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Archive for the ‘rage’ Category

RAGE 57

RageIbrahim al-Ja’bari aveva scelto quel Paese, e quella località, per una serie di motivi che giudicava estremamente validi.
Il primo di essi riguardava la sua sicurezza personale, importante non tanto in sé ma per la missione che Allah il Misericordioso gli aveva affidato. Con i loro satelliti, americani e russi erano riusciti a individuare due rifugi che lui considerava perfetti – in quanto al Mossad, aveva i suoi metodi, perlopiù basati sulla capacità di usare i traditori. Prima o poi, se non si fosse spostato dalle zone “calde”, avrebbero finito per rintracciare anche un eventuale terzo rifugio. Era successo con Osama bin Laden e con molti altri, che apparentemente avrebbero dovuto considerarsi al sicuro.
La seconda ragione era che quella vasta isola, in ordine di grandezza la seconda del Mediterraneo, in passato aveva rappresentato la terra promessa per chi decideva di arricchirsi con i sequestri di persona. Ciò dipendeva dal fatto che risultava praticamente impossibile rintracciare i covi dei banditi, a causa di un territorio provvisto di mille nascondigli, un po’ come l’Afghanistan volendo, però molto lontano da lì.
Vi era un terzo motivo, infine: gli otto sicari, reclutati tempo addietro da Danielle Williams, che lo aspettavano pronti a servirlo. Erano uomini feroci ed esperti, fedeli solo al denaro. E Ibrahim era stato generoso con loro. Da un lato questo era un limite: non essendo mossi dalla fede, mancava loro la disponibilità all’estremo sacrificio; poiché erano miscredenti, non vedevano il premio finale, erano forniti di coraggio e forse non temevano la morte, ma erano ben lontani dal considerarla un dono di Allah. D’altro canto, aveva perso fin troppi seguaci e gli mancava il tempo materiale per reclutare nuovi adepti. Il fondamentalista era pragmatico, in caso contrario non si sarebbe avvalso dell’operato di Daigh e di Todorov, sebbene il primo fosse almeno motivato dagli ideali e dall’odio.
Una possibile ultima ragione, che non aveva ancora soppesato a fondo, consisteva nella vicinanza con Roma. Finito il lavoro a Londra, Todorov avrebbe potuto piazzare uno dei suoi giocattoli in piazza San Pietro; peraltro la distanza contava poco, a Daigh sarebbe bastato premere un pulsante in Giappone per impartirgli tale ordine.
In ogni caso, adesso la priorità era riservata a Monica Squire, la principale nemica di Allah,  Roma poteva aspettare.
Ibrahim al-Ja’bari disponeva di un’autentica collezione di passaporti falsi, ma la prudenza gli suggeriva di non avvalersene. Il suo volto, ormai, era noto a tutto il mondo, e non intendeva cambiare aspetto. Perciò salì a bordo di un’imbarcazione che aveva i documenti in regola e non trasportava emigranti clandestini, e affrontò il viaggio dalla Tunisia alla Sardegna, pronto a calarsi in una botola al primo segno di pericolo e, naturalmente, all’arrivo. Daigh vestiva da marinaio.
Il direttore di macchina azionò i motori e il timoniere seguì la rotta delle flotte puniche, quando Sicilia occidentale e Sardegna appartenevano a Cartagine, mentre i romani si accingevano a muovere i primi passi per conquistare il sud dell’Italia.

Assistito da quella che considerava la miglior equipe medica del pianeta, Miloslav Pomarev quel giorno aveva appreso tre notizie. La prima era giunta sotto forma di lettera, firmata personalmente da Putin: era stato promosso maggiore, riguadagnando così l’antico grado, sarebbe seguita una medaglia al valore. La seconda, inevitabile, gli era stata comunicata di persona dal tenente generale Vasiliy Ivanovic Melnikov, primo vicecapo del SVR.  A tempo debito, sarebbe tornato al lavoro e, date le circostanze, avrebbe occupato una scrivania, dedicandosi alle analisi di quello che altri agenti, più giovani e fortunati di lui, man mano scoprivano. Per questo compito occorreva un uomo esperto, in grado di distinguere ciò che era davvero utile e di scartare informazioni irrilevanti se non, peggio ancora, frutto dell’astuzia (relativa, pensava Pomarev) dei servizi segreti americani. Una scrematura indispensabile, da troppi anni ignorata dalla CIA, abituata a raccogliere montagne di dati per poi archiviarli: tipico di un apparato vittima di una burocrazia da esso stesso elevata a sistema. Come corollario, Melnikov aveva aggiunto che dopo la morte di Volkov l’operazione era stata annullata.
La terza notizia riguardava la sua guarigione che era assicurata, e i tempi di degenza, calcolati in circa due mesi. Il primario si era congratulato con lui per la forza, fisica e morale, che aveva dimostrato, nonché per la prontezza con la quale si era in pratica salvato la vita grazie alla medicazione di fortuna e alla saldezza d’animo. Poche persone ci sarebbero riuscite, soprattutto davanti a un Mamba, aveva commentato il luminare che era al corrente di quanto era accaduto in Egitto. Le voci circolano e anche l’ultima delle infermiere sapeva che quel paziente era un eroe. Sebbene fosse mutilato, Sonja, una graziosa biondina, gli faceva gli occhi dolci; sistemandogli le lenzuola, aveva scoperto con grande soddisfazione che le ferite non avevano intaccato una certa parte del corpo.
Borodin, il primario, aveva tenuto per sé un’ulteriore considerazione. Da quando esercitava, non aveva mai riscontrato una simile capacità di sopportazione del dolore. Soglia bassa? Era un eufemismo, a dir poco. Esistevano anche aspetti della personalità di quell’uomo che lo lasciavano perplesso, ma tali aspetti non rientravano nel suo campo professionale. Dopotutto, Pomarev proveniva dal Gruppo Alpha, una banda di pazzi, pensava Borodin.
Miloslav Pomarev accolse le tre notizie con un misto di soddisfazione e di irritazione. Non si era mai pianto addosso, nemmeno in Siberia, dove comunque era stato trattato con i guanti, e non intendeva certo incominciare a farlo ora. Maggiore… andava bene. Una scrivania… un po’ meno. Ma questa era la realtà, la sua realtà, e avrebbe potuto rendersi ancora utile. Forse, molto utile. Aveva imparato a conoscere, e a detestare, gli americani; e se con il nuovo incarico fosse riuscito a infliggergli qualche duro colpo, allora – come dicevano quei bastardi? – allora era ok.
Se voleva continuare a riflettere, avrebbe dovuto rimandare all’indomani perché le orribili medicine che gli somministravano fecero effetto, e Pomarev scivolò in un sonno privo di sogni.

William Hunt fissava cupamente l’ingresso del capannone dal lato opposto di Halley Street. Al pari di usanze quali la guida a sinistra, la Gran Bretagna ha leggi diverse dagli Stati Uniti e da molti altri Paesi che possono sembrare strane: una di esse stabilisce che l’MI-5 non può effettuare arresti; ciò nonostante Sir Edward non si era rivolto alla Special Branch in considerazione dei rischi elevatissimi. Todorov avrebbe potuto far esplodere la bomba. Hunt ne dubitava, poiché in tal caso sarebbe morto anche lui, però gradiva la presenza degli uomini del SAS. Il Drappello in questione apparteneva allo squadrone D ed era comandato dal capitano Keith Lively, sotto la supervisione del maggiore Thomas Reid.
Lo Special Air Service, da cui l’acronimo SAS, è uno dei migliori corpi speciali del mondo e ha all’attivo una quantità di successi impressionante. Una delle missioni più spettacolari fu la liberazione di ventiquattro ostaggi tenuti prigionieri da un gruppo di terroristi iraniani, operazione voluta da Margaret Thatcher, all’epoca primo ministro britannico. Con un’azione di rara efficacia, i terroristi vennero uccisi e gli ostaggi liberati, a parte un’unica vittima. Entrare a far parte del SAS è estremamente difficile. L’ottanta per cento dei candidati (provenienti dall’esercito) non arriva alla fine del primo mese di addestramento, dedicato soprattutto alla corsa e alla marcia, sessanta chilometri con uno peso sulle spalle di venticinque chili. E questo è solo l’inizio… Il “bello” arriverà dopo.
Fra le armi utilizzate, ci sono le granate stordenti e la pistola Sig Sauer P226. Di norma, i componenti del SAS indossano tute nere.
Era il meglio in assoluto di cui Hunt potesse disporre.

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RAGE 56

Margaret CollinsIl presidente degli Stati Uniti ha il compito di difendere la Costituzione e di operare per il bene del Paese, dichiarando guerra se necessario, anche se nei limiti del possibile la sua funzione è quella di preservare la pace. Deve avere a cuore gli interessi dei cittadini, lavorare per il loro benessere; soprattutto deve essere sempre rintracciabile, perché rappresenta il punto di riferimento di un’intera nazione. Partendo da questi fondamentali presupposti, si poteva arrivare a un’unica conclusione: Monica Squire si era rivelata un fallimento.
Così ragionava Margaret Collins davanti allo specchio del bagno. Inizialmente, l’aveva considerata un modello da seguire, una maestra; sapeva molto bene inoltre che, senza di lei, senza la sua fiducia, non sarebbe mai salita così in alto. Monica aveva dovuto combattere per imporla al partito, e ciò aveva fatto nascere un sentimento di amicizia. La stima era fuori questione, ma adesso quella stima si era persa a causa di troppe decisioni sbagliate. Al di là delle apparenze, Squire in realtà era una donna debole, che si era lasciata travolgere dagli eventi; Margaret era più forte di lei e sarebbe stata un presidente migliore.
Sebbene fosse assolutamente convinta di essere dalla parte della ragione, si pose tuttavia una domanda: quanto contava l’ambizione personale? Il desiderio di diventare la numero uno, la persona più potente del mondo? Negli ultimi tempi si era resa conto che l’esercizio del potere è più inebriante del sesso. Servire il popolo, sicuro, però con in mano il bottone dei comandi.
Liquidò con un’alzata di spalle quell’inutile interrogativo. Non erano questi motivi a indirizzarla. In ogni caso, entro tre anni (non certo sette), ne avrebbe preso comunque il posto, si trattava soltanto di aspettare, e la pazienza rientrava fra le sue doti, come la volontà, la determinazione e l’intelligenza. No. Esisteva solo un rimedio ai danni provocati da Monica: sostituirla. E al più presto!
Una vocina sgradevole insinuò che forse non era tutto vero, che sotto la virtuosa indignazione si celava una componente di rivalità. Ma se esisteva tale rivalità, essa nasceva proprio dal postulato iniziale! Se lei era superiore a Monica, perché allora doveva essere una subalterna? Il problema di fondo era sempre lo stesso, da qualsiasi parte si considerasse la questione. Squire non era in grado di espletare i suoi compiti, quindi andava sostituita. L’Ufficio Ovale meritava un’inquilina più capace e più responsabile. Al posto di “Diana”, sarebbe subentrata “Minerva”. Che fatalmente la loro amicizia si sarebbe trasformata in spazzatura era spiacevole però accettabile.
Soddisfatta, tacitò la vocina e finì di truccarsi.

Yarbes scrutò i quattro uomini. Due di essi provenivano dai reparti speciali, gli altri due dal corpo dei Marines. Tutti e quattro si erano messi in proprio per trarre profitto dalle esperienze acquisite sul campo, ma da Martin non volevano un dollaro. Erano americani e il fanatico dispensatore di morte, uccidendo John, aveva colpito al cuore gli Stati Uniti. Inoltre avevano assistito al barbaro spettacolo delle decapitazioni. Yarbes li aveva scelti perché li conosceva di persona, e loro provavano il violento desiderio di ammazzare l’arabo, e nel modo più cruento possibile. Erano uomini duri, poco inclini alle emozioni; avevano visto perire colleghi e amici, avevano rischiato la vita e restituito i colpi ricevuti. Dato che erano ancora vivi, ciò significava che la bilancia era largamente in attivo. Questa missione, però, era diversa da tutte le altre e la collera che provavano esulava dal concetto di compiere semplicemente il proprio dovere. Era un fatto personale.
Riguardo a Yarbes, naturalmente non sapevano quello che in passato aveva fatto, ma sapevano che aveva fatto. Essendo conoscitori di uomini, non si lasciavano ingannare dalla sua calma e dalla maniera pacata, quasi asettica, di parlare: bastava guardare quegli occhi gelidi per capire l’intensità dell’odio che provava e la capacità di tradurlo in pratica. Riconoscevano da lunga data il valore, nonché la necessaria spietatezza che a esso si accompagna. La compassione era una parola che non gli apparteneva. Sebbene fosse meno in forma di loro, per via dell’età, ritenevano che fosse imprudente sfidarlo; non che l’idea li sfiorasse.
Martin li invitò a sedersi. Si trovavano in una piccola sala insonorizzata messa a disposizione, nel più assoluto segreto, da Brian Stevens. “Fumate pure, se volete.” Un gesto gentile, benché inutile: nessuno dei quattro aveva mai fumato in vita sua; in quanto al bere, al massimo si concedevano un paio di birre, e non quando dovevano lavorare.
“No, grazie, capo.”, disse infatti Knowles, un nero di novanta chili con due spalle che ricordavano un armadio.
Yarbes annuì. “Chiariamo subito una cosa. La nostra non è un’operazione “nera”, anzi è un’operazione che proprio non esiste, almeno per adesso. Nessuna copertura, niente appoggio da parte della CIA o da altre agenzie governative. Domande?”
Nessuno batté ciglio.
“Bene. Allora proseguiamo”. Spiegò sulla scrivania una carta topografica, estraendola da un portacarte impermeabile. Indicò un punto evidenziato da un lapis rosso. “La località è questa. La buona notizia è che lì la polizia è assolutamente inefficiente. Il territorio è impervio, e pure questo va bene.”
I quattro osservarono con attenzione. Non ci furono commenti.
“Ciascuno di voi disporrà di un kit.” Tirò fuori dalla tasca della giacca un foglio e lesse lentamente quanto vi era scritto. “Comprenderà un’imbracatura portatutto, una mimetica, corda, binocolo, due borracce, medicinali per pronto soccorso, razioni MRE – non andremo al ristorante -, fondotinta mimetico, flashbang, AK-47, una versione leggermente modificata, pistole dotate di silenziatore con canna filettata.”
“Uhm, capo…cioè signore.”, lo interruppe De Beers. A causa del suo cognome, aveva dovuto sopportare innumerevoli prese in giro; quando erano troppo cattive, il biondo di origine olandese risolveva la faccenda a suon di cazzotti: era meno alto di Knowles, ma poco meno forte di lui. Tre turni di servizio attivo da volontario nei Marines non sono uno scherzo.
Yarbes lo guardò. Preferiva “capo”.
“Portiamo questa roba in aereo? Voglio dire, i Kalashnikov e tutto il resto?”
“Certamente no. La troveremo in loco. Io sono sicuro che quel bastardo non si presenterà da solo; perciò è bene essere attrezzati. Comunque, voi ne sapete più di me. Cosa manca?”
“Una torcia elettrica.”, suggerì Scottfield. Un altro cognome destinato a suscitare ironia. Peraltro, Scottfield, a differenza del collega, possedeva un forte senso dell’umorismo.
“E un pugnale.”, aggiunse Knowles. “Di quelli giusti. Conosco un tale che potrebbe procurarci anche degli Shuriken, con o senza veleno aggiunto.”
“Pastiglie per purificare l’acqua.”, disse Wilkins. “Non mi fido dell’acqua che si trova in Italia”. Del gruppo, era il più freddo e caustico.
Yarbes prese nota. “Bene, direi che per oggi è tutto.”

A Londra, la pioggia non infastidiva Ivan Vladimirovic Todorov. Aveva ricevuto due notizie. La prima riguardava la data esatta in cui avrebbe dovuto far deflagare l’ordigno nucleare. La seconda, assai appagante, confermava il buon esito di un bonifico, il secondo dei tre previsti; l’ultimo sarebbe giunto a lavoro ultimato. Aveva già scelto il luogo dell’esplosione, in pieno centro; ora si trattava solamente di attendere l’ora X. In lui mancava la benché minima parvenza di rimorso; sapeva che la bomba avrebbe ucciso donne, vecchi, bambini, oltre agli uomini adulti, ma non era abituato a porsi problemi etici. Era “business”, come dicevano gli americani, e il “business” procurava denaro, in quantità variabile, a seconda del rischio e delle difficoltà; nel suo caso, una cifra enorme.
Alla fine, pensò, grazie a Ibrahim al-Ja’bari, sarebbe andato in pensione. Forse, nei Caraibi.
Una prospettiva molto piacevole.

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RAGE 55

Martin YarbesPiù che una baita o una dacia russa sembrava un capanno, costruito con scarsa grazia però estremamente solido. Era ubicato in cima a una collina sopra un bosco; uscendo dalla porta della cucina, posta sul retro, al di là di uno spiazzo, delimitato ai due lati da una catasta di legname e da una piccola stalla attualmente vuota, appariva una strada sterrata che scendeva in lieve pendenza, circondata da campi non coltivati e da qualche albero. Quella era l’unica via d’accesso per una macchina e conduceva a un paese distante circa cinque miglia.
All’interno, il rudimentale capanno cambiava decisamente aspetto. Vi erano una spaziosa camera da letto resa luminosa da una grande finestra, un bagno dotato di ogni confort, il salotto, arredato con gusto, un ampio ripostiglio, e appunto la cucina, provvista di tutti gli elettrodomestici necessari. L’ingresso principale dava su un sentiero che si inoltrava serpeggiando nel bosco. Silenzio e tranquillità erano garantiti.
Quel rifugio, in origine proprietà di un cacciatore (la selvaggina abbondava), apparteneva a un amico di Martin Yarbes, che era stato ben contento di affidargli le chiavi per un soggiorno di tempo indefinito.
E lì Yarbes cercava di decifrare le emozioni e i pensieri che da quando era tornato in America si accavallavano nella mente e nel cuore come lampi in una notte di tempesta.
Il sentimento predominante era la rabbia. Sebbene fosse un uomo freddo, a giudizio di molti glaciale, faticava a controllarla. L’ira divampava, simile a un fuoco, se pensava alla morte di suo figlio e al fatto che non fosse riuscito a uccidere l’assassino che aveva ideato quella terribile strage. La collera si estendeva a Monica, che lo aveva liquidato a causa di un’azione che ancora adesso lui giudicava giusta e sensata. Poi si riversava sulla CIA, sui federali, una massa di incapaci. Per combatterla spaccava legna fino a sentire la schiena rotta. Oppure correva nel bosco, scansando rami e rocce, aumentando sempre più la velocità finché non crollava al suolo esausto.
Alle sette di una mattina soleggiata e serena, dopo aver fatto la doccia e bevuto due caffè, salì sul suo pick-up e scese in paese. Aveva dormito male, sognando un John ormai adulto che eludeva la ruvida marcatura avversaria e andava in meta, consapevole che si trattava solamente di un sogno. Aspettò che l’unico emporio aprisse, acquistò qualche bistecca, una dozzina di uova e del bacon, poi comprò un paio di giornali e tornò al capanno.
Mentre sorseggiava un terzo caffè, diede un’occhiata alla prima pagina del Washington Post.
Restò allibito.
Il titolo dell’articolo di fondo recitava: Impeachment per Monica Squire?
Yarbes depose bruscamente la tazzina e lesse l’editoriale.

Secondo fonti attendibili, la Camera dei Rappresentanti è in procinto di richiedere l’impeachment del presidente degli Stati Uniti. Secondo la legge la proposta poi passerà al Senato che sarà presieduto dal presidente della Corte Suprema Federale, il quale sostituirà durante il dibattito il vice presidente federale e presidente del Senato, Margaret Collins.
L’accusa a carico della signora Squire è di aver rifiutato di partecipare a una riunione convocata allo scopo di discutere l’opinabile decisione presa dalla signora di incontrare un noto terrorista da sola, andando così incontro a morte pressoché certa. La colpa più grave è comunque un’altra: la signora Squire è scomparsa, dileguandosi nella notte, e abbandonando la sua precisa responsabilità di difendere la Costituzione e di provvedere al bene del nostro Paese. Si configura quindi il reato di tradimento.
Tale comportamento, definito irresponsabile da un alto membro del governo, ha avuto probabilmente origine dalla tragica morte del suo unico figliolo. Lo stesso membro del governo avrebbe dichiarato che la signora Squire non è più capace di intendere e volere.

Seguivano varie frasi fatte: il giornale avrebbe seguito con la massima attenzione il grave caso, riportandone doverosamente ogni sviluppo; in uno slancio autocelebrativo di dubbio gusto venivano citati Nixon e i reporter Bob Woodward e Carl Bernstein.
Yarbes scagliò il giornale per terra. Una maledetta talpa! E se la notizia era vera tutto nasceva proprio dalla talpa. Rifletté per alcuni istanti, passando in rassegna volti e nomi. E’ quella piccola bastarda della Collins!
Afferrò il cellulare, ma non c’era campo.
Si precipitò fuori, balzò sul pick-up e, quando vide che poteva telefonare, chiamò Langley. “Brian Stevens!”, abbaiò.
“Chi…”
“Sono Martin Yarbes. Alza quel fottuto culo e passamelo immediatamente!”
La centralinista, una nuova venuta, mise in attesa e domandò: “Chi diavolo è Martin Yarbes?”
La ragazza al suo fianco la fulminò con un’occhiata. “Era la stella, qui, Susan! E adesso è la first lady… cioè il marito di…”
Susan diventò rossa come un peperone. “Oh, merda!”
Aveva letto troppi libri e visto troppi film. “Roger!”, esclamò con entusiasmo esagerato.
Venti secondi dopo, il direttore della Central Intelligence Agency era in linea.
“Che cazzo succede, Brian?”
“Non ne ho idea, Martin. Ho parlato poco fa con Brubeck, sta indagando. Pare, comunque, che sia vero.”
“E’ stata Margaret Collins, giusto?”
“La telefonata non è protetta…”
“E allora provvedi.”
Un minuto più tardi, Yarbes risentì la voce di Stevens. “Sì, lei.”, disse. “Insieme ad altri.”
Seguì un breve silenzio.
“Io sto con Monica.”, dichiarò con voce ferma Stevens. “D’altro canto, “Diana” è sparita, e questo non si era mai verificato. Non è una faccenda semplice, mi capisci?”
“Brubeck l’ha cercata?”
“Affermativo. Spacciandola per un’operazione di routine, voluta dalla stessa Squire. Risultati, zero.”
“Dove è andata?”
Il telefono rimase muto.
“Ascoltami bene, Brian! Io ti ho insegnato a cambiarti i pannolini e a bere dal biberon. Dove cazzo è andata? Tu lo sai.”
Nessuno, in America, avrebbe osato parlare così al capo della CIA; ma Yarbes poteva, e lo sapeva, e anche Stevens lo sapeva.
Brian trasse un profondo respiro. Annuì e disse: “D’accordo, Martin.”
Yarbes considerò l’informazione. “Le hai fornito un passaporto falso?”
Stevens sospirò e guardò la finestra. La vegetazione, sempre più rigogliosa, aveva cominciato a coprire il Potomac.
“Bene.”, disse Yarbes, prima di interrompere la comunicazione. “Dell’impeachment mi importa poco, amico mio, perché il Senato non lo voterà; ma la vita di mia moglie per me è sacra. Finalmente, quel cammellaro apprenderà ciò che Martin Yarbes è in grado di fare. Ibrahim al-Ja’bari conosce il Corano, ma non gli americani.”
Brian Stevens riagganciò, posando lo sguardo sulla foto di Squire, esposta sulla parete di fronte, accanto alla bandiera stelle e strisce, e all’immagine di James Angleton (un’iniziativa personale, che non aveva riscosso particolare successo, perché da icona dell’Agenzia Angleton era in seguito diventato paranoico, scatenando una caccia alle streghe che aveva messo in ginocchio Langley. A giudizio di Stevens il “prima” superava il “dopo”, sempre che James Angleton avesse avuto veramente torto, della qual cosa non era affatto sicuro: i traditori abbondavano, eccome! E doveva ancora presentarsi Aldrich Ames… L’unica consolazione era che gli amici inglesi storicamente erano messi peggio).
Poi Brian si soffermò a riflettere sulle parole di Martin; intanto rammentava quanto Aaron Ben-David gli aveva detto: “Alla nostra maniera. Un killer. Abile, esperto, micidiale.”
E Yarbes era una macchina.
A partire da adesso iniziava l’operazione Rage.
Era ora!

Il prossimo capitolo (o un riassunto) verrà editato domenica 23 agosto. Nel frattempo, pubblicherò altro. Spero che non ci siano obiezioni. Il 16 è il giorno dopo Ferragosto.

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RAGE 54

hammadaL’agente speciale Priest si appartò e chiamò Quantico. “Devo parlare urgentemente con il direttore.” Cinque minuti più tardi, era in linea con Milton Brubeck. “Diana si è eclissata.”, annunciò con voce cupa. “Diana” era il nome in codice di Squire (tutti i presidenti degli Stati Uniti avevano avuto un nome in codice e la tradizione proseguiva).
“Non l’avete fermata?” La domanda era così idiota che non meritò una risposta, e Brubeck era il primo a rendersene conto. “E’ stata almeno seguita?”
“Negativo. La signora proviene dalla CIA, agente sul campo prima di tutto il resto… Sa individuare una “scatola” e riconoscere un pedinatore solitario.” La “scatola” è una formazione composta da quattro elementi: uno precede il soggetto, uno lo segue, gli altri due si pongono ai lati. “E qui tutti abbiamo una famiglia.”
Brubeck borbottò qualcosa, mentre spegneva il pc. Aveva visto e rivisto fino alla nausea l’ultimo intervento dell’arabo pazzo. In un impeto di megalomania Daigh aveva inserito la sua firma, il Mago, quasi si trattasse di un film.
“Sono vivo.”, aveva dichiarato un sereno e sorridente Ibrahim al-Ja’bari. “Questo per volere di Allah, il Misericordioso. Ho un compito da svolgere e non mi fermerò finché non lo avrò portato a termine. La mia sacra missione è quella di annientare il grande Satana e, in seguito, il piccolo Satana.” (Usa e Israele). “E in nome del profeta, che riposi in pace, ci riuscirò. La collera di Allah si abbatterà sui miscredenti, ma attenzione: non solo su di loro, anche sui fratelli di fede che l’hanno tradita, commerciando con i venditori di morte, trasgredendo le leggi dell’Islam, bevendo alcolici e mangiando carne di maiale. Questo è il sacro Corano” – lo mostrò – “e io agirò in base ai suoi precetti.”
Ibrahim al-Ja’bari era un hafiz; ciò significava che aveva imparato a memoria tutti i 6236 versetti del libro. Quello che però Brubeck ignorava era il fatto che come altri prima di lui aveva distorto il senso del messaggio trasmesso dal profeta. Non che a Brubeck importasse.
Riagganciò e telefonò a Quantico. Spaccciandola per un’esercitazione, ordinò che ogni aeroporto venisse strettamente sorvegliato. Se avessero riconosciuto Monica Squire, dovevano avvisarlo immediatamente. Lei si sarebbe congratulata e ci sarebbe scappata qualche promozione. Forse disponeva di documenti falsi, aggiunse (l’intuito non gli mancava); d’altro canto era eccentrica, dato che aveva lavorato a Langley. E li conosciamo, vero?
Poi rifletté. Lui stava dalla parte di Monica ed era certo che, se lei si fosse presentata alla riunione, la sciocca proposta di Margaret Collins sarebbe stata bocciata. Avrebbero raggiunto un compromesso ragionevole e in qualche modo avrebbero sistemato le cose. A Londra c’erano dei federali e, in congiunta con l’MI5, l’MI6, la Special Branch, la stessa CIA, sarebbero riusciti a sventare il pericolo.
Punto secondo: la fortezza di Ibrahim al-Ja’bari era stata protetta in maniera esemplare e le fonti di informazioni di cui il pazzo disponeva erano sicuramente degne di nota, però… però, l’incontro non si sarebbe svolto lì, visto che tale fortezza non esisteva più. Bravi russi, concesse a malincuore. Ma avremmo dovuto farlo noi, e subito! Comunque, il fatto rilevante era un altro. Ovunque Squire e l’arabo si fossero incontrati, a costui sarebbero mancate le misure difensive; quindi era più che possibile prenderlo in trappola.
Chi conosceva tale luogo?
Non ci voleva molto per arrivarci. Brian Stevens. Sebbene non amasse la Central Intelligence Agency (il che era reciproco), come uomo lo stimava. Era serio, onesto, capace.
Esitò per un momento, la mano sul telefono, poi scosse la testa.
Stevens non gli avrebbe mai rivelato alcunché.
Perché Monica Squire si comportava ancora da agente? Era il presidente degli Stati Uniti!
Che donna dannatamente formidabile, fu il suo successivo, riluttante, pensiero.

Computer e bombe atomiche hanno una cosa in comune: inizialmente erano molto costosi, di dimensioni enormi, ed era complicato costruirli; con il passare del tempo hanno seguito lo stesso percorso, e oggi esistono pc piccoli (anche piccolissimi) e i prezzi variano con dei minimi pressoché alla portata di tutti.
L’identico concetto si applica a un ordigno nucleare. La bomba trasportata dall’Enola Gay – era il nome della madre del colonnello Paul Tibbets, scelta alquanto discutibile considerando il carico di morte che portava – pesava 4.400 kg, era lunga 304,8 cm, per un diametro di 71,12 cm. Non esattamente un Little Boy…
Ai nostri giorni è possibile costruire un ordigno nucleare nel giro di qualche ora, avvalendosi di un normale banco da officina e, come per i computer, è piuttosto agevole da trasportare viste le dimensioni ridotte.
Naturalmente occorre essere esperti e Ivan Vladimirovic Todorov lo era.
Quando finalmente ricevette l’ultimo componente si mise all’opera nel magazzino che aveva preso in affitto nell’East End londinese. Il materiale proveniva dall’Ucraina e da un’altra repubblica che un tempo faceva parte dell’Unione Sovietica. Era stato introdotto in Gran Bretagna attraverso comodi canali diplomatici. Bustarelle ampiamente ripagate.
Ciò che gli serviva erano due dischi, uno di polonio e uno di litio, esplosivo plastico, uranio, un timer e poco altro. La combinazione di polonio e litio, che separati sono innocui, avrebbe fatto esplodere la bomba.
Vladimirovic Todorov lavorò con estrema attenzione, ottenne il risultato voluto, poi si lavò con l’acqua fredda del bagno e andò a bere una birra in attesa di ordini.
A differenza di Daigh, non gli interessavano gli ideali, bensì i quattrini. E li avrebbe ricevuti. Oh, sì. In abbondanza.
Il giocattolo era pronto.

Dovrei chiamarmi Hunter, si disse soddisfatto William Hunt dopo aver parlato con un informatore. L’uomo non era del tutto affidabile, ma in questo caso l’agente dell’MI5 era propenso a credergli.
La mossa successiva sarebbe stata quella di recarsi all’ambasciata italiana di Londra per fare quattro chiacchiere con un funzionario corrotto. Hunt non amava la violenza e, se possibile, non vi ricorreva. Esistevano, però, delle eccezioni. Qualora il traditore si fosse mostrato reticente, gli avrebbe spaccato le gambe. Era un lurido individuo e non meritava compassione.
A causa sua sarebbero potute morire decine di migliaia di persone.
Hunt telefonò a Sir Edward, il quale si congratulò con lui.
“Ha trovato l’ago nel pagliaio.”
“Me lo auguro proprio, signore.”
Sebbene compiaciuto, Hunt si disse che gli elogi potevano aspettare. Non era detto che, mentre otteneva una confessione completa, ci sarebbe stato ugualmente un bang.
Ma no! Dopo tutto, era un Hunter.

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RAGE 53

SarahIsraele è paragonabile a un’isola che i velieri nemici circondano da ogni lato. Se i cannoni delle navi ostili oggi non sono forse all’altezza, potrebbero esserlo domani. Occorre, dunque, mostrarsi sempre pronti, di notte e di giorno.
Qui si lavora duramente, ci si addestra in continuazione, maschi e femmine prestano il servizio militare, e chi ha due figli li manda a scuola su autobus diversi, così, se dovesse succedere qualcosa all’uno, almeno l’altro si salverebbe.
Gli israeliani, o quantomeno una parte di essi (escludendo i poco amati ultraortodossi), non sono simili agli altri ebrei sparsi per il mondo. Non accumulano ricchezze, non piangono in continuazione per ciò che erroneamente viene definito olocausto, ma che fu qualcosa di molto diverso e di ben più tragico di un sacrificio volontario offerto a Dio; essi sono duri, spietati, efficienti ai massimi livelli, e non perdonano mai.
Questo valeva anche, e soprattutto, per Aaron Ben-David.
Nella sua lunga vita il capo del Mossad aveva perso molti uomini e molte donne, lui stesso ne aveva uccisi e fatti uccidere in numero assai più elevato. Faceva parte del gioco. Ciò nonostante, forse a causa dell’età avanzata o del sincero affetto che provava per Sarah, le terribili immagini della sua decapitazione gli danzavano in continuazione davanti agli occhi, come un incubo che però era reale. Si era dimostrata forte, bella e fiera, disse a se stesso con un misto di rabbia e di ammirazione. Prima di riporla in un cassetto, contemplò per l’ultima volta una foto che la ritraeva in mimetica.
Non aveva letto il Vangelo. Conosceva invece il Corano, il Talmud, la Bibbia e, sebbene non fosse particolarmente religioso, ricordava molto bene un passo. “Occhio per occhio”.
Accese una Noblesse, aspirò una boccata di fumo, assorto nei propri cupi pensieri, poi sollevò il ricevitore. “Voglio qui David. Subito!”. Esitò per un istante, quindi aggiunse: “Quando avrò finito con lui, mettetemi in comunicazione con Langley. Desidero parlare con il direttore della CIA su una linea sicura.”
Cinque minuti più tardi David Chazan entrò nell’ufficio di Ben-David.
Era una figura lugubre. I capelli biondi, tagliati corti, contrastavano con il colore degli occhi, neri e privi di espressione, simili a un pozzo da cui non trapelava nulla. Di media statura, era robusto e largo di spalle, e questo costituiva un altro contrasto poiché il viso era magro, affilato e butterato. La carnagione era chiara, poteva ricordare quella di un nordico… o di un tedesco.
Aveva ereditato gli occhi dalla madre, i capelli dal padre, l’indole e la forza fisica dal nonno. Costui era stato Hauptsturmführer delle SS, in qualità di assistente di Kurt Franz, il comandante di Treblinka. Si era dato molto da fare e, dopo la guerra e un rapido processo, era stato giustiziato. Il figlio, che all’epoca aveva sedici anni, era cresciuto con un senso di rimorso e di ripulsa; nei limiti del possibile, aveva studiato gli orrori di cui si era macchiato il genitore, e a ventitré anni aveva scritto e pubblicato un libro che inizialmente era uscito solo in Gran Bretagna. In seguito, aveva visto la luce anche nella Germania ovest, suscitando reazioni diverse, ma perlopiù negative. Era un libro coraggioso, che raccontava con uno stile asciutto le infamie compiute dal Terzo Reich.
Avigail Mizrachi lo aveva divorato. Lavorava come infermiera in una base militare americana. Aveva voluto conoscere l’autore, e dopo la sua conversione alla fede della donna, i due si erano sposati.
Due anni più tardi, anche se con riluttanza, Israele li aveva accolti. Dalla loro unione era nato il piccolo David, che aveva assunto il nuovo cognome del padre (visti i precedenti, tale cambiamento era stato accettato). La mamma possedeva il ketubah, perciò al momento opportuno David ebbe il suo bar-mitzvah, come ogni ragazzo di madre ebraica.
I colleghi, però, quando parlavano di lui, lo chiamavano “l’assassino”. Non in sua presenza, perché David Chazan era temuto da tutti: se avesse avuto un carattere diverso, sarebbe salito molto in alto. Era tetro, introverso, taciturno, ma forse era il migliore. O, almeno, fra i primi cinque.
Ben-David non lo invitò a sedersi. Gli disse quello che voleva da lui, gli garantì informazioni precise e lo congedò. Benché lo stimasse, non lo considerava un uomo gradevole.
Il telefono squillò. Con un sospiro Ben-David si accinse ad affrontare un compito estremamente difficile.
“Buon giorno, Aaron.”
“Shalom, Brian.”
“A cosa devo l’onore?”
“Come dite voi americani? Quid pro quo?”
Seguì un silenzio. Brian Stevens era alquanto perplesso. Il Mossad non chiedeva favori, né li rendeva. Agivano in silenzio e spesso le loro azioni non entusiasmavano la CIA. Il che, peraltro, era reciproco.
Fu Ben-David a rompere il silenzio.
“Potrei fornirvi alcune notizie, piuttosto precise, sulla situazione ucraina e della Crimea.”
“Mmmm. Anch’io ho le mie fonti.”
“Oh, certo, non ne dubito… ma quattro occhi vedono meglio di due.”
“Capisco.”, ribatté Stevens, che in realtà non aveva capito ancora niente. “A titolo di amicizia?”, aggiunse, guardingo. Ben-David era notoriamente un asso; questo non escludeva che il direttore della CIA non si fidasse minimamente di lui.
“L’amicizia è sacra.”, disse l’israeliano. “Specie fra i nostri due popoli.”
“E’ indiscutibile.”
“Tuttavia un grande favore potrebbe essere compensato da un piccolo favore.”
Ecco: ci siamo, pensò Stevens. Avvertiva una vaga sensazione di allarme. Ma in quale direzione? “Dipende dal genere di favore.”
“Sarò franco.”, dichiarò Ben-David.
Stevens trattenne un sogghigno. Quando mai?
“Parli pure liberamente, la ascolto.”
“Sappiamo, tutto il mondo in verità lo sa, che la signora incontrerà, da sola, Ibrahim al-Ja’bari.”
“Sembrerebbe.”, disse cauto Brian Stevens.
“E lei sa certamente dove.”
Il direttore della CIA non rispose.
“Oh, andiamo.”, lo incalzò il capo del Mossad. “Non avranno fissato il luogo del rendez-vous attraverso segnali di fumo. Sarà stato l’NRO a provvedere, e quindi lei non può esserne all’oscuro. La scorterete? Non credo. Squire non vuole. Io conosco la signora da anni: è inflessibile nelle sue decisioni. Ora, lo scenario possibile è uno e uno soltanto. Verrà decapitata. Al Qaeda? Hamas? Ibrahim al-Ja’bari è peggio di tutti loro. Se è questo che desidera, faccia come preferisce. Ma noi possiamo salvarla dato che non dobbiamo obbedirle.”
“Che genere di operazione? Su larga scala?”, domandò Brian temporeggiando.
Ben-David tirò fuori da una tasca il fazzoletto e si deterse la fronte dal sudore: nello studio faceva caldo, ma non era per quello che sudava.
“No.”, disse. “Alla nostra maniera. Un killer. Abile, esperto, micidiale.”
Stevens rifletté. Si trovava di fronte al più grande dilemma della sua vita. Se avesse taciuto, forse Monica sarebbe davvero morta; se avesse rivelato il luogo, avrebbe tradito un segreto di Stato: e se, d’altro canto, si fosse deciso ad agire in proprio, come una parte del suo cervello macchinava, si sarebbe reso colpevole di un grave caso di disobbedienza. Negli Stati Uniti, il direttore della CIA risponde solamente al presidente, ma non viceversa, e l’obbedienza è un fatto scontato, a prescindere dalla validità degli ordini. Che siano buoni o cattivi non conta. Sono comunque ordini.
A migliaia di chilometri di distanza, Ben-David stava fumando un’altra Noblesse.
Esisteva infine un’ulteriore considerazione, la quale esulava da leggi, regolamenti e consuetudini. Brian aveva lavorato con Monica, erano stati agenti e quando lei aveva preso il posto che lui occupava attualmente lo aveva nominato DDO. Da ultimo, lo aveva issato in cima alla torre, nell’ufficio da cui adesso guardava il Potomac. La stimava. E le voleva bene.
Fu questo a deciderlo.
Al diavolo le conseguenze!
Assunse un tono di voce duro e arrogante. “Nessuna pubblicità, Aaron! Nel modo più assoluto. Non rivendicherete un bel niente. Non vi farete belli. E’ chiaro?”
“Non ne dubiti. Non desidero alcun tipo di pubblicità. Ciò che voglio è vendicare Sarah Gabai. Era come una figlia, per me.”
Brian Stevens trasse un profondo respiro.
“E allora proceda. Si incontreranno a…”

I puntini di sospensione verranno tolti fra circa un mese, con il nuovo capitolo, preceduto da un doveroso riassunto.
Nel frattempo, comunque, il blog andrà avanti. Se, però, ci fossero delle proteste (almeno cinque),  in tal caso proseguirei, rimandando il riassunto.
Buona lettura 🙂

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RAGE 52

Monica SquireLo splatter piace, si disse Daigh, il Mago, però le immagini devono essere perfette, nitide, chiare, definite. Davanti a lui, in ginocchio con le mani legate dietro la schiena, ma a capo scoperto, stavano Sarah e Lucie.
L’israeliana manteneva un’espressione fredda, da cui trapelava disprezzo; Blanchard muoveva appena le labbra. Pregava.
Daigh annuì.
Il boia decapitò prima Sarah, poi Lucie.
Bene, pensò Daigh.
Programmò la visione su internet per l’indomani.
Quando mezzo mondo vide quelle terribili immagini – i ripetuti primi piani delle due donne, i loro occhi, la glaciale compostezza dell’una e la trattenuta disperazione dell’altra, seguiti dall’azione del boia – rabbia, indignazione, odio accomunarono milioni di persone. Invano, si cercò di rintracciare la provenienza dell’ip.
A tarda sera, la notizia diffusa dalla Russia – Ibrahim al-Ja’bari era stato ucciso – suscitò entusiasmo e una feroce soddisfazione.
Alcuni minuti più tardi, a Boston, un ragazzino introverso che non eccelleva negli studi, che era negato per qualsiasi sport e che era ignorato dalle compagne di scuola, scoprì due cose: l’indirizzo dell’ip e il fatto che l’arabo era ancora vivo. Poi ne scoprì una terza che chiunque al posto suo avrebbe divulgato, poiché indicava il giorno della distruzione di Londra.
Ma Stephen, questo era il nome del ragazzo, tenne la bocca chiusa, così come aveva già fatto quando era “entrato” nel cervellone di Quantico, senza che l’FBI se ne accorgesse.

Mentre un led intermittente lampeggiava, il telefono privato di cui pochi al mondo conoscevano il numero squillò. Monica Squire si svegliò di soprassalto, accese la luce e guardò l’orologio: erano le quattro di notte. Mio Dio, pensò, l’Unione Sovietica ha invaso la Germania ovest! Una massa di ventimila carri armati che entro tre giorni sarebbe arrivata a Calais. Gli ordigni nucleari tattici… dobbiamo…
Poi si riprese. Trasse un profondo respiro e rispose.
“Brian Stevens.”, disse la voce del direttore della CIA.
“Sì, Brian?”
“Monica, mi ascolti attentamente.” In privato non la chiamava signora, dato che avevano lavorato insieme a Langley.
“Ci proverò.”, rispose lei sbadigliando.
“C’è stata una riunione, una brutta riunione. Oggi lei verrà convocata e, qualora si opponesse a quello che le chiederanno di fare…”
Ci fu una pausa imbarazzata.
“Ebbene?”
“Impeachment.”, disse Stevens in tono piatto.
Squire si svegliò del tutto. Prese il pacchetto di sigarette e ne accese una. La spense subito perché il sapore era orribile.
“Di chi è la proposta?”, domandò.
“Margaret Collins.”
Fu come se l’avessero colpita con un violento pugno allo stomaco. “Capisco.”, disse dopo un momento.
“Per la verità, c’è già stata una votazione. Si è risolta con un pareggio, ma ho i miei motivi per pensare che un paio di persone sarebbero pronte a cambiare campo. Alla fine, è stato Brubeck a proporre un incontro. Fiutava l’aria, secondo me. Lui è contrario.”
Monica fece un sorriso amaro. Proprio come ai tempi dell’Urss. Il Politburo si riuniva e, a sorpresa, il segretario generale veniva deposto. La tipica congiura di palazzo.
“Procediamo con un’operazione alla bin Laden.”, suggerì il direttore della CIA, pur sapendo che la richiesta sarebbe stata ancora una volta respinta.
“No. Senta Brian, la ringrazio di cuore. Stia sicuro che non dimenticherò questa telefonata. Dica a Kline di contattare immediatamente l’assassino. Voglio vederlo al più presto. Chiamerò Bill a mezzogiorno. Ah, un’ultima cosa: ho bisogno di documenti falsi. A nome di una giornalista. Telefonerò anche a lei e le dirò dove trovarmi.”
Riagganciò, fece una rapida doccia, indossò abiti sportivi e uscì nella notte.
Gli agenti del servizio di sicurezza la guardarono sbigottiti e lo stupore fu massimo quando ricevettero l’ordine di restare dov’erano. Poco convinti, si irrigidirono sull’attenti.

Il tenente generale Vasiliy Ivanovic Melnikov, primo vicecapo del SVR, non era arrivato a quell’altissimo livello affidandosi alla fortuna o basando le sue azioni sull’operato di tre soli uomini, per quanto validi essi fossero.
Lasciava agli americani tali azioni da cow-boy. Dopotutto, il generale Custer non era nato in Russia. Per uccidere un orso, occorre attaccarlo da due lati. E ciascuno dei cacciatori deve avere un’arma di scorta, nel caso la prima si inceppi.
Invisibile nel cielo, il drone TU-300 (che ufficialmente era ancora in fase di sperimentazione, cosa non vera) tutto vedeva, trasmettendo a Mosca in un microsecondo le immagini catturate. Da Mosca rimbalzarono a bordo di un KA-52 Aligator, proveniente dal Sudan. L’elicottero viaggiava alla velocità di centosessanta chilometri orari. Piombò sul terreno dove la jeep era esplosa, simile a un falco in picchiata.
Ben prima di toccare il suolo, il cecchino imbracciò Il fucile MTS-116M e fece fuoco.
Del mamba non rimase più nulla.
Poche ore più tardi, Miloslav Pomarev fu ricoverato all’Istituto di medicina e ricerca di Stato a Mosca.
Prima di sera, un missile Kh-55SM distrusse la vecchia fortezza.
Il giorno seguente, per volere di Putin, Yarbes salì su un aereo e venne rispedito negli Stati Uniti.

William Hunt studiò attentamente i fascicoli ricevuti da Sir Edward. Quindi, svolse delle indagini dalle quali appurò che uno dei soggetti era in Iraq, un altro in Giappone. Il terzo, invece, sotto falso nome, si trovava a Londra. Era Ivan Vladimirovic Todorov.
I documenti erano stati già usati in precedenza, ma non c’era niente di strano in questo. Todorov se ne infischiava; era addirittura insolito che si fosse preso la briga di utilizzarli, anziché presentarsi come Todorov in persona.
Sapeva che, benché fosse odiato, era altresì considerato prezioso. Un giorno o l’altro avrebbe potuto lavorare per la Gran Bretagna, così come in passato aveva fatto con varie altre nazioni. Era il numero uno nel suo campo. Ed era difficile resistere al suo sinistro fascino. Alla competenza. E alla mancanza di scrupoli. Un mercante di morte, si disse Hunt. E un maestro di tecnologia.
Poi due termini assorbirono la sua mente. Litio e Plutonio. Litio e Plutonio. Con questi elementi Todorov avrebbe costruito una bomba atomica.
Hunt rabbrividì.

Monica aveva appena finito di mangiucchiare un sandwich, quando Brian Stevens comparve nella tavola calda situata alla periferia di Washington. Vestiva di grigio, e grigio era il suo umore. Prese posto accanto a lei con aria cupa e le porse un passaporto. “Dovrà tingersi i capelli e mettere degli occhiali.”
“Non c’è problema.”
Brian ordinò un caffè, squadrando con disgusto alcune ciccione che si imbottivano di dolci. Il suo ribrezzo si estese ai bambini, grassi quanto le loro madri. Al contrario, benché fosse pallida, Monica sembrava in perfetta forma: jeans e sneakers la ringiovanivano.
“Il comitato Rage?”, si informò Squire.
“Procederanno.”, disse Stevens.
“Che si impicchino!”
Stevens annuì. “E’ ciò che accadrà. Almeno, me lo auguro.”
“Brian, io ho affrontato Matrioska. Crede che abbia paura di quattro traditori?”
Stevens sorrise. “Conosce già la risposta.”
“Kline?”
“Ha stabilito il contatto. Vi incontrerete fra quattro giorni e io verrò con lei.”
Squire scosse il capo. “E’ gentile da parte sua propormelo, però la risposta è no.”
“Lo immaginavo.”, mormorò Stevens. “In ogni caso, sappiamo dove.”
“In Egitto?”, chiese Monica.
“Oh, no. In un Paese notoriamente ridicolo in fatto di intelligence.”

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RAGE 51

hammadaLa riunione si svolse alle due di notte, all’insaputa di Monica Squire. Vi parteciparono quasi tutti i membri del comitato Rage, convocati a quella ora insolita da Margaret Collins.
L’atmosfera era tetra e solenne.
Collins annunciò che sebbene con grande dispiacere riteneva che fosse giunto il momento di ricorrere all’impeachment. “L’avete ascoltata tutti.”, dichiarò. “Un gran bel discorso, in teoria, ma in realtà un discorso pronunciato da una persona non più in grado di svolgere i propri compiti, una persona evidentemente disturbata. Per carità, c’è da capirla, ma questo non toglie che ormai sia inadatta a ricoprire il ruolo fondamentale che riveste. Un presidente degli Stati Uniti non può andare a inginocchiarsi davanti a un feroce assassino. In quanto alla corazza di cui ha parlato, essa è frutto di fantasia, indipendentemente dal fatto che gli americani abbiano apprezzato tale slancio poetico. Qual è il vostro pensiero, signori?”
Seguì un momento di silenzio.
Milton Brubeck alzò gli occhi al soffitto. “Non saprei.”, disse. “E’ una donna impulsiva, a volte incontrollabile; ma io la stimo. Vediamo i precedenti. Bill Clinton aveva mentito alla nazione, però il Senato lo assolse, in quanto un pompino è un fatto privato. Nixon fece di peggio, ma fortunatamente si dimise. Monica non lo farà. E qui non si tratta di un pompino, bensì di Londra… e di una bomba atomica.”
“Voto contro.”, intervenne Brian Stevens, il direttore della CIA. “Lei dice che andrà da sola. Così non sarà. Siamo ancora capaci di gestire certe operazioni. Prenderemo l’arabo e lo termineremo, seduta stante.”
Margaret bevve un sorso di caffè, quindi sbirciò il numero uno di Langley. Era una creatura di Monica, come lei stessa del resto; ciò nonostante, esistevano dei momenti in cui occorreva dimenticare riconoscenza e affetto, in nome del bene comune. Non si considerava una traditrice, piuttosto una buona amica pronta ad aiutare una persona in difficoltà.
Con un gesto incoraggiò gli altri ad esprimersi.
“Io sono stato bloccato e avrei potuto risolvere la situazione. Ancora oggi potrei farlo, se la signora Squire me lo permettesse.”, sentenziò Jim Patterson della Delta Force. “Voto a favore.”
Il Segretario di Stato assunse un’aria afflitta. “Ne va del prestigio degli Stati Uniti. Inoltre, non abbiamo mai avuto una donna come presidente. Propongo di riflettere e di aggiornarci in seguito.”
“Sarebbe un’idea saggia. Purtroppo ci manca il tempo.”, osservò il capo degli Stati Maggiori congiunti. “Voto a favore.”
Il ministro degli Esteri sporse le labbra. “C’è un’altra questione da non sottovalutare. Il discorso è stato ascoltato anche in Inghilterra e da sempre la Gran Bretagna è la nostra più fedele alleata.”
“Hanno tentato pure in Israele e il Mossad li ha fermati. L’MI5 farà altrettanto.”, ribatté il procuratore generale, scrollando le spalle.
“E’ una possibilità.”, mormorò il Segretario di Stato. In cuor suo, pensava che il Mossad non badava ai diritti civili, al pari della CIA, dei federali e del vecchio KGB, il Regno Unito invece sì, fin troppo. La sua ammirazione andava a quella verde isola. Peraltro i britannici erano più vulnerabili.
Al termine della riunione i voti risultarono in perfetta parità: non aveva prevalso nessuna delle due fazioni.
Emerse una nuova opinione, quella del direttore dell’FBI. “La convocheremo e studieremo un modo migliore per affrontare questa emergenza. Squire dovrà ascoltarci!”
Benché fosse poco convinta, Margaret Collins annuì. “Domani stesso… anzi, oggi stesso, data l’ora.”
La riunione si sciolse.
Rimasta sola, Margaret aprì la porta-finestra che dava sulla veranda. La notte era limpida e tiepida, nel cielo splendevano le stelle. Assaporò l’aria fragrante e, nonostante l’amicizia che la legava a Monica, fu sfiorata da un pensiero che le piacque: presto si sarebbe trasferita dal Number One Observatory Circle alla Casa Bianca.

A causa della polvere gli bruciavano gli occhi. Pomarev mancò di poco il bersaglio.
Yarbes, che era miracolosamente illeso a parte qualche ferita superficiale, lo raggiunse con un balzo, sferrò un calcio che gli strappò il Saiga-12 dalle mani, raccolse l’arma e lo fissò. Scosse la testa. “Sei la più lurida carogna che io abbia mai conosciuto, e ne ho conosciute tante. Perfino Matrioska era migliore di te: lui uccideva solamente per necessità o a seguito di un preciso comando. Non mi abbasserò al tuo livello. A Mosca mia moglie ti risparmiò la vita, io seguirò il suo esempio. Buona fortuna.”
Lanciò uno sguardo al corpo sfracellato di Volkov e si allontanò verso sud. Lo attendeva un lungo cammino. Avrebbe saputo trovare acqua e cibo durante il tragitto e, ciò che più contava, era armato.
Pomarev grugnì di rabbia e di dolore. Si accasciò, ma un istante dopo sollevò il capo. Forse quello che vedeva era un miraggio, forse no. Strisciò nuovamente, affidandosi alla sola forza di volontà. Pensò di svenire, però riuscì ad agguantare la cassetta del pronto soccorso. Sebbene fosse consapevole che quello che faceva era del tutto inutile, si iniettò due dosi di Ugurol, due fiale da 5 ml, per frenare almeno parzialmente l’emorragia. Prese due lacci emostatici che strinse con forza bloccando la circolazione del sangue. Era un uomo morto, lo sapeva: agiva unicamente in base all’istinto di sopravvivenza, al di là della ragione e di ogni speranza. Un istinto atavico che fin dalla notte dei tempi non aveva mai abbandonato l’uomo.
Senza un aiuto, ho una possibilità su un milione, pensò cupamente.
Chiuse gli occhi, stremato, poi udì un forte soffio e li riaprì.
In teoria, l’essere mostruoso che scorse avrebbe dovuto trovarsi molto più a sud; ma per qualche strano motivo invece era davanti a lui, a pochi metri di distanza. Pomarev lo conosceva per averne letto e per aver visto delle foto, però ne ignorava le abitudini. Era abituato a cacciare orsi, lupi, tigri siberiane, tra nevi e ghiaccio, nell’immensa Siberia; ma nemmeno il più feroce e gigantesco orso gli avrebbe fatto quell’effetto.
Era un’apparizione sinistra e orribile. Un’immagine da incubo.
Il Mamba si sollevò, raggiungendo quasi l’altezza di un essere umano. Di norma si cibava di topi, galline e altri serpenti; e se non lo infastidivi era altamente improbabile che ti assalisse. Uomini e donne non lo interessavano particolarmente, tuttavia “quel” Mamba era irritato e di spirito bellicoso, forse per via del caldo torrido o per una caccia che si era rivelata infruttosa.
Gli occhi glaciali spiccavano sulla testa preistorica, come un presagio di morte. Le scaglie dorsali di un vago colore grigio metallico brillavano al sole. L’interno della bocca era nero come l’inferno. Soffiò ancora. Miloslav Pomarev represse l’ondata di terrore e si appiattì al suolo.
Da quel poco che aveva appreso sapeva che, se pure avesse avuto ancora le gambe intatte, difficilmente sarebbe riuscito a sfuggirgli, poiché era velocissimo. Se si fosse arrampicato su un albero, Il Mamba sarebbe salito più rapidamente di lui, se si fosse tuffato in un ruscello, lo avrebbe ugualmente raggiunto. E lì non c’erano né alberi, né ruscelli; e lui era privo delle gambe.
Rimase immobile, respirando piano, evitando di guardarlo.
In caso di assalto, ma questo non lo sapeva, lo avrebbe morso una, due, dieci volte, provocando una sofferenza indicibile, oltre a nausea, vomito, diarrea, finché, pur rimanendo cosciente, sarebbe sopraggiunta l’immobilità totale, alla quale sarebbe seguita la morte quando il veleno avesse raggiunto il cuore.
Il rettile tornò a sollevarsi e gli occhi impacabili si fissarono sul russo.
Pomarev questa volta lo guardò, cercando di imporre la sua volontà. Malgrado stesse comunque per morire, non intendeva arrendersi. La sua mente si affollò di ricordi. L’addestramento Spetsnaz, la capacità di ridurre il battito cardiaco, di ignorare paura e dolore, di assimilare il comportamento di un animale. Purtroppo in Russia non c’erano i Mamba.
Il serpente sibilò di nuovo, portandosi a meno di un metro dall’ex maggiore del Gruppo Alpha. Pomarev avvertiva l’alito pestilenziale di ratti divorati. Il sudore gli ruscellava sulla fronte, la schiena era fradicia; si sentiva debolissimo, e si odiò per questo.
A un tratto il suo intero campo visivo fu occupato dall’orribile testa del rettile. Scorse la cavità nera delle fauci, capì che stava per colpire.
La gola palpitante si aprì completamente, simile a una caverna ricavata nelle profondità degli inferi.
Vattene!, gli ordinò mentalmente Pomarev.
Poi il Mamba scattò.
Molti, moltissimi, avrebbero urlato disperandosi, mentre lo sfintere si rilasciava, oppure simili a uno struzzo si sarebbero chinati chiudendo gli occhi per non assistere alla propria fine.
Miloslav Pomarev, capitano del GRU ed ex maggiore del Gruppo Alpha, osservò la morte in arrivo senza battere ciglio.

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