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Archive for the ‘il lato oscuro’ Category

Il lato oscuro CatherineIl padre di Catherine era un poliziotto e lei avrebbe voluto seguirne le orme.
Se non era accaduto era stato a causa del suo carattere: non riusciva ad accettare i soprusi e aveva litigato violentemente con un istruttore che si divertiva a umiliare una ragazza in effetti non molto dotata ma che si impegnava al massimo delle sue possibilità.
Carriera finita prima di incominciare.
Questo non le aveva tolto il desiderio di perseguire i delinquenti e di lottare per il bene. Ed esistevano altri modi per farlo.
Adesso era soddisfatta. Riteneva che la sua “squadra” fosse formidabile. Meg la dura, Heather la sfrontata, Patricia la perspicace. Quando arrivava un cliente, a seconda dei casi, affidava all’una o all’altra l’incarico. Era dotata di un notevole intuito e difficilmente sbagliava scelta. Suo padre era orgoglioso di lei… lo sarebbe stato un po’ meno se avesse saputo che aveva evirato un uomo. Anche se si trattava di una viscida carogna, non l’avrebbe mai perdonata. Ma, grazie al cielo, non lo avrebbe mai scoperto.
Un pomeriggio di sole e di vento si presentò da lei un anziano signore dall’aspetto garbato. Indossava indumenti modesti, ma puliti e stirati con cura; le scarpe ormai logore erano tuttavia perfettamente lustre.
Si chiamava Wilson Moore e dichiarò subito che odiava gli sbirri. Li conosceva bene. Oh, se li conosceva! Erano tutti avidi di denaro, pigri e corrotti. Non riponeva alcuna fiducia nei giudici, che considerava arroganti e superficiali. In quanto agli avvocati, non c’era razza peggiore. Benché irritata per quelle parole piene di pregiudizi, che oltretutto offendevano una persona integerrima come suo padre, Catherine lo ascoltò con attenzione.
Moore aveva assistito a una scena disgustosa. Due teppisti avevano preso a calci e pugni un uomo che in seguito alle lesioni era morto. Naturalmente, lo avevano derubato, poi erano scappati. Però, erano stati presi, incriminati e ora sarebbero stati processati. Moore scosse la testa. Li avrebbero condannati a vent’anni di carcere, e sarebbero usciti di prigione dopo appena dieci anni. “Inaudito!”, esclamò. “Lei sa chi era quel poveretto? Un mio amico con cui dovevo incontrarmi al parco per scambiare quattro chiacchiere. Un reduce. Vietnam. Un eroe di guerra.”
Catherine lo fissò, pensosa. “Perché dice che la pena sarà così mite?”
“Perché ho assistito all’udienza preliminare. Il diavolo ci ha messo la coda. L’avvocato d’ufficio che li difende è maledettamente in gamba. Farà carriera. La sua strategia è solida: le prove sono indiziarie, nessuno ha assistito al fatto; ci si basa sulle impronte digitali rinvenute sul portafoglio della vittima e sul passato di violenza che i due bastardi hanno alle spalle. Loro naturalmente negano, sostenendo che hanno trovato il portafoglio sul marciapiede, accanto a un uomo svenuto. Inoltre, il perito ha asserito che la causa del decesso è dovuta all’impatto della testa con il selciato della strada, e non alle percosse subite. E il giudice ha annuito. Ma la realtà è chiara: sono due assassini! E meriterebbero la morte.”
“Mi scusi, ma lei non ha testimoniato?”
“No. Non credo ai tribunali.”
Moore cominciò a tossire. Catherine si alzò, fece il giro della scrivania e gli versò un bicchiere d’acqua.
Tornò a sedersi e lo osservò, perplessa. “Signor Moore, cosa vuole da me, esattamente?”
“Giustizia!” Moore tossì di nuovo, le mani gli tremavano. Aveva le lacrime agli occhi. Quando riuscì a calmarsi, ripeté: “Giustizia.”
Cinque minuti più tardi, Catherine considerò la situazione. Moore era uscito zoppicando dall’ufficio. Sapeva che aveva ragione. Il verdetto della giuria non sarebbe stato equo. Heather? Patricia? Meg? No. Non si sarebbero certamente tirate indietro, ma non poteva chiederle un simile sacrificio.
Un bourbon? Sì, ci voleva un bourbon.
All’ultimo giorno del processo, Catherine si presentò in aula come testimone a favore. Il giudice minacciò l’avvocato. Rischiava la radiazione dall’albo. Ma Catherine sostenne di aver appreso la notizia con grande ritardo: si sentiva colpevole per questo, però era una cittadina onesta e ligia alle leggi. Era un suo preciso dovere intervenire in nome della verità. Vestita in maniera sobria, si esprimeva con un tono di voce pacato, senza mai abbassare gli occhi, né mostrare imbarazzo o vergogna. Conquistò la fiducia generale.
L’avvocato accennò ad alcuni precedenti e alla fine il giudice consentì a Catherine di testimoniare.
La donna declinò i suoi dati, giurò di dire tutta la verità, e affermò che, quando il signor Tom Harrison era stato ferocemente aggredito, lei si trovava a letto con i due indiziati. I teppisti la guardarono, sbalorditi. Il sostituto procuratore chinò il capo.
Dieci minuti dopo, la giuria emise il proprio verdetto. Innocenti.
Trascorsero tre giorni, poi, in una notte di luna piena, la polizia rinvenne due cadaveri. Qualcuno gli aveva sparato alla testa.

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Il lato oscuro PatriciaLe due donne erano molto diverse fra loro. Una più alta, dai lineamenti vagamente inglesi, la pelle chiara e i capelli biondo ramati, l’altra bruna e con la carnagione scura. Quello che le acccomunava, pensò Catherine studiandole, era l’intelligenza. Anziché accapigliarsi, come avrebbero fatto altre, avevano deciso di stringere una, sia pur temporanea, alleanza.
Il problema si chiamava Mick Bradley. Era sposato con Virginia, la bionda ramata, ma la tradiva con Susan, la mora. C’era poi un ulteriore problema. Grazie al suo fascino, alla personalità in apparenza aperta e solare e alla sua capacità persuasiva, aveva convinto entrambe a concedergli la firma sui rispettivi conti bancari, ambedue cospicui. Erano ricche di famiglia. E i soldi erano spariti. Non vi era nulla di illegale in questo, dato che era stato autorizzato a emettere assegni e a prelevare tutto il liquido contante che voleva, senza bisogno dell’avallo di Virginia e di Susan.
Catherine corresse il suo giudizio iniziale: erano sì intelligenti, ma anche un po’ sprovvedute. Forse, molto sprovvedute.
Mick era disposto a concedere il divorzio a Virginia e a lasciare Susan, come da loro esplicita richiesta. Però, non aveva alcuna intenzione di restituire il denaro. “Più avanti.”, aveva dichiarato. “Ora ho una grossa operazione in ballo. Poi riavrete il doppio del vostro investimento. Dovreste ringraziarmi! Ma, come tutte le donne, siete delle ingrate.”
Nessuna delle due gli aveva creduto, anche perché ormai la faccenda si trascinava da mesi.
Catherine chiamò Patricia. Se Meg era bella e forte e Heather intraprendente, sfrontata e seduttiva, Patricia possedeva qualità diverse. Era molto colta, assai profonda e disponeva di un intuito notevole. Poiché era single, trascorreva la maggior parte delle giornate davanti al computer oppure leggendo avidamente i libri di Sherlock Holmes, che per lei era il Maestro.
“E’ stato un po’ più preciso, riguardo all’investimento?”, domandò a Virginia.
La donna scosse la testa. “No. Sostiene che tanto non capirei, visto che non ho mai lavorato in vita mia. Ma continua a giurare e a spergiurare che raddoppierò il mio capitale.”
“E con lei?”, chiese a Susan.
Identica risposta.
“A quanto ammontano le cifre?”
La risposta la lasciò senza fiato.
“Ha un ufficio, il signor Bradley?”
“Sì.”, disse Virginia. “Un bugigattolo in periferia. Niente segretaria, nessun impiegato. Sulla porta c’è scritto “Import-Export”. Se ne sta lì rintanato tutto il giorno, trafficando con il suo pc. A quanto mi risulta, non lavora affatto e sperpera i nostri soldi oppure combina strani traffici.”
“Beh, prima di dilapidare quelle somme, passerranno certamente dei mesi.”, cercò di consolarla Catherine.
Virginia si strinse nelle spalle. “Me lo auguro.”
“Io non ne sarei così sicura.”, interloquì Susan con fare aggressivo.
“Bene.”, disse Catherine, rivolta a Patricia. “Il caso è tuo.”

Quella notte, fu però Meg a forzare la serratura dell’ufficio di Bradley. Era situato in una stradina secondaria e buia, al piano terreno di una casa dall’apetto alquanto dimesso. Tre gradini conducevano alla porta.
Non accesero le luci. Patricia si servì di una torcia elettrica per individuare la scrivania e accendere il computer. Nella stanza c’era poco altro. Degli scatoloni addossati a un muro, un armadio e un paio di schedari. Incongruamente, l’uomo aveva appeso una foto sulla parete di fronte, un collage che lo ritraeva assieme a Virginia e a Susan.
“Un tipo notevole.”, osservò Meg utilizzando a sua volta una torcia elettrica.
“Narcisista e truffatore. Te lo regalo!”, ribatté Patricia sorridendo.
Poi si mise al lavoro.
Meg uscì per controllare che non arrivasse nessuno.
Il pc si accese e reclamò la password.
Naturale, pensò Patricia.
Narcisista, si disse, e digitò Mick Bradley.
Accesso negato.
Mick… identico risultato.
Bradley.
Accesso negato.
Con scarsa convinzione, provò prima con Virginia, quindi con Susan.
Accesso negato.
Calma, si disse. Ispezionò con maggior cura l’ufficio, puntando il fascio luminoso su ogni punto che prima poteva aver trascurato. Niente di nuovo… ma a un tratto scorse una piccola foto, posta dietro alla scrivania, a fianco della finestra che dava sulla strada. Un’immagine che la commosse.
Dopo un istante, tornò a sedersi.
“Children.”
Tombola!
Si considerava una hacker, non una cracker: comunque fosse, in pochi minuti risalì alle ultime transazioni finanziarie di Bradley e scovò il nome di una banca, e i relativi movimenti.
Restò di sasso.
Sconcertata, fissò a lungo il monitor.
Rimase ferma, immobile, mentre nella sua mente si accavallavano mille pensieri.
Poi si riscosse e frugò nei cassetti della scrivania.
Nell’ultimo, partendo dall’alto, c’era una lettera scritta a mano.
Patricia lesse.

Due anni fa, in circostanze assolutamente casuali, conobbi un uomo – chiamiamolo Joe. Io non guadagnavo molto, come adesso, del resto. Ma gli suggerii due nomi. Nomi di donne ricchissime: mia moglie, che mi tradiva da tempo, e Susan, che avevo cominciato a frequentare, soltanto dopo aver appreso che Virginia aveva un amante.
Per un senso di riservatezza, lo pregai di non presentarsi a mio nome.
Joe si recò fiducioso da loro.
Fu trattato freddamente e respinto.
Lo scorso anno mi è stato diagnosticato un male incurabile, cancro. Morirò a breve, questione di giorni.
Non mi pento di ciò che ho fatto: se le ho ingannate, incantandole come il pifferaio di Hamelin, era perché se lo meritavano. Malgrado la mia malattia, e nonostante il fatto che Virginia non mi ami più da molto, so rendermi ancora affascinante… e convincente. Susan, Virginia, sono persone avide e superficiali. Non meritano rispetto.
Una parte dei soldi verrà loro restituita. La banca ha ricevuto mie precise disposizioni in merito. Il resto… il settanta per cento è stato devoluto a favore della lotta contro la distrofia infantile.
Quella che per Joe è una missione, la sua ragione di vita.
Credo di aver agito per il meglio.
In fede, Mick Bradley.

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Il lato oscuroL’uomo aveva un aspetto tetro ed era visibilmente a disagio. Catherine lo osservava con aria comprensiva, cercando di metterlo a suo agio. Il che, date le circostanze, non sembrava affatto semplice.
In ogni caso, sebbene lentamente e interrompendosi di frequente, raccontò tutta la storia. “Lei si chiama Helen.”, disse. “Non avevo mai tradito mia moglie e – giuro – non lo farò mai più, però è accaduto.” Si guardò intorno ansiosamente, come se temesse che ci fosse un’altra persona nell’ufficio intenta ad ascoltare il suo vergognoso segreto; ma erano soli. Catherine gli offrì un bicchiere d’acqua. Meglio di un caffè, pensò, visto che era già fin troppo agitato. Indossava un impeccabile completo grigio, camicia bianca e una cravatta a righe, del tipo che molti chiamano impropriamente Regimental.  Calzava scarpe italiane. Al polso, portava un Rolex d’oro. L’abbigliamento da uomo d’affari non gli conferiva un’aria meno lugubre.
Dopo un lungo silenzio, riprese: “Helen è una donna estremamente attraente, con grandi occhi azzurri e un corpo superbo. Per farla breve, siamo andati a letto due o tre volte assieme. Una sera mi svelò che in realtà lei era lesbica, io rappresentavo un’eccezione, perché in me aveva intravisto un grande fascino. Il fascino dei soldi.”, proseguì malinconicamente. Catherine notò che parlava con l’accento di Boston, malgrado lavorasse e vivesse in California. “Quella sera avevamo bevuto champagne e… assunto coca, molta coca, lei ne andava pazza. Sotto l’effetto combinato dell’alcool e della droga, mi aprii a mia volta, confessandole il mio sogno segreto, di cui nessuno al mondo era a conoscenza.”
Tacque, imbarazzato. “Coraggio”, lo spronò Catherine, “io non sono qui per giudicarla, bensì per aiutarla. E’ questo il mio compito.”
Lui trasse un profondo respiro. Forse avrebbe voluto andarsene da lì, ma sapeva di non avere alternative. “Ebbene”, disse, evitando lo sguardo della donna, “le dissi che il mio sogno segreto era… ehm… essere sodomizzato da un uomo. Helen annuì, sorridendo. – Si può fare, affermò – e io mi sentii soffocare dall’emozione. Accadde dopo una settimana. Il tipo era bello, giovane, forte; ciò nonostante, scoprii che alla fine non era poi così eccitante. Più doloroso che eccitante, non so se mi spiego.”
“Si spiega benissimo. La prego, continui.”
Trascorsero un paio di giorni e Helen si presentò nel mio studio. Possiedo una società che si occupa di transazioni finanziarie. Helen sapeva che non avrebbe dovuto venirmi a cercare lì, comunque dissi alla segretaria di farla passare. Lei si sedette di fronte alla mia scrivania, accavallò le gambe, frugò nella borsetta e tirò fuori alcune foto che mi mostrò una ad una.
Poi dichiarò che il suo silenzio valeva diecimila dollari. In caso contrario, si sarebbe recata da mia moglie e magari pure da Joan, la mia figlia di dodici anni. Ovviamente pagai. Ma non ebbi in cambio i negativi, soltanto le foto. Un mese più tardi lei tornò. Altri diecimila dollari. Di nuovo, pagai. E ieri si è rifatta viva. E’ un incubo, non finirà mai!”
Catherine aprì un cassetto, ne trasse un block-notes e cominciò a prendere appunti. “Cognome?”, gli domandò. “Parker. Helen Parker.”
“Dove abita, quali locali frequenta?”
Quando l’uomo uscì dall’ufficio, sembrava, se non rasserenato, almeno un po’ più calmo. Rivolse a Catherine perfino un timido sorriso.
Lei rifletté per qualche minuto, quindi convocò Heather. Anche Heather nascondeva un segreto, di cui solamente Catherine era al corrente. Amava le donne e stravedeva per Meg. Senza speranze, primo perché Meg era etero, secondo perché non avrebbe mai trovato il coraggio di manifestarle i suoi sentimenti. Di tanto in tanto, però, si concedeva un’avventura, anche se priva di coinvolgimenti. Catherine ispirava fiducia e Heather si era confidata con lei, intuendo che sarebbe stata capita.
Catherine le sorrise e disse: “Helen Parker.”

Heather non era esattamente bella – non come Meg, ad esempio -, ma aveva un fisico snello e atletico, era attraente e possedeva quel “quid” misterioso che può essere definito fascino oppure magnetismo.
Se decideva di flirtare con un’altra ragazza, non incontrava problemi a sedurla. Benché non fosse colta, sapeva parlare di tutto; era spiritosa e allegra. Non esistevano traumi nel suo passato e grazie al carattere forte non si struggeva sapendo che non avrebbe mai avuto Meg fra le sue braccia. Lavorava per Catherine spinta dalla passione per gli intrighi e a causa di un sia pur vago senso di giustizia. Non le sarebbe dispiaciuto diventare un’agente dell’FBI, ma andava bene così: si divertiva e veniva pagata per farlo. Le piaceva anche il fatto che fra loro quattro non esisteva alcun genere di competizione, sebbene in realtà lei fosse molto competitiva: ma soprattutto con se stessa. Perciò non invidiava la forza fisica di Meg, la profonda cultura di Patricia o il carisma di Catherine. A ciascuna, il suo campo.
Trovò Helen Parker dopo cinque sere di appostamenti. Era una donna notevole, vestita all’ultima moda e dotata di notevole classe. La studiò, ricavando l’impressione che fosse intelligente, perversa, ammaliatrice.
Era seduta da sola in un bar elegante e beveva champagne. Le parve annoiata, come se quella sera si fosse aspettata qualcosa di eccitante che invece per un motivo o per l’altro non si era verificato.
Heather si diresse verso il suo tavolo senza esitazioni e in modo sfrontato, con una punta di arroganza, prese posto accanto a lei. “Mi offri da bere?”, le domandò in atteggiamento maschile. L’intuito, infatti, le suggeriva che, malgrado la forte personalità, Helen amava essere “la donna”.
Se rimase sorpresa, Parker non lo diede a vedere. Squadrò la ragazza, quindi annuì. “Non ti invito a sedere.”, disse sarcastica. Chiamò un cameriere e si fece portare un secondo bicchiere. Versò lo champagne e lo porse a Heather. “Se sei in cerca di soldi, scordateli!”, disse in maniera brusca, mentre la giovane beveva. La fissò con attenzione. “Sei soltanto una ragazzetta sfacciata e presuntuosa. Non fai per me.”
“Pazienza.”, replicò Heather, alzandosi.
La tecnica dell’abbandono, che aveva appreso da Patricia.
Funzionò. “Torna a sederti.”, disse Helen in tono di comando.
“Non prendo ordini da te!”, ribatté Heather. “E poi sono soltanto una ragazzetta sfacciata e presuntuosa. E non ti piaccio.”
Helen esitò. In realtà, si sentiva attratta da quella giovane spavalda e impertinente. Meditava vagamente che le sarebbe piaciuto fare l’amore con lei. “Per favore.”, disse. “Siediti. Ti chiedo scusa.”
Heather tornò a sedersi. Come molte persone abituate a dominare, a Helen Parker solleticava l’idea di essere dominata. E Heather lo aveva capito. Questo confermava che, in linea di massima, a letto amava essere posseduta e non viceversa. Heather scolò la sua coppa di champagne, riempì nuovamente il bicchiere e disse: “Stasera ho altri impegni. Ma, se vuoi, potremmo rivederci qui domani alla stessa ora.” Finì di bere, si alzò di nuovo e uscì dal locale, lasciando Helen frastornata. Era abituata a ottenere quello che voleva e la “ragazzetta” l’aveva snobbata. Fu colta dall’ira.
E dal desiderio.
La sera successiva, Heather arrivò con cinquanta minuti di ritardo. Non si stupì minimamente di vedere Helen Parker seduta allo stesso tavolo con la rituale bottiglia di champagne e due bicchieri, uno dei quali vuoto. Aveva lo sguardo freddo, ma Heather notò in lei ansia e frustrazione. Non si sognò nemmeno di scusarsi per il ritardo. Indossava una mini mozzafiato che fece girare molte teste. Si accomodò, indicò la bottiglia e attese che l’altra la servisse. “A casa tua?”, poi domandò.
Helen l’avrebbe schiaffeggiata. Ma voleva quel corpo.
Un’ora più tardi, stava godendo, era rossa in faccia e ansimava.
Sul comodino c’era un piccolo specchio dove erano disposte quattro grosse strisce di polverina bianca. Al terzo orgasmo, Helen Parker implorò una pausa. Prese lo specchietto, una banconota che arrotolò e… commise il più grave errore della sua vita.
Heather portava orecchini molto vistosi e sufficientemente grandi per contenere una micro macchina fotografica, ultimo modello Advanced Photo System.
Si ritrovarono al “loro” bar la sera dopo.
“Devo informare la polizia?”, chiese candidamente Heather, esibendo le foto di una bella donna nuda che sniffava avidamente cocaina.

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IL LATO OSCURO: MEG

Il lato oscuro - MegMeg era nata a Boston, dove aveva compiuto studi regolari e trascorso un’infanzia felice. Le cose erano cambiate dopo la morte di suo padre, cui era seguito un matrimonio che lei aveva giudicato intempestivo, poiché erano passati solamente sei mesi dal funerale. Ciò l’aveva indotta a sospettare che mamma tradisse il marito quando egli era ancora in vita. Ma vi era di peggio.
Una notte il patrigno era entrato nella sua camera, allungando avide mani e tentando di baciarla. Meg aveva denunciato il fatto a sua madre, la quale non le aveva creduto. Spesso le ragazze si inventavano le storie più assurde per attirare l’attenzione su di sé, per una forma di perfidia oppure a causa di un’immotivata antipatia.
Il giorno dopo, Meg aveva fatto le valigie e si era trasferita a Los Angeles con la sua piccola parte di eredità. Aveva trovato un lavoro come cameriera che svolgeva con impegno ma scarso entusiasmo. Un mese più tardi, conobbe Catherine. Le due simpatizzarono, e Meg si confidò con lei. Non aveva grandi pretese, cinema, giornalismo, televisione e, dato che non aveva frequentato l’università, non poteva ambire a posti di rilievo. Amava l’avventura e aveva praticato le arti marziali. Catherine era stata schietta: se avesse lavorato con lei, non sarebbe diventata certo ricca. In compenso, l’avventura non sarebbe mancata: questo era garantito.
In una mattina illuminata dal sole, Catherine fece scorrere lo sguardo su Heather, poi su Patricia e infine su Meg. “Oggi tocca a te.”, disse, porgendole un breve rapporto che aveva steso la sera precedente.
Meg annuì e scorse rapidamente quelle poche righe.
Un certo Wang, che possedeva una modesta lavanderia, era stato preso di mira da alcuni teppisti. Non appartenevano al racket organizzato e si occupavano soltanto dei piccoli commercianti, in modo da non irritare organizzazioni di criminali ben più potenti. Da buon cittadino, ligio alle leggi, Wang aveva sporto una denuncia, che nel giro di una settimana era stata archiviata. Che mi importa?, aveva pensato il poliziotto che avrebbe dovuto occuparsi del caso. Non provava la minima simpatia per i musi gialli, cinesi, giapponesi o vietnamiti che fossero. Non era forse vero che tanti bravi ragazzi americani erano morti a causa loro?
Visto che non succedeva niente, i teppisti avevano fatto una seconda incursione nella lavanderia di Wang, picchiandolo e svuotando la cassa. Wang non era uno stupido e aveva capito che la legge non è uguale per tutti. Si era interrogato sul da farsi. E aveva letto un annuncio sul giornale che aveva catturato la sua attenzione. Ciò che lo aveva colpito erano state due brevi frasi: prezzi modici e compenso a lavoro eseguito. Wang sapeva che normalmente venivano richiesti sostanziosi anticipi, e lui non disponeva di molto denaro, specie dopo la seconda visita di quei mascalzoni. Rifletté a lungo. Poi prese il telefono e digitò un numero.
“Il mio compito esattamente in cosa consiste?”, domandò Meg.
Catherine le sorrise. “Vacci piano.”, rispose con un filo di ironia nella voce. Non ignorava che fra loro quattro, Meg era la “dura”. Riprese il fascicolo, lo ripose in un cassetto della scrivania, quindi aggiunse: “Sono tre piccoli bastardi. Gli basterà una lezione.”
“Buona fortuna!”, disse Patricia.
“In bocca al lupo!”, disse Heather.
Meg si appostò nei pressi della lavanderia. Beveva un caffè in un bar all’aperto situato di fronte all’esercizio di Wang, fingeva di leggere una rivista, passeggiava scrutando con aria indifferente le dimesse vetrine di quella strada dove vivevano perlopiù famiglie povere, si dissetava sorseggiando acqua minerale direttamente dalla bottiglia; ma in realtà non le sfuggiva nulla di quanto avveniva dentro o fuori dalla lavanderia.
Furono giorni alquanto noiosi. Ogni sera, prima di rincasare, presentava il suo rapporto a Catherine: niente di nuovo. Forse avevano smesso di tormentare il cinese, forse ora agivano in un altro quartiere.
Catherine scosse la testa. “Torneranno.”, affermò in tono deciso. “E’ una preda troppo facile. Magari lo stanno sorvegliando, in attesa di una giornata che veda entrare più clienti del solito, perciò con un incasso maggiore.”
E Meg continuò a vigilare.
Poi accadde.
Poco prima dell’orario di chiusura, dopo un pomeriggio che effettivamente era stato più movimentato del consueto, i tre balordi fecero irruzione armati di spranghe di ferro. In quel momento, nei paraggi non c’era anima viva; in ogni caso, nessuno si sarebbe sognato di intervenire.
Meg attese per qualche secondo, osservando attraverso la vetrina lo spaventatissimo Wang che apriva la cassa e consegnava il suo guadagno di quel giorno. Uno dei tre arraffò il denaro, un altro spintonò il cinese e lo colpì alle gambe con la spranga. Il capo controllava la porta. Fu lui che vide per primo una giovane attraente, in calzoncini corti, che entrò esibendo un’espressione timida. “Fuori!”, le intimò, mentre lei si toglieva gli occhiali scuri che l’avevano protetta dal riverbero del sole al tramonto.
Ma quelle gambe lo eccitavano e prese in considerazione l’idea di finire la giornata in bellezza. L’avrebbero costretta a salire in macchina, si sarebbero diretti in un luogo appartato e le avrebbero fatto conoscere le delizie del sesso. Lui – decise – l’avrebbe sodomizzata.
Fu il suo ultimo pensiero. Meg gli sferrò un calcio in pieno stomaco, evitò una sprangata e con una ginocchiata all’inguine mise fuori combattimento il secondo. Il terzo fu raggiunto da un micidiale destro alla mascella, subito doppiato da un sinistro. Era il più robusto dei tre e cercò di reagire, ma purtroppo per lui non aveva mai sentito parlare di una tecnica denominata ashi-waza. Finì al tappeto.
Con calma, Meg tirò fuori il cellulare e chiamò Catherine.
“Avvisa la polizia.”, le disse.
“Troveranno tre imbecilli legati come salami.”
Dopodiché gli legò mani e piedi.
Quindi si occupò del signor Wang. “Si sente bene? Comunque, stia tranquillo. Non verranno mai più.”

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IL LATO OSCURO

Il lato oscuroSe John Milton avesse potuto leggere nel proprio futuro, certamente avrebbe compiuto scelte differenti; ma, sebbene alcuni dichiarino il contrario, tale facoltà non appartiene agli esseri umani.
Nato a Los Angeles, cresciuto nei bassifondi, Milton era riuscito a evitare di essere arruolato nell’esercito, grazie a una rete di conoscenze basate sul ricatto o su promesse di denaro, rete che includeva un discreto numero di politici, che lui aveva corrotto e plagiato, spacciando vari tipi di droga, registrando le loro comunicazioni e, mediante alcuni complici assoldati nell’ambiente della malavita, fotografando e filmando i momenti in cui avvenivano gli scambi.
Più tardi estese il suo potere, eliminò i delinquenti che lavoravano alle sue dipendenze, e si dedicò principalmente a due attività, entrambe assai redditizie. Ancora droga e prostituzione di alto livello. Aveva creato una fantomatica casa cinematografica, il cui scopo non era quello di produrre film bensì di attirare ragazze che avessero in comune due caratteristiche: dovevano essere belle, o almeno attraenti, e tanto sprovvedute da vedersi nei panni di Cameron Diaz oppure in quelli di Gwyneth Paltrow.
Funzionò. E il suo impero si ingrandì, mentre egli diventava milionario. A quarantadue anni era già ricchissimo; ciò nonostante, se doveva regolare un conto, punire un cliente in arretrato con i pagamenti o lanciare un ammonimento alle giovani che avevano manifestato l’intenzione di lasciarlo, dato che avevano compreso che non avrebbero mai girato un film, se ne occupava personalmente.
Aveva nuovi dipendenti, alcuni dei quali ignari della sua vera attività (si occupavano degli affari leciti), altri invece al corrente degli atti criminosi che venivano commessi; ma Milton amava uccidere e amava sfregiare le donne. E soprattutto amava farlo da solo.
In quanto alle bande rivali, da loro era temuto, a causa delle alte protezioni di cui godeva. Aveva complici nella polizia, nell’FBI, nei governanti e, tramite un micidiale computer che aveva affidato a un genio dell’informatica, come lui privo di scrupoli, passava importanti informazioni alla CIA. Ciò lo rendeva invulnerabile.
Il passo successivo fu quello di entrare in un nuovo settore: vendeva armi. A chiunque. Terroristi, fondamentalisti islamici, serbi, croati, membri di stravaganti organizzazioni americane, i quali, benché nutrissero progetti farneticanti, spesso godevano dell’appoggio di Langley.
A quarantotto anni era diventato il re assoluto di Los Angeles, la sua ricchezza, accuratamente diversificata (conti nelle banche più sicure del mondo, fondi di investimento, partecipazioni societarie nei più disparati settori) si era quadruplicata.
Ma quello che amava di più era sempre uccidere o straziare le ingenue ragazze che inizialmente gli avevano creduto. L’emozione, la gioia, l’eccitazione che provava ammazzando a mani nude un uomo o rovinando per sempre il viso di una donna, superavano di gran lunga il piacere di possedere una villa immensa, circondata da un grande parco e protetta da alti muri di recinzione, nonché da guardie armate e da sofisticati sistemi di sicurezza, in funzione ventiquattro ore su ventiquattro. Era provvista di ogni confort: una piscina che sembrava un piccolo lago, ampi saloni le cui pareti erano adornate da quadri preziosi, una camera da letto vasta quasi come una piazza d’armi. Oltre ai possedimenti all’estero. E al flusso di denaro che continuava a crescere.
Alto un metro e ottantacinque per novanta chili di muscoli, esperto nelle arti marziali, in superba condizione fisica – non beveva alcolici, non fumava, non si era mai drogato -, amava ancora regolare i suoi conti di persona. Dopodiché altri avrebbero provveduto a cancellare ogni traccia. Disponeva sempre di alibi in apparenza inattaccabili. Se esistevano – come esistevano – sospetti, gli investigatori più zelanti venivano trasferiti in tempi brevi o destinati ad altri incarichi.
Il suo errore si chiamò Laura.
Fu probabilmente il primo che commise, e anche l’ultimo.
Una sera, Laura gli chiese un colloquio.
Milton la ricevette in un salottino privato, debitamente insonorizzato, ascoltò con un sorriso benevolo la sua intenzione di abbandonare il lavoro di escort, annuì varie volte con indulgenza.
Sollevata, la giovane donna lo ringraziò e si alzò per uscire. Uscire da una vita infame, dimenticare le umiliazioni, dare un nuovo senso a un’esistenza bruciata. Forse, pensava, era ancora possibile, se fosse andata lontano, a New York o magari in Messico. E, in effetti, sarebbe stato possibile.
John Milton la accompagnò alla porta e le strinse la mano, mentre il suo sorriso si faceva più caloroso. Poi le sferrò un pugno in pieno volto.
Quando la ragazza rinvenne, era strettamente legata a un letto, in preda a un terrore e a un dolore insostenibili. Milton troneggiava su di lei.
Le porse uno specchio e l’urlo disperato della donna gli procurò una potente erezione. Sarebbe morta più tardi: prima doveva soffrire in maniera indicibile. E lui l’avrebbe guardata impazzire.
Per una ragione che forse nemmeno lei avrebbe saputo spiegarsi, il giorno precedente Laura aveva scritto una lettera. E l’aveva spedita a Catherine, che in un passato ormai lontano era stata la sua migliore amica.
Catherine lesse la missiva, attanagliata dall’ansia. Laura le descriveva con dovizia di particolari ciò che era stata costretta a fare ed esprimeva la speranza di poterne venire fuori. Le aveva fissato un appuntamento, in un bar che entrambe conoscevano.
Catherine si recò nel locale all’ora convenuta. Sapeva già che l’amica non sarebbe arrivata. Dirigeva una piccola agenzia investigativa e sapeva molto bene chi era John Milton. In cuor suo, biasimò Laura; però non pianse. Tornò in ufficio e convocò le sue tre collaboratrici: Heather, Patricia e Meg. Espose i fatti, consegnò loro la lettera, affinché la leggessero, ed espresse la sua precisa convinzione: Laura era morta, ed era morta male, posto che si possa morir bene.
Quindi, espose il suo piano.
Mediante un conoscente che apparteneva alla malavita, fu fissato un incontro. Catherine gli affidò un plico che conteneva quattro foto.
John Milton si presentò puntuale. Le fotografie gli erano piaciute e quelle quattro stupide andavano bene. Le invitò nel suo ufficio per discutere i dettagli. Uscirono dal ristorante, ubicato in una zona isolata e scarsamente illuminata, dove avevano consumato una buona cena, e, accompagnati da due guardie del corpo, si avviarono verso la lussuosa limousine di Milton.
Catherine non ignorava che i due gorilla erano muniti di giubbotti antiproiettili, perciò gli sparò alla testa. La pistola era dotata di silenziatore.
Quello che, invece, Milton ignorava era che Catherine, Heather, Patricia e Meg non erano precisamente delle donne normali. Talvolta, il destino è beffardo. Scrittori fantasiosi accennano spesso ai presentimenti, ma Milton era troppo sicuro di sé per cogliere un eventuale campanello d’allarme.
Fu tramortito da un violento colpo al cranio, sferrato con uno sfollagente da Patricia e trascinato in una piccola macchina. Venne rinchiuso nel baule. Il tragitto fu breve.
Quando Milton riprese i sensi, perse il controllo e cominciò a urlare.
Catherine lo evirò, fissandolo negli occhi, mentre le altre tre lo immobilizzavano.
Di lui non si seppe più nulla.
La sera dopo, mentre Catherine rimuginava cupamente sulla sorte di Laura, le sue colleghe festeggiarono ubriacandosi.
Era stato divertente!
“A quando la prossima?”, domandò Meg.

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