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Archive for the ‘L’uomo di ghiaccio’ Category

Aleksandr“Esistono delle divergenze tra di noi.”, disse Ivana stiracchiandosi. Aveva trascorso un’ora molto intensa, e ne era estremamente compiaciuta.  “Grosso modo, ci sono tre diverse correnti di pensiero: alcuni, come me, parteggiano apertamente per l’Unione Sovietica; altri, invece, si richiamano a Trotsky e la detestano; altri ancora, infine, per il momento intendono abbattere le istituzioni borghesi e lo Stato capitalista, fantoccio degli americani, riservandosi di scegliere una linea d’azione in seguito, a rivoluzione avvenuta.”
Stavrogin la guardò con interesse. “E tu come mai sei dalla nostra parte?”
Prima di rispondere, Ivana rifletté, mettendo ordine ai suoi pensieri. “Principalmente per due ragioni.”, disse poi scegliendo con cura le parole. “Indubbiamente in Russia non è tutto oro colato, però i crimini di Stalin sono stati denunciati e, in ogni caso, l’Urss è a favore della pace e difende i Paesi del terzo mondo dall’imperialismo degli Stati Uniti. In secondo luogo, se non ci fosse stata l’Armata Rossa oggi noi tutti vivremmo sotto l’egida dei nazisti.”
“Intervennero anche gli Usa.”, la provocò Aleksandr.
La giovane fece una smorfia di disgusto. “Certo: distrussero due città con i loro maledetti ordigni nucleari, condannando anche le generazioni future. E poi, quanti americani sono morti a Washington e quanti milioni di russi sono periti per difendere la patria e salvare il mondo intero?”
Matrioska annuì. Ivana era una donna intelligente e preparata, non solo un bel corpo. Che fosse una fuoriclasse del sesso passava in secondo piano. Consultò l’orologio. L’incontro con Klaus Altmann era previsto per un’ora imprecisata, a partire dal crepuscolo; ma lui si sarebbe recato al luogo dell’appuntamento con largo anticipo. Anche il posto dove si sarebbero incontrati non era ben definito; comunque questo sarebbe stato un problema per entrambi. Si rivolse di nuovo a Ivana. “Compagna, ti affido un compito. Hai dichiarato di volermi aiutare e hai l’occasione per farlo. Desidero che tu mi guardi alle spalle. Altmann è affare mio, però non è detto che non venga seguito, a sua insaputa, dagli agenti del SIS. Lui ha parlato di operazione congiunta. Gran Bretagna e Stati Uniti. Ciò significa la presenza di qualche uomo di Langley. O più probabilmente di una donna, che in Italia ha già cercato di uccidermi.” La descrisse per sommi capi, quindi le domandò: “Sai sparare?”
Ivana annuì.
“Bene.” Le porse la Tokarev. Vide che la maneggiava con gesti calmi, da esperta. “A me non serve.”, aggiunse. “Utilizzerò un altro genere di arma. Il tuo compito è seguirmi, stando a circa duecento metri di distanza, e controllare quanto accade intorno. Non ti chiedo di ammazzare nessuno; ciò nonostante, se fosse necessario, ti dovrai difendere. Se noterai qualcosa di strano, ombre furtive, individui che si muoveranno in modo circospetto oppure una bionda che senza motivo si dirigesse verso il promontorio, farai scattare per tre volte l’accendino. Un minuto dopo, ripeterai l’operazione.”
“Fidati di me!”, ribatté Ivana con una nota di eccitazione nella voce.
“Vedi”, disse Stavrogin con aria pensosa, “io nutro un certo sospetto. Chiamalo sesto senso o semplice intuizione, dato che non dispongo di prove. Però credo che esista una frattura fra CIA e SIS, e una ulteriore frattura all’interno della Central Intelligence Agency. Klaus Altmann ha svolto un lavoro notevole a Berlino, e nel caso che io non lo elimini, continuerà a svolgerlo: per questo motivo, a Langley è tenuto nella massima considerazione. Ai grandi capi non interessa minimamente il suo orribile passato – hanno chiuso gli occhi su ben altro! Tuttavia, ci sono persone che non riescono a dimenticare le nefandezze che ha compiuto durante la guerra. Ora, sono convinto che l’americana appartenga a questa fazione e che, qualora fosse qui, abbia in mente un duplice scopo: ammazzare me, come del resto è logico, ma subito prima o subito dopo uccidere anche l’ex criminale della Gestapo, inscenando una messinscena dalla quale risulti che ci siamo ammazzati a vicenda. Per quello, devi guardarti attorno con estrema attenzione. Com’è la tua vista?”
“Dieci decimi.”
“Perfetto. Adesso muoviamoci.”

Anche Klaus Altmann, l’Uomo di Ghiaccio, uscì dall’albergo in anticipo.
Era rimasto a lungo sotto la doccia, si era cambiato d’abito e aveva ordinato un doppio cappuccino che gli venne servito in camera. Poi prese l’ascensore. Nella hall incontrò Bob Sheridan. L’inglese era di pessimo umore, a causa di quanto era successo al ristorante. Aveva sguinzagliato tutti i suoi uomini, eccetto tre, con l’ordine di trovare la spia russa. Ma sapeva che a meno di un nuovo errore commesso da Stavrogin non sarebbe stato per niente facile. L’alternativa era sorvegliare l’hotel, nell’attesa di un probabile attacco. Pertanto, aveva disposto i tre agenti rimasti con lui in quelli che reputava i punti strategici. Uno sul tetto, provvisto di fucile con mirino telescopico e visore notturno; un altro in un bar di fronte, seduto al banco, accanto all’ingresso munito di una vetrata che consentiva una buona visione della strada e dell’entrata principale dell’albergo; il terzo nel corridoio che portava alla camera del tedesco. “Si sarà travestito.”, gli ammonì. “Ma l’altezza, le spalle, quelle non può camuffarle”.
Lanciò uno sguardo interrogativo ad Altmann, poi si strinse nelle spalle quando questi dichiarò che voleva fare una breve passeggiata. L’ideale, spiegò, per vincere la tensione.
Kris Howe, che aveva ascoltato il colloquio tra i due, scosse impercettibilmente la testa. L’istinto femminile le suggeriva che ciò che  l’ex Hauptsturmführer della Gestapo aveva in animo di fare non era una banale passeggiata. Quale tensione, poi! Quell’uomo aveva il ghiaccio nelle vene. Aspettò qualche minuto, quindi scivolò fuori dalla porta di servizio.
Altmann si stava dirigendo verso il mare.
Kris lo seguì, tenendosi a debita distanza.

Il tramonto sopraggiunse in un prodigio di colori. Gli ultimi raggi del sole infuocarono le acque increspate dallo scirocco. I pescherecci si dirigevano verso un porticciolo poco distante, un velista solitario effettuò una perfetta virata e raggiunse la boa dove disarmò la barca e ripose con cura le vele nell’apposito sacco.  Sulla linea dell’orizzonte si intravedeva il profilo di una nave che faceva rotta verso la Turchia.
Sorse la luna, diffondendo una luce tenue; più in alto, gelide e irragiungibili, brillavano le prime stelle. Stavrogin appostato a trecento metri dal promontorio, oltre la piccola baia, scrutava nella direzione da cui presumibilmente sarebbe giunto Altmann. A intervalli regolari, però, si voltava per esaminare la striscia di sabbia che si estendeva dall’altra parte. Tutto si poteva affermare del tedesco, tranne che fosse uno sprovveduto.
Inoltre, poteva arrivare dal mare, a nuoto, dopo essersi avvicinato alla riva con un’imbarcazione, o dall’interno, attraverso sentieri sconosciuti.
Poi vide un’esile fiammella che si accese per tre volte, resistendo al soffio del vento.
Un minuto più tardi, la flebile luminiscenza comparve nuovamente.
Il segnale di Ivana.

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l'uomo di ghiaccio“Se mi permette, signor direttore, desidero fare una premessa.”, disse Monica Squire. “La lotta nel fango non mi interessa, né quella reale, né in senso figurato. In quanto a quell’uomo, il russo, non conosco il suo nome; non me lo hanno voluto dire, sembrava un segreto di Stato. Ciò che so è che è terribilmente pericoloso. Freddo, determinato, spietato. Ed estremamente efficace.”
“Lei pensa che Howe e Sheridan possano eliminarlo?”
Monica scosse la testa. “No, signore. Kris è bravissima, è… era la mia maestra, ma non credo che sia in grado di competere con il russo. Forse, un’unica persona potrebbe riuscirci. Altmann.”
“L’uomo di ghiaccio.”
“Proprio lui, signore.”
Harrison si versò un altro bourbon. “E lei ci riuscirebbe, agente Squire?”
Monica rifletté prima di rispondere. Era tentata di dire ‘sì, ci riuscirei ‘; ma si rese conto che era spinta dal risentimento che provava per Kris, da un desiderio di rivalsa almeno verbale: proprio ciò che il direttore della CIA non approvava. “No, signore.”, disse. “Mi manca l’esperienza necessaria. Forse i miei risultati sono buoni” (evitò di specificare che erano migliori di quelli di Kris Howe), “ma comunque qualcuna mi ha superata, nella gara di tiro, nella lotta, nel judo, nella corsa… e lui è un uomo.”
Harrison la fissò in silenzio per alcuni istanti. Quindi, annuì. “Veda di crescere allora, Squire. Ho come uno strano presentimento.”
Non aggiunse altro e chinò il capo per indicare che il colloquio era finito.
Monica uscì dall’ufficio.

Trenta secondi.
Stavrogin frugò di nuovo nella borsa e tirò fuori non un pacchetto, bensì un’intera stecca di Camel che rapidamente scartò.
Sta ancora fumando e se ne accende già un’altra con il mozzicone della prima! E’ un tossico, pensò Bob Sheridan. Puntò con calma l’indice verso il basso: il segnale d’attacco. Per qualche tempo non avrebbe compiuto altri gesti, né formulato altri pensieri.
Gli agenti del SIS si mossero, impugnando le pistole. Un’operazione che avevano provato e riprovato infinite volte, e che i tre veterani del gruppo avevano anche sperimentato con successo sul campo. La regola stabiliva: prenderlo vivo, ma laddove fosse impossibile ucciderlo.
Nessuno di loro si era accorto che quella stecca era lunga come tutte le altre stecche, però molto più larga.
Con la sinistra Matrioska ne estrasse fulmineamente un oggetto nero di forma cilindrica; con la destra, lasciata cadere a terra la Camel, afferrò il casco protettivo. Due secondi più tardi, mentre gli inglesi stavano per balzargli addosso, nel ristorante si sprigionò una luce accecante pari a un fuoco che provenisse dall’inferno; nello stesso momento, si sviluppò un rumore devastante, di intensità inaudita.
C’era dell’ironia nel fatto che i primi a usare le flash-bang fossero stati gli uomini dello Special Air Service britannico, e l’ironia era doppia dato che quelle che adoperava Aleksandr erano di fabbricazione americana. Matrioska si alzò, prese con sé soltanto la Tokarev, sollevò di peso la ragazza italiana e corse fuori dal locale, portandosela dietro come se fosse un fuscello. Quando Sheridan e gli altri agenti del SIS si riebbero, era già lontano.

Un’ora dopo, in una spiaggetta isolata, Ivana contemplava incuriosita il corpo nudo del sovietico. Si era ripresa da qualche minuto, ma fingeva di essere ancora svenuta. L’uomo aveva scavato una piccola buca dove aveva messo gli indumenti da prete e il casco. Ora la stava ricoprendo di sabbia. Lei tossicchiò per richiamare la sua attenzione.
“Ho bisogno di abiti.”, disse lui esprimendosi in francese. Si era accorto benissimo di essere osservato e, malgrado lo shock che la donna aveva subito, gli sembrava vagamente divertita, forse addirittura compiaciuta. Ne aveva dedotto che amava gli imprevisti, le novità inaspettate, magari le situazioni pericolose.
Ivana parlava il francese. “Mi hai rapita! Chi sei?”, gli domandò, senza mostrare alcun segno di timore. Aleksandr fece un gesto vago, poi le sorrise. Aveva capito il tipo. “Ero un sacerdote.”, rispose.
“E adesso?”
“Ho una missione da compiere.”
Lei scrollò la testa. “Tu non sei francese. Sei russo. Io lavoro come interprete.”
“Cambia qualcosa?”
“Sì, perché sono comunista.”
“Non si direbbe dalle tue frequentazioni.”
“Oh, lui? Purtroppo è il mio capo. Sono in viaggio premio e Pasquale ha preteso di accompagnarmi. Mais mon porte est fermé, tu comprends.”
“Frosinone? Non è vicina a Palermo?”
“No. A Roma. Ma io sono di Bologna. Comunque, qual è la tua missione?”
Un uomo reduce da un addestramento Spetsnaz non conosce soltanto ogni forma di lotta, ogni genere d’arma e ogni modo per attraversare un deserto o scalare una montagna: sa anche leggere nel cuore della gente, fiutando le menzogne e appurando la sincerità. Matrioska comprese che poteva fidarsi di lei, e non solo perché era comunista. Intuiva in quella donna spirito d’avventura, coraggio e forza, nonché – ma questo al momento non gli interessava – attrazione nei suoi confronti. Perciò decise di dirle la verità.
“Appartengo al KGB.”, dichiarò, passando al russo. “Il mio obiettivo si chiama Nikolaus Barbie, oggi Klaus Altmann, ex Hauptsturmführer della Gestapo, noto come il macellaio di Lione, responsabile della morte di più di mille persone, tra ebrei e bambini. Ora lavora per la CIA. Io devo… ehm… eliminarlo.”
Stavrogin si mise i boxer.
“Stavi meglio prima.”, commentò Ivana maliziosamente. “In ogni caso, voglio aiutarti.”
“Mi servono dei vestiti.”, ripeté lui, ignorando la battuta ma non la seconda frase. “E il necessario per radermi. Inoltre, se lo trovi, un solvente per i capelli. Anche tu devi cambiarti. Scarpe basse, abbigliamento sportivo.” Le porse un rotolo di banconote. “Ti aspetto qui.”
Lei tornò dopo quaranta minuti, scalza e in pantaloncini corti. In effetti quel giorno il clima era quasi estivo e il sole splendeva alto nel cielo perfettamente azzurro. Aleksandr notò che aveva delle belle gambe, slanciate ma solide come piacevano a lui; la preferiva senza i tacchi esagerati che aveva esibito al ristorante. Poi inarcò le sopracciglia, mentre passava in rassegna gli acquisti. Per sé Ivana aveva comprato un paio di Reebok nere, del tipo da pugile, jeans, un assortimento di magliette, di felpe e una gonna lunga con annesse ballerine; per lui uno zaino, ancora jeans, canotte, maglioni di cotone, biancheria, calze e scarponcini militari, schiuma da barba e lozione dopobarba, oltre a una confezione di rasoi usa e getta e a un grosso rotolo di corda. In pratica, aveva svaligiato vari negozi. Matrioska non commentò.
“Avrei preso anche un costume da bagno, ma credo che il mare sia ancora freddo.”
“Lo penso anch’io. E quel cellulare?”
“Oh, è scarico. L’ho comprato in America, un altro viaggio premio. Sai, sono la migliore.” Gli mostrò la lingua.
Si chinò sui talloni, indurendo i muscoli delle braccia per mettere in evidenza il seno.
Non le sfuggì la sua potente erezione. “Mancano molte ore al tuo rendez-vous. Potremmo impiegarle bene.”
Pochi minuti più tardi, urlava. E non di dolore.

A qualche chilometro di distanza, Bob Sheridan e Kris Howe guardavano in modo torvo Klaus Altmann, senza la benché minima traccia di simpatia. L’uomo, oggetto dell’interesse di Langley e di un altro genere di interesse da parte di Stavrogin, aveva accolto con un sorriso sarcastico il resoconto di quanto era avvenuto al ristorante.
Dilettanti, pensava. Provava una riluttante ammirazione per il russo e si rendeva conto che tra lui e gli agenti del SIS non c’era partita. La donna della CIA, poi, era assolutamente inutile. D’altro canto, si disse con rammarico, se la Germania aveva perso la guerra era stato a causa dell’Unione Sovietica, non certo degli inglesi.
Fissò gli occhi sul mare, illuminato dal sole. Stavrogin era in riva a quel mare, non lontano da lì. Un avversario formidabile, degno di lui. Un avversario che quella sera avrebbe ucciso.

La notizia giunse anche in America e Monica Squire ne fu informata. Lo aveva previsto, ma questo non rappresentò un motivo di soddisfazione. Ripensò all’incontro che aveva avuto con Harrison.
Il direttore della CIA aveva pronunciato una frase enigmatica, di cui non riusciva a cogliere il senso: ho come uno strano presentimento.
Si strinse nelle spalle e tornò a occuparsi della nuova missione che le avevano affidato.

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L’ultima avventura di Monica Squire. IL CREPUSCOLO DELLA LUBJANKA LIBRO

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M Squire giovaneIl mattino seguente, Stavrogin si svegliò presto, fece la doccia, si vestì, pagò il conto e uscì dalla pensione. Mangiò qualcosa in un bar nelle vicinanze e bevve due abbondanti tazze di caffè.
Come Altmann fosse riuscito a sopravvivere era un mistero. Evidentemente lui aveva commesso un errore. Se avesse aspettato per un’ora o due, l’avrebbe visto rinvenire, ma era francamente impossibile immaginare quella inspiegabile “resurrezione”. Ad ogni modo, non era il passato che gli interessava, non era abituato a guardarsi indietro; però quello che era accaduto sulla collina che sovrastava Bellagio suonava da monito. Il tedesco non andava sottovalutato. Non sarebbe successo.
Era una giornata calda e luminosa, un clima ben diverso da quello di Mosca, dove invece stava nevicando. Matrioska scese in spiaggia a contemplare il mare mosso dallo scirocco. L’appuntamento con il tedesco era stato fissato per quella stessa sera nei pressi del promontorio che delimitava la piccola baia. Il peschereccio era scomparso, e su questo non aveva mai nutrito dubbi.
Prima di pranzo, consultò la cartina geografica e da buon sacerdote si recò in chiesa.
Durante l’inno cherubico si inginocchiò, come aveva visto fare in Russia; i monaci greci invece si sedettero, e uno di loro notò quella stranezza.
Questo fu il secondo errore di Stavrogin.
Terminata la funzione, padre Stephanos, che era in ottimi rapporti con il console inglese, pensò bene di segnalare l’anomalia. Al pari di molti altri abitanti dell’isola, era stato informato della presenza di un assassino russo e invitato a collaborare. Mezz’ora più tardi la notizia venne trasmessa a Bob Sheridan del SIS, il quale si lasciò sfuggire un sorriso soddisfatto; quindi informò Kris Howe.
In quel momento, Aleksandr Stavrogin stava gustando l’eccellente cucina greca in un ristorantino, la cui entrata principale dava su una piazza; era seduto a un tavolo che guardava la rada, e per la sua statura e per le imponenti spalle, al suo ingresso nel locale, aveva attirato su di sé gli sguardi curiosi dei turisti – perlopiù britannici – che a loro volta si stavano dedicando con entusiasmo al cibo. Più che a un sacerdote, assomigliava a un soldato, pensarono in molti; poi, con la riservatezza tipica che appartiene ai sudditi di Sua Maestà, tornarono ai loro piatti, senza più guardarlo.
Matrioska era arrivato al dolce, quando individuò con la coda dell’occhio quattro uomini, vestiti in giacca e cravatta, con i capelli corti e un’espressione di falsa indifferenza. Costoro ignorarono il cameriere che gli aveva indicato un posto libero e si limitarono a restare fermi, in piedi, senza osservare nessuno in particolare, simili a statue che facessero parte dell’arredamento. Qualche minuto dopo, altri due individui entrarono nel ristorante e con calma si diressero verso il bar, sull’altro lato della sala rispetto ai primi quattro. Ordinarono due caffè e mentre portavano la tazzina alla bocca, Stavrogin scorse un rigonfiamento all’altezza dell’ascella di quello che sembrava essere il più anziano della coppia.
Infine, fece la sua comparsa un settimo uomo che controllò la disposizione dei primi sei, lanciò un’occhiata fugace all’agente del KGB, annuì e abbassò una mano lungo il fianco, distendendo tutte e cinque le dita.
Cinque, pensò Matrioska. Cinque minuti.
Non sapeva come lo avessero scovato, ma era un interrogativo inutile. Passò rapidamente in rassegna alcune opzioni, scartandole man mano che le esaminava. Se si fosse alzato per andare al bagno o per uscire dal ristorante, lo avrebbero afferrato, immobilizzato e condotto via. Sicuramente, fuori c’erano due o tre macchine con i motori accesi. Aprire la porta a vetri, attraversare di corsa il terrazzo, scavalcare il muricciolo e gettarsi sulla spiaggia comportava un salto di tre metri. Per lui sarebbe equivalso al balzo di un bambino che scendeva da un’altalena. Il problema era che gli avrebbero sparato nel momento stesso in cui si fosse avvicinato alla vetrata. Impugnare la Tokarev e fare fuoco… ne avrebbe eliminati due, forse tre, prima di essere crivellato di colpi.
I minuti si erano ridotti a quattro.
Gli agenti del SIS non si muovevano, non ancora: lo avrebbero fatto quando l’ultimo venuto, chiaramente il capo, avesse impartito l’ordine. In lui, Aleksandr ravvisava l’unico elemento veramente pericoloso. Aveva l’aria del veterano, e in effetti Bob Sheridan lo era.
Tre minuti.
Matrioska prese la borsa che aveva appoggiato per terra. Non gli sfuggirono gli sguardi allarmati dei più giovani del “commando”, li ignorò, prese un pacchetto di sigarette, ripose la borsa, e accese una Camel, aspirando a fatica una boccata, dato che non fumava mai.
Quel gesto venne accolto con sollievo.
Il cameriere che lo aveva servito si avvicinò al tavolo e gli domandò se gradiva un Ouzo, offriva la casa. Aleksandr scosse il capo. L’uomo si allontanò. Trovava giusto che un sacerdote disdegnasse i liquori.
Due minuti.
Mentre gli uomini del SIS attendevano un cenno definitivo da parte di Sheridan, fece il suo ingresso un energumeno che difficilmente avrebbe potuto essere scambiato per un cittadino britannico. Indossava una camicia aperta sul torace villoso, che mostrava una grossa catena d’oro, aveva i capelli impomatati ed era accompagnato da una bionda appariscente in minigonna e tacchi oversize. In italiano, chiese ad alta voce il miglior tavolo – vista a mare, specificò -, sottolineando la richiesta con una lauta mancia che finì nelle tasche del maitre. Mentre si sedeva, Matrioska lo udì lodare le prestazioni della sua Ferrari. Quando fossero tornati a Frosinone, le avrebbe fatto provare l’ebbrezza della velocità. La bionda annuì con simulato entusiasmo. Ma Aleksandr non badava più a loro.
Mancava un minuto.

Due ore più tardi, lontano da lì, in Virginia, Monica Squire stava fissando il vuoto.
Tailleur grigio tortora di taglio classico, calze scure, scarpe con i tacchi bassi, le ginocchia che si toccavano, ascoltava incredula il direttore della CIA, mentre questi le leggeva il rapporto stilato da Kris Howe.
Quando ebbe terminato, il capo di Langley, che qualche anno dopo l’avrebbe salvata dalla condanna a morte o dall’incubo dell’ergastolo, anche se per ragioni di pura convenienza, si tolse gli occhiali e, benché non fosse necessario, riassunse i dati principali di quel vero e proprio atto d’accusa. “Una primadonna incapace di stare al proprio posto. Un elemento sostanzialmente mediocre. Una serpe pronta a tutto pur di fare le scarpe a un suo diretto superiore.”
Monica lo guardò in silenzio.
Il direttore inforcò nuovamente gli occhiali, aprì un cassetto e ne trasse un fascicolo. “Dossier Squire.”, disse scandendo lentamente le parole. “Intelligenza superiore alla media. Dotata di notevole intuito e di grande capacità di analisi. Estrema facilità nell’apprendere le lingue straniere. Alto spirito patriottico. Seconda classificata nel torneo di tiro a segno. Quarta nel campionato di lotta e terza in quello di judo. Si suggerisce una promozione.”
In genere, la carica di numero uno della CIA viene assegnata per motivi politici e l’attività che normalmente  ne consegue è basata prevalentemente su questioni amministrative – reperimento di fondi, leciti o illeciti -, su sottili giochi diplomatici, sul confronto con le alte sfere di Washington e con i rivali dell’FBI: il controllo delle operazioni viene delegato ai vari capi di dipartimento e può accadere che in dieci anni non ci sia mai un incontro diretto fra il massimo dirigente e un dato agente. Non era il caso di Paul Harrison. Egli proveniva dal campo, aveva lavorato come “illegale” in Cile, ai tempi del colpo di Stato di Pinochet, e si era fatto strada grazie ai suoi successi. Conosceva le esigenze di chi era alle sue dipendenze e aveva sinceramente a cuore il destino di coloro i quali rischiavano la vita per gli Stati Uniti. Questo non escludeva un fondo di cinismo, ma gli garantiva l’ammirazione e il rispetto dei suoi sottoposti.
Rimise il fascicolo nel cassetto e roteò la poltroncina girevole in direzione del Potomac. Con l’arrivo della bella stagione, la vegetazione lo avrebbe nascosto, ma ora il fiume riluceva ai raggi del pallido sole invernale. Per quello e per certi ricordi legati all’infanzia amava i mesi più freddi dell’anno.
Trascorsero diversi minuti, che per Monica risultarono alquanto penosi. Nonostante le note lusinghiere contenute nel suo fascicolo personale, non si faceva illusioni. Harrison le aveva dato uno zuccherino, cui sarebbe seguita una medicina amara. Attese rassegnata il responso, chiedendosi perché Kris avesse voluto pugnalarla alle spalle. Poi il direttore si voltò e scrutò il volto, comunque impassibile, della giovane donna seduta di fronte a lui. “I casi sono due.”, osservò in tono pacato. “O il suo dossier è stato scritto da lei stessa, e ne dubito” – accennò una sorta di vago sorriso -, “oppure Kris Howe, per ragioni che francamente non riesco a comprendere, è gelosa di lei.”
Monica non ritenne opportuno ribattere.
“D’altro canto”, proseguì l’uomo che reggeva le sorti dell’Agenzia, come se fosse un suo feudo personale, “ho scambiato quattro chiacchiere con gli amici di Londra. Erano stupiti e non capivano il senso del suo allontanamento. Hanno asserito che le sue intuizioni erano più che brillanti, e a loro giudizio lei è destinata a una carriera superiore a quella di Howe. Ora, non è mio interesse mettervi una contro l’altra, abbiamo già abbastanza nemici per fomentare rivalità interne, e a parte questo, dai relativi dossier, appare evidente che in un scontro, che sia fisico o meno, lei risulterebbe la vincitrice, considerando oltretutto la differenza di età.”
Aprì nuovamente un cassetto e tirò fuori un altro incartamento. “Kris Howe, quinta nel tiro a segno, settima nella lotta (in seguito a tale competizione ha chiesto e ottenuto dieci giorni di permesso, a causa dei traumi riportati, mmmm…), ritirata in preda ai crampi durante la corsa di venti chilometri… mmmm è peggiorata rispetto a un anno fa; per essere atletica è atletica, diciamo come una casalinga che si tiene in forma… il resto non la riguarda.”
Ripose il dossier e incrociò le mani sulla scrivania. Scacciò dalla mente il ricordo di quando riusciva a sollevare un bilanciere appesantito da cinque dischi per lato, ciascuno di venti chili, e si rivolse di nuovo a Monica. Era sciocco rimpiangere il passato.
“Sarebbe più interessante uno scontro al pc, tra hacker, ma ribadisco che non amo l’antagonismo: noi dobbiamo essere tutti solidali. E probabilmente finirebbe per vincere ancora lei. Ciò non toglie che Kris sia un elemento di prim’ordine. Solo, non lavorerete più assieme. Insisto” – la voce si indurì per un momento – “perché lei non si lasci sopraffare dal risentimento; causerebbe problemi inutili.”
Molti anni dopo Monica Squire si sarebbe trovata in una situazione diametralmente opposta, ma allora non poteva saperlo. La vita è composta da cicli immutabili, e all’estate segue sempre l’autunno, che peraltro talvolta può dimostrarsi assai appagante.
Paul Harrison si alzò per andare a versarsi un bourbon al mobile bar. “Lei è astemia, vero, agente Squire?”
Monica annuì.
“Bene. Mi parli di quel dannato russo.”, disse Harrison, dopo aver svuotato il bicchiere.

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AleksandrStavrogin si rivolse all’uomo che era al comando dell’imbarcazione, un turco che la sapeva lunga ma forse non a sufficienza. “Come da accordi, le devo il saldo, l’altro cinquanta per cento.” Frugò in una tasca dei pantaloni e ne estrasse un rotolo di banconote. Il turco annuì e si avvicinò a Matrioska. La spiaggia ora distava meno di cinquanta metri; l’acqua, comunque, era ancora profonda.
Cosa avrebbero fatto con tutti quei soldi, dopo esserseli spartiti? Sarebbero andati in qualche bettola a ubriacarsi e l’alcool elimina i freni inibitori, inducendo a parlare, a vantarsi. Aleksandr immaginava che Cipro pullulasse di solerti agenti del SIS e di informatori che non avrebbero saputo resistere al profumo delle sterline. E dove, se non nei locali più malfamati, si potevano raccogliere notizie, spifferi, chiacchiere avventate? I capelli grigio ferro, le lenti a contatto blu, la corta barba che si era lasciato crescere, unitamente ai documenti falsi che lo identificavano come un turista polacco, potevano aiutarlo tuttavia non rappresentavano certamente una garanzia. Lui stesso conosceva questo e mille diversi trucchi. Per quello agì, secondo quanto aveva già deciso di fare, sin dal momento in cui aveva ingaggiato l’equipaggio di turchi.
Ciò che lo distingueva da Altmann era il fatto che non uccideva per piacere, ma solo in base alla convenienza; se ammazzare una persona era utile ai fini di una missione, allora non esitava a farlo, in caso contrario lasciava perdere. L’unica eccezione era proprio costituita dal tedesco: quando lo avrebbe eliminato, sarebbe stato come deporre una corona di fiori sulla tomba di Klavdij.
Porse il denaro al turco, mentre con la sinistra tirava fuori la Tokarev munita di silenziatore. Un istante dopo, fece fuoco sugli altri tre, che non si erano accorti di nulla. I cadaveri finirono nel mare, in pasto ai pesci. Stavrogin condusse il peschereccio fino alla riva, lo trasse in secca sfruttando la forza delle onde, lavò accuratamente il ponte e si cambiò, indossando dei comuni jeans e una felpa sportiva. A circa duecento metri notò l’insegna di un ristorantino ancora aperto. Si avviò in quella direzione e consumò una cena eccellente.
Poi, trovata una pensione in una via interna, andò a dormire.
Esistono molteplici modi per compiere un omicidio, anche nel caso in cui il bersaglio sia protetto da un adeguato gruppo di professionisti, ma a una condizione: che l’assassino sia disposto a morire nel corso della sua missione. Nei primi anni Sessanta, l’OAS, vale a dire l’élite dell’esercito francese, tentò invano di attentare alla vita di Charles de Gaulle; se il risultato fu una serie di fallimenti, dipese dalla mancanza di quell’indispensabile presupposto. Al contrario, J.F.K. venne eliminato, senza problemi, e come lui, lo statista italiano Aldo Moro, poiché chi intraprese quegli atti criminosi non si curava della propria incolumità personale. Per Matrioska, questo non rappresentava un problema, ma per l’Unione Sovietica sì, dato che egli rappresentava una grande risorsa del KGB. Di conseguenza, era deciso a uccidere senza essere ucciso a sua volta. Dopo aver riesaminato mentalmente il suo piano, passando in rassegna le possibili difficoltà, cadde in un sonno profondo e piacevole.
Il mattino seguente si dedicò ad alcuni acquisti. Comprò una grossa borsa nella quale, tornato alla barca, mise gli strumenti che aveva portato con sé. In un secondo negozio, prese un rotolo di nastro adesivo. In un’edicola, si munì di una cartina geografica. Per ultimo, in un negozio specializzato, acquistò una tonaca da sacerdote ortodosso, che indossò nel bagno di un bar. Se anche qualcuno degli avventori rimase stupito da quella trasformazione, non lo diede a vedere; in ogni caso, ai più passò inosservata. Jeans e felpa finirono in un cestino per i rifiuti.
Alle dieci, si recò in una cabina telefonica e compose il numero di un albergo di lusso. Quando gli risposero, chiese di essere messo in comunicazione con il signor Klaus Altmann. La chiamata fu subito inoltrata. L’uomo si trovava ancora in camera da letto.
Quando Altmann sollevò il ricevitore, Matrioska si espresse in tedesco. “Interessante come messinscena. Però, credo, anche superflua: avremmo potuto incontrarci a Londra. A Berlino? No, lì no. Non è aria per i nazisti.”
“Signor Stavrogin! E’ un vero piacere sentirla. Ha ragione, lo ammetto. Che dire? Gli inglesi sono così… inglesi. Questa è un’operazione congiunta. Gran Bretagna e Stati Uniti. Io non avevo alternative, lei comprenderà.”
“Comprendo, certo. E mi pongo una domanda: avrebbe il coragggio di incontrarmi, da solo, senza il supporto del MI6 e della CIA?”
Si udì una risatina soffocata. “Ach so. Volentieri. Non chiedo di meglio.”

Yazenevo è situato sul raccordo anulare, a ovest di Mosca. Al quarto piano, un uomo leggeva il rapporto che gli era stato inoltrato da Londra, mediante corriere diplomatico. Quell’uomo era considerato una leggenda. Era a capo della quarta sezione della prima direzione centrale del KGB, che si occupava della Germania e dell’Austria. Pertanto, in teoria, quanto avveniva a Cipro o in Gran Bretagna non avrebbe dovuto interessargli; ma in quel caso si trattava di Matrioska, che egli stesso aveva incaricato di far piazza pulita a Berlino.
Benché la sua posizione fosse di assoluto rilievo, Ivan Ivanovic Volkov sarebbe potuto essere il Primo vicepresidente, se non il leader assoluto del KGB. Se questo non si era verificato, era stato a causa del suo carattere e delle critiche esplicite che aveva rivolto, in più di un’occasione, alle alte sfere del Politburo. Per due volte era stato mandato in estremo oriente, a scopo punitivo, ma era sempre tornato trionfante, dopo aver dato scacco matto ai servizi segreti di Cina e Giappone.
Nativo di Smolenks, si era arruolato, giovanissimo, e aveva combattuto valorosamente contro la Germania, nella seconda guerra mondiale; in seguito era entrato a far parte del KGB, inizialmente come agente operativo, poi a livello dirigenziale. A lui si dovevano successi straordinari, il più importante dei quali era riassunto in un breve e conciso messaggio che aveva trasmesso alle autorità dell’Unione Sovietica: abbiamo il pieno controllo di Berlino. Era pervenuto a tale risultato sigillando i vagoni della metropolitana, istituendo ovunque posti di blocco, creando un apparato di sicurezza ineguagliabile; ciò che Altmann stava minando ora.
Aveva reclutato uomini e donne della CIA, del SIS e perfino dell’FBI; aveva addestrato centinaia di giovani russi, insegnando loro i principi del mestiere ma soprattutto quella che reputava la prima necessità: rimanere in vita.
Volkov rilesse il rapporto del rezident di Londra. Si alzò e andò alla finestra per guardare la neve che cadeva. Nel frattempo, frugava nella memoria, visualizzando i profili di tutti gli agenti che aveva diretto. Alcuni molto capaci, altri semplicemente bravi, altri ancora inadatti. Fra tutti, però, uno solo era riuscito a impressionarlo.
Volkov rammentava bene il suo primo incontro con Aleksandr Stavrogin. Di lui lo avevano colpito gli occhi, gelidi, inespressivi. Era un grande conoscitore di uomini e, osservando l’agente che si trovava sull’attenti davanti alla sua scrivania, si era detto che aveva trovato il migliore, il fuoriclasse, colui che i Paesi imperialisti avrebbero imparato a temere.
Sapeva, altresì, che Klaus Altmann proveniva dalla Gestapo, anch’egli, a modo suo, un fuoriclasse. Non c’era nulla che potesse fare, tranne attendere e sperare.  Nel frattempo, però, fece una telefonata.

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M Squire giovaneQuando, e se, Aleksandr Stavrogin fosse sceso dall’aereo, sarebbe stato invitato da due cortesi funzionari del SIS ad accomodarsi in una saletta privata; di lì a breve, ammanettato e strettamente sorvegliato, avrebbe preso il primo volo per Londra.
Una volta in Gran Bretagna, lo avrebbero interrogato. Naturalmente, Stavrogin si sarebbe rifiutato di parlare, ma esistevano vari metodi per indurre un prigioniero a collaborare. Considerata la sua fama, non avrebbero fatto ricorso alla tortura, né gli avrebbero offerto denaro. C’erano altri modi, sostanze chimiche cui era impossibile resistere.
Nell’eventualità che fosse sbarcato da una nave, la procedura sarebbe stata la stessa.
Chiaramente, avrebbe usato documenti falsi, ma la sua foto avrebbe permesso di identificarlo, senza alcuna ombra di dubbio, anche nel caso di un travestimento. Grazie all’aiuto di un computer erano stati approntate dieci immagini alternative: diverso taglio di capelli, barba, baffi, spessi occhiali da vista, andatura claudicante, persino la mancanza di un braccio o di una gamba (cosa realisticamente ottenibile, e senza amputazioni). Da ognuna di esse emergevano i suoi tratti caratteristici, fra cui le orecchie che non sono modificabili, a meno di eliminarle, e questo era inverosimile.
Esisteva, tuttavia, la possibilità che la spia russa arrivasse a Cipro con altri mezzi, riuscendo così a sfuggire alla trappola; in questo deprecabile caso, non appena si fosse avvicinato all’albergo dove alloggiava Altmann sarebbe stato ucciso: meglio non correre rischi inutili.
Tutto era stato predisposto con estrema cura. Al comando delle operazioni erano Kris Howe della CIA e Bob Sheridan del MI6.
Sheridan si era guadagnato i galloni sul campo. Era un vincente, abituato a ottenere il massimo, e le imprese compiute in Irlanda rappresentavano il suo biglietto da visita. Suo padre apparteneva alla Special Branch. Da lui aveva ricevuto un’educazione inflessibile e apparente scarso affetto. Se un tempo lo aveva detestato, in una gelida serata autunnale, a Belfast, aveva cambiato idea. Erano stati gli insegnamenti del genitore a salvargli la vita.

Matrioska possedeva una mentalità pratica, perciò quando apprese la notizia che il tedesco era vivo non perse tempo a lambiccarsi il cervello (un pizzico di curiosità, ma nient’altro). Altri, al posto suo, avrebbero insistito nel dire che non era possibile, che lui personalmente aveva appurato la sua morte. Tempo sprecato. In qualche modo l’ex Hauptsturmführer della Gestapo era riuscito a ingannarlo. Ma non ci sarebbe stata una seconda volta.
Malgrado fosse ancora inverno, la notte non era fredda.
Aleksandr contemplava il cielo punteggiato di stelle, assaporando la brezza calda che proveniva da sud. Benché non partecipasse al lavoro sul vecchio peschereccio che procedeva un po’ ansimante, come gli altri era vestito da marinaio. Qualora fossero stati avvistati e fermati da una motovedetta, avrebbe cominciato a darsi da fare: per una persona abituata a governare da sola un dragone nel gelido mare del nord sarebbe stato un gioco da ragazzi fingersi un normale membro dell’equipaggio.
In lontananza, scorse la costa. Si concentrò allora sul compito che lo attendeva: porre termine alla ignominiosa carriera di Klaus Altmann.
Al pari del rezident di Londra, non credeva al “tradimento” di una cekista americana, della quale ignorava il nome – era un pesce piccolo, sebbene, a detta di Sergej Vadimovic Sokolov, assai promettente -; di conseguenza si aspettava che Altmann fosse ben protetto.
Pensare come pensano i nemici; non come vorresti che pensassero: ma come pensano veramente.
Avevano predisposto un “cordon sanitarie”, che aveva due scopi, il secondo dei quali era intrappolare lui per ammazzarlo o sequestrarlo. Matrioska scrollò le spalle. Aveva affrontato situazioni peggiori.
Ormai la riva era vicinissima. Il russo vide una piccola insenatura e una spiaggia lambita dalle onde, che la luna illuminava.

Mentre sorvolava l’oceano Atlantico, diretta a New York, Monica Squire rifletteva sulla vanità degli esseri umani. Aveva la coscienza a posto, si era ingegnata per cercare di dare un contributo che gli inglesi avevano mostrato di apprezzare; non così Kris Howe che aveva trovato un pretesto per rispedirla in patria.
Fino a quel giorno l’aveva stimata, considerandola una Maestra; ora si domandava se l’indubbbia bravura della collega non era inficiata dall’egocentrismo, e la risposta era positiva. Questo era grave. Una delle prime cose che Monica aveva imparato a Langley era l’importanza della solidarietà, la capacità di far fronte comune contro il nemico. Ricordava ancora bene le parole di Dick “Smile” Devearaux. “Può succedere che in un dato momento l’agente che è con te rischi la vita; in tal caso, devi gettare al vento prudenza, spirito di sopravvivenza, il fondo di viltà che alberga in ciascuno di noi… e gettarti allo sbaraglio. Senza calcoli, utilizzando tutte le tue risorse, frutto dell’addestramento che qui riceverai. In caso contrario, ciò significherebbe che non sei all’altezza del tuo compito, che la CIA non fa per te.”
Se “il crollo di un mito” suonava forse esagerato, certo era che Howe l’aveva profondamente delusa. L’aveva accusata di creare un clima di instabilità, di fomentare polemiche inutili, di spingersi troppo oltre, arrogandosi poteri che non le appartenevano. Si era appigliata a pretesti, che Monica giudicava risibili. La verità era una sola: non voleva che lei le facesse ombra.
Forbes e Baker avevano protestato tiepidamente; anche se la apprezzavano e reputavano utili le sue intuizioni, quella era un questione interna dell’Agenzia che non li riguardava.
Non era piacevole essere scaricata in quel modo. Ci sarebbero state ripercussioni che avrebbero rallentato la sua cariera. Ma, sebbene non la considerasse più un’amica, in cuor suo augurava a Kris di trionfare. Quello era lo spirito di corpo!

Nella lussuosa camera dell’hotel, Klaus Altmann coltivava pensieri, che ai più sarebbero apparsi strani. Stava sorseggiando un bicchiere di Pouilly Fumé freddo al punto giusto. Non più di uno, in ogni caso. L’Uomo di Ghiaccio si augurava che l’agente del KGB eludesse la sorveglianza, prospettiva comunque credibile, poiché era consapevole del fatto che Stavrogin valeva quanto dieci uomini del SIS e certamente più di una donna della CIA.
Altmann disprezzava gli ebrei e odiava i russi, in particolare “quel” russo. Pertanto, sperava di trovarsi faccia a faccia con lui e di provvedere personalmente alla sua eliminazione. Prima, però, lo avrebbe torturato a lungo.
Matrioska avrebbe scoperto il lato più terribile della vita. La  Gestapo era stata sempre infallibile nel procurare il dolore più atroce.
Altmann sapeva che Aleksandr Stavrogin non lo avrebbe implorato, mai. Ma sapeva anche un’altra cosa: che sarebbe impazzito.
Per morire c’era tempo.
L’Uomo di Ghiaccio uscì sul terrazzo e guardò il mare rischiarato dalle stelle.
Non da un aereo, il sovietico sarebbe giunto da lì: e non avrebbe scelto una nave.

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Klaus Altmann“Un secondo! Un solo dannato secondo e lo avrei ucciso!”
Klaus Altmann osservò Kris Howe con i suoi occhi inespressivi senza trattenere un sorrisetto di scherno. “Non ci sareste mai riuscita, comunque. E, ad ogni modo, mi sorprende che un’agente della CIA si sia lasciata prendere alle spalle. Credo che dovrebbe ringraziare il suo Dio visto che è ancora viva.”
Kris gli lanciò uno sguardo di fuoco. “Non mi sembra che i suoi risultati siano stati migliori dei mei.”, replicò piccata.
Nella stanza insonorizzata della Century House, a Londra, l’atmosfera era tesa. Fuori, la pioggia cadeva monotona e il cielo era grigio.
“D’accordo.”, intervenne Martin Forbes del SIS. “Recriminare non serve a molto. Concentriamoci, invece, su ciò che dobbiamo fare.”
Altmann annuì. “Il problema è che il “soggetto” mi crede morto. E’ vero, anch’io ho fallito, ma a differenza della signora Howe mi sono salvato grazie alle mie doti e non per un gesto di benevolenza o di noncuranza.”
Per la prima volta, Monica Squire era stata autorizzata a partecipare alla riunione. Fu lei a parlare. “Se posso…”, disse. John Baker, il funzionario del MI5, la invitò a procedere. Kris era nervosa e fu sul punto di ribattere che Squire si trovava lì per ascoltare, e apprendere, non già per avanzare proposte; poi preferì mordersi la lingua. Il senso della sua sconfitta le pesava come un macigno.
“Penso che la soluzione sia semplice.”, affermò Monica in tono pacato. “Bisogna far sapere al “soggetto” che il signor Altmann è vivo e vegeto. E predisporre una seconda trappola.”
“E come lo informiamo? Con un annunciò sul giornale?”, ribatté sarcastica Kris.
Monica scrollò la testa. “Naturalmente, no. Però potrei recarmi di nuovo all’ambasciata sovietica. Se è vero che Sergej Vadimovic Sokolov non ha creduto al mio “tradimento”, è tuttavia altrettanto vero che davanti a prove chiare non potrebbe che prenderne atto.”
“I casi sono due.”, assentì Baker. “O si convince che lei vuole veramente cambiare bandiera, e perciò le crede; oppure sospetta che sia un tranello, e le crede ugualmente.”
Intervene Forbes. “Nella seconda ipotesi, forse la più probabile, ritengo che il “soggetto” accetterebbe la sfida. A quanto risulta, è molto orgoglioso; inoltre, detesta il signor Altmann.”
E’ in buona compagnia, pensò acidamente Kris Howe.
“Sono d’accordo.”, affermò l’ex Hauptsturmführer della Gestapo. “E’ un’ottima idea. Occorrono prove, però.”
“Una fotografia.”, disse Monica. “Scattata a sua insaputa, mentre sta leggendo il “Times” di oggi.”
Kris si rese conto che Squire le stava rubando la scena. Provava un misto di irritazione e di ammirazione, e non sapeva quale fosse il sentimento prevalente. Quel giorno, non poteva immaginare che Monica sarebbe salita molto più in alto di lei, fino a diventare quasi un’icona della CIA, al pari di un certo Yarbes che non aveva ancora avuto modo di conoscere.
“Bene.”, disse Forbes, rivolgendosi a Klaus Altmann. “E dove sarà il luogo dell’agguato? E’ giusto che lo scelga lei.”
L’Uomo di Ghiaccio rifletté per alcuni istanti, quindi propose una località.
La riunione era finita e tutti si alzarono.
Adesso toccava a Monica Squire.

Sergej Vadimovic Sokolov, rezident del KGB a Londra, accolse nel suo ufficio la giovane spia americana con un sorriso divertito. Non aveva creduto nella sua fede nel comunismo durante il primo incontro, e non lo credeva nemmeno ora; comunque si sarebbe prestato al gioco, l’avrebbe lautamente ricompensata e sommersa di elogi. Era un Maestro.
Monica venne subito al dunque. Frugò nella borsetta e tirò fuori un’istantanea. La porse all’uomo del KGB. Sokolov scrutò la foto, perplesso. Stavrogin aveva sostenuto di aver eliminato Altmann, e Matrioska non sbagliava mai: che si trattasse di un trucco? Ma a quale scopo? Mentre meditava assorto, Monica si protese verso di lui. “Non sono una stupida.”, dichiarò con calma. “Sono convinta che lei sia estremamente dubbioso sul mio conto… un giorno si ricrederà. Ciò che conta è che quell’orribile nazista non è stato ammazzato. Presto, tornerà a Berlino, e ricomincerà a tessere la sua tela. Questo vi procurerà danni ingentissimi, ma è inutile che io glielo dica. Se  desiderate sopprimerlo…” fece una pausa.
Sokolov la fissò in silenzio. Piccola, impudente, cekista americana! Non gli sarebbe dispiaciuto “arruolarla” veramente. Quando si erano incontrati per la prima volta, aveva pensato che fosse intelligente, anche se inesperta; grazie alla sua conoscenza degli esseri umani, aveva previsto un grande futuro per lei. Corresse in parte quel giudizio. Non sarebbe diventata una “stella” della CIA, per vari versi lo era già. Le restituì la fotografia, ordinò del tè che entrambi sorbirono in silenzio, poi la scrutò attentamente. “Ignoro dove pensa di poter arrivare, ed è vero: non mi fido del tutto di lei; ciò nonostante, in questo momento le credo. Voi siete i campioni dell’inganno e della disinformazione, e quella foto” – la indicò con un dito – “potrebbe essere un’abile falsificazione; ma io ho sempre seguito il mio istinto, pertanto lo seguirò una volta di più. Dove andrà adesso Altmann? A Berlino?”
Monica Squire scosse il capo. “In seguito.”, rispose, deponendo la tazzina. “Prima si concederà una vacanza. Langley si dimostra particolarmente generosa con lui.”
Dove?”, le domandò il rezident.

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Kris HoweOcchi sporgenti, espressione da squilibrato, il cranio privo di capelli e deforme, la bocca spalancata in un urlo silenzioso, un braccio scheletrico proteso verso l’alto e mignolo e indice – un mignolo assurdamente lungo – alzati. Freak. Di fianco, una testa rossa, disegnata in un modo che poteva ricordare le sembianze di un animale dei fumetti, un occhio grande e verde, due triangoli sopra e sotto ai quali spiccava un numero ripetuto tre volte: 6, 6, 6.
Kris Howe distolse lo sguardo da quegli ingenui graffiti, che forse nelle intenzioni dell’autore avrebbero dovuto trasmettere un messaggio sinistro ma che invece risultavano divertenti, e scrutò in direzione della porta della Basilica. Si era nascosta dietro a un albero spoglio, sull’altro lato della piazza, la pistola munita di silenziatore a portata di mano.
Vide il russo uscire dalla chiesa e prese la mira.
Il vento si era rafforzato, come quasi sempre a quell’ora, e Kris non udì i passi leggeri che si avvicinavano da dietro. Come evocato dalla breva, il sole si liberò dalle nubi illuminando le alte montagne che circondano il lago.

Il rivelatore di posizione della Bmw aveva funzionato, pensò con soddisfazione la persona venuta da Milano.
Quando un agente segreto agisce all’estero senza copertura diplomatica, a seconda dello Stato in cui si trova, in caso di cattura rischia un processo, la tortura o la morte. E, nella fattispecie, il KGB non può aiutarlo in alcun modo. Tuttavia, esistono agenti e agenti, e per i più dotati il generale Ivan Blochin, responsabile dellla quinta sezione della prima direzione centrale (tra gli Stati di cui si occupava rientrava anche l’Italia), aveva escogitato un metodo rudimentale ma efficace che prevedeva l’intervento di un altro “illegale” residente in quella data nazione. Non c’erano garanzie di successo, ma almeno una piccola speranza di salvezza oppure, in mancanza di meglio, una provvidenziale pallottola che gli impedisse di parlare.
Stavrogin aveva applicato il localizzatore alla macchina, mentre recuperava le armi nel garage di Lecco; in seguito, aveva spedito per corriere a un indirizzo sicuro di Milano il marchingegno atto a captare i segnali trasmessi.
L’emissaria si guardò attorno e scorse una giovane donna che si accingeva a sparare.
Come un’ombra, le scivolò alle spalle.

Esistono varie tipologie di addestramento ed è chiaro che per i corpi speciali e per le agenzie di spionaggio esse risultano estremamente impegnative. Questo vale per il SAS britannico, per la Delta Force americana, per lo SDECE francese, per il Gruppo Alpha sovietico, per il KGB e per altre organizzazioni analoghe.
Stavrogin aveva ricevuto un addestramento Spetsnaz. Ed erano pochi, anche fra i migliori agenti della prima direzione centrale, in grado di portarlo a termine con successo.
Un addestramento Spetsnaz non prevede soltanto marce interminabili con pesanti carichi sulle spalle, tecniche di combattimento, nuoto subacqueo, uso di esplosivi e di IM, acquisizione della resistenza a qualsiasi clima e temperatura, sopportazione di fame, sete e mancanza di riposo.
Questo è solo il primo gradino.
Successivamente, è previsto lo studio del comportamento animale.
In pratica, si assimila l’innata predisposizione, per esempio di un lupo, ad avvertire la presenza di un elemento ostile, in mancanza di un contatto visivo o di un particolare rumore. Ciò accade grazie alla capacità di cogliere la presenza di feromoni. Non è un frutto di magia, bensì di allenamenti ripetuti fino allo sfinimento fisico e psicologico.
Nel contempo, si acquisisce il metodo per ridurre il battito cardiaco, allo scopo di evitare che un agente del SAS o della Delta Force riesca ad applicare le stesse tecniche. In molti romanzi di spionaggio, ai protagonisti vengono attribuite doti straordinarie, però di pura fantasia. La realtà è ancora più sorprendente.
Tutto ciò porta a sviluppare una specie di sesto senso.
Quando Matrioska uscì dalla chiesa “sapeva” che la giovane stava per sparargli. Le concesse tre secondi per prendere la mira e premere il grilletto, poi si abbassò, la pistola saldamente in pugno.
Con sua grande sorpresa, non risuonò alcun colpo d’arma da fuoco.
Esplorò con lo sguardo la piccola piazza. Un uomo vestito con eleganza che stava entrando in un bar mentre scorreva i titoli di un giornale non si era accorto di nulla. A qualche metro di distanza due ragazzini ridacchiavano per quanto avevano appena visto. Una scena divertente!
“Ganza!”, esclamò uno dei due, indicando la silhouette in piedi. “Come nei fumetti.”, convenne l’altro. Lungi da loro il pensiero di soccorrere la bella donna svenuta.
L’americana giaceva al suolo. Una ragazza che dimostrava all’incirca la stessa età l’aveva stesa con un perfetto shime wada, una mossa di judo. Stavrogin la raggiunse. “Mi chiamo Maruska.”, disse lei in russo. Aleksandr non rispose.
“La sopprimiamo?”, domandò Maruska. Era alta e slanciata con folti capelli ramati e occhi di un sorprendente verde. Indossava dei jeans e una felpa sportiva, calzava ballerine nere.
Stavrogin scosse la testa. “L’ordine che ho ricevuto era di uccidere un tedesco. Ho compiuto la mia missione. Non mi interessa eliminare un’agente della CIA. Io torno a Berlino. Comunque il tuo viaggio è stato inutile.”
“Sono in elicottero.”, ribatté lei.
“Bene. Allora non del tutto inutile. Mi porterai a Milano.”
Guardò la donna distesa a terra e fece un sorriso sprezzante. “In ogni caso, se un giorno dovessi morire, non sarà certo a causa di una cekista americana.”

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