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Archive for the ‘il mondo di Nadia e Ale’ Category

NADIA Il fatto che scriviamo insieme non significa che in altri contesti, per esempio FB, tu possa citare il mio nome assiduamente anche in situazioni di dubbio gusto e in commenti che nulla hanno a che vedere con l’attività della scrittura.
Inoltre gli interventi sul mio blog in mia difesa sono spesso eccessivi e talvolta fastidiosi.
Anche se comprendo e ricambio la tua stima e il tuo affetto credo che essendo maggiorenne posso cavarmela da sola. Tu ti imponi in ogni ambito: tale atteggiamento può comportare una reazione opposta a quella desiderata.
Io ho accettato la tua proposta di approdare su WordPress per rendere pubblici i miei racconti e non per divenire il fulcro di allusioni e attenzioni diverse da quelle puramente letterarie.

ALESSANDRA Con quei boccoli d’oro, con quegli occhi affascinanti e con le tue risposte carine e garbate, sei sicuramente in grado di rigirarti mezzo mondo. Non me, però, dato che ti conosco di persona e ho avuto modo di sperimentare la tua violenza (fortunatamente solo verbale). Eppure non appartieni al segno dei Pesci! Da sempre io vedo un blog come un luogo d’incontro, non necessariamente riservato a un botta e risposta fra blogger e lettore; se trovo un commento che non mi garba, lo faccio notare. Ti dà fastidio? Ok. Da oggi in avanti mi asterrò. Sappi solamente che in un paio di occasioni un tizio, che qui non intendo citare, venne ad attaccarmi a causa di ciò che avevo scritto. Io risposi pacatamente, ma furono i miei lettori a metterlo in fuga. Questo si chiama anche senso di appartenenza, e alla sottoscritta piace. Poi voglio ridere: affermare su FB che sono più forte di te a calcetto sarebbe di “dubbio gusto”?

NADIA Amica mia, tutto ti è concesso e dovuto, ma fino a un certo punto! Non quando i tuoi commenti contrastano con il mio modo di pensare, con la mia etica, il mio senso della critica. I tuoi post su FB che poi cancelli o alcuni dei tuoi interventi possono creare malintesi sulla mia persona o suscitare idee sbagliate in un pubblico ignaro della tua “fantasiosa personalità”. Il fatto che tu sia egocentrica ed estroversa senza limite alcuno non significa che anch’io lo sia in egual misura.
Per quanto mi reputi di mentalità aperta e disponibile allo scherzo fatico a comprendere certe situazioni (e mi riferisco ai commenti degeneranti del post su FB con il racconto della libraia) e già che ci siamo il fatto che mi abbia conosciuta nella vita reale non ti autorizza a rendere pubbliche location e frammenti della mia vita senza il mio permesso!

ALESSANDRA Dopo la tua telefonata – e risparmio agli amici lettori gli epiteti e gli insulti che mi hai rivolto – ho cancellato subito il post. Secondo me, era bello (e visto che sono “egocentrica senza limite alcuno”) mi permetto di dirlo. Certo, ricordava vagamente “Cose Preziose” di Stephen King, però l’idea dell’adorabile libraia che vende strani libri esoterici, plagiando così un intero paese per me era intrigante. Essendo su FB, sono poi intervenuti altri suggerimenti, che invero non c’entravano per niente con lo spunto da cui ero partita.
Ciò detto, amica mia, hai mai pensato al Tavor?

NADIA Anche se è esistito davvero qualche motivo di incomprensione, in realtà non c’è stato nessun litigio. Mi faccio carico di dichiarare che avete assistito a una puntata letteraria di “Scherzi a parte”, e che entrambe abbiamo pensato a uno “sketch” che potesse farvi incuriosire ma soprattutto divertire.

ALESSANDRA Boccoli d’oro, quando vieni a Cannes? Ostriche, moules avec frites, e offro io!  I dolci li paghi tu, però 😀

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diario1Paola osserva da dietro un cespuglio, al buio, quella finestra con le persiane scrostate e ancora aperte. La lampada di acciaio accesa in soggiorno rivela la sagoma di sua madre, seduta al tavolone rotondo. Si intravedono le luci del televisore che resta coperto dal tendone.
La osserva picchiettare nervosamente le dita della mano sinistra sulla tovaglia e con la destra reggere un bicchiere che di tanto in tanto si porta alla bocca.
Paola non sa cosa precisamente può averla spinta a raggiungere quel luogo e non comprende come quel grosso coltello da cucina possa essere finito nel suo giubbetto. Si sforza di ricordare l’accaduto. Ricostruisce cronologicamente i fatti. Poco prima, a casa sua, ricorda di aver provato una rabbia immensa. Aveva appena trovato nella cassetta della posta la busta con gli esiti degli esami del sangue, una noiosa routine ormai. Ma stavolta i valori relativi alla sua malattia erano di parecchio peggiorati. Se solo sua madre avesse pensato per tempo di farla sottoporre a visite specialistiche e cure, forse ora non si troverebbe a dover affrontare queste brutte sorprese. Invece quella donna egoista aveva sempre pensato a se stessa e più che altro ad ubriacarsi. Paola rammenta anche un episodio particolare: in occasione del suo undicesimo compleanno le aveva chiesto in dono un paio di orecchini. Li aveva osservati per quasi un mese nella vetrina lucida e graziosa della gioielleria di paese. Erano magnifici, piccoli, azzurri e luminosi come il cielo sereno di agosto. Ma, per tutta risposta, ricevette un ceffone: “Non ci sono soldi in questa casa per un paio di stupidi orecchini! E ora fila! A letto!”.
Non fu l’unico schiaffo che prese. Ce ne furono altri, molti altri e il più delle volte per motivi assurdi. Lei non osava reagire: in primo luogo perché era comunque sua madre, poi anche a causa di un fisico debole che l’avrebbe vista sicuramente sopraffatta. Si sfogava correndo nella sua cameretta a piangere, la testa sotto il cuscino. Ma il risentimento cresceva, simile al corso di un piccolo torrente di montagna che incuneandosi fra rocce e massi poi si trasforma in un fiume fino a raggiungere il mare.
Ecco perché, poco prima, aveva afferrato quel coltello osservandone la lunga lama, lucida e robusta, e aveva trasalito e poi goduto al pensiero di infilarlo nel collo magro e ormai rugoso di sua madre. Immaginava di trafiggerle la carotide, poteva osservarne il sangue spingere e pulsare a flutti per abbandonare quell’insulso corpo e di udirne gli ultimi gorgheggi di rantoli misti a sospiri. Era poi sgattaiolata fuori, nel buio, senza far rumore nascondendo l’arma nel giaccone infilato alla bella e meglio sulle gracili spalle. Non aveva nemmeno tenuto conto della presenza di suo marito che al momento canticchiava ignaro sotto la doccia.

Paola non mi telefonerà, non lo credo proprio.
Ma io devo assolutamente rivederla.
Da quale strano universo arrivano le intuizioni? Dalle stelle che sto guardando? Oppure da un misterioso solaio a noi sconosciuto ma dove risiede l’enorme potenziale inespresso del nostro cervello, quello che – se sapessimo riconoscerlo e utilizzarlo – ci permetterebbe di compiere autentici prodigi? E’ filosofia di bassa lega, sono domande inutili, perciò le accantono.
Non accantono, però, i dubbi che si sono impossessati di me, mentre ascoltavo i Metallica. Devo rivedere Paola, perché avverto una forte impressione, un sospetto, quasi una certezza, sebbene essa non sia suffragata da alcun dato concreto; anzi è l’esatto contrario, a rigor di logica. La logica… Chiara disse di amarmi e razionalmente ci credevo, per quale motivo avrebbe dovuto mentirmi: in apparenza tutto funzionava bene… ma io “sentivo” che in realtà stava per lasciarmi. Non saprei spiegarne la ragione. Forse il tono della voce, forse un’ombra nello sguardo, un blu più intenso, come nella profondità dell’oceano dove gli squali sono a caccia, pronti a risalire per uccidere la preda.
Non possiedo doti paranormali, non credo agli indovini e alle streghe, ciò nonostante resto sempre più convinto di un fatto: quella fragile donna ha bisogno di aiuto.
Se la notte è serena, fulgida di stelle scintillanti, non lo è il mio animo.
Domani la cercherò di nuovo.

Paola da mesi soffriva di una forte depressione, a cicli era ormai una costante della sua vita.
In quel preciso istante realizza la motivazione che ora la fa trovare li, in piedi a pochi passi dall’uscio di sua madre. Cerca di calmarsi, di ragionare sul da farsi, deve capire se ne vale la pena, cosa e’ giusto, cosa sbagliato. Che sapore ha la vendetta e che tipo di odore puo’ avere la morte. E l’adrenalina, o piuttosto il peso della colpa. A cosa dare ascolto? E mentre prova a riordinare quel caos di pensieri ha la sensazione di avere qualcuno alle spalle.
Se qualcuno l’avesse seguita? Se qualcuno avesse compreso le sue intenzioni?
Una mano pesante e ferma sulla spalla la fa sobbalzare e, per istinto o forse per difesa, lei estrae il coltello dal giaccone pronta ad usarlo. Non è pratica; le mani tremolanti lasciano la presa e il coltello cade a terra. E’ posseduta dal terrore di essere stata scoperta quando riconosce la sagoma di suo marito. Il suo viso contratto tende a rilassarsi ma i suoi occhi restano sgranati, immobili.
“Non devi farlo tu! E’ compito mio. Sai quanto ti amo” dichiara lui in un tono di supplica.
Si scambiano un’occhiata di complicità mista a terrore.
L’uomo si china, raccoglie il coltello e furtivamente si avvicina alla casa.
Paola scoppia in lacrime, forse di quell’estremo gesto non è piu’ convinta, vorrebbe fermarlo ma ormai è troppo tardi. Resta pietrificata con i piedi un tutt’uno col terriccio umido di quel giardino a osservare la scena come uno spettatore qualunque di un film dell’orrore.
E orrore fu.

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diario1Paola ha il fiato corto mentre saliamo due piani di scale semibuie della palazzina. Mi pare insicura, trema e questo mi intenerisce.
Apre la porta del suo appartamento, mi accoglie un localone lucido e chiaro, al centro del quale è posto un grande tavolo in legno quasi nero: nel complesso un arredamento retro’ ma elegante. Mi indica con un lieve cenno della testa una delle pesanti sedie dallo schienale imbottito in alcantara sulla quale mi accomodo senza proferire parola. Lei mi osserva come fossi un qualcosa di fuori posto dentro casa sua, attraverso quei piccoli occhi umidi di lacrime e riflessi di terrore.
“Vado a fare il caffè!” Si rivolge a me con la voce rotta e un tono rassegnato e sparisce dietro una porta dalla quale intravedo la cucina.
Io mi guardo attorno mentre attendo la sua ricomparsa e noto che quel senso di eleganza e ordine è in parte dovuto all’assenza di soprammobili. La casa è abbastanza spoglia, fredda. Un unico quadretto con una cornice argentata di una natura morta dai colori spenti appeso alla parete più grande e una fotografia appoggiata alla bella e meglio sul ripiano di un mobile che ritrae lei e quello che penso possa essere suo marito rilassati e sorridenti tra nevi e montagne.
Paola mi distoglie dai miei pensieri ricomparendo dalla cucina, pallida, portando con sé un piccolo vassoio con due tazzine fumanti e una zuccheriera d’argento.
Si siede accanto a me porgendomi il caffè.
Mi fissa così profondamente da mettermi quasi soggezione.
“Abbiamo poco tempo.”, esordisce lei, aggiungendo: “Alle otto mio marito sarà di ritorno e non vorrei che la trovasse qui.”
“Berrò questo caffè e toglierò il disturbo.”, rispondo io e mi piego per aprire lo zaino. Tiro fuori il diario e lo poso sul tavolo. Alla sua vista lei cambia espressione, comincia a piangere. Si asciuga le lacrime estraendo di tasca un fazzoletto di carta e poi con titubanza allunga una mano e la appoggia su di esso carezzandone la copertina.
Dopo qualche minuto di silenzio si rivolge di nuovo a me con un filo di voce: “L’ha letto tutto?”
Io imbarazzatissimo non oso mentire e mi scappa un “si” soffocato.
“Allora pensa di denunciarmi?”
Rifletto sulla risposta e poi lentamente indago. “Per ciò che è successo a sua madre?”
Non potevo prevedere la sua reazione, ha quasi uno svenimento e sta per cadere dalla sedia.
Mi alzo e tempestivamente la sorreggo. La rimetto bene appoggiata allo schienale, dichiarando: “Non si preoccupi, io non giudico. Intendevo solo riportarle il diario che ho trovato in un albero, nel bosco non lontano da casa mia”.
Lei lo apre muovendo lentamente le mani, indugiando, quasi fosse un oggetto misterioso. Ha delle belle mani. Ma molte cose sono belle in lei.
Poi la sua espressione cambia, si rasserena; quando infine sorride sembra una bambina e anche questo mi affascina. Comincia a leggere piano con gli occhi ora sognanti.
Mi chiamo Paola e tu come ti chiami? Se hai trovato questo diario vuol dire che come me anche tu ami i boschi.Credo che voglia dire pure un’altra cosa: e cioè che io non ci sono più. Non dico che sia sicuro, che sia un dato di fatto incontrovertibile, però è probabile. Magari oggi ero stanca e non mi sentivo abbastanza forte per venire qui, ma non ci credo molto. Credo di più alla prima ipotesi. Quindi questo diario lo puoi anche tenere, anche leggere pagina per pagina se ti fa piacere!
Ripone il diario e scuote la testa. “Quel giorno”, spiega, “mi sentivo tornata indietro negli anni, era come se fossi nuovamente una ragazzina. E allora ho imitato chi affida un messaggio al mare, pensando che prima o poi qualcuno troverà la bottiglia in cui esso è contenuto. Naturalmente qui non abbiamo il mare e poi io amo i boschi. Ho commesso una pazzia, lo so.”
“Be’, un’imprudenza senz’altro. Poteva finire nelle mani sbagliate. Per fortuna non è così. Stia tranquilla Paola, il suo segreto con me è al sicuro, ora tolgo il disturbo, se ha piacere vorrei si segnasse il mio numero di telefono. Se avesse qualsiasi bisogno di parlare… beh, io sarò disponibile”.
Le detto il mio numero che lei annota nel suo cellulare dopodiché lascio l’appartamento.
Quella donna sembra così fragile, così bisognosa di aiuto… e mi sta succedendo qualcosa che non comprendo fino in fondo. Forse mi sono davvero affezionato a lei conoscendola un po’ attraverso quelle pagine e dentro di me nutro la speranza di risentirla, poco mi importa per quale ragione.
Torno al parcheggio e alla mia macchina.
A tarda sera sto pensando ancora a lei. Sorseggio una birra, ascoltando un vecchio disco dei Metallica, e intanto rifletto. D’accordo, mi dico, Paola è una donna affascinante, che mi ha colpito profondamente, però… però… ha compiuto un gesto terribile, posto che sia vero e su ciò nutro alcuni piccoli dubbi, piccolissimi, che tuttavia si ingrandiscono man mano, come seguendo il ritmo di Enter Sandman. E nel momento in cui la voce di un bimbo si unisce a quella di Hetfield nella parte recitata rimango folgorato da un’intuizione netta. Mi alzo dal divano, raggiungo la finestra e guardo fuori. La notte è serena, nel cielo splendono le stelle. Le montagne sono lontane sagome scure. E la mia intuizione diventa quasi certezza.
Paola non mi telefonerà, non lo credo proprio.
Ma io devo assolutamente rivederla.

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diario1Guardo l’ora. Ho del tempo a disposizione e opto per bighellonare un po’ per le vie del centro mentre cerco di riordinare i miei pensieri che mi stupiscono per la loro intensità. Mai avrei immaginato di poter restare così coinvolto in una vicenda soltanto leggendola, ma questo diario che tengo gelosamente custodito nel mio zaino, ha una voce propria, stridente, impossibile non seguirla. E se mi sbagliassi? Se questa Paola fosse diversa dall’idea che mi sono fatto di lei? Probabilmente ha compiuto un terribile gesto, almeno così sembra in quella confessione scritta, ma ne ho comunque carpito una forte umanità, tanta rabbia e tanta tristezza ma soprattutto ho percepito in ogni pagina una lacerante richiesta di aiuto che lei ha rivolto ad un tomo inanime ma che, per qualche strana coincidenza, il fato ha delegato a me.
Mi sovviene alla mente una bellissima frase, nuovamente di Tolkien, che sin da ragazzo ho tenuto ad imparare a memoria: ”Non tutto quel ch’è oro brilla, né gli erranti sono perduti: il vecchio ch’è forte non s’aggrinza, le radici profonde non gelano. Dalle ceneri rinascerà un fuoco. L’ombra sprigionerà una scintilla: nuova sarà la lama ora rotta, e re quei ch’è senza corona.”
E’ una frase non soltanto bellissima, ma pure vera, concreta, che può riguardare ciascuno di noi. Malgrado troppo spesso la resa appaia la scelta più comoda, sono invece il coraggio, la determinazione, la volontà che ci rendono uomini migliori, nella sconfitta come nella vittoria. Sbagliare è umano, però qualora la donna del diario avesse commesso un errore, sia pur grave – vado a tentoni – non deve essere condannata per questo, non da lei stessa e neppure da chi guarda le cose da fuori. Ma quanti conoscono la dignità, il tendere la mano a chi ne ha bisogno, la comprensione e il senso di comunanza?
Una seconda possibilità è concessa a tutti, voglio e devo aiutare Paola, a qualunque costo!
Resto ipnotizzato dai miei pensieri, con lo sguardo perso nel vuoto, sullo sfondo il viavai cittadino, gente indifferente al mondo intero, presa soltanto dal ritmo della sua giornata. Qualcuno mentre cammina tiene lo sguardo sulle sue scarpe, altri attendono al semaforo scocciati per il rosso e danno un’occhiata fugace all’orologio, ed io mi sento un alieno nell’abbandonarmi ad osservare questo prematuro crepuscolo dei primi giorni di primavera dare fuoco al Resegone, ormai di un rosa vivo, che chiude l’orizzonte irradiato dall’ultimo vanitoso sforzo di un sole pieno che mi ha accompagnato per tutta questa strana giornata di istinti e di sensazioni.
Seguo con lo sguardo gli ultimi raggi che illuminano prepotenti anche i vetri dei piani più alti dei palazzoni del centro quasi a risaltarne una recondita e immaginaria propria bellezza.
E poi questo paesone che, come ogni altro, esibisce vetrine immacolate e sterili, bar con facce stanche vere o riflesse sopra freddi tavolini bianchi smaltati, un edicolante in un chiosco indaffarato a ritirare i giornali invenduti, e tanta indifferenza. Ognuno preso da se stesso o dal suo lavoro al punto di dimenticarsi di vivere, di assaporarsi un tramonto, un qualunque incontro anche soltanto di sguardi tra sconosciuti.
Vengo così travolto dolcemente da un brivido, da una brezza che mi scivola addosso portando con sé i primi profumi delle fioriture della stagione. Erba è circondata dalle montagne e probabilmente questa aria gelida è scappata da qualche cima, poi giù di corsa a capofitto dal pendio, e infine, trovando la provinciale in discesa, è arrivata qui fino a me, per portarmi anche il suono delle campane di sant’Eufemia. Sono le 18 e mi sento addosso tanta eccitazione quanto timore.
Mi vedo su una scacchiera, una misera pedina che deve riuscire ad aprirsi un varco per raggiungere il re, o meglio la regina, la regina dei miei pensieri di questi ultimi giorni, senza perdere la mia partita.
Una partita invero strana che si gioca su due piani: da un lato l’immaginazione, da quell’altro la realtà, sebbene essa sia oscura e sfugga a una spiegazione razionale. In verità, non c’è nulla di razionale nel mio comportamento, me ne rendo perfettamente conto, ma la vita è così, se sai viverla: non si basa solo sulla fredda logica, insegue anche sogni, pulsioni dell’anima, talvolta stravaganti, spesso folli, ma non per questo meno importanti, altrimenti il nostro sarebbe un ben arido cammino. Il medesimo cammino di chi ignora la gioia che può arrecare un libro, un dipinto, una cascata di note cristalline. Anche una fiaba ha un significato profondo, posto che si riesca a capirla, a penetrarla, traendone significati che vanno oltre i monotoni gesti quotidiani, le consuetudini inutili, il chiudersi in un mondo avaro ed egoista.
Accendendomi una sigaretta raggiungo di nuovo il palazzone dove abita Paola. Quel citofono d’acciaio è nuovamente davanti a me. Aspiro troppo nervosamente, sono già arrivato alla fine, lancio il mozzicone centrando perfettamente gli spazi vuoti di un tombino dell’acqua piovana e, essendo un poco superstizioso, penso che la sorte, in questo momento sta dalla mia parte.
Pigio il tastino nero.
Una voce femminile, roca, irrompe dall’altoparlante.
“Si? Chi è?”
Sebbene sussulti, cerco di sembrare tranquillo e soprattutto rassicurante. “Signora Paola?”
“Sono io. Dica!”
“Non ci conosciamo ma… per assurdo ho qualcosa che le appartiene…”
Silenzio. Poi il tono mutato di quella voce domanda nervoso. ”Scusi??? Sarebbe?”
Ho un momento di imbarazzante attesa per riuscire a trovare le parole, poi con aria il più possibile amichevole mi accingo a rispondere. “Un diario signora. Avrei piacere nel restituirlo. L’ho trovato in una circostanza assurda, mi creda. E mi sono persino permesso di leggere una cartolina che era custodita tra le sue pagine, così ho trovato il suo indirizzo. Mi scusi, di solito non mi impiccio degli affari altrui… se scende…”
Il citofono viene riattaccato, un colpo secco. Un tonfo al cuore.
Forse ho sbagliato tutto ma non avrei potuto trovare un altro approccio. Dovevo essere il più sincero possibile.
Attendo impaziente il corso degli eventi battendo ripetutamente il piede sull’orlo consumato del marciapiede e strizzando con le mani le fodere delle tasche del giaccone.
Ormai ripongo le speranze quando sussulto per uno scatto elettrico del portone di entrata condominiale.
Rimango impietrito di fronte ad una figura snella e minuta dai bruni capelli a caschetto che non dimostra più di trent’anni, un viso delicato ma contratto in una smorfia tra orrore e meraviglia. Mi fissa da dietro la porta di vetro con occhi scuri e sgranati, aggiungerei che pare terrorizzata.
Quando sembra trovare il coraggio per uscire, mi chiede: “Lei è un poliziotto?”
La fisso, stupito. “Assolutamente no.”, rispondo. “Se mi trovo qui non è per inquisire – quale diritto ne avrei? – ma semplicemente perché il suo diario, in pratica diviso in due parti, mi ha come stregato. Prima, una bambina; in seguito una donna. Entrambe con dei problemi. Non sono fatti miei, sono il primo a saperlo, però… però sono rimasto affascinato, desideravo conoscerla, aiutarla se ciò è possibile.”
Lei mi scruta con aria diffidente. Sposta il peso del corpo su un piede, poi sull’altro. Credo che capisca che in me non esiste malizia, né becera curiosità fine a se stessa; almeno questo risulta dalle parole che pronuncia dopo un lungo momento di esitazione.
“Mi scusi se la mia accoglienza non è stata proprio cordiale. Gradirebbe un caffè?”
“Grazie. Certamente sì.”
Mentre entro, alle mie spalle il tramonto celebra il trionfo della bellezza. Il sole cala maestoso su un mare che non è composto da onde, bensì dalle dolci colline e dei vasti spazi verdi di una terra chiamata Brianza.
E’ un prodigio ignorato dai più, intenti come sono a guardare il proprio cellulare.

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diario1Quando finisco di leggere è tardi. Vado a dormire e i sogni che accompagnano la notte sono strani, bizzarri, e sebbene come accade sempre sfuggano presto al ricordo risultano comunque in gran parte tristi. Questo lo rammento bene.
Il mattino dopo torno al luogo del “ritrovamento”. Un forte impulso mi spinge a cercare… cosa? Non avrei trovato nulla di nuovo o di diverso, però volevo riflettere e pensavo che il posto migliore per farlo fosse lì fra gli alberi del bosco, oltre al quale si stende il grande prato scosceso da cui è visibile la chiesetta. Mi siedo sullo stesso masso e riprendo in mano il diario.
A un tratto alzo lo sguardo al cielo e vedo uno spettacolo magnifico che per diversi minuti mi assorbe, facendomi dimenticare Paola. Dove mi trovo io il sole splende illuminando l’erba del prato e creando giochi di luce scintillanti nel bosco; più in là, però, il cielo è grigio e più lontano ancora color dell’ardesia. Ma in fondo, come per magia, si scorgono montagne le cui cime sono tinte di rosa; risaltano ancor di più perché rendono il contrasto fiabesco: a light in the dark, direbbe Tolkien, e infatti nella mia immaginazione quella rosea luminosità rappresenta il simbolo del bene che trionfa sul male.
E’ questo pensiero a riportarmi alle pagine di Paola, bambina che si definisce felice ma che non lo è, e poi donna che nasconde un terribile segreto.
Ricomincio a leggere. Due pagine sono incollate fra loro: strano. Tiro fuori il mio coltellino svizzero e lavorando con attenzione riesco a separarle senza che si sciupino. In mezzo c’è una cartolina. Il fatto in sé non sarebbe importante tranne che per un particolare: è indirizzata a Paola e naturalmente compaiono il cognome e un indirizzo.
Mi soffermo a riflettere. Tutto sommato, non è un luogo particolarmente distante e io non ho niente di speciale da fare. E’ vero che in teoria – e non solo in teoria – questa vicenda non mi riguarda affatto; è altrettanto vero, però, che è una vicenda talmente misteriosa, quasi fosse la trama di un film oppure di un libro, che non riesco a smettere di pensarci, di interrogarmi, di cercare improbabili risposte e forse un giro di ricognizione potrebbe avvicinarmi alla verità, quale che sia.
Forse sì, forse no.
Decido per il sì.
Torno a casa, salgo sulla mia vecchia automobile, noto con sconforto la lucina rossa che impietosamente mi annuncia che il serbatoio della benzina è quasi vuoto, investo dieci euro per la mia missione e infine parto. Passo per Arosio, Inverigo (che vanta il più bel cimitero della provincia di Como), Lurago e raggiungo Erba, un paese, benché i suoi abitanti la definiscano pomposamente una città.
Fin qui tutto facile, ma adesso che sono così vicino alla meta inizia a mancarmi il coraggio. Mi fermo a bere un caffè. Visito il nuovo centro commerciale edificato nei pressi della stazione. Mi reco da Giunti, dove compro un paio di libri… che alla fine diventano quattro a causa della straordinaria abilità con cui la bella biondina che mi serve sa invogliare all’acquisto. Perdo tempo, insomma.
Un altro caffè e finalmente vado in centro. Corso 25 aprile, svolto a sinistra e dopo circa cento metri posteggio la macchina e scendo.
E’ un condominio di sei o sette piani. Osservo i nomi vicino al citofono e quello di Paola non figura, né appare un Simone. Sono tutti cognomi. Resto fermo a fissare l’ingresso, nella speranza che qualcuno esca e, dato che ciò non succede, pigio un tasto a caso. Nessuna risposta. Provo di nuovo e questa volta una voce scorbutica mi chiede cosa voglio.
“Cerco un’amica. Si chiama Paola.”
“Se è un’amica saprà anche il cognome, no?”
“Sì, certo.” La comunicazione viene interrotta prima che possa rispondere.
Al terzo tentativo,  ho fortuna.
Paola è sicuramente al lavoro, mi comunica un signore gentile.
In genere, rincasa verso le sei di sera.
Aspetterò.

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diario1La grafia con la quale il diario è stato compilato, bene o male è sempre la stessa, noto una specie di ricamo come un prolungamento arricciato sul termine della lettera “m” in tutte le pagine, ma osservandola nell’insieme mi accorgo che la prima pagina, quella dell’avviso e l’ultima parte hanno un aspetto più ordinato, più preciso rispetto a tutto il resto, questo mi lascia un dubbio: che il diario possa essere stato scritto in due periodi differenti.
Decido quindi di tralasciare per ora la lettura delle prime pagine a favore delle ultime, nella speranza di comprendere quanto prima il motivo per cui quel diario fosse stato abbandonato nel bosco ma soprattutto la situazione di quella bambina o forse, ormai, di quella donna.
Oltrepasso abbondantemente la metà e ricomincio da lì la mia lettura.
I miei dubbi vengono presto confermati dalla seguente annotazione:

“Caro diario… oggi sono particolarmente giù di morale. Ho deciso di tornare a rileggerti dopo tanti anni, trascorsi tra mille guai e infinite fatiche e mi è venuta voglia di riscrivere una pagina, o forse di più. Quando scrivevo qui, da bambina, mi liberavo da emozioni negative, dalla tristezza, perché tu eri sempre qui, pronto ad accogliermi e ad ascoltarmi. Mi bastava scriverti e quello che tenevo chiuso nel mio animo si trasferiva sulle tue pagine, rileggerlo era per me un sollievo, una liberazione, come se tu te ne fossi preso pienamente carico.
Eccomi di nuovo, non so se basterà stavolta una confessione su carta, ho compiuto un gesto terribile. Ero esasperata. Forse prima o poi troverò il coraggio di parlarne con qualcuno, può darsi con un prete, ma per ora mi accontento nel confidarlo sommariamente a te. Addirittura non riesco nemmeno qui ad essere schietta, mi vergogno molto di ciò che sono riuscita a fare ma assolutamente non me ne pento.
Lo sai che con gli anni ho imparato ad odiare mia madre. E’ una donna egoista, non mi è mai stata accanto né fisicamente né tantomeno moralmente. Non ha mai dato retta a nessuno, nemmeno a mio padre quando le consigliava continuamente di frequentare un centro per alcolizzati e di recarsi da uno psicologo.
Io credo che inizialmente mio papà l’amasse davvero, un po’ come me. Ma dopo tutto ciò che ci ha fatto passare, anche lui ha cominciato a odiarla, l’ha distrutto, annientato.
Ricordo quando gli aveva scaraventato in testa una bottiglia di rum facendolo stramazzare al suolo. Io piangendo chiamai l’ambulanza. E un’altra sera quando la vidi portare in casa uno sconosciuto. La udivo ghignare con una rozza euforia e poi quei gemiti atroci e profondi che provenivano dalla sua camera. E quando rincasò mio padre, quell’altro uomo se n’era già andato ma lei gli raccontò tutto, in ogni particolare. Papà restò ammutolito, avrei tanto voluto facesse qualcosa, invece se ne andò, per sempre. Lo rividi un pomeriggio fuori dalla mia scuola superiore, mi disse che sarebbe partito per andare lontano e infatti non lo incontrai mai più. E poi, quello che quella donna faceva a me. Quando era arrabbiata mi spegneva i mozziconi delle sigarette sul corpo, mi insultava con titoli veramente pesanti e un giorno mi minacciò con un coltello da cucina provocandomi una ferita sul braccio. Avrebbe proseguito, chissà dove sarebbe arrivata se solo il postino non avesse suonato alla porta. Non era la mia pelle a sanguinare quel giorno, era il mio cuore. Tutte le famiglie che conoscevo si volevano bene, la mia famiglia era invece ormai distrutta, un vero disastro. Sono nata per caso, così mi ha rivelato durante l’ennesimo litigio, mi detestava, non desiderava figli, ma se avesse abortito mio padre l’avrebbe abbandonata. Non lavorando, non poteva mantenersi, quindi decise che si sarebbe approfittata in tutto e per tutto di lui, del suo benessere e in cambio avrebbe dovuto solo dare alla luce quella maledetta bambina. Io crescevo normalmente, da sola. Sono sempre stata abbastanza diligente, ti ricordi quante volte ti scrissi i miei voti di scuola? Apprendevo in fretta e non mi cacciavo nei pasticci. Le stavo alla larga il più possibile, a volte mi intrufolavo per tutto il pomeriggio a casa di amiche, oppure, come ben sai, a volte mi chiudevo a chiave nella mia cameretta. Sono sopravvissuta a lei e alla depressione.
Ora ti scrivo dal mio appartamento in provincia di Como, dove mi sono trasferita dopo aver trovato un lavoro e aver incontrato un uomo molto bravo. Si chiama Simone. Da lui ho avuto una figlia bellissima e intelligentissima che ho voluto chiamare Gioia affinchè le sia di buon auspicio.”

Queste due pagine mi lasciarono sconvolto. Povera Paola, chissà quanto doveva aver sofferto ma… cosa mai avrà fatto di così terribile?
Continuo avido a leggere.

“Caro diario, oggi sto male. Se ripenso a come in passato sono sempre riuscita a superare le difficoltà e ad affrontare la vita e la mia malattia col sorriso, beh, mi pare impossibile farcela anche stavolta.
Ciò che ho fatto mi sta logorando dentro, mi sta corrodendo come un acido il cuore e l’animo. Il diavolo si è impossessato di me, alcuni giorni fa.
Ero arrabbiatissima con lei (tu sai chi), se questa malattia mi ha consumato le ossa è anche colpa sua come è sempre colpa sua se ha fatto scappare mio padre che poi ha abbandonato anche me. Nessuno ha avuto la brillante idea di farmi curare ed ora ho dei danni permanenti. Questa artrite reumatoide giovanile poteva e doveva essere fermata, e invece no. Ci ho dovuto convivere io, sempre, con i dolori, con le articolazioni gonfie come palloncini, con i movimenti che non potevo più fare. Ho le ossa di un’anziana, non ho potuto mai correre, giocare a pallavolo, andare in bicicletta. Sono una giovane donna di cristallo, esattamente come il mio soprammobile preferito che ho acquistato a Murano con Simone. Piacevole fuori e difettata dentro.
La odiavo, con tutta me stessa. A parte i suoi problemi col fegato fino a qualche sera fa era ancora lì, dietro alla sua finestra del lurido soggiorno, in quella villetta trasandata come lei, illuminata dalla abajoure, mentre guardava la tv e si scolava la sua bella bottiglia, scommetterei di rum, da sempre il suo preferito.
La osservavo egoista sfidare per l’ennesima volta il suo destino, guastare la sua salute e fregarsene del mondo intero.
E mentre la scrutavo sono stata assalita da un vortice di mille pensieri che mi hanno tolto la ragione… basta. Non posso dirti altro.”
Accidenti, questo scritto mi ha del tutto stesa.
Quanta rabbia, quanto odio. Certamente in buona parte giustificato.

Non sarei mai riuscito a smettere di leggere quelle pagine dalle quali si alzava un acre odore di muffa mista a muschio ma cercando di annusarle più da vicino, forse anche una lieve consumata essenza alla rosa.

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diario1Mi chiamo Paola e tu come ti chiami? Se hai trovato questo diario vuol dire che come me anche tu ami i boschi.
Credo che voglia dire pure un’altra cosa: e cioè che io non ci sono più.
Non dico che sia sicuro, che sia un dato di fatto incontrovertibile, però è probabile. Magari oggi ero stanca e non mi sentivo abbastanza forte per venire qui, ma non ci credo molto. Credo di più alla prima ipotesi.
Quindi questo diario lo puoi anche tenere, anche leggere pagina per pagina se ti fa piacere!

E in fondo al foglio a quadretti una greca con delle mele squadrate colorate di giallo.
Penso di aver strizzato gli occhi più di due volte. Cosa mai voleva comunicare questa bimba? Perché ha lasciato qui incustodito il suo diario in un sacchetto di plastica annodato e nascosto all’interno della corteccia cava di un abete morto?
Per quale motivo non dovrebbe più esserci?
Caspita, non è un arma, un ritrovamento archeologico, è solo un diario ma ha sconvolto la mia giornata, forse perché i bambini ovviamente mi fanno tenerezza, oppure é stata la prima pagina a incuriosirmi.
Di solito i diari si tengono ben nascosti in luoghi sicuri dentro la propria casa proprio per evitare che qualcuno li legga.
L’umidità e il fresco cominciano a levitare dal sottobosco e quindi cerco gli ultimi raggi di sole per scaldarmi un po’.
Stringo il diario tra le mani, lo carezzo, gli tolgo del terriccio penetrato credo per sbaglio tra le sue pagine, cerco di lucidarne col fazzoletto la copertina di pelle color rosa pallido e ricucita a grandi punti di filo spesso beige.
A giudicare dall’aspetto e dalla rilegatura dovrebbe essere di rara manifattura.
Raggiungo l’ultima fila di alberi del bosco che limitano un grande prato scosceso dal quale, in lontananza, si scorge la chiesa del paese e, godendomi quell’ultimo tepore primaverile della giornata, mi accomodo su un grosso masso e comincio a leggere le prime pagine.

Caro diario lo so, lo so che sono una bambina fortunata ma a dire la verità oggi non mi sento proprio benissimo.
Sono triste. Il mio papà ha litigato ancora con la mamma. Io di solito non ascolto ma stavolta stavo studiando in silenzio… e ho sentito tutto.
Papà era arrabbiato per il solito motivo, mamma ha bevuto ancora.
Penso abbia nascosto nella pattumiera del giardino la bottiglia vuota e che lui l’abbia trovata.
Non mi sembra ubriaca come al solito ma papà ha detto che è stufo.
Che nessuno affida i figli a un’alcolizzata.

Non so quanti anni abbia la bambina. Di certo, mi rendo conto che scrive molto bene, dimostrando un’ottima conoscenza della grammatica e della sintassi; inoltre parole come “incontrovertibile” in genere non appartengono al lessico dei bimbi.
Andando avanti nella lettura comincio a trovare diversi errori, condizionali al posto di congiuntivi e congiuntivi al posto di condizionali. Aggrotto la fronte, mentre mi stringo nel giubbotto perché ora l’aria è diventata quasi fredda. Poi scopro una cosa strana: la prima pagina di quel diario a livello temporale è in realtà l’ultima. A causa di ragioni che non riesco a comprendere, Paola l’aveva lasciata bianca, partendo dalla seconda. Provo a trovare un significato per quella scelta quantomeno bizzarra, senza però riuscirci.
Il sole tramonta in un prodigio di colori, si alza il vento di settentrione e io abbandono il masso su cui sedevo. Camminando piano, attraverso il prato e mi dirigo verso casa. Intanto penso. Paola è una bambina che appartiene a una famiglia ricca, lo si desume dalla qualità della carta e dalla bella rilegatura; si definisce “fortunata”, ma ha una madre alcolizzata e forse problemi di salute.
E poi la domanda secondo me più importante, quella che mi sono fatto subito: qual’è il motivo che l’ha indotta a nascondere il suo diario in un bosco?
Dopo essere tornato nel mio piccolo appartamentino – stanza da letto, bagno, cucina abitabile e soggiorno-studio – inizio a prepararmi la cena. Niente di complicato: spaghetti al pomodoro, prosciutto crudo e macedonia; non posso dire di essere un gran cuoco.
Finito di mangiare, lavo i piatti e bevo un buon caffè.
Il diario è lì che mi aspetta, quasi fosse un oggetto magico.
Lo riprendo in mano e noto un particolare che prima non avevo colto.
Un particolare molto importante…

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