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Archive for the ‘il fattore b’ Category

IL FATTORE B 6

Alexsandr Alexsandrovic StavroginA quell’ora Josè Lopez aveva già smesso di soffrire da tempo e dormiva il sonno eterno disteso sotto alla carcassa di una vecchia automobile arrugginita.
Al piano più alto di quella che fino a pochi mesi prima era stata una carrozzeria probabilmente abusiva Aleksandr Stavrogin riposava tranquillamente in una piccola stanza adiacente al locale che aveva funto da ufficio. La sporcizia regnava ovunque, ma per qualche strano motivo le lenzuola del letto  erano ancora pulite (forse un vagabondo, cui non dispiaceva dedicarsi al bucato, vi aveva soggiornato per qualche tempo) e, sebbene mancasse la corrente elettrica e ogni altra forma di energia, più tardi avrebbe potuto fare una doccia gelida in un bagno ricavato accanto alla camera. L’acqua infatti non mancava. Non c’era niente da mangiare, né la possibilità di cucinare. Il capitano aveva consumato una cena a base di carne in scatola.
Stavrogin aveva individuto quel luogo sperduto durante la ricognizione in  elicottero del giorno prima.
Esistono due strade che congiungono Erba a Canzo, e quindi a Asso. La più pittoresca risale una collina per poi costeggiare il lago del Segrino, richiamo abituale per gli appassionati di jogging che alla domenica percorrono il sentiero che costeggia entrambi i lati di  quel tranquillo specchio d’acqua. La più rapida passa accanto a Ponte Lambro, dove si erge  una serie di edifici fatiscenti con tutte le finestre rotte, abbandonati da anni – una vecchia fabbrica ormai in disuso che agli amanti di Tolkien potrebbe ricordare la terra di  Mordor, ma che agli occhi di un russo non appare minimamente strana.
Percorrendo una strada sterrata a fondo cieco si giunge a un polveroso piazzale sul quale si affaccia la vecchia carrozzeria abusiva. Il proprietario se n’era andato per intraprendere un’attività più redditizia: girava l’Europa per riparare i danni causati dalla grandine. Essendo un esperto, aveva molti clienti.
Stavrogin non era un sadico, ma avendo effettuato un addestramento spetnaz sapeva come procurare dolore. E Josè Lopez non era uno stupido: dopo due ore aveva parlato, spiegando nei dettagli in cosa consisteva la sua missione. Era esattamente ciò che il capitano del SVR aveva appreso da Putin. Quello che Lopez non immaginava era che dopo la sua confessione il russo gli avrebbe sparato con una pistola automatica  munita  di proiettili intrisi di cianuro.
Era convinto che la questione si fosse chiusa lì. Ambedue erano professionisti e di norma agivano soltanto in seguito a motivi pratici.

Stavrogin era uscito per primo dal bar Crème. L’automobile di Lopez era parcheggiata vicino a uno dei pochi bagni pubblici della Brianza. Lo spagnolo si era fermato nel locale una decina di minuti in più. Quando uscì a sua volta, non si diresse verso la Lancia, bensì attraversò la piazza della chiesa, in direzione opposta al posteggio, per entrare in un bar, che al contrario del Crème, vendeva anche tabacchi. Acquistò un pacchetto di sigarette e riattraversò la pittoresca piazzetta. Intanto, rifletteva. Il suo piano, almeno nelle linee iniziali, era semplice. Avrebbe preso l’autostrada al casello di Grandate, sarebbe andato in Svizzera e da qui in Germania. Con calma avrebbe esplorato i luoghi più adatti all’attentato, e soprattutto le vie di fuga. Nessun complice. Amava lavorare da solo e non intendeva spartire il proprio denaro.
L’arma l’avrebbe comprata a Berlino. Sapeva a chi rivolgersi: il più grande trafficante d’Europa. Da lui si poteva trovare di tutto, era un tipo che teneva la bocca chiusa e badava ai suoi affari. In seguito, avrebbe letto i giornali e visto la televisione; ma la cosa lo avrebbe lasciato indifferente.
Lopez indugiò davanti a una farmacia, quindi rientrò nel bar Crème e ordinò un altro caffè. Per l’ennesima volta si domandò qual era la ragione per cui un probabile agente segreto dell’ex KGB si interessasse a lui e al compito che il miliardario italiano gli aveva affidato. A quanto gli risultava, Putin e Berlini erano amici di vecchia data. Con grande stupore degli altri statisti europei, Berlini avevava addirittura approvato l’invasione della Cecenia. Ciò nonostante, Lopez escludeva che l’uomo del SVR si trovasse lì per aiutarlo o per guardargli le spalle, altrimenti l’italiano glielo avrebbe detto.
Pagò la consumazione e uscì nuovamente dal locale.
Si guardò attorno e notò il bagno pubblico.
Il russo era lì, pensò. Si avviò lentamente, impugnando lo stiletto, pronto a estrarlo e a colpire in maniera fulminea. Percepiva delle sensazioni negative, ma quella non era la prima volta, né sarebbe stata l’ultima; ciò che contava era che lui era il migliore: chiunque si fosse trovato di fronte, come sempre non avrebbe avuto scampo.
L’uomo era nascosto nel bagno e, anche se com’era probabile, fosse stato armato, sarebbe morto in quella fetida latrina, poiché lo avrebbe colto di sorpresa. Non sarebbe entrato dalla porta, che era aperta, bensì dalla finestra sul retro. Gli sarebbe stato sufficiente un attimo.
Camminando, teneva lo sguardo fisso davanti a sé.
Fu un grave errore.
Fece pochi passi, poi, quando passò davanti alla Bmw, avvertì un lieve dolore alla schiena.
Un istante dopo perse i sensi.
Stavrogin scese dall’auto, dove era rimasto accovacciato, lo caricò nel bagagliaio e partì, diretto a Ponte Lambro.
Nessuno si era accorto di nulla.

Maruska Filippovna Baraskova era figlia di un ingegnere che aveva lavorato per la prima direzione centrale del KGB. Ciò le aveva permesso di frequentare una buona scuola, nella quale era sempre risultata la prima della classe, primeggiando anche in tutti gli sport. In modo particolare, conosceva alla perfezione il tedesco.
Un giorno, fu avvicinata da un uomo dal volto lugubre che le propose di entrare a far parte del SVR. L’alternativa non era la miseria, ma certo non tutti i privilegi di cui avrebbe goduto se avesse accettato.
Dopo sei mesi di addestramento, diciotto candidate su venti vennero escluse dai corsi. L’SVR le trattò bene. Diventarono impiegate, interpreti, responsabili delle pulizie, e la paga era molto buona, se rapportata ad altri impieghi.
Rimasero in due: Maruska e Tatiana.
Tatiana era veramente in gamba, e parlava correntemente l’afrikaans, però fu mandata troppo frettolosamente in Sud Africa. La individuarono e la eliminarono. Ebbe la sfortuna di imbattersi in un gruppo di mercenari bianchi.
Maruska operò in Germania, rendendosi assai utile e crescendo nella stima dell’uomo lugubre, il quale alla fine la presentò al generale Boris Nikolaevic Vatutin, direttore delle Operazioni del SVR.
Come suo padre, Maruska era una fervente comunista e detestava il capitalismo e la nuova mafia russa. Ai tempi del comunismo, ciascuno disponeva di una casa, benché modesta, di un’occupazione, di uno stipendio, di abiti caldi e di cibo. Ora non più.
Vatutin capì subito che si trovava di fronte a un elemento speciale. Se qualcuno aveva una possibilità di fermare Stavrogin, impedendogli di portare a termine il suo piano criminoso, quella era lei.
Mentre il capitano del SVR abbandonava il suo rifugio, e con esso il cadavere di Josè Lopez, Maruska scese dal treno alla stazione nord di Como.

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IL FATTORE B 5

Alexsandr Alexsandrovic StavroginIn una democrazia occidentale uccidere un uomo politico non è un’impresa impossibile, anche se il soggetto in questione è un autentico pezzo grosso, apparentemente invulnerabile. Un esempio su tutti è rappresentato dall’assassinio di John F. Kennedy. Anzi, tutto sommato, è un’azione relativamente semplice.
Ma a una condizione. Che il sicario sia disposto a intraprendere una missione suicida. In caso contrario, le cose sono molto più complicate. Gli uomini dell’OAS erano molto in gamba – rappresentavano l’elite dell’esercito francese – eppure, malgrado vari tentativi, non riuscirono a eliminare Charles De Gaulle. E la ragione è semplice: nessuno di loro era pronto all’estremo sacrificio; perciò tentarono, ma fallirono.
Josè Lopez intendeva trascorrere il resto della sua vita in qualche sperduta isola dell’Atlantico meridionale, godersi i due milioni di dollari oltre a quello che aveva già guadagnato in precedenza, e che non era poco, e concedersi tutte le donne che voleva. Di conseguenza, escludeva a priori l’idea di comportarsi da kamikaze. D’altro canto, non agiva per motivi ideologici, bensì per denaro e per il sottile piacere di eliminare un essere umano. E un domani, magari, avrebbe creato una propria organizzazione.
Pertanto, la situazione era complessa. Complessa, meditò mentre addentava un sandwich, ma non irrealizzabile.
Il piano andava studiato accuratamente: non l’attentato in sé, quanto la via di fuga. Conosceva bene la Germania, dove aveva già lavorato con successo, e questo era un primo punto a favore. Sapeva cambiare aspetto nel giro di qualche secondo, ed era un secondo vantaggio. Il terzo asso nella manica sarebbe stata l’azione diversiva: una bomba in una scuola, in una metropolitana, in una piazza affollata. Ciò avrebbe creato panico e confusione, e gli avrebbe permesso di scappare, subito dopo l’attentato. Naturalmente avrebbe sparato da lontano, utilizzando la migliore arma presente sul mercato mondiale. Però non era ancora sufficiente. Non si sarebbe potuto concedere il benché minimo errore; la pianificazione doveva essere di precisione… teutonica. Sorrise fra sé per l’ironia di quell’esempio.
Poi alzò gli occhi dal piatto per ordinare ancora caffè e notò l’uomo seduto all’altro lato del locale.
Ciò che vide non gli piacque.
Si guardò attorno. In apparenza, lo sconosciuto non era diverso dagli altri avventori. Due signore anziane intente a sorseggiare con garbo un tè. Una ragazza che indossava pantaloncini da ciclista di lycra nera accompagnata da un giovane dall’aspetto vigoroso, anch’egli in tenuta sportiva. Un uomo d’affari che trafficava con un portatile. Altre tre o quattro persone. Tutte comuni.
Ma l’individuo che aveva attirato l’attenzione di Lopez non era “comune”.
Josè non avrebbe vissuto tanto a lungo, considerata l’attività cui si dedicava, se non avesse posseduto quello che molti chiamano “il sesto senso”.
E ora sentiva come un campanello d’allarme. Forse si stava sbagliando.
Ma ne dubitava.
Ognuno dei presenti gli aveva lanciato almeno un’occhiata. Distratta, da parte delle signore anziane; interessata, quella della ragazza atletica; infastidita, quella del suo accompagnatore; più o meno lunghe, quelle degli altri.
L’uomo non lo aveva mai guardato.
Tuttavia, Lopez era sicuro che in qualche modo lo aveva scrutato. E poi, le spalle larghe, lo sguardo freddo, il portamento militaresco.
Perché si trovava lì?
Cosa voleva da lui?
A un osservatore distratto o scarsamente abituato a viaggiare, un particolare sarebbe passato inosservato.
Non a Lopez.
Di sicuro, pensò, non era italiano, e neppure un occidentale. Sebbene non bevesse nella loro maniera tipica, con il mignolo alzato tenendo la tazzina del cappuccino fra pollice e indice, portava il colletto della camicia fuori dalla giacca.
Era un russo.
Se – come aveva motivo di presumere – apparteneva a quella che un tempo era stata la prima direzione centrale del KGB, non poteva non conoscere certe regole.
Semplicemente, aveva deciso di ignorarle.
Questo lo sconcertò.
Lopez non era abituato a trascurare le coincidenze.

Mentre l’assassino rifletteva, Silvio Berlini accolse con un sorriso Massimo D’Arco e lo accompagnò nel suo studio, invitandolo ad accomodarsi.
D’Arco era uno dei leader più importanti della sinistra, cioè lo schieramento che si opponeva a Berlini; ma, in seguito a vari intrighi interni e soprattutto a causa del suo carattere, non ne era più il capo indiscusso. Questo, però, non gli impediva di condizionare la politica del partito. Come ai tempi del medioevo, egli in pratica era “un grande elettore”: se non poteva assurgere al potere assoluto, poteva però favorire una carriera oppure distruggerla.
“Mio caro amico e squisito rivale”, disse Berlini, quando si furono seduti, “mi auguro che tu stia bene.”
D’Arco annuì con aria pensierosa. In parlamento si davano del “lei” e si combattevano, ma nel corso degli anni fra loro si era sviluppata una profonda simpatia. In diverse occasioni D’Arco aveva lodato le attività industriali di Berlini e pubblicava i suoi libri presso la casa editrice dell’imprenditore.
“Sono preoccupato per te.”, dichiarò dopo aver deposto la tazzina del caffè sul tavolino posto accanto alla poltrona. Erano stati serviti da una graziosa cameriera, vestita in modo alquanto succinto. “Le vicende giudiziarie…”
Berlini scrollò le spalle. “Non mi interessano.”, replicò. “Non mi interessano più. Ciò che sto per fare mi permetterà di passare alla storia, alla faccia delle toghe rosse.”
D’Arco inarcò un sopracciglio, perplesso. Giravano strane voci sulla salute mentale dell’ex premier. “Ci sono accuse gravi.”, osservò a disagio.
“Consentimi, Massimo.”, lo interruppe Berlini. “Hitler andava fermato, e così fu fatto. Ora, la Germania crede di aver già vinto la terza guerra mondiale, ma anche Hitler pensava di aver trionfato, quando prese la Francia e arrivò alle porte di Mosca. E adesso la situazione è simile, sebbene si combatta senza armi. Io… io sono il generale Patton di questo secolo! Io ridarò equilibrio e giustizia all’Europa. Poi che i magistrati facciano ciò che vogliono… se ci riusciranno, naturalmente. Il che non è detto.”
Massimo D’Arco lo fissò. “Stai preparando una solida strategia, però il governo… e quello di Firenze…” In realtà, il paragone con Patton lo aveva allibito.
Berlini tagliò corto. “Né l’attuale governo, né il bamboccio di Firenze potranno fermarmi.”
A D’Arco non sfuggì la luce messianica, da profeta dell’Antico Testamento, che ardeva nello sguardo del suo interlocutore. Neppure in televisione, era mai apparso così. Se rimase sconcertato, da consumato politico, non lo diede a vedere.
In quanto a Berlini, valutava freddamente le probabili conseguenze.
Quasi sicuramente, Lopez, dopo aver portato a termine il suo compito, sarebbe stato catturato. Avrebbe parlato, svelando il nome del mandante? Era pressoché certo. E quindi? Berlini sarebbe stato applaudito da Atene a Londra, attraverso tutto il continente. Ed era esattamente quello che voleva.
Si rivolse a Massimo D’Arco sorridendo.
“Ti fermi a cena, stasera? Risotto giallo, cotoletta alla milanese e torta dello chef. Il dolce è da non perdere!”

In Italia era quasi l’alba, ma a Langley mezzanotte era passata da poco.
Martin Yarbes trasse un profondo respiro. Sua moglie Monica non apparteneva più alla CIA e ciò che lui stava per fare contravveniva a ogni regola.
D’altronde, Monica era una donna provvista di un’intelligenza e di una perspicacia fuori del comune, l’unica persona con la quale desiderava confidarsi.
Si versò un goccio di bourbon e le rivolse uno sguardo ammirato. Ai suoi occhi, era ancora bellissima.
Monica intuì che qualcosa lo angustiava. Ormai conosceva bene il marito. “Se vuoi aprirti con me, caro, io sono qui.”, disse prendendogli il bicchiere dalle mani e bevendo un sorso di Jack Daniel’s. Yarbes se ne versò un altro.
“Già.”, affermò pensieroso. “E’ successa una cosa molto strana. Ho riflettuto a lungo, senza venirne a capo.” Esitò per un istante. “Sono stato a Mosca e ho conferito con Vadimir Putin.”, aggiunse subito. In fretta, prima di cambiare idea.
“Ebbene?”
Yarbes le spiegò il motivo della visita, quanto si erano detti e l’accordo finale che avevano stipulato. Dollari, macchinari fra i più sofisticati, assistenza tecnica. In cambio, la vita di un uomo. Per il bene dell’Europa.
Monica Squire con il passare degli anni stava assumendo posizioni sempre più liberal. Storse il naso, però evitò commenti.
“Il viaggio era stato programmato e preparato con tutte le cure del caso.”, proseguì Yarbes. “Chiaramente l’argomento era top-secret, ma chi di dovere “sapeva” che non dovevano fermarmi, interrogarmi né tanto meno perquisire i miei bagagli. E, invece, ciò è accaduto. Sono stati molto gentili, certo, comunque hanno trovato – e credo fotografato – documenti che erano riservati al solo Putin.”
“Strano, davvero!”, commentò incredula Monica.
“L’ordine è partito dall’altro.”, continuò Yarbes. “Ma di sicuro non dal presidente. Io penso che un dirigente abbia deciso di sabotare la missione che Putin ha affidato a un capitano del’SVR. E sto cercando di capire perché. Soprattutto devo scoprire chi è quest’uomo, e in che modo intende far naufragare il nostro piano. Abbiamo una talpa a Mosca, di grado elevato. Attendo notizie. Però, sono preoccupato. Se il capitano dovesse fallire, sarebbe il caos. Noi dobbiamo impedire che si verifichi una simile, terribile, eventualità. Ma per riuscirci mi occorrono al più presto informazioni.”
Preferì non accennare al fatto che “il capitano” in questione era il figlio di Matrioska. Sapeva quello che era successo nel cottage vicino al lago, sua moglie non gli aveva nascosto nulla. Anche se poi era stata proprio lei a uccidere la mitica spia russa. Ciò nonostante, Martin sospettava che l’agente del KGB dallo sguardo di ghiaccio fosse stato il vero, unico, amore della sua donna.
“Avvisa Putin.”, disse Monica.
Yarbes scosse la testa. “E’ un uomo imprevedibile. Sarebbe capace di mandare tutto a monte, in attesa di scovare il traditore. E’ questione di giorni, Monica. Forse di ore.”

Quaranta minuti più tardi Maruska Filippovna Baraskova atterrò all’aeroporto della Malpensa con un volo dell’Aeroflot e sbrigò ogni formalità alla dogana senza problemi.

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IL FATTORE B 4

Alexsandr Alexsandrovic StavroginSilvio Berlini aveva già incontrato quattro uomini, e li aveva scartati tutti e quattro.
Durante quelle conversazioni si era mantenuto sul vago, ma gli era stato sufficiente esaminarli, ascoltare le loro risposte, valutare come si muovevano e come lo guardavano per giungere alla conclusione che, ciascuno per un motivo diverso, non andavano bene. Benché i loro curriculum, in apparenza, fossero ottimi, in essi c’era qualcosa che non lo soddisfava. Nonostante fosse alle prese con alcuni fastidiosi problemi giudiziari, che avrebbero potuto distrarlo offuscando la sua capacità di giudizio, fidava molto nel suo istinto.
Li aveva comunque pagati per il disturbo, raccomandandogli di tenere la bocca chiusa, sebbene non sapessero nulla di ciò che lui avrebbe voluto da loro. Per prudenza, li aveva destinati a piccoli incarichi, in modo che non provassero qualche risentimento. Due avevano accettato, due no.
Quel sabato mattina – il nove marzo – atterrò con l’elicottero alle dodici precise. Si cambiò, andò nel suo studio e venti minuti più tardi ricevette il quinto uomo. L’agenzia che li procurava, un’organizzazione piccola ma molto efficiente, si faceva pagare cifre consistenti, però garantiva riservatezza assoluta, i migliori elementi sul mercato – su questo Berlini cominciava a nutrire qualche dubbio – e la tipica solerzia britannica. L’uomo che la dirigeva era un ex membro del SAS.
Il quinto candidato si chiamava Josè Lopez.
Era nato in un paesino a sud di Madrid. Fin da piccolo aveva dimostrato una grande capacità di apprendimento: in particolare per le lingue. Poiché era di famiglia benestante, aveva potuto compiere studi regolari in una scuola privata esclusiva. In seguito, si era laureato. Conosceva alla perfezione l’italiano, il francese, l’inglese e il tedesco. Come un madrelingua, riportava il dossier che lo riguardava.
Suo padre possedeva un’azienda agricola. José non era minimamente interessato a trascorrere la vita in mezzo ai campi. Né intendeva dedicarsi all’insegnamento, al turismo o a cose simili. Aveva altre idee.
Per un po’ girovagò, scegliendo località calde e piacevoli: Ibiza, Alicante, la Costa Azzurra, Amalfi, Cipro; presto, però, si stancò, malgrado avesse sedotto un discreto numero di donne attraenti.
Tramite un contatto, non conosciuto casualmente, ma dopo un’assidua ricerca protrattasi per diciotto mesi, ottenne il primo incarico sulla soglia dei trent’anni. Lo portò a termine senza problemi. Seguì il soggetto per tre settimane, studiandone abitudini, vizi e frequentazioni. L’uomo amava i film porno.
Una sera, Josè Lopez era entrato nello stesso cinema, si era seduto dietro di lui e, mentre la prosperosa protagonista fingeva alquanto maldestramente un orgasmo (se fosse stata una brava attrice, sarebbe apparsa in un diverso genere di film), lo aveva strangolato con un filo di nylon. Aveva aspettato che l’orgasmo finisse, quindi era uscito dal locale. Sei mesi più tardi, si era dedicato a una moglie infedele, e l’anno successivo a un magnate dell’industria.
Non falliva mai.
E non esisteva alcuna traccia in nessuna polizia europea che potesse riguardarlo. Il motivo per cui Lopez era considerato fra i primi tre killer del vecchio continente non era legato al denaro, che pure gli piaceva, bensì al fatto che amava il suo lavoro. Inoltre, era freddo, cauto, intelligente e astuto.
A Berlini bastarono pochi minuti per capire che quello spagnolo dallo sguardo gelido era esattamente l’uomo che faceva per lui, l’uomo che non lo avrebbe deluso.
Gli parlò con franchezza, poi attese una reazione. Sapeva che le probabilità di un rifiuto erano molto alte, data la complessità della missione e i pericoli che essa comportava.
Lopez non batté ciglio. Non manifestò stupore. Non fece domande. “Due milioni.”, disse in tono calmo. “Uno subito. L’altro, a eliminazione avvenuta.”
Silvio Berlini annuì. “D’accordo. Due milioni di euro.”
L’altro scosse la testa. “Dollari”.

Stavrogin si alzò alle sei, fece la doccia, consumò una colazione a base di spremuta d’arancia, tè e uova con le salsicce, dopodiché salì sulla Bmw e si recò a Erba. Individuare la villa fu semplice, ma, come aveva previsto, era più complicato avere un quadro completo di tutto il territorio circostante.
Alle nove si presentò all’hangar della Heliduebi, a Lurate Caccivio, un paese distante venti chilometri da Erba. L’elicottero che aveva noleggiato tre giorni prima era già pronto.
Diversamente dal giorno precedente, il cielo era limpido e splendeva il sole. Le montagne spiccavano, a nord, come grandi sagome di velluto verde. Non c’era neve, all’infuori di qualche piccolo residuo invernale.
Sorvolarono la tenuta, Stavrogin scattò numerose foto e scrutò con la massima attenzione ogni particolare.
Alle dodici era di ritorno, questa volta con la macchina.
Nella vita serve fortuna. Dalla postazione elevata che si era scelto vide con il binocolo militare sopraggiungere una Lancia nera. E notò l’uomo che ne scese. Di statura media, passo elastico, fisico asciutto e solido. Ma furono soprattutto gli occhi ad attirare la sua attenzione. E il modo di muoversi, da felino. Considerò fra sé che poteva trattarsi della prima persona di cui avrebbe dovuto occuparsi. E andava fatto lì, non nella villa, naturalmente, ma nelle immediate vicinanze. Non aveva tempo per inseguirlo fino a dove era diretto, perché la mossa successiva riguardava l’imprenditore italiano.
L’uomo se ne andò dopo circa un paio d’ore.
Stavrogin aveva spostato la Bmw per trovarsi nei pressi del viale d’accesso. Lasciò che la Lancia si allontanasse, quindi la seguì, badando a non essere il primo dietro all’automobile. Non fu difficile, a causa del traffico sostenuto.
Evidentemente, lo sconosciuto aveva fame. Si fermò a Montorfano ed entrò nello stesso bar, dove Aleksandr aveva bevuto due caffè il pomeriggio del giorno prima. Berlini non gli aveva offerto il pranzo, si disse Stavrogin. C’è un limite a tutto, anche per un miliardario impazzito.
Il capitano parcheggiò la macchina sul lato opposto del piazzale rispetto alla Lancia. Guardò l’orologio e, trascorsi dieci minuti, entrò a sua volta nel bar Crème. Ordinò cappuccino e pizza.

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IL FATTORE B 3

Il generale Boris Nikolaevic Vatutin, direttore delle Operazioni del SVR, lesse incredulo la breve nota firmata da Putin, e lasciata sulla sua scrivania, che autorizzava il capitano Stavrogin a prendersi un mese di ferie.
Era a un tempo perplesso e contrariato.
Entrambe le reazioni nascevano dallo stesso motivo: il presidente lo aveva scavalcato senza neppure prendersi la briga di informarlo in anticipo. Il generale si alzò e andò alla finestra. Guardò la neve scendere dal cielo e intanto rifletteva. Non era il tipo d’uomo da lasciarsi sopraffare dalle emozioni, quali che fossero: ira, paura, risentimento, frustrazione. In questo aveva preso da suo padre, l’eroe di Stalingrado: il comandante del Fronte Sud-Ovest Nikolaj Vatutin. E, come l’illustre genitore, era abituato a ponderare ogni questione, valutandola non per ciò che “sembrava” ma per ciò che “era”.
Tornò alla scrivania e osservò pensoso un rapporto che in teoria non avrebbe dovuto riguardarlo, ma che un collega e amico del FSB gli aveva fatto pervenire la sera prima. Benché fosse un’ora tarda, Vatutin come d’abitudine stava ancora lavorando. Sua moglie, ormai, non protestava più.
Ora lo esaminò nuovamente.
Era accaduto qualcosa di strano. Di molto strano.
Il mattino precedente, Martin Yarbes, famigerato cekista della CIA, era arrivato a Mosca provvisto di documenti perfetti, sebbene falsi, e il personale dell’aeroporto aveva finto di non vederlo, a causa di ordini giunti dall’alto. A semplice titolo informativo era stato seguito con discrezione. Si era appurato che aveva cenato in un ristorantino con il presidente della Russia e che nel corso della serata era sopraggiunto il capitano Stavrogin.
Poche ore più tardi il capitano veniva gratificato con una licenza che non gli spettava. Tutto questo, si disse Vatutin, non era affatto casuale. Esisteva un preciso nesso che collegava i quattro avvenimenti: la presenza a Mosca del direttore della CIA, l’incontro con Putin in un locale assai modesto e fuori mano, la convocazione di Stavrogin e il mese di vacanza. Aveva tutta l’aria di un’operazione all’estero, gestita personalmente da Putin, e dalla quale l’SVR era indebitamente e volutamente escluso.
Boris Nikolaevic Vatutin escludeva a priori un’accusa di avventurismo. Putin era troppo freddo, calcolatore e abile per cadere nella trappola che gli americani avevano preparato per Nikita Kruscev. Quello che invece non escludeva affatto era che si stava preparando un’azione congiunta, o qualcosa di simile, con la CIA.
Questo era inaccettabile. Vatutin detestava gli americani e rimpiangeva i tempi in cui il vecchio e glorioso KGB li combatteva in ogni angolo del mondo.
La CIA era un’associazione a delinquere. Allende era uno dei tanti nomi che gli venivano in mente, ma quante erano state le vittime di quei cekisti? Il primo capo di Langley si era avvalso dell’operato degli scienziati tedeschi che per conto della I.G. Farben avevano creato lo Zyklon-B, ottimamente utilizzato ad Auschwitz. Non avrebbe mai collaborato con loro!
Una telefonata effettuata con un apparecchio ultra sicuro gli permise di apprendere che Yarbes avrebbe preso il volo della British Airways per Londra-Heathrow quel pomeriggio stesso. Naturalmente, gli ordini non erano cambiati: si sarebbe dovuto fingere che fosse chi sosteneva di essere. Cosa andasse a fare in Gran Bretagna gli era indifferente. Però voleva scoprire quello che portava con sé, di qualsiasi cosa si trattasse.
Chiamò l’autista personale e fissò l’orario in cui si sarebbe fatto condurre all’aeroporto di Domodedovo.
Si presentò in largo anticipo rispetto al volo. Il responsabile del FSB di Domodedovo lo accolse con stupore, poi lo ascoltò freddamente. “Impossibile.”, dichiarò dopo che Vatutin gli disse ciò che voleva da lui. “E ora, generale, ho molto lavoro da svolgere. Se vuole scusarmi…”
Vatutin non accettò il commiato. “Lei sa chi sono io?”, gli chiese con calma.
“Certamente, generale!”
“Lei conosce il ruolo che ricopro?”
L’uomo non rispose. Era una domanda retorica. Si limitò ad annuire.
“Bene.”, disse Vatutin. “Io ho la facoltà di impartirle questo ordine. E lei ha l’obbligo di obbedire.”
Era un’affermazione alquanto dubbia, e Vatutin lo sapeva.
L’ufficiale del FSB posò una mano sul telefono.
“Mi ascolti con molta attenzione.”, disse Vatutin indicando l’apparecchio. “Se lei telefonerà a chicchessia, trasgredendo a un mio preciso comando, le posso garantire che domani si troverà a dirigere gli inservienti che puliscono i bagni di Chabarovsk, in Siberia.”
L’uomo del FSB tolse la mano dal telefono, tuttavia non sembrava per nulla convinto. “Io ho anche la facoltà di farla promuovere.”, continuò Vatutin. “In cambio, le chiedo poco. Due sole cose: una breve perquisizione. Valigia. Borsa. Sicuramente ci sarà un doppiofondo in una delle due. E discrezione. Massima discrezione. Sto agendo in base a una disposizione personale e privata del presidente Putin. Il presidente non vuole che la faccenda trapeli, e lui soltanto sa il perché. In quanto al cekista americano, con lui sarete gentili e cordiali. Se troverete dei documenti – come è pressoché certo -, li fotograferete, dopodiché tante scuse e arrivederci.”
Vatutin era perfettamente consapevole di correre un enorme rischio. Non aveva alcuna autorità sul suolo russo. Se Putin fosse venuto a conoscenza di quella iniziativa, di sicuro non ne sarebbe stato entusiasta. Avrebbe potuto destituirlo, degradarlo, o peggio ancora. Ma l’uomo del FSB finiva il suo turno di lì a un’ora. E purtroppo per lui sarebbe stato vittima di un pirata della strada. Se i subalterni avessero parlato, la colpa sarebbe ricaduta sullo sfortunato ufficiale.
“Domani stesso lei sarà promosso.”, concluse. Altro non aveva da aggiungere.
Si augurò di averlo finalmente persuaso. Lo fissò, in silenzio. Vatutin conosceva a fondo gli uomini. Era il suo lavoro. Intuì che il suo interlocutore era in preda a forti dubbi. Era ancora titubante, ma la prospettiva di una promozione e il timore di sgradevoli conseguenze stavano inclinando il piatto della bilancia nella direzione da lui voluta.
Dopo un momento, l’altro annuì. “Saremo estremamente cortesi.”, affermò. “Io, comunque, non risponderò di questa iniziativa.”
“Naturalmente.” D’altro canto, gli sarebbe stato molto difficile farlo dal luogo dov’era diretto.
Quella sera, il generale Boris Nikolaevic Vatutin studiò con la massima attenzione il “Rapporto B”. Capì il senso della missione di Stavrogin.
E decise di sabotarla.

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IL FATTORE B 2

Alexsandr Alexsandrovic StavroginLa Brianza è un territorio situato nell’Italia settentrionale. I suoi confini sono, a nord, Asso, un paese posto sulla strada che conduce a Bellagio, dove i due rami del lago di Como, quello descritto da Manzoni e quello occidentale, si congiungono per formare un unico bacino; e a sud la città di Monza. Ai lati è delimitata da due fiumi, l’Adda e il Seveso. Sebbene non sia propriamente una regione, molti la considerano tale. I suoi abitanti hanno in comune tre caratteristiche: sono estremamente laboriosi, forti risparmiatori e piuttosto chiusi di carattere. L’industria prevalente è quella del mobile. In un’epoca di crisi, cittadine come Meda e Cabiate prosperano grazie ai ricchissimi acquirenti arabi.
Erba è una delle località più belle, immersa nel verde e in una cornice di ridenti colline. Dista pochi chilometri da Asso. La villa più grande di Erba è circondata da un vasto parco, delimitato da uno spesso muro, alto più di due metri, e sormontato da un reticolato di filo spinato. Il parco, così come il bosco, orientato a settentrione e a sua volta cintato, è sorvegliato giorno e notte da guardie armate. Al tramonto, vengono liberati i cani. Un sistema di telecamere controlla ogni centimetro della proprietà. Due macchine dei carabinieri stazionano in permanenza davanti all’unico ingresso. Da lì un lungo viale porta alla villa.
Silvio Berlini possedeva case a Milano, Roma, in Sardegna, in Giamaica, ma considerava la dimora di Erba il suo rifugio e vi trascorreva quasi tutti i fine settimana. Quando arrivava con l’elicottero personale si liberava dell’abito doppio petto blu, della camicia, della cravatta e indossava una comoda tuta da ginnastica.
Figlio di un dirigente di banca, Berlini aveva costruito un impero nel campo delle telecomunicazioni. Ma, in realtà, le sue attività erano talmente numerose e diversificate nei settori più disparati che era difficile stendere una mappa precisa dei campi di cui si occupava.
Anticomunista viscerale, mentre in Italia infuriava lo scandalo di tangentopoli e la Democrazia Cristiana si dissolveva, Berlini aveva fondato in tre mesi un partito, era riuscito nell’incredibile impresa di dar vita a un’alleanza con i neofascisti e la Lega – vale a dire, cani e gatti – e aveva vinto le elezioni. Successivamente, le aveva perse salvo poi rivincerle. Alla fine, era stato il presidente della repubblica a togliergli l’incarico di primo ministro.
Metà del popolo italiano lo amava, l’altra metà lo detestava. Ciò aveva reso l’Italia ingovernabile.
Negli ultimi tempi, il luminare che fungeva da suo medico personale a tempo pieno era alquanto preoccupato. Le dosi massicce di ormoni, uniti ad altri medicinali, che Berlini assumeva, contro il suo volere, per potersi permettere frequenti incontri sessuali con ragazze più giovani di quarant’anni, stavano minando il suo equilibrio mentale. Questo, almeno, era il pensiero del dottore.
Vero o meno che fosse, era comunque indubbio che da mesi Berlini coltivava un’ossessione quasi patologica.

Il capitano Stavrogin parlava correntemente quattro lingue. Oltre al russo e al tedesco, l’inglese e il francese. Con l’italiano se la cavava, ma con qualche difficoltà. Per questo, quando varcò senza problemi la frontiera di Ventimiglia, aveva con sé un passaporto perfetto a nome di Julien Leblanc, agente immobiliare di Antibes. Nel doppiofondo della valigia, ve n’era un secondo, intestato a Patrick Driver, un mobiliere di Manchester.
Stavrogin non aveva un aspetto tipicamente russo. Aveva preso dai nonni, in particolare quelli materni che erano originari della Baviera: poteva sembrare un tedesco, un austriaco, un inglese o un francese.
Era a bordo di una Bmw 320 turbo diesel di seconda mano, regolarmente acquistata a Nizza da un rivenditore di auto usate. Meno regolare era ciò che aveva nascosto nel bagagliaio e sotto l’auto; ma anche la perquisizione più attenta e scrupolosa molto difficilmente sarebbe servita a scoprire quello che era stato celato con grande abilità in entrambi i posti. E comunque non c’era motivo per cui la polizia lo fermasse e ispezionasse l’auto. Stavrogin rispettava i limiti di velocità, viaggiava sulla corsia di destra e aveva tutta l’aria del turista intento a godersi una bella vacanza in Italia. In Russia era ancora pieno inverno, con i fiumi ghiacciati e i giardini coperti di neve; in Liguria il clima era già primaverile, sebbene fosse soltanto l’otto marzo. Stavrogin immaginava che probabilmente, più a nord, il tempo sarebbe stato meno mite. Ma il capitano amava il freddo.
Si fermò per fare il pieno e per mangiare un sandwich nei pressi di Pavia. Come aveva previsto, pioveva e il cielo era grigio. Giunto a Milano, imboccò l’autostrada dei laghi, prese la deviazione per Como e uscì al casello di Lomazzo. Aveva studiato attentamente tutta la zona e sul sedile del passeggero c’era una carta geografica. Il panorama, bello nei mesi caldi, dava una sensazione di tristezza. Passò per Cermenate, evitò Cantù svoltando a sinistra e, quando fu a Olmeda, girò a destra. Dieci minuti più tardi era a Montorfano. Posteggiò la Bmw e attraversò la strada per bere un caffè al bar Crème.
Si sedette a un tavolino d’angolo, dove fu servito da una ragazza molto carina.
Decise che avrebbe aspettato l’indomani per andare a Erba a effettuare una prima ricognizione. Era abituato a preparare i suoi piani con estrema cura, senza tralasciare il minimo aspetto; quando tutti i tasselli combaciavano e il quadro era completo, allora sferrava il colpo… e non falliva.
Lanciò un’occhiata alla ragazza del bar. Era alta e flessuosa, ma non era il momento di pensare al sesso. Si limitò a ordinare un secondo caffè.
Quella sera cenò da Sonia, una pizzeria vicina al lago di Montorfano, e si coricò presto, all’hotel Albavilla, dove aveva prenotato una camera telefonando da Nizza.

Benché fosse alquanto sorpresa, Maruska non manifestò in alcun modo il suo stupore.
Si limitò ad ascoltare, ad annuire e a prendere nota mentalmente di ogni dettaglio. Il mondo era strano, pensò, ma il suo compito non era quello di filosofeggiare, bensì di obbedire agli ordini e di agire.
Maruska aveva ventotto anni, era alta un metro e settantacinque, pesava sessantasei chili ed era in condizioni di forma invidiabili. Era anche decisamente attraente, anche se non graziosa. Soprattutto aveva un quoziente d’intelligenza elevatissimo. Questo le aveva permesso di affrontare con successo molte prove, e in un prossimo futuro – ne era certa – l’avrebbe fatta salire molto in alto. Se aveva un difetto era l’eccessivo orgoglio, che però a conti fatti poteva essere un pregio. Erano le due facce della stessa medaglia.
L’uomo seduto di fronte a lei non le fornì spiegazioni e Maruska non fece domande.
Quando uscì dall’ufficio, andò a casa a preparare i bagagli.

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IL FATTORE B 1

Alexsandr Alexsandrovic StavroginVladimir Vladimirovic Putin accolse con un sorriso il direttore della CIA e lo invitò ad accomodarsi.
“Quanti anni!”
“Davvero troppi.”, confermò l’americano restituendo il sorriso.
In realtà, sarebbe dovuto essere in pensione già da tempo: se, malgrado l’età avanzata, continuava a dirigere Langley era per una ragione precisa. Come altri suoi predecessori, e a differenza della Gran Bretagna dove si privilegiava la professionalità, Obama avrebbe voluto mettere a capo dell’Agenzia un politico. Alla base di quel desiderio c’era lo stesso motivo che aveva indotto altri inquilini della Casa Bianca ad effettuare tale scelta: un politico avrebbe svolto il proprio compito nel rispetto della legalità, riferendo sempre e comunque ogni cosa a Washington. Soprattutto non avrebbe mai preso decisioni azzardate, senza una preventiva autorizzazione.
Ciò non accadeva con i direttori che provenivano “dal campo”, i quali si sentivano liberi di organizzare segretamente azioni avventuristiche e spesso pericolose. L’elenco era lungo.
Tuttavia questo avrebbe causato problemi con i vertici della CIA. Perciò il presidente degli Stati Uniti tergiversava. Avrebbe potuto imporsi, ma preferiva evitare una controproducente serie di polemiche. Quando i tre o quattro papaveri più grossi si fossero ritirati a vita privata, sarebbe cessata ogni opposizione e lui avrebbe nominato il proprio candidato. Dato che mancava poco, nel frattempo Barack Obama pazientava.
Per quanto lo riguardava, il direttore sarebbe stato felice di trascorrere le sue giornate con la moglie, l’unico figlio e i suoi amati boschi. Però, conosceva il suo dovere.
Putin guardò con curiosità l’uomo che era arrivato a Mosca con un passaporto falso. Il nome riportato sul documento era William Baldwin e naturalmente era falso come il passaporto. “A cosa è dovuta la sua visita in Russia?”
Il direttore della CIA tolse dalla borsa un fascicolo e lo posò sulla scrivania. “Abbiamo un problema.”, disse.
Putin lo scrutò attentamente. “Di che genere?”.
“Riguarda due Paesi che rientrano nella nostra sfera d’influenza. Questo e quest’altro. Ma, per certi motivi, sarebbe preferibile un intervento… diciamo, esterno.”
“Russo?”
“Se fosse possibile, signor presidente. Naturalmente, ricambieremmo il favore. Sarà sufficiente una sua parola.”
“La ascolto.”
Yarbes parlò per circa venti minuti.
“Un compito per l’SVR.”, mormorò alla fine il russo. Prima di arrivare alla presidenza, era stato un agente del KGB e in seguito il capo del FSB, l’organizzazione che, dopo il fallito colpo di Stato del 1991, per volere di Gorbaciov aveva sostituito la seconda direzione centrale. L’SVR era succeduto alla prima direzione centrale. L’SVR agiva all’estero, l’FSB si occupava della sicurezza interna, della repressione e del controspionaggio entro i confini della Russia; in pratica quello che faceva un tempo il KGB, ma con minori poteri.
Putin aveva esperienza da vendere nel campo dello spionaggio e dei suoi diversi aspetti, anche quelli più oscuri. Forse, meditò, era preferibile un uomo abituato ad agire da solo. Nel SVR c’erano troppi spifferi. Represse un sospiro, rammentando che un tempo Yazenevo e la Lubjanka erano due inaccessibili fortezze. D’altro canto, allora gli Stati Uniti erano il nemico numero uno, ed era necessaria la massima allerta. Adesso tutto era cambiato.
“E volete qualcosa di definitivo?”
Yarbes chinò il capo.
Entrambi erano consapevoli che il politico da eliminare era un vecchio amico del russo. Oltre all’amicizia e alla simpatia reciproca, c’erano in gioco varie questioni di affari. Come sempre la Russia era affamata di soldi, ma realisticamente i dollari facevano più gola dell’euro.
“Potremmo sabotare l’operazione, senza uccidere l’uomo.”, osservò Putin meditabondo.
Yarbes scosse la testa. “Ci riproverebbe. Per lui questa è divenuta un’ossessione. E nella sua attuale situazione non ha nulla da perdere.”
“E’ anziano. Non vivrà ancora a lungo.”, obiettò il russo.
“Abbastanza a lungo per fare un secondo tentativo, e un terzo, se necessario.”
“Dovrò consultarmi.”, disse Putin.
Yarbes rimase impassibile. Tutti sapevano che Vladimir governava come un monarca assoluto. Politburo? Comitato centrale? Chi erano costoro? Per ironia della sorte era stato Boris Eltsin a dare tutti i poteri al presidente della Russia, proprio l’uomo che aveva salvato la democrazia in occasione del fallito putsch.
“Il risultato finale sarebbe un governo di destra. Senza la sua ingombrante presenza, quel che resta della sinistra perderebbe sicuramente le prossime elezioni.”, considerò fra sé Putin.
Yarbes scrollò le spalle. “E’ il nostro ultimo pensiero, signor presidente. Un esecutivo vale l’altro. Il problema è il concreto rischio di una tremenda destabilizzazione che riguarderebbe tutta l’Europa occidentale, e di conseguenza anche gli Stati dell’est.”
Putin si alzò e andò alla finestra. Cominciava a nevicare. Rifletté a lungo, quindi si voltò e fissò Yarbes.
“Lei si presenta sempre con notizie sorprendenti.” Si riferiva a quando l’americano lo aveva informato delle intenzione di Kryuchkov e Janaev, all’epoca del golpe.
“Però, vere.”, replicò Yarbes.
Putin annuì. “D’accordo. Provvederemo.”
Convocò la prima segretaria e le impartì alcuni brevi ordini.
“E adesso le offrirò una buona cena.”, disse all’americano, quando la donna si chiuse la porta dell’ufficio alle spalle.
Uscirono nell’inverno gelido e, scortati da quattro macchine, raggiunsero un piccolo locale posto alla periferia orientale di Mosca. Yarbes lo ricordava bene. Lì i due si erano conosciuti.
Il ristorante era vuoto. Se a qualcuno fosse venuto in mente di gustare il buon cibo di quella locanda, sarebbe stato gentilmente dissuaso dal farlo.
Mentre finivano di mangiare, una guardia del corpo annunciò che Aleksandr Aleksandrovic Stavrogin era arrivato.
“Harasciò.”, disse Putin.

Il capitano Stavrogin era alto più di un metro e ottanta, indossava un lungo cappotto, aveva i capelli scuri e non assomigliava ai suoi genitori.
Si avvicinò al tavolo dove sedevano i due commensali e scattò, rigido, sull’attenti.
Putin gli fece cenno di sedersi. Incredulo, il capitano obbedì.
Era nato in Germania, figlio illegittimo. Sua madre non usava contraccettivi e, a differenza di due altri “incidenti di percorso”, quella volta si rifiutò di abortire. Il piccolo Aleksandr crebbe senza conoscere il nome del padre. Elke si dimostrava sempre molto vaga al riguardo. Ciò che apprese fu soltanto che era un soldato russo. La mamma lo amava moltissimo, tuttavia gli impartì un’educazione teutonica. Se altri bambini erano viziati, lui non lo era. Crescendo, si distinse negli studi, nello sport e trascorse le vacanze svolgendo mille lavoretti, sebbene Elke fosse ricca e non avesse bisogno del suo contributo. Quando compì quindici anni, scoprì finalmente chi era suo padre. Era morto nove mesi prima che lui nascesse. Da quel giorno studiò assiduamente il russo, che ora conosceva come il tedesco.
“Aleksandr Aleksandrovic”, esordì Putin guardandolo negli occhi, “tutto quello che le dirò questa sera, e in un successivo incontro, è un segreto di Stato.”
“Signor presidente!”
“Nessuno dovrà venire a conoscenza del piano che lei preparerà, attuerà e porterà a termine. Mi auguro con successo.”
Il capitano sostenne lo sguardo. Ogni risposta, pensò, era superflua.
“Questa operazione”, proseguì Putin, “non riguarda l’SVR, né l’FSB, né qualsiasi altra organizzazione. Non riguarda i suoi superiori. Riguarda solo lei. E lei riferirà soltanto a me. L’ho scelta perché la considero il migliore… un futuro generale.”
“Signor presidente!”
A diciotto anni, Aleksandr si era recato in Russia. Con sé aveva una lettera di sua madre, indirizzata personalmente a Vladimir Putin. Dopo tre mesi, Putin acconsentì a riceverlo, lesse la lettera, manifestò un certo stupore, dopodiché lo sottopose a un duro interrogatorio, degno di Lefortovo. Venti giorni più tardi, sostenuti gli esami del DNA oltre a innumerevoli visite mediche, e superata brillantemente una prova ostile con la macchina della verità, il giovane ottenne la cittadinanza russa, il diritto di portare il nome di suo padre e fu ammesso all’accademia preparatoria del SVR, dove risultò primo in tutti i corsi. Compì la sua prima missione a ventidue anni. Fu promosso capitano sei anni dopo.
“Dovrà andare in un Paese straniero. Per sua fortuna, non gli Stati Uniti, la Gran Bretagna o qualche letamaio arabo. Una nazione poco organizzata, con servizi segreti e polizia alquanto inadeguati: ciò le faciliterà il compito. Anche se, comunque, non sarà un compito semplice.”
Putin fece una pausa.
Poi gli porse l’incartamento che Yarbes aveva portato dall’America. Il direttore della CIA si chiese che reazione avrebbe avuto il giovane ufficiale, se avesse saputo che era stata sua moglie, Monica, a uccidere suo padre.
“Studi attentamente questi fogli, si imprima tutto nella memoria e quindi li bruci. Nessuno, insisto nessuno, dovrà mai vederli. Se avrà successo, sarà promosso. Ma se, malauguratamente, dovesse fallire, io sarò costretto a dimenticarmi di chi è figlio.”
“Non fallirò, signor presidente.”

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