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Archive for ottobre 2016

LE ULTIME ORE DI RILEY

cristina-khay-2Riley contemplò a lungo il camion fermo in mezzo alla strada. Si trattava evidentemente di un guasto e aveva già provocato una lunga coda. Gli automobilisti stizziti pigiavano i clacson, senza esito alcuno, come d’altronde era ovvio. Pioveva, il cielo era del colore dell’ardesia, un vento freddo calava dalle montagne, su a ovest; Riley si strinse nel giaccone. Lanciò un ultimo sguardo al camion (il conducente era sceso e stava trafficando con il motore) e si incamminò in direzione dell’unica piazza del paese. Era un paese piccolo e povero, l’economia era basata sull’agricoltura e sui manufatti che alcuni artigiani tentavano di vendere con scarso successo all’annuale fiera di maggio. Per il resto, c’era una vecchia fabbrica che aveva conosciuto tempi migliori: la mandavano avanti il vecchio proprietario con l’aiuto dei due figli e di un operaio. Dieci anni prima aveva contato venti dipendenti, compresa una segretaria; ma quando le vendite avevano cominciato a diminuire, e i soldi a scarseggiare, era stato ineluttabile ridurre la manodopera: ciò aveva rallentato la produzione, causando nuovi licenziamenti e un ulteriore passivo. Era un cane che si mordeva la coda, e non si intravedeva la possibilità di un miglioramento, né a breve, né a lungo termine. Quando fosse morto Hawk, il padrone, i figli avrebbero chiuso i battenti e si sarebbero trasferiti in una città.
Nella piazza su un lato c’era un edificio vetusto che ospitava la biblioteca (da anni non venivano acquistati nuovi libri, la polvere regnava sovrana e la responsabile percepiva in modo saltuario lo stipendio); sul lato opposto erano allineati quattro negozi, un bar e un decrepito ristorante, gestito da un italiano che si diceva fosse fuggito da Palermo perché la sua cosca mafiosa aveva riportato la peggio in una guerra tra bande.
Riley aveva fame ed entrò nel locale.
La sala era scarsamente illuminata e dalle finestre non penetrava luce; l’arredamento era squallido, però – Riley lo sapeva – si mangiava bene, anche se la scelta si riduceva a due primi, due secondi e due contorni. Carmelo arrivò asciugandosi le mani nel grembiule sporco ed elencò il menu. Riley scelse spaghetti al pomodoro, bistecca e patatine fritte. Al momento, era l’unico avventore.
Gli spaghetti erano cotti al dente, e la salsa era assai saporita. Riley li divorò. Mentre aspettava la bistecca, si domandò non per la prima volta che senso aveva spendere i suoi ultimi dollari in cibo. Sempre meglio che portarli nella tomba, era l’immancabile risposta che si dava. Ciò non lo esimeva dal porsi il quesito di nuovo. Poi pensò a sua madre, segretaria e amante di Hawk, un perfetto imbecille, a giudizio di Riley. Riposava in pace al camposanto, e lui una volta al mese le portava dei fiori. Quindi, si soffermò a ricordare il sorriso di Helen, quando ancora sorrideva e non lo aveva lasciato per un agente di commercio, il quale aveva pensato bene di spassarsela con lei, prima di abbandonarla in un motel.
Arrivarono la bistecca, alta e al sangue, e un piatto di patatine croccanti. Fuori, la pioggia aveva aumentato di intensità e il cielo si era fatto ancora più scuro. Riley vide un lampo saettare e udì il rombo di un tuono. Un tempo perfetto, meditò addentando un pezzo di manzo. Un’esistenza inutile, si ripeté. Un lavoro di merda, una casa che stava andando a pezzi e, quello che contava di più, era solo come un cane. Eppure un tempo Helen lo amava. Era un tempo ormai lontano, affiorava a stento dalla nebbia dei ricordi, privo di sapori, di profumi, di colori… però era possibile ricostruire almeno le immagini, e rivivere i momenti felici. Riley aveva un buon impiego, era un bravo meccanico e non aveva paura di sgobbare anche dodici ore al giorno. Prima di uscire per recarsi all’officina, Helen tagliava un grosso pezzo di pane, vi deponeva una spessa fetta di prosciutto, incartava il sandwich e lo poneva in un sacchetto insieme a una borraccia piena di tè. Sull’uscio lo baciava e gli diceva: ti amo. Riley aveva il cuore gonfio di felicità. Alla sera, facevano l’amore, guardavano la tv, giocavano, ridevano e scherzavano.
Un due tre: tu sei il mio re, gli sussurrava Helen.
Poi l’officina aveva chiuso. Riley aveva trovato lavoro in una città vicina, ma per poco. Era andato più lontano; avrebbe accettato qualsiasi impiego, però incombeva la recessione. Gli stabilimenti riducevano il personale, le fabbriche chiudevano, il denaro liquido mancava. Helen era stata assunta da un commercialista e licenziata dopo un mese perché aveva rifiutato sdegnata le attenzioni del laido porco. Spesso saltavano la cena e i pranzi erano miseri. E infine Helen aveva incontrato il dannato rappresentante. Fine della storia.
Riley finì di mangiare, pagò il conto e uscì nella pioggia.
Stava per scatenarsi un uragano vero e proprio, si scorgevano già le avvisaglie. Presto, Riley fu fradicio. Percorse le vie del paese fino al confine estremo, oltre il quale si stagliava un bosco. In quel bosco Riley aveva tagliato la legna. E in un momento di disperazione aveva disposto trappole per scoiattoli.
Procedendo verso il cuore della foresta, ripercorse mentalmente gli ultimi anni. Sebbene delusa e forse pentita, Helen non era tornata da lui: era una donna troppo orgogliosa per farlo. Riley l’avrebbe riaccolta con gioia. Aveva cambiato casa per andare a vivere in un tugurio ed era riuscito a trovare un lavoro umile, nel quale le sue capacità di provetto meccanico risultavano del tutto inutili. Raccoglieva la merda dei vicini, sacchi colmi di schifezze: preservativi usati, confezioni di birra, carne andata a male, tubetti di dentifrici per metà ancora pieni, mutande incrostate, perfino qualche gatto stecchito. Scosse la testa, irritato con se stesso. Desiderava che la sua ultima ora fosse serena, almeno un poco. Si concentrò sul sorriso di Helen e le lacrime gli rigarono il volto.
Quella notte aveva sognato topi. Ricordava vagamente un grosso ratto, grande quasi come un gatto di strada, che inseguiva una bambina. Lei era terrorizzata, ma lui, sebbene lo avesse voluto, non poteva aiutarla. Infine la bambina incespicò, e il topo le fu sopra, incominciando a divorarla. Riley si era svegliato di soprassalto, con il cuore che batteva forte.
Era un incubo. Uno stupido incubo.
Ma adesso ciò che lo aspettava non era un incubo, bensì la pace.
Riley era un uomo alto e robusto, non bello ma in una certa maniera attraente: avrebbe potuto trovare un’altra donna, ricostruirsi la vita. Ma, dopo una fanciullezza infelice, dopo aver conosciuto la miseria più abbietta, dopo aver perduto Helen, si era come smarrito, simile a un bambino perso in un labirinto di ghiaccio. L’angoscia lo assaliva improvvisa, rendendolo incapace di difendersi. Anche lavarsi era diventata una fatica. Riley avrebbe avuto la volontà per reagire: ma gli mancava la forza; non erano sufficienti il coraggio e l’orgoglio. Forse era stato abbandonato dall’alito della vita, smarrito chissà dove, e ormai introvabile.
A un tratto, la pioggia cessò di cadere. Spirali di fumo si alzavano dagli avvallamenti del terreno. Il cambiamento fu graduale. Gli alberi sembrarono rinascere… e apparve il sole. Fulgido, maestoso. Portò con sé l’arcobaleno in un prodigio di colori.
Riley osservò estasiato lo spettacolo della natura trionfante.
Questo è il paradiso, pensò.
Questo è il luogo in cui è giusto vivere. Si asciugò le lacrime e trasse un profondo respiro.
Un giorno, quando era ancora piccolo, suo padre lo aveva portato a vedere l’oceano. Rammentava di aver sgranato gli occhi davanti all’immagine dell’acqua increspata dal vento, con mille barche a vela che volteggiavano aggraziate come ballerine, e il profumo intenso del mare che penetrava nelle narici.
Adesso era lo stesso. Quasi fosse un miracolo predisposto solo per lui.
Guardò per un’ultima volta il cielo.
Era tanto bello e azzurro da far male al cuore.
Un due tre: tu sei il mio re.
Riley sorrise.
Poi con calma tirò fuori la pistola dalla tasca del giaccone.

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coppia-gioca-con-fragole-sul-lettoLADY NADIA Oggi ho il piacere di intervistare per il blog “Giallo e cucina” la star di Cannes in ambito letterario (non del cinema, certo che no!) ALESSANDRA BIANCHI.
Alessandra, sei ormai una veterana di WordPress e ancora prima di Splinder, i tuoi blog annoverano da sempre milioni di visitatori, e hai all’attivo la pubblicazione di 4 libri. Ci fai un velocissimo elenco e ci spieghi come e quanto i blog possano influire sulla carriera di scrittrice?
ALE Milioni… forse un tempo, adesso saranno dieci o dodici. Da sempre non considero i “like” perché per me non significano nulla. Se ti è piaciuto, o se non ti è piaciuto, un post puoi anche scriverlo no? O forse è troppa fatica? Questo solo per puntualizzare che non ricambio mai le visite di chi lascia solamente “like”. Per quanto ne so, potrebbero lasciare 100 like all’ora in 100 blog diversi. Non capisco, ma mi adeguo, e non ricambio 😀
Ciò premesso, inizialmente il mio blog ha influito. Borelli mi trovò su Splinder e mi invitò a scrivere un romanzo erotico (“Lesbo è un’isola del Mar Egeo”). In seguito, però, non è più successo niente.
NADIA Parliamo appunto di Lesbo. Uno dei tuoi primi romanzi di successo che, proprio in questi giorni, è tornato disponibile in versione ebook scaricabile da … al modico prezzo di…
ALE Il prezzo è 3,99 euro. Scaricabile da… boh. Credo Amazon.
NADIA Oggi sei ospite di un blog culinario quindi mi viene spontaneo chiederti se hai mai descritto uno dei tuoi personaggi attraverso una particolarità o una caratteristica riguardante il cibo?
ALE Mmm. Molto interessante. A livello specifico no; ma ho comunque spesso parlato di cibo. Non mi piacciono i romanzi asettici: quando leggo un libro voglio sapere cosa mangiano, se si lavano, se fumano, cosa bevono, etc. Poi, spesso, corro in cucina… mi è capitato anche di uscire a sera tarda per mangiare un hamburger con patatine. Una storia non deve essere un’arida successione di fatti, e neppure fermarsi all’analisi degli stati d’animo. Secondo me, deve andare oltre. In questo, Stephen King era grande. Mi piacciono meno le continue descrizioni dell’abbigliamento: indossava di qui, indossava di là; una mania di Ken Follett. Deve esserci un motivo che giustifichi tale ossessione, altrimenti è solo fine a se stessa. Tornando al cibo, a mio avviso è importante, anche perché non può prescindere dai luoghi dove viene ambientato il racconto. Come dimenticare, infine, il grande Simenon (Maigret)!
NADIA Qual’è il tuo piatto preferito?
ALE La lista è lunga e può anche variare, a seconda dei giorni. Soprattutto pesce, alla griglia o fritto. Patatine, cozze, ostriche, cotoletta alla milanese, bouillabaisse. (La bouillabaisse è una zuppa di pesce. La ricetta base comprende l’uso di almeno quattro pesci: scorfano (in francese rascasse), triglia (rouget), grongo (congre) e gallinella (in francese grondin), ma è uso aggiungere anche dentice, rombo, bottatrice, cefalo, nasello, nonché invertebrati come ricci, cozze e granchi. Nelle versioni più lussuose ed elaborate viene aggiunto anche il polpo e addirittura l’aragosta).
NADIA Mangeresti les escargots à la Bourguignonne?
ALE Forse no. Non mi attirano.
NADIA A chi offriresti ostriche e champagne in un hotel con veranda sulla battigia?
ALE Vediamo. A te, chérie, a Frederick Forsyth, a Wilbur Smith, a Margaret Mazzantini. Sono (siete) tutti scrittori che amo. Fuori dalla narrativa, vorrei Francesco Totti (senza la Ilary, ove fosse possibile). Fra gli attori, Johnny Depp. E Keith Richards dei Rolling Stones. Potrei amarlo alla follia (e follia, infatti, sarebbe).
NADIA Per conquistare un amante ti è capitato di ricorrere ad un piatto speciale cucinato con le tue delicate manine?
ALE Una volta. Preparai il fegato alla veneta. Sul resto, stendo un velo pietoso. Peraltro, il fegato era buono.
NADIA Cosa ti sovviene alla mente se nomino le fragole?
ALE Strana domanda, però credo che la risposta lo sia ancora di più: fate e sesso. Mondi immaginari e bellissimi e torridi amplessi. Un mix intrigante, tipo cioccolato e limone. Esiste uno sfizioso giochino che vede coinvolte le nostre fragole; non credo tuttavia che sia opportuno parlarne qui. Tu hai una fantasia smodata, cara Lady Nadia, alias Black Lady, e sono sicura che hai compreso… V.M.
NADIA Se dovessi paragonare Lesbo ad una pietanza sarebbe…
ALE Ostriche! Ca va sans dire.
NADIA E se la pietanza fossi tu… saresti?
ALE Mumble, mumble… spaghetti al pomodoro. Sono una persona molto semplice. Ma gli spaghetti al pomodoro sono buoni!
NADIA Inviti a cena Renzi e poi Putin.
Due menù personalizzati, che proporresti per l’occasione?
ALE Be’ con Putin è molto difficile; in genere lui si porta tutto dalla Russia: cibo, acqua, posate. Renzi? Una fiorentina? Da mezzo chilo.
NADIA Ti è simpatica Cristina Parodi? E Cristina d’avena? Stiamo divagando?
ALE Divaga pure. Mi sono simpatiche come l’erba gramigna! La Parodi rappresenta l’esempio dell’inutilità fatta donna. D’altronde, ha i suoi santi in paradiso.
NADIA Il tuo libro e il tuo autore preferiti?
ALE “Il Signore degli Anelli”. J.R.R. Tolkien. E pure lì si parla di cibo! Ricordo un capitolo basato sul coniglio al ragù cucinato con erbe aromatiche. Gli hobbit avevano sempre fame.
NADIA Il tuo cuoco preferito?
ALE Il cuoco dell’Auberge Provencale. Un vero Maestro.
NADIA Ti piacciono le banane?
ALE Ahahah 🙂 Domanda tendenziosa? Comunque, sì, molto. Fanno bene alla salute.
NADIA Compri ancora ciupa ciupa e se sì a che gusto?
ALE Li lascio a te, golosona.
NADIA Chi lasceresti (sinceramente) tre settimane a digiuno?
ALE Salvini, Grillo, la sindaca di Roma, Cristina Parodi, Marine Le Pen, Trump… e molti altri 😀
NADIA Chi obbligheresti invece a mangiare cipolle per 3 mesi?
ALE Però a me piacciono! E piacciono anche al signor Addolorato Carmine Piselli (detto dagli amici Dolores o Piso), che sarà protagonista di un mio prossimo racconto. L’alito fresco? Bastano una caramellina alla menta e fare la cacca tutti i giorni 🙂
NADIA Segui una dieta particolare per restare così in forma?
ALE Grazie, biondina! Mi muovo, faccio sport, ma a dire il vero mangio un po’ di tutto. Se non ingrasso è forse per una questione di genetica. In caso contrario, mi metterei a dieta.
NADIA Qual’è il tuo ristorante preferito?
ALE L’Auberge Provencale. E’il più antico ristorante di Cannes, situato in Rue Saint-Antoine, sopra al Porto Vecchio. Costa meno di un ristorante di Milano, Como, Lecco, Erba, Inverigo e Bellagio! Qualità super! Prima ne avevo citato il cuoco. Una menzione è d’obbligo anche per Pierrot con i suoi cesti di ostriche fresche in bellavista, fuori dal locale. Si trova in Rue Félix Faure, sempre a Cannes.
NADIA Dai gusti alimentari si può capire molto di una persona. Usi molto aglio?
ALE Io no. Però abitando a Cannes…
NADIA Quando perde la Roma su cosa ti lanci? Patatine fritte, nutella, cioccolato, pistacchi… dai confessa!
ALE Birra. E ultimamente ne bevo troppa 😦 Mi consolo con il Nizza. E con Super Mario.
NADIA Il nome di una cuoca/cuoco che riuscirebbe ad invitarti a cena?
ALE Il nostro ospite?
NADIA Quale cibo non dovrebbe mancare mai dopo una lunga e folle notte di sesso?
ALE Quattro uova al bacon, marmellata, croissant, spremuta d’arancia, caffè americano.
NADIA E per lasciare un degno saluto ai nostri amici di Giallo e cucina voglio da te una ricetta speciale.
ALE Eccovi una ricetta della mia amica Laura. Ingredienti: 1 kg di piccole pere mature, sbucciate, private del torsolo e affettate non troppo finemente / 2-4 cucchiai di succo di limone / 200 g di farina / 2 cucchiaini di cannella in polvere / 1 presa di sale / 3 grosse uova / 1 cucchiaino e mezzo di lievito in polvere / 150 g di zucchero / 120 g di burro fuso / 90 ml di marsala secco (se la torta e’ destinata a dei piccoli usate tranquillamente il latte) per guarnire : 3 cucchiai di burro / 1 cucchiaino di cannella in polvere / 80 g di zucchero. Io ho utilizzato lo zucchero di canna in minore quantita’ e meno burro, la torta e’ buonissima anche cosi’,🙂 Per prepararla fate cosi’: spruzzate il succo di limone sulle pere affettate per evitare che diventino nere mentre preparate l’impasto. Preriscaldate il forno a 180° C. Imburrate una tortiera a cerniera.
Mescolate la farina, il lievito, la cannella e il sale. Sbattete le uova e lo zucchero fino ad ottenere un composto omogeneo. Aggiungete la base di farina, alternando con il burro e il latte (o marsala se avete fatto questa scelta). Mescolate fino ad ottenere un composto omogeneo. Mettete meta’ dell’impasto nella tortiera e coprite con le pere. Spargete il burro a fiocchetti, la seconda dose di cannella e meta’ della seconda dose di zucchero. Coprite con l’impasto rimasto. Non vi preoccupate se le pere non sono completamente coperte dall’impasto.Spolverizzate con lo zucchero rimasto e fate cuocere per 30-40 minuti o fino a quando uno stuzzicadenti infilato nel centro non risultera’ asciutto. Fate raffreddare nella tortiera.
NADIA E per finire una citazione.
ALE Non tutto quel ch’è oro brilla,
Né gli erranti sono perduti;
Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza,
Le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
L’ombra sprigionerà una scintilla;
Nuova sarà la lama ora rotta,
E re quel ch’è senza corona.
(J.R.R. Tolkien)

Ciao da Lady Nadia e dalla mitica Alessandra Bianchi.
Bacioni a tutti da Ale.

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simonaPoi arrivò la ragazza con la valigia colorata.
Avevo visto solo una sua foto: era bella, capelli bruni, gambe atletiche; camminava scalza sulla spiaggia e indossava dei pantaloncini corti di jeans.
Però conoscevo piuttosto bene la sua anima. Prima di incontrarci ci eravamo scambiati una quantità di e-mail, e avevamo parlato più volte al telefono. Da quel punto di vista sapevo cosa aspettarmi. In quanto al resto, esisteva un’incognita.
Da quanto avevo appreso di lei, Simona possedeva un mondo interiore ricchissimo. Lo avrei paragonato alle stagioni: poteva essere calda come l’estate, dolcemente nostalgica come l’autunno, gelida come l’inverno, spensierata e gioiosa come la primavera. Nella sua vita, aveva sperimentato l’appagamento dell ‘amore, la trasgressione dei sensi e la solitudine dell’abbandono. Era stata investita dalla tramontana, bagnata dalla pioggia, e riscaldata dal sole; non necessariamente in quest’ordine.
Con me si era dimostrata franca e aperta. Se devo essere sincero io un po’ meno, molto meno.
Ma quel giorno ciò che contava era incontrarla. Mi sentivo ansioso, tuttavia anche impaziente di vederla, di percepire una presenza reale, di parlarle guardandola negli occhi. Era da molto tempo che non mi succedeva.
Le andai incontro.
Simona mi abbracciò.
C’era stato un momento, proprio mentre veniva annunciato l’arrivo del treno, in cui avevo pensato di andarmene. Avrei lasciato la stazione, sarei salito in macchina e sarei tornato a casa. Simona non sapeva dove abitavo, il mio numero di telefono è riservato e avrei spento il cellulare. Per lei sarebbe stata una grande delusione: aveva speso un sacco di soldi per prenotare l’albergo e comprare il biglietto. Si era sobbarcata un viaggio di molte ore. Mi avrebbe aspettato invano, poi avrebbe compreso.
Ma fu solo l’idea di un istante. In realtà, desideravo conoscerla. Più di qualsiasi altra cosa al mondo.
Quella mattina, mentre bevevo il caffè, avevo ascoltato i Led Zeppelin. Era un triplo cd dal vivo che avevo appena acquistato. Quando volevo sognare mettevo nel lettore un disco dei Jethro Tull; se, invece, avevo bisogno di una scarica di adrenalina optavo per il gruppo di Jimmy Page. E ciò che mi aveva spinto a incontrare Simona era proprio il bisogno di adrenalina.
Un gioco perverso?
No. Nel modo più assoluto. Era qualcosa di diverso, di molto più profondo; lei mi aveva colpito veramente: in caso contrario, non mi sarei esposto in quel modo. Perché immaginavo quello che sarebbe potuto accadere, e sebbene mi augurassi di non arrivare a quel punto, non ignoravo che forse era proprio ciò che lei desiderava.
Io so come mettere a proprio agio la gente: è un mio dono innato. So affascinare le donne, dato che riesco a essere galante senza risultare mai invadente; riesco a intromettermi in una discussione fra perfetti sconosciuti, e un istante dopo tutti penseranno di conoscermi da una vita; faccio ridere i bambini; e in un momento posso conquistare la fiducia di un cane, oppure persuadere il vigile più intransigente a levarmi una multa. In realtà, non sono molto interessato alle persone, ma mi diverto a dimostrarmi superiore a loro. A scuola studiavo poco, tuttavia prendevo voti altissimi perché ci so fare.
Con Simona funzionò subito, e non solo perché io volevo che funzionasse, ma per il semplice motivo che ero realmente attratto da lei.
Avevo capito che era una persona speciale. Lo avevo capito immediatamente. Fin dalla prima telefonata.
Trascorremmo quattro giorni stupendi. Le mostrai la mia città, visitammo musei e chiese, cenammo sempre nello stesso ristorantino, un locale delizioso dove servono il miglior caciucco di Livorno, e soprattutto parlammo.
Era inevitabile che prima di partire lei volesse vedere la mia casa.
Quando la feci accomodare sul divano, si strinse a me. Sapevo che sarebbe successo. E stranamente non restai indifferente al profumo del suo corpo, al suo abbraccio morbido. Intuii che stava per baciarmi.
Fu allora che le raccontai tutto.
Le parlai di Paolo.
Al telefono non avevo taciuto per viltà. Se fossi stato sposato e non glielo avessi detto, il mio comportamento sarebbe stato peggiore, in quanto avrebbe dimostrato che nutrivo intenti lascivi o che comunque ero pronto a tradire due donne contemporaneamente. Ma Paolo era morto da tre anni, e dopo di lui non c’era stato nessun altro. E nemmeno prima, dato che mi ero innamorato di lui in seconda liceo. Inizialmente non mi aveva corrisposto; mi considerava il suo migliore amico, e frequentava la più bella ragazza della classe. Ma troppe furono le ore che passammo assieme a studiare, troppi i libri che ci scambiammo, troppo forte l’intesa che, giorno dopo giorno, venne  a crearsi fra noi. Paolo era intelligente, bello e sensibile. Biondo con gli occhi chiari lui, bruno con gli occhi grigi io; piccolo e mingherlino l’uno, alto e muscoloso l’altro. Quante volte lo difesi e quante volte feci a botte per lui! Sebbene all’epoca non fosse (ancora) omosessuale, o più precisamente ignorasse la sua vera natura, aveva un aspetto fine e delicato che dava fastidio ai bulli della scuola. Stava con Stefania, ma questo non gli evitava il sarcasmo feroce di cui siamo capaci noi toscani.
Quando finimmo a letto, lui si innamorò di me. Io lo amavo già da sempre.
Simona mi ascoltava in silenzio. Notai che non si era scostata. Non scorsi alcun segno di delusione o di fastidio. Era possibile che fosse sconcertata, ma non lo diede a vedere.
Quando finii di parlare, si accese una sigaretta. “Non sei mai stato con una donna?”
Scossi la testa.
“Perché hai voluto conoscermi?” La sua voce era dolce. Non c’era traccia di risentimento. La guardai. Era bella; mi rendevo conto di desiderarla, ma avevo paura. Temevo che il contatto con il suo corpo mi disgustasse. “Perché”, risposi lentamente, “tu gli assomigli. Non fisicamente, intendo…” Lasciai in sospeso quelle parole, rendendomi conto che erano stupide. Mi sforzai di farle capire quello che provavo, di aprirmi veramente. Infine, dissi la cosa che al momento mi sembrava più giusta. “Io amavo Paolo perché era “lui”, e ora credo, penso, di amare te. Siete così simili, quasi foste fratello e sorella: la stessa sensibilità, i medesimi tormenti dell’anima, il bisogno di essere capiti, protetti, difesi da tutto quello che c’è di orribile là fuori.” Indicai la finestra spalancata sul mare. Le stelle rilucevano nella notte e la luna splendeva, un lieve vento disegnava forme fantastiche sull’acqua scura. “Quello è bello.”, dissi. “Il mondo è bello. Però, esistono anche l’invidia e la cattiveria, l’ignoranza e la violenza più ottusa.”
Trassi un profondo respiro. “Io… ti aspettavo da quando è morto Paolo.”
Non mi chiese come era successo.
Mi baciò sulla bocca.
Fui sul punto di ritrarmi, ma dopo un istante ricambiai il bacio. All’inizio con dolcezza, poi in modo quasi selvaggio, disperato. La sua lingua era morbida, calda. Si staccò da me e cominciò a spogliarsi.
Io rimasi incantato a guardarla.

Quando la riaccompagnai alla stazione, sapevo che sarebbe tornata.
E sapevo anche un’altra cosa.
Che questa volta non sarebbe più ripartita.

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STUPRO

coverA differenza di “Hot Party”, dove il mio libro veniva citato solo per promuovere l’e-book, questo è un estratto di “Lesbo è un’isola del Mar Egeo”. La lettura è sconsigliata alle persone sensibili… cioè, leggetelo 🙂

… Ma nelle fiabe ci sono anche le streghe cattive e altri esseri ancora più pericolosi e malvagi.
Una sera d’autunno, uscii da sola e mi recai nel locale Y. Maddy era andata a trovare dei suoi cugini che abitavano a Bergamo. Stavo sorseggiando l’immancabile Chivas, quando vidi un ragazzo che conoscevo. Si chiamava X, era ricco, educato, colto ed estremamente affabile. Aveva i capelli biondi, occhi celesti, lineamenti del viso fini e regolari, quasi femminei: un tipo che avrebbe potuto piacermi, se non avessi avuto altre inclinazioni. Si avvicinò a me, al banco, ed ordinò una vodka, poi notò che avevo il bicchiere quasi vuoto e mi offrì un altro Chivas. Incominciammo a parlare del più e del meno e io, stimolata forse anche dall’alcool, presi a recitare il mio ruolo di allumeuse.
X era molto simpatico: a un tratto, scherzando, osservò che non avevo la faccia da lesbienne. Me lo hanno detto in molti e non ho mai capito che viso debba avere una lesbienne, per l’immaginario maschile. Capelli corti? Baffi e barba? Non mi risulta che Jodie Foster abbia queste sembianze. Comunque, stetti al gioco, e replicai che lui, invece, sarebbe potuto essere un perfetto gay. X scoppiò a ridere, divertito. Quindi cambiammo argomento e passammo a discutere di musica, di cinema, di libri. Mi sentivo bene, a mio agio, gradivo molto la sua compagnia. Così, quando X mi invitò a casa sua per un ultimo drink, accettai.
I genitori di X abitavano in via della Spiga, ma lui viveva da solo in un attico nei pressi di porta Venezia. Quando entrammo nel suo lussuoso appartamento, mi indicò un morbido divano e preparò due cocktail a base di vodka. Avevo già bevuto a sufficienza e mi ripromisi che sarebbe stato l’ultimo alcolico di quella sera. X inserì nel lettore un cd dei Nirvana e si accomodò vicino a me. Era esuberante e allegro, mi raccontò una storia divertente e vagamente improbabile che riguardava le sue ultime vacanze alle Maldive. Poi si versò ancora da bere. Assunse un’aria monellesca e disse: “Ma davvero non ti piacerebbe provare con un uomo? Sei una bellissima ragazza, potrei renderti molto felice!”
Io sorrisi. “X, fai il bravo!”
Quella risposta sembrò irritarlo: eppure mi conosceva da tempo e non ignorava le mie preferenze. Si alzò e incominciò a camminare per il soggiorno. “Va bene, faccio il bravo!”, replicò. “Ma tu sbagli. Un uomo, un vero uomo, può darti molto di più di una donna. Io saprei farti impazzire.”
Non mi piaceva la nuova piega che aveva preso la serata e pensai che forse era il caso di andare. Tuttavia non volevo apparire maleducata. “Non ne dubito.”, gli risposi. “Vorrà dire che avrò un rimpianto in più nella vita.” Pronunciai quelle parole in tono lieve per sdrammatizzare la situazione. X fece uno strano sorriso e scosse il capo. “Voi donne…”, commentò, ma lasciò la frase in sospeso. Si versò nuovamente da bere, prese il cellulare e mi chiese di scusarlo un attimo. Stavo per dirgli che si era fatto tardi e che sarei tornata a casa, ma non me ne lasciò il tempo. Andò in un’altra stanza a telefonare. Quando tornò, dopo pochi minuti, lo stavo aspettando in piedi.
“Caro, adesso vado a nanna.”, gli dissi.
Mi pregò di aspettare che finisse il suo cocktail, ero così piacevole e simpatica… non potevo privarlo della mia compagnia.
“Solo cinque minuti.”, acconsentii a malincuore.
Un misterioso sesto senso mi stava avvisando che qualcosa non quadrava: X era diverso dal solito, con il passare del tempo diventava sempre più inquieto e febbrile, camminava avanti e indietro senza sosta. Si portò di nuovo il bicchiere alla bocca. Credo che a quel punto fosse ormai ubriaco. Mi alzai per la seconda volta, decisa ad andarmene, e in quel momento squillò il campanello. X corse ad aprire la porta. Entrarono due giovani che non conoscevo.
X fece le presentazioni. “Sono i miei migliori amici.”, disse. “Lui è Giorgio”, e indicò un tipo dall’aspetto spavaldo, con un ciuffo ribelle che gli calava sugli occhi, “mentre lui è Kruger.” Kruger era una specie di armadio, con due spalle da culturista. Entrambi dimostravano circa venticinque anni ed emanavano aria di ricchezza.
X mi indicò. “Lei, invece, è Alessandra, meglio nota come brutta troia lesbica.”
Rimasi allibita. X tanto fine, educato, civile, che parlava in quel modo! E l’orribile insulto che mi aveva rivolto! Mi diressi verso la porta; per quanto mi riguardava la serata era finita. E anche la mia amicizia con X. Non feci in tempo a compiere due passi. X mi afferrò per la vita. Mi ribellai e lo spinsi via. Lui mi colpì con un violento manrovescio. Finii distesa per terra con le labbra che mi sanguinavano. Non riuscivo a capire cosa stava succedendo, il motivo di quell’insensato gesto. Mi rialzai, insultandolo, e venni centrata in pieno viso da un potente diretto. Mi spaccò il naso e mi stordì, rendendomi incapace di reagire. Intervenne Kruger: mi afferrò e, torcendomi un braccio dietro alla schiena, mi costrinse a raggiungere il tavolo e a piegarmi in avanti. Sentii che mi stracciavano i vestiti di dosso. Mi misi a gridare, supplicandoli di smettere. Era un terribile incubo, non poteva essere la realtà! Mi tolsero gli slip.
Sentii la voce di X, impastata dall’alcool, che diceva: “E adesso la lesbica proverà finalmente un cazzo.” Rise sguaiatamente. “La convertiamo, eh ragazzi?”
Urlai ancora più forte, scongiurandoli di non farlo. Ero pazza di terrore. Il mondo mi turbinava addosso, come una giostra infernale; mi sentivo trasportata in una dimensione folle, nata da un sogno malato e abbietto.
Poi successe. Il pene entrò brutalmente, sfondandomi, spaccando vasi capillari, colmandomi di dolore e di disgusto. Vomitai sul tavolo. Non sapevo chi fosse: mi sodomizzava con violenza. Mani ruvide mi afferrarono i seni, strizzandomi i capezzoli con forza. Io mi sentivo morire, capivo che quel giorno finiva una parte della mia vita, che non sarei mai più stata la stessa. Ero infangata e distrutta. Forse non ero più una donna. Non so se un uomo possa capire veramente ciò che provai, forse solo un animo femminile è capace di comprendere quelle sensazioni, di immedesimarsi e di sentire con me.
Si diedero il cambio. Il tormento riprese, infinito e insostenibile. Vagamente, li sentivo ridere. Credo che fossero tutti ubriachi e impasticcati, tuttavia non li giustificherò mai. Non potrò mai perdonarli. Qualcuno mi tirò i capelli. Io, ormai, non pensavo più; piangevo e vagavo in un inferno di devastante dolore. Dolore fisico. Dolore morale. Vomitai ancora. Da quella spaventosa sera faccio ogni anno gli esami, dato che mi hanno regalato anche questo incubo. Ma grazie a Dio sono sana.
Il ricordo di quell’esperienza mi tormenterà sempre, non mi abbandonerà mai. Quando andai a vedere “Irreversible” con Monica Bellucci, dovetti abbandonare il cinema perché mi sentivo male. In quel film c’è una scena tremenda, girata a telecamera fissa: le fanno ciò che fecero a me. E poi la uccidono.
Non mi uccisero.
Un homeless mi trovò dalle parti della stazione centrale. Ero svenuta e sanguinante.
Lui chiamò la polizia.

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