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Archive for giugno 2016

IL PROCESSO 2

Il processoIl mattino dopo J.P.Newwhitebear si presentò con gli occhi arrossati, la camicia abbottonata male e la barba di due giorni. A White parve evidente che era reduce da una solenne sbornia. Gli lanciò un’occhiata di fuoco, che lui sembrò non cogliere.
Inizialmente, l’abuso di alcolici gli aveva fatto perdere processi e credibilità, ma con il passare del tempo aveva imparato a convivere con il bourbon, senza che la sua mente perdesse colpi. Fissò lo sguardo sulla giuria, accennando un sorriso, mentre si chiedeva ancora una volta quali fossero gli elementi su cui contare; in fondo gliene sarebbero bastati quattro, ed era fermamente convinto di averne già individuati due: Paul Wolfghost e Samuel Univers. Gli sarebbe piaciuto entrare nella mente del portavoce, Willyco, dato, che se lo avevano scelto come tale, ciò significava che disponeva di una forte personalità.
Nel frattempo, James Rodixidor aveva chiamato il suo primo teste: il dottor Frank Ivano. Era costui uno studioso, con varie pubblicazioni alle spalle, fra le quali due libri.
Si sedette compunto, del tutto sereno e a suo agio.
“Dottor Ivano”, cominciò Rodixidor, “ha letto il romanzo “2693 D.C.?”
“Certamente.”, rispose con calma il teste.
“E ha avuto modo di analizzare altre opere della signora White e della signora Been?”
Ivano annuì.
“A quali conclusioni è giunto?”
Il dottor Frank Ivano si sistemò la cravatta, si protese leggermente in avanti e disse: “Le due autrici hanno dei punti di contatto, questo è indubbio. Ad esempio, lo stile scorrevole; nessuna delle due, inoltre, abusa del verbo “indossare”, e ciò è assai meritevole. Ci sono autori molto famosi, cito Ken Follett e James Patterson, che lo adoperano in maniera quasi maniacale, il che è molto noioso per un lettore. Sapere cosa una persona “indossa” è utile se serve a dare un’indicazione, in maniera da inquadrare la personalità di un personaggio: si veste con ricercatezza, si veste male, quel giorno la minigonna era più corta del solito, i jeans erano sdruciti, e via dicendo; ma l’uso reiterato di questo famigerato verbo non è di alcuna utilità, genera solamente un profondo senso di tedio. Qualora noi effettuassimo uno studio, basato su una lettura critica, sic et simpliciter, di un’opera mediante l’analisi strutturale…”
“Grazie, dottore.”, lo interruppe l’avvocato, che vedeva i primi segni di insofferenza fra i giurati. “Parliamo ora delle divergenze.”
“Sono notevoli!”, affermò lo studioso.
“Ad esempio?”
La signora Been è più profonda.”
Newwhitebear scattò in piedi. “Obiezione!”
Vostro Onore, il giudice Maria Rosaria Ily, sollevò di malavoglia lo sguardo dal romanzetto rosa che stava leggendo di nascosto. “Respinta.”
“E poi?”, volle sapere Rodixidor.
“Le descrizioni della natura della signora Been non sono stereotipate come quelle della signora White.”
“Obiezione.”
“Agli atti.”
Dopo una pausa di quindici minuti, durante la quale J.P. Newwhitebear ingurgitò tre caffè da sommarsi ai quattro che aveva già bevuto appena sveglio, incominciò il controinterrogatorio.
“Dottor Ivano, ha letto “Rage?”
“No.”
“Ha letto “Alex Alliston?”
Il teste scosse il capo.
Cosa ha letto di preciso?”
“Quel libro erotico…”
Newwhitebear chinò la testa, come se stesse pensando a tutti i mali del mondo. “Capisco.”, disse infine. “Lei ha letto soltanto il primo romanzo della mia cliente, quando lei era ancora immatura, quando non era ancora pienamente padrona del linguaggio, delle descrizioni dei boschi o del mare, dell’indagine psicologica.” L’avvocato rivolse un ampio sorriso alla giuria. “Mi dica, dottore, quanto le è stato offerto per la sua deposizione?”
“Solo un rimborso spese.”
“Quanto? Le ricordo che è sotto giuramento.”
Ci fu un attimo di esitazione. Ivano cercò con gli occhi James Rodixidor, ma l’avvocato stava fissando i giurati.
Quanto?”
“Cinquemila dollari.”
“Dottore, dove abita?”
Ivano rimase in silenzio.
“Dove abita?”, urlò Newwhitebear.
“In Connecticut Avenue.”
“Di quale città?”
“Questa.”
“La difesa ha finito.”

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NONSENSE

solo1Batti e ribatti.
Non amava la gente.
Il fatto di bere un bourbon dopo pranzo (il suo bourbon per il resto del mondo equivaleva a tre whisky) e poi di incamminarsi verso il bar più vicino per assumere due caffè. Mentre procedeva, scuro in volto, stilava la lista delle persone che avrebbe voluto eliminare. Una macchina che arrivava a velocità folle con i fari accesi in pieno giorno per un momento lo distraeva. Faceva il gesto dell’ombrello e, a seguire, il finale della haka, cioè il taglio della gola.
Quindi, tornava alla lista. Per prima, quella cicciona immonda con i denti sporgenti e il sorrise ebete. Se la immaginava a sgrufolare nel letame, come il maiale che era. Un po’ di dignità! Che si mettesse a dieta, palla di lardo, obbrobriosa grassona. Che schifo!
In seconda battuta, il postino, ma lui lo avrebbe ucciso veramente, un giorno o l’altro. Quando suonava alla porta, non apriva mai, però lo sguardo vigile, attento, feroce, correva al grosso coltello da cucina.
Batti e ribatti.
Nel bar, i pochi avventori si scansavano, lasciandogli tutto lo spazio che voleva. Sapevano che altrimenti lui si sarebbe infuriato: avrebbe gridato, e offeso, e minacciato. Avrebbe insultato l’esegeta di turno perso nella lettura della Gazzetta dello Sport elevata a rango di Bibbia, da leggere riga per riga, capoverso per capoverso, pagina per pagina.
Bevute le brodaglie infami, che spacciavano per caffè, tornava a casa, riaggiornando mentalmente la lista.
Oh, se era lunga tale lista! La lurida grassona sgrufolante con quei denti ridicoli assurdi immondi inaccettabili che al solo vederli provocavano immediata repulsa; il postino, che di lì a breve avrebbe cessato di esistere; i bifolchi che votavano per il partito dell’ignoranza (non che lui votasse, però non poteva accettare che quattro imbecilli cerebrolesi, incapaci di azzeccare un congiuntivo, avessero la pretesa, la folle pretesa, di recarsi in una “gabina elettorale” a tracciare una croce, cosa che probabilmente sapevano fare molto bene… era la loro firma, no?) E tanti altri; a metterli in fila, tutti belli ordinati, gli veniva il mal di testa, se non di peggio.
Batti e ribatti: dove trovare la pazienza per sopportare la moltitudine di idioti che lo circondavano? Le schifose grassone, che di notte furtive si alzavano dal letto per sgattaiolare in cucina, aprire il frigo, ingozzarsi di porcherie. Forse con una bomba sarebbe riuscito a terminare un buon numero di soggetti. Peccato che al supermercato non le vendevano e che lui non sapeva costruirne una. Bene, allora un passo alla volta. Per la dentona due mani cinte intorno alla gola, e poi stringere stringere stringere. Sentirla annaspare, farfugliare, ansimare, sgrufolare. Che splendido sogno! Lo avrebbe tramutato in realtà, senonché doveva partire, andare… sapeva lui dove.
Prese il treno, trascorse il viaggio scrutando con odio i passeggeri seduti nel suo scompartimento, provò autentico disgusto, di più, di più, alla vista di due orrendi bambini, chiassosi, maleducati, noiosi, sicuramente stupidi come la loro madre intenta a leggere (o a guardare le figure? Nulla escludeva che fosse analfabeta) una banalissima rivista che parlava di banalissime persone.
Spostò gli occhi sul finestrino, indignato e nauseato.
Giunto che fu nel luogo prescelto, saltò giù dal treno e si avviò a passo spedito verso il mare.
E fu lì, nell’incanto della natura, che si sentì finalmente felice.
Realizzato, appagato, sereno, soddisfatto.
Quando fosse tornato nella città dove abitava, avrebbe incominciato a spuntare i nomi dalla lista con una bella croce; ma adesso, adesso, il mare era lì, tutto per lui.
Gli sovvenne un ricordo di quando era bambino. Aveva costruito uno stupendo castello di sabbia e lo mirava ammirato della propria bravura quando si erano presentati due ragazzi dall’aria ottusa, entrambi più grandi lui. Avevano calpestato il suo castello, sghignazzando in maniera infame.
Se succedesse oggi, pensò, li ammazzerei. Quel giorno, invece, si era limitato a piangere.
Batti e ribatti. Batti e ribatti. Batti e ribatti.
La testa che pulsa, martella. Un’improvvisa emicrania. Luci abbacinanti che solo lui vede. Un senso di straniamento.
E poi…
Il suono della sveglia.
Il professor Simone Lattuga si stropicciò gli occhi, sbadigliò, si alzò dal letto, andò in bagno, si rasò e si lavò accuratamente, dopodiché scelse il suo abito più bello. Quella mattina c’era ricevimento.
La terza madre fu la dentona grassona.
“Suo figlio…” Lattuga scosse la testa con espressione falsamente dispiaciuta.
“L’ho mandato a ripetizione!”
“Mmmm.”
“Studia tutti i pomeriggi e anche alla sera!”, mentì la dentona.
“Mmmm.”
“Non si potrebbe fare qualcosa?”
“Certo!”
Lei si rasserenò.
“Bocciarlo.”, disse Lattuga.

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