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Archive for the ‘il crepuscolo della Lubjanka’ Category

Martin YarbesIl presidente del KGB scosse la testa. “Lei non è un semplice funzionario dell’ambasciata britannica: lei appartiene al SIS e ha un grado elevato.”
Weber chinò il capo sorridendo. “Non poi così elevato.”
Kryuchkov non rispose al sorriso. “Una spia inglese”, lanciò un’occhiata di fuoco a Lebedev, “e un traditore! Nel mio ufficio! Comunque, la ascolto. Ma sia breve.”
Weber annuì. “Sarò estremamente breve. In tutta onestà, io credo che le sue intenzioni siano sincere e che ciò che ha fatto risponda al desiderio di migliorare la situazione economica e politica dell’Unione Sovietica; tuttavia ha tralasciato un fattore molto importante. Il popolo sta dalla parte di Gorbaciov, e di Eltsin. E questo vale anche per il Gruppo Alpha, nonché per vasti settori dell’Armata Rossa. Quello che è successo davanti alla Duma ne è la prova. Si sarà chiesto perché le sue guardie del corpo non mi hanno fermato. La risposta è semplice. Hanno ricevuto una telefonata che li informava dell’unica conseguenza cui stavano andando incontro: la pena capitale. E hanno deciso di andarsene, in modo da dissociarsi dal colpo di Stato.”
Weber fece una pausa. Lebedev lo osservava con uno strano sguardo. Il viso di Kryuchkov era una maschera impenetrabile.
“La persona che ha parlato con i suoi agenti”, riprese Weber, “è in grado di salvarle la vita. Ma a un patto. Che salga subito su un aereo e vada da Gorbaciov. Il golpe è fallito, compagno presidente.”
“E chi sarebbe questa persona?”, domandò freddamente Kryuchkov.
“L’uomo che un giorno avrà in mano la Russia.”
“Eltsin?”
“Oh, no.”, disse Weber.
Con un cenno della mano Kryuchkov li invitò a uscire dallo studio.
Rimasto solo, fissò a lungo un punto imprecisato della parete.

Tali affermazioni erano però quantomeno premature.
Di lì a breve Janaev dichiarò lo stato d’emergenza. Per motivi che sfuggono alla comprensione il telegiornale di quella sera trasmise le immagini di Boris Eltsin che balzava sul carro armato e arringava la folla: forse l’intento era quello di screditarlo; ma certamente raggiunse l’effetto opposto. Alcuni membri minori del GKChP (Comitato di Stato per l’emergenza) accolsero con allarme la notizia che il maggiore Evdokimov della Tamanskaya si dissociava dall’operato dei golpisti. Non così Yazov e Pugo, i ministri della Difesa e degli Interni. Ci fu una riunione che si protrasse fino a notte inoltrata, nel corso della quale un Kryuchkov visibilmente turbato dalle parole di William Weber fu convinto a procedere.
Il venti agosto, a mezzogiorno, il generale Kalinin annunciò il coprifuoco nell’arco di tempo compreso fra le dieci di sera e le cinque del mattino dopo.
Era il segnale.
Nel pomeriggio di quel giorno si decise l’attacco finale alla Duma.
Malgrado le defezioni, il GKChP poteva contare sul Gruppo Vympel, sugli elementi del Gruppo Alpha rimasti fedeli a Pomarev, su tre compagnie di carri armati con il supporto degli elicotteri.
L’assalto era previsto per le due di notte, quando la gente che difendeva con barricate e armi di fortuna l’edificio che ospitava il parlamento sarebbe stata stanca e demoralizzata. Scarseggiavano cibo e acqua, anche se circolava qualche bottiglia di vodka. Soprattutto mancavano mezzi adeguati. A prima vista non sarebbe stato un problema occupare la Casa Bianca e conquistare definitivamente il potere, senonché si avverò ciò che aveva previsto Weber. Gruppo Alpha e Vympel si rifiutarono di muoversi dopo che tre civili erano stati uccisi.
Poi i primi veicoli corazzati comparvero, avanzando lentamente.
Ne seguirono molti altri.
Le sagome minacciose dei carri armati circondarono da ogni lato la Duma. La vista di un carro armato ha sempre un effetto terrorizzante e il panico si diffuse rapidamente. Qualcuno pensò bene di eclissarsi, ma la maggioranza non si mosse.
I mezzi corazzati presero posizione.
Sarebbe stato un massacro, ben più terribile di quando le truppe zariste avevano sparato sulla folla che chiedeva pane e giustizia.
Tuttavia, quando venne impartito l’ordine di fare fuoco, i carristi non obbedirono. Non erano afghani o ceceni gli uomini e le donne che avrebbero dovuto sterminare. Era il grande popolo russo.
La notizia giunse ai capi del GKChP.
Yazov era intenzionato a insistere.
Kryuchkov vacillava e fu il primo a cedere.

Davanti alla Duma, confuse nella folla, si trovavano quattro persone.
Due erano americane. Martin Yarbes aveva lasciato il rifugio di Sasha, dopo aver trascorso ore intere al telefono e al laptop. Aveva pianificato l’intervento di Weber e sollecitato Putin a chiamare la Lubjanka per minacciare le guardie del presidente del KGB. Vladimir si era limitato ad annunciare l’arrivo imminente di Gorbaciov, e questo era stato sufficiente per mettere in fuga gli agenti della seconda direzione centrale.
Yarbes aveva contattato più volte Patrick Keynes, il quale si affrettava a far giungere le notizie a Bush.
Sasha aveva mandato dieci energumeni armati fino ai denti per scortare Weber e Lebedev fuori dall’edificio, mentre Martin informava l’inglese in tempo reale che la strada era libera. Se anche Kryuchkov avesse voluto fermarli, al momento non era in grado di farlo.
Sebbene fossero passati molti anni da quando Yarbes era un hacker, e benché la tecnologia nel frattempo si fosse rapidamente evoluta, egli si era sempre tenuto aggiornato ed era ancora un mago del computer. Prima di uscire dalla casa sicura di Sasha, riuscì a collegarsi con la Crimea e trasmise le notizie che voleva che Gorbaciov apprendesse.
Fu lui a scorgere l’uomo armato, seguito da una decina di irriducibili, che scrutava rabbioso la folla. La sua figura spiccava inconfondibile nella luce dei fuochi che illuminavano la piazza.
Era il maggiore Miloslav Pomarev del Gruppo Alpha.
A poche decine di metri dall’agente della CIA, una donna scarmigliata e dall’aspetto esausto osservava ciò che stava accadendo. Malgrado le sofferenze patite, la paura, l’ansia e i dubbi che l’avevano attraversata, un osservatore attento avrebbe notato che era comunque una donna attraente, né gli sarebbe sfuggita l’espressione decisa che trapelava dal suo sguardo – l’espressione di chi ha rinunciato ai timori per affrontare la realtà. C’era tempo per soffermarsi a meditare sul senso del suo lavoro, su concetti relativi all’etica e alla giustizia: ma non era quello il momento. Se era stata Magdalina a convincerla a recarsi a Mosca oppure il suo orgoglio non è dato saperlo. Forse entrambe le cose.
Mentre si faceva largo per avvicinarsi alla Duma, Pomarev la vide e la riconobbe immediatamente.
Per qualche ragione, la riteneva responsabile di quanto stava succedendo.
Si diresse verso di lei.
Le altre due persone erano un cittadino inglese, fuori di sé per l’entusiasmo, e una giovane russa leggermente claudicante.
Il Bastardo sapeva che l’indomani sarebbe diventato il giornalista numero uno della Gran Bretagna, e non solo: la sua fama avrebbe varcato l’oceano.
Nadiya aveva lo strano presentimento che Monica Squire fosse lì, da qualche parte, mentre nella notte i carri armati vigilavano, e il mondo tratteneva il respiro.

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Pavel Sergeevic GracevPer alcuni la noetica è una nuova entusiasmante scienza, l’ultima frontiera dell’uomo, più importante della conquista dello spazio. Per molti è un confuso miscuglio di esoterismo, magia e New Age a buon mercato.
Fra le “rivelazioni” di tale disciplina ne rientrano due, la prima delle quali alquanto sconcertante: l’anima possiede uno spessore materiale, non è cioè puro spirito. Sembra che sia stata “pesata” grazie al contributo di una persona morente e a macchinari fantascientifici. Non esistono prove al riguardo.
La seconda “rivelazione” prende in esame il pensiero collettivo in presenza di un avvenimento che colpisca l’immaginazione di una vasta parte di una popolazione o di più di una. La morte di J.F. Kennedy, Neil Armstrong che cammina sulla superficie lunare; molti anni dopo, l’attentato alle due torri. Il pensiero di una moltitudine concentrato sullo stesso fatto produce reazioni concrete, fisiche.
Un cultore di noetica avrebbe interpretato in questo modo la reazione della folla alle parole di Eltsin. Mentre sopraggiungevano uomini, donne, vecchi, ragazzi, quasi magicamente richiamati dall’appassionato discorso di Boris, la popolazione moscovita raccolta davanti al parlamento cominciò a erigere barricate; ma elevò anche un muro diverso, metafisico, davanti ai carri armati che affluivano sempre più numerosi, e condizionò la mente dei soldati.
In realtà, esiste una spiegazione più pratica. Il golpe era stato preparato in maniera perfetta, tuttavia soltanto a livello tecnico. Tempi d’azione, dislocazione delle forze speciali, l’impiego delle divisioni Tamanskaya e Kantemirovskaya, il raid in Crimea per mettere fuori gioco Gorbaciov, la costruzione di 250.000 paia di manette.
Non si era tenuto conto, però, di un fattore importante: l’umore del popolo russo. La maggioranza approvava le riforme del segretario generale, condivideva l’apertura al mondo occidentale, non rimpiangeva il clima di cupa paranoia dei tempi di Andropov. Benché qualche anno più tardi diverse opinioni sarebbero cambiate, in quell’estate del 1991 la maggioranza desiderava libertà, benessere, liberazione dai lunghi tentacoli del KGB che tutto controllava, facoltà di esprimere la propria opinione. Ciò che Gorbaciov stava realizzando o almeno tentando di fare.
Inoltre, Boris Eltsin aveva dato un’impressione ben diversa dal tentennante Gennadij Janaev, e questo aveva infuso coraggio e determinazione.
E, indotta o meno dal pensiero collettivo, la reazione ci fu.
Alcuni mezzi corazzati si posero in difesa del parlamento con le armi puntate verso l’esterno.
Il Gruppo Alpha, compatto, si rifiutò di sparare sulla folla.
Il generale Pavel Sergeevic Gracev dichiarò che non avrebbe eseguito gli ordini e si schierò dalla parte di Eltsin. Pochi mesi più tardi Boris lo ricompensò nominandolo ministro della Difesa. Gracev non diede grande prova di sé: durante l’invasione della Cecenia, quando ordinò il fallimentare attacco alla città di Grozny era completamente ubriaco. In seguito, Eltsin lo allontanò. Grachev concluse la propria carriera accusato di corruzione nonché di essere il mandante dell’assassinio di un giornalista che aveva indagato su di lui. Il tribunale, comunque, lo assolse. In ogni caso, il suo appoggio alla causa di Gorbaciov fu di notevole importanza, visto che aveva combattuto in Afghanistan ed era uno degli ufficiali più influenti dell’Urss. Infatti, il suo esempio fu seguito da altri.
Miloslav Pomarev si allontanò furioso per conferire con il maggiore generale Viktor Karpuchin, suo superiore diretto. Lo seguì un esiguo gruppo di fedelissimi.

Da un telefono protetto situato in una delle case sicure di Sasha, Yarbes riferiva gli avvenimenti a Patrick Keynes, il quale era in costante contatto con il direttore della CIA. A sua volta, William H. Webster comunicava le notizie a Bush.
Sasha aveva interpellato Putin. Era irritato per la nuova comparsa del cekista americano, ma da Dresda Vladimir gli aveva ordinato di obbedire all’agente della CIA e senza fiatare. Sasha fece buon viso a cattivo gioco e consegnò i suoi preziosi laptop a Yarbes e Weber. Lebedev e l’inglese poi si erano diretti alla Lubjanka, mentre Yarbes si era installato nell’abitazione. Sasha mandò i suoi uomini alla Duma: venne organizzata una catena umana che in tempo quasi reale forniva i dati relativi all’evolversi della situazione. Che al momento era di stallo.

Il primo impulso di Nadiya fu quello di scappare.
Avevano capito che non era un’infermiera.
Ma, sebbene fosse stata curata con competenza e avesse in corpo una forte dose di antidolorifici, non era certamente in grado di correre. Si voltò lentamente. I due agenti la fissavano. Nadiya si domandò quale sarebbe stata la punizione. Scrollò le spalle. Niente in confronto a quanto avrebbe dovuto subire al momento stabilito da Pomarev. Era perfettamente a conoscenza dei metodi che venivano usati a Lefortovo. Poteva solo augurarsi che eccedessero in violenza, così sarebbe morta prima di impazzire.
Notò che l’uomo più giovane la scrutava con una strana espressione compiaciuta. Era naturale: pregustava ciò che di lì a breve sarebbe accaduto. Nadiya non ignorava che per molti tormentare una bella donna rappresenta una fonte di godimento, e nel novero c’erano anche Monica Squire e lei stessa.
Fu l’agente anziano a parlare. “Ci faresti un piacere, compagna?”
Nadiya gli rivolse uno sguardo interrogativo.
“Abbiamo fame!”, esclamò lui in tono risentito. “Là fuori giocano alla rivoluzione, credono di abbattere il Palazzo d’Inverno. Potresti dire a qualcuno di mandarci salsicce e pane nero, prego?”
Lei trasse un sospiro di sollievo. I due non avevano guardato in viso l’infermiera, che probabilmente non conoscevano neppure. “Provvederò subito, compagno.”, rispose sorridendo.
Scese la scala con il cuore leggero.
“Mi chiamo Ivan!”, le gridò dietro il giovane.

L’errore che aveva commesso il generale Vladimir Kryuchkov era dovuto alla convinzione, in altri tempi valida, che, poiché era il presidente del KGB, egli era intoccabile. Di riflesso, non aveva tenuto conto che la Lubjanka era pressoché deserta. Gli agenti della seconda direzione centrale erano fuori, per le strade di Mosca, e, sebbene lui non lo sapesse, stavano cambiando idea.
Erano rimaste poche guardie e qualche vecchio funzionario. Al centralino, era scoppiata una crisi di panico, e molti operatori avevano abbandonato spaventati l’edificio. Come spesso succede nei periodi di confusione, giravano, incontrollate, strane voci. Una di esse – peraltro assolutamente infondata – riguardava la divisione Tamanskaya, che stava per arrivare e che avrebbe assalito la Lubjanka.
Ciò permise a William Weber di entrare nel suo ufficio. Kryuchkov era sul punto di congedare Lebedev e guardò sbalordito l’uomo del SIS britannico. Come aveva fatto a entrare nel palazzo e, soprattutto, come era riuscito a giungere fino al suo studio? Dov’erano le sue guardie del corpo?
Lo avrebbe scoperto in seguito e paradossalmente la sua futura riabilitazione dipese proprio da chi aveva fatto in modo che Weber varcasse quelle porte proibite.
Almeno fino a quel momento, Weber non correva eccessivi rischi. Data l’immunità diplomatica, qualora fosse stato arrestato, sarebbe stato espulso dall’Unione Sovietica ma non torturato né ucciso.
Weber alzò le mani con i palmi rivolti verso Kryuchkov. “Sono disarmato.”, disse con calma. “E non ho alcuna intenzione di farle del male.” Indicò la grande scrivania del capo del KGB. “Senza contare che in quei cassetti ci saranno sicuramente una o più pistole. Se lo desidera, mi spari. Come credo saprà, sono un funzionario dell’ambasciata britannica. Le chiedo soltanto di ascoltarmi.”

Miloslav Pomarev osservò in silenzio il maggiore generale Viktor Karpuchin, quindi annuì.
Non aveva mai avuto dubbi.
Ogni operazione presenta qualche incognita. Ma ogni uomo forte supera qualsiasi incognita.
L’indomani tutto sarebbe finito.

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Maggiore Miloslav PomarevDmitry Timofeyevich Yazov si affacciò alla finestra del suo ampio studio, situato all’ultimo piano del ministero della Difesa.
Sebbene i più lo considerassero un individuo mediocre, era stato proprio Gorbaciov ad affidargli quel prestigioso incarico, favorevolmente impressionato dal suo operato in Cecoslovacchia e successivamente nell’estremo oriente dell’Unione Sovietica. Di origini siberiane, aveva comunque combattuto con valore contro la Germania di Hitler.
Tornò alla scrivania e scrutò l’ultimo rapporto che aveva ricevuto. Le notizie erano buone. Secondo i suoi ordini, le potenti divisioni Tamanskaya e Kantemirovskaya stavano prendendo possesso di Mosca; Gorbaciov era agli arresti in Crimea; e il Gruppo Alpha aveva circondato il parlamento.
Il ministro della Difesa dell’Urss era soddisfatto. Il piano, preparato alla perfezione, prevedeva l’azione congiunta dell’esercito, del KGB e del suo braccio armato. Si trattava di reparti superbamente addestrati, che avrebbero obbedito agli ordini e svolto nel migliore dei modi il proprio compito.
Il Gru dipendeva dal dicastero di Yazov, mentre il KGB, che in teoria avrebbe dovuto rispondere al Soviet Supremo, in realtà godeva di vasta autonomia; ma sulla seconda direzione centrale egli avrebbe messo le mani sul fuoco.
Dopo essersi versato una generosa dose di vodka, sollevò il ricevitore e telefonò a Kryuchkov per annunciargli che ormai si trattava di una questione di ore. Poi tutto sarebbe finito.

Come di consueto, per le strade di Mosca c’erano molti anziani, e alcuni di essi guardavano con sgomento ciò che stava accadendo davanti ai loro occhi, mentre con la memoria tornavano a una terribile estate di cinquant’anni prima.
In quell’estate, i carri armati tedeschi avevano devastato l’Unione Sovietica, fino ad arrivare, ai primi di dicembre, alle porte della capitale.
Lì, però, furono fermati.
Adesso, invece, i poderosi mezzi blindati percorrevano le strade della città, diretti al parlamento, l’unico centro di potere che non era ancora caduto nelle mani dei golpisti. Lo spettacolo, benché agghiacciante, era tuttavia anche vagamente irreale, dato che a fianco dei carri armati transitavano tranquillamente le macchine dei cittadini, persone che probabilmente non sapevano ancora nulla di quanto stava succedendo e che si stavano recando al lavoro. Pensavano che quella fosse un’esercitazione, malgrado fosse strano che si svolgesse proprio nel centro. E se accesero la radio – i pochi che ne possedevano una – non appresero niente di particolare, almeno per diversi minuti.
Infine, Kryuchkov aveva impartito l’ordine di far cessare le riprese televisive e i notiziari: al momento le emittenti trasmettevano musica classica, intervallata ogni tanto da spezzoni del discorso di Janaev, soprattutto i passi in cui rassicurava i Paesi Occidentali sostenendo che le riforme sarebbero continuate.
Nel frattempo, davanti alla Duma, la folla aumentava, e tutti videro l’uomo corpulento che con agilità insospettata balzava su un carro.
Ironia della sorte, pochi anni più tardi quello stesso uomo, dopo aver dichiarato che la pazienza era finita, avrebbe ordinato ad altri carri armati di sparare contro i deputati di sinistra guidati da Ghennadi Zyuganov.
Ma quel giorno il suo intento era assolutamente diverso.
Boris Eltsin parlò senza l’ausilio di un microfono: con voce chiara e ferma, lesse il documento di condanna del colpo di Stato che sua figlia Tatiana aveva battuto a macchina, poi proclamò lo sciopero generale e invitò tutta la popolazione di Mosca a scendere in piazza per difendere le istituzioni e restituire il potere a Gorbaciov. “Questo si chiama folle avventurismo!”, tuonò.
Accanto a lui, il conducente del carro armato, dopo avergli stretto la mano, si era tolto l’elmetto e lo ascoltava. La folla accolse il suo intervento con entusiasmo.
Non così Miloslav Pomarev.
Ma non sarebbe stato certo quel politicante da strapazzo a cambiare il corso degli eventi! Di lui Pomarev sapeva che era ancora peggiore dell’ex segretario generale; i due si erano scontrati fra loro varie volte, ma non perché Eltsin si opponesse alle assurde decisioni di Gorbaciov, bensì per l’esatto opposto: pretendeva che le riforme venissero fatte più in  fretta e non si accontentava della glanost e della perestroika, voleva di più.
Il maggiore del Gruppo Alpha si voltò verso i suoi uomini. “Preparatevi a sparare!”
Capì subito che qualcosa non andava. L’umore era cambiato. Pomarev ripeté il comando.
Nessuno obbedì.
Pomarev sibilò: “Disobbedire a un ordine è un caso di grave negligenza. Può portare alla corte marziale.”
Lo fissarono in silenzio.
Il maggiore estrasse la pistola e la puntò a caso su uno di loro, un sergente.
Il sergente lasciò cadere per terra il fucile.

Quando gli comunicarono che il colonnello Piotr Ivanovic Lebedev si era presentato a rapporto, Kryuchkov accolse la notizia con fastidio. Lo aveva convocato lui, è vero, ma il rezident di Londra era in ritardo e, in ogni caso, l'”arruolamento” di Patrick Keynes era l’ultima cosa che lo interessava in quel momento. Nonostante le rassicurazioni di Yazov, si sentiva inquieto. Se poi, stando alla denuncia della segretaria, Lebedev era veramente colpevole, ormai questo contava poco: Gorbaciov era fuori gioco. Di cosa avrebbe potuto informarlo Lebedev che l’ex segretario non sapesse già? In altre circostanze gli avrebbe rivolto alcune domande, ciò che Novikov e Golubev avevano tralasciato di fare. Perché non aveva informato subito il suo superiore quando era avvenuto il primo contatto con l’americano? Per quale ragione si era attardato a stendere un rapporto che avrebbe dovuto preparare già a Londra? E dal tenore delle risposte avrebbe capito se il colonnello mentiva.
Ma la sua mente vagava in tutt’altra direzione.
Ciò nonostante, acconsentì a riceverlo, trascurando un fatto importante che un uomo più accorto di lui avrebbe invece preso in considerazione.

Nadiya Nicolajevna Drosdova trasse un profondo respiro e raggiunse i due agenti della seconda direzione centrale. Contava sulla circostanza che poiché svolgevano quel noioso compito a turni era pressoché impossibile che conoscessero tutte le infermiere. Inoltre, quasi certamente non conoscevano lei. Per contro, avevano visto passare l’infermiera soltanto pochi minuti prima. Non era detto, però, che l’avessero osservata con attenzione, intenti com’erano a parlare del colpo di Stato. L’agente più anziano stava scuotendo la testa. Nadiya lo sentì dire che  Kryuchkov aveva commesso un grave errore. “Non è mai stato un genio.”, affermò. “Neppure quando comandava a Yazenevo. A quei tempi, Andropov lo bacchettava spesso. E’ un mistero che sia diventato presidente del KGB.”
L’altro, invece, sprizzava fiducia ed entusiasmo. Fu lui ad aprire la porta per consentire a Nadiya di uscire.
La giovane si allontanò di qualche passo con il cuore che batteva forte. Non poteva muoversi con scioltezza: sperava che non se ne accorgessero. Davanti a lei c’era la scala che l’avrebbe portata al piano inferiore. A quel punto, andarsene dalla Lubjanka non sarebbe stato un problema. Immaginava che l’edificio fosse semivuoto. La gran parte degli agenti era fuori, in azione, e i pochi che erano rimasto a presidiare la Lubjanka sicuramente seguivano ciò che stava accadendo. Nessuno avrebbe badato a lei.
La mossa successiva sarebbe stata rintracciare Monica Squire, il che peraltro era più facile a dirsi che a farsi. Intanto, comunque, sarebbe stata libera.
Si sforzò di camminare con calma, senza affrettare il passo.
Mise un piede sul primo gradino.
“Un momento!”, la fermò l’uomo più anziano.

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Vladimir KryuchkovIl Maresciallo Tito era un croato, benché in molti pensino che fosse un serbo. Usando il pugno di ferro nel guanto di velluto, aveva tenuto unita la Iugoslavia, favorito il turismo ed eliminato la delinquenza, spedendo all’estero i peggiori malviventi in modo da ottenere da questi valuta pregiata, soprattutto tedesca. Se qualcuno avesse osato derubare o molestare un turista straniero, se ne sarebbe pentito amaramente per il resto dei suoi giorni.
A differenza di tutti gli altri Paesi dell’est europeo, l’Armata Rossa non aveva mai messo piede nel territorio iugoslavo. Questo a causa di due motivi: l’amicizia con Churchill, e quindi il sostegno britannico, e il fatto che era stato lui a scacciare i nazisti dal suolo patrio.
Alla sua morte, come tutti sanno, lo Stato iugoslavo si disintegrò, dando vita a guerre di una ferocia raramente riscontrata nei precedenti conflitti bellici, se si tralascia l’invasione dell’Urss da parte della Germania di Hitler.
Josif Stalin era un pazzo sanguinario, però aveva sconfitto il Terzo Reich, e prima ancora aveva debellato la rivolta dei nostalgici dello zar. Usando il pugno di ferro senza guanto di velluto, aveva tenuto unito l’impero sovietico e sfidato, su vari fronti, gli americani. Ai suoi tempi, pensava Kryuchkov, in una guerra combattuta con armi convenzionali, la Nato ne sarebbe uscita a pezzi e Stalin avrebbe potuto impadronirsi di Germania, Olanda, Belgio, Danimarca e Francia. Poi, fra l’Armata Rossa e la Gran Bretagna ci sarebbe stata di mezzo soltanto la Manica.
Dopo la sua morte, la situazione cominciò a peggiorare, in principio lentamente, successivamente in maniera sempre più rapida. Un declino che con l’avvento di Gorbaciov si era trasformato in una rovinosa caduta. Non erano riflessioni nuove, ma, prendendo spunto dal paragone fra Tito e Stalin, Kryuchkov si interrogava sull’importanza della personalità dell’uomo al comando di una nazione: Charles de Gaulle, in Francia, Mao in Cina, Margaret Thatcher in Inghilterra (in questo caso, una donna ma non faceva differenza).
Si concesse un sorriso, consapevole che nella dottrina marxista la sua era eresia pura: era come se il Papa prendesse in considerazione l’idea di santificare il giorno del sabato.
Peraltro Kryuchkov non condivideva i sogni di grandezza del maggiore Pomarev; era un uomo prudente, conservatore, oculato sebbene spesso titubante, e sapeva molto bene che, sia allo stato attuale sia in futuro, l’Unione Sovietica non avrebbe mai più potuto competere con l’America. L’importante era che l’impero non si sgretolasse, come invece stava accadendo. Kryuchkov non era un genio, né un uomo che spiccasse per qualche dote particolare, comunque era attento, meticoloso e a modo suo lungimirante. Invidiava l’intelligenza contorta di Putin e avrebbe voluto averlo vicino a sé in quelle ore. In linea teorica, avrebbe potuto obbligarlo a lasciare il rifugio di Dresda, dato che era un suo superiore, ma era pericoloso irritare Putin. Kryuchkov non ignorava il suo potere nascosto, rappresentato dall’Organizacija.
Peccato: sarebbe dovuto essere Putin ad apparire in televisione, anziché l’impacciato Janaev. Lo superava in carisma dieci a zero.
Il presidente del KGB chiuse la finestra e tornò alla scrivania a passi lenti. Fuori, il caldo era opprimente e accolse con piacere il ritorno all’aria condizionata. Si sedette e lesse tutti i rapporti con grande attenzione. L’ultimo, e il meno importante, era quello di Lebedev. In un altro momento, la notizia di avere “ingaggiato” Patrick Keynes lo avrebbe entusiasmato… con riserva, perché nutriva più di un dubbio sull’attendibilità di quel documento. Comunque, non aveva il tempo per soffermarsi su ciò che il colonnello aveva scritto.
Ora, c’era un colpo di Stato da portare a termine.
In attesa di nuove informazioni, prese il telefono e impartì alcuni ordini. Fra le altre disposizioni, disse di liberare John Wyman. A Mosca regnava il caos e il mondo intero stava seguendo in diretta quello che stava succedendo. Che il giornalista facesse pure il suo lavoro. Non c’erano più segreti da nascondere, e l’ultima cosa che Kryuchkov desiderava era irritare Stati Uniti e Gran Bretagna. Poiché un tempo era stato a capo della prima direzione centrale, conosceva bene la mentalità di entrambi i popoli e sapeva che non scordavano mai un torto subito; prima o poi te la facevano pagare. Per questa ragione, oltre che per le implicazioni del rapporto Lebedev, dispose anche di far cessare la caccia all’agente della CIA.

Mentre la tormentava, la donna non distoglieva lo sguardo da lei.
Era una tortura spietata, frutto della conoscenza che l’aguzzina aveva del suo corpo e dei suoi punti deboli. Lei implorava pietà, anche se non sarebbe servito a nulla: ne era perfettamente consapevole, viste le esperienze passate; però questo non le impediva di supplicare, perché il dolore era troppo forte, superiore all’orgoglio, pur vasto, che possedeva.
Qualche minuto più tardi, tuttavia, alla sofferenza si sostituì il piacere. Sfrenato, totale, quale mai aveva provato in precedenza. Lei urlava e non per scongiurarla, ma per l’orgasmo devastante che la investiva. Poi, con maggiore calma, dichiarò di amarla. E sussurrò il suo nome: Monica.
Nadiya Nicolajevna Drosdova si svegliò, ansante e sudata. Era mattino e dalla finestra la luce del sole illuminava la stanza, piccola ma pulita e ordinata, con il letto addossato alla parete di fronte e i pochi mobili d’acciaio inchiodati al pavimento. La finestra era priva di grate: solamente un pazzo si sarebbe lanciato nel vuoto con il risultato di sfracellarsi al suolo, e in tal caso nessuno lo avrebbe rimpianto.
Nadiya trasse un profondo respiro e attese che i battiti del cuore si calmassero. Nel frattempo, pensava. Fisicamente si sentiva molto meglio e dalla sera prima, dopo l’ultima visita del dottore, aspettava con ansia che venissero a prenderla. Conosceva alla perfezione i metodi del KGB: paragonati a essi le torture che le aveva inflitto Squire erano un gioco per bambini. Inspirò ancora, cercando nella mente una via di uscita.
Quando entrò l’infermiera, Nadiya le rivolse un sorriso tanto radioso quanto falso. Poi balzò giù dal letto e la colpì di taglio sulla nuca. Un gesto da esperta, sufficiente per farle perdere i sensi, però non letale. L’infermiera non aveva colpe.
Nadiya la spogliò e indossò la sua divisa.
Aprì con cautela la porta e sbirciò fuori. Il corridoio era deserto. Lo percorse camminando sulla punta dei piedi. Giunta al punto in cui si biforcava, sporse la testa e scrutò nelle due direzioni. Una era a fondo cieco, terminava davanti a un muro; l’altra conduceva a una porta, davanti alla quale vide due uomini della seconda direzione centrale. Anche se fosse stata in piena forma, non avrebbe avuto alcuna chance. A parità di addestramento, erano in due contro una. Senza contare che erano armati.
Tornò nella camera e prese il vassoio del pranzo che l’infermiera aveva portato con sé. Poi esaminò con occhio critico la donna. Purtroppo erano molto dissimili. Sebbene fossero alte pressoché uguali e avessero lo stesso numero di scarpe, i lineamenti del volto, i capelli, gli occhi erano completamente diversi.
Uscì nuovamente e ripercorse il corridoio. Arrivata all’angolo, si diresse verso la porta. I due agenti non stavano guardando nella sua direzione, parlavano fra loro. Nadiya non sentì quello che dicevano.
Si avvicinò.
Gli uomini alzarono lo sguardo su di lei.
Nadiya finse di incespicare e tenne alto il vassoio, all’altezza del viso.

Miloslav Pomarev ripose il cellulare e annuì soddisfatto.
Tutti i centri di potere di Mosca erano nelle loro mani. Alcuni, come il ministero della Difesa o quello degli Interni, naturalmente lo erano già da prima; gli altri erano stati presi senza eccessivi sforzi.
Adesso toccava alla Duma.
La folla, palesemente ostile, era aumentata; ma questo non lo preoccupava minimamente. Lanciò un’occhiata ai suoi uomini, quindi guardò il carro armato fermo davanti al palazzo. Non appena avesse ricevuto l’ordine dal maggiore generale Viktor Karpuchin, avrebbe dato l’ordine di sparare. Il cadavere del veterano che aveva ucciso era stato gettato su un camion. Presto quel camion sarebbe stato pieno di salme.
La città era oppressa dall’afa, una cappa rovente che toglieva il respiro. Il maggiore del Gruppo Alpha non l’avvertiva: era abituato a ben altro. Guardò ancora la folla, senza nascondere il suo disprezzo. Esseri inutili, incapaci, che non meritavano comprensione né pietà. Immaginava che non fossero russi, bensì “neri”, vale a dire esponenti dei popoli inferiori dell’Unione Sovietica, individui che andavano semplicemente schiacciati. Nessuno aveva osato ribellarsi, quando aveva premuto il grilletto, a riprova di quanto fossero vili.
Non erano considerazioni originali: è difficile trovare qualcuno che sia più razzista di un russo.
Poi il maggiore notò che quella massa informe si stava scostando per lasciare passare un uomo.
L’uomo si diresse, senza esitazioni, verso il carro armato.

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MagdalinaIl segretario di Stato, James Baker, svegliò George Bush alle tre di notte.
Dati i suoi trascorsi militari, il presidente degli Stati Uniti si alzò dal letto senza fatica, bevve un caffè molto forte e raggiunse lo Studio Ovale, dove guardò accigliato la registrazione dell’intervento di Janaev.
Un’ora più tardi, da lui convocati, arrivarono il ministro della Difesa, Dick Cheney, il Capo di Stato Maggiore, Samuel Skinner, il direttore della CIA, William H. Webster, il direttore dell’FBI, William S. Sessions, e poco dopo il comandante della Delta Force, Peter J. Schoomaker.
Sullo schermo comparve nuovamente Gennadij Ivanovic Janaev. Tutti ascoltarono in silenzio con espressione tetra. Quando le immagini finirono furono riaccese le luci.
“Signori, ci troviamo di fronte a una grave emergenza.”, esordì Bush. Si rivolse a Peter J. Schoomaker. “A quanto risulta, Gorbaciov attualmente si trova nella sua dacia, a Foros, in Crimea. Suppongo che sia sorvegliato. La Delta Force potrebbe operare un blitz?”
James Baker si guardò le unghie. Cheney fissava il soffitto. Non gli sfuggiva il fatto che, comunque fosse andata a finire, l’Urss non era più in grado di competere con gli Stati Uniti. Schoomaker annuì. “Certamente.”
La Delta Force è organizzata in tre Squadroni, A, B e C. Le sue funzioni sono sostanzialmente tre: controterrorismo, azione diretta e ricognizione speciale. Dispone di un’unità di trasporto aereo, chiamata 160th Special Operations Aviation Regiment (Nightstalkers), che è in grado di trasportare i suoi uomini in ogni parte del mondo in tempi brevissimi. A livello di efficienza, rivaleggia con il SAS britannico, con il quale peraltro ha spesso collaborato: inglesi e americani sanno di potersi fidare a vicenda.
“Per prima cosa, valuteremo la consistenza degli uomini che lo tengono prigioniero.”, disse Schoomaker. “A lume di naso, escluderei la presenza del Gruppo Alpha; è molto più probabile che i russi abbiano dislocato un certo numero di agenti del KGB, e non credo che siano molti. Non sarebbero necessari. Ritengo di poter organizzare la missione e di portarla a termine con successo nel giro di due giorni, al massimo tre.”
James Baker intervenne in tono pacato. “L’Unione Sovietica non è Porto Rico.”, osservò. “E non è neppure Cipro, Panama o la Grecia. E’ la più grande potenza del mondo, dopo gli Stati Uniti. Se l’operazione fallisse, le conseguenze sarebbero disastrose.”
Schoomaker gli rivolse uno sguardo torvo. “Non fallirà, signor ministro.”, affermò con decisione. “Così come non fallirono le operazioni che ha citato.” Schoomaker si trovava più a suo agio con Bush, perché il presidente aveva conservato una solida visione bellica, da ex aviatore.
“Non si tratta solo di questo.”, ribatté il segretario di Stato. “Non siamo nelle condizioni politiche per poter interferire negli affari interni di un altro Paese.”
Il direttore della CIA si lasciò sfuggire una risata. “Non sarebbe la prima volta, né l’ultima. Io non avrei di questi scrupoli.”
“Forse perché operiamo in ambiti diversi.”, puntualizzò Baker.
“Penso che dovremmo aspettare per vedere cosa succede.”, interloquì S. Session dell’FBI. “Credo che muoversi adesso sarebbe prematuro. Non abbiamo notizie precise. Nelle prossime ore il quadro sarà più chiaro.”
Bush passò in rassegna i volti dei presenti, meditabondo. Anche in lui il desiderio di intervenire subito era mitigato dalla prudenza e dal ragionamento.
Quando uno dei telefoni prese a squillare, assunse un’aria infastidita. “Avevo detto niente telefonate!”
Fu Baker a rispondere.
Fece un cenno al direttore della CIA. “E’ per lei.”, disse. “Patrick Keynes.”

Magdalina spense la radio.
“Devi andare assolutamente a Mosca.”, disse a Monica. “Conosco un contadino che ha una macchina. Mi deve dei favori, lo convincerò a darti un passaggio.”
L’americana scosse la testa. “Non ho la capacità di sopportare il dolore, non ho resistenza fisica. E adesso ho paura!”
Magdalina la fissò.
Quella donna aveva trovato la freddezza necessaria per sparare a Nikolaij Kuznetsov; sebbene fosse sconvolta e provata per ciò che le avevano fatto, ci era riuscita. Tuttavia, ora, le sembrava un’altra persona. Era bianca come uno straccio e quello che aveva detto non aveva molto senso. Farneticava. Magdalina sapeva che le torture, a lungo andare, lasciano segni irrimediabili, più nella mente che nel corpo. Non sapeva con certezza con quali metodi l’avessero tormentata; immaginava comunque che fossero stati terribili, tali da provocare paranoia e schizofrenia, o almeno una delle due. Pensò che Monica, alla fine, fosse impazzita.
La guardò con attenzione, concentrandosi sugli occhi. Non le sembravano gli occhi di una pazza. Assunse un tono duro, autoritario. “Sei una cekista! Per diventare tale, hai superato prove durissime. Le stesse che affrontano gli uomini e le donne del KGB. Se ti trovi qui, è perché hai una missione da compiere. Ed è chiaro che è legata a ciò che sta succedendo a Mosca. Per questo devi andare! Il resto sono sciocchezze. Parole da donnetta; ma tu non lo sei.”
Monica non replicò. Osservava un punto imprecisato della parete.
“Hanno portato via mio padre!”, esclamò la russa, improvvisamente in preda a una fredda collera. “Hanno licenziato mia madre. Ci hanno tolto la casa. Ed è stato il KGB. Tu devi fermarli!”
“Io non sono diversa da loro.”, mormorò dopo qualche istante Monica. “La CIA non è diversa dal KGB. Metodi e finalità sono simili. Quello che conta è vincere, non importa come. Mi dispiace per tuo padre, ma tu non puoi neppure immaginare quante vittime innocenti pesano sulla coscienza di Langley.” Poi rise in modo amaro. “Coscienza? Ho detto un’assurdità. Non esistono coscienza, onore, verità. Soltanto inganni, prove di forza. Io… mi tiro fuori.”
“Sarai libera di farlo, quando tutto sarà finito.”, ribatté Magdalina. “Perché tu andrai a Mosca!”
Squire si allontanò da lei. Le tremavano le mani.
“Mi sono sbagliata. Forse sei veramente una donnetta.” Magdalina le voltò le spalle.
Senza una ragione precisa – per quanto, in realtà, esista quasi sempre una ragione alla base dei comportamenti umani – Monica pensò a John Lodge, ucciso sulla soglia di casa. E pensò a come si sarebbe comportato lui, in quella circostanza.

A Roma era una splendida mattina di sole. La città era invasa dai turisti. A causa del caldo, le ragazze giravano in short e canotta e i ragazzi si tuffavano nelle fontane.
A Palazzo Chigi, in piazza Colonna al numero 370, era in corso una riunione.
Qualche giorno prima Giulio Andreotti aveva richiamato alcuni ministri dalle vacanze e adesso quelli che erano stati rintracciati, in pratica tutti meno Claudio Martelli che si trovava in Africa, sedevano ai lati del lungo tavolo. Come sempre era cosparso di candele, dato che il primo ministro non sopportava il fumo. Non rientrava nella sua natura, però, porre divieti. Gianni De Michelis, ministro degli Esteri, stava esponendo il proprio punto di vista. Con la caduta, ormai quasi certa, di Gorbaciov e l’avvento al potere di un gruppo di reazionari, sarebbe tornata la guerra fredda. Era bene che l’Italia rinsaldasse i rapporti con le nazioni del blocco arabo. Andreotti annuì. Era sempre stato un convinto assertore di una politica estera filo-araba, pur mantenendo buone relazioni con Israele, soprattutto per compiacere gli Stati Uniti. Questo era un momento particolare, dove la diplomazia avrebbe dovuto superarsi, nel nome di Machiavelli.
Il presidente del Consiglio posò le dita sottili sul piano del tavolo.
“Notizie dall’America?”, chiese.
“Da loro è notte fonda. Staranno dormendo.”, disse De Michelis. “Li sentirò più tardi.”
Non è nella mentalità italiana svegliarsi prima dell’alba. Come un inglese non rinuncerebbe mai al week-end, nemmeno in caso di emergenza, un cittadino del Bel Paese difficilmente abbandonerebbe il proprio letto alle tre di notte.
Giulio Andreotti si alzò. “Confidiamo nel Signore.”, disse con un sorriso che non si estendeva agli occhi.

Gennady Burbulis era il braccio destro di Boris Eltsin. Apprese la notizia dalla radio. Uscì subito di casa e si recò nella dacia di Eltsin. Boris non era solo. Con lui c’erano Ivan Silayev, capo del governo della Repubblica Russa, Mikhail Poltoranin, ministro dell’Informazione, il consigliere di Stato Sergei Shakhrai, e il ministro dei Rapporti economici con l’estero Viktor Yaroshenko. A breve si presentarono anche il sindaco di Leningrado e il vicesindaco di Mosca.
Eltsin stava dettando una dichiarazione di condanna del golpe alla figlia Tatiana, che batteva furiosamente i tasti della macchina per scrivere. Qualcuno gli suggerì di abbandonare al più presto l’Unione Sovietica: l’America gli avrebbe sicuramente concesso l’asilo politico.
Eltsin rifiutò con sdegno l’idea. Si domandava perché non lo avessero ancora arrestato, visto che era più progressista di Gorbaciov e che si era scontrato varie volte con lui proprio in tal senso.
Quello non fu l’unico errore dei congiurati, ma forse il più grave, sebbene allora non potessero immaginarlo.
Eltsin si versò una vodka, la bevve, quindi scaraventò il bicchiere contro una parete. “E il segretario generale?”, gridò. “E’ davvero prigioniero o anche lui è in combutta con quei quattro delinquenti?” Non lo pensava veramente, però il dubbio c’era.
Era teso e rabbioso, ma fra tutti era l’unico a non essere spaventato.
Poi l’uomo di Butka  salì in macchina e raggiunse il parlamento. Entrò nell’edificio, senza notare che un ufficiale del Gruppo Alpha lo stava osservando. D’altra parte, non aveva mai sentito nominare Miloslav Pomarev.

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Maggiore Miloslav PomarevLa mattina successiva, il maggiore Miloslav Pomarev scese dal letto un minuto prima che suonasse la sveglia.
Fece la doccia e si rasò con calma; quindi, consumò un’abbondante colazione che comprendeva pane, burro, marmellata, uova, pesce affumicato, cetrioli e tè. Dopo aver mangiato, aprì l’armadio. Scartò la mimetica, perché non era in procinto di andare a Kabul, com’era accaduto nel 1979, quando il Gruppo Alpha aveva conquistato in pochi minuti il palazzo di Hafisullah Amin. Indossò, invece, l’uniforme regolamentare, con la grande “A” rossa circondata di azzurro e di giallo. Per la stessa ragione ignorò il giubbotto antiproiettile. Da un cassetto prese la Sig Suer P226.
Una Chaika nera, priva di contrassegni, lo aspettava sotto casa. A bordo c’erano l’autista e un tenente. Pomarev prese posto sul sedile posteriore. Mentre l’auto correva per le vie deserte di Mosca, abbassò il finestrino e si sporse per scrutare il cielo ancora scuro. Si sentiva lucido e concentrato. Ogni cosa era stata già predisposta da tempo, ogni particolare esaminato, vagliato e riesaminato; e dal sopralluogo che aveva effettuato due giorni prima aveva tratto la certezza che tutto sarebbe filato liscio.
Lo spiegamento di forze che appoggiava il colpo di Stato era impressionante:  l’Armata Rossa, che nell’occasione schierava le divisioni Tamanskaya e Kantemirovskaya, rispettivamente secondo e quarto Corpo corazzato della Guardia, e la quasi totalità del KGB, appoggiato dal Gruppo Alpha e dal Gruppo Vympel.
La Chaika si fermò davanti al palazzo della Lubjanka e Pomarev scese per conferire con alcuni ufficiali, impartendo gli ultimi ordini. Quando l’unità al suo comando fu pronta, imboccarono il lungofiume Sofiskaja e passarono accanto all’ambasciata britannica. Pochi minuti dopo erano nei pressi della Duma.
La Duma è il parlamento russo e dai tempi di Stalin non contava assolutamente nulla, dato che era Josif a prendere tutte le decisioni; in seguito aveva continuato a non contare, poiché il potere effettivo, in Unione Sovietica, era nelle mani del Politburo e, in particolare, del segretario generale del PCUS. Ciò nonostante, aveva un elevato valore simbolico. Compito di Pomarev era occuparla.
Il maggiore aspettò che sorgesse il sole, che si levò alto e radioso; poi che dall’alba si passasse al mattino. Attendeva il comando definitivo dal maggiore generale Viktor Karpuchin.

Qualche ora più tardi, due persone ascoltarono davanti al teleschermo il discorso del vicepresidente Gennadij Ivanovic Janaev. Una di queste due persone era confinata nella sua dacia in Crimea e stentava a vedere bene le immagini e a capire con chiarezza le parole di Janaev. Durante la notte, la televisione era stata riparata, però non funzionava in modo perfetto.
L’altra persona si trovava a Dresda, in Germania, e scuoteva la testa.
Totalmente sprovvisto di carisma e di capacità oratoria, Gennadij Janaev si esprimeva in maniera incerta e, quando rispose alle domande dei giornalisti, si mise a farfugliare, dichiarando comunque che “l’amico Gorbaciov” era gravemente malato e non sarebbe tornato a Mosca prima di sei mesi. A parte questo, annunciò che una revisione critica delle ultime decisioni prese dal segretario generale aveva portato lui, il presidente del KGB, Vladimir  Kryuchkov, il ministro della Difesa, Dmitry Yazov,  il ministro degli Interni, Boris Pugo e altri personaggi di spicco, a riconsiderare il quadro politico. Sarebbero state prese decisioni conseguenti.
Quando il titubante Janaev terminò di parlare, in Germania e in Crimea i due televisori vennero spenti.
A Dresda, Vladimir Putin considerò freddamente che aveva fatto molto bene ad appoggiare soltanto moralmente il golpe; nella dacia di Foros, Michail Gorbaciov, furibondo, rilasciò una dichiarazione con mezzi di fortuna, utilizzando una vecchia cinepresa, nella quale accusava Janaev di aver violato la legge e la Costituzione.
Il fido Anatolij Verganskij, l’uomo che aveva lavorato fino a tarda ora per riparare il televisore, si mise all’opera con grande impegno, ma la registrazione era mossa e si interrompeva spesso.
Tuttavia Gorbaciov parlò con forza ed eloquenza. “Io mi sono opposto all’ introduzione dello stato d’emergenza nel Paese, però nessuno ne ha voluto tener conto, e sono stato isolato e messo in stato d’arresto con tutti quelli che sono con me. Dicono che le mie condizioni di salute sono gravi, ma, come vedete, io sto benissimo”.
Poi Anatolij aprì la cassetta registrata, la riprodusse quattro volte, estrasse il nastro con cautela e lo consegnò alla moglie che lo tagliò in quattro segmenti uguali da distribuire a quattro “messaggeri”. La segretaria personale di Michail se ne infilò una copia nelle mutande.

Altri tre uomini assistettero all’impacciata apparizione televisiva di Janaev.
La loro reazione variava, oscillando fra perplessità e disgusto.
Subito dopo, uscirono da Yazenevo e si diressero verso Mosca. Lebedev, Yarbes e Weber, accompagnati da un autista, guidavano un piccolo corteo di cinque automobili, dove erano stipati gli agenti della prima direzione centrale rimasti fedeli a Gorbaciov.
Prima della loro partenza, Olga aveva chiesto di potergli accompagnare. Sebbene fosse ancora attratto da lei, anche se solamente a un puro livello sessuale, il rezident di Londra l’aveva già giudicata e condannata. Le sorrise tiepidamente, rifiutando l’offerta. “Non è un posto da donne.” Olga insisté. “Sono forte e vigorosa, potrei esservi utile.”
Non ottenne risposta.
Durante il tragitto, Lebedev si rivolse a Martin Yarbes. “Quando incontrerò di nuovo Patrick Keynes, gli regalerò una cassa di Moskovskaya.” disse.
Yarbes rifletté sul fatto che a Keynes piaceva solo il bourbon.
I pensieri di William Weber si soffermavano sull’immensa disparità di forze. “Oh, beh.”, si consolò. “Anche la Luftwaffe sembrava invincibile, ma poi i nostri aquiloni hanno vinto.”
Si insegnavano molte cose al MI6, fra le quali una, che Weber considerava la principale: era vietato arrendersi. In qualsiasi circostanza e a fronte di qualunque pericolo. Questa era stata la grande lezione di Sir George Mansfield Smith-Cumming, il primo direttore, e si sarebbe tramandata per sempre.

Magdalina non possedeva una televisione, però aveva una vecchia radio. Spinta da un presentimento, Monica la pregò di accenderla. Le due donne avevano trascorso la notte insieme. Prima di cenare, avevano scavato una fossa nel bosco per seppellire il cadavere di Kuznetsov. Avevano scelto un luogo isolato nel folto degli alberi: lì nessuno lo avrebbe mai trovato. Malgrado le percosse subite, Magdalina era molto più in forma di Squire e aveva svolto la maggior parte del lavoro; ciò nonostante Monica, esausta, era andata a dormire subito dopo aver mangiato.
Magdalina era rimasta alzata sino a notte inoltrata, intenta a riflettere. Doveva la vita a Monica e, benché lo considerasse pericoloso, cercava il modo migliore per farle raggiungere Mosca.
Alla radio interruppero un programma di canzoni cosacche. La voce incerta di Janaev echeggiò nella stanza. La russa e l’americana ascoltarono in un silenzio teso.

Nella sua camera, perennemente chiusa a chiave, dove peraltro riceveva un trattamento di riguardo, cibo buono e abbondante, giornali e riviste inglesi da leggere, il Bastardo, al secolo John Wyman, fu l’ultimo a spegnere la tv. Da eccellente giornalista qual era, si rammaricò di non poter procedere immediatamente con interviste, commenti e analisi che avrebbero dato vita a una serie di fantastici reportage. Visualizzava già i titoli sui principali quotidiani di tutto il mondo.
E da attento osservatore, fornito di vasta esperienza, si domandò perché i congiurati avessero scelto un imbecille come portavoce. Non gli era sfuggito che, mentre parlava, gli tremavano perfino le mani.

Ma, se Janaev si era dimostrato impacciato e poco brillante, di tutt’altro spessore erano le forze speciali che si stavano predisponendo ad attaccare il parlamento.
Pomarev notò che si andava formando un assembramento, evidentemente ostile al golpe. Guardò con disprezzo quella piccola folla. Nessun problema, pensò. Seguiremo l’esempio degli zar.
Il che significava sparare su tutti quelli che avevano intenzione di opporsi, uomini o donne che fossero.
Chi fosse scampato, sarebbe finito a Lefortovo, in mezzo ai topi.
Un uomo alto, dalle spalle ampie – in seguito si sarebbe scoperto che aveva combattuto con valore in Afghanistan – mosse un passo verso il maggiore del Gruppo Alpha. Aveva un’espressione minacciosa.
Senza esitare, Pomarev estrasse la pistola e fece fuoco.
L’anziano soldato crollò a terra, esanime.

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LebedevNovikov e Golubev si appartarono per discutere fra loro, all’ultimo piano di Yazenevo, nello studio del responsabile del terzo dipartimento ; le due guardie del corpo rimasero nell’ufficio di Lebedev.
Il colonnello si alzò per andare a servirsi una vodka. La offrì agli altri, ottenendo un solo rifiuto, quello di Yarbes. Stando ai regolamenti, gli uomini della seconda direzione centrale avrebbero dovuto declinare gentilmente l’invito, ma era difficile resistere a una vodka rara e costosissima che in pochi potevano permettersi.
Lebedev pensava al suo rapporto.
La “leggenda” riguardava un agente non particolarmente sveglio che Piotr aveva ereditato dal suo predecessore. Non era mai stato preso dal MI5 per un motivo preciso: in quegli anni non aveva fatto assolutamente nulla, tranne riscuotere il suo modesto compenso e dare la caccia alle fanciulle inglesi. Lebedev non lo aveva rimandato in Russia perché si era detto che, prima o poi, anche un simile incapace, in qualche strano modo voluto dagli dei dello spionaggio, forse avrebbe potuto rendersi utile. E, puntualmente, ciò si era verificato, anche se in maniera del tutto singolare.
“La necessità di non sapere”: l’uomo in questione conosceva a malapena la disposizione dei locali dell’ambasciata sovietica, e probabilmente ignorava l’ubicazione della Special Branch, del MI6 e del MI5. Un idiota. Però, un utile idiota, che per un caso fortuito Lebedev aveva spedito un giorno in America. Lo aveva mandato, affinché consegnasse un messaggio in codice non particolarmente importante, e si era servito di lui proprio in considerazione del fatto che se lo avessero acciuffato non sarebbe stata una grande perdita.
Per un puro caso, la missione aveva avuto successo, il documento era giunto a destinazione e lo sprovveduto era tornato trionfante a Londra. La circostanza che si chiamasse Aleksandr era un autentico abominio. Nel KGB quel nome rappresentava un’icona: Aleksandr Stravrogin, “Matrioska”, il più grande agente sovietico di tutti i tempi. L’utile idiota vantava un unico asso a proprio favore. Era figlio di un generale che aveva combattuto valorosamente a Leningrado e successivamente nella Prussia Orientale e a Berlino, guadagnandosi varie medaglie sul campo. Questo gli aveva permesso di entrare a far parte della prima direzione centrale e, dato che parlava l’inglese correntemente, qualcuno aveva pensato bene di sprecare una “leggenda”.
Lebedev aveva ascoltato il resoconto della trasferta oltre oceano, lo aveva elogiato e si era immediatamente dimenticato di lui.
Due giorni dopo Patrick Keynes era venuto a trovarlo.
E da qui era nata l’idea del “Rapporto Lebedev”.
Se quanto aveva scritto con fervida fantasia nelle precedenti due ore fosse stato vero, le previsioni di Novikov si sarebbero dimostrate, a dir poco, limitate e pessimistiche, poiché il “Rapporto Lebedev” era un’autentica bomba, destinata a passare agli annali, e Piotr avrebbe potuto ambire a una carica ben più alta di quella di responsabile della terza sezione.
D’altro canto, non c’erano molte ombre. Lebedev era uscito tranquillamente da casa sua, come era suo diritto, e se gli uomini della Lubjanka non lo avevano fermato, era una cosa che non lo riguardava. Nessuno sapeva dove poi si fosse recato e a quale scopo, ma di questo, dato l’alto grado che ricopriva, non era tenuto a rispondere se non in seguito ad accuse precise e motivate. La presenza di Yarbes era legata indissolubilmente alla visita di Patrick Keynes, così come il suo inaspettato ritorno a Mosca… per quella di William Weber avrebbe dovuto inventarsi un pretesto (nel rapporto, Weber non veniva citato); ma l’immaginazione non gli mancava.
Non aveva risposto alla convocazione di Kryuchkov, ma si riprometteva di farlo al più presto, e il ritardo era dovuto alla necessità di elaborare il materiale che aveva ricevuto da Langley, in maniera da offrire al presidente un quadro completo ed esaustivo. Aveva mancato di rispetto a Kryuchkov? No, dato che gli avrebbe offerto uno splendido dono, su un piatto d’argento.
Le parole di Olga erano prive di valore. Una segretaria segretamente innamorata e gelosa della legittima moglie, una piccola donna vuota e troppo ambiziosa. Una nullità, destinata a scontare il giusto castigo a Lefortovo.
Il colonnello Piotr Ivanovic Lebedev sorseggiò la vodka e attese con calma che Novikov e Golubev tornassero per cingerlo d’alloro (e per prendersi qualche merito, niente affatto dovuto).
Poi si sarebbe occupato del golpe.

Monica Squire fissava il corpo senza vita del russo.
Magdalina si alzò e la abbracciò. Con un gesto distratto Monica le accarezzò i capelli. Non riusciva a distogliere lo sguardo dal cadavere.
Chi erano i buoni e chi i cattivi? John Lodge, il suo compagno d’azione di un tempo, l’uomo che era stato ucciso da Matrioska, l’avrebbe rimproverata per quei pensieri che lui giudicava “inutile filosofia”. Forse era vero, forse era inutile, però questo non significava che la realtà fosse diversa da com’era. CIA e KGB erano le due facce della stessa medaglia, utilizzavano metodi identici, non conoscevano il senso dell’etica. I buoni non esistevano se non nella propaganda americana, pronta a giustificare qualsiasi azione, purché fosse coronata da successo.
Era vietato perdere, e lei lo sapeva bene: aveva sperimentato sulla sua pelle il significato della parola “sconfitta”. Se non era finita in prigione, non era stato grazie alle attenuanti, alla comprensione di quello che aveva subito. Quante donne sarebbero riuscite a resistere alla tortura feroce che le aveva inflitto Aglaja? No, il direttore della CIA aveva preso una decisione politica. Monica ne aveva discusso con Yarbes, e Martin si era dichiarato d’accordo.
Il capo di Langley non aveva voluto che lei comparisse nell’aula di un tribunale. Se questo fosse accaduto, sarebbe crollato il castello di menzogne che era stato costruito per negare ciò che era successo veramente. Bisognava nascondere, occultare, fuorviare.
Se Monica non avesse raggiunto Matrioska in Francia e non lo avesse ucciso, sarebbe comunque rimasta per sempre una paria. Ricordava i sorrisetti di scherno che la accompagnavano lungo i corridoi di Langley. All’inizio, anche Yarbes non era stato carino con lei, ironizzando sulla sua scarsa capacità di sopportare il dolore. Poi aveva imparato a stimarla.
Per molto tempo Monica aveva creduto nel suo lavoro. Alcuni dubbi, certo, qualche riserva; però dubbi e riserve scomparivano se solo guardava la bandiera stelle e strisce. Lei operava a favore della pace, per il trionfo della giustizia, per sconfiggere il comunismo, fonte di ogni male.
Ma era poi tanto diversa dall’uomo che aveva appena ammazzato?

I due dirigenti lasciarono l’ufficio di Lebedev visibilmente soddisfatti, scortati dalle guardie del corpo di Golubev, altrettanto compiaciute anche se per ragioni diverse. Erano rigide come sempre, però meno ossequiose del solito.
Martin Yarbes si rivolse al colonnello. “Cosa c’era scritto in quel dannato rapporto?”, gli domandò.
Piotr si concesse un sorriso. “Una notizia che ha suscitato il loro scalpore.”, rispose. “Non esistevano altre strade, se non l’arresto, gli interrogatori, la fucilazione o la deportazione.”
“Ebbene?”, intervenne William Weber.
“Semplice.”, disse Lebedev. “In quel rapporto è riportato un fatto senza precedenti. Patrick Keynes è stato “arruolato”, e da oggi, anzi diciamo da ieri, lavorerà per l’Unione Sovietica. E lei, signor Yarbes”, aggiunse guardando l’americano, “rappresenta il suo tramite. Se ha pure commesso qualche peccatuccio, questo è irrilevante in confronto all’acquisizione di uno dei massimi esponenti della CIA. Ecco tutto.”
“E le hanno creduto?”, chiese Weber dubbioso. Patrick Keynes era uno degli uomini più potenti del mondo, da sempre irriducibile nemico dell’Urss; sopra di lui, a Langley, c’era soltanto il direttore in persona.
“Certo. Perché ho esposto fatti reali, tutti facilmente controllabili… tranne il “tradimento” di Keynes, ovviamente. Il resto è perfetto. Compresi un paio di particolari che avrei potuto apprendere solamente da lui.”
Weber lo fissò incredulo. Yarbes scoppiò a ridere. “Keynes che si vende! E’ più facile che gli Utah Jazz vincano il campionato”.
Piotr assunse un’aria modesta. Sapeva di essere un grande giocatore di scacchi, tuttavia il senso di trionfo era mitigato da una considerazione. Se Gorbaciov avesse vinto, sarebbe finita un’era. Lo sentiva dentro di sé, come un cane avverte l’arrivo del temporale. Il segretario generale avrebbe fatto a pezzi il KGB. Lebedev aveva dedicato tutta la sua vita al “Centro”; se ora si opponeva alle decisioni di Kryuchkov, era perché non le reputava sensate.
E, se invece, Michail avesse perso?
In quel momento, bussarono alla porta.
Entrò Olga. Aveva l’aria sconvolta.
Si prostrò per terra.
“Pietà!”, implorò.
Weber, che conosceva bene la mentalità russa, represse un sorriso davanti a quella scena melodrammatica.
“Stai tranquilla: non hai nulla da temere.”, disse Lebedev in tono pacato.
Il che significa che è spacciata, pensò Weber notando lo sguardo gelido del colonnello.

Quella sera Pomarev andò a letto presto.
Prima di addormentarsi si chiese se Kuznetsov era riuscito a trovare l’americana, ma fu un pensiero fugace. Altro occupava la sua mente. Puntò la sveglia alle quattro del mattino. Una colazione sostanziosa e sarebbe stato pronto per occupare la Duma.
Amava la sua casa, presto però ne avrebbe avuta una più grande: una dacia a ovest di Mosca, dove vivevano i ricchi. E lui sarebbe diventato ricco e influente. Come era giusto che fosse.
Mancavano otto ore al colpo di Stato.

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