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Archive for luglio 2017

UNA GIORNATA DI YASSEF

Questo racconto è stato già pubblicato, una vita fa, sulla piattaforma Splinder, che il Signore l’abbia in gloria; in seguito, l’ho riproposto qui, su WordPress, apportando soltanto minimi cambiamenti.
Mi è capitato di rileggerlo, e mentre procedevo nella lettura avvertivo come un senso di disagio… sì, tutto sommato, la storia mi piaceva, era oltremodo attuale e, perdonate la modestia, non era poi scritta tanto male. Però, mancava qualcosa: mancava quel “quid” che la rendesse meno piatta, meno compitino svolto con uno sguardo rivolto alla finestra per osservare i prati rivestiti di verde, spostandolo poi verso il cielo limpido e le rondini, con in bocca una gomma da masticare; il classico compitino, diligente finché si vuole, ma che compitino resta.
Sicché ho deciso di postarlo nuovamente, però con alcune aggiunte che reputo importanti. Il racconto è lo stesso, il protagonista anche, e la vicenda si svolge esattamente come nella prima stesura (Yassef non fa nulla di nuovo o di diverso). Con una differenza: adesso mi sembra più completo, più ricco, più aderente al quadro che, a suo tempo, decisi di tracciare. Mi auguro che questa nuova versione notevolmente ampliata vi piaccia. Buona lettura 🙂

Yassef si svegliò poco dopo l’alba.
Ricordava sogni confusi, privi di un senso: ma quelle immagini scomparvero dalla sua mente non appena si alzò dal letto della sudicia locanda. Prima di andare nel piccolo bagno, un bugigattolo in realtà, riservò un pensiero appassionato a Jasmine.
Ricordava bene l’ultima notte che aveva trascorso con lei. Avevano dormito abbracciati. Alla prima luce del giorno, il lenzuolo era scivolato a terra, lasciandola scoperta. Yassef aveva percorso con gli occhi quel superbo corpo bruno, con calma, quasi lo stesse riprendendo con una telecamera: era partito dai piedi graziosi per risalire alle caviglie sottili, poi su su, verso le cosce sode come marmo, il ventre piatto, il seno orgoglioso e pieno, la cascata di capelli neri che incorniciavano un viso forse non bello, però estremamente attraente. Gli occhi erano scuri, attraversati da sfumature verdi; sebbene in quel momento fossero chiusi, li rammentava nello stesso modo in cui si può rivedere mille volte nell’anima il quadro di un grande pittore.
Jasmine era algerina. L’aveva incontrata in un campo di addestramento. Era una soldatessa, più forte e coraggiosa della maggior parte degli uomini che aveva conosciuto. Lei non immaginava che sarebbe rimasta sola, e questo gli faceva male al cuore.
Yassef aveva girato attorno al letto per baciare il figlio sulla fronte. Sarebbe cresciuto libero, sano e forte. Aveva esaminato a lungo i suoi lineamenti, quasi a volerli scolpire per sempre nella memoria, poi con un profondo sospiro aveva lasciato la stanza ed era partito per il suo viaggio senza ritorno.
Ora, comunque, non doveva pensare a loro.
Dopo essersi lavato con estrema cura, dedicò molti minuti alla preghiera, si vestì, e senza voltarsi uscì nella strada di Tel Aviv.
Benché fosse ancora inverno, faceva già caldo; un’umanità affaccendata e frettolosa si dirigeva verso i luoghi di lavoro. Yassef accese una Gitane e aspirò una lunga boccata di fumo. Aveva scoperto quelle sigarette a Parigi, e da allora non le aveva mai abbandonate. Camminando lentamente, si diresse verso la fermata dell’autobus.
Il sole era apparso, a est, e preannunciava un’altra giornata afosa; ma lui non sudava. Mentre procedeva, guardandosi attorno con finta distrazione, la sua mente abbandonò per sempre Jasmine e il bambino. Un breve pensiero rivolto al suo popolo, e alla interminabile catena di ingiustizie che aveva dovuto subire, fu subito sostituito dalla consapevolezza di ciò che stava per fare. Malgrado il calore, e l’umidità, gli sembrò di percepire un lontano odore di mare. E poi altri profumi, che si presentarono in rapida successione, quasi a voler scandire tutte le tappe della sua esistenza. Il sapore della natura, degli uliveti, delle arance, del giorno e della notte.
Evitò una pattuglia, prendendo un’altra strada, fece il giro di un isolato, e infine raggiunse una logora panchina su cui si lasciò cadere. Spense la sigaretta sotto il tacco della scarpa.
Adesso era molto attento, concentrato unicamente su quanto avrebbe fatto. Nel suo cuore non c’era più spazio per la compassione, non importa a chi fosse rivolta.
Il dolore di Jasmine, la solitudine del bambino, lo strazio dei suoi vecchi genitori abbruttiti da mille umiliazioni, rappresentavano solamente il prezzo da pagare, e che sarebbe stato pagato. Non era più tempo di commozione o di rimpianti. Questo era stato l’insegnamento che, stranamente, non gli era stato impartito da un fratello di fede: la volontà di agire, la forza necessaria per separare la distanza che intercorre fra pensiero e azione, la messa in pratica di un proposito destinato a non rimanere solamente vaga teoria, come un sogno che all’alba sbiadisce, il passo non seguito da un secondo passo, per calcolo, convenienza, incertezza o paura. Era un confine a un tempo sottile e incalcolabilmente arduo da superare. Non per lui.
Aveva imparato la lezione da Jock (sicuramente, quello non era il suo vero nome), un provisional irlandese, che mangiava bacon in abbondanza e beveva fiumi di birra. Jock era stato per un certo periodo nella valle della Beqaa. Jock combatteva gli inglesi, senza l’aiuto di Allah, ma sostenuto da un altro tipo di fede; aveva lottato sino alla fine, quando era caduto crivellato di pallottole in un sobborgo di Londra. Da lui Yassef aveva imparato il coraggio. Per contro, disprezzava Hamas. Parlavano molto, e concludevano molto poco, come del resto gli Stati arabi che fingevano di volerli aiutare ma in realtà non muovevano un dito, terrorizzati com’erano dal Grande Satana. Diffidava dell’Isis e di altri gruppi (bramavano il potere, accoglievano serpi nel seno e non seguivano la via indicata da Allah); aveva ammirato incondizionatamente solo Al Qaeda. Ne aveva discusso con Jock, il quale gli aveva spiegato che anche in Irlanda esistevano divisioni, ma che avrebbero in ogni caso vinto. Possedeva una fiducia incrollabile nella nuova ala dell’Ira. “Devi credere nella vostra causa, sino alle estreme conseguenze: il premio sarà rappresentato dal trionfo, e al diavolo i traditori! Da noi fanno una brutta fine. I bastardi inglesi”, aveva concluso portandosi alla bocca un boccale di birra scura (la valle era simile a un grande bazar: potevi trovare ciò che volevi, dagli alcolici a ogni tipo di arma), “vogliono tenere tutto sotto controllo, gli orologi, il tempo, e non riescono a immaginare che sono destinati alla sconfitta. Lo stesso vale per Israele. Ma bisogna crederci.”, aveva ripetuto. “Crederci veramente.” E Yassef ci aveva creduto; e ci credeva.
All’improvviso, si pose una strana domanda: come avrebbe reagito Jasmine, il più tardi possibile si augurava, quando lo avrebbe raggiunto nel giardino di Allah e lo avesse visto con quaranta vergini? Scrollò le spalle. Erano interrogativi inutili, e forse pure blasfemi. Soprattutto erano domande sciocche. Ciò nonostante, un sorriso gli affiorò sulle labbra. Poi, scandagliando dentro di sé, percorrendo i dedali oscuri che racchiudono pensieri ed emozioni, sovente celati alla parte cosciente dell’intelletto, scoprì, senza stupirsene troppo, che l’idea della ricompensa, delle splendide vergini, gli era sostanzialmente indifferente: Jock, e i suoi amici, erano duri come il ferro, irremovibili e fermi nei propositi, ma non aspiravano ai giardini di Allah, né conoscevano le parole di Muhammad, che riposasse in pace. Mangiavano bacon, bevevano birre. E agivano.
Dopo una seconda sigaretta, arrivò l’autobus.
Yassef salì per ultimo, e cercò uno spazio nella calca; riuscì a sistemarsi vicino al conducente, dando le spalle agli altri passeggeri. Si girò di lato in modo che l’autista non potesse vedere quello che faceva.
Una donna lo stava fissando, Yassef distolse lo sguardo. Si spostò di nuovo e si chinò.
Allah è grande. Allah veglierà su di me.
Estrasse la parte superiore dell’ordigno.
Mosse lentamente una mano verso un pulsante.
Ce n’erano due: uno giallo e uno rosso. Se avesse premuto il primo, avrebbe avuto quindici minuti di tempo per mettersi in salvo; con il secondo, invece, l’effetto era immediato.
Un grande incendio può nascere a causa di una piccola fiamma tremolante, un luccichio nella notte buia, un’esigua scintilla che trascinata dal vento si propaga sempre più rapidamente; era una cosa che sapevano tutti, ciò che ignoravano era il fatto che proprio quel giorno di sole e del sapore di un’arancia succosa sarebbe stato lui ad appiccare l’incendio, a trasformare il fuoco in purezza. Non che non ci avesse riflettuto. Nei suoi ragionamenti erano balenate mille idee, mille ipotesi, di volta in volta lucide, razionali, oppure sconcertanti e sciocche (la reazione di Jasmine alla vista delle vergini) o ancora stravaganti, senza contare autentiche chimere (un ordigno nucleare più potente del suo che radesse al suolo New York). Da tale caleidoscopio mentale era rimasta esclusa un’unica cosa: un qualsiasi pensiero che riguardasse la sua salvezza personale.
Jock sarebbe stato dello stesso avviso. Jock… gli era sempre sembrato un nome scozzese; forse lo aveva scelto per trarre in inganno gli inglesi, o forse era in memoria di un amico. Malgrado fossero molto diversi, i loro ideali erano simili; ne era scaturita un’amicizia. Cosa contava se Jock beveva grandi boccali di birra? E mangiava bacon in abbondanza? Il fine era lo stesso: combattere contro l’ingiustizia.
Non era la rivolta dei brutti contro i belli, e neppure l’inverso; non gli straccioni contro i ricchi; e nemmeno la voluttà del delirio, della distruzione, dello sgomento. Era di più. Era un viaggio dovuto e voluto, un percorso che lo avrebbe purificato. Sarebbe uscito dagli angusti sentieri dell’accettazione per imboccare un viale, attorniato da alberi alti e verdi, che lo avrebbe condotto fino al mare. Lì avrebbe visto i gabbiani. Da bambino aveva raccolto conchiglie, giocando in mezzo alle onde, sotto lo sguardo amorevole della madre. Ecco! L’amore. Quello era.
Era l’amore che lo sospingeva, non conosceva il Dio dei cristiani (conosceva, però, Gesù e Maria); non aveva mai letto molto, e nel novero non rientrava il poema di Dante (e forse non avrebbe compreso il senso di quelle ultime parole): eppure era proprio l’amore che, simile a un forte vento di scirocco, lo trasportava e lo innalzava. Allah gli avrebbe concesso il mare.
Scrutò la gente intorno a lui. Visi che gli parvero freddi, ostili, come avvolti in una coltre di indifferenza e di sdegnata apatia. Non li vedeva in qualità di vittime. Essi rappresentavano il simbolo dell’oppressione, e i simboli possono essere cancellati. Spazzati via.
Questo gli chiedeva l’amore.
Avevano dei figli? Certo che sì. Ma i bambini israeliani sarebbero diventati adulti israeliani. E il cerchio si sarebbe riformato, come prima, se possibile più di prima. Di conseguenza, non avrebbe ucciso bimbi innocenti, bensì futuri carnefici.
Dall’autobus non poteva scorgere il cielo, tuttavia lo portava con sé. Chissà se Jock lo aveva visto, prima di spirare.
Yassef ora era pronto.
Allah akbar!
Poi, all’improvviso, cambiò idea.
Era meglio aspettare di raggiungere il centro della città. Così ci sarebbero stati più morti. Circa centomila persone, calcolò.
Mancavano quattro fermate.
La mattina era inondata dal sole, poche nubi si inseguivano pigramente e il caldo gravava su Tel Aviv come scaturito da una gigantesca fornace.
Dieci minuti più tardi, Yassef scese dall’autobus.
Percorse un centinaio di metri, quindi si accovacciò, lanciò un’ultima occhiata al cielo e tirò fuori la bomba. Nessuno lo stava guardando.
Con calma avvicinò un dito ai due pulsanti.
Scelse quello rosso.

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Se Berisha era ancora sconcertato per l’aggressione dei quattro teppisti, dopo la domanda dello sconosciuto, la dimenticò immediatamente.
Spalancò la bocca, passandosi la lingua sui denti per accertare che fossero ancora tutti intatti, e lo fissò, stupefatto. Cosa ne sapeva lui di Neil Young? Prima che potesse parlare si sentì rivolgere un’altra domanda. “C’è un medico qui nei paraggi?”
Berisha annuì. “Il dottor Brenna. Abita lì.” Indicò una villetta, leggermente rialzata rispetto alla strada, dalla quale la separavano un cancello e un piccolo prato in lieve pendenza, un po’ trascurato. (Si poteva pensare che gli studenti che avrebbero dovuto tagliare l’erba fossero scesi in sciopero, a causa della paga troppo scarsa). Dal retro, mediante un sentiero in terra battuta, si accedeva alla provinciale, fra Arosio e Lurago d’Erba, nei due sensi, nord e sud.
“Ha lo studio al pian terreno. Ma…”
“Andiamo.”, disse l’uomo, senza curarsi del manifesto sbalordimento del giovane. Si avviò, appoggiandosi al bastone; Berisha lo seguì.
Il dottor Brenna aveva oltrepassato da un pezzo l’età della pensione, ciò nonostante contava più pazienti del bambino travestito da medico che esercitava sull’altro lato del paese, a circa due chilometri di distanza, e che, di norma, non visitava mai, ritenendo che la sua professione prevedesse esclusivamente il ricorso agli specialisti e agli esami che prescriveva senza risparmiarsi. Brenna spesso era ubriaco: questo non gli impediva di mettere a frutto con competenza l’esperienza di una vita. La pancia prominente denotava che, oltre a essere un amante del vino (e del cognac), era anche una buona forchetta.
Osservò con curiosità il viso di Berisha, quindi lo invitò a spogliarsi. Dopo averlo esaminato e aver pulito e disinfettato le ferite, scrutò a lungo gli occhi del giovane, dichiarandosi infine soddisfatto. “Un bel match!”, commentò allegramente, prima di tirar fuori da un cassetto della scrivania il ricettario e di scarabocchiare qualcosa con una grafia pressoché illeggibile.
“Mi hanno aggredito.”, disse Berisha.
“Mmm… succede. Di questi tempi succede di tutto. Pensaci tu, se vuoi, alla denuncia: non è affar mio, anche se forse lo sarebbe. Questa è una zona tranquilla.”, considerò mentre raggiungeva il lavandino e afferrava l’erogatore di sapone liquido. “Ma per quanto ancora? Chi può dirlo?” Incominciò a lavarsi energicamente le mani. “Con tutti i dannati migranti, o come diavolo si chiamano, negri, albanesi, marocchini, presto saremo ridotti male, molto male, dico io. Di conseguenza, per oggi e per l’avvenire, ho deciso di infischiarmene. Mi limito a curare, che è poi il mio mestiere. Al resto ci pensino loro.” Non specificò a chi esattamente si riferiva con quel “loro”, se la polizia, i politici oppure gli stessi “dannati migranti”, di cui Berisha costituiva un esemplare. Finì di lavarsi e prendendo una salvietta pulita gracchiò: “Offerta libera!”
Berisha estrasse dalla tasca il portafoglio, esaminò ciò che conteneva e depose sul piano della scrivania una banconota da cinquanta euro.
“Prendi le medicine e fatti una bella dormita, figliolo.” Lo congedò Brenna. “Per me sei a posto, però se domani dovessi avvertire dei giramenti di testa o qualcos’altro di strano, be’ io sono qui. Torna pure.”
Berisha ringraziò il dottore e uscì dallo studio. Lo sconosciuto lo aspettava davanti al cancello. Gli tese la mano. “Mi chiamo Berisha.”, disse. “Berisha Nazif.” Anche se era un individuo enigmatico, gli era in ogni caso riconoscente: non fosse stato per lui…
“Aidan.” Non chiarì se quello era il nome oppure il cognome.
“Un caffè?”
Sotto il sole sfavillante, raggiunsero il bar più vicino. Una cameriera graziosa venne a servirli. Un bel ragazzo, considerò fra sé. Non pare in gran forma, ma un pensierino lo farei comunque. L’uomo, invece, le incuteva un senso di disagio, di paura. Sporse in fuori il seno, prendendo nota delle ordinazioni. Berisha chiese un caffè con il latte, Aidan lo prese senza zucchero.
“Neil Young…” Berisha saggiò cautamente il terreno. Aidan gli rivolse una breve occhiata, poi distolse lo sguardo. Sorseggiò la bevanda calda, ignorando sia la domanda inespressa, sia le implicazioni in essa contenute. Dava le spalle al resto del locale; davanti a lui una grande vetrata, che con il sole basso all’orizzonte più tardi avrebbe riflesso i raggi scintillanti del tramonto, offriva la visuale delle montagne, laggiù a est. Aidan assunse un’espressione indecifrabile, una via di mezzo fra una torva determinazione e un sentimento di tristezza. Così com’era apparsa svanì, nel giro di qualche secondo, lasciando il posto a un’aria quasi assente, come se la concatenazione di pensieri che gli erano passati per la mente fosse diventata all’improvviso inutile, superflua. O, forse, aveva semplicemente rinviato riflessioni e propositi, quali che fossero, per tornare immediatamente al presente. Se qualcuno, in quel momento, lo avesse osservato – ma nessuno lo fece – avrebbe pensato che nascondeva un terribile segreto, avvolto nelle nebbie del passato, uno di quei ricordi dai quali non ci si libera mai, oppure che fosse atteso da una prova complicata e difficile; di sicuro, non lo avrebbe invidiato. Avrebbe concluso quell’analisi reputando saggio stargli alla larga, soprattutto a causa dello sguardo freddo, gelido come una distesa di ghiaccio in una mattina di gennaio.
Berisha sfiorò con le dita i cerotti che gli aveva applicato il dottor Brenna. Si sentiva a disagio. Perplesso, insisté: “”Mi ha chiesto di Neil Young. Come… uhm, ecco, come fa a sapere?”
Dall’altra parte della strada un ragazzo camminava ascoltando del pessimo rap italiano. Fortunatamente, i vetri impedivano alla delirante voce di penetrare nel bar.
Aidan spostò di nuovo gli occhi sul giovane. “Lo vedi, vero? Non è un sogno, nemmeno un sogno da incubo, bensì una visione.”

Non molto lontano da lì, a Oggiono, al di qua delle montagne e di Consonno, il capo della sfortunata spedizione contemplava furioso la linea ondulata delle colline rivestite di verde che si protendeva verso sud, parallela ai monti. Era andato tutto male! Primo, non avevano potuto arraffare soldi; secondo, le avevano prese; terzo… interruppe il corso di quei pensieri cupi alla vista di un tale che, posteggiata una moto, si dirigeva lentamente (cautamente, gli sembrò) verso l’entrata di un discount. Non era vestito particolarmente bene, anzi non lo era affatto, ma l’istinto del cacciatore gli suggeriva che forse quel tipo poteva rivelarsi una buona preda. Non era tanto il desiderio di arraffare denaro a spingerlo, quanto la voglia di sfogarsi, di rivalersi, non importa a danno di chi. In giro non si vedeva anima viva. Ottimo.
A un incrocio avevano sbagliato strada, imboccando una via secondaria che non portava da nessuna parte. Su ambo i lati c’erano soltanto vecchie fabbriche, alcune delle quali chiuse, distanziate fra loro come cani sospettosi, un deposito di legnami, una trafileria, un cinema che aveva conosciuto tempi migliori, prima dell’avvento delle multisala, e il discount. In più, il caldo era soffocante e induceva la gente a tenersi lontana dalle strade, anche in centro, per quanto aveva notato. Uno scenario perfetto!
Fece cenno al guidatore di accostare, e saltò giù dall’automobile, seguito subito dagli altri. Quello al volante fu l’unico a rimanere in macchina. Tenne il motore acceso in vista di eventuali guai; da come la vedeva lui, sarebbe stato meglio tirare dritto fino a Milano.
In seguito, Stradilasi avrebbe ricordato ben poco di quanto accadde. Tre malviventi gli si erano avventati contro e, senza un motivo apparente, senza pronunciare una sola parola, avevano incominciato a pestarlo. Stradilasi non era in grado di difendersi, era finito a terra, proteggendosi la testa con le mani, e aveva pensato all’Uomo Nero.
Lui lo aveva salvato, facendolo scendere da quel treno; lui gli aveva trovato un rifugio nascosto, prima di trasferirlo a Consonno; lui gli aveva procurato documenti perfetti, benché falsi; lui lo aveva scelto; sebbene lo terrorizzasse, a lui doveva la vita… ma adesso Flagg non c’era, e non avrebbe potuto aiutarlo.
Perse i sensi. E non vide il corvo.

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