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Archive for the ‘L’uomo di ghiaccio’ Category

AleksandrStavrogin si rivolse all’uomo che era al comando dell’imbarcazione, un turco che la sapeva lunga ma forse non a sufficienza. “Come da accordi, le devo il saldo, l’altro cinquanta per cento.” Frugò in una tasca dei pantaloni e ne estrasse un rotolo di banconote. Il turco annuì e si avvicinò a Matrioska. La spiaggia ora distava meno di cinquanta metri; l’acqua, comunque, era ancora profonda.
Cosa avrebbero fatto con tutti quei soldi, dopo esserseli spartiti? Sarebbero andati in qualche bettola a ubriacarsi e l’alcool elimina i freni inibitori, inducendo a parlare, a vantarsi. Aleksandr immaginava che Cipro pullulasse di solerti agenti del SIS e di informatori che non avrebbero saputo resistere al profumo delle sterline. E dove, se non nei locali più malfamati, si potevano raccogliere notizie, spifferi, chiacchiere avventate? I capelli grigio ferro, le lenti a contatto blu, la corta barba che si era lasciato crescere, unitamente ai documenti falsi che lo identificavano come un turista polacco, potevano aiutarlo tuttavia non rappresentavano certamente una garanzia. Lui stesso conosceva questo e mille diversi trucchi. Per quello agì, secondo quanto aveva già deciso di fare, sin dal momento in cui aveva ingaggiato l’equipaggio di turchi.
Ciò che lo distingueva da Altmann era il fatto che non uccideva per piacere, ma solo in base alla convenienza; se ammazzare una persona era utile ai fini di una missione, allora non esitava a farlo, in caso contrario lasciava perdere. L’unica eccezione era proprio costituita dal tedesco: quando lo avrebbe eliminato, sarebbe stato come deporre una corona di fiori sulla tomba di Klavdij.
Porse il denaro al turco, mentre con la sinistra tirava fuori la Tokarev munita di silenziatore. Un istante dopo, fece fuoco sugli altri tre, che non si erano accorti di nulla. I cadaveri finirono nel mare, in pasto ai pesci. Stavrogin condusse il peschereccio fino alla riva, lo trasse in secca sfruttando la forza delle onde, lavò accuratamente il ponte e si cambiò, indossando dei comuni jeans e una felpa sportiva. A circa duecento metri notò l’insegna di un ristorantino ancora aperto. Si avviò in quella direzione e consumò una cena eccellente.
Poi, trovata una pensione in una via interna, andò a dormire.
Esistono molteplici modi per compiere un omicidio, anche nel caso in cui il bersaglio sia protetto da un adeguato gruppo di professionisti, ma a una condizione: che l’assassino sia disposto a morire nel corso della sua missione. Nei primi anni Sessanta, l’OAS, vale a dire l’élite dell’esercito francese, tentò invano di attentare alla vita di Charles de Gaulle; se il risultato fu una serie di fallimenti, dipese dalla mancanza di quell’indispensabile presupposto. Al contrario, J.F.K. venne eliminato, senza problemi, e come lui, lo statista italiano Aldo Moro, poiché chi intraprese quegli atti criminosi non si curava della propria incolumità personale. Per Matrioska, questo non rappresentava un problema, ma per l’Unione Sovietica sì, dato che egli rappresentava una grande risorsa del KGB. Di conseguenza, era deciso a uccidere senza essere ucciso a sua volta. Dopo aver riesaminato mentalmente il suo piano, passando in rassegna le possibili difficoltà, cadde in un sonno profondo e piacevole.
Il mattino seguente si dedicò ad alcuni acquisti. Comprò una grossa borsa nella quale, tornato alla barca, mise gli strumenti che aveva portato con sé. In un secondo negozio, prese un rotolo di nastro adesivo. In un’edicola, si munì di una cartina geografica. Per ultimo, in un negozio specializzato, acquistò una tonaca da sacerdote ortodosso, che indossò nel bagno di un bar. Se anche qualcuno degli avventori rimase stupito da quella trasformazione, non lo diede a vedere; in ogni caso, ai più passò inosservata. Jeans e felpa finirono in un cestino per i rifiuti.
Alle dieci, si recò in una cabina telefonica e compose il numero di un albergo di lusso. Quando gli risposero, chiese di essere messo in comunicazione con il signor Klaus Altmann. La chiamata fu subito inoltrata. L’uomo si trovava ancora in camera da letto.
Quando Altmann sollevò il ricevitore, Matrioska si espresse in tedesco. “Interessante come messinscena. Però, credo, anche superflua: avremmo potuto incontrarci a Londra. A Berlino? No, lì no. Non è aria per i nazisti.”
“Signor Stavrogin! E’ un vero piacere sentirla. Ha ragione, lo ammetto. Che dire? Gli inglesi sono così… inglesi. Questa è un’operazione congiunta. Gran Bretagna e Stati Uniti. Io non avevo alternative, lei comprenderà.”
“Comprendo, certo. E mi pongo una domanda: avrebbe il coragggio di incontrarmi, da solo, senza il supporto del MI6 e della CIA?”
Si udì una risatina soffocata. “Ach so. Volentieri. Non chiedo di meglio.”

Yazenevo è situato sul raccordo anulare, a ovest di Mosca. Al quarto piano, un uomo leggeva il rapporto che gli era stato inoltrato da Londra, mediante corriere diplomatico. Quell’uomo era considerato una leggenda. Era a capo della quarta sezione della prima direzione centrale del KGB, che si occupava della Germania e dell’Austria. Pertanto, in teoria, quanto avveniva a Cipro o in Gran Bretagna non avrebbe dovuto interessargli; ma in quel caso si trattava di Matrioska, che egli stesso aveva incaricato di far piazza pulita a Berlino.
Benché la sua posizione fosse di assoluto rilievo, Ivan Ivanovic Volkov sarebbe potuto essere il Primo vicepresidente, se non il leader assoluto del KGB. Se questo non si era verificato, era stato a causa del suo carattere e delle critiche esplicite che aveva rivolto, in più di un’occasione, alle alte sfere del Politburo. Per due volte era stato mandato in estremo oriente, a scopo punitivo, ma era sempre tornato trionfante, dopo aver dato scacco matto ai servizi segreti di Cina e Giappone.
Nativo di Smolenks, si era arruolato, giovanissimo, e aveva combattuto valorosamente contro la Germania, nella seconda guerra mondiale; in seguito era entrato a far parte del KGB, inizialmente come agente operativo, poi a livello dirigenziale. A lui si dovevano successi straordinari, il più importante dei quali era riassunto in un breve e conciso messaggio che aveva trasmesso alle autorità dell’Unione Sovietica: abbiamo il pieno controllo di Berlino. Era pervenuto a tale risultato sigillando i vagoni della metropolitana, istituendo ovunque posti di blocco, creando un apparato di sicurezza ineguagliabile; ciò che Altmann stava minando ora.
Aveva reclutato uomini e donne della CIA, del SIS e perfino dell’FBI; aveva addestrato centinaia di giovani russi, insegnando loro i principi del mestiere ma soprattutto quella che reputava la prima necessità: rimanere in vita.
Volkov rilesse il rapporto del rezident di Londra. Si alzò e andò alla finestra per guardare la neve che cadeva. Nel frattempo, frugava nella memoria, visualizzando i profili di tutti gli agenti che aveva diretto. Alcuni molto capaci, altri semplicemente bravi, altri ancora inadatti. Fra tutti, però, uno solo era riuscito a impressionarlo.
Volkov rammentava bene il suo primo incontro con Aleksandr Stavrogin. Di lui lo avevano colpito gli occhi, gelidi, inespressivi. Era un grande conoscitore di uomini e, osservando l’agente che si trovava sull’attenti davanti alla sua scrivania, si era detto che aveva trovato il migliore, il fuoriclasse, colui che i Paesi imperialisti avrebbero imparato a temere.
Sapeva, altresì, che Klaus Altmann proveniva dalla Gestapo, anch’egli, a modo suo, un fuoriclasse. Non c’era nulla che potesse fare, tranne attendere e sperare.  Nel frattempo, però, fece una telefonata.

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M Squire giovaneQuando, e se, Aleksandr Stavrogin fosse sceso dall’aereo, sarebbe stato invitato da due cortesi funzionari del SIS ad accomodarsi in una saletta privata; di lì a breve, ammanettato e strettamente sorvegliato, avrebbe preso il primo volo per Londra.
Una volta in Gran Bretagna, lo avrebbero interrogato. Naturalmente, Stavrogin si sarebbe rifiutato di parlare, ma esistevano vari metodi per indurre un prigioniero a collaborare. Considerata la sua fama, non avrebbero fatto ricorso alla tortura, né gli avrebbero offerto denaro. C’erano altri modi, sostanze chimiche cui era impossibile resistere.
Nell’eventualità che fosse sbarcato da una nave, la procedura sarebbe stata la stessa.
Chiaramente, avrebbe usato documenti falsi, ma la sua foto avrebbe permesso di identificarlo, senza alcuna ombra di dubbio, anche nel caso di un travestimento. Grazie all’aiuto di un computer erano stati approntate dieci immagini alternative: diverso taglio di capelli, barba, baffi, spessi occhiali da vista, andatura claudicante, persino la mancanza di un braccio o di una gamba (cosa realisticamente ottenibile, e senza amputazioni). Da ognuna di esse emergevano i suoi tratti caratteristici, fra cui le orecchie che non sono modificabili, a meno di eliminarle, e questo era inverosimile.
Esisteva, tuttavia, la possibilità che la spia russa arrivasse a Cipro con altri mezzi, riuscendo così a sfuggire alla trappola; in questo deprecabile caso, non appena si fosse avvicinato all’albergo dove alloggiava Altmann sarebbe stato ucciso: meglio non correre rischi inutili.
Tutto era stato predisposto con estrema cura. Al comando delle operazioni erano Kris Howe della CIA e Bob Sheridan del MI6.
Sheridan si era guadagnato i galloni sul campo. Era un vincente, abituato a ottenere il massimo, e le imprese compiute in Irlanda rappresentavano il suo biglietto da visita. Suo padre apparteneva alla Special Branch. Da lui aveva ricevuto un’educazione inflessibile e apparente scarso affetto. Se un tempo lo aveva detestato, in una gelida serata autunnale, a Belfast, aveva cambiato idea. Erano stati gli insegnamenti del genitore a salvargli la vita.

Matrioska possedeva una mentalità pratica, perciò quando apprese la notizia che il tedesco era vivo non perse tempo a lambiccarsi il cervello (un pizzico di curiosità, ma nient’altro). Altri, al posto suo, avrebbero insistito nel dire che non era possibile, che lui personalmente aveva appurato la sua morte. Tempo sprecato. In qualche modo l’ex Hauptsturmführer della Gestapo era riuscito a ingannarlo. Ma non ci sarebbe stata una seconda volta.
Malgrado fosse ancora inverno, la notte non era fredda.
Aleksandr contemplava il cielo punteggiato di stelle, assaporando la brezza calda che proveniva da sud. Benché non partecipasse al lavoro sul vecchio peschereccio che procedeva un po’ ansimante, come gli altri era vestito da marinaio. Qualora fossero stati avvistati e fermati da una motovedetta, avrebbe cominciato a darsi da fare: per una persona abituata a governare da sola un dragone nel gelido mare del nord sarebbe stato un gioco da ragazzi fingersi un normale membro dell’equipaggio.
In lontananza, scorse la costa. Si concentrò allora sul compito che lo attendeva: porre termine alla ignominiosa carriera di Klaus Altmann.
Al pari del rezident di Londra, non credeva al “tradimento” di una cekista americana, della quale ignorava il nome – era un pesce piccolo, sebbene, a detta di Sergej Vadimovic Sokolov, assai promettente -; di conseguenza si aspettava che Altmann fosse ben protetto.
Pensare come pensano i nemici; non come vorresti che pensassero: ma come pensano veramente.
Avevano predisposto un “cordon sanitarie”, che aveva due scopi, il secondo dei quali era intrappolare lui per ammazzarlo o sequestrarlo. Matrioska scrollò le spalle. Aveva affrontato situazioni peggiori.
Ormai la riva era vicinissima. Il russo vide una piccola insenatura e una spiaggia lambita dalle onde, che la luna illuminava.

Mentre sorvolava l’oceano Atlantico, diretta a New York, Monica Squire rifletteva sulla vanità degli esseri umani. Aveva la coscienza a posto, si era ingegnata per cercare di dare un contributo che gli inglesi avevano mostrato di apprezzare; non così Kris Howe che aveva trovato un pretesto per rispedirla in patria.
Fino a quel giorno l’aveva stimata, considerandola una Maestra; ora si domandava se l’indubbbia bravura della collega non era inficiata dall’egocentrismo, e la risposta era positiva. Questo era grave. Una delle prime cose che Monica aveva imparato a Langley era l’importanza della solidarietà, la capacità di far fronte comune contro il nemico. Ricordava ancora bene le parole di Dick “Smile” Devearaux. “Può succedere che in un dato momento l’agente che è con te rischi la vita; in tal caso, devi gettare al vento prudenza, spirito di sopravvivenza, il fondo di viltà che alberga in ciascuno di noi… e gettarti allo sbaraglio. Senza calcoli, utilizzando tutte le tue risorse, frutto dell’addestramento che qui riceverai. In caso contrario, ciò significherebbe che non sei all’altezza del tuo compito, che la CIA non fa per te.”
Se “il crollo di un mito” suonava forse esagerato, certo era che Howe l’aveva profondamente delusa. L’aveva accusata di creare un clima di instabilità, di fomentare polemiche inutili, di spingersi troppo oltre, arrogandosi poteri che non le appartenevano. Si era appigliata a pretesti, che Monica giudicava risibili. La verità era una sola: non voleva che lei le facesse ombra.
Forbes e Baker avevano protestato tiepidamente; anche se la apprezzavano e reputavano utili le sue intuizioni, quella era un questione interna dell’Agenzia che non li riguardava.
Non era piacevole essere scaricata in quel modo. Ci sarebbero state ripercussioni che avrebbero rallentato la sua cariera. Ma, sebbene non la considerasse più un’amica, in cuor suo augurava a Kris di trionfare. Quello era lo spirito di corpo!

Nella lussuosa camera dell’hotel, Klaus Altmann coltivava pensieri, che ai più sarebbero apparsi strani. Stava sorseggiando un bicchiere di Pouilly Fumé freddo al punto giusto. Non più di uno, in ogni caso. L’Uomo di Ghiaccio si augurava che l’agente del KGB eludesse la sorveglianza, prospettiva comunque credibile, poiché era consapevole del fatto che Stavrogin valeva quanto dieci uomini del SIS e certamente più di una donna della CIA.
Altmann disprezzava gli ebrei e odiava i russi, in particolare “quel” russo. Pertanto, sperava di trovarsi faccia a faccia con lui e di provvedere personalmente alla sua eliminazione. Prima, però, lo avrebbe torturato a lungo.
Matrioska avrebbe scoperto il lato più terribile della vita. La  Gestapo era stata sempre infallibile nel procurare il dolore più atroce.
Altmann sapeva che Aleksandr Stavrogin non lo avrebbe implorato, mai. Ma sapeva anche un’altra cosa: che sarebbe impazzito.
Per morire c’era tempo.
L’Uomo di Ghiaccio uscì sul terrazzo e guardò il mare rischiarato dalle stelle.
Non da un aereo, il sovietico sarebbe giunto da lì: e non avrebbe scelto una nave.

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Klaus Altmann“Un secondo! Un solo dannato secondo e lo avrei ucciso!”
Klaus Altmann osservò Kris Howe con i suoi occhi inespressivi senza trattenere un sorrisetto di scherno. “Non ci sareste mai riuscita, comunque. E, ad ogni modo, mi sorprende che un’agente della CIA si sia lasciata prendere alle spalle. Credo che dovrebbe ringraziare il suo Dio visto che è ancora viva.”
Kris gli lanciò uno sguardo di fuoco. “Non mi sembra che i suoi risultati siano stati migliori dei mei.”, replicò piccata.
Nella stanza insonorizzata della Century House, a Londra, l’atmosfera era tesa. Fuori, la pioggia cadeva monotona e il cielo era grigio.
“D’accordo.”, intervenne Martin Forbes del SIS. “Recriminare non serve a molto. Concentriamoci, invece, su ciò che dobbiamo fare.”
Altmann annuì. “Il problema è che il “soggetto” mi crede morto. E’ vero, anch’io ho fallito, ma a differenza della signora Howe mi sono salvato grazie alle mie doti e non per un gesto di benevolenza o di noncuranza.”
Per la prima volta, Monica Squire era stata autorizzata a partecipare alla riunione. Fu lei a parlare. “Se posso…”, disse. John Baker, il funzionario del MI5, la invitò a procedere. Kris era nervosa e fu sul punto di ribattere che Squire si trovava lì per ascoltare, e apprendere, non già per avanzare proposte; poi preferì mordersi la lingua. Il senso della sua sconfitta le pesava come un macigno.
“Penso che la soluzione sia semplice.”, affermò Monica in tono pacato. “Bisogna far sapere al “soggetto” che il signor Altmann è vivo e vegeto. E predisporre una seconda trappola.”
“E come lo informiamo? Con un annunciò sul giornale?”, ribatté sarcastica Kris.
Monica scrollò la testa. “Naturalmente, no. Però potrei recarmi di nuovo all’ambasciata sovietica. Se è vero che Sergej Vadimovic Sokolov non ha creduto al mio “tradimento”, è tuttavia altrettanto vero che davanti a prove chiare non potrebbe che prenderne atto.”
“I casi sono due.”, assentì Baker. “O si convince che lei vuole veramente cambiare bandiera, e perciò le crede; oppure sospetta che sia un tranello, e le crede ugualmente.”
Intervene Forbes. “Nella seconda ipotesi, forse la più probabile, ritengo che il “soggetto” accetterebbe la sfida. A quanto risulta, è molto orgoglioso; inoltre, detesta il signor Altmann.”
E’ in buona compagnia, pensò acidamente Kris Howe.
“Sono d’accordo.”, affermò l’ex Hauptsturmführer della Gestapo. “E’ un’ottima idea. Occorrono prove, però.”
“Una fotografia.”, disse Monica. “Scattata a sua insaputa, mentre sta leggendo il “Times” di oggi.”
Kris si rese conto che Squire le stava rubando la scena. Provava un misto di irritazione e di ammirazione, e non sapeva quale fosse il sentimento prevalente. Quel giorno, non poteva immaginare che Monica sarebbe salita molto più in alto di lei, fino a diventare quasi un’icona della CIA, al pari di un certo Yarbes che non aveva ancora avuto modo di conoscere.
“Bene.”, disse Forbes, rivolgendosi a Klaus Altmann. “E dove sarà il luogo dell’agguato? E’ giusto che lo scelga lei.”
L’Uomo di Ghiaccio rifletté per alcuni istanti, quindi propose una località.
La riunione era finita e tutti si alzarono.
Adesso toccava a Monica Squire.

Sergej Vadimovic Sokolov, rezident del KGB a Londra, accolse nel suo ufficio la giovane spia americana con un sorriso divertito. Non aveva creduto nella sua fede nel comunismo durante il primo incontro, e non lo credeva nemmeno ora; comunque si sarebbe prestato al gioco, l’avrebbe lautamente ricompensata e sommersa di elogi. Era un Maestro.
Monica venne subito al dunque. Frugò nella borsetta e tirò fuori un’istantanea. La porse all’uomo del KGB. Sokolov scrutò la foto, perplesso. Stavrogin aveva sostenuto di aver eliminato Altmann, e Matrioska non sbagliava mai: che si trattasse di un trucco? Ma a quale scopo? Mentre meditava assorto, Monica si protese verso di lui. “Non sono una stupida.”, dichiarò con calma. “Sono convinta che lei sia estremamente dubbioso sul mio conto… un giorno si ricrederà. Ciò che conta è che quell’orribile nazista non è stato ammazzato. Presto, tornerà a Berlino, e ricomincerà a tessere la sua tela. Questo vi procurerà danni ingentissimi, ma è inutile che io glielo dica. Se  desiderate sopprimerlo…” fece una pausa.
Sokolov la fissò in silenzio. Piccola, impudente, cekista americana! Non gli sarebbe dispiaciuto “arruolarla” veramente. Quando si erano incontrati per la prima volta, aveva pensato che fosse intelligente, anche se inesperta; grazie alla sua conoscenza degli esseri umani, aveva previsto un grande futuro per lei. Corresse in parte quel giudizio. Non sarebbe diventata una “stella” della CIA, per vari versi lo era già. Le restituì la fotografia, ordinò del tè che entrambi sorbirono in silenzio, poi la scrutò attentamente. “Ignoro dove pensa di poter arrivare, ed è vero: non mi fido del tutto di lei; ciò nonostante, in questo momento le credo. Voi siete i campioni dell’inganno e della disinformazione, e quella foto” – la indicò con un dito – “potrebbe essere un’abile falsificazione; ma io ho sempre seguito il mio istinto, pertanto lo seguirò una volta di più. Dove andrà adesso Altmann? A Berlino?”
Monica Squire scosse il capo. “In seguito.”, rispose, deponendo la tazzina. “Prima si concederà una vacanza. Langley si dimostra particolarmente generosa con lui.”
Dove?”, le domandò il rezident.

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Kris HoweOcchi sporgenti, espressione da squilibrato, il cranio privo di capelli e deforme, la bocca spalancata in un urlo silenzioso, un braccio scheletrico proteso verso l’alto e mignolo e indice – un mignolo assurdamente lungo – alzati. Freak. Di fianco, una testa rossa, disegnata in un modo che poteva ricordare le sembianze di un animale dei fumetti, un occhio grande e verde, due triangoli sopra e sotto ai quali spiccava un numero ripetuto tre volte: 6, 6, 6.
Kris Howe distolse lo sguardo da quegli ingenui graffiti, che forse nelle intenzioni dell’autore avrebbero dovuto trasmettere un messaggio sinistro ma che invece risultavano divertenti, e scrutò in direzione della porta della Basilica. Si era nascosta dietro a un albero spoglio, sull’altro lato della piazza, la pistola munita di silenziatore a portata di mano.
Vide il russo uscire dalla chiesa e prese la mira.
Il vento si era rafforzato, come quasi sempre a quell’ora, e Kris non udì i passi leggeri che si avvicinavano da dietro. Come evocato dalla breva, il sole si liberò dalle nubi illuminando le alte montagne che circondano il lago.

Il rivelatore di posizione della Bmw aveva funzionato, pensò con soddisfazione la persona venuta da Milano.
Quando un agente segreto agisce all’estero senza copertura diplomatica, a seconda dello Stato in cui si trova, in caso di cattura rischia un processo, la tortura o la morte. E, nella fattispecie, il KGB non può aiutarlo in alcun modo. Tuttavia, esistono agenti e agenti, e per i più dotati il generale Ivan Blochin, responsabile dellla quinta sezione della prima direzione centrale (tra gli Stati di cui si occupava rientrava anche l’Italia), aveva escogitato un metodo rudimentale ma efficace che prevedeva l’intervento di un altro “illegale” residente in quella data nazione. Non c’erano garanzie di successo, ma almeno una piccola speranza di salvezza oppure, in mancanza di meglio, una provvidenziale pallottola che gli impedisse di parlare.
Stavrogin aveva applicato il localizzatore alla macchina, mentre recuperava le armi nel garage di Lecco; in seguito, aveva spedito per corriere a un indirizzo sicuro di Milano il marchingegno atto a captare i segnali trasmessi.
L’emissaria si guardò attorno e scorse una giovane donna che si accingeva a sparare.
Come un’ombra, le scivolò alle spalle.

Esistono varie tipologie di addestramento ed è chiaro che per i corpi speciali e per le agenzie di spionaggio esse risultano estremamente impegnative. Questo vale per il SAS britannico, per la Delta Force americana, per lo SDECE francese, per il Gruppo Alpha sovietico, per il KGB e per altre organizzazioni analoghe.
Stavrogin aveva ricevuto un addestramento Spetsnaz. Ed erano pochi, anche fra i migliori agenti della prima direzione centrale, in grado di portarlo a termine con successo.
Un addestramento Spetsnaz non prevede soltanto marce interminabili con pesanti carichi sulle spalle, tecniche di combattimento, nuoto subacqueo, uso di esplosivi e di IM, acquisizione della resistenza a qualsiasi clima e temperatura, sopportazione di fame, sete e mancanza di riposo.
Questo è solo il primo gradino.
Successivamente, è previsto lo studio del comportamento animale.
In pratica, si assimila l’innata predisposizione, per esempio di un lupo, ad avvertire la presenza di un elemento ostile, in mancanza di un contatto visivo o di un particolare rumore. Ciò accade grazie alla capacità di cogliere la presenza di feromoni. Non è un frutto di magia, bensì di allenamenti ripetuti fino allo sfinimento fisico e psicologico.
Nel contempo, si acquisisce il metodo per ridurre il battito cardiaco, allo scopo di evitare che un agente del SAS o della Delta Force riesca ad applicare le stesse tecniche. In molti romanzi di spionaggio, ai protagonisti vengono attribuite doti straordinarie, però di pura fantasia. La realtà è ancora più sorprendente.
Tutto ciò porta a sviluppare una specie di sesto senso.
Quando Matrioska uscì dalla chiesa “sapeva” che la giovane stava per sparargli. Le concesse tre secondi per prendere la mira e premere il grilletto, poi si abbassò, la pistola saldamente in pugno.
Con sua grande sorpresa, non risuonò alcun colpo d’arma da fuoco.
Esplorò con lo sguardo la piccola piazza. Un uomo vestito con eleganza che stava entrando in un bar mentre scorreva i titoli di un giornale non si era accorto di nulla. A qualche metro di distanza due ragazzini ridacchiavano per quanto avevano appena visto. Una scena divertente!
“Ganza!”, esclamò uno dei due, indicando la silhouette in piedi. “Come nei fumetti.”, convenne l’altro. Lungi da loro il pensiero di soccorrere la bella donna svenuta.
L’americana giaceva al suolo. Una ragazza che dimostrava all’incirca la stessa età l’aveva stesa con un perfetto shime wada, una mossa di judo. Stavrogin la raggiunse. “Mi chiamo Maruska.”, disse lei in russo. Aleksandr non rispose.
“La sopprimiamo?”, domandò Maruska. Era alta e slanciata con folti capelli ramati e occhi di un sorprendente verde. Indossava dei jeans e una felpa sportiva, calzava ballerine nere.
Stavrogin scosse la testa. “L’ordine che ho ricevuto era di uccidere un tedesco. Ho compiuto la mia missione. Non mi interessa eliminare un’agente della CIA. Io torno a Berlino. Comunque il tuo viaggio è stato inutile.”
“Sono in elicottero.”, ribatté lei.
“Bene. Allora non del tutto inutile. Mi porterai a Milano.”
Guardò la donna distesa a terra e fece un sorriso sprezzante. “In ogni caso, se un giorno dovessi morire, non sarà certo a causa di una cekista americana.”

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Klaus AltmannUn elicottero era sempre pronto, ventiquattro ore su ventiquattro. La persona che aveva ricevuto la telefonata da Londra impiegò venti minuti per raggiungere l’hangar. Cinque minuti più tardi era in volo.

L’anziana donna scosse ripetutamente Altmann. Lui, destatosi da un sonno pieno di incubi, cercò di metterne a fuoco l’immagine.
“Lei è ubriaco oppure sta molto male. Deve andare subito in ospedale!”
Altmann si rialzò a fatica, riacquistando il controllo. Notò che la vecchia fissava inorridita il suo braccio sinistro. Durante la lunga camminata era incespicato più volte, finendo a terra. I suoi abiti erano ridotti a brandelli e il tatuaggio che riportava il gruppo sanguigno e il numero di matricola era ben visibile. A suo tempo, tali tatuaggi erano serviti ai medici per soccorrere per primi i membri delle SS e della Gestapo; in seguito erano stati utili agli Alleati per individuarli e arrestarli, con l’unica eccezione del dottor Josef Mengele che per ragioni misteriose ne era privo e pertanto riuscì a eclissarsi.
La donna gli puntò un dito contro. “Tu! Tu sei una carogna nazista!” Parlava un italiano perfetto, ma osservandola Altmann comprese che era una lurida ebrea, per qualche motivo scampata a un campo di prigionia.
Altmann si guardò attorno. Erano in una zona isolata, la casa più vicina distava almeno duecento metri; dalla strada non potevano essere visti, grazie ai cespugli che li nascondevano. Si chiese perché la donna fosse passata di lì, ma era una domanda inutile, insignificante. Mentre l’ebrea urlava con voce stridula, l’afferrò e poi strinse la sua gola con tutta la forza che aveva. Era ancora esausto, ma l’odio gli infuse l’energia necessaria. La donna finì a terra con gli occhi sbarrati. Altmann osservò il cadavere con disprezzo. Adesso doveva lavarsi, trovare dei vestiti e mangiare qualcosa. Trasse un profondo respiro. Un passo alla volta.

Furono sufficienti poche parole pronunciate in francese e una generosa mancia elargita al portiere per ottenere la chiave della camera di Altmann. Stavrogin frugò in tutti i cassetti, guardò sotto il letto e ispezionò l’armadietto del bagno senza trovare nulla di rilevante. Tempo perso, pensò, ma era abituato a essere meticoloso. Scese nella hall dell’hotel Du Lac e da lì prenotò un volo per Bruxelles. Giunto nella capitale belga, avrebbe noleggiato un’altra auto. Sapeva come passare i confini che lo separavano dalla Germania est. Una volta tornato a Berlino, avrebbe smantellato definitivamente la rete dei traditori.
Uscì dall’albergo e si diresse verso il parcheggio dove aveva posteggiato la Bmw. Era in una piccola piazza nella parte alta di Bellagio. A quell’ora c’era poca gente in giro e con la coda dell’occhio notò la giovane donna che lo seguiva. Fra le mani aveva una cartina geografica e ogni tanto si fermava a consultarla, come avrebbe fatto un turista qualsiasi. Ma non era una turista, si disse Matrioska. E’ difficile stabilire in base a quale particolare il russo individuò in lei un’agente della CIA. Non dagli abiti né dall’aspetto fisico. L’esperienza, l’addestramento Spetsnaz, il fiuto o il modo con cui “fingeva” di guardare la piantina: probabilmente l’insieme di queste quattro cose.
Costruita tra l’undicesimo e il dodicesimo secolo, la Basilica di San Giacomo è un monumento nazionale. Provvista di un antico e suggestivo impianto a tre navate, all’interno contiene varie opere d’arte. Fu lì che Stavrogin entrò, soffermandosi a contemplare un dipinto del Perugino.
Attese cinque minuti. La donna rimase fuori. Matrioska estrasse la pistola e si avvicinò all’uscita.

Civenna dista sette chilometri da Bellagio e dispone di un eliporto. E’ un paese che vive di turismo grazie al magnifico panorama che offre. E’ possibile infatti vedere il ramo di Lecco del lago di Como e le montagne che si stagliano sulla riva orientale. I villeggianti sono perlopiù famiglie anziane o con bambini piccoli, dato che i divertimenti scarseggiano; in compenso, si possono compiere lunghe passeggiate, la tranquillità è garantita e il clima, anche in piena estate, è fresco, poiché il piccolo centro è situato a 627 metri di altezza. Per raggiungere Bellagio occorre affrontare un tratto di strada interamente in discesa.
Il taxi proveniente da quella località era già arrivato e il conducente stava aspettando, appoggiato all’automobile. Aprì la portiera posteriore, fece accomodare la persona che aveva telefonato da Milano, risalì in macchina e avviò il motore.
Viaggiarono in silenzio. Tutti i tentativi dell’autista di intavolare una conversazione caddero nel vuoto.
Il taxista scrollò le spalle.

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AleksandrEra più ciò che li accomunava di quello che li divideva. Entrambi erano freddi, risoluti, esperti e spietati. L’unica differenza stava nel fatto che Stavrogin uccideva per necessità, Altmann perché gli piaceva farlo. Per il resto, ambedue erano abituati a eseguire gli ordini e a portare a termine le loro missioni con successo. E ciascuno dei due credeva fermamente – o, nel caso del tedesco, aveva creduto – in un’ideologia. Il nazismo e il comunismo. Altmann era troppo intelligente per cullarsi nei sogni sciocchi di chi sperava che un giorno qualcuno avrebbe raccolto l’eredità di Hitler e guardava con disprezzo i gruppuscoli che inscenavano ridicole manifestazioni a favore di uno Terzo Reich, che mai sarebbe più esistito. Da uomo pragmatico, qual era, aveva messo a disposizione della CIA le sue capacità per combattere contro quello che considerava il nemico storico, il regime sovietico. Deflorare, sfregiare e terrorizzare le piccole ebree era una parte della ricompensa che gli spettava; ammazzare rappresentava un sottile piacere.
Matrioska agiva secondo quanto gli era stato insegnato, con una sola eccezione che rappresentava proprio l’ex Hauptsturmführer della Gestapo. Non poteva dimenticare la morte di Klavdij. Per questo era estremamente soddisfatto: la viscida carogna nazista aveva avuto quello che meritava. In altre situazioni, si sarebbe limitato a stendere un succinto rapporto e ad attendere nuove disposizioni. Nella fattispecie, ora doveva tornare a Berlino per finire ciò che aveva incominciato: debellare completamente la rete dei traditori e, risentimenti personali a parte, senza Klaus Altmann sarebbe stato molto più semplice. In ogni modo, provava qualcosa che si avvicinava, seppure alla lontana, a un’emozione. In precedenza, era accaduto un’unica volta, anni prima, quando aveva difeso sua sorella in un bosco.
Adesso, comunque, voleva appurare se Altmann possedeva dei documenti riservati e, poiché non li aveva trovati nella macchina, uscito dall’albergo dove si era concesso un lungo sonno, dopo aver inviato un messaggio criptato, si avviò a piedi verso l’hotel Du Lac.
Un battello attraccò al molo, scaricando pochi intrepidi passeggeri. Non era la stagione ideale per visitare il lago di Como. Nel cielo, sole e nubi si rincorrevano; la breva soffiava regolare, increspando l’acqua e creando suggestivi giochi di luce e di penombra. Un maestro della fotografia ne avrebbe tratto immagini esemplari.
Indifferente al paesaggio, Matrioska passò davanti a un bar, provvisto di una grande vetrata.
La donna lo vide e lo riconobbe.

Babij Jar, Unione Sovietica, 30 settembre 1941. Il respiro affannoso della piccola Rivka, gli occhi da cerbiatta impaurita, le urla di dolore. Fuori della baracca, l’inferno in Terra. Era stato uno dei momenti più felici della vita di Altmann, e su di essi si concentrò mentre si trascinava sulla strada chiamata Valassina per raggiungere Bellagio.
Si fermò due volte a vomitare. Il capitano Abhisar Subramanian lo aveva avvertito. Provocare uno stato di morte apparente era rischioso e non privo di conseguenze. Gli girava la testa e sentiva le gambe deboli, ma non poté chiedere un passaggio, dato che in quel solitario panorama notturno non passò neppure un’automobile.
Eppure sapeva che il russo sarebbe andato a curiosare nella sua camera. Perciò doveva muoversi in fretta, ignorando stanchezza e dolore. Doveva trovare un’arma, magari un coltello o meglio ancora una pistola, posto che in quel paese esistesse un negozio che le vendeva, ed era improbabile. Ci avrebbe pensato più tardi; allo stato attuale, non riusciva a ragionare con lucidità.
Alle prime luci dell’alba affrontò l’ultimo ripido tratto in discesa che porta alla cosiddetta “perla del Lario”. A quel punto, le forze lo abbandonarono definitivamente.
Riuscì a gettarsi per terra dietro un cespuglio e cadde in un sonno che forse era l’anticamera della morte vera.

Londra. Il rezident del KGB Sergej Vadimovic Sokolov stava riflettendo davanti alla finestra. Benché non avesse minimamente creduto al “passaggio di campo” di Monica Squire, aveva tuttavia preso atto di quanto la CIA aveva maldestramente organizzato: predisporre una trappola che aveva lo scopo di eliminare Aleksandr Sergeivic Stavrogin. Il messaggio, ricevuto tramite one-time pad, lo tranquillizzò sotto questo aspetto. Matrioska aveva ucciso il tedesco.
Quello che al MI5 e a Langley non sapevano era che Sokolov disponeva di una vera “talpa” all’interno del servizio segreto britannico. Non era un uomo geniale come Philby, né spregiudicato come Aldrich Ames: comunque era utile.
Mentre i suoi superiori si riposavano nella campagna inglese, con al seguito mogli e cani, Miller si era dato da fare. In linea teorica, Sokolov avrebbe potuto affidare l’incarico a un agente “illegale”, cioè privo di copertura diplomatica, ma preferiva preservarli per altre incombenze; e se si fosse avvalso di un elemento della prima direzione centrale che operava regolarmente all’interno dell’ambasciata sovietica, era pressoché certo che sarebbe stato seguito.
Miller aveva appurato due cose. La prima, che Squire nella scacchiera rappresentava una semplice pedina; la seconda, che la “regina” – proseguendo nel paragone scacchistico – aveva lasciato di soppiatto Londra per andare in Italia. E dove, se non a Bellagio? Miller aveva anche tentato di approcciare Monica Squire: purtroppo, però, se non possedeva il carisma di Philby e la sfacciataggine di Ames, condivideva con loro la passione per l’alcool. La giovane donna aveva rifiutato con fermezza l’invito a cena di un individuo palesemente ubriaco.
Ma andava bene così. Anzi, male, si disse il rezident. Se Kris Howe aveva raggiunto Altmann, sebbene in ritardo visto che ormai era morto, era per un motivo preciso: aiutarlo. Sokolov non immaginava, né gli sarebbe interessato saperlo, che Howe aveva in animo di eliminare il tedesco, una volta che Stavrogin fosse stato ucciso; quello che invece sapeva e che lo preoccupava era che Matrioska non conosceva Howe. Questo lo esponeva a un serio rischio.
Impossibile mettersi in contatto con lui.
Sergej Vadimovic Sokolov tornò alla scrivania e compose un numero di telefono.
A Milano qualcuno ricevette la chiamata su una linea sicura.

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Klaus AltmannLo scontro era impari. Aleksandr Stavrogin era giovane, perfettamente addestrato, forte e rapidissimo nei movimenti. Altmann era un uomo anziano, anche se ancora in ottima forma. Matrioska lo colpì con un violento pugno allo stomaco e gli strappò la pistola dalle mani. Poi si accinse a sparargli.
Non fu necessario. Il tedesco si portò le mani al torace, esalò un gemito e, dopo aver barcollato, finì a terra.
Stavrogin conosceva questo e altri trucchi. Si chinò su di lui e gli sentì il polso. Controllò il battito cardiaco. Gli sferrò un calcio alla testa. Niente.
L’Hauptsturmführer della Gestapo aveva concluso la sua ingloriosa carriera ed era inequivocabilmente morto. Non sussisteva alcun dubbio al proposito. Matrioska gli rivolse uno sguardo colmo di disprezzo, quindi, munito di una torcia elettrica, andò a cercare la sua macchina. Un’attenta perquisizione non servi a granché. Nell’automobile non c’era nulla di significativo. In ogni caso, era soddisfatto. Nonostante il disgusto che provava per quell’individuo, non era la sua morte in sé a essere importante. Scomparso Altmann, sarebbe crollata tutta la rete di spregevoli traditori che aveva infestato Berlino est; ai vertici del KGB avrebbero apprezzato molto il suo lavoro. L’ordine e la sicurezza sarebbero tornati a regnare sovrani, a dispetto della CIA e dei fantocci inglesi di Langley.
Nei pressi c’era un burrone. Matrioska tolse il freno a mano e sospinse la vettura finché non la vide precipitare, in un assordante rumore di vetri schiantati e di lamiere distrutte. Poi la notte avvolse tutto con il suo silenzio. L’unico suono che si udiva era quello del vento di settentrione.
Tornato sui suoi passi, Stavrogin trascinò il cadavere nel bosco, quindi spostò i tronchi d’albero e si diresse a Bellagio, dove, malgrado l’ora tarda, riuscì a trovare un albergo ancora aperto.
Dopo una veloce doccia, andò a letto e si addormentò subito.

Nella seconda guerra mondiale Adolf Hitler aveva trascurato tre fattori. Il primo riguardava l’immensa estensione territoriale dell’Unione Sovietica, le strade ridotte a pantani durante l’autunno, il rigido clima invernale e lo smisurato numero di uomini che man mano Stalin chiamò alle armi. Il secondo e il terzo fattore sottovalutati valevano anche per le alte sfere militari del Giappone: la potenza industriale e bellica degli Stati Uniti e i Paesi che gradualmente intervennero a sostegno della Gran Bretagna, inviando truppe su vari fronti.
Per quanto riguarda l’America è sufficiente pensare che, sebbene inizialmente la flotta nipponnica fosse superiore e più moderna di quella degli Usa (a causa dell’attacco a Pearl Harbor), a partire dalla battaglia di Midway, i cantieri americani produssero portaerei con un ritmo insostenibile per i loro nemici asiatici. E ciò valeva anche per altre navi, aereoplani, mezzi da sbarco, carri armati; senza contare le capacità logistiche e i radar. In seguito, circolò una battuta: se il Führer avesse visitato gli stabilimenti della General Motors non si sarebbe mai sognato di dichiarare guerra alla nazione dalla bandiera stelle e strisce.
Venendo al Regno Unito, poté avvalersi del contributo delle forze armate del Canada, del Sudafrica, dell’Australia, della Nuova Zelanda e dell’India. Il British Indian Army arrivò a contare su due milioni e mezzo di soldati.
Un contigente di quell’esercito era stato fatto prigioniero dai tedeschi a El Alamein e successivamente tradotto in Germania. Mentre l’offensiva delle Ardenne del dicembre del 1944, che inizialmente aveva sfondato il fronte degli Alleati, iniziava ad arenarsi, segnando così le sorti del conflitto, scienziati pazzi, anziché dedicarsi allo sviluppo di nuove armi e alla progettazione di ordigni nucleari, compivano esperimenti farneticanti sui prigionieri di guerra, in particolare sui russi e sulle altre razze “inferiori”. Inglesi e americani, in genere, ne erano esenti: non gli indiani, però.
L’Hauptsturmführer della Gestapo Nikolaus Barbie era interessato relativamente a tali esperimenti. Preferiva sfogare la sua collera per la guerra ormai perduta uccidendo e infliggendo torture. Era un maestro in questo campo, ma un giorno incontrò il capitano Abhisar Subramanian.
Prima di arruolarsi, Subramanian aveva trascorso cinque anni in uno sperduto villaggio del Tibet, lo stesso villaggio dove si erano recati, prima di lui, suo padre e suo nonno. La sapienza accumulata dal nonno era stata trasmessa al padre, il quale a sua volta l’aveva riversata sull’unico figlio. Di conseguenza, Abhisar rappresentava l’anello forte di un’ipotetica catena. E, grazie a questo bagaglio, il soggiorno in Tibet lo aveva avvicinato ai massimi livelli dei più eccelsi Maestri.
Barbie scoprì con grande sorpresa che il capitano sembrava refrattario al dolore, sopportava i tormenti più atroci senza battere ciglio. Incuriosito, l’ufficiale della Gestapo cessò di seviziarlo, gli assegnò una piccola baracca personale, fece in modo che avesse cibo buono e abbondante e tentò di stabilire un rapporto non conflittuale, interrogandolo con garbo sui suoi trascorsi in Tibet.
Non furono né i pasti sostanziosi, né le premure che indussero Subramanian a collaborare, ma la sua visione della vita. Se poteva aiutare il tedesco a diventare un uomo migliore – così ragionava – era giusto farlo.
Barbie era straordinariamente intelligente e imparò molte cose in breve tempo, anche perché Subramanian si dimostrò un insegnante eccezionale. Avrebbe appreso di più, ma l’aprile del’45 arrivò troppo in fretta. Comunque, adesso possedeva un bagaglio di conoscenza sconosciuto alla maggior parte degli occidentali. Ringraziò il capitano Abhisar Subramanian sparandogli alla nuca in una mattina fredda e ventosa.
Lo ringraziò una seconda volta, quella notte, quando riprese i sensi e si rialzò, dopo circa un’ora dalla partenza di Matrioska.
Era stato Subramanian a renderlo edotto di un procedimento assai complesso, ma realizzabile, benché soltanto da pochi eletti: come ottenere uno stato di morte apparente.

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Kris HoweLa giovane, atletica e attraente, che indossava jeans firmati e un elegante giubbotto si pose ancora una volta la stessa domanda: meritava, forse, di vivere l’ex Hauptsturmführer della Gestapo? E la risposta fu la stessa che si era già data dieci volte.
Era arrivata a Bellagio con un’auto a noleggio, percorrendo prima l’autostrada dei laghi e poi la tortuosa strada che costeggia il Lario sulla sponda orientale del primo bacino; dall’altra parte c’erano Cernobbio, Lenno, Tremezzo, paesi di cui ignorava l’esistenza, ma che forse, se li avesse visitati, le sarebbero piaciuti.
Seduta in un bar poco distante dall’hotel Du Lac, sorseggiava un cappuccino senza distogliere lo sguardo dall’ingresso dell’albergo. Il locale disponeva di un’ampia vetrata che le permetteva una visuale perfetta. Un’ora più tardi, al terzo cappuccino, guardò l’orologio, si alzò e telefonò all’hotel, chiedendo del signor Altmann. In un buon inglese, una ragazza le rispose che non c’era. Non si addentrò in altri particolari e riagganciò prima che Kris potesse parlare ancora. Se anche conosceva bene il tedesco, il francese e lo spagnolo, era comunque una maleducata, pensò l’agente della CIA.
Tornò a sedersi, ordinò una pizza e passò in rassegna vari scenari. Primo, Altmann aveva già individuato il russo, gli aveva teso un agguato e lo aveva eliminato. In questo caso, probabilmente adesso era diretto verso l’aeroporto per fare ritorno a Londra a riferire che la missione era stata portata a termine con successo. Oppure era già comodamente seduto in prima classe, intento a bere champagne. Avrebbe chiamato Langley per informarsi. Non era un’eventualità gradevole: sarebbe stato umiliante per un “controllore” chiedere informazioni, anziché fornirne. Per Kris Howe essere considerata una stella in ascesa era un motivo di orgoglio e la prospettiva di perdere punti non la solleticava per niente.
Secondo, l’uomo del KGB aveva ucciso Klaus Altmann. Se era vero ciò che si diceva di lui, non era un’ipotesi da trascurare. Riguardo alle conseguenze, erano ugualmente deprimenti. Le avrebbero fatto notare con fredda cortesia che non l’avevano mandata in Italia per un viaggio di piacere. Dove si trovava lei, quando l’ex Hauptsturmführer era stato ammazzato?
Terzo – ed era quello che si augurava -, i due non si erano ancora incontrati.
In tal caso, doveva scegliere fra due opzioni: aspettare che Altmann si facesse vivo e nel frattempo continuare a sorvegliare l’albergo, oppure mettersi in moto per cercarlo. Facile a dirsi! Consultò la carta geografica che aveva acquistato in un negozio di souvenir di Como, in piazza Cavour.
C’erano tre modi per arrivare a Bellagio. Da Lecco, da Erba o mediante l’itinerario che aveva scelto lei. Scrollò il capo. No, si corresse. Ne esistevano almeno dieci. Con un motoscafo, con il ferry-boat, con un battello.
Si pentì di aver lasciato Monica Squire a Londra. La giovane collega avrebbe potuto esserle d’aiuto: si sarebbero divisi i compiti. C’era però il rischio che Monica cercasse di impedirle di eliminare Altmann; lo disprezzava quanto lei, ma Kris non la conosceva a fondo: era possibile che fosse una donna piena di scrupoli. O magari l’avrebbe tradita, denunciandola, per farle le scarpe. Quanto è vasta l’ambizione umana? Pensieri inutili, si disse. Era sola e avrebbe agito da sola. Finì la pizza e spostò lo sguardo sul lago, che luccicava ai raggi del tiepido sole invernale.
Decise che per il momento avrebbe aspettato.
Non poteva sapere che Altmann e il russo in effetti si erano già incontrati, la notte precedente, né, e questo era ovvio, cosa era accaduto.

Babij Jar, Unione Sovietica, 30 settembre 1941. Mancavano pochi ebrei per raggiungere il conto finale di 33.771 vittime. Tra di essi, una bambina che rispondeva al nome di Rivka. Aveva da poco compiuto dieci anni e in una baracca vicina al grande fossato dove venivano gettati i corpi privi di vita di quegli sfortunati ucraini di ceppo ebraico – Babij Jar si trova nei pressi di Kiev – desiderava raggiungere al più presto i suoi genitori.
Era meglio di ciò che stava subendo da quell’individuo orribile.
Nikolaus Barbie, Hauptsturmführer della Gestapo, che in seguito sarebbe diventato Klaus Altmann, la stava stuprando. L’indomani sarebbe tornato a Lione, ma aveva accolto con gioia l’ordine di recarsi nell’Urss per partecipare al massacro. Quando, con un grugnito, eiaculò, trasse un sospiro soddisfatto. Si alzò dalla sudicia branda, prese la pistola e sparò alla bimba, mirando al viso.
L’errore che l’Uomo di Ghiaccio commise quella notte di molti anni dopo fu quello di “non” mirare alla testa di Stavrogin. Lo prese in pieno petto e, grazie al giubbotto antiproiettile di kevlar, Matrioska non riportò danni.
L’agente del KGB balzò in piedi.
Non cercò di prendere il fucile. Si avventò a mani nude su Altmann.

L’otto marzo del 2006 ho aperto il mio primo blog, su Splinder. Da quel giorno sono trascorsi otto lunghi anni. Desidero ringraziare tutti gli amici che mi hanno seguita, prima su Splinder e poi qui.
Mi auguro di continuare a scrivere storie che in qualche modo vi tengano compagnia 🙂

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AleksandrAleksandr Stavrogin aveva preso una camera in un albergo di Lecco. Per qualche ragione, preferiva cambiare sistemazione ogni giorno. Dopo aver consumato un pasto a base di pesce di lago, che non gli sembrò particolarmente saporito, tornò in albergo e disse al portiere che non si fidava di lasciare la sua Bmw incustodita di notte. L’hotel non disponeva di posti auto, come la maggior parte degli alberghi della zona.
L’uomo gli suggerì il nome di due garage, ma Stavrogin dichiarò che preferiva un box privato. Una rapida consultazione del giornale locale permise di appurare che nei dintorni in effetti affittavano un box. Il portiere telefonò e si accordò per un mese di affitto, pagamento anticipato. Matrioska lo ringraziò, si recò all’indirizzo convenuto, saldò il conto e si fece consegnare le chiavi. Aspettò che aprissero i negozi e acquistò una tuta da meccanico, guanti da lavoro e una serie di attrezzi. Dieci minuti più tardi, dopo aver azionato il cric, era sdraiato sotto la macchina, intento a recuperare l’arma con la quale avrebbe ucciso Altmann.
Quella notte Aleksandr si concesse un sonno più lungo del solito. Si svegliò alle nove del mattino, si rase, fece la doccia e indossò vestiti puliti. A quell’ora non servivano più la prima colazione.
Uscì dall’albergo, si fermò in un bar vicino, dove ordinò cappuccino e una fetta di torta, quindi raggiunse a piedi il box.
Spirava un vento freddo che proveniva dalle montagne che sovrastano Lecco, però il cielo era sereno e sgombro da nubi. Il russo lanciò un’occhiata alle acque increspate del lago. Immaginava che fossero gelide; comunque era una visione affascinante. Sorrise fra sé al pensiero della baia dov’era ormeggiato il suo dragone: lì l’acqua era dieci volte più gelida. Come sempre, il sorriso non si estese ai freddi occhi grigi. Al largo intravide una barca solitaria, che riconobbe per un flying dutchman. Si soffermò a osservarla per alcuni momenti, riassaporando la profonda gioia che provava quando usciva in mare. A causa del lavoro che svolgeva, questo non accadeva sovente; d’altro canto, era un comunista convinto e sapeva di operare per il bene. Appartenere al KGB era un motivo di orgoglio. Se fosse arrivato alla vecchiaia, avrebbe avuto tutto il tempo che voleva per dedicarsi alla vela. Abbandonò quelle riflessioni e girò le spalle al lago.
Una volta che fu all’interno del box, prese il fucile, lo smontò e lo rimontò con attenzione, controllando che tutti i meccanismi funzionassero perfettamente.
L’arma pesava circa quattro chili, aveva una portata di ottocento metri ed era dotata di un caricatore da dieci colpi. La canna, piuttosto sottile, terminava con un soppressore di fiamma ed era internamente cromata in modo da aumentare la resistenza alla corrosione.
Poi Matrioska si tolse giaccone e camicia per infilarsi un giubbotto antiproiettile di kevlar. Poiché il kevlar non è in grado di proteggere da una pugnalata o da un proiettile perforante, Stavrogin aveva aggiunto un leggero pannello metallico costituito da una combinazione di alluminio e rame. Si rimise gli indumenti e lanciò un’occhiata alle flashbang. Sebbene fossero stati gli agenti del SAS britannico a servirsi per primi di tali strumenti – che erroneamente molti chiamano “granate” -, i modelli M84 che Aleksandr aveva con sé erano di fabbricazione americana, a suo giudizio decisamente i migliori.
Quando fu pronto, salì sulla macchina e imboccò la strada che da Lecco conduce a Erba. Si fermò nei pressi di Valmadrera per consumare un pranzo leggero. Dopodiché attese che si facesse notte. Nel cruscotto della Bmw c’era un piccolo pc assolutamente sicuro. Poche ore prima, da Londra, aveva ricevuto la foto di Klaus Altmann, che aveva esaminato a lungo e attentamente. Avrebbe riconosciuto quel volto ovunque e in qualsiasi circostanza, anche a distanza di anni.
La strada che aveva scelto a tratti presentava forti pendenze e ripide discese, tanto che spesso veniva inserita nel percorso di una famosa “classica” del ciclismo, però era anche larga e spaziosa, a differenza di quella che portava a Bellagio costeggiando il bacino del ramo di Lecco. Aleksandr guidava con calma, senza fretta. Contrariamente a quanto aveva supposto Altmann, intendeva arrivare di notte per poi agire il mattino successivo. Il pensiero della morte di Klavdij gli infondeva una cupa determinazione.
Klavdij, il giocatore di scacchi; Klavdij, l’uomo aperto e solare, così diverso da lui; Klavdij, che amava le donne, il buon cibo e la vodka: Klavdij, uno dei quattro migliori agenti della prima direzione centrale del KGB.
A tre quarti del tragitto, i fari illuminarono un cartello, oltre al quale Matrioska notò le sagome di due tronchi d’albero. Rallentò, azionò gli abbaglianti e lesse la scritta sul cartello: accesso vietato a causa di lavori in corso. Non aveva senso. Spense il motore e scese dall’automobile. I tronchi d’albero non avevano senso.
Si avvicinò cautamente a quello sbarramento.
Il buio non era assoluto; in cielo, brillava la luna e alcune stelle erano perfettamente visibili. Ciò nonostante, ai lati della strada, c’erano molte zone oscure. Luogo ideale per un agguato, pensò il russo.
Avanzò ancora, con tutti i sensi all’erta. Una brezza leggera calava da settentrione. Un uccello notturno lanciò il suo richiamo. E a un tratto Aleksandr udì il rumore inconfondibile dei passi di qualcuno che si stava avvicinando, sulla sua destra, da un sentiero che in quel punto sbucava fuori da un bosco. Quasi nessuno avrebbe avvertito quei movimenti cauti, furtivi, ma un addestramento Spetsnaz prevedeva che, in seguito a sforzi indicibili, un uomo assimilasse i sensi di un animale, e ciò valeva per i suoni, gli odori e per l’inconfondibile alone della paura o dell’aggressività che viene emanato da un essere umano. Di sicuro non si trattava di uno scoiattolo, né di una volpe.
Si voltò e tornò verso la macchina per prendere il fucile.
Era a due metri dalla Bmw, quando si gettò a terra, rotolando su se stesso.
La pallottola lo mancò di un soffio.
Ma un istante dopo ci fu un secondo sparo.
E questa volta l’Uomo di Ghiaccio seppe di non aver mancato il bersaglio.

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Kris HoweIl caldo è torrido. Non spira un filo d’aria. I campi riarsi anelano invano a un po’ di pioggia.
Klaus Altmann, Hauptsturmführer della Gestapo, che a quell’epoca si chiamava ancora Klaus Barbie, passeggiava annoiato e infastidito da quella micidiale calura. Le strade erano pressoché deserte. A un tratto scorse un anziano venditore ambulante che procedeva arrancando. I due uomini si incrociarono e l’ambulante salutò con un misto di deferenza e di paura l’ufficiale della Gestapo.
A Barbie quel saluto non piacque. Non gli sembrò sufficientemente rispettoso.
Non è consentito sapere se fu spinto dalla noia o dall’irritazione: ciò che sappiamo è che tirò fuori la pistola d’ordinanza e sparò a bruciapelo, spappolando la testa del povero vecchio.
Quella sera deflorò e seviziò una ragazzina ebrea, poi andò a dormire tranquillamente.
Barbie era temuto e detestato anche da alcuni ufficiali delle SS, non propriamente angeli, dunque. Questo non gli aveva impedito di eliminare, spesso personalmente, più di mille persone, fra luridi ebrei e mocciosi scalzi.
Respirò l’aria fresca della notte, concedendosi un sorriso soddisfatto al ricordo di tanta grandezza.
Poi, L’Uomo di Ghiaccio estrasse dal baule dell’auto il cartello che aveva rubato a Milano. Lo sistemò in prossimità di un tratto in forte pendenza. Prese due robusti tronchi d’albero che aveva regolarmente acquistato in una rivendita di legnami, in prossimità di viale Zara, alla periferia del capoluogo lombardo, e senza sforzo li pose subito dietro il cartello. Risalì in macchina e imboccò un sentiero sulla destra della strada principale che conduceva a un bosco. Quando fu certo che non fosse visibile dalla provinciale, spense il motore, fece scattare la sicura e tornò al luogo dell’agguato.
La sera precedente aveva compiuto un sopralluogo, constatando che dopo le ventidue di lì non passava proprio nessuno. Un barista aveva confermato malinconicamente la sua impressione: era stagione morta, i turisti erano rari e Bellagio aspettava in un pigro letargo che tornassero il sole, le belle giornate e la valuta dei tedeschi e degli inglesi. Ma, nel caso che un automobilista fosse transitato da quelle parti, non avrebbe avuto il tempo per pentirsene.
Si sedette su una sporgenza del terreno, controllò la Wilson calibro 45 e si predispose all’attesa.

A seconda delle rispettive sfere di influenza, del gioco delle alleanze e del controllo politico di un dato territorio, esistono diversi livelli di potere.
Se Aleksandr Stavrogin era entrato in Italia, con gli attrezzi del mestiere abilmente nascosti dentro e sotto la Bmw; e se Altmann aveva ucciso un armaiolo per procurarsi un’arma; la CIA poteva utilizzare altri mezzi.
Fu sufficiente una telefonata da Langley e, quando Kris Howe scese dall’aereo che l’aveva condotta da Heathrow a Linate, con il primo volo del mattino, nessuno si sognò di fermarla e di chiederle di mostrare il contenuto della sua borsa da viaggio. Sarebbe stato superfluo, poiché, mentre lei passava attraverso il metal detector, un funzionario bloccò per i pochi secondi necessari il congegno che avrebbe fatto scattare l’allarme, segnalando la presenza di una pistola. Le istruzioni erano arrivate da Roma. E da molto in alto.
La giovane, atletica e attraente, che indossava jeans firmati e un elegante giubbotto, uscì dall’aeroporto, si guardò attorno e con un sorriso rivolto al conducente prese posto su un taxi libero. Il suo pensiero correva alle praterie del West, dove suo nonno era stato sceriffo. Lui perseguiva la giustizia e non perdonava i delinquenti. Amava mangiare la torta di mele, preparata dalla moglie, assieme alla nipotina e a chiunque passasse a trovarlo, all’ombra del portico, sotto il cielo di un blu intenso. Dopo il dolce scorreva qualche birra, e risate in allegria. Era un uomo molto ospitale e contava su parecchi amici. Questo non lo rendeva meno inflessibile. “Vedi, cara”, le aveva detto un giorno, “i malvagi restano e resteranno sempre dei malvagi. Non è giusto che i loro atti rimangano impuniti. Pensa a chi ha sofferto a causa loro, e a quanti altri potrebero soffrirne?”
Per Kris, nonno rappresentava un esempio.
Di quelli che non si scordano.
In Gran Bretagna, e soprattutto a Londra, il fine settimana è sacro. Sul tardo pomeriggio di quel venerdì, John Baker del MI5 e Martin Forbes del SIS avevano lasciato la capitale per raggiungere le loro graziose villette in campagna. Lunedì avrebbero saputo tutto.
Alla CIA si ragionava in modo diverso. Volevano un “controllore” sul campo. Esigevano informazioni tempestive, in tempo reale. E, mentre Monica Squire, si dedicava a un moderato shopping, Kris era stata inviata in Italia.
Ciò che a Langley ignoravano era che la donna aveva certe idee per la testa. Il “soggetto” eliminato? Bene! Se, però, nello scontro fosse morto anche Altmann?
E se fosse stata lei a premere il grilletto, premurandosi di non lasciare impronte e sparando, in seguito, con l’arma del russo?
Dubitava fortemente che la polizia italiana sarebbe riuscita a risalire a lei.
In quanto ai suoi capi, avrebbero creduto a un rapporto stilato con ogni cura.
Meritava, forse, miglior sorte l’ex Hauptsturmführer della Gestapo?

Quello che, tuttavia, non sapevano o trascuravano di considerare, sia in Inghilterra, sia negli Stati Uniti, era un fatto che, per Matrioska, rivestiva invece un’importanza enorme.
Klavdij era stato ucciso per volere di Altmann.
Il suo migliore amico. No: il suo unico amico.
E Matrioska aveva ricevuto un addestramento Spetsnaz.
Non ve ne sono di eguali al mondo.

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