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Archive for the ‘Carrick e lo strano caso di Jack Sparrows’ Category

Nadia Greene percepiva l’ostilità di Alexandra White, anche se non riusciva a spiegarsela. In apparenza, la scrittrice si dimostrava cortese, sebbene fredda; tuttavia dal suo sguardo traspariva come un odio nascosto, specie quando pensava di non essere osservata. Nei suoi occhi c’erano ombre, simili a squali che nuotassero sotto la superficie del mare. Un lampo di luce, accompagnato da una raffica di vento che disperdeva le onde, consentiva di distinguerli per brevi istanti; poi l’acqua tornava a nasconderli.
Alexandra White si rifiutava di collaborare con lei, sostenendo che il suo piano non aveva alcuna possibilità di riuscita. Jack Sparrows era più forte di loro; se pure lo avessero aggredito di sorpresa, egli le avrebbe facilmente sopraffatte. Era meglio continuare la gara.
Alexandra scriveva con furia, quasi con rabbia. Nadia capiva che si sentiva in piena competizione e che non intendeva assolutamente perdere. In un primo momento, le era sembrata smarrita, forse rassegnata; però poi era cambiata. Lavorava dal mattino alla sera con feroce determinazione: scriveva, rileggeva, correggeva, e non le mostrava mai ciò che aveva prodotto. Al contrario, Greene le permetteva di visionare le sue pagine. Immancabilmente, lo sguardo di Alexandra si faceva duro, le labbra si stringevano in una linea sottile, e subito dopo si rimetteva all’opera, stracciando gran parte di quello che aveva scritto durante la giornata e ricominciando da capo.
Alla sera, Sparrows elogiava Nadia, mentre, beffardo, annunciava a White che il suo svantaggio aumentava. La mattina dopo, Alexandra rinnovava i suoi sforzi con una concentrazione quasi spasmodica, Nadia, invece, scriveva con gioia, di getto. Tutto le veniva facile. Non pensava alla sfida, ma solo a proseguire la sua storia nel migliore dei modi. Non pensava nemmeno di vincere (non sarebbe servito comunque a nulla), ma di guadagnare tempo, in attesa che Alexandra si convincesse ad aiutarla. Quando, malgrado tutto il suo impegno, si fosse resa conto di non poter competere con lei, allora forse finalmente avrebbe ceduto.
Risultava chiaro, infatti, che il romanzo di Nadia era il migliore dei due, benché la giovane stentasse ancora a crederlo. Alla fine ne aveva preso atto, senza per questo inorgoglirsi. A differenza di molte, non provava nessun senso di rivalità nei confronti delle altre donne, e ciò valeva anche nel caso di Alexandra. Senza contare che, appunto, quel braccio di ferro era inutile, dato che Sparrows le avrebbe in ogni caso uccise, a meno che non si fossero coalizzate per combatterlo. Inoltre, c’era la possibilità che Carrick le rintracciasse; guadagnare tempo era dunque doppiamente importante.
Nadia non era una ragazza stupida, tutt’altro, e aveva cominciato a capire i sentimenti di White. Era una scrittrice ricca e famosa, abituata a primeggiare.
Per quello non ammetteva la sconfitta.
Un tardo pomeriggio, Alexandra rilesse per l’ennesima volta ciò che aveva scritto nelle ultime ore, quindi la guardò con aria trionfante. Le porse il plico di fogli con una luce di sfida negli occhi. “Vediamo se sai fare meglio.”, disse in un tono mellifluo che a Nadia non piacque affatto.
Greene lesse e giudicò molto buono il suo operato, però con fredda obiettività lo valutò inferiore a quanto lei aveva scritto. Era buona d’animo e avrebbe preferito che Alexandra non esaminasse il suo lavoro, ma la scrittrice pretese di leggere a sua volta i nuovi capitoli dell’altra.
Quando finì, scattò in piedi e iniziò a percorrere la stanza a lunghi passi. Era rossa in viso per la collera e la frustrazione. Probabilmente si sentiva umiliata, pensò Nadia, e provò un moto di sincera pena per lei.

Alexandra era consapevole di comportarsi in modo totalmente estraneo alla sua natura. Non era mai stata né competitiva né invidiosa; si era sempre rapportata con tutti in maniera garbata, ed era di indole sensibile e generosa.
Quella situazione l’aveva cambiata.
Istintivamente Nadia le era simpatica, però ora ravvisava il lei l’Antagonista, con la “a” maiuscola. Che Jack Sparrows facesse quello che voleva: a lei interessava soltanto vincere, dimostrare, soprattutto a se stessa, di essere la migliore.
Ma ciò sembrava impossibile.
Greene scriveva meglio e, per quanto lei si sforzasse di dare il massimo, l’altra restava sempre un gradino sopra. Volendo fare un paragone con il tennis, sport che amava (seguiva regolarmente il torneo di Wimbledon, e non solo per le deliziose fragole che venivano offerte a una ristretta cerchia di privilegiati, fra cui Alexandra stessa), era come se ogni suo colpo fosse ribattuto da un muro. Lei effettuava uno splendido diritto per scoprire incredula che non bastava, perché l’altra rispondeva con un perfetto rovescio indirizzando la pallina dove non sarebbe mai riuscita a raggiungerla. Il caldo soffocante non la aiutava. Nadia si svegliava fresca e arzilla, lei avvolta in un bagno di sudore. Essere costretta ad aspettare fino a sera per potersi lavare rappresentava un vero supplizio. Non le piaceva nemmeno dover dividire il letto: era abituata ad avere i suoi spazi.
Ciò nonostante, continuava a scrivere con tenacia e quel pomeriggio aveva dato vita a un capitolo mirabile; era certa di aver superato Greene. Ma quando aveva letto il suo brano le erano cascate le braccia. Tornando al paragone con il tennis, Nadia aveva innalzato l’intensità del suo gioco a livelli insostenibili.
Al suo posto, un’altra si sarebbe arresa. E per un momento Alexandra pensò effettivamente di dichiararsi vinta; era esausta fisicamente e spossata psicologicamente, mangiava poco ed era dimagrita, si sentiva priva di energie. Ma fu solo un breve attimo di sconforto che passò subito. Si ripromise di riprendere la battaglia l’indomani. Esisteva un altro aspetto da considerare: inizialmente aveva detestato quella storia, che considerava volgare e non consona al suo stile, ma adesso per qualche strana ragione le piaceva.
Si disse che dalla sua aveva più esperienza e una preparazione indubbiamente superiore. Nadia non aveva mai pubblicato un libro, non conosceva le insidie nascoste che accompagnano il lavoro di uno scrittore di professione, e neppure le ansie che si celano nelle zone più oscure dell’animo, ogni volta che ci si trova ad affrontare la famigerata pagina bianca, la quale attende di essere riempita, ma che nel contempo può inibire l’immaginazione, a causa dei misteriosi meccanismi che regolano l’attività umana.
Presto o tardi Nadia si sarebbe bloccata o forse avrebbe peccato di ingenuità. Non si poteva giudicare un romanzo prima che fosse finito. Era una strada lunga da percorrere; Alexandra lo aveva fatto infinite volte con successo. Ma Nadia avrebbe potuto smarrirsi durante quel lungo tragitto. O forse un giorno la pagina sarebbe rimasta desolatamente bianca.
In tal caso, lei avrebbe vinto.

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All’imbrunire Sparrows tornò per esaminare il lavoro delle due donne. Portava con sé la cena. La prima colazione era assai sostanziosa, pertanto reputava che non avessero bisogno di pranzare. In quella casa non c’era personale, e toccava a loro rigovernare la camera; in compenso Jack cucinava bene. Nella stanza c’era un vaso da notte, ma più tardi le avrebbe concesso di recarsi in bagno, una alla volta e debitamente sorvegliate. Nadia era sudata, a causa del gran caldo di quel giorno, e non vedeva l’ora di lavarsi.
Jack lesse ciò che aveva scritto White e arricciò il naso: erano due paginette incolori da cui non emergeva minimamente il suo talento. Ma, anziché adirarsi, sorrise cinicamente. Si trattava di un classico esempio di ansia da prestazione; era evidente che Alexandra temeva il confronto con l’altra. E, infatti, l’operato di Nadia era eccellente: vivide descrizioni di combattimenti fra orribili mostri e forti ma sfortunati guerrieri, una principessa catturata e resa schiava, un paio di torbide scene di sesso. Quel romanzo prometteva di diventare un capolavoro. “Molto bene!”, si congratulò con lei. Quindi, si rivolse a White. “Sei in svantaggio. Vedi di riguadagnare il terreno perso.”
Alexandra impallidì e allontanò da sé il piatto.
Non occorreva aggiungere altro, si disse Sparrows.

Alexandra lesse attentamente lo scritto di Nadia. Quando le restituì i fogli, commentò: “Sei più brava di me. Vincerai tu.”
Sapeva che con ogni probabilità questo significava che lei sarebbe morta; ne prese atto con rassegnato fatalismo.
Ma la giovane scosse vigorosamente la testa. “Questa non è una gara sportiva!” Parlava a bassa voce, dato che temeva che Sparrows fosse fuori dalla porta, intento a origliare. “A parte il fatto che tu sei una scrittrice famosa e io una semplice impiegata, poniamo pure, a livello di ipotesi, che tu abbia ragione. Cosa credi che succederà? Pensi davvero che quell’uomo manterrà i patti? No, Alexandra: non ci saranno vincitrici e perdenti, non è previsto nessun premio per chi scriverà il libro migliore. Sparrows ci ucciderà entrambe; non può permettersi di liberare una di noi due, perché sa che verrebbe denunciato.”
Alexandra la fissò in silenzio. “Avevo pensato a una soluzione.”, disse dopo qualche minuto. “Il tuo arrivo, però, ha scombinato i miei piani.”
“Che genere di soluzione?”, volle sapere Nadia.
“Era legata al romanzo.”, spiegò Alexandra. “Non era ancora un piano preciso. Diciamo che contavo di ricattarlo, minacciandolo di stracciare quello che avevo scritto.” Fece un sorriso mesto. “Ma forse non era granché come idea.”
“Infatti.”, convenne Nadia. “C’è un unico modo per uscire di qui.”
Tacque per alcuni istanti, mentre Alexandra attendeva pazientemente che continuasse. Era una mattina triste e piovosa, il cielo grigio era percorso dalle nuvole. Un clima che si adattava allo stato d’animo della scrittrice; aveva perso la volontà di combattere, si sentiva vinta e infelice, una profonda malinconia la avvolgeva, simile alla nebbia di una fredda serata autunnale.
“Dobbiamo affrontarlo fisicamente.”, riprese Greene in tono vivace. “Siamo in due e lui è solo. Se riuscissimo a coglierlo di sorpresa, potremmo avere la meglio. Una volta tramortito, scapperemmo via da qui.”
Alexandra non sembrava convinta. Sfiorò il mucchio ordinato di pagine che teneva sulla destra della scrivania. Le pagine che raccontavano la storia della fata, di Meredith la strega, di Lord Ascher; era avvilente constatare che il suo lavoro valeva ben poco se rapportato a quello di Nadia Greene. In un certo senso, ciò la deprimeva allo stesso modo della sua situazione reale, che lei vedeva priva di vie di uscita. Una ragazza che fino a pochi giorni prima non aveva mai scritto una riga l’aveva surclassata: i paesaggi erano descritti meglio, apparivano più vividi al punto che, leggendo, sembrava di vederli; i personaggi risultavano più credibili, al confronto, i suoi erano stereotipati. Inoltre, la suspense era decisamente maggiore. Comunque la si volesse mettere, Greene l’aveva superata. Ammesso e non concesso che fossero riuscite a fuggire, lei non sarebbe stata più la regina della letteratura fantastica; avrebbe dovuto accontentarsi di essere una delle tante, mentre Nadia avrebbe preso il suo posto. E presto lei sarebbe stata dimenticata.
“Non so battermi.”, disse infine, tornando al presente.
“Nemmeno io!”, ribatté prontamente Nadia. “Però siamo in due, e poi queste cose non si imparano comunque a scuola: fanno parte della natura dell’uomo. Al momento opportuno, troveremmo sicuramente un modo per metterlo fuori combattimento. Anzi, perché non usare i nostri libri?”
Alexandra le rivolse uno sguardo interrogativo.
“Bene. I nostri protagonisti lottano, no? Certo, si avvalgono naturalmente della magia, però entrambe abbiamo descritto anche numerose scene di lotta: prendiamo spunto da esse. Studiamo una strategia.”
“E’ molto pericoloso.”, replicò Alexandra. La risolutezza e l’ottimismo di Nadia la irritavano vagamente, benché non ne afferrasse appieno il motivo. Forse perché invidiava la sua vitalità. Quella giovane pareva esserle superiore in tutto: era più coraggiosa, più energica… e scriveva meglio di lei!
“Meno pericoloso che aspettare passivamente la morte.”, affermò con decisione Nadia. “Proviamo a ragionare assieme. Qual è il momento migliore per sorprenderlo? Secondo me, quando esamina i nostri scritti.” Si guardò attorno. “Se avessimo un’arma!”, mormorò.
“D’accordo.”, disse Alexandra. “Studiamo qualcosa.”
Ma in realtà stava pensando ad altro. Nadia Greene sarebbe diventata la nuova regina… a questo punto, che senso aveva combattere?
Ultimamente la sua esistenza era scandita dalle sconfitte. Aveva creduto di aver incontrato il grande amore, ma invece si era trattato di un inganno. Sparrows l’aveva semplicemente usata. Era un depravato, un folle; ma questo non mutava la sostanza delle cose. Si sentiva sola come non le era mai accaduto in passato. Si trovava in grave pericolo, molto probabilmente sarebbe morta. E anche se si fosse salvata, eventualità che considerava assai improbabile, una sconosciuta impiegata l’avrebbe sostituita ai vertici della narrativa britannica. Alexandra sapeva riconoscere il talento e Greene ne aveva da vendere. Se fosse stata una donna anziana, avrebbe potuto accettarlo; era un fatto che rientrava nell’ordine naturale della vita. Presto o tardi, in tutti i campi, arriva sempre un erede, e al momento stabilito dal destino è giusto trarsi in disparte.
Ma lei era giovane!
E tuttavia destinata a soccombere.
Sebbene fossero solo proiezioni fantastiche, dato che escludeva di potersi salvare, quella semplice ipotesi la colmava di amarezza. Si rendeva conto di non avere altro a cui aggrapparsi all’infuori della scrittura. Né amore, né serenità, né la speranza di un futuro felice. Perché dunque ostinarsi a lottare? Detestava autocommiserarsi, ciò nonostante a questo lo avevano portata la prigionia e la consapevolezza che un’altra donna era più brava di lei.
Si alzò per andare ad affacciarsi alla finestra. Non voleva che Greene si accorgesse che stava piangendo. Erano lacrime dovute alla frustrazione più che alla paura.

Nel corso di decenni di lavoro, Carrick aveva sviluppato una fitta rete di informatori. Non tutti erano sempre attendibili, ma l’investigatore aveva imparato da tempo a scremare le notizie veramente importanti da quelle di dubbia utilità. In questo era aiutato dal suo impareggiabile fiuto.
La rete era assai variegata: era composta da poliziotti corrotti, funzionari di banca, magistrati, giornalisti, osti, cameriere, mendicanti, prostitute e ladri. Vivendo a Nizza, aveva perso molti contatti, ma in quei giorni si adoperò per riannodare i fili di tale vasto ingranaggio. Si recò nei locali più malfamati, parlò con meretrici e ricettatori, andò a visitare vecchi furfanti che avevano abbandonato l’attività, ma che possedevano ancora vista acuta e orecchie attente. Elargì banconote e minacce, dispensò sorrisi e ricordò antichi favori. Si dedicò a quel compito con la costanza e lo scrupolo che lo avevano sempre contraddistinto.
Lentamente, la macchina si mise in moto.

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In macchina si era comportato in modo gentile e amabile, ma quando entrarono in casa Sparrows cambiò immediatamente atteggiamento. Si versò da bere, ignorando Nadia, bevve un sorso di cognac, quindi la scrutò con uno sguardo gelido. “Bene.”, disse. “Non ho alcuna intenzione di intervistarti. Il mio compito è diverso: salvare il mondo della letteratura fantastica da autrici pateticamente ancorate a idee stupide e lontane dalla realtà. Ciò che voglio da te è che tu scriva un nuovo libro, in cui le cose funzionino così come devono funzionare. Uno specchio della vita vera, composto da pulsioni autentiche: sesso, tormenti, pensieri scabrosi. Al bando le fate sbiadite e gli inutili folletti! Devi descrivere la malvagità, e farla trionfare.”
Benché Nadia fosse stata messa in guardia, la sua reazione fu comunque di stupore. Non provava paura, sebbene Carrick non fosse lì con lei, bensì curiosità. Jack Sparrows le era parso un uomo affascinante, e si era accorta che aveva letteralmente stregato Pippa; adesso, però, aveva assunto un’espressione quasi allucinata e dava la sensazione di essere un pazzo. Si chiese dove fosse l’investigatore, ma Sparrows non le lasciò il tempo di pensare: la sospinse a forza verso le scale. Salirono fino al secondo piano. Jack aprì una porta e la costrinse a entrare in una camera.
Nadia vide Alexandra White. Era seduta davanti a una scrivania, intenta a scrivere alla fioca luce di una candela. Alexandra si voltò e la guardò stupita. Jack Sparrows si rivolse nuovamente a Nadia. “Il letto è sufficientemente ampio, dormirete insieme. Domattina porterò qui un altro scrittoio. Lavorerete fianco a fianco, ciascuna di voi due scriverà il suo romanzo e alla fine io giudicherò le vostre opere. Ci saranno un premio e un castigo.” Sorrise cupamente. “Vita e morte.”

Nadia dormì un sonno agitato e confuso. In realtà, il letto non era particolarmente spazioso, e sicuramente non era un letto matrimoniale; durante la notte spesso le due donne si urtarono e in un caso Nadia si ritrovò sopra a White. La scrittrice farfugliò qualcosa e la giovane si scusò. Poi non riuscì più a riaddormentarsi. Era tesa e ansiosa. Dal sedile della macchina non si era accorta di quello che stava accadendo fuori, perciò non capiva perché Carrick non avesse fermato Sparrows. Eppure l’investigatore le aveva garantito che se lei avesse seguito le sue istruzioni non avrebbe corso alcun rischio. Sparrows era salito sulla Talbot con una certa fretta, che però lei aveva attribuito a un temperamento impulsivo.
Adesso era prigioniera in una casa isolata, di cui Carrick ignorava l’ubicazione, e sarebbe stata costretta a scrivere. Ma non sapeva scrivere! L’inganno sarebbe presto venuto alla luce. Come avrebbe reagito Jack Sparrows? Quando aveva annunciato la competizione fra lei e Alexandra, aveva parlato di premio e castigo… vita e morte. Era pazzo, fuori da ogni dubbio, e questo portava alla conclusione che, una volta scoperto che lei non era una scrittrice, non avrebbe esitato a ucciderla.
Nadia, però, era una ragazza coraggiosa e combattiva e non aveva nessuna intenzione di rassegnarsi. Avrebbe potuto tentare di scrivere o magari le sarebbe venuta in mente un’idea migliore; purtroppo come piano era alquanto nebuloso, ma per il momento doveva accontentarsi.
Prima di andare a letto, Alexandra le aveva raccontato quello che era successo da quando si trovava lì. Era una vicenda allucinante. Tuttavia, benché Nadia provasse simpatia per lei, aveva avuto il sospetto che in fondo la scrittrice non fosse particolarmente dispiaciuta della sua presenza e di ciò che essa significava: era chiaro che era sicura di stravincere quella sfida stravagante. In questo modo, sarebbe tornata libera. Forse per il momento non era ancora un pensiero del tutto cosciente, ma presto Alexandra avrebbe capito che lei rappresentava la sua salvezza. Era una reazione umana e Nadia non la biasimava per questo: si conoscevano soltanto di vista, ed era normale che la scrittrice pensasse prima a se stessa.
Jack Sparrows si presentò poco dopo l’alba. Su un grande vassoio c’era la colazione per entrambe. Mentre mangiavano, trascinò nella stanza una vecchia scrivania che posizionò accanto a quella di Alexandra White.
Le osservò finché non ebbero finito, quindi dichiarò allegramente: “E ora al lavoro!”
Uscì dalla camera, che naturalmente chiuse a chiave.
Le due donne indugiarono, sebbene Alexandra avesse avvertito Nadia che lui alla sera controllava quanto era stato scritto durante il giorno. Le spiegò che pretendeva quantità oltre alla qualità, e che se veniva contrariato diventava irascibile e pericoloso.
Loro, però, erano in due, si disse Nadia. Alexandra da sola era impotente contro di lui, ma se lei e la scrittrice avessero unito le forze e agito con astuzia avrebbero potuto sopraffarlo. Cominciò a riflettere, e man mano un piano iniziò a delinearsi nella sua mente.
Per qualche ragione non ne parlò con Alexandra, forse perché era prematuro farlo. Si mise, invece, all’opera con grande concentrazione, scoprendo incredula che le molte letture del passato le avevano giovato, in quanto l’avevano provvista di una discreta infarinatura: le prime righe scorrevano fluide.
Scoprì di non aver bisogno di soffermarsi a meditare su ogni singola parola; le frasi nascevano spontaneamente e formavano paragrafi, i quali a loro volta si trasformavano in capitoli: pagine e pagine di fitta scrittura, dove i fatti narrati davano vita a una storia avvincente e piena di emozioni.
Tratteggiava in maniera superba paesaggi di incommensurabile bellezza oppure luoghi cupi come la più tetra fra le notti, facendo ricorso unicamente all’immaginazione, come un pittore che realizzasse un quadro affidandosi soltanto a un misterioso istinto che gli permetteva di riportare su tela ciò che non aveva mai visto di persona, un mare esotico o l’incanto di un tramonto africano.
Scoprì che era bello lasciar correre la fantasia, lasciarla libera di creare situazioni che lei stessa non riusciva a visualizzare, prima che prendessero forma. Ciò valeva soprattutto per i personaggi che descriveva, dato che essi agivano a sua insaputa, compiendo azioni e formulando pensieri che andavano solo riportati su carta.
Si disse che scrivere era un procedimento quasi mistico, e rimase ammaliata dalla sua stessa bravura.
Non aveva mai immaginato di possedere tali doti.
In quei momenti non pensava alla sfida né alle sue sinistre implicazioni. Semplicemente, viveva attimi di una felicità talmente intensa da farle scordare la realtà che la circondava.
Mentre scriveva, Alexandra White la scrutava con uno sguardo indecifrabile.

Carrick si incontrò con Patricia in un pub. “Nulla di rotto.”, la rassicurò, prima di portarsi alla bocca un grosso boccale di birra. “Solo qualche contusione.”, aggiunse dopo aver bevuto. “Adesso, però, dobbiamo pensare alle nostre amiche.”
Patricia annuì. Si sentiva tremendamente in colpa per aver coinvolto Nadia Greene. “Cosa faremo?”, gli domandò.
Carrick non si degnò di rispondere. Stava riflettendo. Se voleva una cosa, egli la otteneva, pronto ad annientare chiunque tentasse di ostacolarlo: a questo si doveva la sua fama. Ciò nonostante, era combattuto. In quel momento si sentiva vecchio e stanco, era tutto indolenzito, e provava il forte desiderio di tornare a Nizza. Chiuse gli occhi e per un istante rivide il meraviglioso mare della Costa Azzurra, riassaporò il profumo di quella terra magnifica e meditò sulla differenza che intercorreva tra un buon piatto di pesce cucinato alla brace e le solite uova con salsicce. Però aveva preso un impegno e mai, nella sua vita, aveva mancato di mantenere una promessa. Osservò il viso ansioso di Patricia. Poi parlò, scandendo lentamente le parole. “State tranquilla! Carrick resterà a Londra fino a quando non avrà liberato Alexandra White e Nadia Greene.”
Patricia ricambiò lo sguardo. Dai suoi occhi trapelava l’amore che provava per lui. Fu tentata di aprirgli il cuore, ma l’innato intuito femminile le suggerì di aspettare. Non era ancora giunto il momento, posto che fosse mai arrivato.

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Quando Patricia le aveva spiegato il piano di Carrick, Nadia Greene non aveva esitato ad accettare. Era una ragazza coraggiosa, d’animo buono e di indole generosa, e ammirava molto Alexandra White. Alliston le aveva dato il permesso di assentarsi dal lavoro per tutto il tempo necessario. “Poi, questo libro lo dovrai scrivere veramente!”, aveva commentato divertito. O forse lo avrebbe scritto Alexandra; dopotutto, era il minimo che poteva fare.
Carrick l’aveva messa in guardia: se avesse seguito scrupolosamente le sue istruzioni, non avrebbe corso rischi; però Sparrows non andava assolutamente sottovalutato e lei non avrebbe dovuto prendere iniziative personali di alcun genere.
Nadia era una biondina solare, ottimista di natura, e non aveva paura. Patricia, invece, era preoccupata, dato che era stata lei a suggerire all’investigatore il nome dell’amica. Poi Carrick aveva fatto il resto, persuadendo Alliston a organizzare quella messinscena e convincendo il direttore del “Times” a darle ampio risalto. Nessuno dei due avrebbe potuto rifiutargli un favore. Naturalmente Patricia voleva che Alexandra si salvasse, però temeva per la sorte di Nadia.
Provava anche un senso di colpa nei confronti di Carrick, poiché a causa sua era stato costretto a rinviare di qualche giorno il viaggio di ritorno. Allo stesso tempo, tuttavia, ne era segretamente felice. Si era confidata con Nadia, che non l’aveva affatto derisa. Lei era innamorata di un collega ma, benché fosse graziosa e intelligente, egli la ignorava. Era una cosa che le accomunava, anche se forse Carrick aveva scacciato dal cuore di Patricia il suo “amore impossibile”, sebbene con le stesse scarse speranze.
Quella sera Nadia uscì a cena con Pippa Morris, un’amica di entrambe che lavorava in un grande magazzino. Era una ragazza alta con lunghi capelli neri e atteggiamenti spesso sfrontati; non propriamente bella, aveva comunque gambe slanciate e occhi molto espressivi da cui trapelava un fondo malizioso che catturava l’attenzione degli uomini.
Fu lei a notarlo per prima. Nadia le sfiorò un ginocchio per avvertirla: le aveva parlato di Jack Sparrows. Ciò nonostante, Pippa gli rivolse un sorriso civettuolo. Sparrows era assai attraente. Indossava una giacca nera e una camicia bianca con il colletto rigido. Si avvicinò al tavolo e si presentò, compito. “Sono un giornalista.”, dichiarò, rivolgendosi a Nadia. “Ho letto sul “Times” che sta per essere pubblicato il vostro romanzo d’esordio, di cui si dice un gran bene. Mi chiedevo se fosse possibile scambiare quattro chiacchiere con voi.”
Greene esitò appositamente per alcuni istanti, quindi annuì e lo invitò a sedersi. “Come avete fatto a rintracciarmi qui?”, gli domandò fingendosi incuriosita. In realtà, la voce di quella cena era stata fatta circolare all’interno della casa editrice, e qualche banconota era in grado di aprire molte bocche.
“Ho le mie fonti.”, rispose Jack con aria misteriosa. Poi sfoderò un gran sorriso.
Malgrado l’amica l’avesse informata della situazione, Pippa era assolutamente affascinata da lui. Era un uomo sicuro di sé, spiritoso ed educato, vestiva elegantemente ed era così bello che se lo sarebbe mangiato; restò molto delusa perciò quando Nadia accettò di concedergli un’intervista in un posto più tranquillo, nella fattispecie la casa di Sparrows, e l’invito non fu esteso a lei. Sapeva che era un individuo pericoloso, o almeno questo era ciò che sosteneva l’amica; ma forse Nadia aveva esagerato, pensò. Non esistevano prove in merito, e in ogni caso lei amava il rischio, le emozioni forti, i maschi capaci di dominare una donna. Gli strinse la mano, trattenendo la sua per alcuni secondi di troppo e, con un sospiro rassegnato, li guardò uscire dal locale.
Jack Sparrows condusse Nadia verso la sua Talbot e le aprì la portiera. Girò intorno all’automobile per raggiungere la postazione di guida.
In quel momento accaddero due fatti strani. Un uomo comparve alle sue spalle, prendendolo per un braccio. Sparrows cercò di divincolarsi, però la presa era ferrea. “Chi diavolo siete?”, esclamò.
“Carrick”. disse lo sconosciuto, che un secondo dopo stramazzò al suolo.
Un secondo uomo, sgusciato fuori da un portone, lo aveva colpito alla testa con quello che sembrava essere un manganello.
Jack saltò in macchina e partì a tutta velocità.

Da anni Carrick si era fatto la convinzione che in uno scontro fisico agilità e destrezza valessero quanto la forza fisica, se non di più. Anche la freddezza era molto importante. La norma principale era che chi colpiva per primo partiva avvantaggiato.
Non perse tempo a domandarsi chi e perché lo avesse aggredito. Sapeva che presto sarebbe stato assalito di nuovo e che se non fosse riuscito a rialzarsi in fretta l’altro lo avrebbe ucciso. Gli faceva male la testa, aveva i riflessi appannati e soprattutto cominciava ad avvertire il peso degli anni: non era più rapido e vigoroso come una volta. Ciò nonostante era fiducioso. Il suo misterioso nemico era un dilettante; se fosse stato un professionista, lo avrebbe ammazzato al primo tentativo; invece, sebbene lo avesse preso alle spalle con il favore della sorpresa, gli aveva inferto un colpo violento ma anche maldestro.
Carrick rotolò per terra e, come aveva previsto, evitò d’un soffio il nuovo attacco. Il manganello calò con forza sul suo capo, ma lo mancò.
L’investigatore balzò in piedi. Aveva la vista un po’ offuscata e le gambe gli tremavano; per un momento pensò di cadere, ma trasse un profondo respiro, scrollò la testa e quando vide che l’uomo stava per vibrare una terza bastonata lo afferrò per un polso, torcendolo con forza. Il manganello finì a terra e Carrick sferrò un diretto destro centrando il mento dell’avversario. Poi lo prese allo stomaco con il sinistro. Era convinto di vederlo scivolare inerte sulla strada, invece l’uomo grugnì di rabbia e di dolore, incassò la testa fra le spalle e caricò come un toro furioso. Si batteva male, però era forte e grosso. Carrick cercò di evitare l’impatto, ma si mosse con un attimo di ritardo: l’energumeno lo avvolse in un abbraccio soffocante. Carrick capì che gli avrebbe spezzato la spina dorsale. Tentò di liberarsi senza riuscirci, perché aveva entrambe le braccia bloccate; e, per quanto potesse sembrare impossibile, la stretta aumentava. Era come trovarsi imprigionato tra le spire di un serpente. Carrick anfanò. Udiva il respiro rauco dell’altro, mentre la morsa diventava ancora più forte. L’investigatore aveva come un velo davanti agli occhi; se fosse stato più giovane forse avrebbe trovato un modo per sottrarsi a quella stretta mortale, ma era da molto che non si batteva, aveva perso elasticità e resistenza, e a parte questo aveva sempre preferito usare il cervello e non le mani. L’investigatore sentiva che le ultime forze lo stavano abbandonando. Comprese che stava per morire.
Tuttavia non si rassegnò. Reagì d’istinto: assecondò il movimento dell’uomo, anziché opporvisi, si piegò all’indietro, quindi con uno scatto improvviso gli diede una violenta testata sul viso. Lo prese sulla bocca, spaccandogli labbra e denti.
Si ritrovò libero.
Non perse un solo istante: se la lotta fosse ricominciata, non avrebbe avuto speranze. Estrasse lo stiletto dalla manica e vibrò una coltellata volutamente non mortale. Gli tagliò un polso, poi, mentre il bestione si accasciava gemendo, gli fu sopra, inchiodandolo al suolo. Gli puntò lo stiletto alla gola.
“Mi arrendo!”, urlò l’uomo. Biascicava come un ubriaco, a causa dei denti persi. “Non uccidermi, per pietà!”
Carrick lo fissò, riconoscendolo. Era Tom Anderson, un delinquente che anni prima egli aveva catturato e consegnato alla polizia.
“Sei un idiota!”, gli disse furibondo. Per colpa sua, Jack Sparrows aveva evitato la trappola. Il caso beffardo aveva voluto che proprio quella sera Anderson lo avesse riconosciuto e seguito con l’intento di vendicarsi; ma l’unico risultato che aveva conseguito era stato mettere in grave pericolo Nadia Greene.
Carrick si rialzò, massaggiandosi la schiena. “Sparisci!”, gli intimò.
Tom Anderson corse via, lamentandosi e piagnucolando. A dispetto della mole, era un codardo.

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La strega sapeva assumere varie forme, a seconda delle circostanze. Poteva trasformarsi in un’aquila predatrice e volare alto nel cielo, diventare un serpente sinuoso che avviluppava le sue vittime in una stretta mortale, apparire con le sembianze di un’innocente fanciulla, oppure prendere l’aspetto di una stupenda donna, alta, con lunghi capelli ramati e un corpo perfetto.
La fata era stata momentaneamente privata della sua magia, a causa di un incantesimo di Lord Ascher. Immobilizzata e senza forze, vide arrivare una creatura da sogno. La fata non aveva mai provato pulsioni erotiche, dato che non appartenevano alla sua natura: non aveva mai desiderato né maschi, né femmine; traeva il proprio piacere dalla consapevolezza di operare per il bene. Era come un nutrimento dell’anima, simile a ciò che sente un pittore quando cattura un tramonto per fissarlo sulla tela o all’emozione di un poeta che celebra l’amore dando vita a versi indimenticabili.
Ma in quel momento ella avvertì un desiderio irresistibile che, benché le fosse sconosciuto, la colmava di eccitazione. Voleva che quella donna la baciasse. La strega si chinò su di lei e le sfiorò il seno con la lingua.
Jack Sparrows leggeva attentamente.
Alexandra lo scrutava ansiosa, cercando di decifrare la sua espressione. Aveva scritto quelle righe di getto, come sempre a mano, e le considerava buone; ma ciò che contava era il giudizio di Sparrows.
Lui scosse la testa con espressione sdegnosa. “Troppo lirismo!”, commentò. “Devi essere più cruda. Niente voli pindarici. Niente espressioni abusate. E soprattutto niente similitudini! Appesantiscono il racconto. Riscrivilo. E sbrigati!”
Uscì dalla camera, chiudendola a chiave.
Alexandra osservò sconsolata quell’incipit che le era parso buono, quindi con rabbia stracciò il foglio, sino a ridurlo in minuti pezzettini di carta, che gettò nel cestino. Guardò fuori della finestra. Era una mattina luminosa e serena, che contrastava con il suo stato d’animo. Era piena di risentimento, di odio e di paura. Se a Sparrows non fosse piaciuto il suo secondo tentativo, cosa sarebbe accaduto? Le avrebbe concesso una terza opportunità o l’avrebbe mutilata? Rabbrividì.
Con un sospiro si rimise al lavoro, sforzandosi di tenere la mente sgombra in modo da concentrarsi unicamente sulla scrittura. Mordicchiò la matita, riflettendo su come cambiare impostazione. Era meno semplice di quanto avesse previsto. Di norma, uno scrittore esprimeva quello che sentiva dentro di sé; in seguito, una volta che il libro fosse stato pubblicato, il lettore avrebbe approvato o meno, si sarebbe lasciato trasportare in mondi lontani e fantastici, oppure avrebbe riposto il volume sullo scaffale, sbadigliando annoiato… ma non avrebbe tagliato le mani all’autore. Si sarebbe limitato a non comprare il suo prossimo romanzo.
Per lei quella era una situazione nuova e tremendamente difficile.
Fissò a lungo la pagina bianca, inseguendo idee che non arrivavano. Il sole era già alto nel cielo, quando finalmente tracciò la prima parola, poi la seconda, e infine una frase, cui ne seguirono molte altre. I fogli si accumulavano e all’imbrunire si stupì di quanto aveva scritto. Si accorse anche di avere fame: non mangiava da quel mattino.
La fata urlava, stravolta dal dolore. Meredith, la strega, aveva infilato tutta la mano dentro di lei. Le torceva un capezzolo con violenza inaudita, e nel frattempo la osservava con uno sguardo trionfante. Poi cominciò a deriderla: “Hai perso i tuoi poteri, patetica donnetta? Eri abituata a vincere, vero? Ma ora dov’è la tua arroganza? Quando avrò finito con te, non sarai più una femmina, ma un tremante relitto umano. Diventerai la mia schiava e trascorrerai i prossimi anni a soffrire e a subire umiliazioni; mi supplicherai, implorerai pietà: però sarà tutto inutile. Sei finita. Per sempre!”
Megan esitò, quindi apportò un’aggiunta: Sei finita, stronza. Era pessima, ma forse Sparrows avrebbe apprezzato.
Riesaminò quello che era già un consistente manoscritto. Aveva descritto vari tipi di tortura, aveva calcato la mano sugli aspetti più ripugnanti, aveva abbandonato completamente la ricerca di uno stile poetico: il tutto era semplicemente disgustoso, ma forse aveva centrato il bersaglio.
Attese impaziente che Sparrows tornasse.
Quando lui rientrò nella camera, recava con sé un vassoio che conteneva la cena: roast-beef e patate, più un bicchiere di vino. Mentre White mangiava avidamente, lesse e rilesse ciò lei che aveva scritto.
Alexandra gli lanciò un’occhiata indagatrice.
“Perfetto!”, dichiarò Jack, compiaciuto. “Così va bene. Veramente bene!”
Lei trasse un sospiro di sollievo. Dopo aver finito di cenare, tuttavia, provò un profondo senso di insoddisfazione. Non era contenta di sé, e la ragione era molto chiara: quello che aveva fatto, scrivere cioè una storia in cui non credeva e per di più adottando uno stile che non le si addiceva, equivaleva a prostituirsi. Non fisicamente, certo, ma a livello morale, il che era forse anche peggio. Era stato costretta, questo era indubbio; inoltre, quella sordida storia non sarebbe mai stata pubblicata. Era un segreto condiviso soltanto da due persone, una delle quali era malata: ciò, però, costituiva un’attenuante che lei giudicava insufficiente.
Dio l’aveva provvista di un talento, grande o piccolo che fosse, e in questo modo era come se lei avesse sporcato quel dono.
Durante il giorno, Sparrows la lasciava libera; quando giungeva il momento di coricarsi, la legava invece al letto. Alexandra si sottopose docilmente a quella umiliante procedura, aspettò che la luce venisse spenta e la porta chiusa a chiave, dopodiché si immerse nuovamente nei suoi pensieri. Oltre al disagio che le arrecava raccontare fatti che non le piacevano, esisteva anche un altro aspetto che cercava di ignorare ma che in una parte del suo cervello era sempre presente, simile a un ospite sgradito.
E se, terminato il libro, Sparrows, pur soddisfatto del risultato, l’avesse uccisa? Non poteva non immaginare che, una volta fuori di lì, lei lo avrebbe denunciato. O la sua pazzia gli faceva credere che era invulnerabile e che comunque lei gli sarebbe stata riconoscente per il semplice fatto di non averle tagliato le mani? Era un’ipotesi poco plausibile, anche se era difficile entrare nella mente di quell’uomo. In ogni caso, era molto più probabile che egli preferisse non rischiare. Quindi, l’avrebbe eliminata e Alexandra avrebbe tradito se stessa in cambio di qualche giorno di vita.
Non era accettabile.
Prese in considerazione l’idea di scappare.
Lo aveva già fatto, senza trovare il coraggio per metterla in pratica; ma ora capiva che quella era la sua unica speranza di salvezza.
La camera si trovava al secondo piano della casa. Se si fosse buttata giù dalla finestra, con ogni probabilità si sarebbe rotta una gamba o magari la spina dorsale. Non sarebbe stata un’iniziativa sensata. Per fuggire avrebbe dovuto affrontare Sparrows. Lui era più forte di lei, però se fosse ricorsa all’astuzia, forse avrebbe avuto una possibilità.
Sparrows non era attratto dal suo fisico.
Ma dal libro sì.

NADIA GREENE: L’EREDE DI ALEXANDRA WHITE SUPERERA’ LA MAESTRA?
La casa editrice di Alexander Alliston ha annunciato l’uscita di “Mille anni dopo”, l’opera prima della giovane scrittrice Nadia Greene. Da indiscrezioni raccolte, questa nuova saga fantasy sembrerebbe destinata a eclissare la stella di Alexandra White. “Il mondo poetico di Nadia Greene è straordinario.”, avrebbe dichiarato Nancy Alliston, figlia del proprietario della casa editrice. “Come nei libri della White, il tema dominante è il trionfo del bene sulle forze oscure della notte; ma l’immaginazione e il talento di Nadia risultano largamente superiori.”
Nancy Alliston ha smentito categoricamente questa affermazione, che andrebbe a discapito di quella che fino a oggi è l’autrice inglese di maggior successo nel campo della letteratura fantastica. “Greene è bravissima.”, ha detto al nostro cronista. “Ma è insensato fare paragoni.” Tuttavia, alcuni testimoni ci assicurano che, trascinata dall’entusiasmo, Nancy Alliston avrebbe effettivamente pronunciato quelle parole. A questo punto, si attende con ansia la pubblicazione…
Jack Sparrows piegò il giornale e si versò ancora del caffè. La giornata era incominciata bene: il lavoro di Alexandra procedeva speditamente e, ciò che più contava, con risultati del tutto soddisfacenti. Meredith era un personaggio impagabile. La fata si contorceva sul letto in preda a un dolore insostenibile, chiedendo invano pietà; e presto avrebbe fatto la sua comparsa Lord Ascher. White gli aveva anticipato che la fata avrebbe rinunciato al bene per diventare un’adepta del male. E questa, secondo Sparrows, era una svolta eccezionale.
Ma, dopo aver letto l’articolo che parlava di Nadia Greene, il suo umore era cambiato.
Si alzò dalla sedia e, meditabondo, si accostò alla finestra.
Era riuscito a piegare Alexandra e ora saltava fuori una scrittrice che era ancora più brava di lei, che l’avrebbe eclissata, come scriveva il quotidiano, e che apparteneva alla stolta categoria dei fautori del bene, dei personaggi buoni e sciocchi che, contrariamente a ogni logica, riuscivano a vincere sempre. Ciò allontanava il momento del trionfo di “The Black Land”. Si aggirò furibondo per la stanza, prendendo in considerazione varie ipotesi. Un primo impulso lo avrebbe portato a uccidere subito Alexandra: in tal modo forse avrebbe placato la sua ira. Però si rese conto che così non avrebbe risolto nulla. In cambio di un piacere effimero, avrebbe perso il suo nuovo straordinario libro, Meredith e Lord Ascher non avrebbero più tormentato la fata e intanto sarebbe uscito l’insulso romanzo di questa Greene.
No. Doveva agire su due fronti. White avrebbe portato a termine il suo compito e, nel frattempo, lui si sarebbe occupato di Nadia Greene.
L’avrebbe catturata e avrebbe messo in competizione le due scrittrici.
Era un’idea brillante, e si rallegrò con se stesso.

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Spirava un’improvvisa aria fredda che trascinava con sé nubi cariche di pioggia.
Durante il giorno il clima era stato tipicamente estivo, ma verso sera era sopraggiunto un cambiamento; non si trattava della classica pioggerellina inglese: era in arrivo un vero e proprio fortunale.
Alexandra White sentiva il vento fischiare attraverso i vetri e, benché non potesse vedere ciò che accadeva fuori della casa, avvertiva il mutare del tempo e udiva i primi tuoni che preannunciavano la tempesta imminente.
Una tempesta simile squassava il suo animo.
Continuava a rivivere quegli istanti terribili. Jack Sparrows aveva sollevato l’accetta con un movimento rapido ed elastico, quasi provvisto di grazia, simile al gesto di un atleta. L’accetta poi era calata con forza sul suo polso e Alexandra aveva urlato di nuovo.
“La fata morirà!”
Jack aveva fermato l’accetta a un pollice dalla sua pelle. L’aveva guardata con un’espressione di sorpresa negli occhi. Se non fosse stata terrorizzata, forse la scrittrice avrebbe riso: Sparrows aveva uno sguardo talmente stupefatto da sembrare ottuso.
Però, si ricompose subito.
La scrutò, sospettoso. “Cosa diavolo intendi dire?”
“Quello che ho detto.”, rispose Alexandra, cercando di controllare il tremito della voce. Odiava sentirsi così indifesa e spaventata. Ma avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non subire quell’atroce mutilazione, e un lampo di intuizione le era venuto in soccorso. “Scriverò un nuovo libro.”, dichiarò con una sicurezza che era lungi dal provare. “Secondo i tuoi canoni.”, si affrettò ad aggiungere, prima che lui si innervosisse e sollevasse ancora l’accetta.
“Quali canoni?”, le chiese Jack in tono inquisitorio.
“Il male trionferà.”, spiegò lei. “Lord Ascher ucciderà la fata.” Il suo cervello lavorava freneticamente. “Naturalmente le cose non saranno così semplici. La fata morirà fra indicibili tormenti e a nulla sarà valso il suo estremo tentativo di salvarsi.”
Vide che Sparrows la stava ascoltando con interesse e provò un moto di trionfo. “Lei glielo succhierà.”, affermò con decisione. “Farà questo e altro, tuttavia Lord Ascher si dimostrerà inflessibile.”
Jack pareva sempre più interessato. Alexandra continuò: “Devo lavorarci sopra, ovviamente. Potrebbe esserci una strega che bacia il seno alla fata… o che glielo morde. Sì, forse è meglio. Le morde il seno e con la mano intanto la sevizia… più sotto. Infine, interviene Lord Ascher.”
Sparrows la fissava entusiasta. “Questo sarebbe un vero libro!”, esclamò euforico. Ma un momento dopo si insospettì nuovamente. “E perché scriveresti ciò?”
Alexandra rifletté, prima di rispondere. Jack era intelligente, sebbene fosse anche profondamente disturbato: ingannarlo sarebbe stato pericoloso. Aveva già tentato di farlo, e aveva fallito. Decise di essere sincera. “Perché se io scriverò questa nuova storia, tu non mi taglierai le mani.”
Lui annuì lentamente, e Alexandra comprese di aver colto nel segno. Jack meditò per alcuni istanti, soppesando le parole della scrittrice. “Bene.”, disse infine. “Però il libro lo scriverai qui, sotto il mio costante controllo. Non mi fido di te. Se il romanzo mi piacerà, ti lascerò andare; in caso contrario, non mi limiterò a tagliarti le mani.”
A distanza di ore, Alexandra rabbrividì, ripensando a quella frase orribile e minacciosa.
Fino a quel giorno, non aveva mai badato al proprio aspetto fisico, ma adesso rimpiangeva di non essere alta e prosperosa come Patricia: in tal caso, avrebbe potuto sedurlo, lui si sarebbe distratto e con un po’ di fortuna lei sarebbe riuscita a fuggire. Ma, benché molti uomini la considerassero attraente, a Jack non piaceva; perciò non sarebbe mai riuscita a infiammargli i sensi.
Mille interrogativi le attraversavano la mente. Gli sarebbe piaciuto il libro? Lei sarebbe riuscita a scrivere quella serie di nefandezze? Di ciò, in realtà, non dubitava, malgrado l’argomento le ripugnasse. In fondo, si trattava di un esercizio di tecnica narrativa e avrebbe preso a prestito le idee dal romanzo di Sparrows. Probabilmente lui ne sarebbe stato lusingato. Quanti giorni avrebbe dovuto trascorrere in quella dimora abbandonata? Dipendeva da lei e dalla velocità con cui avrebbe scritto. Sparrows avrebbe mantenuto i patti? Questa era la domanda fondamentale.
Purtroppo Alexandra non aveva una risposta.

Carrick indossava una giacca che stonava con la camicia. Patricia pensò che fosse tipico di lui. Era un uomo stravagante, che sembrava sogghignare di continuo; ma la giovane non aveva tardato a capire che quella era la configurazione del suo viso. Immaginò di baciarlo, poi scacciò quel pensiero.
Aveva scelto un ristorante italiano e l’investigatore era parso soddisfatto. Ordinarono pasta al pomodoro e pollo al curry. Patricia aveva la sensazione che non fosse un piatto italiano e in effetti tutto il personale era indiano, forse anche il cuoco, pensò lei; però la pasta era buona, cotta al punto giusto.
Il pollo fu servito accompagnato da uno squisito riso pilaf, piccante e ricco di zenzero. Entrambi divorarono il cibo, anche se Patricia si sentiva vagamente in colpa al pensiero che, mentre loro mangiavano, Alexandra era tenuta prigioniera da un losco individuo, deviato e sicuramente malvagio. Tacitò la coscienza, dicendosi che quella era una cena di lavoro, in cui avrebbero discusso proprio della situazione della scrittrice.
Patricia era vestita in modo elegante con un abito provvisto di una profonda scollatura e la gonna lunga e aderente. Calzava stivaletti in vernice chiusi da lacci. La giovane non era ricca di famiglia, ma lo stipendio che le passava White era molto generoso.
Fu lei a introdurre l’argomento. “Avete riflettuto sul nostro caso?”
Carrick ignorò la domanda e per alcuni minuti rimase in silenzio. Aveva l’aria distratta, e Patricia provò un vago senso di irritazione; tuttavia non insistette. Pensava di aver capito il carattere dell’investigatore: tempestarlo di domande era controproducente. Carrick aveva i suoi tempi.
Infine lui la guardò e disse: “La casa confinante con un bosco non ci porterà lontano; certo, Carrick potrebbe trovarla, però avrebbe bisogno almeno di un paio di settimane e invece presto si imbarcherà.”
Tacque e Patricia lo fissò delusa. Nadia Greene le aveva assicurato che era il migliore di tutti e che aveva sempre portato a termine con successo gli incarichi che gli erano stati affidati. Forse lo aveva sopravvalutato.
Ma Carrick non aveva finito. “Ci occorre un’esca.”, disse.
Lei gli rivolse uno sguardo interrogativo.
“Sapete cos’è un’esca?”, le chiese spazientito. “Il miele per un orso, l’agnello per un lupo, un babbuino per il leone… una bella donna che scrive romanzi di genere fantastico per il signor Sparrows.”
“Avete in mente un nome?”
“No.”, disse Carrick. “Lo inventeremo.”

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Per una serie di ragioni che andavano dall’impegno riservato al lavoro a una probabile anaffettività, Carrick non si era mai sposato. Naturalmente ciò non significava che non avesse avuto le sue avventure, che peraltro si potevano contare sulle dita di una mano.
Quando si voltò infastidito, a causa dell’insistenza di Patricia Thompson, l’investigatore si rese conto per la prima volta di quanto lei fosse bella. Alta e prosperosa, era la classica donna in grado di far perdere la testa a un uomo. Indossava un abito che pareva studiato appositamente per far risaltare le forme del suo corpo. Carrick pensò che, se avesse avuto vent’anni di meno, probabilmente l’avrebbe corteggiata. A parte questo, decise che valeva la pena dedicarle qualche minuto del suo tempo.
Patricia lo fissava ansiosa.
Carrick fece un gesto vago. “Vada per il tè.”, disse.
Patricia gli sorrise, riconoscente.
Entrarono in un piccolo locale e presero posto a un tavolino d’angolo.
“Carrick vi ascolta.”, disse l’investigatore. “Però non abusate della sua pazienza.”
Patricia scosse il capo. “Sarò breve.”, gli assicurò. La giovane possedeva il dono della sintesi, assai utile quando preparava una relazione per Alexandra. Si espresse in maniera chiara e concisa, senza lasciare che l’emozione prendesse il sopravvento, portandola a divagazioni superflue.
Carrick la seguì attentamente. Bevve con calma il tè, quindi osservò: “Sembrerebbe che Jack Sparrows sia afflitto da una qualche forma di patologia.”
“E’ quello che credo anch’io.”, disse Patricia.
“Sapete dove abita?”
“A Londra. Ma la sua casa è vuota da diversi mesi.” Patricia aveva svolto delle indagini per conto suo, scoprendo dove si trovava l’appartamento di Sparrows; ma il portinaio le aveva detto che era scomparso alla fine dell’inverno. Conservava la posta indirizzata a lui, però non sapeva come recapitargliela.
Carrick annuì. “Si sarà scelto un posto tranquillo, ubicato in una località isolata. Alexandra White non vi ha mai confidato dove lo incontrava?”
Patricia corrugò la fronte, cercando di ricordare. Le sovvenne che una volta Alexandra aveva accennato a un bosco, con gli occhi che le scintillavano di eccitazione. “In effetti, sì.”, affermò. “Me n’ero scordata. Mi parlò di una casa che confinava con un bosco, fuori città.”
“Un po’ vago come riferimento.”, commentò l’investigatore. “Non importa. Bene: oggi è il vostro giorno fortunato. Si dà infatti il caso che Carrick sia da sempre interessato alle personalità deviate, di gran lunga più stimolanti dei criminali comuni, che generalmente sono esseri banali e insignificanti, mossi unicamente dall’avidità. Non c’è granché da imparare da loro; al contrario, Carrick ha molto appreso indagando su personaggi singolari: malati di mente, aristocratici eccentrici oltre ogni limite, megalomani provvisti di un ego smisurato. Le loro azioni non erano quasi mai motivate dal denaro. E’ possibile che Carrick vi dedichi due o tre giorni. Poi, però, si imbarcherà per Lisbona.”
“Grazie!”, esclamò Patricia, enormemente sollevata. L’investigatore le aveva fatto una grossa impressione, malgrado fosse burbero e scostante. Con il suo aiuto forse avrebbe potuto trovare Alexandra.
Ma c’era dell’altro.
Mentre lui parlava, lei si sorprese a pensare che era un uomo affascinante. Non giovane, non attraente, non aitante… ma sicuramente affascinante. Patricia non si fermava mai alle apparenze e non considerava fondamentale l’aspetto fisico. Non guardava nemmeno all’età: spesso i giovani erano superficiali e immaturi.
Lei mirava all’intelligenza, e Carrick era intelligente.
Stando alla sua amica Nadia Greene, era addirittura un genio.
“Come procediamo?”, gli domandò, cambiando corso ai suoi pensieri.
“Cominciamo da ciò che è più importante.”
“Sarebbe?”, chiese lei.
“Per favore, evitate le domande stupide.”, la gelò Carrick.
Di norma, l’investigatore non si sarebbe degnato di risponderle, pertanto si stupì avvertendo l’esigenza di spiegarsi. “Il primo punto da stabilire è il seguente: perché Sparrows non vuole che White continui a scrivere? Alla base di ogni azione esiste sempre un motivo preciso, non conta se sensato o meno. Da quel motivo si può risalire alle vere intenzioni del soggetto in questione; e – con un po’ di fortuna – metterlo in condizione di non nuocere.”
Patricia esitò. Voleva rivolgergli un’altra domanda, ma temeva la risposta. Infine, si decise vedendo che l’investigatore stava per alzarsi. “Voi pensate che Alexandra sia in pericolo? Che Sparrows possa farle del male?”
Lui le rivolse un’occhiata sprezzante, poi però addolcì lo sguardo. “E’ più che probabile.”, dichiarò. “Per questo dobbiamo muoverci in fretta.”
La giovane lo guardò in silenzio. Era la risposta che si aspettava. Povera Alexandra! Si augurò che fosse ancora viva e che non avesse sofferto fisicamente. Purtroppo la sofferenza psicologica era inevitabile. Odiava Sparrows con tutta se stessa.
Carrick si alzò. “Vediamoci questa sera. Mangeremo insieme, e voi avrete la buona grazia di offrire la cena.”
“D’accordo.”, disse Patricia. “Nel frattempo voi cosa farete?”
“Carrick passeggerà.”, rispose l’investigatore. “Ci sono dei parchi magnifici a Londra.” Si diresse verso la porta, ma prima di uscire si voltò e aggiunse: “Anche se il mare è decisamente meglio. Magari un giorno verrete a Nizza.”
Patricia lo osservò andar via perplessa.
Il comportamento di Carrick era strano, e lei non sapeva come interpretarlo. Aveva parlato di muoversi in fretta e si recava in un parco! Era un modo per riflettere meglio o semplicemente provava il desiderio di camminare in mezzo alla natura? E quell’ultima frase… aveva parlato seriamente oppure erano parole prive di significato, che lui aveva buttato lì giusto per dire qualcosa?
Ma Patricia doveva concentrarsi su Alexandra e si biasimò per aver pensato ad altro. Carrick presto sarebbe ripartito, non l’avrebbe invitata a Nizza, e lei non lo avrebbe più rivisto. Inoltre, amava già un uomo… che però non la ricambiava.
Attese con impazienza l’ora dell’appuntamento, ripetendosi che ciò che contava veramente era salvare la sua amica.
Per quello fu felice di rivederlo, quando calò la tiepida serata estiva.
Ma ne era proprio sicura?

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