Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘raccolti dal sentiero’ Category

grateful-deadNon siamo mai stati primi in classifica, ma per i nostri fans eravamo la più grande band del mondo.
In giro c’erano complessi che si esibivano dal vivo per un’ora scarsa. L’immancabile bis, e poi buona notte a tutti. Noi eravamo diversi: a seconda delle serate, potevamo andare avanti per quattro ore o magari addirittura per sei. Suonavamo di tutto: country-rock, blues, psichedelia; brani tratti dai nostri dischi, pezzi nuovi, materiale di altri artisti. E non eravamo mai uguali. Quante volte abbiamo eseguito “Dark Star”? Mille? Beh, vi posso assicurare che non l’abbiamo mai riproposta nello stesso modo. Potevamo farla durare venti minuti o quaranta, e gli assoli di Jerry Garcia erano sempre differenti. Note fluide che sapevano creare suggestioni infinite; noi lo seguivamo improvvisando a nostra volta: e la musica scorreva limpida, simile a un quadro che raffiguri un’isola circondata dall’acqua più verde e trasparente.
Quello che suonavamo era portato dalla brezza del mattino quando i delfini giocano oltre la barriera corallina e gli uccelli volano alto nel cielo. Perché per noi la musica era un sogno, e quel sogno lo abbiamo condiviso con milioni di ragazzi, che da noi non volevano lustrini o atteggiamenti da rock-star, ma condividere lo stesso sogno: attraversare le praterie sconfinate del West, sorvolare gli oceani più bui e profondi, raggiungere le stelle più fulgide, rincasare al tramonto, mentre sulla collina il sole tramonta in un prodigio di bellezza che da solo vale il senso dell’esistenza.
Nicole era una bella ragazza: alta, bionda, gambe lunghissime che gli shorts mettevano generosamente in evidenza. Stava con Paul. Entrambi erano tossici. Venivano sempre ai nostri concerti. Lei chiudeva gli occhi, dondolando leggermente la testa. Lui accendeva uno spinello e glielo passava. Noi in quel momento suonavamo solo per loro due. Nicole odiava la guerra, detestava Nixon e partecipava a tutte le manifestazioni di protesta. Paul non sopportava la ricca borghesia, gli affaristi privi di scrupoli, le banche avide di denaro.
Ma non era per questo che ci seguivano. A differenza dei nostri amici Jefferson Airplane, non abbiamo mai scritto canzoni di protesta, né lottato contro il sistema. In realtà, non abbiamo mai lottato contro nessuno. Volevamo solo regalare un sogno, e adesso, dopo tanti anni, posso dire che ci siamo riusciti. Perché “viaggiare” con noi era magico. Se non fosse per la morte di Jerry, staremmo ancora girando l’America; e i ragazzi di allora continuerebbero a seguirci.
Nicole attraversò l’Atlantico per raggiungerci in Europa. Era il 1972. Ottenemmo un successo clamoroso e del tutto inaspettato, perché quello era il periodo del “progressive” e non pensavamo certo di attirare un pubblico così numeroso ed entusiasta. Va detto che suonammo al massimo delle nostre possibilità; inoltre, da quelle parti, solo i Led Zeppelin erano in grado di improvvisare e di prodursi in assoli travolgenti. La conobbi a Londra. Mi parlò di Paul. Disse che era morto a causa dell’ eroina. “Era roba cattiva.”, aggiunse. Le chiesi come si era procurata i soldi per il biglietto dell’aereo. Non era una groupie, perciò aveva pagato di tasca sua. “Me li diede Paul, prima di morire.”, rispose. “Aveva risparmiato per farmi questo regalo, anche se nelle sue intenzioni saremmo dovuti venire assieme. Vedili anche per me! E portami con te. Se sarò nel tuo cuore, riuscirò a sentirli anch’io. Spero tanto che facciano “Uncle John’s Band”: lo sai che è la mia canzone preferita.” Non mi riferì altro, e io non la sollecitai a parlarmi di lui. Ci sono degli amori che sono esclusivi; rimangono per sempre nell’anima, e talvolta è meglio custodirli con cura perché il mondo potrebbe sporcarli.
Il mondo non è un “viaggio” magico. In prevalenza è composto da gente egoista, da persone curiose e malevole. Le domandai soltanto da quanto tempo si bucava. Lei scrollò le spalle. “Ho incominciato a quindici anni.”, disse. Esibì un sorriso amaro, ma poi la sua voce risuonò fredda. “Fui violentata da un poliziotto. Sono cose che capitano.” Giocò per qualche istante con una ciocca di capelli. “Paul aveva solo due anni più di me. Una sera lo seguì, e gli infilò un coltello nella pancia.” Assunse un’espressione pensierosa; credo che stesse rivivendo quei giorni. “Non so se Paul ha fatto bene. Ma penso di sì. Quello era un porco. Ricattava le prostitute, arrestava i piccoli spacciatori e lasciava in pace i pesci grossi. In cambio, si faceva pagare. Paul non ha mai fatto a botte in vita sua, non era un ragazzo violento, tutt’altro. Comunque, la roba me l’aveva data quel maledetto sbirro per incastrarmi.”
Quella sera, prima del concerto, la invitai a cena. Era malinconica, ma anche forte. Mentre finiva il suo hamburger mi spiegò il motivo per cui Paul amava tanto quel brano. Una notte avevano fatto l’amore in macchina. Disse che, malgrado non fosse la cosa più romantica del mondo, era stata un’esperienza meravigliosa. Poi lui le aveva chiesto di sposarlo. Proprio in quel momento, Jerry cantava: Well the first days are the hardest days, Don’t you worry any more, ‘Cause when life looks like easy. Street, there is danger at your door.Think this through with me, let me know your mind.
“Ci disintossicheremo, amore mio. Sarà dura, ma ce la faremo!”
“Ti amo!”, aveva detto Nicole. Era una notte calma e silenziosa; sebbene fosse inverno, il clima era mite. Erano vicini alla costa e dai finestrini aperti arrivava il profumo dell’oceano. Paul l’aveva stretta forte a sé. Nicole gli aveva accarezzato il viso. Avevano fatto ancora l’amore, mentre la cassetta ripartiva dall’inizio. Quella era la prima canzone dell’album.
Si alzò dal tavolo e mi sorrise. “Così va la vita.”, disse. Si avviò verso l’uscita, poi si voltò. “Questa sera noi saremo lì. Con voi.”
Quando entrai nel camerino, dissi ai ragazzi: “Facciamo “Uncle John’s Band” per ultima.”
“Va bene.”, rispose Phil Lesh. Lui era il nostro formidabile bassista. Jerry Garcia annuì. Stava accordando la chitarra.
“E… diamoci dentro! Suoniamola all’infinito!”
Mi chiamo Bob Weir.
E facevo parte del più grande gruppo del mondo. Chi ci ha ascoltati dal vivo, chi ci ha sentiti anche per una sola volta, lo sa.
Eravamo i Grateful Dead.

Annunci

Read Full Post »

CHICCA

chicca-e1389791930206Dopo aver bevuto il consueto terzo caffè della mattinata nel suo bar preferito (i primi due li aveva preparati a casa), Max tornò con calma nel piazzale dove aveva posteggiato l’auto. Era come diviso in due parti: la prima confinava con il camposanto, la seconda, più ampia, si arrestava davanti all’avamposto di un bosco che si estendeva verso occidente. Rimase sorpreso vedendo la quantità di macchine e di persone che erano sopraggiunte nel breve tempo che aveva trascorso a leggere il giornale. Era un funerale, e ciò mitigò la sua irritazione dovuta al fatto che avevano parcheggiato in tutti i modi possibili, bloccandogli ogni via d’uscita.
Si accese una sigaretta e attese pazientemente che la cerimonia finisse e che la gente se ne andasse. Guardò l’orologio: erano le dieci e il suo appuntamento di lavoro era fissato per le undici in un paese poco distante; perciò il tempo non gli mancava.
Lei fu la prima a uscire dal cimitero. Max aveva cinquantotto anni, la donna ne dimostrava circa cinquanta. Si diresse proprio verso la Punto che gli ostruiva il passaggio. Lo guardò, comprese la situazione e si scusò con un sorriso. Max annuì e le voltò le spalle per salire in macchina.
Ma, all’improvviso, si fermò, girandosi di nuovo. “Chicca?”
Lei stava estraendo le chiavi dalla borsetta; lo scrutò, sorpresa, scavando nella memoria per dare un nome al volto di quell’uomo alto, dai capelli grigio ferro e dagli occhi stanchi. Per un lungo momento non lo riconobbbe. Chiunque fosse, gli anni lo avevano sicuramente cambiato. Poteva essere un conoscente occasionale, incontrato chissà dove e chissà quando. La vita è piena di incontri fugaci, magari durati pochi minuti, un drink in compagnia, un acquisto nel negozio dove lei lavorava, un pranzo o una cena che li aveva visti seduti ai lati opposti del tavolo.
Poi il viso le si illuminò, mentre dal passato emergeva, sempre più nitido, il ricordo. Se prima il suo sorriso era stato di circostanza, adesso divenne sincero e convinto. Mosse un passo nella sua direzione. “Dovrei ucciderti!”, esclamò ridendo. Notando che era perplesso, si affrettò ad aggiungere: “Una notte al freddo, con la tua Mehari senza portiere!”
Max restituì il sorriso, che tuttavia si estese solo in parte agli occhi. C’era come un velo in quegli occhi, notò lei… malinconia, tristezza, rimpianti, non avrebbe saputo dare un senso più preciso a quello sguardo, poiché nulla sapeva della sua vita, di ciò che aveva fatto in tutti quegli anni. Non portava la fede al dito, ma questo non significava molto: lei era reduce da due divorzi.

UN ALTRO GIORNO
A Max non mancavano i soldi per prendere una camera in albergo, ma, sebbene Chicca non fosse la sua prima ragazza (era stata preceduta da Lisa e da Antonella) e, benché avesse già fatto l’amore, si sentiva intimidito o forse semplicemente incerto. Temeva che lei accogliesse la proposta con freddezza, dato che fra loro fino a quella sera c’era stato solamente qualche bacio. Questo non toglieva che la desiderasse, ciò nonostante preferì guidare fino a tarda notte, mentre le stelle di una primavera ancora fredda brillavano remote simili a pallidi gioielli e il lago di Garda era avvolto dall’oscurità e il vento del nord calava dalle montagne.
Andarono a letto insieme una settimana più tardi. Il corpo di lei era caldo e accogliente, e per Max fu molto bello.
“Ricordi”, disse, “che al ritorno mangiammo pollo arrosto e patatine?”
Chicca non rammentava quel particolare, che al momento trovava insignificante.
Però, ricordava molto altro.

“Non mi sembri felice.”, osservò con la sua solita franchezza.
Max lasciò passare alcuni secondi, quasi stesse raccogliendo le idee o forse perché cercava una risposta adatta, quindi annuì. Cercò di cambiare argomento. “E’ morto un tuo caro?”, le domandò. Chicca scosse la testa. “Un amico di mia cugina.”, rispose.
Man mano, le automobili abbandonavano il piazzale; il prete lasciò per ultimo il cimitero. In alto, il sole splendeva e il cielo era limpido, blu come il mare, una leggera brezza accarezzava le fronde degli alberi.
Max li indicò. “Sono i miei amici.”, disse. “Io vengo spesso qui.”
I tuoi amici? Lei preferì non commentare.
“Sei felice?”, insisté.
“Mia moglie mi ha lasciato.” Max non aggiunse altro. La sensazione che le dava era che ci fosse anche un qualcosa di più, ma che in ogni caso la separazione o divorzio che fosse, lo avesse reso un uomo vuoto, perso in un mondo di solitudine e di amarezza.

UN ALTRO GIORNO
La Mehari era rossa, di un bel rosso acceso. Dopo aver sistemato le portiere, Max la portò in montagna. Lei non sciava, si crogiolava al sole sulla terrazza del ristorante, dove avevano consumato un pasto eccellente. Dopo un’ultima discesa, Max si tolse sci e scarponi e ordinò due cioccolate. Era allegro e spiritoso – talvolta un po’ matto, pensava lei (e il fatto delle portiere mancanti lo confermava). Comunque, era buono d’animo e sempre disponibile; non litigavano praticamente mai. Né ci furono tradimenti, da ambo le parti, nei due anni che li videro assieme. Stavano bene da soli e stavano bene con gli amici. Chicca lavorava già in un negozio di vestiti, Max cominciava a costruirsi un futuro, che all’epoca era sembrato solido a entrambi. Gli piaceva lavorare e aveva molte idee.
E fare l’amore era sempre più bello, soprattutto per lui.

Tornarono al bar. Il quarto caffè per Max, il primo per Chicca. Lei non intendeva essere invadente, ma la rattristava vederlo dimagrito, la rattristavano i suoi occhi, quegli occhi che in un lontano passato esprimevano entusiasmo e voglia di vivere. Ora apparivano spenti, offuscati da ombre che celavano un’infelicità che le pareva evidente.
Le parole vennero fuori lentamente, alternate a lunghe pause, a tratti chiare, talvolta evasive. Ma il quadro si delineò, e Chicca seppe che Max aveva perso un buon lavoro, che adesso guadagnava pochissimo, che per lui il futuro non esisteva. Non più.

UN ALTRO GIORNO
Nessuno dei due rammentava il motivo per cui si erano lasciati. Questo era strano, ma è l’esistenza a essere strana. Chicca ricordava una particolare notte. Lei era in Liguria, in casa di un’amica. Max l’aveva raggiunta, per una volta fuori di sé, gridando e minacciando. Non era da lui. Forse tutto era finito in quell’occasione o forse lui l’aveva seguita perché non accettava di perderla. Era stata lei a troncare il loro rapporto? O lui?
Non importava. Rimaneva il ricordo di due bellissimi anni, magari pochi in rapporto a un’intera esistenza; ma la felicità non si misura in termini di tempo, non è geometria, non è matematica, è poesia. E una breve poesia può superare le barriere del tempo e rimanere impressa per sempre in un angolo del cuore.

Quella sera uscirono a cena.
Max scoprì che la biondina vivace, allegra e spensierata di allora si era trasformata in una donna profonda e colta. Era bello parlare con Chicca. E parlarono di tutto.
Pagò lei il conto. Quando uscirono dal locale, Max guardò in alto. “Amo le stelle.”, disse.
Non aggiunse altro e si incamminò verso la macchina.
Lei restò ferma a guardarlo.
Poi disse: “Portami sul lago di Garda.”
Max si voltò.
“Ma a una condizione.”, precisò Chicca.
“Fai in modo di togliere due portiere.”

Read Full Post »

cristina-khay-2Eventuali commenti del tipo “lo ricordavo”, “l’ho già letto”, etc. saranno rimossi. Il mondo è grande. Capito mi hai, Genoveffa?

Il nonno gli aveva trasmesso la passione. Quella per i rapaci notturni s’intende: gli allocchi, le civette, i barbagianni. Anche se il nonno era riuscito ad addomesticare un gufo reale solo per andarci a caccia. E Stelvio ancora se li ricordava quei giorni: era uno spettacolo osservare l’animale lavorare la preda. Il gufo si levava in ampi giri morbidi sfruttando il vento e le termiche che lo spingevano improvvise da sopra gli specchi d’acqua al sole. E poi si gettava a capo fitto verso il coniglio selvatico o il leprotto attardatosi fuori dalla tana. Era un volo pieno di silenzi ma con la rapidità della morte negli artigli aperti a ghermire la vita. Un attimo ed era tutto finito. Stelvio però preferiva guardarli, i rapaci. E se fosse riuscito a catturarne uno ne avrebbe avuto cura per sempre. È per questo che aveva costruito un riparo di legno posizionandolo a sud, come andava fatto, sui rami alti della quercia più frondosa. E aveva atteso per settimane, fino a quando quel giorno non trovò alla base del tronco un bolo di pelo e ossa. Il suo rifugio era stato colonizzato, ne era certo.
“Domattina andiamo dal Marchese.” gli comunicò lo zio arrivandogli alle spalle. Invidiava quel suo modo di camminare nel bosco, da lupo, senza fare il minimo rumore. “Martino sta male. E ho bisogno che tu mi dia una mano con le foglie del viale.”
Stelvio non disse nulla. Assentì cercando di riuscire a intravedere tra i rami il ‘suo’ strigide. Non c’era bisogno di dire nulla, del resto, non sarebbe servito. Lo zio comandava e basta e non c’era modo di contrastarlo. Tanto valeva fare come diceva lui, da subito.
Così al mattino seguente si era fatto trovare pronto alle cinque. La tenuta ‘I Geti’ del Marchese, di centottanta ettari, era a due ore di furgone da casa. Il nonno gliene aveva parlato diverse volte, quand’era piccolo, e sempre con gran rispetto. In quella foresta c’erano daini, caprioli, lepri, cinghiali, cervi. Il paradiso del cacciatore. Al nonno brillavano sempre gli occhi quando ne parlava e finalmente, ora, l’avrebbe visto. Ma aveva bisogno di un paio di stivali per il fango, così diceva lo zio, e lui non ne aveva. Frugò allora tra le cose del nonno. C’era ancora tutto nella sua stanza: i vestiti, il necessario per fare la barba, i cappelli, le scarpe, la busta per il tabacco. Ogni cosa era ben riposta, in ordine, persino senza polvere, come se avesse dovuto tornare da un momento all’altro. E invece una mattina, aveva preso il suo sovrapposto più bello ed era uscito senza più tornare. La sensazione era però che, pur dopo tanti anni, l’avrebbe visto una sera affacciarsi allo specchio della porta e chiedere, come se nulla fosse stato, cosa ci fosse per cena.
E dopo tanto cercare li trovò in fondo all’armadio: un paio di stivali neri, consumati, che a lui, che non aveva compiuto diciassette anni, stavano davvero larghi. Il nonno era infatti un omone di quasi due metri di altezza, grosso come un monumento ai caduti, una roccia d’uomo che nulla sembrava poter scalfire. Gli stivali gli servivano, e questo era tutto, e lui li prese.
Il furgone s’inerpicò per la strada sterrata sobbalzando a ogni buca. I rastrelli, la scala, le pale e ogni altro strumento da lavoro sbattevano sul pianale del furgone con gran fracasso. Lo zio se ne stette muto, per tutto il tempo: sembrava godersi quel concerto di ferraglia. Quando cominciarono ad avvicinarsi alla tenuta, tanto da poterla veder sbucare, tra il verde cupo dei lecci, come un animale curioso, cominciò a fargli un mucchio di raccomandazioni. Doveva parlare solo se gli altri gli avessero rivolto la parola, non doveva entrare nella Casa, né sputarsi nelle mani in presenza di qualcuno prima di usare il rastrello e, soprattutto, non avrebbe dovuto lamentarsi mai. Stelvio lo ascoltò per i primi cinque minuti, poi si mise a fissare alla sua destra due cavalli che correvano liberi al galoppo con il collo rigido e le froge al vento a fiutare gli odori grassi della pioggia che nella notte aveva reso scura e fredda la terra della campagna. Le luci del parco, ancora accese, consentivano una certa visibilità.
“Hai capito? Sono stato chiaro?” gli chiese alla fine lo zio mentre stavano ormai entrando nella tenuta.
“Sì sì, certo, zio.”
Appena scese dal furgone gli si parò innanzi, inaspettata, la più grossa voliera di rapaci che avesse mai visto. Vi si avvicinò come rapito. C’era una poiana codarossa, una di Harris, un falco pellegrino, un astore e… e un tenero assiolo. Che meraviglia. Non ci poteva credere di poterli vedere tutti insieme in un solo momento.
“Stelvio! Stelvio!” lo zio lo chiamava facendogli gli occhi severi. “Prendi gli attrezzi sul furgone, presto, e seguimi: non fare lo scemo come al tuo solito”.
Lui tornò indietro, in fretta, saltando sul pianale del furgone. Afferrò i rastrelli, un forcone e il secchio. Poi si fermò a guardare lo zio che, più avanti, si era messo a parlare con un signore ben vestito. Da lassù poteva vedere l’ingresso della foresta, il maneggio, le stalle e l’andirivieni della gente, ognuno con un suo compito preciso. Guardò la casa che si ergeva accanto a lui, forte e austera come un monito. Era grigia, di pietra granitica, con modanature in legno quasi nero, che ne sottolineavano l’imponenza solenne. Guardò verso le finestre al primo piano. E fu lì, che nella semioscurità, la vide. Poteva avere la sua età. Una ragazza dai lunghi capelli biondi, il viso appoggiato sul mento, lo stava osservando attraverso i vetri della finestra. Lo sguardo era triste, annoiato, ma era diretto proprio verso di lui. Stelvio provò ad abbozzare un sorriso e alzò una mano, per salutarla, ma lei non contraccambiò. Stelvio si mise subito al lavoro.
Sebbene fosse un ragazzo, era molto forte per la sua età ed era abituato alla fatica. Cominciò a levare le foglie con metodo.
A est una pallida striscia luminosa preannunciò il sorgere del sole. Qualche minuto più tardi, il cielo diventò azzurro e tutta la campagna circostante si rivestì di un morbido colore dorato. A causa della pioggia della notte precedente, si erano formate vaste pozzanghere che, però, presto asciugarono.
Un vento fresco che proveniva da occidente accarezzava le cime degli alberi e scompigliava i capelli di Stelvio.
Il ragazzo procedette con impegno per le successive due ore. Mentre adoperava il rastrello, pensava a quando avrebbe visto volare il suo rapace. Forse goffo e incerto, i primissimi tempi, poi sempre più sicuro e arrogante, come lo spirito di un predatore richiedeva. Di tanto in tanto lo zio lo controllava, ma si limitava ad annuire: il ragazzo stava facendo un buon lavoro. Man mano, Stelvio si allontanò – la tenuta era assai vasta – fino a quando lo zio scomparve alla vista.
A un tratto, il vento cessò. Adesso faceva caldo. Stelvio sostò per qualche istante e si deterse il sudore dalla fronte. Fu allora che udì una voce che gli ricordava qualcuno. “Ti stanno proprio bene quegli stivali! Sembrano fatti su misura.”
Stelvio si voltò di scatto e vide un uomo grande e grosso, con una folta barba grigia e occhi azzurri e penetranti.
Un momento dopo lo riconobbe.
“Nonno!” esclamò in preda a una viva gioia.
Aveva amato molto suo nonno, forse più dei genitori, e quando era scomparso ne aveva sentito profondamente la mancanza. Adesso appariva invecchiato, ma era sempre dritto e solido, simile a una poderosa quercia.
“Dove sei stato per tutto questo tempo?”, gli domandò.
“Oh, in vari posti.”, rispose il nonno. “Ho girato il mondo. Volevo vedere foreste più grandi, e le ho viste!” C’era una luce sognante nel suo sguardo. Rimase in silenzio per alcuni istanti, come se stesse rivivendo quei giorni e vedendo nuovamente le foreste di cui parlava.
“Ho visto una quantità di animali.”, riprese il vecchio. “Non soltanto daini, caprioli, lepri, ma anche lupi, volpi e un cervo che aveva un palco di straordinaria bellezza. Era veramente un esemplare maestoso. E, poi, ogni genere di rapace. Però, mi sei mancato, figliolo.”
Stelvio era commosso. “Anche tu, caro nonno!” Gli raccontò del suo sogno di avere un rapace e di come forse fosse riuscito a realizzarlo. Il nonno lo ascoltò con attenzione, quindi gli impartì alcuni consigli pratici, che il ragazzo memorizzò. Stelvio accennò anche a una certa Matilde, una giovane maggiore di lui di un anno. Aveva dei magnifici occhi verdi e soffici capelli biondi che le arrivavano alle spalle; purtroppo, però, non lo degnava di uno sguardo, forse a causa della differenza di età. Il nonno si sedette su una roccia che affiorava dal terreno, proprio sul limitare del bosco, tolse il cappello e lo depose con cura in un punto perfettamente asciutto. “Presto Matilde ti amerà.”, commentò dopo un momento. “Vi sposerete, avrete tre figli e sarete molto felici insieme. Lei si dimostrerà una moglie fedele e devota, e tu sarai un marito appassionato e premuroso. Vivrete a lungo insieme.”, concluse sorridendo. “Ma ora riprendi il tuo lavoro, altrimenti lo zio si arrabbia.”
Stelvio avrebbe voluto parlare ancora con il nonno, però obbedì. Continuò a sgombrare il lungo viale dalle foglie, mentre il sole saliva alto nel cielo. Ogni tanto, si lanciava un’occhiata alle spalle come per accertarsi che il vecchio fosse ancora lì. Il nonno riposava tranquillo. Il ragazzo provava una dolce sensazione di calore che non era dovuta al sole.
Doveva essere circa mezzogiorno quando lo zio lo venne a cercare. Era ora di pranzo.
“È tornato il nonno!”, lo informò Stelvio, tutto eccitato.
“Non dire sciocchezze.”, replicò lo zio. “Che ti ha dato di volta il cervello?”
“Ma guardalo, zio, è lì!” E indicò la roccia dove il nonno si era seduto.
Ma su quella roccia non c’era nessuno.
Stelvio fece girare lo sguardo. Non vi era traccia del nonno.
Lo zio lo prese sottobraccio. “E’ ora che tu lo sappia.”, disse in tono gentile. “Nonno è morto da molto tempo.”
“Ma… ma…” Stelvio scosse il capo, frastornato.
Si avviarono per tornare al furgone dove avrebbero consumato una colazione al sacco.
Stelvio camminava a testa bassa.
Non si voltò più.
Se lo avesse fatto, avrebbe visto un cappello depositato con cura su un punto perfettamente asciutto del terreno.

Più tardi, il Marchese li mandò a chiamare. Sebbene fosse un ricco nobile, era anche un uomo alla mano. Intendeva congratularsi per la solerzia con cui zio e nipote avevano svolto il lavoro di Martino. Lo zio aveva colto un mazzo di fiori. Lo porse al Marchese. “Un piccolo omaggio.”, dichiarò.
In quel mentre, sopraggiunse la figlia del Marchese.
“Questi fiori sono per me?” chiese.
Il Marchese sorrise. “Credo proprio di sì.”
Matilde fece un piccolo inchino. “Grazie!”, disse rivolta allo zio, ma il suo sguardo si fissò su Stelvio.
Lui la ricambiò ed entrambi arrossirono.

Read Full Post »

repubblica-31-05“Alla domenica andavo a comprare la Repubblica. Durante la settimana, a causa del lavoro, non avevo mai il tempo per leggerla; inoltre, l’edizione domenicale contiene l’editoriale di Eugenio Scalfari ed è mediamente più ricca di pagine, sull’esempio dei giornali inglesi. Ricordo molto bene certe mattine estive, profumate di vento e della pioggia della notte prima, con il cielo limpido e il verde brillante dei prati che costeggiavano la strada. Quando rincasavo, mi accoglieva l’odore del caffè che Maddalena aveva appena preparato. Lo bevevamo assieme, mentre io sfogliavo il quotidiano e commentavo ad alta voce le notizie. Io sono di sinistra e intransigente nei confronti di Berlusconi; mia moglie ha vaghe idee politiche e non vota mai.”
Alessandra alzò lo sguardo dal libro e osservò quel perfetto sconosciuto che era venuto a sedersi accanto a lei, sulla sua panchina preferita, all’estremità settentrionale del parco. Le era già successo di essere abbordata, in un altro parco e su un’altra panchina, e in quel caso si era trovata di fronte a un autentico pazzo che credeva di essere un marziano. Tutte a me capitano!, pensò risentita. Stava leggendo Mondo senza fine di Ken Follett, e non amava essere interrotta quando leggeva, soprattutto in un momento di suspense. E poi, in quel punto del romanzo, era di scena Caris Wooler, la sua eroina preferita.
“Mi chiamo Massimo Tani.”, disse l’uomo. “Mi dispiace di averla disturbata.”, aggiunse subito dopo, quasi le avesse letto nel pensiero. “Ma vede, io la conosco. O, per essere più precisi, conosco il suo libro. Credo che lei sia una persona sensibile, e forse sarà disposta ad ascoltarmi. Io… non ho nessuno con cui poter parlare.” Le tese la mano. “Posso chiamarla Ale, o preferisce Sandra?”
“Ma come…” Poi Alessandra ricordò di aver portato con sé Lesbo è un’isola del Mar Egeo. Non lo aveva fatto per una ragione precisa: in ogni caso, era appoggiato sulla panchina, accanto alla borsetta.
“Drole de combination! Anche mia moglie, la mia ex moglie, si chiama Maddalena. Abbiamo qualcosa in comune: un amore finito male.”
Alessandra gli rivolse uno sguardo più approfondito. Era un uomo alto, stempiato, con sorprendenti occhi blu e un viso, se non bello, sicuramente gradevole. Dimostrava circa quarant’anni. Di modi cortesi, era tuttavia vestito in modo trasandato e aveva la barba lunga di almeno tre giorni. “Lei ha letto il mio libro?”, disse finalmente. “Certo.”, rispose lui. “Me lo consigliò un mio amico. Mi è piaciuto molto. Complimenti. Sa, all’inizio pensavo che fosse la solita storia di lesbiche.”
“Grazie.”, replicò meccanicamente Alessandra. Poi decise di mostrarsi cortese. “Mi stava dicendo?”
“Che oggi è domenica, e dopo molto tempo ho comprato nuovamente Repubblica.” Gliela mostrò, come se fosse una prova della sua sincerità.
“E?”
Massimo si schiarì la voce. “E mi è venuto il magone, ecco quanto!” Piegò il giornale e lo infilò in una tasca della giacca. “Vede, c’è stato un periodo in cui sono stato immensamente felice. Era bella la vita con Maddy!” Scosse la testa e proseguì: “Tutto per quei maledetti camion! Io avevo una piccola ditta di trasporti; non ero esattamente ricco, però guadagnavo bene, anche se le spese erano molte. Un giorno mi è venuta la pessima idea di prendere in leasing due camion nuovi. Volevo ingrandirmi e pensavo che fosse il momento giusto per farlo. Maddalena me lo sconsigliò. Ma io mi dimostrai cocciuto come un mulo, e feci di testa di mia. Ero convinto che le cose sarebbero andate bene: avrei aumentato il mio giro, acquisito nuovi clienti, avrei reso più solida la posizione della ditta, e un domani magari mi sarei potuto comprare una casa al mare. Una casetta sulla spiaggia con un terrazzo. Alla sera avremmo mangiato una buona grigliata di pesce, inaffiata da una bottiglia di vino renano. Avremmo fatto l’amore sulla spiaggia, sotto le stelle. Maddy le assomiglia un po’, sa? Anche se forse è più bella di lei.” All’improvviso diventò tutto rosso. “Non si sarà offesa? Forse mi sono espresso male: intendevo dire che Maddalena ha un corpo… insomma, è più voluttuosa.” Se possibile, adesso era ancora più rosso.
Alessandra rise “Figuriamoci! Ma continui, la prego.” Quella storia la interessava relativamente, però le piaceva ascoltare i discorsi della gente. Spesso è più facile aprirsi con uno sconosciuto, si hanno meno remore; per questo motivo non escludeva di trovare lo spunto per un nuovo racconto da pubblicare sul suo blog. Alessandra aveva un blog su WordPress.
“All’inizio tutto sembrò andar bene.”, riprese Massimo. “Presi una Bmw, sempre in leasing: una 320 turbo-diesel color argento. Era una meraviglia! Poi l’Unicredit comprò la Banca di Roma. Fu allora che cominciarono i guai. Avevo un bel fido e me lo revocarono. Nel frattempo, il lavoro stava iniziando a calare. Se avessi potuto disporre ancora del fido me la sarei cavata, invece mi trovai con l’acqua alla gola. Per farla breve, mi portarono via i camion e poi anche la macchina, perché non stavo più pagando le rate. La mia ditta fallì. E Maddalena mi lasciò. Ormai eravamo ridotti in miseria. Nessuno volle aiutarmi: questo mi ha insegnato molto dell’animo umano.”
Alessandra lo fissò in silenzio. Si sentiva in colpa. Quel pover uomo la stava rendendo partecipe della tragedia della sua vita, e lei si gingillava con l’idea di trasferirla sul pc. E’ questo lo scopo di uno scrittore?, si chiese. Beninteso, non si era mai considerata una scrittrice, ma più correttamente una persona che ama scrivere: ma in quel frangente non sottilizzò più di tanto. Era dunque questo lo scopo? Impossessarsi dell’esistenza degli altri, sfruttare il loro dolore, la loro angoscia, per creare una storia? Si sentiva simile a un vampiro, ugualmente attratta dal sangue degli sconfitti, di coloro che hanno smarrito la strada della felicità per imboccare la via della sofferenza e del degrado. Dove era l’etica in questo meschino procedimento mentale? Chi scrive non dovrebbe cercare sempre una morale, quantomeno una parvenza di morale che nobiliti quello che altrimenti sarebbe solo un banale flusso di parole ? Oppure è così che funziona? Ognuno per la sua strada, indifferente della sorte di chi soffre?
Guardò ancora Massimo Tani. Aveva lo sguardo assente, come perso nel vuoto. Si era sfogato e ora sembrava aver esaurito ciò che restava delle sue energie. “Le manca molto sua moglie, vero?” Era una domanda stupida, se ne rese conto subito, ma altro non le era venuto da dire. E poi pensava che se lui avesse pianto avrebbe in qualche modo esorcizzato il dolore. Forse per poco tempo, ma se fosse stato meglio anche per un solo minuto ne avrebbe tratto comunque un giovamento, sebbene minimo. D’impulso lo abbracciò e, come aveva previsto, lui scoppiò in lacrime.
Tuttavia si riscosse immediatamente. Si staccò da lei, tirò fuori il fazzoletto da una tasca dei pantaloni e si soffiò il naso. Adesso era pallido, con una strana luce negli occhi. “Mi scusi.”, disse a bassa voce. “Ho perso il controllo.” Si alzò dalla panchina. “Lei è stata molto gentile”, proferì con calma. “In questo momento non ho un lavoro, né soldi, né casa. Ma tutto ciò mi è indifferente. E’ a Maddalena che penso, perché quando hai conosciuto l’amore, non puoi scordartelo. Lo vivi sempre dentro di te, sapendo che non ti appartiene più. Affronti le giornate come un soldato che sa che la guerra è persa, ma che non può tornare a casa fino a quando l’esercito nemico non arriverà con i suoi micidiali carri armati e gli aerei e i missili, e allora sì, allora ogni cosa verrà distrutta; e lui, il soldato, combatterà in nome di una causa inutile, però lo farà fino all’ultimo respiro, non già per scelta ma perché non esiste un’altra possibilità. Anche la sua casa è stata bombardata, è ridotta a un cumulo di macerie: perciò non avrebbe senso intraprendere il cammino del ritorno. Poi infine giunge la sera, e io ho ancora Maddalena nella mente, nel cuore, nell’anima, e so che non la rivedrò mai più. Mai più, capisce?”
Lanciò un’occhiata distratta al cielo. “A volte sogno topi morti.”
Le rivolse un sorriso triste e si allontanò lentamente.
Fu allora che Alessandra capì.
Ma prima che potesse fare qualcosa, il rumore dello sparo la trascinò all’inferno.

Read Full Post »

la pioggia della vitaCurvo sotto l’ombrello, camminava sballottato dal vento e investito da continui scrosci d’acqua.
Il cielo era una massa grigia e informe, percorsa a tratti da lampi. Con le scarpe ormai del tutto fradicie, Guglielmo raggiunse il portone. Frugò nelle tasche dell’impermeabile, prima di ricordarsi che le chiavi di casa erano nei pantaloni. Le aveva già perse due volte, giungendo infine alla ragionevole conclusione che quello era il posto più sicuro dove tenerle.
Con un mazzo di chiavi non è un problema, si disse mentre faceva scattare la serratura. Si perdono e si ritrovano, e male che vada ci si reca da un fabbro. Salì lentamente le scale fino al secondo piano, entrò nell’appartamento e si cambiò gli indumenti bagnati. Il tempo di preparare un caffè, e il suono del citofono lo sottrasse dal clima calmo e ovattato di quelle mura che da anni costituivano il suo rifugio. Era un rumore che non aveva mai sopportato. Decise di non rispondere: a quell’ora poteva essere solo il postino, e se si era preso la briga di attaccarsi al citofono significava che doveva consegnargli una raccomandata. Raccomandata uguale soldi da pagare, pensò versando la bevanda bollente nella sua tazza preferita.
Il suono si ripeté, acuto e fastidioso. Guglielmo lo ignorò, sorseggiando il caffè. Al terzo trillo, pensò che avrebbe potuto aprirgli, farlo salire e poi ucciderlo. Per certi versi, era un’idea irresistibile. Quando il citofono suonò per la quarta volta, i suoi occhi corsero ai coltelli da cucina. Valutò quale fosse il più adatto per tagliare la gola allo sconosciuto, e una volta individuatolo lo prese soppesandolo fra le mani.
Rispose, ma il rombo di un tuono non gli permise di capire chi gli stava parlando, cosa voleva da lui, e per quale sordida ragione si permetteva di disturbarlo. Comunque, aprì.
Lo ucciderò, decise. Se non fosse il postino, potrebbe essere un venditore ambulante, oppure un predicatore pazzo. In qualsiasi caso, la sua corsa sarebbe terminata quel giorno. Non avrebbe nascosto il cadavere, avrebbe atteso qualche ora, poi avrebbe chiamato la polizia. Anche la prigione poteva essere un luogo calmo e ovattato, qualsiasi posto andava bene, tranne l’ufficio dove lavorava e lo squallido bar che si ostinava a frequentare, malgrado il caffè fosse pessimo e la clientela chiassosa e volgare.
C’era un unico luogo dove avrebbe voluto veramente andare: ma esisteva solo nei suoi sogni. Una casa in riva al mare con le finestre che si affacciavano direttamente sul litorale; un comodo sentiero che conduceva in pochi minuti a una piccola spiaggia; e l’orizzonte sconfinato che alla sera si tingeva di colori prodigiosi. Era un sogno ricorrente, talmente vivido da fargli vivere ogni singola sensazione. Certe volte mangiava una grigliata di pesce sul terrazzo; poi, centellinando il vino bianco, osservava il tramonto, la discesa del sole nel mare, mentre una brezza tiepida gli scompaginava i capelli. Sebbene avesse già compiuto cinquant’anni, erano ancora biondi e folti.
Bussarono alla porta.
Con il coltello nascosto dietro la schiena, Guglielmo aprì.
All’inizio non la riconobbe. Erano trascorsi troppi anni, aveva attraversato troppi deserti, aveva solcato troppi oceani. Si era battuto con la vita, uscendone infine sconfitto. La fissò con aria interrogativa, ignorando la sua espressione perplessa.
“Non mi fai entrare?”, gli disse.
Lui si spostò meccanicamente per permetterle di varcare la soglia. “Chi sei?”, le chiese corrugando la fronte. Non era una brutta donna: benché avesse all’incirca la sua età, conservava lineamenti aggraziati e attraenti. “Mi hai telefonato tu.”, rispose lei in tono rassegnato.
Guglielmo si lasciò sfuggire una risata rauca, completamente priva di allegria. “Io non telefono mai a nessuno.”, proferì a bassa voce. Esitò per un istante, prima di aggiungere: “Solo in ufficio per dire che sto male.” Questo accadeva praticamente tutti i giorni e infatti era stato appena licenziato. Corrugò nuovamente la fronte, cercando una concentrazione che gli riusciva difficile trovare. In effetti non era stato appena licenziato: era successo tre anni prima. Guardò il divano, accanto alla finestra che dava su un cortile interno. “Adesso devo dormire.”, disse. “Non potremmo vederci un’altra volta?”
La donna scosse la testa. “Non ci sarà una prossima volta, Guglielmo.”
Lui la fissò intensamente, chiedendosi il motivo di quella risposta. Era tutto così confuso! “Perché?”, le domandò, senza invitarla a sedersi.
Lei ricambiò lo sguardo, una profonda luce di tristezza negli occhi. “Mi hai telefonato quattro volte, Guglielmo, dicendomi che volevi parlarmi . Ma sono trascorsi trent’anni… sono venuta soltanto per vedere come stavi.”
“Bene.”, replicò lui in tono svagato. “Ultimamente dormo molto.” Non ricordava di averle telefonato, e non sapeva se era più irritante il fatto di averla chiamata oppure che se ne fosse scordato. Dal velo del passato, per alcuni istanti, vide una bella ragazza che scendeva una scala.
“Lui è il mio amico Guglielmo.”, disse il fratello di lei.
“Io mi chiamo Ida.”, disse la ragazza con un sorriso quasi sfrontato, che celava ironia e interesse. Si erano rivisti la sera dopo.
Poi i ricordi si persero, come spesso gli accadeva, e Gugliemo si chiese ancora una volta per quale motivo le avesse telefonato, e soprattutto la ragione per cui se n’era dimenticato. Ida si sedette sul divano. Lui nascose il coltello con un gesto furtivo che passò inosservato, perché nel frattempo la donna si stava guardando attorno. “Da quanto tempo non pulisci questa casa?”, gli chiese notando le ragnatele, le macchie di unto sul pavimento, la polvere. Guglielmo considerò la domanda, sforzandosi di trovare una risposta sensata. Il problema era che non lo sapeva. Era sul punto di dirle che gli impegni di lavoro gli sottraevano troppo tempo; poi si sovvenne di nuovo che era stato licenziato. In realtà, passava gran parte delle giornate a dormire.
“Ma come vivi, Guglielmo?” Ida sembrava preoccupata, e ciò lo stupì, dato che nessuno si era mai preoccupato per lui.
Non rispose. Si avvicinò alla finestra e guardò fuori dei vetri. Stava smettendo di piovere; forse sarebbe tornato il sole. Sarebbe andato ai giardini pubblici. Prima, però, doveva dormire. Sono stanco. Voglio sognare.
Le indicò il frigorifero. “Ho dell’aranciata.”, disse.
“No, grazie.”, rispose lei, accavallando le gambe e scrutando il suo viso con un’espressione che denotava pena, compassione, e chissà cos’altro, si domandò lui che aveva notato la portata di quello sguardo.
Ida portava la fede. Se ne accorse guardandole le mani, appoggiate sulle ginocchia. “Sei sposata?”
“Sì. E tu invece?”
Guglielmo scrollò le spalle. “Un tempo lo sono stato.”
Ci fu un lungo silenzio. Ida si alzò dal divano. “Non abbiamo molto da dirci. Mi sembri confuso…” Gli tese la mano. “Magari ti telefonerò io una volta.”
“Non rispondo al telefono.”, replicò lui accompagnandola alla porta. Si salutarono con qualche impaccio.
Quando Ida fu uscita, Gugliemo andò in bagno. Devo dormire. Voglio sognare. Prima, però…
Aprì il rubinetto, facendo scorrere l’acqua calda. Si spogliò ed entrò nella vasca.
Fu in quel momento che si affacciò alla sua mente un ricordo di tale intensità da fargli dubitare di se stesso e di come potesse averlo smarrito nei meandri del cuore. Quando era morto suo padre aveva incominciato a bere alle sette del mattino di una gelida giornata spazzata dalla tramontana. A mezzanotte, ubriaco fradicio, era riuscito in qualche modo a ritrovare la via di casa. Il funerale si svolse qualche giorno dopo. Terminata la funzione, andò da Ida. Si sentiva depresso e infelice; si svestì e si infilò sotto le lenzuola del suo letto.
“Stammi vicino.”, le disse. “Ho bisogno di calore umano.”
Lei esitò.
Forse lo riteneva sconveniente o forse presagiva quello che sarebbe successo. Alla fine, lo raggiunse nel letto. Fecero l’amore nel modo più dolce e appassionato di sempre; un atto che esulava dal sesso per diventare l’incontro di due anime innamorate, nella simbiosi più assoluta e totale. Come il vento d’estate, quando con dolcezza accarezza un fiore.
Rimasero abbracciati a lungo. Lei gli asciugò le lacrime dal viso. “Non devi vergognarti.”, gli disse, intuendo il nuovo corso che i suoi pensieri avevano preso. “E’ l’amore che trionfa sulla morte. E’ la vita che continua. Tuo padre sarà felice, ne sono certa.”
Il ricordo svanì, ma ne comparvero altri: rammentò che l’aveva lasciata per egoismo. Lei aveva dei problemi e lui non intendeva farsene carico. Ricordò sere umide di pioggia, e trionfi professionali che erano svaniti come neve al sole. La sua vita gli era sfuggita dalle mani insieme all’antica arroganza, come un pugno di sabbia. Non volle ricordare oltre.
Guardò il coltello che si era portato nella vasca.
Devo dormire. Voglio sognare. Ma questa volta voglio sognare il passato. Quel giorno di tanti, tanti anni fa.
Poi si tagliò le vene.

Read Full Post »

saliceFu in quei giorni che imparai a dormire in macchina.
A mezzogiorno avevo finito la benzina e non intendevo spendere altri dieci euro. Li avrei conservati per il giorno dopo, sperando in una giornata di lavoro più fortunata. Non avevo i soldi per mangiare due volte al giorno, perciò andavo a parcheggiare la macchina in un grande piazzale, circondato da una quantità di alberi dall’eleganza austera. Il piazzale confinava con un posteggio più piccolo, davanti al camposanto: lì c’era un certo viavai, ma dove stavo io, all’estremità opposta, l’unica compagnia era rappresentata da qualche raro camionista che aspettava l’orario di apertura delle ditte. I primi tempi, mi limitavo a osservare le piante, che rappresentavano una sorta di avamposto di un bosco vasto e ombroso che copriva diverse miglia in direzione ovest.
Poi imparai a dormire.
Il sedile dell’auto si adattò al mio corpo, o forse fui io ad adattarmi a esso: è incredibile come si riesca ad abituarsi a tutto; fatto sta che raggiunsi un grado di comodità molto simile a quello che potevo ottenere dal divano di casa. Osservavo la natura, davo un’occhiata ai camion, guardavo nello specchietto retrovisore, notando che le visite al camposanto incominciavano a rarefarsi, fino a cessare del tutto, almeno per le prossime due ore, e poi mi assopivo. L’abitacolo della macchina non era grande e io sono alto: ma trovai un modo per sistemarmi bene, appoggiando la testa al vetro laterale, con una mano a sorreggerla e l’altra appoggiata sul sedile. Per qualche ragione, prima di chiudere gli occhi, facevo scattare la sicura.
Quelle erano le ore più felici della mia giornata. A tratti un rumore, il suono di un clacson, una voce troppo forte e scomposta, mi destavano, ma non avevo difficoltà a riaddormentarmi subito. In genere, quel momento di estremo benessere, di sogni spesso dolci o comunque innocui, durava circa un paio d’ore, a volte un po’ meno. Quando mi svegliavo, frugavo nel portamonete per appurare se avevo un euro. Raggiungevo a piedi un bar poco distante e bevevo un caffè. Tornando al piazzale, fumavo una sigaretta che aveva un sapore delizioso. Mi piace fumare dopo aver bevuto il caffè, ma non credo di essere molto originale in questo. D’altro canto, non penso proprio che l’originalità sia particolarmente spiccata in me. Magari è un’idea sbagliata, dato che per certi versi possiedo una vena di singolare originalità, tuttavia è talmente nascosta, quasi chiusa nel solaio buio e inaccessibile dell’anima, da apparirmi praticamente irrilevante. Una volta nuovamente in macchina, consultavo l’orologio. Era come un rito: mi attendevano ancora tre ore, e allora le suddividevo in segmenti di trenta minuti l’uno. E’ un metodo efficace, perché in questo modo il tempo sembra meno lungo; e, anche se in realtà la cosa non è affatto vera, esiste pur sempre la teoria della relatività che, almeno a livello psicologico, avvalora in pieno la mia tesi.
Fumavo una sigaretta all’ora. Al di là del piacere del fumo, anche questo rituale accorciava le distanze e mi avvicinava al momento del ritorno. Il lato ironico della situazione (a saperli cogliere, esistono sempre lati ironici) stava nel fatto che non desideravo rincasare. Nello stesso modo, sapevo che il giorno dopo mi sarei ritrovato nello stesso posteggio, davanti agli stessi alberi, che ormai potevo considerare quasi amici, e vicino agli stessi camionisti, o forse erano altri; ma non mi presi mai la briga di appurarlo. Per me i camion sono tutti uguali.
Eppure mi piacciono, e quando ero bambino ne possedevo una bella collezione che mi permetteva di giocare per interi pomeriggi, mentre nel campetto vicino a casa nostra gli altri bambini davano vita a interminabili partite di calcio. Io avrei voluto giocare con loro, ma mi era concesso solo di rado, perché soffrivo d’asma. A volte mi sono chiesto se non sarebbe stata meglio una bella bronchite piuttosto di quella solitudine, che soltanto i camion alleviavano.
ll sole incominciava a tramontare, lunghe ombre coprivano man mano il piazzale; l’aria diventava più fredda, e talvolta, mio malgrado, ero costretto ad accendere il motore, almeno per qualche minuto, in modo da ottenere un po’ di calore. Si avvicinava il momento del rientro, però non guardavo troppo spesso l’orologio, dato che sono gli ultimi minuti quelli più lunghi a passare, esattamente come avviene sotto le armi. Io non ho fatto il militare, ma alcuni miei amici mi hanno raccontato che le ultime settimane, proprio quando sei a un passo dalla meta, rappresentano un’autentica agonia.
E infine giungeva l’ora. Mettevo in moto, abbandonavo con un muto arrivederci il mio piazzale, e rincasavo.
Mi attendeva una serata vuota e solitaria, e una notte percorsa da incubi.
Mi attendeva la solitudine, ed era tanto forte, tanto gelida, da farmi ripensare con nostalgia al mio piazzale. Mi consolavo sapendo che il giorno dopo sarei tornato lì. Ormai era la parte più importante della mia vita. Lo era diventata da quando mia moglie se n’era andata.
Quella sera, mentre accendevo il fornello per cuocere un piatto di pasta, mi venne in mente un’idea talmente bizzarra da farmi sorridere (un ghigno, più che un sorriso).
I miei alberi erano felici, ne ero certo. Ma… cosa pensava un salice piangente? E perché piangeva?
In ogni caso, mentre portavo gli spaghetti alla bocca, mi sentii simile a lui. Se piangeva doveva avere i suoi buoni motivi.
Io li avevo.
Fu allora che finalmente piansi.

Read Full Post »

aqualung1Seduto su una panchina del parco osservavo delle ragazzine con cattive intenzioni.
Il campo di pallavolo era distante pochi metri, non a caso avevo scelto proprio quella panchina. Aguzzavo lo sguardo per visionare le cosce, i glutei, i polpacci. Mentalmente, stilavo delle classifiche. Le mie preferite erano due e stranamente non si assomigliavano: ciò che le accomunava, e le distingueva dalle altre, era l’indubbia avvenenza, ma per il resto erano molto dissimili. Alessia era bionda, alta, slanciata; i capelli raccolti a coda di cavallo erano il tratto che più mi affascinava, assieme agli occhi di un azzurro profondo. Laura aveva un fisico più muscoloso, i capelli neri trattenuti da una fascetta e lo sguardo di una gatta malvagia. Dopo aver riflettuto per qualche minuto, stabilii che, se avessi potuto, avrei fatto con lei le mie porcherie. Giocavano nelle squadre opposte ed erano anche le più brave; le compagne le incitavano a gran voce, e non era stato difficile memorizzare i loro nomi. La mia mano si infilò sotto il vecchio cappotto, le dita slacciarono i pantaloni.
Aqualung amico mio
Non allontanarti a disagio
Ma non ci pensavo proprio. Quelle erano solo le parole di una vecchia canzone, una delle più belle della mia vita.

FLASHBACK 1
Ricordo bene quando comprai quell’album. Ero un grande appassionato di musica rock e, nei limiti del possibile, non mi perdevo un concerto. Avevo visto i Jethro Tull al palasport di Varese, credo che fosse il 1972. Allora mi ero appena sposato con Elena, avevo trent’anni, un buon lavoro, e un intero futuro da conquistare. Ricordo che al venerdì sera uscivamo con gli amici; io ero assolutamente orgoglioso di lei, perché era bella e intelligente. Speciale. Il primo “ti amo” me lo aveva detto in riva al mare, l’estate precedente. Eravamo in spiaggia con due lattine di birra e guardavamo le stelle. “Quella è la tua!”, dissi io individuandola fra mille altre. Elena aveva sorriso. “Ora ne scegliamo una per te.” Quando la trovò, me la indicò. “Ti accompagnerà per tutta la vita. Ti porterà tanta fortuna, amore mio.”
Poi la notte si rivestì d’incanto; non andammo a dormire: sarebbe stato stupido farlo. Volevamo assaporare ogni singolo momento di quella magia. Non fu sesso. Non potrei mai chiamarlo sesso. Era semplicemente il trionfo della vita, e se questa frase vi sembra banale sono fatti vostri.
Elena è morta nel 1980 per un male incurabile che degli stupidi dottori non hanno saputo diagnosticare in tempo.
La mano trovò quello che cercava. A dispetto dell’età, era duro come una roccia. Incominciai a masturbarmi, guardando le gambe di Laura. Ogni tanto osservavo anche la coda di cavallo di Alessia, ma era l’altra che mi attizzava. Gatta malvagia. Gatta randagia. Quanti ragazzi ti sei già scopata? E quanti hai fatto piangere? Ti porterei in mezzo alle siepi, piccola sgualdrinella. Sei sudata, non avverti il freddo e io invece a causa tua sto gelando. Se non fosse per te (e in parte per coda di cavallo) me ne tornerei alla vecchia baracca dove abitualmente trascorro le notti. Non c’è il riscaldamento, non c’è la luce, non c’è niente, però è comunque casa mia. E sulla branda, con quattro coperte addosso, si sta quasi bene, malgrado gli spifferi e l’acqua che scende dal tetto quando piove.
Aqualung amico mio ti ricordi ancora
Il gelo nebbioso di dicembre
Quando il ghiaccio che
Pende dalla tua barba
E’ agonia urlante?
Certo che me lo ricordo. Penso che sia proprio difficile dimenticarlo, così come tutto il resto.

FLASHBACK 2
Quando morì Elena, cessai di vivere. (Dov’era Dio quando ne avevo bisogno?) Forse fu una reazione esagerata. Forse se avessi incontrato un’altra donna in grado di capirmi, la mia vita sarebbe stata diversa. Ma le cose sono andate come dovevano andare. Ho fatto alcune scoperte, la più interessante delle quali era che preferivo passare le giornate a bere piuttosto che recarmi al lavoro. Quando mi licenziarono, non mi presi nemmeno la briga di comprare uno straccio di giornale per vedere se cercavano un buon esperto di informatica. Era meglio bere. Poi finirono i soldi. Il problema principale che mi trovai ad affrontare non fu quello di rimediare un posto dove andare a dormire, visto che mi avevano portato via la casa. In qualche modo mi arrangiavo. Per il cibo, dai frati c’era sempre una scodella di minestra calda; perciò, sotto quel profilo, tutto era a posto. Però, non avevo il denaro per comprare il bourbon. E questo era molto grave. Lo risolsi, mettendomi a mendicare. Il più delle volte, entro sera, ero riuscito a raggranellare una somma sufficiente per una bottiglia della peggior marca. Andava bene così.
Ti accompagnerà per tutta la vita. Ti porterà tanta fortuna, amore mio.
E finché c’è stata lei era vero. Come tutte le coppie di questo mondo anche noi litigavamo; a volte Elena si chiudeva in bagno rifiutandosi di parlare. Ma i momenti belli sono stati così tanti che è impossibile sceglierne uno per collocarlo in uno scrigno immaginario. Al mattino ero felice per il solo fatto di vederla, di chiacchierare con lei. Alla sera era sufficiente aprire la porta del nostro appartamento. Mi bastava il suo sguardo. E quando sorrideva, quel sorriso mi riempiva l’anima. Se non avete provato queste emozioni, non potrete mai comprendere.
La schiacciata di Laura è vincente. Gridolini di giubilo. Natiche nude al vento. Ultimi colpi furiosi, e finalmente vengo nei pantaloni. Gatta malvagia. Gatta randagia. Ti porterei in qualche posto oscuro. Vorrei accarezzare quelle tue tette sode, infilarti l’uccello dentro come non lo ha mai fatto nessuno prima di me. Godresti. Riusciresti a ignorare la puzza che emano, la barba incolta, il viso quasi ripugnante. Vivresti una vera esperienza da gatta, che poi ovviamente non racconteresti certo in giro, ma dentro di te, in quella specie di valvola difettosa che è il tuo cuore, ne saresti segretamente compiaciuta.
Ve ne andate? Pazienza. Tornerete domani, e se non sarà domani, sarà domani l’altro o un altro giorno ancora.
In ogni caso, io ci sarò.
Seduto su una panchina del parco a osservare delle ragazzine con cattive intenzioni.

Read Full Post »

« Newer Posts - Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: