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Archive for aprile 2016

Zenit e NadirQuesto è il mio primo appuntamento con te, che ormai conosco da anni ma che non ho mai realmente incontrato (forse intendo toccato).
Tutto è nato da un blog, come ce ne sono a milioni. Il tuo “avatar”, soltanto un bel viso, aveva rapito da subito la mia attenzione e poi, pian piano anche il mio cuore con i tuoi interventi sempre appropriati, allegri, intelligenti e tutti quei complimenti che, come sai, talvolta persino detestavo.
Forse in questo periodo della mia vita sono fragile. Forse la tua simpatia e la tua cultura mi hanno disorientata. Probabilmente adesso ho solo bisogno di qualche chiacchiera differente e di un po’ di compagnia.
A volte il quotidiano è così scialbo da fare accapponare la pelle, spesso la gente che incontro è così superficiale…
Noi invece, abbiamo discusso di vita e di morte, di bene e di male, di angeli e di demoni.
Di sogni.
Di sogni che prepotenti, giorno dopo giorno, sono divenuti sempre più reali, scacciando il quotidiano, isolando me dal mondo, dal lavoro e dalla mia vita.
E tu? Ho bisogno di sapere cosa provi, di andare oltre le parole. Mi necessita sapere se sei sincero, e questo potrò deciderlo soltanto vedendoti.
Sono enozionata. Tremo.
Fin’ora non sono mai riuscita a trovare l’uomo giusto, forse in internet è più facile! Nella vita, durante una prima conoscenza, si osservano contemporaneamente un sacco di cose, invece noi ci siamo presi, prima, solo per la testa, poi, inaspettatamente per il cuore.
Quanto ho desiderato toccarti, vederti… E ora devo sapere come sei! Alto, basso, magro, muscoloso, obeso… nulla ha più importanza, almeno credo.
Non dormo più sonni tranquilli, avvolta da dubbi e da sensi di colpa, da mille domande che avrei da farti ancora, e ancora, ma solo con i miei occhi riflessi nei tuoi.
E nei miei sogni, ormai consueti, la forma del tuo corpo è sempre vaga, sfumata, avvolta dalla nebbia.
Soltanto una notte ti ho sognato più nitidamente del solito. Eri su un treno, seduto su un sedile in pelle blu un po’ sgualcito. La tua aria pulita, ordinata, contrastava con quello squallido carrozzone. Indossavi dei jeans e stavi scrivendo, con una penna stilografica, sopra un blocchetto a righe un poco ingiallito che aveva tutta l’aria di essere vecchio e zeppo di appunti. Ogni tanto inclinavi la testa, appoggiavi la tua penna a quelle labbra carnose e rosee che mille volte ho osservato nel tuo “avatar” e, riflessi nel finestrino, potevo osservare di sbieco i tuoi occhi meravigliosi e vispi che, assetati di spunti cercavano di comporre una storia. E sapevo. Sapevo benissimo che quella storia sarebbe stata ancora una volta per me, solo per me.
Sai, potevo addirittura annusarti, ero ormai vicina. Mi stavo chinando per abbracciarti, per farti sussultare, per sussurrarti nell’orecchio che ti volevo bene. E ti avrei dato un bacio sul collo, delicato, per sondare la tua reazione. Invece mi sono svegliata, di soprassalto, in un lago di sudore comunque emozionata, felice.
Poi é giunta la delusione, schietta, rapida, troppo onesta.
E’ sempre così: perché i sogni svaniscono sul più bello?
Nessuno sa che ormai, per noi, non conta più nemmeno il numero di visite dei nostri blog e neanche i commenti che riceviamo. Io scrivo per te e tu scrivi per me. E questo è chiaro. Da anni.
Oggi possiamo comporre una storia insieme, a quattro mani, farci trasportare dalle pause delle parole nella musica del silenzio, dell’ascolto, della voglia.
Mi chiedo se il contatto reale, “fisico”, sarà struggente e non deluderà; se trovandoci finalmente una davanti all’altro avremo una reciproca conferma: che tutto questo è un’opera meravigliosa del destino.
Muoio dalla voglia di sapere se proveremo la stessa attrazione che, come una calamita, ci attirava ogni volta, nei nostri commenti, per iscritto, a dare una risposta dopo l’altra, a raffica, per ore; la stessa che ci spingeva impotenti ed arrendevoli a cercarci, a scherzare, appena potevamo, in ogni attimo libero: tra il lavoro e un ottimo pasto, tra Milano e Palermo, Roma o Firenze.
Talvolta, la stessa calamita, ci faceva anche scontrare, esattamente come magneti opposti, rivoltati quel giorno nel verso sbagliato. A volte eravamo come lo Zenit e il Nadir. tuttavia, per una sorta di equilibrio non potevamo fare a meno uno dell’altro. Non più, da troppo tempo.
Un po’ di paura? Certamente, sì, non posso negarlo. Quella è inevitabile. Però, al di là del timore, di alcuni piccoli dubbi, sento che sarà un momento magico, in grado di dare un senso diverso alla mia vita, di condurmi per qualche sconosciuta via, certamente impervia, sicuramente pericolosa. Ma se oggi sono qui è perché in cuor mio penso che potrei  amarti.
Ti ho scritto, descrivendo come mi sarei vestita. Mi hai risposto in modo enigmatico: “Io avrò in mano un libro, Chi manda le onde.” Nient’altro. Ma che importa?
Ciò che conta è incontrarti.
Il bar della stazione è piccolo ma accogliente. Ci sono pochi avventori. Faccio girare lo sguardo, soffermandomi dapprima sui volti, poi sui tavolini.
Poi vedo il libro.
Resto di ghiaccio.
Ad un tempo sento caldo e freddo, Zenit e Nadir. Uno specchio posto di fronte a me, sull’altro lato della sala, mi rimanda l’immagine di una donna paonazza in viso. Voglio uscire, voglio scappare, prendere il primo treno e andare lontano. Invece, mi dirigo a grandi passi verso la creatura falsa, infida e bugiarda, che mi sta osservando di sottecchi.
“Perché?” I miei occhi sono gelidi, la voce vagamente stridula, sebbene la volessi dura, aspra, tagliente.
“Perché ti amo.”
Accolgo quell’affermazione con un sorriso cattivo. “Se fosse vero, se tu mi amassi, mi avresti risparmiato il tempo ed il costo del viaggio.”
Mi indica la sedia.
Scuoto la testa. “Non se ne parla neanche!”
“Ti prego. Solo un minuto. Ti prego!”
Prendo posto di malavoglia per ragioni che non capisco, forse a causa del tono con cui mi ha supplicato, forse in nome di quanto c’è stato fra noi, forse… forse… non lo so, e in fondo non mi interessa saperlo. A un condannato a morte non si nega l’ultima sigaretta, e gli occhi che mi fissano imploranti ricordano proprio l’espressione di una persona destinata al patibolo.
“Perché?”, domando ancora. Si presenta una cameriera, ordino un caffè e scruto con attenzione il volto di chi ha voluto giocare con i miei sentimenti. E’ bionda, attraente, quasi bella, i capelli a coda di cavallo, gli occhi azzurri. Mi correggo mentalmente: “è” bella, e se fosse meno angosciata lo sarebbe ancora di più. Io sono alta, atletica, bruna; lei – non conosco ancora il nome! – è esile. Zenit e Nadir.
“Mi chiamo Lucia.”, dichiara, come se mi avesse letto nel pensiero. Mi tende la mano; dopo un momento di esitazione, gliela stringo con tutta la forza che ho, ben consapevole di farle male, e infatti sussulta, mentre sulle sue labbra appare una smorfia di dolore. Torna la cameriera e lascio la presa per prendere la tazzina. “Perché?” Sembro un disco rotto, lo so, ma esigo una risposta.
“Mi sono innamorata di te, della tua anima, della tua arguzia, della profondità dei tuoi pensieri; all’inizio mi sembrava impossibile, irreale, non sono una… insomma non amo le donne, però ogni giorno che passava il mio sentimento cresceva, fino a soffocarmi. Ti pensavo al risveglio, ti sognavo la notte. E ora sono qui, con tanta paura.”
“Ma… per quale ragione hai scelto un avatar maschile?”
Lucia annuisce, è una domanda logica. “Nel blog ho messo il mio mondo, lì ci sono il mio cuore, le mie pulsioni. Non volevo che certe persone leggessero ciò che scrivevo, che entrassero nei miei segreti più intimi. E, comunque, alla fine scrivevo solo per te.”
“Anch’io.”, mi lascio sfuggire. Mi morderei la lingua. Finisco di bere il caffè in silenzio.
“Dovevi dirmelo!”
“E’ vero, mi è mancato il coraggio. Ho pensato che fosse meglio farlo faccia a faccia.” Sorride timidamente. “E invece adesso mi tremano le gambe.”
La fisso, cercando un’ombra di malizia, un meschino sotterfugio, un altro inganno. Ma quegli occhi non mentono. E’ molto pallida, le tremano lievemente le mani, e non per via della mia stretta di poco prima. La odio, la detesto, ha creato un magnifico sogno per poi rubarmelo. La disprezzo.
“Te ne andrai, vero?”
“Puoi scommetterci!” Però, non mi alzo.
Mi sento investita da mille emozioni contrastanti: il rancore, la delusione, il desiderio di vederla piangere, ma, come da lontano, da un universo parallelo, mi giunge il ricordo di quello che ci siamo scritte, dei nostri mondi magici, delle ore trascorse con lei, del mio amore che da ruscello si trasformava in fiume, e infine diventava un vasto mare, illuminato da stelle sempre presenti, percorso dal gentile soffio del vento, solcato da barche dalle vele sgargianti, e in una di esse – la più bella – c’eravamo noi, io e… e… Lucia. Strette in un grande abbraccio. “E’ una donna!”, mi dico stizzita. “Non c’è posto per lei nella mia vita.”
E dunque mi alzo.
Le volto le spalle, senza salutarla. Mi avviò all’uscita. Che soffra! Se lo merita.
Poi mi fermo. Mi giro verso di lei.
Sì, è una donna. E quanti uomini stupidi ho incontrato? Quanti maschi ottusi, vanagloriosi, egoisti?
Lei..
Scuoto di nuovo la testa. Cerco di comprendere, benché sia molto difficile.
Impossibile.
Forse.
Torno indietro.
Mi siedo.
Lucia ha le mani appoggiate sul tavolo.
Le copro con le mie.

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POST FANTASMA

La sventurata gridò: “Aiuto! Aiuto! Aiuto! Aiuto!”

LADY NADIA: “Mmmm non è granché come storia…”

Aggiungo un altro “Aiuto”?

Post ed eventuali commenti verranno cancellati, quando una certa signora mi manderà ciò che sto aspettando 🙂

Aggiornamento: ma forse no! Potrebbe diventare il mio racconto migliore.

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