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Archive for settembre 2016

I DUE PARCHI

parcoIl primo parco è ampio, soleggiato nella parte centrale costituita da un vasto prato; ricco di gradevoli ombre lungo il sentiero che gli corre tutto intorno, sotto ai grandi alberi, dall’ingresso principale,
(uno per entrare uno per uscire)
che dà sulla piazza del municipio, al piccolo bar vicino al campo da tennis, ai giochi per bambini di un bel rosso acceso e di un piacevole blu cielo, e di nuovo all’entrata per poi riprendere il giro.
Il secondo parco non è un parco, bensì una specie di modesto rifugio composto da qualche albero e da cinque o sei panchine; ci giocano i bimbi, sebbene non ci sia molto da sbizzarrirsi con la fantasia, e ci pascolano le mamme, e ci corrono i cani.
Nel primo parco – chiamiamolo con il suo nome: il vero parco – l’uomo stringe fra le mani un libro; se ci avvicinassimo, potremmo distinguerne titolo e autore, e forse sarebbe possibile anche scambiare qualche parola, magari nulla di impegnativo, “che bella giornata, vero?” Sulla panchina di un verde non ancora consumato dal tempo ci sono un quaderno, sopra al quaderno una penna cui ormai resta poco inchiostro, dentro al quaderno alcuni sogni destinati a rimanere tali, simili a un guizzo di luce in mezzo all’oscurità, al bagliore del fuoco di un camino in una fredda notte di nebbia, quando i pensieri si susseguono più lentamente quasi restii ad assumere una forma compiuta, fermandosi al livello di intuizione o forse nemmeno a quello: piuttosto come note svagate che non sono destinate a comporre una melodia, benché, a tratti, compaia l’armonia.
Nel secondo parco, anch’esso dotato di due vie d’accesso, si sente la voce della città, nelle vicinanze sfrecciano le macchine, un anziano signore porta a spasso il cane, due nonne lavorano a maglia, sorvegliando i nipotini con la coda dell’occhio, un ragazzo si muove al ritmo di “Relax”
But shoot it in the right direction
Make making it your intention yeah
Live those dreams
Scheme those schemes
Got to hit me Hit me
Hit me with those laser beams.
L’uomo legge il suo libro, non ha portato con sé il quaderno, non coltiva sogni inutili. Se ci avvicinassimo non desteremmo la sua attenzione, probabilmente risponderebbe con un “già” al nostro tentativo di intavolare una conversazione. “Che bella giornata, vero?” “Già.” Fine delle trasmissioni.
Nel primo parco, quello vero, l’uomo è entrato dalla piazza, ma più tardi
(uno per entrare uno per uscire)
se ne andrà salendo i gradini che conducono alla vecchia strada provinciale, dove un tempo c’erano le rotaie per i tram, ormai una razza in via di estinzione al pari di valori antichi sostituiti oggigiorno dai Pokemon. Nel mezzo, fra arrivo e partenza, un tempo da suddividere in sezioni. Leggere, scrivere, fantasticare, non necessariamente in quest’ordine, più probabile anzi che non esista affatto un ordine, quale che sia: i pensieri arrivano quando loro decidono di insinuarsi nella mente, e allora si chiude il libro, si ripone il quaderno, si lancia uno sguardo al prato, vedendo senza vedere i giovani che giocano a pallone, le ragazze che sfoggiano lunghe gambe abbronzate; manca un cagnolino a tre zampe, e non ci sono gatti nei parchi.
I pensieri, sfuggevoli o meno, galoppano verso il ricordo di un sorriso, di un gesto tenero – una mano che sfiora il braccio – di due occhi tanto luminosi come può esserlo un mattino di maggio, l’aria frizzante, due nubi che si rincorrono, il cielo talmente blu da far male al cuore. Tutto questo con la potenza della mente si può costruire, solo che ciò che ne scaturisce ha colori diversi, i colori impalpabili dei sogni, e poca consistenza, nessun profumo se non quello del giorno che si avvia al tramonto.
Nel secondo parco, “Relax” esplode come una cascata di stelle
But shoot it in the right direction
Make making it your intention yeah wo-o-wo-wo-o
è ora di rincasare, niente sogni, nessun desiderio.
Nel primo parco, invece, la situazione è diversa. Oh, sì. Lì il tempo va centellinato, assaporato, mentre la mente si arrende con piacere agli intrusi (ma lo sono davvero?) che, senza bussare alla porta, giungono fluttuando, e creando, e ricreando. Sogni. Fantasie. Se l’uomo avesse vent’anni di meno saprebbe afferrare quei sogni, quelle fantasie, per trasformarli in qualcosa di più concreto, di più reale, o almeno tenterebbe di farlo. Ma non ha vent’anni di meno e sogni e fantasie vivranno di vita propria nella terra del Mai, assieme al mago di Oz e alla fata turchina.
E’ come scrivere un romanzo utilizzando fogli sottilissimi di pergamena; man mano che la penna traccia nuove frasi, il vento disperde i fogli: non hanno consistenza, si sbriciolano fra le dita, si trasformano in pallottole di carta che nessuno riuscirà a ricomporre.
All’uomo piacerebbe davvero molto essere Morton Rainey (soprattutto nell’interpretazione di Johnny Depp), vale a dire un individuo talmente prigioniero dei propri sogni (incubi, nella fattispecie) da vivere una sorta di vita parallela. Che tale vita non risulti buona e non conduca a niente di buono è causato dal postulato iniziale, però i postulati si possono cambiare, no? Si parte da una buona idea (quella di Stephen King era ottima ma per il suo racconto), la si sviluppa, e infine si plasma un nuovo mondo, dentro al quale il protagonista trasforma in realtà ciò che desidera, e ciò che desidera diventa realtà. E questo, comunque la si metta, è buono.
L’uomo si sofferma a riflettere intensamente. Un pallone da calcio gli sfiora la testa, senza che se ne accorga. Adesso è completamente impegnato a valutare l’idea, giunta chissà da dove, che, pur smontandola e rimontandola, soppesandola sulla bilancia del raziocinio ed esaminandola con il massimo spirito critico, risulta comunque inattaccabile.
Accoglie con piacere uno spiffero d’aria fresca che scende dalle montagne. “Tu puoi stare con lei.”, dice a bassa voce (ma anche se qualcuno lo sentisse, gli importerebbe assai poco). “Questa sera, giusto per incominciare, uscirete a cena insieme. E stanotte lei dormirà nel tuo letto. All’alba dovrà tornare a casa, e giù in città, in quello sgangherato parco, non verrà a trovarti. Ma Qui sì. Sarà sufficiente prendere la macchina, fare un breve viaggetto di pochi chilometri, parcheggiare in alto (niente disco orario, nessuna macchinetta mangiasoldi) e aspettarla.
E lei arriverà.”
Esiste una differenza sostanziale tra essere succubi di sogni irrealizzabili e tuffarsi a capofitto in un mondo diverso. E nel nuovo mondo sono i sogni a essere succubi della volontà. Ci si trasforma in un demiurgo onnipotente. E’ un ragionamento che lo soddisfa.
L’uomo prova un moto di euforia, appena mitigato dal sospetto che il suo cervello stia partendo per la tangente. In effetti, potrebbe essere in viaggio già da un po’. E se fosse?, si domanda. Quale sarebbe il problema?
Poteva farlo, e lo avrebbe fatto. Bastava crederci.
D’altro canto, la vita è piena di credenze sbagliate, di false sapienze in realtà frutto di ignoranza.
Ok, socio!
Si alza dalla panchina, rivolge un bel sorriso a una graziosa bimba e sale le scale che lo riportano alla macchina.
Lei gli cammina a fianco, tenendolo a braccetto.

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