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Archive for the ‘matrioska’ Category

MATRIOSKA 42

Il direttore della CIA osservava la vegetazione spolverata di bianco che circondava il fiume Potomac. Era una mattina molto fredda, però il cielo era limpido e il vento teneva lontane le nubi.
In un primo momento avrebbe desiderato avere Matrioska vivo, e questi erano stati gli ordini che all’inizio aveva impartito a Yarbes. Poi aveva cambiato idea, sostanzialmente per tre motivi. Il principale era che adesso il russo si trovava in Francia e sarebbe occorso uno sforzo notevole per catturarlo – uomini e mezzi – con il rischio concreto, anzi la certezza, che lo SDECE sarebbe venuto a saperlo. Sarebbero seguite veementi proteste ufficiali che sarebbero arrivate sulla scrivania del presidente degli Stati Uniti. Il secondo motivo consisteva nel fatto che difficilmente Matrioska avrebbe parlato. Il terzo, infine, era ancora una volta un problema di immagine: tutto il mondo avrebbe saputo che un agente del KGB era entrato indisturbato negli Stati Uniti dove aveva ucciso il numero uno della CIA. L’Agenzia poi si era vendicata, ma nella migliore delle ipotesi il risultato sarebbe stato un risicato uno a uno. E in caso di fallimento, la struttura che lui dirigeva sarebbe stata coperta dal ridicolo.
No. Era decisamente meglio che morisse. Il KGB avrebbe comunque recepito il messaggio, il prestigio della CIA sarebbe rimasto intatto e il killer sovietico avrebbe avuto la sorte che meritava.
Il direttore conosceva bene Yarbes.
Dopo Lodge, era il migliore.
Non aveva paura di niente e non lo avrebbe deluso.

Quando era ragazzo Martin Yarbes non vedeva nel suo futuro né un lavoro da hacker – all’epoca non sapeva neppure cosa significasse -, né la prospettiva di diventare un agente segreto.
Non desiderava nemmeno divenire un astronauta, un musicista rock o un giocatore di football.
Aveva altri sogni.
Voleva vivere nei boschi, a stretto contatto con la natura.
Conosceva e amava tutti gli alberi della foresta che copriva una vasta estensione territoriale verso ovest e i cui margini distavano poco più di cento metri da casa sua. Lì trascorreva gran parte del tempo libero. Esaminava attentamente i sentieri e le piccole piste che conducevano nel folto del bosco, a caccia di indizi che gli rivelassero la presenza dei tanti animaletti che popolavano la foresta.
Annusava con piacere l’aria che sapeva di buono, paragonandola a quella sgradevole delle grandi città. Si era anche costruito un piccolo rifugio accanto a un ruscello gorgogliante e nei mesi freddi accendeva un fuoco, stando bene attento a non causare danni.
Una volta terminati gli studi, sarebbe diventato guardacaccia; e poco importava che suo padre, un capitano dell’esercito degli Stati Uniti, disapprovasse tale scelta, dato che avrebbe preferito che il figlio seguisse le sue orme.
Quando si mise con Leila, una ragazza dai capelli rossi e dalle lunghe gambe slanciate, Martin aveva sedici anni, lei diciassette.
Leila condivideva la stessa passione.
Un giorno di fine estate, mentre in pantaloncini corti entrambi osservavano affascinati le nuove sorprendenti tonalità della vegetazione, all’improvviso si trovarono circondati da quattro giovani dall’aria aggressiva. Yarbes non li aveva mai visti prima, e infatti erano arrivati con un pick-up da un paese vicino. Erano ubriachi: si erano già scolati due cassette di birre.
E il sole illuminava le gambe di Leila.
Yarbes non poteva sapere – né mai l’avrebbe saputo – che in una circostanza analoga, ma in una terra molto lontana da lì, Matrioska si era trasformato in una belva feroce, rivelando la sua vera natura.
Yarbes reagì in un modo diverso.
Paralizzato dalla paura, non intervenne e trovò la presenza di spirito per correre a cercare aiuto soltanto dopo che Leila era stata già violentata due volte.
Però, era troppo tardi.
Leila si uccise un mese dopo.
Yarbes cadde in un profondo stato depressivo, dal quale sarebbe riemerso molto tempo dopo, quando, entrato a far parte della CIA, uccise a mani nude il suo primo uomo, dimostrando a se stesso di non essere un vigliacco.
Ma per sempre disprezzò i deboli e i codardi, Nicole Parker, Monica Squire, e chiunque gli ricordasse l’infamia di cui si era macchiato.
I quattro bastardi avevano scontato lievi condanne, perché erano incensurati. Poi avevano ricominciato a scorazzare per l’America, questa volta a bordo di potenti moto. Una notte, all’uscita di una discoteca, mentre molestavano una bella ragazza nera e il suo compagno, avevano avuto sfortuna: Yarbes li stava aspettando. Si era messo un passamontagna nero, giubbotto e pantaloni dello stesso colore. Non aveva perso tempo in chiacchiere. Li aveva freddati con quattro colpi di pistola.
Visto il precedente, Yarbes risultava il maggiore indiziato; ma Thompson e altri due colleghi della CIA avevano dichiarato che si erano trattenuti in ufficio a giocare a carte con lui fino alle tre del mattino, vale a dire due ore dopo il quadruplice omicidio, aggiungendo che il dannato Yarbes gli aveva spillato una quantità di dollari.
Adesso, a distanza di anni, Yarbes guardava le onde del Mediterraneo infrangersi sulla spiaggia. Soffiava un vento teso. Al largo scorse una nave da guerra americana. Il suo pensiero andò a John Lodge, a Thompson, a tutte le persone che Matrioska aveva ucciso.
Anche lui avrebbe pagato, come quei quattro delinquenti.
A differenza di Lodge, il russo non gli incuteva alcun timore reverenziale.

Vladimir Putin aveva mire molto elevate, che andavano oltre i massimi
vertici della Prima Direzione Centrale del KGB. Aveva anche la consapevolezza che con il tempo, la pazienza e l’intelligenza avrebbe trasformato tali mire in realtà. Intuiva che l’Unione Sovietica aveva imboccato il viale del declino e che prima o poi il comunismo sarebbe caduto. Gli ultimi segretari del partito erano mummie incartapecorite, la macchina burocratica era di una lentezza esasperante. Ciò che era successo in Afghanistan rappresentava una macchia indelebile per quella che un tempo era stata l’invincibile Armata Rossa. L’America era più avanti, e molti, troppi, agenti negli ultimi anni si erano venduti alla CIA. Un tempo, di norma, accadeva l’incontrario, ed erano gli inglesi e gli yankee che cambiavano campo. L’edificio cominciava a scricchiolare sinistramente. Benché contrariato, Putin vedeva in questo l’inizio della strada che lo avrebbe portato al Cremlino. Sapeva aspettare, consapevole che un giorno sarebbe arrivata la sua grande occasione.
In attesa di quelli che riteneva cambiamenti ineluttabili, era però deciso a dare una sterzata al clima sonnolento che scorgeva intorno a sé.
Uno dei primi provvedimenti che prese riguardava Dmitriy. Quell’uomo era diventato l’ombra di se stesso. Trascorreva le giornate a tracannare vodka, chiuso in ufficio: un giorno Putin aveva aperto la porta con la sua chiave speciale e lo aveva sorpreso nascosto sotto la scrivania. Gli aveva lanciato un’occhiata gelida, senza tuttavia rimproverarlo. Fu in quel momento che decise di liquidarlo. Matrioska lo avrebbe sostituito. Aleksandr non era più giovanissimo e grazie all’esperienza maturata sul campo e alle sue straordinarie doti si sarebbe reso estremamente utile nel nuovo incarico, a Yazyenevo, la sede della Prima Direzione Centrale del Kgb. Non era più tempo di missioni.
Per una forma di cortesia, Putin invitò Dmitry a cena. In passato, gli aveva reso buoni servigi, era un uomo fedele e quasi sempre sincero, e, sebbene meritasse di essere cacciato, Vladimir non intendeva farlo in maniera brutale (come avrebbe fatto con altri). In fondo, erano amici di vecchia data.
Scelse uno dei migliori ristoranti di Mosca, La caccia dello Zar, nel sobborgo di Zhukovka. Dopo gli antipasti ordinarono uno squisito cervo, servito con una salsa di panna e marmellata di mirtilli.
Malgrado la bontà del cibo, Dmitry mangiò pochissimo, in compenso continuò a riempirsi il bicchiere. Putin ordinò una seconda bottiglia di vino della Crimea. Gli parlò con gentilezza, evitando toni duri e recriminazioni per il suo comportamento. Gli disse che avrebbe avuto una buona pensione, una dacia in mezzo ai boschi e tutta la vodka che era in grado di bere. Se Dmitry colse l’allusione, non lo diede a vedere.
“Chi prenderà il mio posto?”, domandò dopo essersi asciugato la bocca.
“Aleksandr Sergeivic Stavrogin.”
Dmitry annuì. “L’ho creato io.”, commentò.
Putin rimase in silenzio.
“Va bene.”, disse Dmitry. “Però attenzione, compagno: Matrioska è una macchina. Una macchina programmata per uccidere. E’ privo di sentimenti, di emozioni, non conosce la paura… né l’empatia. Non sarà amato dai suoi sottoposti.”
“E’ esattamente quello che desidero.”, dichiarò Vladimir Putin.

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PARTE PRIMA: ROMA (ANTEFATTO)
John Lodge è un agente della CIA che si trova a Roma con il compito di proteggere e interrogare Boris Ivanovic, un funzionario di alto grado del KGB sovietico, che ha deciso di cambiare campo. Lodge non ha mai fallito una missione, ma in questo caso deve affrontare il miglior agente del KGB, Aleksandr, nome in codice Matrioska: un uomo freddo e spietato, specializzato in omicidi. Grazie a un piano ingegnoso e ardito, e avvalendosi di complici italiani, Aleksandr ha la meglio. Malgrado la presenza della polizia italiana e di un secondo agente della CIA, tramortisce Lodge e uccide Boris. 

PARTE SECONDA: AFGHANISTAN
Dieci anni dopo, Il destino vuole che le strade dei due si incrocino nuovamente. La CIA ha ricevuto una “soffiata” da Mosca: in vista della grande offensiva estiva, i russi intendono eliminare Massoud, il più abile fra i comandanti dei Mujaheddin, che sono in guerra contro l’Unione Sovietica.
A questo scopo, Aleksandr valica il passo Khyber, accompagnato dal taciturno Farrin, un tagiko “condizionato” dal KGB: egli in pratica è un automa, privo di ogni cognizione del dolore o della paura; uno strumento di morte che risponde solamente a Matrioska. Per costringere un ostinato guerrigliero a rivelargli dov’è il rifugio del suo capo, Aleksandr cattura e scuoia un cinghiale e minaccia l’afghano di avvolgerlo nella pelle dell’animale: malgrado il suo coraggio, l’uomo terrorizzato cede.
I due raggiungono Massoud, senza però riuscire a ucciderlo.
Lodge è accompagnato da Monica Squire, una donna determinata e affascinante. Fra loro nasce una profonda attrazione, sebbene Monica sia fortemente contraria all’appoggio che l’America sta dando ai guerriglieri, dato che i sovietici hanno invaso l’Afghanistan dietro a una precisa richiesta del legittimo governo di Kabul che vorrebbe modernizzare il Paese, elevando la condizione femminile e dando vita a un vasto programma di riforme sociali e democratiche; Lodge non approva il punto di vista della collega, ritenendo che il suo compito sia solo quello di salvare la vita a Massoud, senza speculazioni inutili. Questo comunque non impedisce che l’attrazione sfoci in una prorompente passione. Lodge, però, ama sua moglie, Sherilyn, e, benché desideri ardentemente Monica, resiste alla tentazione dopo essere arrivato a un passo dal tradimento. A frenarlo è anche il pensiero della figlia, Susan.
Monica Squire vive un’esperienza drammatica: viene bastonata da un gruppo di afghani per essere andata a nuotare in un piccolo lago in slip e reggiseno. A salvarla, paradossalmente, è l’arrivo dei terribili Hind, gli elicotteri corazzati dell’Armata Rossa.
A questo proposito, John e Monica istruiscono due guerriglieri sull’uso degli Stinger, l’unica arma in grado di abbattere i micidiali Hind. La stessa Monica ne abbatte uno, salvando la vita a Lodge.
Una parentesi è dedicata alla sorella di Aleksandr, Sonja, ingiustamente  incarcerata e in seguito condannata all’ergastolo per aver ucciso un’altra detenuta che voleva violentarla. Grazie al prestigio del fratello, Sonja ottiene la grazia da Vladimir Putin, all’epoca ai massimi vertici del KGB, il quale stravede per Matrioska. Diventata amica di Tamara, l’amante di Aleksandr, le incomincia a raccontare di quando lui cambiò, trasformandosi da ragazzo sensibile e affettuoso in un uomo gelido e privo di sentimenti.
Nel frattempo, dopo alterne vicende e vari capovolgimenti di fronte, Aleksandr rapisce Monica per indurre Lodge a confidargli dove si trovi ora Massoud. I due uomini si affrontano su una montagna che sovrasta la valle del Panjshir e fanno fuoco nello stesso momento.
Matrioska, apparentemente colpito a morte, precipita in un burrone.

PARTE TERZA: STATI UNITI
Vladimir Putin considera John Lodge estremamente pericoloso: per eliminarlo (e per vendicarsi di ciò che è successo in Afghanistan), invia negli Stati Uniti due agenti, l’avvenente Aglaja e, sotto le false spoglie del norvegese Larsen, Matrioska, miracolosamente scampato alla morte grazie anche al soccorso di due soldati russi.
Compito di Aglaja è quello di scoprire dove abita Monica Squire per poi risalire a Lodge. Grazie all’informazione di una talpa, la donna rende sessualmente succube  un funzionario dell’OS, l’organo di controllo della CIA, che le fornisce l’indirizzo di Monica.
Dopo averlo ucciso Aglaja si reca da Monica; grazie alla maggior prestanza fisica la sequestra e la tortura finché l’americana non si arrende, svelandole l’ubicazione della casa di John.
Matrioska giunge in Virginia dal Messico. Ma alla frontiera, a causa di una vecchia foto, viene riconosciuto da Steve Miller, un agente dell’FBI, vecchio amico del padre di Monica. Dopo aver avvisato soltanto un collega, l’alcolizzato Paul Bradley, Miller precede Aleksandr che tuttavia lo ammazza soffocandolo con la neve.
Matrioska uccide a sangue freddo John Lodge, avvalendosi di un’arma che in realtà è un frutto della tecnologia americana (IM, Improvised Munitions), capace di trasformare sabbia o neve in micidiali proiettili. L’arma era celata nel baule della macchina, nascosta nell’attrezzatura per la pesca.
Mentre Aleksandr, Aglaja e Monica si trasferiscono in un cottage in riva a un lago – è la base americana di Aglaja -, in attesa di attraversare la frontiera canadese e di sopprimere Monica, Paul Bradley, l’agente federale alcolizzato, scoperto il cadavere di Steve Miller, anziché avvisare tempestivamente l’FBI, chiama invece la CIA. Come ricompensa, dopo un breve interrogatorio, viene brutalmente assassinato da Yarbes e Thompson, i due agenti inviati da Langley. Yarbes corre a casa di Lodge, si rallegra per la mancanza della moglie e della figlia, trascina il cadavere all’interno dell’abitazione – Lodge era stato ucciso sulla soglia – e inquina tutte le prove, in modo che si pensi a un omicidio avvenuto nel corso di una rapina, sempre per ordine del capo di Langley.
In una riunione a tre, fra il presidente degli Stati Uniti e i direttori di FBI e CIA, quest’ultimo nega con fermezza il coinvolgimento dell’Agenzia.
Più tardi si scoprirà il motivo di tale comportamento, e di altre “singolari” decisioni da lui prese.
Intanto, nel cottage, esplode la passione fra Aleksandr e Monica. (Già in Afghanistan, il russo era sembrato attratto da lei).
Se le avessero detto che un giorno Matrioska l’avrebbe baciata, domandandole poi cosa avrebbe provato, Monica avrebbe risposto senza esitare.
Disgusto. Rabbia. Desiderio di cavargli gli occhi. Odio. Repulsione.
Perciò il  suo stupore fu grande quando, quasi a sua insaputa, ricambiò il bacio con trasporto.
C’era molto in quel bacio.
La disperazione per la morte di Lodge, la paura di essere uccisa, il ricordo delle torture subite. Era come se le venisse offerta un’ultima possibilità, un ultimo squarcio di vita. La mente rimase fredda ma il corpo la tradì. Con sconcerto si rese conto di essere bagnata. Con crescente incredulità scoprì che una parte di lei desiderava essere posseduta. Matrioska era un uomo gelido, cupo, completamente privo di compassione, di umanità; aveva ammazzato a sangue freddo John e, sebbene esitasse, alla fine avrebbe lasciato Aglaja libera di eliminarla, magari dopo infiniti tormenti.
Matrioska era “il” nemico.
Era anche bello, però, e la baciò con dolcezza. Monica si sentiva come scissa in due: a livello razionale, escludeva nel modo più assoluto di spingersi oltre a quel bacio assurdo; ma mentre pensava a ciò, non oppose  resistenza quando lui la svestì, non si divincolò, non lottò. Questo è uno stupro, si ripeteva: non posso oppormi perché lui è molto più forte di me. Infatti, mi sta costringendo.
Ma non era vero.
E lei lo sapeva.
Quando si sentì penetrare e incominciò a urlare, era consapevole che le sue grida non esprimevano rifiuto o angoscia, bensì passione.
Fu travolta dall’orgasmo.
E fu solo il primo di quella notte.
Questo scatena l’ira della gelosa Aglaja, per fortuna senza gravi conseguenze per Monica, a parte un violento pugno al plesso solare.
Ciò nonostante sia il sovietico, sia l’americana, sono pienamente consapevoli che il destino di Monica comunque non cambierà: Matrioska da sempre è abituato a eseguire gli ordini, e – oltre a Lodge – Putin lo ha incaricato di uccidere anche Squire.
Yarbes, probabilmente il nuovo numero uno della CIA, individua la talpa, un uomo di nome Dan Capshaw, e torturandolo orribilmente, lo costringe a rivelargli ciò che è accaduto, nonché il vero nome di Aglaja (in America si faceva passare per Janice) e la presenza di Matrioska. Scoperto dove si trova il cottage, Yarbes e Thompson lo prendono d’assalto, ma con esito deludente: Aleksandr uccide Thompson e riesce a fuggire; dal canto suo Monica spara ad Aglaja.
Braccato e senza più documenti validi, Matrioska dapprima stermina una banda di delinquenti che volevano derubarlo, quindi uccide un rappresentante di oggetti religiosi per impossessarsi della sua macchina.
Dalla Francia arriva in soccorso un simpatizzante del KGB, Julien Delpech, inviato da Elke Shurer, una tedesca che lavora per la Stasi, il servizio segreto della Germania dell’Est, il più fido alleato dell’intelligence sovietica. Egli porta con sé un passaporto “quasi perfetto”. Per Matrioska quindi non va bene. Sebbene più anziano, Delpech è alto e con le spalle larghe: Aleksandr prenderà il suo posto e il francese scomparirà, salvo poi “riapparire” sul volo che porterà Aleksandr a Parigi (e in seguito a Cannes).
Nel frattempo, Monica rischia la condanna a morte per alto tradimento (non essendo riuscita a resistere alle torture di Aglaja). Lodge, infatti, è morto a causa sua.
Ma il direttore della CIA insabbia il caso e durante un colloquio con il presidente della commissione disciplinare, spiega infine le ragioni del suo comportamento.
Quando il direttore della CIA entrò nel suo ufficio, il dossier di Monica Squire era sulla scrivania.
Lo lesse attentamente, quindi trasse un sospiro e scarabocchiò qualcosa sul primo foglio. Poi telefonò personalmente a Stephen Ford. Mezz’ora più tardi, l’anziano presidente della commissione disciplinare si presentò a rapporto.
Il direttore gli mostrò quello che aveva scritto.
Ford non nascose lo stupore.
N.P. Non procedere, seguito dalla firma del capo.
“Perché?”, domandò Ford, sorpreso e sconcertato.
“Da quanti anni ci conosciamo, Stephen?”
Ford sorrise un po’ mestamente. “Da molti, troppi forse, signor direttore.”
L’altro annuì. “E in tutti questi anni ho sempre potuto constatare – e ammirare – la sua riservatezza. Non vorrà deludermi certo ora?”
“No, signor direttore.”
“Bene. Proprio a causa del suo passato e dei suoi meriti, le devo una spiegazione.”
Ford si protese verso di lui, le braccia incrociate sul petto.
“Vede, Stephen”, disse il direttore, “sappiamo entrambi che la ragione di Stato deve prevalere sempre e comunque su tutto.”
“Naturalmente, signore.”
“Mi ascolti con attenzione. Monica Squire è una donna graziosa e affascinante, oltre che un valido agente, e, benché si sia dimostrata vile, non nego che mi dispiacerebbe qualora venisse condannata a morte o all’ergastolo; ma non è questo il punto. Se Monica Squire dovesse comparire in un tribunale, le verrebbero poste determinate domande alle quali lei risponderebbe sinceramente. Ciò che è stato fatto in questi ultimi giorni”, proseguì il direttore della CIA come parlando a se stesso, “non la deve riguardare, Stephen. Sono state prese decisioni drastiche, in base alle necessità. Ma Monica Squire non deve parlare, in nessun caso!”
“Non capisco, signore.”, replicò Stephen Ford.
“Adesso capirà.”
Il direttore si alzò e si affacciò alla finestra. Poi si girò verso Ford.
“La donna… non era una terrorista. Apparteneva al KGB, Stephen.”
Ford sbatté le palpebre.
“E con lei c’era un uomo, un’icona. Il suo nome in codice è Matrioska. Eravamo convinti di averlo eliminato in Afghanistan. Purtroppo ci sbagliavamo. Ora, quante volte abbiamo biasimato gli inglesi per il loro errato concetto di libertà individuale che li porta a trascurare le misure di sicurezza? Si immagina le loro risate nell’apprendere che un uomo del KGB è entrato indisturbato negli Stati Uniti e ha ucciso con tutto comodo due nostri agenti? E la stampa mondiale? Ci andrebbe a nozze. Immagina le critiche, gli editoriali pieni di compiacimento? No, Stephen, sarebbe un colpo terribile per la nostra immagine; e le conseguenze sarebbero molto gravi. Per questo Squire non deve parlare. Potremmo sopprimerla, certo, ma ritengo che sia più semplice e conveniente scagionarla, e chiudere qui l’intera faccenda.”
Ford lo fissò. “D’accordo, signore. E questo Matrioska?”
“Lo prenderemo.”
Il direttore della CIA sorrise cupamente.
“Yarbes lo prenderà.”
E Yarbes scopre che il fantomatico Julien Delpech in realtà è Matrioska. Si mette in contatto con lo SDECE, l’Agenzia di controspionaggio francese. Hanault, il capo, gli comunica che Julien Delpech si trova ora in vacanza all’hotel Martinez di Cannes, però lo ammonisce.
Hanault fu esplicito. Delpech era un cittadino francese e, sebbene fosse sospettato di avere dei legami con il KGB, risultava incensurato e alle spalle aveva un passato degno di rispetto: aveva combattuto per il generale de Gaulle! In ogni caso, qualsiasi fosse il motivo della richiesta di Yarbes, la CIA era pregata di non interferire. Gli aveva trasmesso quell’informazione soltanto per un gesto di cortesia.
Yarbes ribatté che con ogni probabilità Delpech era morto. L’uomo che ora si spacciava per lui era quasi certamente un agente sovietico.
Hanault accolse quelle parole con scetticismo. Prima di riattaccare, ribadì che non avrebbe tollerato intromissioni. “Maledetti cow-boy!”, esclamò quando depose il ricevitore sulla forcella.
Poi Hanault convoca due uomini del famigerato Servizio d’azione francese. Se Yarbes andrà a Cannes, loro dovranno sorvegliarlo.

PARTE QUARTA: CANNES
L’attraente e statuaria Elke Shurer informa Matrioska che egli è stato promosso tenente generale. Davanti al suo stupore, gli dice: “Mi avevano avvisata che questa sarebbe stata una sorpresa per lei. Un cadeau da Mosca. E non ci sarà nessuna nuova missione, Aleksandr Sergeivic. Dopo un meritato periodo di riposo, prenderà il posto di Dmitriy.”
Già in passato, Matrioska aveva evitato di entrare a far parte dei quadri dirigenziali, ma questa volta Putin non avrebbe accettato rifiuti.
Mentre i due iniziano a flirtare, Yarbes (che è stato accompagnato in segreto da Monica), si reca da un armaiolo di Cannes. Gli serve un’arma perfetta. I suoi ordini sono chiari: deve uccidere il killer sovietico.
Il francese fissò Yarbes. “Quattro giorni?” Scosse vigorosamente la testa. “Ce n’est pas possible!”
“E’ il limite massimo.”, dichiarò con calma l’americano. “E sono disposto a pagare il doppio del prezzo di mercato.”
Una luce avida comparve per un attimo negli occhi dell’altro. “Beh, questo cambia le cose. Mi segua.”
Lo guidò in un’altra stanza, una specie di laboratorio. Si trovavano in una vecchia casa dall’aspetto rispettabile, nei pressi di una serie di campi di bocce, frequentati soprattutto da anziani. L’unica finestra del locale dava su un piccolo giardino interno, che nei mesi più caldi sarebbe stato sicuramente rigoglioso.
Il francese versò due Pastis e porse un bicchiere a Yarbes.
“I requisiti?”, domandò.
Yarbes fu conciso. “Estrema precisione. Cento metri, come minimo, di portata di tiro. Mirino laser. Munizioni del tipo a punta cava. Dev’essere un’arma leggera, assolutamente maneggevole. E non ingombrante, dato che la userò in pieno giorno e dovrò sistemarla da qualche parte.”
“E’ sempre possibile assemblarla sul luogo.”, osservò il francese. “Lei è pratico?”
Yarbes annuì.
“Bersaglio fisso o in movimento?”
Yarbes rifletté per qualche secondo, ponderando la questione. “Fisso”.
“Bien. Il cinquanta per cento come anticipo, il saldo alla consegna.”
“Naturalmente.”, disse Yarbes.

E’ possibile leggere tutta la storia cliccando su “Matrioska”, alla voce Categorie, sulla destra del template.

L’inizio di “Matrioska” è stato pubblicato sul Corriere della Sera come miglior incipit di un romanzo inedito.

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MATRIOSKA 41

Jacques Mercier sapeva svolgere molto bene il suo lavoro. In caso contrario, non avrebbe raggiunto la posizione che occupava all’interno del DST. Non appena gli fu comunicata la notizia, la trasmise subito ad Hanault.
Il capo dello SDECE si mise in contatto con il Servizio d’azione, il quinto dipartimento di cui si componeva il servizio segreto francese (in tutto erano sette).
“Malgrado i miei ammonimenti”, disse, “tale Martin Yarbes, agente della CIA, si trova ora in territorio francese. E’ qui per uno scopo preciso: rapire o, forse, uccidere un cittadino francese. Su quest’ultimo poi dovremo indagare, dato che esiste la possibilità che non sia chi dichiara di essere; ma, al momento, la priorità principale è un’altra: impedire all’americano di portare a termine la sua azione delittuosa.”
“Con quali mezzi?”, gli domandò il responsabile del Servizio d’azione. Gli uomini che guidava non erano nuovi a sistemi spesso brutali, tanto che erano detestati dalla polizia francese.
“Leciti.”, affermò con decisione Hanault. “Finché si limita a soggiornare tranquillamente in Francia, come un turista qualsiasi, non va toccato. Ma, qualora dovesse attentare alla vita di Julien Delpech o tentare di sequestrarlo, andrà bloccato immediatamente.”
“Con un colpo di pistola?”
“Merde! Assolutamente no.”, sbraitò Hanault. “Lo fermerete e lo imbarcherete sul primo aereo diretto negli Stati Uniti. Seguirà una nota di protesta ufficiale, però questo dopo. Prima, voglio che sia impacchettato a dovere e spedito via.”
“Bien.”
Hanault spense la ventesima Gauloise della giornata. “Mandate a Cannes due elementi che siano assolutamente fidati, gente che non si faccia prendere la mano. L’ultima cosa che desidero è provocare un incidente diplomatico, anche perché in tal caso saremmo noi a passare dalla parte del torto.”
“Ça va sans dire”, replicò il suo interlocutore. Rifletté per alcuni istanti, quindi aggiunse: “Bernard Leblanc e Antoine Guimard.”
“Perfetto.”, commentò Hanault, poi chiuse la comunicazione.
Accese la ventunesima Gauloise. E il cow-boy è sistemato!, pensò con maligna soddisfazione.

Due settimane di vacanza! Aleksandr temeva di annoiarsi. Una settimana gli sembrava più che sufficiente. Se almeno fosse stata estate, avrebbe potuto nuotare e prendere il sole. Ma questo era il volere di Putin. Tuttavia c’era un modo per rendere più vivaci quei giorni; lo soppesò mentre si radeva. Fece una doccia bollente, si vestì con cura e chiamò il centralino. “Madame Shurer, s’il vous plait.” Quando la donna rispose, la invitò a cena.
Prima di uscire, si informò presso il portiere. Dov’era possibile mangiare bene? L’uomo fece il nome di tre o quattro ristoranti, spiegando la loro ubicazione con chiarezza e specificando qual era, a suo giudizio, il migliore di tutti.
Aleksandr lo ricompensò con una mancia adeguata.
Per muoversi a Cannes non occorrono automobili; sarebbero solo d’intralcio. Senza contare che passeggiare sulla Croisette, l’ampio viale che congiunge il porto vecchio al porto nuovo, è un’esperienza che merita di essere vissuta: da un lato il mare, dall’altro boutique, alberghi di lusso, deliziosi ristorantini. Alla sera le palme illuminate dai lampioni danno un tocco di magia al panorama. Una serie di vie congiunge la Croisette a Rue d’Antibes, la strada centrale, dove ci sono bistrot, cinema, farmacie e negozi più abbordabili.
Aleksandr e Elke si incamminarono verso il locale suggerito dal portiere. Era una bella serata. Le stelle brillavano luminose nel cielo, spirava una lieve brezza. Elke si mise a braccetto del suo cavaliere.
A differenza di quanto avviene in altri Paesi, fra i quali brilla l’Italia, in tutti i ristoranti di Cannes, compresi quelli più esclusivi, vige una regola eccellente: i menu sono esposti fuori, e ce n’è sempre uno alla portata di tutti; perciò ancor prima di entrare si sa con esattezza quanto si spenderà, senza sgradite sorprese. (Non che questo facesse differenza per Aleksandr. Il KGB non era solito lesinare il denaro ai suoi agenti, e certamente non a Matrioska).
Ciò valeva anche per l’Auberge Provencale, il più antico ristorante di Cannes, situato nella città vecchia al numero dieci di Rue Saint-Antoine.
Consumarono una cena squisita e, sebbene Aleksandr non fosse solito bere alcolici, si concesse un bicchiere di Beaujolais.
Elke Shurer era radiosa, e Matrioska comprese che lo desiderava con un’intensità ancora maggiore della sua. Indossava un vestito elegante e non aveva trascurato di porre in evidenza il seno.
Quando finirono di mangiare, esplorarono i dintorni.
Poi tornarono all’hotel Martinez, consapevoli che quella notte si sarebbe dimostrata incantata.
Nessuno dei due notò l’ombra che li seguiva a circa venti metri di distanza.

Il francese fissò Yarbes. “Quattro giorni?” Scosse vigorosamente la testa. “Ce n’est pas possible!”
“E’ il limite massimo.”, dichiarò con calma l’americano. “E sono disposto a pagare il doppio del prezzo di mercato.”
Una luce avida comparve per un attimo negli occhi dell’altro. “Beh, questo cambia le cose. Mi segua.”
Lo guidò in un’altra stanza, una specie di laboratorio. Si trovavano in una vecchia casa dall’aspetto rispettabile, nei pressi di una serie di campi di bocce, frequentati soprattutto da anziani. L’unica finestra del locale dava su un piccolo giardino interno, che nei mesi più caldi sarebbe stato sicuramente rigoglioso.
Il francese versò due Pastis e porse un bicchiere a Yarbes.
“I requisiti?”, domandò.
Yarbes fu conciso. “Estrema precisione. Cento metri, come minimo, di portata di tiro. Mirino laser. Munizioni del tipo a punta cava. Dev’essere un’arma leggera, assolutamente maneggevole. E non ingombrante, dato che la userò in pieno giorno e dovrò sistemarla da qualche parte.”
“E’ sempre possibile assemblarla sul luogo.”, osservò il francese. “Lei è pratico?”
Yarbes annuì.
“Bersaglio fisso o in movimento?”
Yarbes rifletté per qualche secondo, ponderando la questione. “Fisso”.
“Bien. Il cinquanta per cento come anticipo, il saldo alla consegna.”
“Naturalmente.”, disse Yarbes.

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Grazie!

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MATRIOSKA 40

L’aereo della Air-France sorvolò il mare per poi atterrare con una manovra perfetta che venne ricompensata dal consueto applauso.
Aleksandr pensò con soddisfazione che entro un’ora avrebbe finalmente fatto un bagno caldo e che quella sera avrebbe consumato una cena squisita.
Prima non era stato possibile. L’auto del venditore di oggetti religiosi gli era servita per spostarsi e per nascondersi; ma non aveva mai dormito in un albergo e aveva mangiato di rado, scegliendo gli orari più inconsueti e i locali più squallidi. Era “bruciato”. E il passaporto che gli era servito per entrare negli Stati Uniti costituiva un succulento richiamo per chi lo stava cercando. Con i documenti di Julien Delpech aveva preso l’aereo che lo avrebbe portato a Parigi, senza problemi… tranne uno.
Si mise gli occhiali da sole per proteggersi dal forte riverbero della luce – era una giornata radiosa, quasi primaverile – e salì sul primo taxi libero. “Cannes.”, disse. “Hotel Martinez”.
C’erano due ragioni che lo conducevano lì. La prima che avrebbe ricevuto le informazioni riguardanti la prossima missione da un’agente dell’Mfs, che a sua volta le aveva avute dal KGB; la seconda che si sarebbe preso una settimana di vacanza. Putin si era dichiarato soddisfatto. L’uccisione di John Lodge era stata un grosso successo; in quanto a Monica Squire, la sua vita non valeva quella di Matrioska: da qui l’ordine di rientrare. Squire era una persona speciale, considerò fra sé Aleksandr, ripensando a quando avevano fatto l’amore assieme. Non era abituato a lasciare le cose in sospeso, e se gli avessero ordinato di rimanere in America finché non fosse riuscito a eliminarla, avrebbe obbedito senza battere ciglio. Il pensiero che fosse ancora viva, però, gli dava un vago senso di piacere.
Quando arrivò a Cannes, salì nella camera che aveva prenotato da Parigi, si lavò accuratamente e indossò gli indumenti nuovi che aveva acquistato mentre aspettava il volo per Nizza.
Poi scese nella hall.
Si guardò intorno e vide una bella donna bionda che gli si faceva incontro.
“Mi chiamo Elke Shurer, compagno tenente generale.”, disse in russo, stringendogli la mano con forza.
Aleksandr la fissò stupito. Tenente generale? Lei notò che era perplesso. Sorrise e aggiunse: “Mi avevano avvisata che questa sarebbe stata una sorpresa per lei. Un cadeau da Mosca. E non ci sarà nessuna nuova missione, Aleksandr Sergeivic. Dopo un meritato periodo di riposo, prenderà il posto di Dmitriy. Volente o nolente.”, commentò maliziosamente. Evidentemente era bene informata. Gli porse un plico, che Aleksandr infilò in una tasca e lo guidò verso il bar.
Matrioska non sapeva se essere soddisfatto o meno. Decise di pensarci più tardi. Adesso era concentrato sul seno della tedesca, messo generosamente in evidenza dall’abito che si era scelta.

Yarbes ebbe un colpo di fortuna.
La ricostruzione dei fatti occorse un notevole impegno, e fu coronata da successo, ma senza quella scoperta iniziale l’agente della Cia non avrebbe avuto nulla su cui lavorare. Il direttore gli aveva detto di procedere da solo, però questo naturalmente non andava inteso alla lettera: solo nell’azione, ma con dei punti di riferimento per quanto concerneva la ricerca di Matrioska. Altrimenti sarebbe stato come trovare il classico ago nel pagliaio… gli Stati Uniti erano immensi!
Monica Squire aveva sentito i due sovietici parlare del Canada, però non era certa che, se avesse deciso di tornare in patria (a quel punto, pensava Yarbes, soltanto uno sciocco non lo avrebbe fatto, e questo non era il caso di Matrioska), avrebbe scelto proprio tale destinazione. E le vie di uscita erano infinite: porti, posti di frontiera, imbarcazioni clandestine, magari un sommergibile che stazionava al largo, in una zona imprecisata dell’Atlantico o del Pacifico.
Yarbes tendenzialmente escludeva gli aeroporti. Ciò, tuttavia, non gli aveva impedito di stabilire vari collegamenti.
Poi la polizia trovò un cadavere.
Sebbene fosse stato un uomo aitante, qualcuno più forte di lui lo aveva strangolato.
Inizialmente risultò privo di documenti, ma un esame più attento portò gli investigatori a trovare la tessera di una biblioteca francese. La tessera riportava nome, cognome, indirizzo.
L’assassino lo aveva perquisito minuziosamente, sottraendogli tutto il denaro che possedeva, le carte di credito, il passaporto. Era chiaro che lo aveva ucciso per derubarlo. Gli aveva lasciato il fazzoletto e una confezione di mentine. La tessera della biblioteca gli era sfuggita perché era incollata fra due fotografie, entrambe raffiguranti una donna dai capelli scuri. Era una donna giovane, e le foto erano molto vecchie. Erano conservate in una tasca posteriore dei pantaloni, e all’inizio anche i poliziotti non si erano accorti che in mezzo era celata la tessera. Se il criminale lo aveva ammazzato di sera, come poi venne appurato, era più che spiegabile che a causa del buio non l’avesse notato.
La tesi dell’omicidio per furto non resse a lungo.
Poche ore dopo, un computer gli informò che il “cadavere” era salito su un volo diretto a Parigi, la città da dove era appena arrivato. Era una scoperta strana e singolare, e l’informazione fu passata a Yarbes, che si recò subito all’aeroporto LaGuardia. Dove apprese qualcosa di molto interessante.
Il “morto” aveva presentato il passaporto a un addetto che conosceva alla perfezione il francese, dato che era sposato con una parigina. Inoltre, trascorreva sempre le proprie ferie in Francia. L’uomo, che si chiamava Lake, aveva scambiato quattro chiacchiere con il “morto”. Era risultato che Julien Delpech, “la sua metà viva”, si esprimeva con una lieve traccia di accento straniero. Lake lo aveva pregato di aspettare ed era andato a consultarsi con un superiore. Il passaporto di Delpech era stato controllato con estrema attenzione ed era risultato assolutamente autentico. Lake e il suo capo avevano studiato Delpech da un vetro. L’altezza corrispondeva, gli occhi, i capelli – nei limiti di una foto scattata in qualche macchinetta di una stazione ferroviaria – la barba, corta e ben curata, anche.
Alla fine, Lake gli aveva augurato buon viaggio. L’aereo stava per decollare, e non c’erano motivi sufficientemente validi per fargli perdere il volo. Solo un’impressione, che però non era sufficiente per trattenerlo. Il territorio francese è vasto, e Delpech forse era abituato a parlare un dialetto locale della Provenza, che Lake non conosceva (anche se non ne era affatto convinto). Delpech, con calma, aveva minacciato di rivolgersi alla sua ambasciata. Lake aveva guardato il superiore e, a un suo cenno affermativo, gli aveva restituito il passaporto. I francesi erano notoriamente suscettibili e non era il caso di creare un incidente diplomatico.
Delpech era salito sull’aereo.
Yarbes ascoltò attentamente il resoconto di Lake.
Gli rivolse un’unica domanda. “L’accento di Delpech poteva ricordare quello di un russo?”
Lake annuì.
Tornato a Langley, Yarbes si mise in contatto con la SDECE, l’Agenzia di controspionaggio francese. Gli passarono al telefono un uomo scorbutico che si presentò come Hanault. Dal tono della voce si intuiva che era un individuo massiccio, dotato di un ampio torace. Prese nota della richiesta di Yarbes e promise di richiamarlo al più presto, non prima di aver manifestato il suo rimpianto per il generale Charles de Gaulle e i suoi giustificati sentimenti antiamericani.
Ciò nonostante, fu di parola.
Richiamò un’ora dopo.
Julien Delpech attualmente trascorreva le sue vacanze a Cannes, all’hotel Martinez.
Hanault fu esplicito. Delpech era un cittadino francese e, sebbene fosse sospettato di avere dei legami con il KGB, risultava incensurato e alle spalle aveva un passato degno di rispetto: aveva combattuto per il generale de Gaulle! In ogni caso, qualsiasi fosse il motivo della richiesta di Yarbes, la CIA era pregata di non interferire. Gli aveva trasmesso quell’informazione soltanto per un gesto di cortesia.
Yarbes ribatté che con ogni probabilità Delpech era morto. L’uomo che ora si spacciava per lui era quasi certamente un agente sovietico.
Hanault accolse quelle parole con scetticismo. Prima di riattaccare, ribadì che non avrebbe tollerato intromissioni. “Maledetti cow-boy!”, esclamò quando depose il ricevitore sulla forcella.
Accese una Gauloise, aspirò una boccata di fumo e si fece passare Jacques Mercier del DST (Direction de la Surveillance du Territoire). Gli spiegò ciò che voleva da lui, ascoltò la risposta e sorrise soddisfatto. “Bien.”
Yarbes prenotò il primo volo per la Francia.
Si era consultato con il direttore della CIA: avrebbe dovuto collaborare con Hanault, posto che fosse riuscito a convincerlo, o agire da solo? L’uomo che reggeva le sorti di Langley come un feudo personale rifletté per alcuni istanti. “Se Matrioska si trova davvero a Cannes”, disse infine, “per te sarà semplice ucciderlo. Poi troveremo il modo per scusarci con i francesi.”
Quindi gli fornì un indirizzo. Lì avrebbe trovato l’arma adatta.
Yarbes era dello stesso avviso. Meglio muoversi in fretta e da solo. O quasi.
Cenò sull’aereo, limitandosi a spiluccare il cibo; in compenso, ordinò due bourbon doppi.
Durante la notte, mentre gli altri passeggeri dormivano, gli tornò alla mente la ragione per cui disprezzava i deboli.
Non fu un pensiero confortante.
Al suo fianco, la donna con i capelli tinti di biondo, era profondamente immersa in altri pensieri, colmi di risentimento. Viaggiava a proprie spese, senza esserne autorizzata.
Era stanca di sentirsi definire una codarda.
La voce si era sparsa, seppur circoscritta all’interno di Langley. Quando incrociava qualche collega in un corridoio, notava l’ironia e la falsa commiserazione con cui veniva osservata, specie da parte delle ragazze più giovani. Le avrebbe volute vedere alle prese con Aglaja. Nessuna di loro possedeva la forza fisica e mentale della russa. Erano vanitose e avevano la lingua tagliente: quella lingua sarebbe servita per implorare pietà, alla faccia dell’orgoglio e dell’amor proprio. Erano preparate, aggressive e competenti, tuttavia non avevano mai affrontato un nemico in carne e ossa. Per il momento il loro addestramento si fondava solamente sulla teoria. Un giorno le meno fortunate avrebbero urlato, contorcendosi, mentre la corrente elettrica attraversava i loro corpi martoriati, magari privati di una gamba, di un braccio, di un occhio o della lingua tagliente, sconvolgendole e conducendole sull’orlo della follia. Ma intanto, entro certi limiti, Monica era riuscita a conservare una parvenza di dignità, e riteneva di non meritare il loro disprezzo.
Trasse un lungo respiro, cercando di calmarsi, lanciò un’occhiata al suo collega e gli sorrise.
Yarbes non aveva sollevato obiezioni quando lei gli aveva espresso il suo desiderio di seguirlo. In un primo momento aveva esitato. Monica non gli serviva. Poi, però, aveva cambiato idea. All’interno della CIA, Monica Squire conosceva Matrioska meglio di chiunque altro; a conti fatti, la sua presenza avrebbe potuto rivelarsi utile. C’era un ulteriore aspetto da considerare: Monica si stava dimostrando coraggiosa. Per Yarbes era un motivo di soddisfazione. In base all’esperienza personale, al di là dei dossier che lo riguardavano, sapeva che Matrioska era probabilmente il miglior agente segreto del mondo. Aveva ucciso John Lodge, era sfuggito alla cattura; era freddo e spietato, e l’ottimismo del direttore gli sembrava quanto meno prematuro. Eppure Monica non aveva paura. Ufficialmente, era in permesso, quindi aveva il diritto di andare dove preferiva. In ogni caso, nessuno sarebbe stato informato della sua presenza a Cannes.
In realtà, le cose sarebbero andate diversamente.
Ma questo Yarbes non poteva prevederlo.

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MATRIOSKA 39

La donna era tedesca, nativa di Dortmund nella Germania Occidentale, e si chiamava Elke Shurer. Era alta, bionda e vistosa. Suo malgrado, attirava gli sguardi di tutti. Alloggiava all’hotel Martinez di Cannes, uno degli alberghi più lussuosi della città, situato sulla Croisette, lo splendido viale alberato che costeggia il mare.
Elke amava lo sfarzo. Per quello lavorava per la Abteilung X dell’Mfs (Ministerium für Staatssicherheit), conosciuto anche come Stasi, il servizio segreto della Repubblica Democratica Tedesca, l’alleato più fedele e solerte del KGB.
Era una giornata serena, non troppo fredda. Il Mediterraneo scintillava ai raggi del sole.
Julien Delpech varcò la porta dell’albergo. Era un uomo di circa sessant’anni, di statura superiore alla media e dal portamento eretto. Da molto tempo devoto alla causa, era però piuttosto ingenuo, altrimenti probabilmente non avrebbe accettato quell’incarico.
Elke fu sbrigativa. Gli consegnò una busta e lo congedò. Delpech ignorò la sua scortesia, che era dovuta al disprezzo che lei provava per i francesi, e le fece comunque il baciamano.
Raggiunse Nizza con la sua Peugeot e si imbarcò sul primo volo per Parigi. Qui giunto, acquistò un biglietto per New York, che pagò in contanti. Quando atterrò all’aeroporto LaGuardia, prese un taxi e si fece condurre in un albergo di Manatthan. La sera dopo, si recò nel ristorante cinese che gli era stato indicato.
Un uomo lo stava aspettando.
Delpech corrugò la fronte. Quell’uomo non aveva un aspetto decoroso: i vestiti erano in disordine e dava la sensazione di non essersi lavato da più giorni. D’altro canto, portava un garofano all’occhiello della giacca, come gli aveva anticipato la signora Shurer nel corso del loro breve incontro. Si accostò al suo tavolo, diffidente. “Non è stagione di pesca.”, affermò squadrando lo sconosciuto.
“In Canada, sì.”
Delpech si sedette al tavolo e gli porse una busta.
Aleksandr la aprì ed esaminò il passaporto. Era “quasi” perfetto, e ciò significava che non andava bene. Alzò gli occhi su Delpech. “Khorosho. Un lavoro fatto a regola d’arte.”, disse, pensando l’esatto contrario.
Delpech assentì. Aveva controllato personalmente il documento, durante il lungo volo.
Aleksandr sorrise in modo gelido. Non gli sfuggivano le implicazioni relative a quel passaporto. Forse la DGSE (La Direction Générale de la Sécurité Extérieure)  o SDECE, come la chiamavano adesso, era sulle tracce di Delpech, o forse il vecchio aveva combinato qualche guaio. Comunque fosse, a Mosca avevano deciso di prendere due piccioni con una fava.
Julien Delpech aveva l’aria soddisfatta, come se quel lavoro fosse opera sua. Era un uomo preciso e meticoloso, sebbene scarsamente intelligente, e apprezzava la competenza e lo scrupolo con cui operava il KGB. Al confronto, gli americani erano dei dilettanti. Nutriva un maggiore rispetto nei confronti dell’intelligence britannica. 
Matrioska scrutò il volto dell’uomo.
Occhi azzurri un po’ slavati. Capelli grigi. Una corta barba del medesimo colore. Indossava un bel vestito che metteva in risalto la figura imponente e le spalle ampie. Per la sua età, era in perfetta forma fisica.
Aleksandr sapeva che era stato un militare. Aveva partecipato alla guerra d’Algeria, combattendo contro l’OAS. In seguito, aveva lasciato l’esercito e aveva aperto una piccola agenzia immobiliare da qualche parte nel sud della Francia. E qui era stato avvicinato da un “reclutatore” del KGB.
Aleksandr disse: “Per cortesia, monsieur Delpech, può mostrarmi il suo passaporto?” Si espresse gentilmente e accompagnò la domanda con un sorriso amichevole.
Vagamente perplesso, il francese obbedì.
Matrioska osservò la foto.
Lenti a contatto per gli occhi, una tintura grigia per i capelli, la barba … non era un problema; e con un trattamento estetico era possibile “invecchiare” la pelle del viso e delle mani.
“Bene.”, disse. “La riaccompagno al suo albergo.”
Delpech non ci sarebbe mai arrivato.

Quando il direttore della CIA entrò nel suo ufficio, il dossier di Monica Squire era sulla scrivania.
Lo lesse attentamente, quindi trasse un sospiro e scarabocchiò qualcosa sul primo foglio. Poi telefonò personalmente a Stephen Ford. Mezz’ora più tardi, l’anziano presidente della commissione disciplinare si presentò a rapporto.
Il direttore gli mostrò quello che aveva scritto.
Ford non nascose lo stupore.
N.P. Non procedere, seguito dalla firma del capo.
“Perché?”, domandò Ford, sorpreso e sconcertato.
“Da quanti anni ci conosciamo, Stephen?”
Ford sorrise un po’ mestamente. “Da molti, troppi forse, signor direttore.”
L’altro annuì. “E in tutti questi anni ho sempre potuto constatare – e ammirare – la sua riservatezza. Non vorrà deludermi certo ora?”
“No, signor direttore.”
“Bene. Proprio a causa del suo passato e dei suoi meriti, le devo una spiegazione.”
Ford si protese verso di lui, le braccia incrociate sul petto.
“Vede, Stephen”, disse il direttore, “sappiamo entrambi che la ragione di Stato deve prevalere sempre e comunque su tutto.”
“Naturalmente, signore.”
“Mi ascolti con attenzione. Monica Squire è una donna graziosa e affascinante, oltre che un valido agente, e, benché si sia dimostrata vile, non nego che mi dispiacerebbe qualora venisse condannata a morte o all’ergastolo; ma non è questo il punto. Se Monica Squire dovesse comparire in un tribunale, le verrebbero poste determinate domande alle quali lei risponderebbe sinceramente. Ciò che è stato fatto in questi ultimi giorni”, proseguì il direttore della CIA come parlando a se stesso, “non la deve riguardare, Stephen. Sono state prese decisioni drastiche, in base alle necessità. Ma Monica Squire non deve parlare, in nessun caso!”
“Non capisco, signore.”, replicò Stephen Ford.
“Adesso capirà.”
Il direttore si alzò e si affacciò alla finestra. Poi si girò verso Ford.
“La donna… non era una terrorista. Apparteneva al KGB, Stephen.”
Ford sbatté le palpebre.
“E con lei c’era un uomo, un’icona. Il suo nome in codice è Matrioska. Eravamo convinti di averlo eliminato in Afghanistan. Purtroppo ci sbagliavamo. Ora, quante volte abbiamo biasimato gli inglesi per il loro errato concetto di libertà individuale che li porta a trascurare le misure di sicurezza? Si immagina le loro risate nell’apprendere che un uomo del KGB è entrato indisturbato negli Stati Uniti e ha ucciso con tutto comodo due nostri agenti? E la stampa mondiale? Ci andrebbe a nozze. Immagina le critiche, gli editoriali pieni di compiacimento? No, Stephen, sarebbe un colpo terribile per la nostra immagine; e le conseguenze sarebbero molto gravi. Per questo Squire non deve parlare. Potremmo sopprimerla, certo, ma ritengo che sia più semplice e conveniente scagionarla, e chiudere qui l’intera faccenda.”
Ford lo fissò. “D’accordo, signore. E questo Matrioska?”
“Lo prenderemo.”
Il direttore della CIA sorrise cupamente.
“Yarbes lo prenderà.”

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MATRIOSKA 38

A tarda sera Aleksandr entrò in un grande locale che si affacciava su un parcheggio pieno di  macchine e di camion. Si sedette a un tavolo d’angolo e ordinò bistecca e patatine. Mentre consumava la cena, insolitamente buona, scrutava i volti delle persone che gli stavano attorno.
Rubare un’automobile è la cosa più facile del mondo, ma anche la più stupida senza le adeguate precauzioni. Il proprietario avrebbe denunciato il furto, la CIA e l’FBI avrebbero pensato subito a lui: tanto valeva tenersi quella che aveva prima.
Individuò l’uomo che cercava dopo circa un’ora. Fu un colpo di fortuna. D’altra parte, Matrioska era sempre stato fortunato. L’uomo indossava un completo grigio, camicia bianca, cravatta blu. Gli indumenti erano poco costosi, la giacca gli cadeva male sulle spalle, la qualità del tessuto era scadente; però erano puliti e stirati alla perfezione. Aleksandr valutò che quello fosse l’abbigliamento di un commesso viaggiatore. Notò l’anello al dito: l’uomo era sposato.
Ora, le possibilità erano due, una favorevole, l’altra sfavorevole. Il vestito era stato stirato quella mattina o dalla moglie, nel caso di una trasferta non particolarmente lunga, oppure dal personale di un albergo, nell’ipotesi di un viaggio di alcuni giorni.
L’uomo non forniva l’impressione di essere molto agiato, a causa sia dell’abito dozzinale sia del ristorante che aveva scelto, un posto frequentato soprattutto da camionisti. Ciò portava a pensare che d’abitudine non si fermasse in alberghi dispendiosi, ma in qualche modesto motel dove non gli avrebbero stirato con così tanta cura il suo completo grigio. Quindi era stata la moglie. Si trattava di scoprire se era in procinto di assentarsi per un certo periodo di tempo o se la donna lo stava aspettando a casa quella sera stessa. La prima era la possibilità favorevole, la seconda la possibilità sfavorevole.
C’era un modo piuttosto semplice per appurarlo.
Aleksandr si alzò dal tavolo e andò a sedersi vicino allo sconosciuto. Questi lo guardò con aria interrogativa. Matrioska sorrise. “Mi chiamo Larsen.”, dichiarò. “E’ tutto il giorno che guido senza parlare con nessuno. Posso offrirle una birra?”
Sebbene fosse un po’ stupito, l’uomo ricambiò il sorriso. “Grazie.”, disse. “Ma il prossimo giro è mio.” Gli tese la mano. “Adams. Ralph Adams. Di cosa si occupa?”
“Lavoro per conto di una società norvegese.”, rispose Aleksandr un po’ evasivamente. “E lei?”
Adams scosse la testa disgustato. “Vendo oggetti religiosi. Purtroppo, questo non è un periodo felice. Adesso dovrò stare fuori per cinque o sei giorni, sulle spese, e non so nemmeno se guadagnerò abbastanza per pagarmi il viaggio.”
Aleksandr annuì. “Capisco. Mi dispiace.”
In realtà, quello che Adams non sapeva era che sarebbe morto di lì a un’ora.

Il mattino dopo, Matrioska si fermò in un centro commerciale e acquistò il cellulare più sofisticato che avevano. Pagò in contanti. Percorse non meno di cinquanta miglia, quindi accostò la macchina di Adams in uno spiazzo ed effettuò la telefonata. Gli passarono immediatamente la persona richiesta. “Sono andato in meta.”, annunciò. “Ma la donna ha lasciato la tribuna prima che la partita finisse. Baba Yaga non giocherà mai più.”
Ascoltò con attenzione la risposta e ripartì. Sapeva benissimo che la chiamata era stata rintracciata, ma tutto sommato, date le circostanze,  questo significava poco. Guidò per oltre un’ora, poi gettò il telefonino in una discarica.
Il cielo era luminoso e la neve incominciava a sciogliersi.

La commissione disciplinare era composta da tre uomini, tutti anziani e generalmente maldisposti nei confronti di chi dovevano giudicare. Non avevano il potere di emettere condanne. Potevano prosciogliere la persona che avevano di fronte, stilare una nota di biasimo, proporre provvedimenti disciplinari che una seconda commissione avrebbe valutato, oppure passare il caso a un tribunale federale. In quest’ultima ipotesi, Monica Squire avrebbe rischiato una condanna a morte per alto tradimento.
La commissione si era riunita sollecitamente, a soli tre giorni dalla scomparsa di Thompson e di Aglaja.
Monica aveva scelto con cura l’abbigliamento, optando per capi eleganti ma sobri. Scarpe senza tacco. Solo un’ombra di trucco.
Il presidente della commissione si chiamava Ford. Fu quasi sempre lui a parlare. Sedeva al centro di un banco rialzato da terra. I colleghi stavano ai suoi lati. Davanti aveva l’incartamento relativo a Squire, che conteneva, fra l’altro, la deposizione di Yarbes, che era favorevole alla donna, e una breve nota del direttore della CIA, del tutto positiva: elencava i molteplici successi ottenuti da Squire, con particolare riferimento alla missione afghana. Stephen Ford aveva fama di essere un uomo inflessibile. In passato era stato un agente operativo, quindi era entrato a far parte dei quadri dirigenziali e adesso era ormai prossimo alla pensione. Questo non lo aveva minimamente raddolcito.
Guardò Squire e disse: “Lei ha svelato a una terrorista il recapito dell’agente Lodge. A causa di ciò, l’agente Lodge è stato ucciso.”
Monica ignorava i motivi che avevano indotto la CIA a fingere che Matrioska non esistesse e che Aglaja non fosse un’agente del KGB. Li avrebbe scoperti in seguito.
Ricambiò con fermezza lo sguardo di Ford. “Sono stata torturata.”, replicò in tono pacato.
Ford assunse un’espressione severa.
“Non è una ragione valida per tradire.”
Monica continuò: “Ripetute scosse elettriche, il supplizio dell’acqua. Quella donna era una belva feroce.”
Ford fece un gesto sprezzante con la mano. “Sono giustificazioni molto pallide, agente Squire.” Si consultò per un attimo, a bassa voce, con gli altri due membri della commissione. Monica lesse negli occhi di tutti e tre il disprezzo che provavano per lei. Realisticamente, escluse sia una semplice nota di biasimo, sia il deferimento: si immaginò nell’aula di un tribunale mentre il giudice decretava la sua condanna alla pena capitale. L’alternativa sarebbe stata la prigione a vita, il che era forse anche peggio.
“Inoltre”, riprese Ford dopo un momento, “eravate due donne. Trovo singolare, e anche francamente imbarazzante, che un’agente della CIA, dotata di una solida preparazione, si sia lasciata sopraffare da una terrorista.”
“Mi ha colta di sorpresa. Ed era più forte di me.”
“Le hanno insegnato lo judo?”, le domandò Ford con sarcasmo.
Monica cominciò a odiarlo. “Certo.”, rispose a denti stretti. “Ma anche l’altra era un’esperta.”
Ford la fissò per alcuni istanti in silenzio. “Accantoniamo questo argomento.”, disse poi. “Resta il fatto principale: il tradimento.”
Monica ripensò al consiglio che le aveva dato Yarbes. Raccontare che era stata drogata. Il problema era che detestava mentire. Inoltre era scettica: dubitava che le sarebbe servito. Possibile che la sofferenza fisica non costituisse un’attenuante? Nicole Parker non era stata condannata. Perché lei sì?
“Volevo bene a John Lodge.”, mormorò un po’ ingenuamente. “Io… non volevo!”
“Non voleva! Ciò nonostante, la sua debolezza e la sua codardia hanno decretato la morte di uno dei migliori agenti della CIA! Non possiamo, e soprattutto non desideriamo, essere indulgenti con lei.”
Ford si consultò nuovamente con i colleghi.
Monica capì che era la fine.
Affrontò una breve lotta interiore. Le restavano pochi secondi. Poi l’avrebbero invitata a uscire. E, quando fosse rientrata, l’avrebbero dichiata colpevole.
Lacrime di frustrazione apparvero all’improvviso nei suoi occhi.
Ford disse: “Ha qualcosa da aggiungere, prima della delibera?”
Monica chinò il capo.

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MATRIOSKA 37

Monica si rifugiò fra le braccia di Yarbes.
L’agente della CIA aveva sentito il rumore degli spari che proveniva da fuori. Non ci voleva molto a capire che Matrioska aveva mirato alle gomme della sua macchina. E ormai era lontano.
Accarezzò i capelli di Monica, poi la scostò delicatamente da sé.
Telefonò a Langley.
Che gli mandassero al più presto un elicottero.
Lo richiamarono cinque minuti dopo. Niente elicottero, e lui non doveva muoversi prima di aver parlato con il direttore. Si sarebbero sentiti verso le sei del pomeriggio.
Riferì la notizia a Monica e poi ascoltò la sua storia.
Quando la donna finì di parlare, le rivolse uno sguardo duro. “John Lodge è morto a causa tua.”, affermò senza mezzi termini.
Monica trasalì. Si aggirò per il soggiorno, a disagio. “Aglaja mi ha torturata in modo terribile. Credevo di resistere, ma…”
Yarbes non era in vena di mostrarsi comprensivo. “Ti ha fatto il solletico ai piedi?”, le domandò in tono beffardo.
Monica capì che si riferiva a Nicole Parker, ma avrebbe dovuto sapere bene che i cinesi non si erano limitati a questo. Avevano adoperato le scosse elettriche, le avevano impedito di dormire, l’avevano lasciata senza cibo, l’avevano picchiata, l’avevano seviziata in mille modi.
“Non mi ha fatto il solletico.”, replicò risentita. “Mai sentito parlare di waterboarding? E comunque Nicole si è uccisa: dovresti avere più rispetto per lei.”
“Si è uccisa “dopo”. Avrebbe dovuto uccidersi “prima”. Non merita rispetto.” Indicò il cadavere di Aglaja. “E tu vali meno di quella russa.”
Monica avrebbe preferito che la schiaffeggiasse. “Il waterboarding è tremendo!”, protestò. “Ho cercato di lottare, non volevo cedere!” Chinò il capo, sentendosi comunque in colpa. “Ma non ce l’ho fatta.”
“E’ un tuo problema.”, ribatté asciutto Yarbes. “Ed è un peso che porterai per sempre sulla coscienza.”
A Yarbes non piaceva ergersi a giudice, però non amava i deboli e Squire si era dimostrata tale, esattamente come Nicole Parker. C’era un motivo alla base di quella intransigenza, anche se lui non voleva ricordarlo. Ma, nonostante tutto, aveva un debole per lei. (Era difficile che nella CIA ci fosse qualcuno che non avesse un debole per Monica Squire, a partire dal direttore).
Yarbes si raddolcì. “Non amo dare consigli.”, aggiunse in modo pacato. “Ma se fossi in te, io racconterei una storia diversa.”
“Perché?”, gli chiese Monica.
“Rischi sanzioni o anche qualcosa di peggio. E’ meglio dire che ti ha drogata. Forse questo li convincerà a non procedere.”
Monica lo fissò pensosa.
Yarbes preparò il caffè. “Scusami. Mi rendo conto di essere stato troppo brutale.”
Alla faccia!, si disse lei.

Il direttore della CIA si presentò allo Studio Ovale in perfetto orario. Era sorridente e rilassato. Dichiarò subito che sicuramente l’FBI aveva preso un granchio in quanto il loro agente era stato ucciso da una certa Janice Williams, che adesso era morta. Chi era quella donna? Probabilmente lavorava per un’organizzazione terroristica. Si sapeva molto poco di lei.
Webster, il capo dell’FBI, mantenne un’espressione indifferente, benché ribollisse di rabbia. Era furibondo soprattutto con se stesso, dato che si era comportato da ingenuo: era evidente che l’altro avrebbe negato le responsabilità dell’Agenzia, ed era ancora più evidente che lui si trovava con le mani legate. Se avesse fatto riferimento alla talpa che gli aveva telefonato da Langley l’avrebbe bruciata, perdendo in tal modo una preziosa fonte di informazioni. Scelse un altro campo per contrattaccare.
“Benissimo.”, disse. “Però non stava a voi eliminarla.”
“E’ vero.”, ammise l’uomo della CIA. “Ma aveva ammazzato uno dei nostri, l’agente speciale John Lodge e…”
“Questo è grave.”, interloquì per la prima volta il presidente degli Stati Uniti.
Il direttore della CIA annuì. “Molto grave. Il responsabile si chiama Martin Yarbes. Una testa calda. Ha agito di sua iniziativa, senza alcuna autorizzazione, e sarà sottoposto a severi provvedimenti disciplinari. A sua parziale discolpa, posso dire che ha salvato Monica Squire, un elemento eccellente, e che era amico di Lodge. Ciò naturalmente non basta a scagionarlo. Comunque, ci penserà l’OS. Meglio lavare i panni sporchi in casa.”
“D’accordo.”, disse il presidente e guardò Webster. Questi sapeva perfettamente di aver ascoltato una menzogna dopo l’altra, ma non aveva granché da opporre. Si limitò ad assentire con aria tetra.
Il presidente cominciava ad annoiarsi e non lo nascose. Era stata un’inutile perdita di tempo. Consultò l’orologio.
“Molto rumore per nulla.”, commentò con un sorriso il direttore della CIA.
Poi si alzò dalla sedia.
Un’ora dopo, telefonò a Yarbes.
“Tutto sistemato.”, annunciò. “Però dovrai occuparti di Matrioska da solo. E, se qualcosa andasse storto, io non potrò coprirti le spalle. E’ chiaro?”
“Chiarissimo.”, rispose Yarbes.
“Un’altra cosa, Martin. Adesso che Squire è salva e Thompson purtroppo… beh, sarebbe opportuno prenderlo vivo.”
Facile come bere un bicchier d’acqua, pensò cupamente Yarbes.

Dopo essersi medicato il braccio, Aleksandr abbandonò l’auto in un posteggio situato alla periferia di una piccola cittadina, distante circa venti miglia dal cottage. Lasciò le chiavi nel cruscotto, prese ciò che gli serviva e si incamminò verso il centro. Fortunatamente la ferita era superficiale.
Aspettò che si facesse sera, passeggiando. Non gli sarebbe dispiaciuto mangiare un sandwich, ma scacciò l’idea. Era meglio non entrare in un locale pubblico; avrebbe mangiato più tardi. Quando fosse stato buio avrebbe rubato una macchina e si sarebbe allontanato da lì. Nel frattempo, rifletteva.
Le decisioni da prendere erano due. La prima riguardava Monica Squire. La seconda, strettamente legata alla precedente, era più complessa.
Putin gli aveva ordinato di uccidere Lodge e Squire, e lui aveva eliminato l’uomo, che era indubbiamente il più pericoloso dei due. Ma le cose fatte a metà non gli piacevano né piacevano a Putin. Doveva rintracciare la donna e portare a termine il suo compito? Ma qui subentrava il secondo problema. Il problema era che a quel punto sarebbe stato difficile procedere da solo.
Negli Stati Uniti, come in molte altre nazioni, avrebbe potuto rintracciare dei colleghi. All’estero, la Prima Direzione Centrale del KGB si avvaleva di due diversi tipi di agenti. Alcuni risiedevano nelle ambasciate dove fingevano di svolgere altri incarichi, ed erano coperti dall’immunità diplomatica: erano utili ma non potevano scoprirsi più di tanto. Una seconda tipologia era quella degli “illegali”, che operavano con documenti falsi e avevano maggiore spazio di azione. Aleksandr avrebbe potuto rivolgersi a uno di essi.
Tuttavia esisteva un inconveniente. La missione che gli aveva affidato Putin non era molto ortodossa; malgrado fossero nemici, Unione Sovietica e Stati Uniti d’abitudine, e come per un tacito accordo, non usavano agire con violenza nel territorio dell’altro Paese. Si combattevano su vari fronti mondiali, limitandosi a spiarsi a vicenda entro i rispettivi confini. Se avesse chiesto collaborazione, avrebbe rischiato sia di compromettere un agente che aveva lavorato per anni per assicurarsi un’adeguata copertura, sia di sollevare un polverone troppo grosso e sicuramente imbarazzante, che avrebbe portato pubblicità negativa oltre a possibili ritorsioni.
Matrioska non era abituato a discutere gli ordini, ma aveva il sospetto che per una volta il compagno Vladimir Putin si fosse lasciato trasportare dall’ira, a causa di ciò che era successo in Afghanistan. Era strano, conoscendo l’uomo, ma poteva capitare a tutti di prendere una decisione avventata: anche a una persona fredda e intelligente come Putin.
Era intento a ponderare la questione, quando quattro figure emersero dall’ombra.
Aleksandr aveva superato il centro e ora si trovava in un quartiere periferico, all’altra estremità della città rispetto a dove aveva abbandonato l’auto. Era un luogo piuttosto squallido. Il russo aveva notato un paio di locali dall’aspetto  equivoco.
“Ehi, amico, come stai?”, disse uno di loro. Si chiamava Mark e gli piaceva terrorizzare la gente, fin quando non si pisciavano sotto.
Aleksandr li ignorò e cercò di passare oltre. I quattro lo circondarono.  Erano sui venti-venticinque anni. Avevano bevuto, ma non erano affatto ubriachi, solamente più aggressivi. Avevano tutti una stazza notevole e fisionomie, che alla luce di un lampione, gli parvero ottuse e brutali.
“Fratello, non fare così!”, disse Joe, che era il capo. Lui amava deflorare le ragazzine. Era l’unico con l’aria sveglia, e in effetti era un tipo scaltro. Lanciò un’occhiata ad Aleksandr. Era alto e aveva le spalle larghe, ma cosa poteva fare da solo? E poi non era armato e probabilmente era anche uno sprovveduto.
Un grosso coltello balenò fra le mani di Mark.
“Vogliamo soltanto i tuoi soldi.”, disse Joe.
Matrioska avrebbe potuto consegnargli il portafoglio oppure metterli fuori combattimento e poi proseguire tranquillamente per la sua strada, ma qualcosa scattò in lui.
Il ricordo di quel bosco, di Sonja in pericolo, della collera che lo aveva assalito allora. Era da molto tempo che non reagiva in base alle emozioni; di norma, tutto ciò che faceva era dettato dalla razionalità. Quella sera fu diverso. Era come se si fosse trasformato in una belva feroce. Forse, influiva anche l’esito della sua missione, che era soddisfacente ma non esaltante. Abituato a vincere sempre, ciò lo contrariava non poco.
Colpì di taglio il braccio che cingeva il pugnale. Per lottare poteva usare solamente la sinistra, ma questo non era un problema. Afferrò l’arma e la spinse a fondo nel corpo di Mark, fino a raggiungere il cuore. Poi si voltò di scatto, si chinò per prendere una manciata di neve e, dopo averlo immobilizzato con una presa di judo, con la destra la ficcò in gola a Joe. Lo tenne fermo, impedendogli di respirare. Prima di morire, Joe lo svelto comprese di aver commesso un terribile errore. Gli altri due scapparono.
Ma Matrioska ora voleva la loro vita.
Si lanciò all’inseguimento e raggiunse subito il più lento. Lo accoltellò alla schiena.
Il quarto correva veloce.
Molto veloce.
Non lo avrebbe mai preso.
Aleksandr si fermò.
All’interno del cappotto, assicurata all’imbottitura, nascondeva un’arma ultra piatta e leggerissima. Era la “gemella” più piccola del fucile che aveva usato per uccidere il federale.
Con calma prese un’altra manciata di neve. La schiacciò e la inserì nel caricatore.
Il proiettile di ghiaccio, così formato, trafisse il quarto teppista, che crollò a terra senza un grido.
Aleksandr andò in cerca di una macchina da rubare.

Il mattino dopo, mentre beveva il caffè, Yarbes diede una scorsa al giornale. La sua attenzione fu catturata da una notizia che in apparenza non avrebbe dovuto riguardarlo. Quattro giovani, tutti già con precedenti penali, erano stati trovati morti, a breve distanza l’uno dall’altro. Il cronista non forniva molti particolari. La polizia non si era ancora pronunciata. Un regolamento di conti fra bande rivali?
Yarbes scosse la testa.
No, si disse.
Quegli idioti avevano tentato di aggredire Matrioska.

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