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Archive for maggio 2016

Nous sommes du soleilSuccede che due amiche decidano di scrivere insieme e quindi di suonare per voi la stessa melodia, a 4 mani.
Oppure capita che questa musica accompagni un “passo a due” dove ciascuna lascia fluire il suo corpo e la sua mente in una personale danza disegnata dalle parole.
Ecco che lo stesso titolo e la stessa storia possono rappresentare due personalità differenti legate da una bellissima affinità.

Troverete perciò un racconto omonimo anche sul blog di Lady Nadia.

Beve un sorso di birra ghiacciata direttamente dal barattolo, poi torna al bourbon.
E’ seduta davanti alla grande finestra panoramica e osserva, forse senza vederlo, l’oceano solcato da barche con le vele sgargianti. E’ una giornata limpida, il sole nel cielo terso, un leggero vento che soffia regolare.
Jane Hathaway. Un tempo, signora Mills, e prima ancora signora Cross. Quarantacinque anni portati in modo superbo, un fisico perfetto, malgrado l’alcool e le troppe sigarette. Genetica. Da ragazza praticava diversi sport e anche questo può aver influito. Occhi azzurri (solo un po’ freddi), poche rughe nascoste dal trucco, capelli biondi raccolti a coda di cavallo. E’ scalza. Indossa pantaloncini jeans celesti che si fermano ben sopra al ginocchio, rivelando le gambe snelle ma atletiche, e una maglietta blu.
Il signor Mills ha avuto la brillante idea di andare a sbattere con la Mercedes contro un camion. Guidava completamente ubriaco. Jane ha ereditato la villa e cinque milioni di dollari. Il dottor Cross si è risposato con un’attricetta e vive a New York, dall’altra parte dell’America. E poi… c’è Susan Cross, Suzie, ventiquattro anni.
Suzie.
Suzie!
Jane si contorce sulla chaise longue, quindi si versa nuovamente da bere. Fruga nel pacchetto, appurando che le sigarette sono finite. Si alza e va a toglierne un altro dalla stecca.
Quando era bambina le tirava le trecce. Non era una bimba capricciosa o dispettosa, però a volte rompeva qualche oggetto. Jane le tirava le trecce. Con forza, perché le piaceva farlo.

“Non mi vuoi bene, mamma!” Susan ha le lacrime agli occhi, in parte per il dolore, in parte per la consapevolezza (è matura per la sua età, e in più è intelligente) che quel gesto è esagerato, troppo violento.
“Certo che te ne voglio.”, mente Jane e intanto pensa: volevo un maschio, piccola strega!
“Mi hai fatto maleee!”
“Lo meritavi e adesso zitta.”
“Lo dico a papà.”
Lo schiaffo parte improvviso. Farebbe maleee a una donna adulta, Suzie finisce per terra.
Fine della discussione, almeno di quella discussione, simile a molte altre.

Mia madre mi picchiava?, si domanda oziosamente Jane mentre traffica con l’accendino che sta cominciando a perdere colpi. Certo che sì, me le suonava di santa ragione, anche a sedici anni. Ladra di felicità, mi alitava addosso, convinta com’era che le avessi rubato l’amore del marito. Quando ci provò qualche mese più tardi, comunque la stesi; da allora non ha più alzato le mani.
L’accendino è andato, risentita Jane va in cucina dove trova dei fiammiferi. Al ritorno nel soggiorno – ampio, spazioso, galattico, sosteneva Mills – la accoglie la visione del sole al tramonto: giallo, rosso, arancione; l’oceano sembra un mare di fiamme, roba da poeti del cazzo, pensa distrattamente lei. Sigaretta e nuovo giro di bourbon. Rimorsi? Se ci sono, sono vaghi, come vago è il tiepido affetto che nutre per Susan. E’ superato dall’irritazione provocata dalla restituzione del bonifico: la sciocca Suzie ha rifiutato un milione di dollari! Ovviamente, non si è degnata di rispondere alla sua lettera, sebbene fosse una lettera perfetta, studiata fin nei minimi particolari.
Ladra di felicità? rimugina aspirando una boccata di fumo. Un’idiozia, nata dalla mente contorta della madre; in quanto a Susan?
Be’ lei si era invaghita di John. Bella è bella, fuori questione, c’era la fila davanti alla porta, doveva soltanto scegliere nel mazzo; ma sposare un tossicodipendente, ubriacone, sarebbe stata una follia, escludendo la questione dei soldi. Money! Spesso tutto si riduce a questo. Obladì-obladà eccomi qua, canticchia ripensando al vero motivo per cui decise di intervenire, alla sua maniera, si intende. La ragione principale non aveva nulla a che vedere con l’amore che una mamma prova per la figlia. Il tossico era ricco, e pure attraente: dato che non lavorava (a che serve lavorare, se hai già una montagna di dollari, e sei privo di ambizioni?) aveva il tempo per portarti ovunque, nei luoghi più esclusivi del mondo, magari anche su Marte. Navicella spaziale Susan. No: navicella spaziale Jane. Lo stabilì nel momento stesso in cui lui fece cilecca a letto. Dopo, le confessò che era la prima volta; ergo con la dolce Suzie aveva funzionato, magari alla grande (questo non poteva saperlo). Inaccettabile. Ci avrebbe pensato lei a dargli la scossa giusta.
“Ce l’hai piccolo baby! Inoltre, non funziona bene. Facciamo un gioco?”
Copiava spudoratamente un vecchio film con Jon Voight, il padre di Angelina Jolie: si rivelò una mossa astuta. “F” come finocchio?”
In risposta, un ringhio.
Dopodiché l’erezione.
Al diavolo la piccola Suzie, aveva pensato soddisfatta.
Adesso l’oceano è una grande macchia di inchiostro nero. Altra roba per poeti cerebrolesi. E’ ora di cena; giusto per abitudine Jane prepara un sandwich a base di burro d’arachidi che lascia a metà.
Poi bourbon.
“Voulez-vous coucher avec moi ce soir?”, aveva canticchiato lui, stonando orribilmente.
“Oui. Je suis Lady Marmalade.”
Il resto? Una naturale conseguenza.
Accende il lettore. Nous sommes du soleil, un vecchio disco degli Yes, scovato per caso in rete. Da ragazza ascoltava molta musica inglese. Mentre le stelle spuntano sull’oceano, accompagnate da una pallida luna, inizia a danzare, sinuosa, felina. Un uomo impazzirebbe a vederla. I ricordi emergono non invitati, e non le piacciono. Ladra di felicità. Chi? Lei o Susan-Suzie? Susan-Suzie venuta al mondo con il preciso scopo di diventare più bella di lei, in maniera da rubarle la scena. Una invecchia, l’altra cresce; una perde colpi, l’altra si trasforma in una regina. E la regina buona sostituisce la regina cattiva.
Si ferma. Bourbon. Birra. Sigaretta.
“Non mi vuoi bene, mamma!”
Oh, sì, forse avrei dovuto amarti, proteggerti, raccontarti una fiaba per farti addormentare, per farti sognare le fate. Invece, credo che tu sognassi solamente streghe, magari con la mia fisionomia. Rubarti John Mills è stato facile, ma sarebbe morto comunque, anche se avesse sposato te: non è questo il punto.
Il punto è “prima”. Il punto è che i rimorsi in realtà ci sono, affiorano lentamente, vengono su dalle profondità del mare, dagli abissi popolati da spettri ghignanti, e da orribili mostri. Lava e gelo. Lava e gelo. Vulcani sotterranei che vomitano fiumi di sangue, pronti a inghiottirti. Lava e gelo. Il freddo nelle ossa, il sapore dell’alcool, la testa che ondeggia.
“Non mi vuoi bene, mamma!”
“Oh, sì, piccina!” Come vorrebbe dirlo, adesso! Ma dirlo sul serio. Dirlo col cuore.
Purtroppo, il passato non ritorna, non è possibile cambiarlo. Ciò che è stato è stato, e via con le banalità. Intanto, la testa continua a ondeggiare. I ricordi picchiano duro, squali spietati che divorano brandelli di cuore. E immagini, flash, come in una giostra infernale, dove i diavoli ti aspettano e i dannati urlano veramente di paura; nessun angelo potrà salvarti. Infine, giungono i topi, fanno a pezzi il corpo di una bimba.
“Non mi vuoi bene, mamma!”
La ladra di felicità barcolla, vomita sul pavimento; a quattro zampe raggiunge il mobile, si rialza a fatica, apre il cassetto.
E’ freddo il contatto della pistola in una notte di ghiaccio.

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Racconti dal lagoTempo addietro sottoposi all’attenzione dei miei amici il talento di Lady Nadia. Sono una brava talent-scout: lei ha sfondato con il suo blog, e non solo: ha vinto un importante concorso con un magnifico racconto, “Sorbole!”. E’ una ragazza in gamba, simpatica, intelligente e vivace, ed è brava anche a tirare con l’arco! Farà molta strada. Sono fiera di essere sua amica! Difetti? Be’ il carattere. Non riesce a contare fino a tre (dieci è fuori questione). Ma questo è sinonimo di sincerità.
Nadia, dilly ding dilly dong:-)Sorbole!nadia

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Tic-tac. Tic-tac. Tic-tac.
Con un gesto lento e drammatico Jack Sparrows depose i due manoscritti sulla scrivania di Alexandra. “Bene.”, disse. “La gara è finita.”
Era una serata calda e particolarmente afosa; da lontano giungeva il rumore dei primi tuoni: si preannunciava un temporale. Un lampo balenò nel cielo, a oriente.
Le due donne sedevano immobili, lo sguardo fisso su Jack, e il cuore in tumulto. Era difficile prevedere cosa sarebbe accaduto adesso. Sparrows avrebbe premiato la vincitrice e punito la vinta oppure le avrebbe eliminate entrambe? E in tal caso, come? Alexandra sapeva di aver perso, ma più che paura provava rabbia. Rabbia nei confronti di se stessa, e odio rivolto a quella biondina apparentemente insignificante che era riuscita a umiliarla. Lei, una scrittrice famosa, sconfitta da un’impiegata! Ma la colpa era sua. Aveva smarrito il talento e ancora non si capacitava di come potesse essere successo.
Guardò Nadia. Sembrava tranquilla, almeno esteriormente. Era la vincitrice, comunque non poteva certo ignorare che ciò non le garantiva automaticamente la salvezza. Lo aveva ripetuto più volte lei stessa. A un tratto, White si sentì apatica e distante, quasi quella situazione non la riguardasse. Era come se assistesse a una scena che non la vedeva coinvolta; era un’altra Alexandra che stava fissando con acredine Nadia. La vera Alexandra si trovava nella propria abitazione, intenta a realizzare un nuovo capolavoro: lì c’era soltanto una sbiadita controfigura.
Jack Sparrows ricominciò a parlare, richiamando subito l’attenzione delle due rivali. “Ho letto con estremo interesse i vostri romanzi.”, dichiarò scandendo lentamente le parole. Le strascicava in modo indolente, rivelando con questo la sua probabile appartenenza alla nobiltà. Alexandra si disse che forse era un barone o magari un conte, benché, dati i suoi comportamenti, ciò potesse apparire inverosimile.
Nadia lo osservava con un’espressione indecifrabile. Niente sorrisetti di trionfo, nessuna luce arrogante nello sguardo. A sua volta, era in collera con White. Se solo la scrittrice le avesse dato ascolto! Ma erano ancora in tempo, pensò. Avrebbero potuto avventarsi su Sparrows e sopraffarlo. Lui, però, cingeva fra le mani un pugnale; inoltre, Alexandra sembrava troppo debole per affrontare una lotta dura e violenta. Tornò a dedicare la sua attenzione a Jack, che nel frattempo stava analizzando i loro testi. “Nadia scrive meglio.”, affermò. “Il lavoro di Alexandra è piatto, in molti punti incolore. Inizialmente mi era parso molto buono, ma mi sbagliavo. Nadia ha un’immaginazione potente, i suoi dialoghi sono costruiti con maggiore abilità, le descrizioni della natura risultano più suggestive.”
Era il verdetto che Alexandra si attendeva, perciò non rimase sorpresa. Aveva combattuto, dando fondo a tutte le sue risorse, però non era stato sufficiente. Sebbene lo avesse previsto, il peso della sconfitta la avvolse come un indumento intriso di veleno. Si sentiva soffocare.
Jack Sparrows si interruppe per qualche attimo. Scrutò i visi di entrambe con maligna soddisfazione. Lui era il giudice supremo. Le due donne, invece, appartenevano a quella ignobile cerchia che stoltamente perseguiva il bene. Erano le principali responsabili della mancata pubblicazione di “The Black Land”. Ma, alla fine, sarebbe stato lui a prevalere, perché era il più bravo di tutti, il miglior scrittore d’Inghilterra, l’uomo che avrebbe cambiato per sempre tutte le regole. Accarezzò distrattamente la pagina che recava il titolo del libro di Nadia. Poi, all’improvviso, scaraventò il manoscritto per terra.
“Nadia Greene”, sentenziò con voce solenne, “il tuo romanzo sarebbe stato davvero splendido, tuttavia…” Dopo una pausa, studiata ad arte, proseguì: “Tuttavia il finale è pessimo. Banale. Scontato e del tutto prevedibile.”
Malgrado non credesse in quella competizione, Nadia impallidì.
Alexandra provò un tuffo al cuore, ma si impose di mantenere la calma. Jack era partito elogiando l’operato di Greene. Perché ora criticava il suo finale? Era veramente deludente o Sparrows si divertiva a giocare crudelmente con loro? Preferì aspettare che finisse di parlare, prima di sentirsi vincitrice.
“Alexandra White, al contrario,”, continuò Jack Sparrows, “ha scritto una fine eccezionale, che riscatta ampiamente la prima parte del libro. Pertanto…” Guardò Nadia, poi Alexandra, poi di nuovo Nadia. “E’ lei la vincitrice.”
Alexandra sollevò di scatto la testa, assaporando quel verdetto inaspettato. Alla fine, si disse, l’esperienza accumulata in tanti anni di lavoro, aveva prevalso. Provò un moto di trionfo. A questo punto non le interessava quanto sarebbe accaduto: l’unica cosa che contava era che aveva vinto.
Cominciò a piovere e il rombo del tuono si fece più vicino. Sparrows pronunciò la sentenza con aria compiaciuta. “La conseguenza diretta è che White si è guadagnata il diritto di continuare a scrivere, sempre che abbandoni definitivamente la sua vecchia visione sdolcinata, dove immancabilmente trionfavano le fate e perdevano le streghe; e a patto che prosegua sulla nuova strada da me tracciata. Ma non ho dubbi in proposito.”
Si rivolse a Nadia. “Greene è condannata a cessare la sua attività. Questo sarà un fatto positivo per la letteratura e una giusta punizione per una sostenitrice di valori ormai obsoleti. La sentenza sarà eseguita seduta stante.” Scattò con la rapidità di un serpente. Afferrò Nadia, le torse un braccio dietro alla schiena e la sospinse verso il letto. La giovane tentò inutilmente di opporsi: Sparrows era molto più forte di lei. La costrinse a stendersi e le legò le caviglie.
Quindi, la indicò a Alexandra. “Il tuo compito ora è semplice, White.”
Alexandra lo guardò, incerta. Cosa aveva in mente quell’uomo. Un altro tuono risuonò vicinissimo, dal cielo si riversò una pioggia torrenziale che il vento scagliava contro le finestre. I lampi si susseguivano, come a voler sottolineare quella scena tragica.
“Adesso le taglierai le mani.”, disse Sparrows con voce incolore.
“Io?” Alexandra era sbigottita.
“Tu. Tu che in questo modo ti trasformerai nella strega della tua storia.”
Le porse il pugnale dalla parte dell’impugnatura.
“Guardala. Guardala bene! Lei è la fata. Fa’ ciò che è giusto. Compi il tuo dovere!”
Alexandra prese l’arma con la mano che le tremava.
“Per l’amor di Dio, colpiscilo!”, gridò Nadia.
Sparrows rise. “No.”, disse, scuotendo la testa. “Sei un’illusa. Non lo farà. L’ultimo capitolo del suo libro dimostra in maniera inequivocabile che White ha fatto la sua scelta. Ha rinnegato un passato esecrabile e ha abbracciato i miei valori.” In realtà, c’era dell’altro: studiandole, da tempo aveva capito che non si sarebbero mai coalizzate per affrontarlo, soprattutto a causa di Alexandra che non vedeva in Greene una potenziale amica, bensì una temibile avversaria. L’orgoglio le impediva di ragionare con lucidità.
“Alexandra!”, urlò ancora Nadia.
La scrittrice volse lo sguardo su di lei. Era la sua Antagonista, ma l’aveva annientata. Ora giaceva impotente sul letto, come una vittima sacrificale. Aveva gli occhi colmi di terrore; poteva sentire l’odore acre della sua paura. Si avvicinò al giaciglio, camminando come una sonnambula; trasalì per un nuovo tuono, quindi si chinò e sembrò cercare il punto esatto dove far calare l’arma.
“Alexandra, sei impazzita?!”, strillò Nadia.
Alexandra era confusa. Tutta l’angoscia patita da quando era stata imprigionata in quella casa, tutta l’ansia provata durante il confronto con Nadia, l’attesa del verdetto di Sparrows, la certezza della sconfitta e la sorpresa per la vittoria, le lunghe ore trascorse a scrivere, madida di sudore, anelando il contatto dell’acqua fredda sulla pelle, la carenza di cibo e il senso di claustrofobia causato dalla convivenza forzata con un’altra donna da cui dipendeva il suo destino: questa somma di fattori l’aveva condotta sull’orlo della follia. Era in uno stato di smarrimento, priva di volontà propria, come i personaggi dei suoi libri quando cadevano vittime di un incantesimo. Inoltre, le gocce che le aveva somministrato Jack stavano facendo effetto.
“Compi il tuo dovere!”, la sollecitò Sparrows.
Alexandra osservò affascinata la lama del pugnale.
Lo portò all’altezza della spalla.
Con la mano libera bloccò il polso di Nadia, che invano cercava di graffiarla.
La fissò per un breve istante.
E infine l’arma parve muoversi da sola, come se godesse di vita propria.
Un oggetto magico, scaturito dalle pagine di un libro.
Tic-tac. Tic-tac. Tic-tac.

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Kara Prem era una giovane di circa venticinque anni. Li accolse in un piccolo appartamento situato nell’East End. A differenza della maggior parte delle persone che abitavano da quelle parti, non parlava cockney bensì un buon inglese; era anche di modi signorili, benché fosse evidente che non era affatto ricca. Probabilmente lavorava in una fabbrica, pensò Patricia, o forse in qualche modesto negozio. L’East End era la zona più povera di Londra e non offriva grandi opportunità.
Li fece accomodare in un modesto salotto e offrì loro con garbo il tè; però aveva un atteggiamento cauto e diffidente. Carrick la fissò a lungo senza parlare, fino a quando Kara non cominciò a dar segni di insofferenza. Patricia si domandò se quella fosse una tattica dell’investigatore e, in caso affermativo, a cosa avrebbe portato. Secondo lei, forse sarebbe stato più produttivo scambiare inizialmente qualche convenevole per poi entrare in argomento.
Kara sedeva rigida e composta e non dava la sensazione di essere interessata a parlare del tempo, dell’arredamento della sua casa o degli ultimi sviluppi della guerra; si capiva lontano un miglio che aveva accettato di riceverli a causa dell’insistenza di Carrick, ma che non vedeva l’ora che se ne andassero. Infine, probabilmente esasperata, fu lei a rompere il silenzio. Guardò l’investigatore e disse: “Bene. Siete stato voi a cercarmi. Domattina dovrò alzarmi molto presto, perciò vorrei andare a coricarmi. Se avete delle domande da farmi…”
“Perché non avete denunciato il signor Sparrows?”, le chiese Carrick in tono freddo. Patricia non approvò quell’approccio quasi brutale. Lei si sarebbe comportata in maniera diversa, cercando di mettere a suo agio la donna e mostrandole simpatia e comprensione. D’altra parte, l’esperto era Carrick.
Kara esitò, prima di rispondere. Poi trasse un profondo respiro e disse: “In realtà l’ho denunciato, però non è servito a nulla. Mi hanno spiegato che non esistevano prove e che la sua parola valeva più della mia. Se ci fosse stato un processo, avrei rischiato una condanna, dato che la mia era una calunnia. Poi un uomo orribile ha insinuato che ero stata picchiata da qualche cliente insoddisfatto o ubriaco; in pratica mi ha dato della prostituta. Il suo collega mi ha consigliato per il mio bene di alzare i tacchi e di andarmene. Ho capito che non c’era niente da fare, così va il mondo. E allora sono tornata a casa.”
“Ma voi non siete una prostituta.”, affermò Carrick.
“No di certo.”, ribatté lei indignata.
“Appunto.” L’investigatore prese un sigaro da una tasca della giacca e lo accese senza chiedere il permesso. Patricia aveva appreso da Alexander Alliston che era una sua pessima abitudine; si era sempre preso tale libertà, indipendentemente da chi si trovava di fronte: avrebbe potuto essere anche il primo ministro. In un certo senso, questo lo assolveva. Se si fosse messo a fumare perché la donna che gli stava davanti era di umili condizioni, Patricia lo avrebbe biasimato.
“Purtroppo sono cose note.”, commentò l’investigatore dopo aver aspirato una boccata di fumo. “Nulla di nuovo sotto il sole. Carrick, però, vi crede. Ma per quale motivo il signor Sparrows vi ha picchiata?”
Kara strabuzzò gli occhi, realizzando che parlava di sé in terza persona. Era un uomo decisamente singolare, tuttavia sentiva di potersi fidare di lui. Ciò nonostante, avrebbe preferito non rispondere alla domanda; provava il forte desiderio di accommiatarli e di andarsene a letto a dormire. Non amava ripensare a quella sera.
“E’ proprio necessario parlarne?”
“E’ doveroso!” L’investigatore si protese verso di lei. “Jack Sparrows ha rapito due donne, Alexandra White e Nadia Greene. Carrick ha ragione di credere che si trovino in grave pericolo. E’ assolutamente necessario scoprire al più presto dove le tiene prigioniere, in modo da poterle liberare. Pertanto il vostro contributo è più che prezioso. Perché vi ha malmenata?”
“Perché criticai quel suo orribile libro.”, rispose Kara. “Era, come dire, terribile, colmo di malvagità, di odio, di perversioni. Con ciò era scritto bene; a me piace leggere e un po’ me ne intendo: ma i contenuti! Disgustosi!”
Carrick annuì. “Eravate amanti?”
Kara Prem arrossì. “Preparo dell’altro tè.”, annunciò alzandosi e dirigendosi verso la cucina. Patricia lanciò un’occhiataccia a Carrick. Era completamente privo di tatto o forse, pensò, non voleva perdere tempo, perciò andava dritto al sodo, senza curarsi di ferire quella giovane. Poteva capirlo, visto che erano in gioco le vite di Alexandra e di Nadia, anche se avrebbe preferito che si comportasse con maggiore cortesia.
Quando Kara tornò con il tè, Patricia la esaminò con pìù attenzione. Era attraente, con folti capelli bruni e una figura voluttuosa, sebbene non fosse molto alta. Aveva degli splendidi occhi scuri.
Kara sospirò, mentre serviva il tè. “Jack è affascinante, colto, bello… mi conquistò subito. Era sempre galante e premuroso.” Sfiorò con le dita la collana che portava. “Ed era generoso: mi faceva dei bei regali, mi invitava a cena nei migliori ristoranti. Lo amavo. Poi, però, cominciò a cambiare, a mostrarsi per quello che era veramente. Il primo litigio fu dovuto al fatto che mi rifiutai di frustare una donna, una certa Isabelle. Era francese e credo che Jack avesse una relazione anche con lei. Pretendeva che la facessi urlare di dolore; Isabelle era consenziente, mi assicurò, e mi spiegò che gli serviva per scrivere: voleva inserire quella scena nel suo romanzo e, se avesse potuto assistere di persona a una tortura, era sicuro che la descrizione sarebbe venuta meglio.”
Scosse la testa. “Non riuscirei mai a tormentare deliberatamente una donna. Che lei fosse d’accordo non cambia le cose: è contrario alla mia natura. Litigammo furiosamente, ma quella volta non mi picchiò: si limitò a gridare. Sembrava un pazzo, con il volto paonazzo e gli occhi che parevano sul punto di uscire dalle orbite. Avevo paura di lui, ma lo amavo ancora. Due sere dopo si arrivò alla violenza, dopodiché non l’ho più visto. Non oso pensare alle vostre amiche e a ciò che le costringerà a fare.”
Patricia si sentiva solidale con Kara e le rivolse un sorriso. Non amava la perversione. L’amore, la passione, erano sentimenti gioiosi che non andavano infangati con pratiche depravate; sarebbe equivalso a cospargere di letame uno splendido giardino. Il suo pensiero andò a White e alle sue storie squisite: lei mirava alla bellezza assoluta, Jack Sparrows invece si immergeva in trame oscure e torbide. Spostò lo sguardo su Carrick, immaginando di essere fra le sue braccia. Sapeva che non sarebbe riuscita a trattenerlo in Inghilterra, ma questo non le importava: lo avrebbe seguito a Nizza.
In ogni caso, lui sembrava indifferente al lato emotivo di quella vicenda.
“Sparrows non abita più a Londra.”, disse l’investigatore. “Carrick sta cercando una casa vicina a un bosco. Non vi ha mai portato lì?”
“Certo!”, rispose Kara. “Almeno tre volte. E’ un luogo suggestivo, misterioso. Confesso che non mi sentivo del tutto a mio agio quando ci recavamo in quel posto; era inquietante, non so se mi spiego.”
Intervenne Patricia, rossa in viso per l’emozione. “E sapreste ritrovare quella casa?”

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Quando il signor Mercuri arrivò a Casatevecchio, prendendo alloggio nell’unica locanda disponibile, non suscitò alcun interesse, dato che era una persona assolutamente normale. Esistono individui che passano praticamente inosservati, perché il loro aspetto è talmente comune, il modo di vestirsi così poco personale, la maniera di porsi tanto convenzionale, che inevitabilmente finiscono per confondersi con la massa, con la parte più grigia e insignificante di essa, a tal punto che, se commettessero un reato, difficilmente si troverebbero testimoni in grado di ricostruire la loro identità.
Il signor Mercuri apparteneva senza ombra di dubbio a questa vasta categoria, presente in ogni città e paese. Tuttavia, riuscì a catturare l’attenzione generale sin dalla prima cena che consumò nel modesto ristorante della locanda. Era un locale adibito anche a osteria, e a quell’ora molti avventori stavano terminando di giocare a carte, di bere un bicchiere di vino oppure di rinfrescarsi con una birra gelata, dopo un lungo pomeriggio trascorso a lavorare nei campi, sotto il sole cocente di quei giorni. Qualcuno aveva già cenato, e poi era uscito di casa per farsi un goccio con gli amici. Le prime ombre della sera invogliavano a lasciare le pareti domestiche per godere di un soffio di brezza che al tramonto solitamente calava dalle montagne circostanti. La meta della passeggiata generalmente era la locanda, considerato che l’altro bar del paese era frequentato da giovani dediti a fumare spinelli oppure a inscenare volgari gazzarre.
Il signor Mercuri aveva finito di mangiare un succulento arrosto con patate (malgrado l’aspetto dimesso e vagamente triste, la cucina di quell’esercizio era ottima) e stava sorseggiando un bicchiere di vino bianco. Alzò gli occhi dal tavolo, perlustrò la sala cercando un interlocutore sufficientemente anziano, e infine, individuatolo, lo apostrofò con compita cortesia.
“Permettete che mi presenti.”, disse alzandosi e avvicinandosi a lui. “Mi chiamo Giovanni Mercuri.” Parlava a voce alta, e per il fatto di essere un forestiero, e a questo punto anche a causa della sua eccessiva “normalità” (un paradosso, forse, ma capita che una data peculiarità assuma in certe circostanze un significato opposto a quello di partenza), in un attimo portò al silenzio il locale, attirandosi vari sguardi curiosi o perplessi. Quando si trovò vicino all’uomo che si era scelto, disse, scandendo bene le parole: “Vi sarei grato se foste così gentile da ragguagliarmi in merito alla vicenda del lupo.”
Il silenzio incuriosito si trasformò immediatamente in un silenzio ostile; molti visi si rabbuiarono, qualche espressione si alterò.
“Non so di cosa stiate parlando.”, replicò seccamente l’anziano avventore, la cui fisionomia rammentava quella di un gufo.
“Quale lupo?”, chiese un uomo più giovane, evidentemente in preda ad una curiosità sconveniente. Fu zittito all’istante da una serie di occhiate, che erano fredde come lame.
“Non c’è mai stato nessun lupo!”, sentenziò con un tono definitivo l’interlocutore di Mercuri. In questo caso, gli sguardi furono di approvazione.
Restando sempre in piedi, senza accennare a sedersi ad un tavolo, dove in tutta evenienza non era gradito, il signor Mercuri diede prova di una certa ostinazione, insistendo. “Eppure ho letto un libro che racconta…”
“E’ meglio non affrontare simili argomenti!”, esclamò un uomo corpulento, appoggiando bruscamente il boccale di birra sul tavolo ed asciugandosi la schiuma dal mento con il dorso della mano. “Specie di sera!”
Mercuri esibì un sorriso soddisfatto. “Quindi, un lupo è esistito… o, per meglio dire, un lupo mannaro.”
Nella sala calò il gelo.
“Venga, si accomodi.”, disse un uomo dall’aspetto elegante, con folti baffi grigi e capelli bianchi ben curati. “Sono il dottor Brenna, il medico del paese, e forse posso darle qualche informazione su questa vecchia leggenda.”
“Leggenda?”, replicò Mercuri prendendo posto accanto a lui.
“Una leggenda, certo!”, ribadì il dottore. “I lupi mannari esistono solo nelle vecchie storie che un tempo si raccontavano davanti a un caminetto.” Versò del vino in un bicchiere pulito, che poi porse a Mercuri. “Mi permetta una domanda, piuttosto. A cosa è dovuto questo suo strano interesse?”
Il signor Mercuri ringraziò il dottore per il vino, quindi fece un gesto vago, quasi ad indicare che il motivo del suo interessamento non era poi così importante. Resosi conto, però, che una spiegazione era forse dovuta, accennò a un certo libro che intendeva scrivere.
“Un libro sulle antiche leggende?”, gli chiese il medico.
Mercuri scosse la testa. “No.”, disse, suscitando il muto rimprovero di tutto il locale. “Un libro su una serie di fatti oscuri che accaddero in passato. Ho già raccolto un vasto materiale, e mi manca solo la parte relativa al lupo mannaro di Casatevecchio. Quello sarà il capitolo più importante del libro.”
Il dottor Brenna si accarezzò distrattamente i baffi, poi si rivolse al primo interlocutore di Mercuri. “Tagliabue”, disse con una nota malinconica nella voce, “questo signore si ostina a credere alle fiabe.”
Spesso risulta difficile interpretare correttamente lo svolgimento dei pensieri umani; a volte essi seguono percorsi bizzarri, il cui punto di arrivo è inspiegabilmente distante da quello di partenza; può succedere persino di giungere a una conclusione che sia in palese contrasto con il postulato iniziale.
Infatti il signor Tagliabue si alzò faticosamente dal tavolo e, prima di accomiatarsi, disse, rivolgendosi a Mercuri: “Domani. Con la luce. A casa mia.”

Il signor Tagliabue abitava in una graziosa villetta all’estremità settentrionale del paese, vicino ai primi contrafforti delle montagne. Sebbene fosse vedovo, la casa era linda e profumata. Mercuri si presentò di buon’ora, dopo essersi fatto indicare il percorso dal proprietario della locanda.
Il padrone di casa preparò il caffè. La finestra del soggiorno dava sul bosco che si estendeva per parecchie miglia a est. Tagliabue aveva gli occhi fissi in quella direzione; sembrava profondamente assorto, quasi dimentico della presenza del suo ospite. All’improvviso, si scosse. “Non dovete scrivere un libro, vero?” In apparenza era una domanda, ma in realtà conteneva in sé la sicurezza di un’affermazione ponderata, probabimente scaturita da un attento lavoro psicologico. O forse tirava a indovinare. Quale che fosse la verità, ottenne l’effetto desiderato. Mercuri parve sorpreso; l’espressione del suo viso denotava lo stupore che una persona prova quando un’altra riesce a penetrare nel suo animo, superando barriere che a prima vista apparivano invalicabili. Ci fu un silenzio, che alla fine il forestiero ruppe. “Avete ragione.”, disse, senza peraltro palesare troppo disagio. Evidentemente non dava peso a quella piccola menzogna. Lo scopo che si era prefisso era più importante e, a questo punto, gli interessava solo conoscera la storia, la vera storia del lupo.
“Lo avevo capito subito, fin dal primo momento.”, disse il signor Tagliabue. “Ma non sono curioso di natura: siete libero di racontarmi la verità oppure di tacere. In ogni caso, vi dirò quello che so.” Attese una risposta e, quando vide che tardava ad arrivare (e che forse non sarebbe mai arrivata), dopo aver messo le tazzine del caffè nel lavello, invitò Mercuri ad uscire all’aperto. “Accomodiamoci sotto al portico.”, disse. Era una mattinata fresca, allietata da un vento non troppo forte; l’aria era asciutta e il calore del sole piacevole. Dal punto in cui si trovavano guardavano a occidente, verso i campi coltivati; il bosco si trovava alle loro spalle. “Quando avevo sedici anni”, esordì il signor Tagliabue, “a Casatevecchio c’erano due fratelli dai caratteri assai singolari. Credo che il termine più appropriato per definirli sia “teppisti”; forse è una parola ormai desueta, non conosco il linguaggio di oggi, ma ritengo che li inquadri alla perfezione. Picchiavano i ragazzi più giovani, li derubavano, molestavano le ragazze, spaccavano le vetrine dei negozi, appiccavano incendi. I carabinieri sospettavano di loro, ma non avevano prove, se non riguardanti episodi marginali non sufficienti per assicurarli alla giustizia. I due infatti erano molto astuti; non che disponessero di un alto quoziente intellettivo, però possedevano quella atavica furbizia contadina, elementare e rozza quanto si vuole, ma capace di farli agire in modo prudente. Naturalmente erano malvagi d’animo, in particolare il maggiore, Simone, che era anche il capo. Un giorno litigarono a causa di una fanciulla. Penso che fosse la più bella del paese e, benché lei non li degnasse di uno sguardo, entrambi erano risoluti a conquistare le sue grazie. Simone la pretendeva per sé. Fu allora che Giorgio, il minore, per la prima volta si ribellò. Vennero alle mani (con gran gioia di noi ragazzi) e Giorgio riportò nettamente la peggio.”
Tagliabue si alzò, scusandosi, e rientrò in casa. Ne sortì poco dopo con una caraffa di vino bianco e due bicchieri. Servì da bere, assaggiò il vino facendo schioccare la lingua, e con un sospiro soddisfatto riprese il racconto.
“Giorgio prese il vecchio fucile di suo padre, aspettò che Simone rincasasse e gli sparò a bruciapelo. Ovviamente sarebbe finito in prigione, e la cosa non gli garbava. Fuggì nel bosco, dove contava di potersi nascondere. Probabilmente meditava di lasciare passare un po’ di tempo, per poi abbandonare definitivamente il paese. Forse pensava di trasferirsi in Svizzera, in Francia, o magari addirittura in Australia; aveva da parte un bel gruzzoletto con cui avrebbe potuto pagare il viaggio. Ma quella notte c’era la luna piena.”
Un soffio d’aria gelida calò improvvisamente dalle montagne, quasi a sottolineare quelle ultime parole. Il signor Tagliabue rabbrividì. “Nessuno seppe cosa era successo, chi o cosa incontrò; a Casatevecchio non c’erano mai stati lupi mannari, nemmeno in tempi antichi, eppure…”
Si versò nuovamente da bere, Mercuri non aveva ancora toccato il suo bicchiere. “Presto il lupo mannaro diventò il terrore della valle; nelle notti di luna piena usciva dalle ombre del bosco, entrava nelle case… evitatemi i particolari, per favore!”
Mercuri lo fissò per alcuni istanti in silenzio. “Quindi il lupo mannaro era Giorgio. E dopo cosa accadde?”
“Organizzammo una battuta di caccia, muniti di torce, fucili, proiettili d’argento benedetti dal prevosto, asce e pugnali. Esplorammo a fondo il bosco, senza tralasciare il minimo anfratto. Non lo scovammo, ma da quella notte lui scomparve. Ritornò dieci anni dopo per gettare nuovamente il paese nel terrore, ma il giorno dopo era sparito. Da allora, ogni dieci anni, in una notte estiva di luna piena lui ricompare. E’ la maledizione di Casatevecchio.”
Mercuri finalmente bevve un sorso di vino. “Bene. Il quadro è completo. Mi manca soltanto un’ultima informazione.”
Tagliabue annuì pensosamente. “Sì.”, disse. “Tornerà questa notte, la data coincide.”
“Lo immaginavo.” Il signor Mercuri si alzò. “Vi devo una risposta.”, disse mentre prendeva congedo. “Nessun libro. Io sono un cacciatore di lupi mannari e sono stato ingaggiato da una persona che un tempo viveva qui per fare giustizia una volta per tutte. Il lupo gli prese la figlia.”
Tagliabue annuì ancora. “So di chi parlate.”, disse. “Vi auguro buona fortuna!”

Perché il signor Mercuri aveva mentito?
“C’è sempre una ragione alla base di una menzogna.”, pensò mentre finiva di cenare. Gli avventori della locanda evitavano di guardarlo, ma si trattava di una precauzione inutile, dato che lui non sollevava gli occhi dal piatto, immerso com’era in profonde riflessioni. Quella sera non si erano visti né il dottor Brenna, né Tagliabue: e di questo Mercuri era quasi contento.
Quando terminò di mangiare, si alzò dal tavolo, avviandosi lentamente verso l’uscita del locale. Imbruniva. Il vento calava dalle montagne portando con sé un po’ di refrigerio; la luna stava nascendo.
Il signor Mercuri non aveva paura. Si incamminò in direzione del bosco, con un’espressione quasi crudele dipinta sul volto. Il suo volto tanto comune, il suo aspetto così ordinario, il modo di fare uguale a quello di moltitudini di altre persone.
Sapeva che avrebbe trovato il lupo.
Da cosa nascono certe convinzioni, apparentemente non suffragate dalla realtà, da dati precisi e concreti? E’ vero: era la sera indicata; dopo dieci anni il lupo mannaro si apprestava a tornare. Tuttavia, non era detto che avrebbe incrociato la strada di Mercuri. Era possibile che entrasse in paese da un’altra parte, per poi penetrare furtivo nella camera di qualche fanciulla ignara oppure nella stanzetta di un povero bambino innocente. Ma Mercuri “sentiva” nel profondo di se stesso, al di là di ogni dubbio, che lo avrebbe trovato. Erano cinque anni che aspettava quel momento. Ed era impossibile che si sbagliasse, perché quelle convinzioni, quelle certezze, provengono da luoghi misteriosi, nei quali è ammesso unicamente chi per lungo tempo li ha sognati, nella inflessibile ricerca di un fato da plasmare a proprio piacimento.
Mercuri entrò nel bosco, mentre la luna sorgeva. Il chiarore era sufficiente per permettergli di orientarsi agevolmente. Teneva le mani in tasca, e si guardava attorno con attenzione. Lo avrebbe scovato!
Il “cacciatore di lupi mannari” procedeva indifferente ai rami adunchi che nella luce lunare apparivano simili ad artigli, ai fruscii e alle ombre, a strani rumori che avrebbero fatto sobbalzare molti uomini coraggiosi, alle sagome sinistre dei vecchi alberi. Si inoltrò nel folto del bosco, camminando con passo regolare e calmo. Si fermò per un istante, e fu allora che percepì distintamente la presenza del lupo. Era vicino. Molto vicino.
Mercuri sorrise, e la sua espressione diventò ancora più crudele. Poi sentì l’ululato.
Il suo pensiero corse a Sara, che incurante del suo amore non lo aveva mai degnato della minima attenzione; in rapida successione, passò in rassegna visi che gli erano odiosi, gente che a causa del suo aspetto non lo aveva mai considerato. Restò fermo, immobile, ad aspettare il lupo.
Venne fuori da un grosso cespuglio, che in quel punto ostruiva il sentiero. Era un’apparizione terrificante, resa ancora più spaventosa dal fatto che la trasformazione era in atto. Lo stavano abbandonando gli ultimi tratti umani, tuttavia per qualche momento Mercuri ruscì a discernere la fisionomia alterata di un giovane. Ma rapidamente ogni traccia umana scomparve, il volto si deformò assumendo le sembianze del muso di un lupo, gli occhi divennero rossi, denti acuminati spuntarono dalle fauci spalancate. Mercuri fronteggiò quella tremenda creatura degli inferi senza provare alcun timore.
Il lupo mannaro spiccò un balzo e gli fu addosso. Emanava un odore ripugnante, un fetore di carogne imputridite.
Un istante prima di venire azzannato alla gola, Mercuri rise. Un riso agghiacciante e malvagio, forse più terribile del lupo stesso.
“Regalami la notte!”, esclamò con la perfidia di chi è atteso da una lunga vendetta da compiere.

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