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Archive for the ‘rage’ Category

RAGE 54

hammadaL’agente speciale Priest si appartò e chiamò Quantico. “Devo parlare urgentemente con il direttore.” Cinque minuti più tardi, era in linea con Milton Brubeck. “Diana si è eclissata.”, annunciò con voce cupa. “Diana” era il nome in codice di Squire (tutti i presidenti degli Stati Uniti avevano avuto un nome in codice e la tradizione proseguiva).
“Non l’avete fermata?” La domanda era così idiota che non meritò una risposta, e Brubeck era il primo a rendersene conto. “E’ stata almeno seguita?”
“Negativo. La signora proviene dalla CIA, agente sul campo prima di tutto il resto… Sa individuare una “scatola” e riconoscere un pedinatore solitario.” La “scatola” è una formazione composta da quattro elementi: uno precede il soggetto, uno lo segue, gli altri due si pongono ai lati. “E qui tutti abbiamo una famiglia.”
Brubeck borbottò qualcosa, mentre spegneva il pc. Aveva visto e rivisto fino alla nausea l’ultimo intervento dell’arabo pazzo. In un impeto di megalomania Daigh aveva inserito la sua firma, il Mago, quasi si trattasse di un film.
“Sono vivo.”, aveva dichiarato un sereno e sorridente Ibrahim al-Ja’bari. “Questo per volere di Allah, il Misericordioso. Ho un compito da svolgere e non mi fermerò finché non lo avrò portato a termine. La mia sacra missione è quella di annientare il grande Satana e, in seguito, il piccolo Satana.” (Usa e Israele). “E in nome del profeta, che riposi in pace, ci riuscirò. La collera di Allah si abbatterà sui miscredenti, ma attenzione: non solo su di loro, anche sui fratelli di fede che l’hanno tradita, commerciando con i venditori di morte, trasgredendo le leggi dell’Islam, bevendo alcolici e mangiando carne di maiale. Questo è il sacro Corano” – lo mostrò – “e io agirò in base ai suoi precetti.”
Ibrahim al-Ja’bari era un hafiz; ciò significava che aveva imparato a memoria tutti i 6236 versetti del libro. Quello che però Brubeck ignorava era il fatto che come altri prima di lui aveva distorto il senso del messaggio trasmesso dal profeta. Non che a Brubeck importasse.
Riagganciò e telefonò a Quantico. Spaccciandola per un’esercitazione, ordinò che ogni aeroporto venisse strettamente sorvegliato. Se avessero riconosciuto Monica Squire, dovevano avvisarlo immediatamente. Lei si sarebbe congratulata e ci sarebbe scappata qualche promozione. Forse disponeva di documenti falsi, aggiunse (l’intuito non gli mancava); d’altro canto era eccentrica, dato che aveva lavorato a Langley. E li conosciamo, vero?
Poi rifletté. Lui stava dalla parte di Monica ed era certo che, se lei si fosse presentata alla riunione, la sciocca proposta di Margaret Collins sarebbe stata bocciata. Avrebbero raggiunto un compromesso ragionevole e in qualche modo avrebbero sistemato le cose. A Londra c’erano dei federali e, in congiunta con l’MI5, l’MI6, la Special Branch, la stessa CIA, sarebbero riusciti a sventare il pericolo.
Punto secondo: la fortezza di Ibrahim al-Ja’bari era stata protetta in maniera esemplare e le fonti di informazioni di cui il pazzo disponeva erano sicuramente degne di nota, però… però, l’incontro non si sarebbe svolto lì, visto che tale fortezza non esisteva più. Bravi russi, concesse a malincuore. Ma avremmo dovuto farlo noi, e subito! Comunque, il fatto rilevante era un altro. Ovunque Squire e l’arabo si fossero incontrati, a costui sarebbero mancate le misure difensive; quindi era più che possibile prenderlo in trappola.
Chi conosceva tale luogo?
Non ci voleva molto per arrivarci. Brian Stevens. Sebbene non amasse la Central Intelligence Agency (il che era reciproco), come uomo lo stimava. Era serio, onesto, capace.
Esitò per un momento, la mano sul telefono, poi scosse la testa.
Stevens non gli avrebbe mai rivelato alcunché.
Perché Monica Squire si comportava ancora da agente? Era il presidente degli Stati Uniti!
Che donna dannatamente formidabile, fu il suo successivo, riluttante, pensiero.

Computer e bombe atomiche hanno una cosa in comune: inizialmente erano molto costosi, di dimensioni enormi, ed era complicato costruirli; con il passare del tempo hanno seguito lo stesso percorso, e oggi esistono pc piccoli (anche piccolissimi) e i prezzi variano con dei minimi pressoché alla portata di tutti.
L’identico concetto si applica a un ordigno nucleare. La bomba trasportata dall’Enola Gay – era il nome della madre del colonnello Paul Tibbets, scelta alquanto discutibile considerando il carico di morte che portava – pesava 4.400 kg, era lunga 304,8 cm, per un diametro di 71,12 cm. Non esattamente un Little Boy…
Ai nostri giorni è possibile costruire un ordigno nucleare nel giro di qualche ora, avvalendosi di un normale banco da officina e, come per i computer, è piuttosto agevole da trasportare viste le dimensioni ridotte.
Naturalmente occorre essere esperti e Ivan Vladimirovic Todorov lo era.
Quando finalmente ricevette l’ultimo componente si mise all’opera nel magazzino che aveva preso in affitto nell’East End londinese. Il materiale proveniva dall’Ucraina e da un’altra repubblica che un tempo faceva parte dell’Unione Sovietica. Era stato introdotto in Gran Bretagna attraverso comodi canali diplomatici. Bustarelle ampiamente ripagate.
Ciò che gli serviva erano due dischi, uno di polonio e uno di litio, esplosivo plastico, uranio, un timer e poco altro. La combinazione di polonio e litio, che separati sono innocui, avrebbe fatto esplodere la bomba.
Vladimirovic Todorov lavorò con estrema attenzione, ottenne il risultato voluto, poi si lavò con l’acqua fredda del bagno e andò a bere una birra in attesa di ordini.
A differenza di Daigh, non gli interessavano gli ideali, bensì i quattrini. E li avrebbe ricevuti. Oh, sì. In abbondanza.
Il giocattolo era pronto.

Dovrei chiamarmi Hunter, si disse soddisfatto William Hunt dopo aver parlato con un informatore. L’uomo non era del tutto affidabile, ma in questo caso l’agente dell’MI5 era propenso a credergli.
La mossa successiva sarebbe stata quella di recarsi all’ambasciata italiana di Londra per fare quattro chiacchiere con un funzionario corrotto. Hunt non amava la violenza e, se possibile, non vi ricorreva. Esistevano, però, delle eccezioni. Qualora il traditore si fosse mostrato reticente, gli avrebbe spaccato le gambe. Era un lurido individuo e non meritava compassione.
A causa sua sarebbero potute morire decine di migliaia di persone.
Hunt telefonò a Sir Edward, il quale si congratulò con lui.
“Ha trovato l’ago nel pagliaio.”
“Me lo auguro proprio, signore.”
Sebbene compiaciuto, Hunt si disse che gli elogi potevano aspettare. Non era detto che, mentre otteneva una confessione completa, ci sarebbe stato ugualmente un bang.
Ma no! Dopo tutto, era un Hunter.

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RAGE 53

SarahIsraele è paragonabile a un’isola che i velieri nemici circondano da ogni lato. Se i cannoni delle navi ostili oggi non sono forse all’altezza, potrebbero esserlo domani. Occorre, dunque, mostrarsi sempre pronti, di notte e di giorno.
Qui si lavora duramente, ci si addestra in continuazione, maschi e femmine prestano il servizio militare, e chi ha due figli li manda a scuola su autobus diversi, così, se dovesse succedere qualcosa all’uno, almeno l’altro si salverebbe.
Gli israeliani, o quantomeno una parte di essi (escludendo i poco amati ultraortodossi), non sono simili agli altri ebrei sparsi per il mondo. Non accumulano ricchezze, non piangono in continuazione per ciò che erroneamente viene definito olocausto, ma che fu qualcosa di molto diverso e di ben più tragico di un sacrificio volontario offerto a Dio; essi sono duri, spietati, efficienti ai massimi livelli, e non perdonano mai.
Questo valeva anche, e soprattutto, per Aaron Ben-David.
Nella sua lunga vita il capo del Mossad aveva perso molti uomini e molte donne, lui stesso ne aveva uccisi e fatti uccidere in numero assai più elevato. Faceva parte del gioco. Ciò nonostante, forse a causa dell’età avanzata o del sincero affetto che provava per Sarah, le terribili immagini della sua decapitazione gli danzavano in continuazione davanti agli occhi, come un incubo che però era reale. Si era dimostrata forte, bella e fiera, disse a se stesso con un misto di rabbia e di ammirazione. Prima di riporla in un cassetto, contemplò per l’ultima volta una foto che la ritraeva in mimetica.
Non aveva letto il Vangelo. Conosceva invece il Corano, il Talmud, la Bibbia e, sebbene non fosse particolarmente religioso, ricordava molto bene un passo. “Occhio per occhio”.
Accese una Noblesse, aspirò una boccata di fumo, assorto nei propri cupi pensieri, poi sollevò il ricevitore. “Voglio qui David. Subito!”. Esitò per un istante, quindi aggiunse: “Quando avrò finito con lui, mettetemi in comunicazione con Langley. Desidero parlare con il direttore della CIA su una linea sicura.”
Cinque minuti più tardi David Chazan entrò nell’ufficio di Ben-David.
Era una figura lugubre. I capelli biondi, tagliati corti, contrastavano con il colore degli occhi, neri e privi di espressione, simili a un pozzo da cui non trapelava nulla. Di media statura, era robusto e largo di spalle, e questo costituiva un altro contrasto poiché il viso era magro, affilato e butterato. La carnagione era chiara, poteva ricordare quella di un nordico… o di un tedesco.
Aveva ereditato gli occhi dalla madre, i capelli dal padre, l’indole e la forza fisica dal nonno. Costui era stato Hauptsturmführer delle SS, in qualità di assistente di Kurt Franz, il comandante di Treblinka. Si era dato molto da fare e, dopo la guerra e un rapido processo, era stato giustiziato. Il figlio, che all’epoca aveva sedici anni, era cresciuto con un senso di rimorso e di ripulsa; nei limiti del possibile, aveva studiato gli orrori di cui si era macchiato il genitore, e a ventitré anni aveva scritto e pubblicato un libro che inizialmente era uscito solo in Gran Bretagna. In seguito, aveva visto la luce anche nella Germania ovest, suscitando reazioni diverse, ma perlopiù negative. Era un libro coraggioso, che raccontava con uno stile asciutto le infamie compiute dal Terzo Reich.
Avigail Mizrachi lo aveva divorato. Lavorava come infermiera in una base militare americana. Aveva voluto conoscere l’autore, e dopo la sua conversione alla fede della donna, i due si erano sposati.
Due anni più tardi, anche se con riluttanza, Israele li aveva accolti. Dalla loro unione era nato il piccolo David, che aveva assunto il nuovo cognome del padre (visti i precedenti, tale cambiamento era stato accettato). La mamma possedeva il ketubah, perciò al momento opportuno David ebbe il suo bar-mitzvah, come ogni ragazzo di madre ebraica.
I colleghi, però, quando parlavano di lui, lo chiamavano “l’assassino”. Non in sua presenza, perché David Chazan era temuto da tutti: se avesse avuto un carattere diverso, sarebbe salito molto in alto. Era tetro, introverso, taciturno, ma forse era il migliore. O, almeno, fra i primi cinque.
Ben-David non lo invitò a sedersi. Gli disse quello che voleva da lui, gli garantì informazioni precise e lo congedò. Benché lo stimasse, non lo considerava un uomo gradevole.
Il telefono squillò. Con un sospiro Ben-David si accinse ad affrontare un compito estremamente difficile.
“Buon giorno, Aaron.”
“Shalom, Brian.”
“A cosa devo l’onore?”
“Come dite voi americani? Quid pro quo?”
Seguì un silenzio. Brian Stevens era alquanto perplesso. Il Mossad non chiedeva favori, né li rendeva. Agivano in silenzio e spesso le loro azioni non entusiasmavano la CIA. Il che, peraltro, era reciproco.
Fu Ben-David a rompere il silenzio.
“Potrei fornirvi alcune notizie, piuttosto precise, sulla situazione ucraina e della Crimea.”
“Mmmm. Anch’io ho le mie fonti.”
“Oh, certo, non ne dubito… ma quattro occhi vedono meglio di due.”
“Capisco.”, ribatté Stevens, che in realtà non aveva capito ancora niente. “A titolo di amicizia?”, aggiunse, guardingo. Ben-David era notoriamente un asso; questo non escludeva che il direttore della CIA non si fidasse minimamente di lui.
“L’amicizia è sacra.”, disse l’israeliano. “Specie fra i nostri due popoli.”
“E’ indiscutibile.”
“Tuttavia un grande favore potrebbe essere compensato da un piccolo favore.”
Ecco: ci siamo, pensò Stevens. Avvertiva una vaga sensazione di allarme. Ma in quale direzione? “Dipende dal genere di favore.”
“Sarò franco.”, dichiarò Ben-David.
Stevens trattenne un sogghigno. Quando mai?
“Parli pure liberamente, la ascolto.”
“Sappiamo, tutto il mondo in verità lo sa, che la signora incontrerà, da sola, Ibrahim al-Ja’bari.”
“Sembrerebbe.”, disse cauto Brian Stevens.
“E lei sa certamente dove.”
Il direttore della CIA non rispose.
“Oh, andiamo.”, lo incalzò il capo del Mossad. “Non avranno fissato il luogo del rendez-vous attraverso segnali di fumo. Sarà stato l’NRO a provvedere, e quindi lei non può esserne all’oscuro. La scorterete? Non credo. Squire non vuole. Io conosco la signora da anni: è inflessibile nelle sue decisioni. Ora, lo scenario possibile è uno e uno soltanto. Verrà decapitata. Al Qaeda? Hamas? Ibrahim al-Ja’bari è peggio di tutti loro. Se è questo che desidera, faccia come preferisce. Ma noi possiamo salvarla dato che non dobbiamo obbedirle.”
“Che genere di operazione? Su larga scala?”, domandò Brian temporeggiando.
Ben-David tirò fuori da una tasca il fazzoletto e si deterse la fronte dal sudore: nello studio faceva caldo, ma non era per quello che sudava.
“No.”, disse. “Alla nostra maniera. Un killer. Abile, esperto, micidiale.”
Stevens rifletté. Si trovava di fronte al più grande dilemma della sua vita. Se avesse taciuto, forse Monica sarebbe davvero morta; se avesse rivelato il luogo, avrebbe tradito un segreto di Stato: e se, d’altro canto, si fosse deciso ad agire in proprio, come una parte del suo cervello macchinava, si sarebbe reso colpevole di un grave caso di disobbedienza. Negli Stati Uniti, il direttore della CIA risponde solamente al presidente, ma non viceversa, e l’obbedienza è un fatto scontato, a prescindere dalla validità degli ordini. Che siano buoni o cattivi non conta. Sono comunque ordini.
A migliaia di chilometri di distanza, Ben-David stava fumando un’altra Noblesse.
Esisteva infine un’ulteriore considerazione, la quale esulava da leggi, regolamenti e consuetudini. Brian aveva lavorato con Monica, erano stati agenti e quando lei aveva preso il posto che lui occupava attualmente lo aveva nominato DDO. Da ultimo, lo aveva issato in cima alla torre, nell’ufficio da cui adesso guardava il Potomac. La stimava. E le voleva bene.
Fu questo a deciderlo.
Al diavolo le conseguenze!
Assunse un tono di voce duro e arrogante. “Nessuna pubblicità, Aaron! Nel modo più assoluto. Non rivendicherete un bel niente. Non vi farete belli. E’ chiaro?”
“Non ne dubiti. Non desidero alcun tipo di pubblicità. Ciò che voglio è vendicare Sarah Gabai. Era come una figlia, per me.”
Brian Stevens trasse un profondo respiro.
“E allora proceda. Si incontreranno a…”

I puntini di sospensione verranno tolti fra circa un mese, con il nuovo capitolo, preceduto da un doveroso riassunto.
Nel frattempo, comunque, il blog andrà avanti. Se, però, ci fossero delle proteste (almeno cinque),  in tal caso proseguirei, rimandando il riassunto.
Buona lettura 🙂

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RAGE 52

Monica SquireLo splatter piace, si disse Daigh, il Mago, però le immagini devono essere perfette, nitide, chiare, definite. Davanti a lui, in ginocchio con le mani legate dietro la schiena, ma a capo scoperto, stavano Sarah e Lucie.
L’israeliana manteneva un’espressione fredda, da cui trapelava disprezzo; Blanchard muoveva appena le labbra. Pregava.
Daigh annuì.
Il boia decapitò prima Sarah, poi Lucie.
Bene, pensò Daigh.
Programmò la visione su internet per l’indomani.
Quando mezzo mondo vide quelle terribili immagini – i ripetuti primi piani delle due donne, i loro occhi, la glaciale compostezza dell’una e la trattenuta disperazione dell’altra, seguiti dall’azione del boia – rabbia, indignazione, odio accomunarono milioni di persone. Invano, si cercò di rintracciare la provenienza dell’ip.
A tarda sera, la notizia diffusa dalla Russia – Ibrahim al-Ja’bari era stato ucciso – suscitò entusiasmo e una feroce soddisfazione.
Alcuni minuti più tardi, a Boston, un ragazzino introverso che non eccelleva negli studi, che era negato per qualsiasi sport e che era ignorato dalle compagne di scuola, scoprì due cose: l’indirizzo dell’ip e il fatto che l’arabo era ancora vivo. Poi ne scoprì una terza che chiunque al posto suo avrebbe divulgato, poiché indicava il giorno della distruzione di Londra.
Ma Stephen, questo era il nome del ragazzo, tenne la bocca chiusa, così come aveva già fatto quando era “entrato” nel cervellone di Quantico, senza che l’FBI se ne accorgesse.

Mentre un led intermittente lampeggiava, il telefono privato di cui pochi al mondo conoscevano il numero squillò. Monica Squire si svegliò di soprassalto, accese la luce e guardò l’orologio: erano le quattro di notte. Mio Dio, pensò, l’Unione Sovietica ha invaso la Germania ovest! Una massa di ventimila carri armati che entro tre giorni sarebbe arrivata a Calais. Gli ordigni nucleari tattici… dobbiamo…
Poi si riprese. Trasse un profondo respiro e rispose.
“Brian Stevens.”, disse la voce del direttore della CIA.
“Sì, Brian?”
“Monica, mi ascolti attentamente.” In privato non la chiamava signora, dato che avevano lavorato insieme a Langley.
“Ci proverò.”, rispose lei sbadigliando.
“C’è stata una riunione, una brutta riunione. Oggi lei verrà convocata e, qualora si opponesse a quello che le chiederanno di fare…”
Ci fu una pausa imbarazzata.
“Ebbene?”
“Impeachment.”, disse Stevens in tono piatto.
Squire si svegliò del tutto. Prese il pacchetto di sigarette e ne accese una. La spense subito perché il sapore era orribile.
“Di chi è la proposta?”, domandò.
“Margaret Collins.”
Fu come se l’avessero colpita con un violento pugno allo stomaco. “Capisco.”, disse dopo un momento.
“Per la verità, c’è già stata una votazione. Si è risolta con un pareggio, ma ho i miei motivi per pensare che un paio di persone sarebbero pronte a cambiare campo. Alla fine, è stato Brubeck a proporre un incontro. Fiutava l’aria, secondo me. Lui è contrario.”
Monica fece un sorriso amaro. Proprio come ai tempi dell’Urss. Il Politburo si riuniva e, a sorpresa, il segretario generale veniva deposto. La tipica congiura di palazzo.
“Procediamo con un’operazione alla bin Laden.”, suggerì il direttore della CIA, pur sapendo che la richiesta sarebbe stata ancora una volta respinta.
“No. Senta Brian, la ringrazio di cuore. Stia sicuro che non dimenticherò questa telefonata. Dica a Kline di contattare immediatamente l’assassino. Voglio vederlo al più presto. Chiamerò Bill a mezzogiorno. Ah, un’ultima cosa: ho bisogno di documenti falsi. A nome di una giornalista. Telefonerò anche a lei e le dirò dove trovarmi.”
Riagganciò, fece una rapida doccia, indossò abiti sportivi e uscì nella notte.
Gli agenti del servizio di sicurezza la guardarono sbigottiti e lo stupore fu massimo quando ricevettero l’ordine di restare dov’erano. Poco convinti, si irrigidirono sull’attenti.

Il tenente generale Vasiliy Ivanovic Melnikov, primo vicecapo del SVR, non era arrivato a quell’altissimo livello affidandosi alla fortuna o basando le sue azioni sull’operato di tre soli uomini, per quanto validi essi fossero.
Lasciava agli americani tali azioni da cow-boy. Dopotutto, il generale Custer non era nato in Russia. Per uccidere un orso, occorre attaccarlo da due lati. E ciascuno dei cacciatori deve avere un’arma di scorta, nel caso la prima si inceppi.
Invisibile nel cielo, il drone TU-300 (che ufficialmente era ancora in fase di sperimentazione, cosa non vera) tutto vedeva, trasmettendo a Mosca in un microsecondo le immagini catturate. Da Mosca rimbalzarono a bordo di un KA-52 Aligator, proveniente dal Sudan. L’elicottero viaggiava alla velocità di centosessanta chilometri orari. Piombò sul terreno dove la jeep era esplosa, simile a un falco in picchiata.
Ben prima di toccare il suolo, il cecchino imbracciò Il fucile MTS-116M e fece fuoco.
Del mamba non rimase più nulla.
Poche ore più tardi, Miloslav Pomarev fu ricoverato all’Istituto di medicina e ricerca di Stato a Mosca.
Prima di sera, un missile Kh-55SM distrusse la vecchia fortezza.
Il giorno seguente, per volere di Putin, Yarbes salì su un aereo e venne rispedito negli Stati Uniti.

William Hunt studiò attentamente i fascicoli ricevuti da Sir Edward. Quindi, svolse delle indagini dalle quali appurò che uno dei soggetti era in Iraq, un altro in Giappone. Il terzo, invece, sotto falso nome, si trovava a Londra. Era Ivan Vladimirovic Todorov.
I documenti erano stati già usati in precedenza, ma non c’era niente di strano in questo. Todorov se ne infischiava; era addirittura insolito che si fosse preso la briga di utilizzarli, anziché presentarsi come Todorov in persona.
Sapeva che, benché fosse odiato, era altresì considerato prezioso. Un giorno o l’altro avrebbe potuto lavorare per la Gran Bretagna, così come in passato aveva fatto con varie altre nazioni. Era il numero uno nel suo campo. Ed era difficile resistere al suo sinistro fascino. Alla competenza. E alla mancanza di scrupoli. Un mercante di morte, si disse Hunt. E un maestro di tecnologia.
Poi due termini assorbirono la sua mente. Litio e Plutonio. Litio e Plutonio. Con questi elementi Todorov avrebbe costruito una bomba atomica.
Hunt rabbrividì.

Monica aveva appena finito di mangiucchiare un sandwich, quando Brian Stevens comparve nella tavola calda situata alla periferia di Washington. Vestiva di grigio, e grigio era il suo umore. Prese posto accanto a lei con aria cupa e le porse un passaporto. “Dovrà tingersi i capelli e mettere degli occhiali.”
“Non c’è problema.”
Brian ordinò un caffè, squadrando con disgusto alcune ciccione che si imbottivano di dolci. Il suo ribrezzo si estese ai bambini, grassi quanto le loro madri. Al contrario, benché fosse pallida, Monica sembrava in perfetta forma: jeans e sneakers la ringiovanivano.
“Il comitato Rage?”, si informò Squire.
“Procederanno.”, disse Stevens.
“Che si impicchino!”
Stevens annuì. “E’ ciò che accadrà. Almeno, me lo auguro.”
“Brian, io ho affrontato Matrioska. Crede che abbia paura di quattro traditori?”
Stevens sorrise. “Conosce già la risposta.”
“Kline?”
“Ha stabilito il contatto. Vi incontrerete fra quattro giorni e io verrò con lei.”
Squire scosse il capo. “E’ gentile da parte sua propormelo, però la risposta è no.”
“Lo immaginavo.”, mormorò Stevens. “In ogni caso, sappiamo dove.”
“In Egitto?”, chiese Monica.
“Oh, no. In un Paese notoriamente ridicolo in fatto di intelligence.”

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RAGE 51

hammadaLa riunione si svolse alle due di notte, all’insaputa di Monica Squire. Vi parteciparono quasi tutti i membri del comitato Rage, convocati a quella ora insolita da Margaret Collins.
L’atmosfera era tetra e solenne.
Collins annunciò che sebbene con grande dispiacere riteneva che fosse giunto il momento di ricorrere all’impeachment. “L’avete ascoltata tutti.”, dichiarò. “Un gran bel discorso, in teoria, ma in realtà un discorso pronunciato da una persona non più in grado di svolgere i propri compiti, una persona evidentemente disturbata. Per carità, c’è da capirla, ma questo non toglie che ormai sia inadatta a ricoprire il ruolo fondamentale che riveste. Un presidente degli Stati Uniti non può andare a inginocchiarsi davanti a un feroce assassino. In quanto alla corazza di cui ha parlato, essa è frutto di fantasia, indipendentemente dal fatto che gli americani abbiano apprezzato tale slancio poetico. Qual è il vostro pensiero, signori?”
Seguì un momento di silenzio.
Milton Brubeck alzò gli occhi al soffitto. “Non saprei.”, disse. “E’ una donna impulsiva, a volte incontrollabile; ma io la stimo. Vediamo i precedenti. Bill Clinton aveva mentito alla nazione, però il Senato lo assolse, in quanto un pompino è un fatto privato. Nixon fece di peggio, ma fortunatamente si dimise. Monica non lo farà. E qui non si tratta di un pompino, bensì di Londra… e di una bomba atomica.”
“Voto contro.”, intervenne Brian Stevens, il direttore della CIA. “Lei dice che andrà da sola. Così non sarà. Siamo ancora capaci di gestire certe operazioni. Prenderemo l’arabo e lo termineremo, seduta stante.”
Margaret bevve un sorso di caffè, quindi sbirciò il numero uno di Langley. Era una creatura di Monica, come lei stessa del resto; ciò nonostante, esistevano dei momenti in cui occorreva dimenticare riconoscenza e affetto, in nome del bene comune. Non si considerava una traditrice, piuttosto una buona amica pronta ad aiutare una persona in difficoltà.
Con un gesto incoraggiò gli altri ad esprimersi.
“Io sono stato bloccato e avrei potuto risolvere la situazione. Ancora oggi potrei farlo, se la signora Squire me lo permettesse.”, sentenziò Jim Patterson della Delta Force. “Voto a favore.”
Il Segretario di Stato assunse un’aria afflitta. “Ne va del prestigio degli Stati Uniti. Inoltre, non abbiamo mai avuto una donna come presidente. Propongo di riflettere e di aggiornarci in seguito.”
“Sarebbe un’idea saggia. Purtroppo ci manca il tempo.”, osservò il capo degli Stati Maggiori congiunti. “Voto a favore.”
Il ministro degli Esteri sporse le labbra. “C’è un’altra questione da non sottovalutare. Il discorso è stato ascoltato anche in Inghilterra e da sempre la Gran Bretagna è la nostra più fedele alleata.”
“Hanno tentato pure in Israele e il Mossad li ha fermati. L’MI5 farà altrettanto.”, ribatté il procuratore generale, scrollando le spalle.
“E’ una possibilità.”, mormorò il Segretario di Stato. In cuor suo, pensava che il Mossad non badava ai diritti civili, al pari della CIA, dei federali e del vecchio KGB, il Regno Unito invece sì, fin troppo. La sua ammirazione andava a quella verde isola. Peraltro i britannici erano più vulnerabili.
Al termine della riunione i voti risultarono in perfetta parità: non aveva prevalso nessuna delle due fazioni.
Emerse una nuova opinione, quella del direttore dell’FBI. “La convocheremo e studieremo un modo migliore per affrontare questa emergenza. Squire dovrà ascoltarci!”
Benché fosse poco convinta, Margaret Collins annuì. “Domani stesso… anzi, oggi stesso, data l’ora.”
La riunione si sciolse.
Rimasta sola, Margaret aprì la porta-finestra che dava sulla veranda. La notte era limpida e tiepida, nel cielo splendevano le stelle. Assaporò l’aria fragrante e, nonostante l’amicizia che la legava a Monica, fu sfiorata da un pensiero che le piacque: presto si sarebbe trasferita dal Number One Observatory Circle alla Casa Bianca.

A causa della polvere gli bruciavano gli occhi. Pomarev mancò di poco il bersaglio.
Yarbes, che era miracolosamente illeso a parte qualche ferita superficiale, lo raggiunse con un balzo, sferrò un calcio che gli strappò il Saiga-12 dalle mani, raccolse l’arma e lo fissò. Scosse la testa. “Sei la più lurida carogna che io abbia mai conosciuto, e ne ho conosciute tante. Perfino Matrioska era migliore di te: lui uccideva solamente per necessità o a seguito di un preciso comando. Non mi abbasserò al tuo livello. A Mosca mia moglie ti risparmiò la vita, io seguirò il suo esempio. Buona fortuna.”
Lanciò uno sguardo al corpo sfracellato di Volkov e si allontanò verso sud. Lo attendeva un lungo cammino. Avrebbe saputo trovare acqua e cibo durante il tragitto e, ciò che più contava, era armato.
Pomarev grugnì di rabbia e di dolore. Si accasciò, ma un istante dopo sollevò il capo. Forse quello che vedeva era un miraggio, forse no. Strisciò nuovamente, affidandosi alla sola forza di volontà. Pensò di svenire, però riuscì ad agguantare la cassetta del pronto soccorso. Sebbene fosse consapevole che quello che faceva era del tutto inutile, si iniettò due dosi di Ugurol, due fiale da 5 ml, per frenare almeno parzialmente l’emorragia. Prese due lacci emostatici che strinse con forza bloccando la circolazione del sangue. Era un uomo morto, lo sapeva: agiva unicamente in base all’istinto di sopravvivenza, al di là della ragione e di ogni speranza. Un istinto atavico che fin dalla notte dei tempi non aveva mai abbandonato l’uomo.
Senza un aiuto, ho una possibilità su un milione, pensò cupamente.
Chiuse gli occhi, stremato, poi udì un forte soffio e li riaprì.
In teoria, l’essere mostruoso che scorse avrebbe dovuto trovarsi molto più a sud; ma per qualche strano motivo invece era davanti a lui, a pochi metri di distanza. Pomarev lo conosceva per averne letto e per aver visto delle foto, però ne ignorava le abitudini. Era abituato a cacciare orsi, lupi, tigri siberiane, tra nevi e ghiaccio, nell’immensa Siberia; ma nemmeno il più feroce e gigantesco orso gli avrebbe fatto quell’effetto.
Era un’apparizione sinistra e orribile. Un’immagine da incubo.
Il Mamba si sollevò, raggiungendo quasi l’altezza di un essere umano. Di norma si cibava di topi, galline e altri serpenti; e se non lo infastidivi era altamente improbabile che ti assalisse. Uomini e donne non lo interessavano particolarmente, tuttavia “quel” Mamba era irritato e di spirito bellicoso, forse per via del caldo torrido o per una caccia che si era rivelata infruttosa.
Gli occhi glaciali spiccavano sulla testa preistorica, come un presagio di morte. Le scaglie dorsali di un vago colore grigio metallico brillavano al sole. L’interno della bocca era nero come l’inferno. Soffiò ancora. Miloslav Pomarev represse l’ondata di terrore e si appiattì al suolo.
Da quel poco che aveva appreso sapeva che, se pure avesse avuto ancora le gambe intatte, difficilmente sarebbe riuscito a sfuggirgli, poiché era velocissimo. Se si fosse arrampicato su un albero, Il Mamba sarebbe salito più rapidamente di lui, se si fosse tuffato in un ruscello, lo avrebbe ugualmente raggiunto. E lì non c’erano né alberi, né ruscelli; e lui era privo delle gambe.
Rimase immobile, respirando piano, evitando di guardarlo.
In caso di assalto, ma questo non lo sapeva, lo avrebbe morso una, due, dieci volte, provocando una sofferenza indicibile, oltre a nausea, vomito, diarrea, finché, pur rimanendo cosciente, sarebbe sopraggiunta l’immobilità totale, alla quale sarebbe seguita la morte quando il veleno avesse raggiunto il cuore.
Il rettile tornò a sollevarsi e gli occhi impacabili si fissarono sul russo.
Pomarev questa volta lo guardò, cercando di imporre la sua volontà. Malgrado stesse comunque per morire, non intendeva arrendersi. La sua mente si affollò di ricordi. L’addestramento Spetsnaz, la capacità di ridurre il battito cardiaco, di ignorare paura e dolore, di assimilare il comportamento di un animale. Purtroppo in Russia non c’erano i Mamba.
Il serpente sibilò di nuovo, portandosi a meno di un metro dall’ex maggiore del Gruppo Alpha. Pomarev avvertiva l’alito pestilenziale di ratti divorati. Il sudore gli ruscellava sulla fronte, la schiena era fradicia; si sentiva debolissimo, e si odiò per questo.
A un tratto il suo intero campo visivo fu occupato dall’orribile testa del rettile. Scorse la cavità nera delle fauci, capì che stava per colpire.
La gola palpitante si aprì completamente, simile a una caverna ricavata nelle profondità degli inferi.
Vattene!, gli ordinò mentalmente Pomarev.
Poi il Mamba scattò.
Molti, moltissimi, avrebbero urlato disperandosi, mentre lo sfintere si rilasciava, oppure simili a uno struzzo si sarebbero chinati chiudendo gli occhi per non assistere alla propria fine.
Miloslav Pomarev, capitano del GRU ed ex maggiore del Gruppo Alpha, osservò la morte in arrivo senza battere ciglio.

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RAGE 50

Monica SquireQuello che in seguito sarebbe stato ricordato come il Grande Discorso fu pronunciato, e trasmesso da tutte le reti televisive, a partire dalle venti, fuso orario di Washington.
Venne seguito da più di trenta milioni di americani, poiché era stato annunciato con largo anticipo. Le famiglie dell’est che avevano finito di cenare un’ora prima, raggruppate nel soggiorno oppure in cucina, aspettavano trepidanti, dato che si intuiva ciò di cui Monica Squire avrebbe parlato.
Nei bar, davanti a grossi boccali di birra, gli avventori scrutavano il teleschermo con aria cupa. Lo stesso valeva per i poliziotti, per i federali, per gli alti funzionari governativi, per i banchieri e gli agenti di borsa, e naturalmente per Langley.
Sulla costa occidentale il lavoro negli uffici era stato interrotto, in altre località non si badava all’ora.
Ma era soprattutto a Londra che l’interesse e l’apprensione risultavano massimi. Nel suo studio, Sir Edward fissava impassibile il televisore. L’espressione del volto era però tetra.
Pallida in viso – aveva rifiutato il trucco – ma con una luce determinata negli occhi, Monica esordì salutando il grande popolo americano.
Indossava un tailleur blu e calzava scarpe con il tacco basso. Indicò un fascio di fogli posati sulla scrivania e disse: “Questo è il lavoro di persone competenti, che stimo e apprezzo. Hanno dedicato molto tempo per preparare quanto, secondo loro, avrei dovuto dire.”
Scosse il capo, sorridendo. “Ma io preferisco fare a modo mio. Chiedo scusa per l’impegno profuso, che avrebbe meritato sorte migliore, e chiedo scusa a voi, amiche e amici che mi state ascoltando, democratici o repubblicani, se parlerò a braccio. D’altro canto, non sono qui per fare sfoggio di oratoria, e nemmeno per bilanciarmi tra mezze verità e allusioni poco chiare.”
Margaret Collins scrollò le spalle. Se lo aspettava.
Monica bevve un sorso d’acqua, prima di continuare.
“Oggi tutto quello che avviene nel mondo, in ogni parte del mondo, diventa subito di dominio pubblico… tv, giornali, internet, diffondono in tempo reale ogni notizia, talvolta in modo errato ma questo esula da quanto desidero comunicarvi. Sapete tutti che mio figlio e i coraggiosi uomini che lo scortavano sono stati barbaramente uccisi. Non nego di aver pensato di dimettermi, in quanto straziata dal dolore, ma… avevo e ho un dovere: quello di servire la mia nazione, di lottare per l’America, per chi mi ha votato e per chi non mi ha votato. Ora, l’assassino – non pronuncerò mai il suo nome – vuole incontrarmi. Lo avrete sicuramente già appreso. A causa di errori, dei quali mi assumo la piena responsabilità, come è giusto che sia, non siamo riusciti a trovarlo e a portarlo negli States per sottoporlo a un processo. L’assassino ha esplicitamente dichiarato che, se io non obbedissi al suo ordine, egli raderebbe al suolo Londra. Non si tratta di vane minacce: è in grado di farlo. E io non posso permettere un simile orrore. Ritengo che, dai tempi di Hitler e di Stalin, l’assassino sia il peggior nemico con cui gli Stati Uniti d’America abbiamo dovuto confrontarsi. Sono qui per dirvi, e per dirgli, che obbedirò. Mi recherò nel luogo che lui indicherà, da sola, senza scorta. E… mi inginocchierò.”
Milton Brubeck si alzò bruscamente dalla sedia e picchiò un pugno sul muro, paonazzo in faccia per la collera. Lontano da lì, Sir Edward si versò uno sherry, mentre rifletteva sul senso di quelle parole. Donna coraggiosa, pensò. Molto più lontano, Vladimir Putin aggrottò la fronte: non per il riferimento a Stalin, ma per la pessima traduzione che scorreva in basso sullo schermo.
“Qualora venissi decapitata”, riprese Squire con un tono di voce sereno, “sono certa che Margaret saprebbe sostituirmi più che degnamente.”
Collins incrociò le dita.
“Sto pregando come credo tutti voi per la sorte di quelle due povere donne e mi auguro che il mio incontro con l’assassino valga a salvarle.”
Poi la voce divenne dura.
“Però, se ciò non avvenisse, e se nel contempo io non morissi, dichiaro con la massima fermezza che la nostra bandiera non subirà alcun tipo di umiliazione. Perché…”
Alzò un dito, fissando la telecamera.
“Perché, anche se colpita al cuore, l’America non può perdere. L’America è destinata a trionfare, a distruggere il Male, e l’assassino è l’essenza stessa del Male. Non ha una causa per cui lottare, non gli interessano i palestinesi, vuole unicamente portare morte e distruzione. Io lo sfido. Lo sfido a presentarsi da solo, così come farò io, non mi importa se armato. Io avrò una corazza più dura dell’acciaio. Perché sono americana!”

La jeep procedeva sobbalzando sull’arido terreno brullo. Davanti, nella fatomorgana, si scorgeva il deserto, reso infuocato dal sole. A ovest, in direzione del mare, si innalzavano le montagne; a est c’erano acacie, mangrovie e ciuffi di erba rinsecchita. Il cielo era di un azzurro opaco, solcato da nuvole immobili per la mancanza di vento.
Danil Volkov possedeva una solida preparazione che si estendeva in vari campi: sapeva uccidere un uomo a mani nude, era un tiratore infallibile, conosceva i mezzi migliori per costringere un prigioniero a parlare, decifrava i codici con la stessa facilità con cui un bambino poteva colorare un album di disegni.
Ma non era preparato a ciò che accadde.
La jeep sembrò levarsi in volo, simile a un mostruoso uccello deforme, poi ricadde squarciata a pochi metri dalla mina. Volkov era già morto. Miloslav Pomarev si trascinò fuori dalla carcassa del veicolo; strisciando per terra si avvicinò al Saiga-12 che come per miracolo era ancora intatto. L’intenzione iniziale era quella di usarlo contro di sé. Non si faceva illusioni. Gli restavano pochi secondi di vita e preferiva provvedere personalmente. Ripensò con orgoglio alla sua esistenza: un luminoso cammino, costellato di vittorie. Aveva servito bene il suo Paese, non aveva mai mancato… tranne una volta. Socchiuse gli occhi che improvvisamente erano diventati gelidi, freddi come un’alba siberiana, con una luce di odio devastante che superava l’intensità del dolore.
Molti anni prima, nell’estate del 1991, aveva conosciuto l’unico fallimento, il solo, e nella mente resa più lucida che mai dalla consapevolezza della fine, non ne attribuiva la causa a Boris Eltsin, né ai pavidi ideatori del golpe, e neppure al tradimento di quanti si erano rifiutati di sparare sulla folla.
Cercò con lo sguardo Yarbes e con gioia vide che era ferito, però vivo. Lui era il responsabile di quell’unica sconfitta, lui e la moglie, la baldracca che adesso era seduta sul trono degli Stati Uniti.
Pomarev sussultò per la sofferenza indicibile. Aveva perso una gamba e l’altra era troncata all’altezza del ginocchio. Serrò i denti e continuò a strisciare a forza di braccia. Un centimetro alla volta, cancellando il dolore dal cervello, escludendo dall’animo tutto quello che non aveva a che fare con il suo compito.
Infine, afferrò l’arma e la puntò contro l’americano.
“Muori, cekista!”, sibilò.
Premette il grilletto.

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RAGE 49

hammadaSarah imboccò un corridoio scarsamente illuminato da un’unica finestra posta in alto, che lasciava filtrare il tenue chiarore lunare. Gli altri tre la seguirono. Il corridoio era largo circa tre metri; dal punto in cui si trovava, l’israeliana non riusciva a scorgerne la fine: immaginava che più avanti avrebbero trovato una porta che conduceva nel cuore della fortezza. Calcolò che non dovessero esserci ancora molti guerriglieri, forse quattro o cinque.
La fortezza era vetusta, edificata secoli prima, ma evidentemente negli ultimi tempi qualcuno ci aveva lavorato: si sentì un click, un suono metallico, e subito dopo due massicce grate di acciaio calarono come per magia, impedendo ai quattro sia di proseguire, sia di tornare indietro. Erano in trappola.
Lucie Blanchard reagì con prontezza, puntando lo Stinger sulla lastra che aveva di fronte. Un istante più tardi, barcollò portandosi le mani alla bocca. Non riusciva a respirare. Stramazzò al suolo, imitata da Sarah. Questione di un attimo e anche Max e Danny persero i sensi.
“Bene.”, disse il mago che aveva osservato la scena da un monitor. Guardò Ibrahim al-Ja’bari. “Devo continuare con il gas?”
Il fondamentalista scosse la testa. “Voglio le donne. Per i negri basteranno due colpi di fucile.” A un suo cenno, gli ultimi tre guerriglieri rimasti si affrettarono a eseguire l’ordine, scendendo di corsa una scala.
Daigh, il mago, lanciò un’occhiata a Ibrahim. Talvolta rimaneva sconcertato dalla sua complessa personalità e dalla vastità dei piani che ideava. L’arabo – il pazzo, pensava Daigh – gli rivolgeva di rado la parola; era quasi sempre assorto in meditazioni misteriose, oppure dedito alla lettura del Corano. A tratti, gli occhi esprimevano una furia e un odio senza limiti, più spesso non tradivano la benché minima emozione.
In quanto ai piani, erano folli, seppure geniali, e di questo doveva approfittare.
Decise che era giunto il momento di mettere le carte in tavola. “Londra.”, disse. “Indipendentemente da ciò che Squire farà. Questo è il mio prezzo.”
Ibrahim al-Ja’bari ricambiò lo sguardo, quindi annuì. “Certamente.”, rispose in tono pacato. “Lei è un infedele, però non un mercenario. Abbiamo nemici comuni. Merita la sua ricompensa.”

William Hunt varcò la soglia del prestigioso club situato in St.James, nel centro di Londra. Per l’occasione si era rasato con cura e aveva indossato il suo completo migliore, un abito grigio scuro, accompagnato dalla camicia bianca fresca di bucato e da una cravatta blu. Sebbene fosse un veterano e avesse parlato più volte con il direttore dell’MI5, non era stato mai invitato a pranzo da lui. Una cameriera piuttosto graziosa lo accompagnò a un tavolo d’angolo, lontano da eventuali orecchi indiscreti, anche se la possibilità che qualcuno cercasse di ascoltare quello che si sarebbero detto era alquanto remota: il club era frequentato solamente da gentiluomini.
Hunt era puntuale, ma Sir Edward era già lì. Portava una comoda giacca di tweed e stava sorseggiando uno sherry. Al polso spiccava un Rolex d’oro: non era frutto di vanità, della quale egli era esente, bensì il regalo di Jane – la moglie – in occasione della nomina a capo del servizio di controspionaggio. Dono che aveva accettato con riluttanza. Tuttavia la scritta sul retro lo aveva commosso: da Jimmy e Jane con amore. Jimmy, il loro unico figlio, era morto durante la guerra delle Falkland.
Sir Edward salutò Hunt con un sorriso e lo invitò ad accomodarsi. William si sedette di fronte al superiore. Ordinarono costatine di agnello con contorno di carote al burro.
Sir Edward Malgraeve era ormai prossimo alla pensione, peraltro la sua mente era ancora acuta e la capacità di analisi intatta. Come quasi tutti i suoi predecessori, proveniva “dal campo”: era stato un brillante agente operativo, specializzato nello sventare gli attentati dell’IRA e nell’individuare le spie russe. Aveva conoscenze in tutto il mondo, fra le quali rientrava Monica Squire, che stimava e apprezzava. Si erano conosciuti quando lui era andato a Langley. Era il Sis (MI6) a mantenere i contatti con la CIA e a collaborare con gli americani; ma era l’MI5 a scovare i “cattivi” che agivano nel Regno Unito, e spesso questi soggetti risultavano di interesse comune: da qui la visita a Langley. In seguito, si era recato a Quantico, dove aveva incontrato l’energico Milton Brubeck. Il numero uno dell’FBI gli aveva offerto una squisita bistecca alla brace, dimostrandosi, nel corso della cena, una persona assai gradevole. “Mi chiami pure Milton.”, aveva detto.
Sir Edward aveva annuito, senza ricambiare l’invito. Persone piacevoli, tutto sommato. Certo, erano pur sempre yankee…
Malgraeve e Hunt cominciarono a mangiare, scambiandosi informazioni meteorologiche che stranamente annunciavano bello stabile, poi Sir Edward affrontò l’argomento per il quale aveva invitato Hunt. “Ho letto il suo rapporto. Nulla di nuovo, purtroppo.”
William scrollò il capo con aria cupa. “Ha presente l’ago nel pagliaio?”
Il direttore dell’MI5 si pulì la bocca con il tovagliolo. “Gli aghi si possono trovare.”, affermò. Hunt lo fissò in silenzio. Sapeva che Malgraeve non parlava mai a vanvera.
Sir Edward ordinò il dolce per entrambi. “Un ordigno nuclerare…”, osservò pensoso. “Non credo proprio che possa essere introdotto clandestinamente in Gran Bretagna. Credo, invece, che un esperto potrebbe assemblarlo in loco. Ma… quanti esperti sarebbero disposti a provocare una simile strage? Venendo a Londra in treno e camminando verso il mio ufficio, ho passato in rassegna alcuni nomi e le loro fisionomie.”
A differenza di quanto accade in molti altri Paesi, in Inghilterra funzionari di alto livello, pezzi grossi governativi e perfino ministri si recano al lavoro a piedi o con la metropolitana. Se abitano fuori Londra, la raggiungono in treno. Niente auto blu. Perciò Hunt non batté ciglio: conosceva le abitudini di Sir Edward.
Dopo una breve pausa, questi riprese: “Caro amico, dovrebbe concentrarsi su questi tre personaggi, sempre che io non stia prendendo un abbaglio.” Gli porse una cartelletta. All’interno c’erano tre fascicoli.
“Sarà fatto.”, disse Hunt. Esitò per un momento, quindi incrociando le dita sotto il tavolo, aggiunse: “Naturalmente, noi tutti speriamo che la signora Squire obbedisca all’ultimatum.”
“Oh, lo farà.”, replicò Sir Edward. “Sicuro che lo farà. Però… vede, io non mi fido nel modo più assoluto di quel dannato assassino arabo.”

Ibrahim al-Ja’bari scrutò a lungo Sarah Gabai. Spostò lo sguardo su Lucie e si rivolse a Daigh. “L’immagine deve essere diffusa in tutto il mondo.”
Le due donne erano in ginocchio, le braccia legate dietro la schiena.
Un bavaglio sulla bocca.
Il mago si mise all’opera.

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RAGE 48

hammadaNegli immediati dintorni di King Charles Street, sotto una leggera pioggerella, due uomini erano entrambi immersi nei loro pensieri. Quelli di William Hunt riguardavano l’altro, sebbene non lo conoscesse, ed erano cupi.
L’oggetto di tali riflessioni si chiamava Ivan Vladimirovic Todorov. Nato a Minsk, figlio di un importante funzionario dell’ottavo Direttorato Centrale (Comunicazioni riservate e crittografia) della seconda direzione centrale del KGB, si era distinto fin da piccolo per l’intelligenza eccezionale. Il giovane Vanja era sempre risultato il primo della classe con parecchie lunghezze di vantaggio sugli altri compagni, compresi i più bravi. Eccelleva nelle materie scientifiche e apprendeva per conto proprio le lingue straniere.
Todorov entrò in un bar, si sedette a un tavolino d’angolo accanto alla vetrata che dava sulla strada, e ordinò un tè. Il suo umore rispecchiava il cielo grigio di Londra, a causa dell’inefficienza dell’italiano che lavorava all’ambasciata: era già la terza volta che lo incontrava, e ancora non aveva ricevuto tutto il materiale. Sorseggiò la bevanda calda, augurandosi che l’indomani finalmente anche l’ultima componente fosse trasferita nel vecchio magazzino che aveva preso in affitto in una viuzza dell’East End londinese. Trovava assurdo pagare lautamente simili incapaci.
Viste le sue eccezionali doti, non era sembrato sorprendente che ancora giovanissimo, Todorov, dopo un intenso corso di studi preparatori, venisse ammesso al prestigioso Istituto unito per la ricerca nucleare, situato a Dubna, nell’oblast di Mosca. Il fatto che suo padre appartenesse al KGB non lo aveva comunque di certo danneggiato.
Dopo aver lavorato con risultati assolutamente brillanti nella sezione che si occupa della fisica degli ioni pesanti e delle reazioni nucleari, era stato distaccato a un’altra sezione, di cui in pochi erano a conoscenza, che collaborava attivamente con la prima direzione centrale del KGB. In pratica, si trasformò in un incrocio tra uno scienziato, quale egli era, e una spia, quale sarebbe diventato, nonché un venditore di armi. Durante il conflitto fra l’Iraq e l’Iran, rifornì di strumenti bellici entrambi i Paesi, collaborando per creare strumenti di distruzione all’avanguardia. Gli Stati Uniti fecero lo stesso, ma la CIA fu quasi travolta dallo scandalo Iran-Contra; in Unione Sovietica, invece, ogni cosa passò inosservata.
Il direttore Dmitry Blokhintsev lo apprezzava moltissimo, così come il suo successore, Nikolay Bogolyubov. Meno buoni furono i rapporti con Dezso Kiss, a causa dei quali e della caduta dell’impero sovietico, alla fine Ivan Vladimirovic Todorov lasciò la Russia e scomparve. In altri tempi lo avrebbero cercato, catturato e spedito in Siberia, però a Mosca regnava la confusione, il KGB si era dissolto, e presto Todorov fu dimenticato.
Successivamente prestò la sua opera per il Sud Africa, Israele, di nuovo l’Irak, dove iniziò a progettare un grande ordigno nucleare. La natura non concede tutti i suoi doni a un uomo solo: quanto Todorov possedeva in termini di intelligenza era controbilanciato da un’estrema arroganza e da una notevole megalomania. Poiché disprezzava i tecnici iracheni, piantò baracca e burattini e si trasferì in Africa. Lì c’erano continue guerre, dittatori pazzi e consistenti occasioni di guadagno. Un giorno venne contattato da un individuo ancora più pazzo, che però gli offrì una cifra esorbitante, in cambio della sua consulenza.
Todorov accettò e si mise all’opera. A suo giudizio, i collaboratori del suo nuovo datore di lavoro erano una massa di idioti, tranne uno, che poteva rivaleggiare con lui, benché in campi diversi: il Mago, Daigh.
Se qualcuno gli avesse chiesto da che parte stava – ma nessuno lo fece – avrebbe risposto che era un semplice tecnico. Le questioni politiche non lo riguardavano. Questo non gli aveva evitato due spedizioni punitive del Mossad. Che irriconoscenti! In ogni caso, ne era uscito indenne. Dal padre, il semplice tecnico aveva imparato svariati trucchi.
Per uno strano caso della sorte, William Hunt dell’MI5, il servizio di controspionaggio britannico, entrò nello stesso bar. Si sistemò al banco, ordinò un panino e meditò sconsolato sulla missione impossibile che gli era stata affidata. Individuare l’uomo che avrebbe potuto fare esplodere una bomba atomica nel pieno centro di Londra.
Facile come bere un bicchier d’acqua, si disse.
Da quanto gli avevano detto, era più incoraggiante sperare che Monica Squire mantenesse la sua promessa, consegnandosi ai fondamentalisti.
Hunt, però, era un agente esperto… e di conseguenza scettico.
Mangiucchiò il sandwich, ignorando la figura seduta presso la vetrata.

I due neri tornarono portando con sé tre Kalashnikov. “Funzionano benissimo.”, dichiarò Max. Sarah annuì. Recuperò una bisaccia, dalla quale estrasse una serie di cavetti, polvere da sparo contenuta in un apposito contenitore, una scatola di cartucce. Altre gliele porse Danny, dietro sua richiesta. Lucie Blanchard la fissava incuriosita. L’agente del Mossad poi tirò fuori dalla sacca una grossa scatola di esplosivi e assemblò le varie componenti. Infine, prese quattro paia di occhiali provvisti di visore notturno e li distribuì a quello che ormai considerava il suo commando personale.
Pochi minuti più tardi, il sole tramontò.
Muovendosi come un felino, Sarah si avvicinò alla fortezza; la notte era buia, rischiarata da poche stelle: era ciò che desiderava. Al calore soffocante del giorno era subentrata l’aria fredda, che con il trascorrere dei minuti divenne gelida. Sostenuta dall’adrenalina, l’isreaeliana compì il giro completo dell’edificio, sistemando man mano quello che aveva preparato. Non era destinato a compiere gravi danni, ma a indurre i nemici a pensare che fossero attaccati da forze soverchianti.
Noi siamo in quaranta.
Se avessero tentato una sortita, sarebbero stati eliminati; in caso, contrario avevano armi più che sufficienti per espugnare il rifugio di Ibrahim, soprattutto grazie allo Stinger. Se Lucie non si fosse dimostrata all’altezza, allora ci avrebbe pensato lei.
In quanto a Blanchard, viveva emozioni contrastanti. In passato aveva già rischiato la vita, tuttavia non in quel modo: perciò provava paura. Allo stesso tempo, sentiva il bisogno di battersi; detestava l’ingiustizia, la prevaricazione, l’odio fine a se stesso che produce soltanto vittime innocenti, e Ibrahim ne rappresentava l’incarnazione, un demone emerso dall’inferno che aveva assunto sembianze umane. Lo detestava, e l’ira che sentiva crescere dentro di sé era più forte del timore di perdere la vita. Cercò di rilassarsi e attese.
Un’ora dopo, l’israeliana rifece l’identico tragitto. Cominciarono le esplosioni, da ogni lato della costruzione. Sarah udì voci alterate, il crepitio prodotto da pallottole sparate a casaccio, passi affrettati. Alcuni guerriglieri vennero fuori, allo scoperto. Grazie ai visori notturni, venivano inquadrati e immediatamente dopo falciati. Max e Danny se la cavavano egregiamente con i Kalashnikov, e Blanchard si dimostrò fenomenale. Lo Stinger fece letteralmente a pezzi il principale portone di accesso. Sarah provocò l’ultima esplosione, quindi tornò indietro di corsa e varcò per prima la soglia della fortezza.
Un uomo alto e barbuto si parò dinnanzi a lei.
Imbracciava un Kalashnikov. Prima che potesse premere il grilletto, la donna con una movenza fulminea lo trafisse con il pugnale. Comparve un secondo guerrigliero: Lucie Blanchard prese la mira e sparò.
Danny scosse la testa, ammirato. Sarah Gabai le sorrise. “Brava, la mia archeologa.”, disse.
Adesso toccava a Ibrahim al-Ja’bari, il figlio del deserto, il Nemico di Israele.

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RAGE 47

SarahMonica Squire lesse di malavoglia il dossier. Era dell’FBI. Che mi importa?, si disse. Giunta in fondo al documento, prese un lapis rosso e scrisse una breve nota: continuate le indagini e quando avrete prove certe provvedete agli arresti. Un’attenzione particolare va riservata all’uomo che si è intascato dieci milioni di dollari per organizzare i mondiali di calcio in Sudafrica. Chiuse il fascicolo e chiamò il segretario personale. “A Quantico.” Sorrise con un certo sforzo e, porgendogli il documento, aggiunse: “Senza eccessiva fretta.”
A titolo di cronaca, le indagini si sarebbero protratte per altri due anni; poi, sarebbero scattate le manette con grande disappunto di Vladimir Putin, che avrebbe protestato per l’ingerenza americana, fuori dai confini degli Stati Uniti.
Rimasta sola, Monica si alzò dalla Resolute desk, andò a sedersi su uno dei due divani, fissò lo sguardo sulla finestra e si immerse nei propri pensieri. Nel giardino sbocciavano sempre più numerosi i fiori e l’erba era verde e soffice, sotto il sole splendente della nuova primavera.
Al momento, la corruzione della Fifa era l’ultima delle sue preoccupazioni. Il ricatto di Ibrahim al-Ja’bari sembrava nato negli abissi più insondabili della perfidia umana, era il parto di una mente folle e malvagia; quando aveva appreso la notizia, il primo ministro britannico aveva balbettato qualcosa al telefono, chiaramente sconvolto, e le rassicurazioni di Monica erano valse a ben poco.
Non per la prima volta, lei lo aveva comunque invidiato: nel Regno Unito chi vinceva le elezioni, anche con un esilissimo margine, si prendeva tutto e poteva governare senza i paletti presenti negli Stati Uniti. Le riforme che Squire stava cercando di portare avanti venivano accolte con scetticismo perfino dai democratici e presto – non si illudeva – si sarebbe trovata a fronteggiare una maggioranza repubblicana.
Sospirò e si concentrò nuovamente sul messaggio di al-Ja’bari.
Non aveva cambiato idea. Sarebbe andata nel luogo da lui indicato, si sarebbe inginocchiata, avrebbe chiesto perdono… e poi lo avrebbe ucciso. A questo punto, un processo non aveva più senso: da una parte stavano la legalità democratica, l’etica; ma da quell’altra, la vita di migliaia di cittadini inglesi.
Ne ho passate tante quando lavoravo per Langley: sono stata torturata – rabbrividì al ricordo del waterboarding -, picchiata, e di recente addirittura sodomizzata; ma ho anche ucciso. Ne sono capace, e sono pronta a rifarlo. Ho ammazzato Matrioska, il più grande agente del KGB di tutti i tempi, e risparmiato per pietà quel lurido Pomarev, però quando era già fuori combattimento, alla mia mercé. Ibrahim non può essere più forte di loro.
Scacciò l’immagine di John, trattenendo le lacrime. Una lotta interiore che si ripeteva varie volte al giorno, dalla quale non sempre ne usciva vincente.
Le parve di udire le parole pronunciate da Yarbes, in occasione del funerale di Lodge, l’agente che aveva condiviso con lei la missione in Afghanistan, eliminato sulla soglia di casa proprio da Matrioska: “Coltiva il tuo dolore, come fosse una rosa, lascialo crescere, finché si trasformerà in rabbia. A quel punto, sarai pronta.”
Sono pronta!
Era necessario studiare un piano, e al più presto.
Guardò per qualche momento la bandiera stelle e strisce che tanto amava, quindi tornò alla scrivania e convocò due persone. Milton Brubeck e Brian Stevens. FBI e CIA.

Il guerrigliero munito di Stinger avanzò con una certa fatica, a causa del peso dell’arma e del caldo soffocante. Quando fu a dieci metri da Sarah, le indicò con un gesto di alzare le mani. L’israeliana obbedì, imitata dagli altri, e lasciò cadere il mitra. Fece di più: si prostrò, invocando clemenza in nome di Allah. Lucie Blanchard le lanciò un’occhiata, da cui trapelavano, in pari misura, stupore e disprezzo.
“Non bestemmiare, cagna infedele!”, replicò in arabo il fondamentalista. “E alzati. Dobbiamo andare dal figlio del deserto.”
Sarah si sollevò lentamente da terra, con la braccia alzate e le palme rivolte al cielo. Mosse un passo in direzione dell’uomo, che le intimò di fermarsi. “Va bene.”, disse lei, muovendo un secondo passo. Il guerrigliero le puntò addosso lo Stinger… e Sarah scattò. Piroettò su stessa, come una ballerina, e con un balzo lo raggiunse. Gli sferrò un violento calcio all’inguine. Se Lucie Blanchard aveva delle gambe forti e atletiche, quelle di Sarah, sebbene fossero slanciate, erano estremamente potenti, al livello di un giocatore di calcio in perfetta forma fisica. D’altro canto, le desert boots non sono esattamente mocassini di Gucci.
Lo Stinger cadde. Una frazione di secondo dopo, Sarah lo colpì ancora, in pieno ventre, e mentre quello si chinava per il dolore lo centrò al volto con un preciso diretto destro. L’uomo barcollò, quindi stramazzò, esanime.
Ciò che accadde in seguito riempì Lucie di disgusto e di orrore. Sarah tirò fuori un pugnale dalla lama acuminata, si chinò sui talloni e gli tagliò la gola.
“Non era necessario!”, protestò l’archeologa.
“E’ la legge del Mossad.”, ribatté con calma l’istraeliana. “Chi attenta alla nostra vita deve morire, e lui ha ucciso una mia cara amica.” Poi guardò in alto. “Presto tramonterà il sole. E allora noi agiremo.” Si rivolse ai due neri. “Andate a vedere se ci sono ancora dei Kalashnikov funzionanti e controllate le munizioni.”
Mentre Danny e Max si avviavano, Blanchard non manifestò il benché minimo entusiasmo. “Prima avevi detto che lì dentro” – le indicò la tetra fortezza – “potrebbero esserci anche trenta uomini.”
Sarah annuì. “E’ vero, ma noi siamo in quaranta.”
Lucie la scrutò, perlessa.
“Antica strategia che risale ai tempi della Bibbia. C’è molto da imparare da quel grande libro.” Sarah non aggiunse che era una credente piuttosto tiepida e che il suo concetto di religiosità era alquanto personale, né che non amava gli ortodossi con le loro barbe e i loro kippah.
Dato che non otteneva una spiegazione, Lucie si strinse nelle spalle.
“Da qualche parte hanno un Hind.”, osservò in tono cupo.
Sarah puntò un dito sullo Stinger. “A cosa credi che servano questi giocattoli?”
“Non ci avevo pensato.”, ammise l’archeologa.
“Io mi trovo bene con il mio mitra. Sei in grado di portarlo?”
Lucie Blanchard la guardò con una luce di sfida negli occhi. “Puoi scommetterci.”

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RAGE 46

hammadaAdesso Lucie Blanchard poteva vedere a occhio nudo i guerriglieri che venivano avanti correndo, armati di Kalashnikov. Calcolò che fossero circa una ventina; troppi, come aveva detto l’israeliana. Un’idea le balenò nella mente: se si fossero mossi rapidamente, arrivando alla fortezza prima di essere raggiunti, poi l’avrebbero presa d’assalto e, una volta conquistata, si sarebbero difesi da lì.
Espose il suo progetto. Sarah Gabai la ascoltò, quindi scosse la testa. “Voi avete individuato tre o quattro persone, ma chi ci dice che all’interno non ve ne siano altre? Magari dieci o quindici. Finiremmo intrappolati fra due fuochi.” All’improvviso le si illuminò il volto.
Nel cielo era comparsa la sagoma di un elicottero Apache.
Lucie le porse la mano per un “cinque”. Evidentemente, anche a Tel Aviv sapevano cos’era.

L’aspetto è anonimo, simile a quello di migliaia di persone che in genere passano inosservate. E’ solo lievemente sovrappeso, a causa delle troppe salsicce, delle quattro uova al burro quotidiane e degli innumerevoli boccali di birra che ingurgita avidamente, quando non si trova dall’altra parte del mondo. Da giovane, riflette, era più magro; ma allora c’era Muireann. Decide di non pensarci, è meglio.
Appollaiato su uno sgabello, davanti al suo strumento magico, guarda con curiosità Ibrahim al-Ja’bari. Un pazzo, aveva pensato. Ora si corregge: “forse” un pazzo, ma di quelli geniali. Tipo Hitler. Per scacciare dalla mente il ricordo di Muireann – perché, si chiede, i ricordi arrivano anche se non richiesti? – passa in esame le sue mosse. Come sempre, dato che ama la matematica, procede per ordine, affidandosi ai numeri. Lo fa pure quando parla.
Numero uno: ha sventato l’attacco della Delta Force. E’ sicuro che Monica Squire obbedirà, sebbene ne sia un po’ dispiaciuto. Mentre, sotto dettatura, scriveva il messaggio, dentro di sé vedeva Piccadilly Circus avvolta dalle fiamme dell’inferno; ovunque corpi dilaniati e lassù, in cielo, l’immagine di un fungo velenoso che nessun vento sarebbe riuscito a disperdere, se non dopo giorni e giorni. Bastardi inglesi! Muireann ne sarebbe stata contenta. Muireann che cantava Zombie a squarciagola, le guance arrossate per l’emozione, gli occhi blu indaco scintillanti di collera e di amore e i capelli color dell’autunno mossi dal vento.
Comunque, non ha dimenticato la promessa: qualcosa di grosso a Londra.
Numero due: l’israeliana è finita. Ibrahim ha piazzato in anticipo le sue pedine. La fortezza è circondata da ogni lato. Malgrado siano delle scimmie, i guerriglieri hanno il vantaggio della conoscenza del territorio, e poi sono tanti.
Numero tre: i russi…
Il fondamentalista islamico interrompe il corso di quei pensieri. “Prepariamo un’altra letterina.”, dice.
Daigh, il Mago, annuisce.

Il trentaquattro per cento dell’esercito israeliano, composto da 186.500 effettivi, cui in caso di guerra si aggiungono 445.000 riservisti, è composto da donne; le stesse proporzioni, grosso modo, valgono per il Mossad. A bordo del Boeing AH-64 Apache, una di esse, Esther Berkowitz, seduta davanti al posto del copilota mitragliere, che in precedenza era stato occupato da Sarah, scrutò con attenzione gli uomini che correvano nel deserto, sotto di lei. Ne stimò il numero, ignorando i sensori del sistema TADS/PNVS, poiché al momento inutili, quindi corresse lievemente la rotta, inserì il pilota automatico, si sistemò bene sul seggiolino in kevlar, azionando il cannone da 30 mm, provvisto di una gittata di quattromila metri e capace di esplodere seicento colpi al minuto. Regolò il tiro e fece fuoco.
Il risultato fu una strage. I guerriglieri vennero falciati come spighe di grano.
Tutti, tranne uno, che si era solo buttato per terra. Un vecchio trucco, sempre utile: fingersi morto.
Poco distanti da lì, Sarah e Lucie si scambiarono un altro “cinque”.
Esther Berkowitz fece un giro di ispezione, sorvolando a bassa quota il luogo del massacro.
Con la coda dell’occhio notò che un fondamentalista si stava rialzando, poi vide che imbracciava uno Stinger, invece del consueto Kalashnikov che non avrebbe nemmeno scalfito la corrazzatura del velivolo, e lo puntava contro l’elicottero. In linea teorica, lo Stinger era l’arma adatta. Ma soltanto in linea teorica. Accomodati pure, sogghignò Esther. Sapeva benissimo che gli Stinger sono programmati in modo da non poter sparare a un apparecchio di fabbricazione americana. Con un sorriso di trionfo, inquadrò il bersaglio.
Però,  ignorava un particolare.
il Mago aveva lavorato su quello Stinger, modificandone la memoria e annullando l’input.
L’uomo prese la mira e sparò.
Un istante dopo l’Apache esplose.

Grazie alla vendita di armi, di aerei e di elicotteri, per la Russia il Sudan era un territorio aperto, e Miloslav Pomarev, Danil Volkov e Martin Yarbes atterrarono senza problemi, trovando una jeep che li aspettava. Il serbatoio era pieno e vi erano taniche di riserva in abbondanza, oltre a viveri e a borracce. Si diressero subito verso l’Egitto.
Passare il confine era facile come bere un bicchier d’acqua, a patto di conoscere i luoghi adatti, e loro li conoscevano.
Imboccarono una strada sterrata che più avanti diventò una pista quasi impraticabile. Volkov guidava, mentre Pomarev consultava una cartina geografica non eccessivamente precisa. Yarbes contemplava il panorama circostante; nel frattempo rifletteva. Non era il tipo d’uomo da indulgere troppo ai rimpianti (il termine “rimorso” per lui non esisteva), ciò nonostante si sorprese a pensare a Monica e al loro amore finito. Tutto sommato, la prospettiva di andare a vivere in mezzo a un bosco non gli sembrava più irresistibile, posto che in passato lo fosse stata. Un tempo sarebbe potuto essere il suo destino, ma quel tempo era finito da un pezzo. Invece di dare la caccia ai bracconieri, aveva trascorso gran parte della sua esistenza a cacciare e uccidere spie.
Vedremo, si disse. Finiamo questo lavoro, poi… chissà.
Un francolino azzurro li stava osservando dal ramo di un albero rinsecchito. Non giudicandolo uno spettacolo interessante, tornò a badare ai fatti propri.
Martin guardò Pomarev. E’ anche possibile che lui riesca ad ammazzarmi. Di sicuro, lo desidera.
E in questo siamo pari.

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RAGE 45

Monica SquireIn volo verso Fort Bragg
La Delta Force è un corpo speciale principalmente impegnato nella lotta al terrorismo. Ha il proprio quartier generale a Fort Bragg, nella Carolina del Nord. E’ composta da tre squadroni, A, B e C. Ogni squadrone, a sua volta, è suddiviso in tre plotoni. Ciascun plotone è formato da cinque squadre. Contrariamente ai dettami di molte leggi internazionali, i suoi membri utilizzano armi modificate (ed estremamente letali), fra le quali il lanciagranate M203 e la pistola mitragliatrice HK MP5.
il grado di preparazione e di efficienza degli uomini che ne fanno parte è paragonabile a quello dei membri del SAS britannico e di quei russi che hanno sostenuto l’addestramento Spetsnaz.
Chi porta sulla manica sinistra la spada su fondo rosso non conosce la parola “scrupoli”, conosce soltanto lo scopo di ogni operazione e, a dispetto della convenzione di Ginevra, non esita ad applicare qualsiasi mezzo, lecito o illecito, che porti al compimento della missione assegnata.
Se Mao Tse-tung sosteneva che “la rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità”, lo stesso concetto può essere applicato alla filosofia della Delta Force.
Jim Patterson non amava i politici, sempre pronti a intralciarlo e a mettere inutili paletti: nonostante provenisse dalla CIA, Monica Squire non faceva eccezione. La Collins lo aveva piacevolmente sorpreso, cambiando idea e appoggiando la sua proposta. Era la soluzione migliore. Brava ragazza!
Mentre, a bordo di un aereo speciale, occupava il tempo del volo che lo avrebbe condotto a Fort Bragg, preparando mentalmente un primo abbozzo di piano, più che certo della sua riuscita, accadde un fatto imprevedibile e assolutamente imprevisto.

Washington
Monica pranzò da sola, dopo aver ignorato Margaret Collins, con la quale spesso divideva i pasti. Si era sentita tradita dal suo voto. Il pranzo fu leggero: un’insalata, pollo freddo e Diet Coke; ciò nonostante le andò ugualmente di traverso, quando Bill Kline le recapitò personalmente la trascrizione di una e-mail top segret, a lei indirizzata. Soltanto Kline, oltre a un tecnico di provata riservatezza, l’aveva già letta.
Il testo, scritto in un inglese corretto, diceva:
al presidente degli stati uniti (in minuscolo), qualora – come ho appreso da fonte certa – la Delta Force o qualsiasi altra organizzazione a delinquere facente capo a lei dovesse intraprendere un’azione criminale rivolta alla mia persona, un ordigno nucleare esploderà nel centro della città di Londra, rendendola responsabile della morte di migliaia di cittadini britannici. Per evitare tale spargimento di sangue, non solo lei bloccherà gli infedeli che agiscono al suo servizio, ma, a tempo debito e in un luogo che sarà comunicato in seguito, si incontrerà con me per invocare il perdono di Allah, inginocchiandosi e baciando la terra, in segno di umiliazione. Verrà fotografata e quell’immagine apparirà su tutti i giornali del mondo, per volere di Allah il Misericordioso. Allah ordina di combattere e uccidere i nemici, di bagnarsi nel loro sangue, di violare le leggi qualora essi lo facciano; ma se abbandonano l’errore di perdonarli.
Ibrahim al-Ja’bari
Monica sbiancò in faccia.
Kline la fissava cupamente.
“E’ diabolico!”, sbottò il capo dell’NRO. “Qui in America non potrebbero riuscirci, però a Londra… Dobbiamo eliminarlo al più presto!”
“Ma davvero può avere una bomba atomica?”, gli domandò Squire.
Kline annuì, torvo in volto. “Sì.”, rispose. “Esistono due possibilità. La prima, che l’abbia acquistata in uno degli Stati che un tempo appartenevano all’Unione Sovietica; la seconda, forse più realistica, che venga costruita in loco. Con i materiali necessari – nemmeno tanti – con un esperto e dieci ore di lavoro, ma anche meno, ciò è fattibile. Ci sono certi romanzi che dovrebbero essere vietati: ne lessi uno che descriveva per filo e per segno il modo più semplice per assemblare la dannata bomba; evidentemente non sono stato l’unico ad acquistarlo. Un po’ di galera gli farebbe bene. Un’italiana decisamente idiota in un libro ha spiegato varie tecniche per uccidere a mani nude oppure mediante I.M. La ficcherei dentro per dieci anni.”
Monica aveva smesso di ascoltarlo.
“Non potrebbe essere un bluff?”
“Potrebbe, anche se non lo credo e proprio per il fatto che ha nominato Londra, invece di Washington, New York o Los Angeles. Con un peschereggio sarebbe possibile attraccare in qualche punto isolato della costa all’insaputa di tutti, con una bomba o, come ho già detto, con un disco di plutonio e altri ingredienti necessari a fabbricare l’ordigno in questione.”
“D’altronde, riguardo a John non bluffava.”, commentò Monica a denti stretti, lottando per trattenere le lacrime.
Rimase a lungo in silenzio, cercando una soluzione che non riuscì a trovare. Ordinò una caraffa di caffè, lo offrì a Kline e ne bevve due tazze, senza quasi avvertire il sapore della bevanda. Poi continuò a riflettere.
“Non possiamo rischiare.”, dichiarò infine. “Nel centro di Londra, anche un piccolo ordigno nucleare tattico porterebbe alla morte di cinquantamila persone, come minimo. Gli inglesi sono i nostri più fedeli alleati: io devo annullare il raid della Delta Force e piegarmi. Questo, tuttavia, non significa che andrò a inginocchiarmi. O, meglio, lo farò; ma in quell’occasione prepareremo una trappola. E allora sarà la sua fine.”
Kline allentò il nodo della cravatta e la guardò, dubbioso. “Io penso…”
“Blocchi immediatamente Patterson!”, lo interruppe Monica. “E’ un ordine. E disponga che in qualche modo Ibrahim al-Ja’bari ne venga informato.”
Dopo un istante aggiunse: “E mi metta in comunicazione con il primo ministro della Gran Bretagna. Subito!”
Al diavolo il comitato Rage!, si disse. D’ora in avanti sarò io a decidere. Il popolo americano mi ha votata e mi paga per questo.

Alto Egitto
Sarah Gabai poteva anche farsi prendere di sorpresa da un’archeologa, ma quella sconfitta tutto sommato fortuita non escludeva che dei quattro fosse lei la più forte e la più preparata.
Infatti, fu l’israeliana a lanciare l’allarme. Senza che nulla lo lasciasse presagire, avvertì un pericolo. L’istinto le suggerì di distogliere l’attenzione dalla fortezza per osservare il panorama alle sue spalle. “Stanno arrivando.”, mormorò, toccando una spalla di Lucie Blanchard. “Da dietro.”
“Quanti sono?”
Sarah ripose il binocolo e si asciugò la fronte. “Troppi.”
Lucie svegliò i due neri. Il caldo era spaventoso: sembrava di essere in una fornace. Mancava ancora un’ora al tramonto, quando con la subitaneità del deserto la temperatura si sarebbe abbassata di parecchi gradi. Il sole era accecante.
Lucie, Danni e Max si rimisero al giudizio dell’agente del Mossad. “E noi cosa facciamo?”
Sarah si frugò in una tasca della mimetica e prese una trasmittente. Parlò in fretta. “Cinque minuti”, annunciò, “e il mio elicottero sarà qui”.
“E se ci raggiungono prima?”, chiese Max.
L’israeliana scrollò le spalle. “Allora combatteremo.”
“E se dovessimo perdere?”
“Ci taglieranno la testa.”

Mosca
Sebbene rispettasse Putin, che considerava molto più intelligente dei suoi predecessori, Miloslav Pomarev rimpiangeva i tempi andati. L’Unione Sovietica era stato il Paese perfetto. C’era un buon lavoro per tutti, una casa, benché piccola; c’erano ordine e disciplina. A differenza degli americani, i cittadini possedevano istruzione e senso civico. Non esistevano falsi miti, propaganda insensata, sprechi, capricci frutto di vanità; il popolo non gettava via denaro per comprare automobili e benzina: beni superflui. L’Armata Rossa era l’esercito più potente del mondo e ogni giorno venivano forgiate nuove armi. Gli stabilimenti producevano carri armati, missili, testate nucleari. Rivolse uno sguardo malevolo a Yarbes. Lui e quella sua moglie avevano contribuito a far fallire il golpe; poi era arrivato l’ubriacone. Adesso sperava fortemente che Vladimir Putin si riprendesse almeno l’Ucraina, che apparteneva da sempre ai padroni russi.
Aveva una sola consolazione. Stava combattendo contro una razza inferiore. Gli arabi! Al pari dei negri erano soltanto bestie, servi.
Fu distolto da tali considerazioni quando squillò il telefono.
Era ora di agire.

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