i capelli, raddrizzò le spalle e si diresse lentamente verso la porta.

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La valle di Phil 2Sidney Saryo rivolse uno sguardo ammirato a Paola.
“Sei una vera strega!”, disse ridendo. “Avevi solo un dato insignificante che nessuna persona dotata di buon senso avrebbe mai preso in considerazione…”
Paola sorseggiò il caffè. “Non sono molto avanti, comunque. Il dottor Kantner mi ha fatto un nome, quello di Elizabeth Margraeve; so che questa ragazza ha un orecchio spappolato perché qualcuno ha pensato bene di spararle; conosco la palestra che frequentava, il negozio dove lavorava fino a poco tempo fa; e ho parlato con suo fratello. Tuttavia non ho appreso molto.”
“Proviamo a ragionare.”, disse Saryo. “Questa Elizabeth era andata a vivere nella Green Valley assieme a un certo Phil Weir, ex brooker di successo trasformatosi improvvisamente in hippy. Con loro c’era anche una donna bionda. L’esercito ha scacciato Weir e la bionda; ma prima qualcuno aveva tentato di uccidere la nostra Elizabeth. Chi poteva volerla morta? Weir? La bionda? Jack Straw, se davvero si trovava lassù?”
Paola Chianese non rispose. Stava riflettendo. Perché vivevano in tre in una valle? Un menage a trois? In questo caso, il movente poteva essere stato la gelosia. Gelosia e denaro andavano a braccetto, entrambi saldamente in testa alla triste classifica delle cause di un crimine. “La bionda.”, azzardò.
Saryo la scrutò per alcuni istanti con aria enigmatica. “Ci può stare.”, concesse infine. “Però, qui entra in gioco il mio computer. Qualche anno fa venne ucciso un certo Paul Douglas. L’assassino non è mai stato trovato.”
“Non ti seguo…”
“Un attimo di pazienza, mia cara. Sono arrivato a Paul Douglas digitando Phil Weir. Non è stato facile, ma risulterebbe che Weir aveva una tresca con Rachel Douglas, la moglie del defunto. Naturalmente non è mai stato sospettato; all’epoca era un giovane di belle speranze con la fedina penale immacolata. Ma adesso abbiamo un tentato omicidio e, guarda caso, il signor Phil Weir era l’amante della Margraeve: te lo ha detto il fratello di lei, giusto?”
“Il fratello in realtà sa ben poco. Mi ha raccontato di Weir, ma ignora che in quella valle erano in tre. Se riuscissimo a rintracciare la donna bionda… Credo che stia ancora con Weir, ma il fatto è che l’ex brooker e novello hippy è scomparso dalla circolazione. Non risulta nulla a suo nome. E poi, qual è il ruolo dei due banditi in tutto questo? E, soprattutto, dove sono andati?”
“Dobbiamo scoprire che fine ha fatto Elizabeth.”, disse Saryo.
“Il fratello le ha prestato il suo pick-up, ma poi non ha più avuto notizie.”
“Il mio cervellone.”, mormorò Saryo. “Lo farò lavorare un po’.”
“E io tornerò in palestra. Non ho ancora parlato con tutte le ragazze che la frequentano.”
 
Phil si preparò il caffè. Era una mattina grigia, le nuvole nascondevano il sole e nell’aria c’era sentore di pioggia. Phil si era già stancato di Nicole. Per quanto ignorante, Liz era stata una donna intelligente; Nicole, invece, era irrimediabilmente stupida. Decise di liberarsene al più presto. Poi sarebbe andato a cercare Patsy. Gli mancava. Per salvare la vita a quella troietta aveva ucciso Elizabeth, e questa era la ricompensa! L’avrebbe costretta a tornare nella valle: nessuno poteva permettersi di lasciare Phil Weir. Naturalmente non l’avrebbe trascinata a forza. Non sarebbe stato necessario: l’avrebbe guardata negli occhi, rivolgendole il suo sguardo più profondo, e lei si sarebbe sciolta.
Bevve lentamente il caffè, e intanto rifletteva su ciò che il cosmo gli aveva svelato.
Doveva proseguire sulla strada del karma, e c’era un unico modo per farlo. Liz sarebbe stata molto più utile, ma Weir era sempre ottimista: lo avrebbe aiutato Patsy. Non con il vigore fisico. Non con l’audacia. Non con il coraggio. Con i soldi di suo padre.
 
Liz e Patsy continuarono l’addestramento anche il giorno successivo.
A fine allenamento diedero vita a uno scontro lunghissimo e questa volta Liz si impose. Tuttavia non fu affatto facile: Patsy si batté quasi con ferocia, cedendo solo quando non riuscì più a muovere le braccia per la stanchezza. Era in pantaloncini, maglietta e scarpe da ginnastica. Elizabeth era stata in paese a comprarle un po’ di vestiti.
Rimasero sedute a guardare il tramonto. Verso le quattro del pomeriggio il cielo si era schiarito ed era apparso il sole. Ora lo spettacolo era magnifico. I profili delle montagne a ovest rilucevano ancora, e le creste spiccavano come fossero appese al cielo; la campagna si stendeva verde, ma a poco a poco l’ombra della sera la ricopriva, avvolgendola nel suo abbraccio. La luna fece capolino, quasi fosse venuta a salutare il sole. Le prime stelle si accesero. Un vento fresco calava dai picchi portando con sé il profumo dei fiori e dei boschi.
Liz si godeva quel momento, non pensando ad altro. La mente di Patsy invece era in fermento. Dapprima si disse che se mai avesse dovuto combattere seriamente contro Elizabeth avrebbe dovuto cercare di vincere nei primissimi minuti. Quel pomeriggio si era resa conto di non avere la stessa resistenza fisica. Poi pensò ancora a Phil, tentando di decifrare i suoi sentimenti. Se ragionava su di lui in termini freddi e logici, la conclusione cui poteva pervenire era una sola: Phil non era degno di lei. Era giusto seguire Liz, e riservarle il suo amore. Ma non riusciva a scindere l’aspetto razionale da quello emotivo. Ricordava i suoi baci, le carezze, gli amplessi che l’avevano resa felice. Provava un empito di passione immaginandosi nuda fra le sue braccia.
Osservò Liz, senza che lei se ne accorgesse. Viveva per la vendetta, ma quando l’avesse ottenuta avrebbero potuto stare serenamente insieme. Forse sarebbero tornate a Los Angeles. Anche Liz aveva il potere di infiammarle i sensi.
Però, l’aveva legata e cosparsa di miele.
E’ vero, ragionò fra sé. Tuttavia poi mi ha liberata e accudita.
Spostò lo sguardo sulle montagne, ormai grandi sagome di velluto nero.
A un tratto avvertì vicinissimo il respiro di Liz.
Le due donne fecero l’amore nella foresta, e Patsy pensò di amarla davvero.
Quella sera andò a dormire subito dopo aver cenato. Era stremata. Liz lavò i piatti e rigovernò, quindi si sedette a gambe incrociate fuori della tenda. Centellinando l’ultimo bicchiere di vino, lasciò i suoi pensieri liberi di vagare. Come era strana la vita: aveva detestato per lungo tempo quella biondina e ora provava per lei un senso di protezione e di affetto. L’attrazione fisica c’era sempre stata, anche se a volte soffocata dalla gelosia; ma adesso si sentiva prossima a qualcosa di più profondo, di più completo. Era amore? Non lo sapeva ancora, comunque gli si avvicinava molto. Per un breve momento considerò l’idea di lasciare la Bush Valley, dimenticando i suoi propositi di vendetta. Avrebbe potuto essere felice con Patsy Legrange. Che Weir andasse al diavolo!
Ma immediatamente sentì una grande rabbia montare in lei.
L’amore poteva aspettare.
Prima doveva fare i conti con Phil.

Antonio Garcia finì di mangiare il suo panino con hamburger e cipolla e si pulì la bocca con il dorso della mano. Paola Chianese lo guardava in silenzio. Non aveva fame e si era limitata al solito caffè. “Mio padre era un onesto lavoratore.”, disse Garcia stuzzicandosi un dente. “Non aveva mai infranto la legge in vita sua. Eppure è morto perché uno stupido poliziotto gli ha sparato nel corso di una rapina. Papà stava facendo benzina, e il dannato sbirro ha sbagliato la mira.”
Si alzò dal tavolo e andò a prendere una fetta di torta. “Mi dispiace.”, disse Paola, quando lui tornò a sedersi. “Sono cose che non dovrebbero succedere. Ma purtroppo il mondo non è perfetto.” Antonio le rivolse uno sguardo cupo, poi si disinteressò di lei, dedicandosi al dolce. “Non le avrei mai telefonato.”, disse dopo che il piatto fu vuoto. “E’ stata mia madre a convincermi: lei sostiene di essere una sensitiva e di aver previsto anche ciò che accadde a papà. Naturalmente non le credo. Ultimamente è un po’ via di testa. Non si è più ripresa del tutto da quel maledetto giorno.”
“Tua mamma ha fatto bene.”, osservò Paola sorridendogli. “Io non vado in giro ad ammazzare gli innocenti; il mio compito è quello di proteggerli.”
Garcia non commentò. Rimase in silenzio per almeno due minuti, quindi riprese: “Mamma sostiene che la ragazza è in pericolo. In grave pericolo.”
“Si chiama Elizabeth. Elizabeth Margraeve.”
“Bel nome. Adattissimo a lei: è una chica fantastica!” Per la prima volta Antonio sorrise. “Durante il viaggio ogni tanto le sbirciavo le gambe. Sebbene fosse piena di lividi, e febbricitante, quelle gambe avrebbero resuscitato un morto. Mi piacerebbe avere una fidanzata così.”
Paola annuì, trattenendo l’impazienza. Era con Garcia da quasi un’ora e non aveva ancora appreso niente di importante, benché al telefono lui avesse sostenuto di avere delle informazioni che avrebbero potuto esserle utili. Quel giorno faceva molto caldo e Paola aveva indossato una camicetta leggera. Notò lo sguardo di Antonio fisso sul suo seno e represse un sorriso. Malgrado la sua avversione per le forze dell’ordine, era un ragazzo simpatico. Finalmente si decise ad arrivare al dunque. “Beh, per farla breve, Elizabeth dormì per quasi tutto il tempo. Ogni tanto si agitava, sussultava. E a un tratto fece due nomi.”
Paola si sporse verso di lui. “Te li ricordi?”
“Ho una memoria di ferro. Me li ricordo, così come mi ricordavo il nome e l’indirizzo del dottore. Anzi, ricordo la frase esatta che disse. Ce ne furono anche altre, a volte farfugliava, ma erano prive di senso comune. Questa, invece, era chiara.” Allontanò il piatto e lanciò un’occhiata a una bella ragazza in minigonna che stava uscendo dal ristorante. Quindi, guardò Paola. “Disse: maledetti bastardi! Sono le parole esatte: maledetti bastardi. Io le chiesi chi erano, e lei sembrò capire la mia domanda, perché rispose. Disse: Phil Weir e Patsy Legrange. Poi tacque per un bel po’. Pensai che fosse morta, ma grazie al cielo era viva. Adesso so già che mi chiederà perché non gliel’ho raccontato prima. Il motivo è semplice: non mi fido di lei, dell’ FBI, della polizia. Penso solo ai fatti miei. Ma mia madre ha insistito: quell’italiana è buona, ha detto, lei aiuterà la ragazza. Alla fine mi ha convinto.”
“Tua mamma ha molto buon senso.”
E Saryo dovrà trovarmi questa Legrange.

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