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Archive for marzo 2016

DIECI ANNI

L’otto marzo di dieci anni fa per ragioni che non ricordo assolutamente decisi di aprire un blog.
Qualcuno mi suggerì la piattaforma Splinder, sostenendo che era pratica, funzionale e quindi facile da usare. Era vero. A quei tempi, inoltre, funzionava anche molto bene, poiché ogni sabato veniva eseguita la manutenzione. In seguito, a livello tecnico le cose peggiorarono; comunque rimaneva un bel luogo dove era semplice conoscere amici nuovi e scoprire siti di grande spessore.
I miei primi post furono abominevoli, ciò nonostante riuscii a ottenere i primi commenti (Univers81, Martita e Brumbru, poi altri). Sebbene da ragazza avessi partorito tre romanzi horror alla macchina per scrivere, tutti lunghissimi e molto noiosi (però, almeno, avevano un contenuto), su Splinder buttavo giù quattro righe insulse; di meglio non mi riusciva.
Un giorno incominciai a scrivere racconti erotici, e il motivo ancora oggi mi sfugge, dato che è un genere che sostanzialmente detesto… ma un editore mi notò e mi propose la stesura di un libro. Da qui nacque “Lesbo è un’isola del Mar Egeo”, cinquecento copie vendute e per me una grandissima soddisfazione. Mentre lavoravo a quel progetto, sul blog passai a post più impegnativi e, modestia a parte, alla fine, quando Splinder purtroppo chiuse, avevo superato le 420.000 visite, con un mare di link e una valanga di commenti, anche più di cento a post. All’epoca rispondevo a sei o sette lettori alla volta: niente di paragonabile, quindi, con WordPress.
“Sognate con me”, una raccolta di racconti nessuno dei quali inedito, venne acquistato da sessanta persone. Rappresentò un momento di autentica gioia.
La mia soddisfazione più grande, però, fu un’altra: l’ideazione e la creazione di Caffè Letterario (bistrot a Pigalle, adesso è su WP). Esistevano già diversi siti “collettivi”, peraltro secondo me organizzati male nel senso che ciascuno postava quando voleva con il risultato di generare una notevole confusione, anche nuovi dieci scritti al giorno. Prima regola, dunque, un calendario mensile con due appuntamenti settimanali. Seconda regola, la massima qualità possibile. Riuscii a ottenerla grazie ad alcuni scrittori che io reputavo fra i migliori. Primo post, Pappina (oggi Quou), secondo post, Briciolanellatte; per chi li conosce non c’è altro da aggiungere. Dal canto mio avrei preferito restare “dietro le quinte”, ma mi convinsero a scrivere. Ricordo ancora il batticuore che provai quando proposi “Il sorriso di Marta”. Non mi sentivo all’altezza dei colleghi. Invece, funzionò.
Nel corso di questi dieci anni ho conosciuto e perso tantissimi amici, altri sono arrivati, dopo il passaggio obbligato a WordPress. Li rammento con grande affetto, hanno rappresentato una parte della mia vita. Una parte importante.
Non voglio annoiarvi ulteriormente. Aggiungo solo che con “Alex Alliston” è iniziata l’era dei romanzi, frammisti ai racconti, e dopo “Matrioska”, “Il crepuscolo della Lubjanka”, “Rage”, sono crollata. Fisicamente e mentalmente. Per questo in diverse occasioni ho annunciato che oggi avrei chiuso. Per questo, con un po’ di immodestia, mi sono scelta un’erede, Lady Nadia; ciò che mi procurò più di una critica. Ma poi… lei ha cominciato a volare, è diventata una blog-star, mi ha superata in tutti i sensi. Benché io sia competitiva (soprattutto con me stessa), sono veramente felice per lei. E’ una mia amica nella “vita reale” (e ci sarebbe da discutere su tale definizione) e le voglio molto bene.
E allora? Smetto? No. Andrò avanti, anche se mi rendo conto che è iniziato il tramonto, che arranco, che non sono più quella di un tempo. “Barbabianca”, “Aqualung”, “Vita segreta del salice piangente”, “Danzerò per te”, “Oh, se tu sapessi”… non credo proprio di essere in grado di ripetermi (e scusate ancora l’immodestia, se potete).
Farò quello che posso.
Un grande abbraccio a chi, nonostante tutto, continuerà a leggermi 🙂
Non entrerà in un palazzo scintillante di luci, bensì in una piccola casa. Non troverà preziosi gioielli, né quadri di valore; piuttosto, vedrà fiori ovunque, le mie emozioni.
Buon compliblog, Ale.

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Mentre usciva dalla casa editrice di Alex Alliston, dopo aver portato a termine con successo il suo incarico, Carrick stava pensando compiaciuto che in tutta Londra non c’era una sola persona più intelligente di lui.
Se quando era giovane fosse entrato nella polizia, con ogni probabilità sarebbe diventato ministro degli Interni; se avesse intrapreso la carriera diplomatica, come minimo sarebbe assurto al rango di lord. Sapeva capire gli esseri umani meglio di chiunque altro, e ciò gli permetteva di inviduare i loro punti deboli in modo da poterli colpire dove erano più vulnerabili; era tenace e caparbio; e non aveva vincoli al di fuori della legge morale, che per la verità spesso modificava a seconda delle sue esigenze. Tuttavia non rimpiangeva nulla di tutto ciò: era estremamente soddisfatto di se stesso e di quello che aveva realizzato nella sua vita.
Si sentiva solo un po’ stanco, e contava le ore che lo separavano dalla Costa Azzurra. Non sopportava più il clima dell’Inghilterra; gli mancava il mare azzurro della Francia.
“Signor Carrick?”
L’investigatore si fermò. Davanti a lui c’era una bella ragazza, alta e prosperosa. Non l’aveva mai vista prima di quel pomeriggio e le lanciò un’occhiata perplessa.
“Mi perdoni.”, disse lei. “Mi chiamo Patricia Thompson. La mia amica Nadia Greene, che lavora qui, mi ha detto che siete il migliore investigatore di Londra.”
Carrick annuì, benevolo. “E voi cosa volete da Carrick?”
“Alexandra White, la famosa scrittrice, è scomparsa!”
“Sono cose che succedono.”, disse Carrick. “E molto più spesso di quanto voi crediate.” Si avviò, senza aggiungere altro.
Patricia lo rincorse. “Un momento solo, vi prego!”
L’investigatore continuò a camminare, ignorandola.
“Io sono sicura che è stata rapita e so anche da chi.”
Carrick si voltò per fronteggiarla. “Benissimo.”, replicò. “Rivolgetevi a Scotland Yard: sono pagati per questo. Talvolta si dimostrano un po’ limitati, ma nel complesso sanno fare il loro lavoro, specie se il caso è semplice, come affermate voi.”
“Non così semplice.”, ribatté Patricia. “Vi chiedo soltanto dieci minuti, il tempo di bere un tè; così potrò raccontarvi tutta la storia. Sono disposta a pagare qualsiasi cifra per il vostro aiuto. Per favore!”
L’investigatore le rivolse uno sguardo da cui trapelava chiaramente il suo fastidio. “Ascoltate Carrick.”, disse. “Questa signora o signorina White avrà trovato un uomo capace di infiammarle i sensi; è possibile che la sodomizzi brutalmente e che ella non aspettasse altro dalla vita. Forse si dedicano a passatempi ancora più turpi: bevono, si drogano, organizzano orge. Chiaramente sarebbe disdicevole se la cosa diventasse di pubblico dominio, perciò la scrittrice ha deciso di far perdere le sue tracce: magari è andata in America oppure si nasconde in qualche buio anfatto. Comunque sia, Carrick non ha un solo minuto di tempo da dedicare a voi e all’invereconda faccenda. Vi auguro una buona giornata.”
Chinò la testa e si allontanò.
Patricia lo osservò andar via, piena di risentimento. Nadia Greene l’aveva messa in guardia: le aveva spiegato che era un individuo alquanto strano, che parlava di sé in terza persona e che non aveva un buon carattere. Però, non aveva immaginato che fosse così maleducato.
Per un momento pensò di lasciar perdere, ma era troppo adirata.
Lo inseguì di nuovo.

Quando Alexandra riprese i sensi, era distesa su un letto, legata mani e piedi.
Si trovava in un ambiente buio, e non riusciva a vedere niente, però non era certo questo che le faceva paura. Evidentemente, Jack Sparrows l’aveva assalita alle spalle. Ma perché? Le facevano male i polsi e le caviglie, dato che i nodi erano molto stretti; e le doleva la testa, forse a causa di un pugno. Cosa si prefiggeva Sparrows? Le tornarono alla mente le sue vaghe, ma minacciose, parole riferite agli scrittori che si cimentavano nel genere fantastico; possibile che si riferissero a un’eliminazione fisica? Le sembrava inverosimile, tuttavia a quel punto era difficile stabilire cosa passava per il cervello di quell’uomo. Forse avrebbe dovuto recarsi da lui accompagnata da Patricia, e in effetti la giovane si era offerta di andare con lei; però Alexandra non avrebbe mai immaginato che Sparrows l’avrebbe tramortita e sequestrata. Era un’ipotesi irreale.
Cercò di ragionare con lucidità.
Ma non era semplice.
I suoi occhi cominciarono ad abituarsi all’oscurità: il buio non era completo. Da una porta filtrava una flebile luce, che man mano le permise di farsi un’idea della stanza in cui si trovava. Di fronte al letto c’era una finestra con le persiane chiuse; sulla destra, un ampio divano; al centro, un tavolo con due sedie. Alle pareti erano appesi alcuni quadri. La porta era sul lato sinistro della camera. Ma c’erano degli angoli oscuri, che restavano nascosti. Si chiese da quanto tempo si trovasse lì.
Se fosse stata un personaggio dei suoi libri, avrebbe saputo come cavarsela; ma la vita reale era diversa, e non esistevano poteri magici cui fare ricorso. Per associazione di idee, ricordò una fattucchiera dalla quale era stata qualche anno prima, più che altro per compiacere un’amica, visto che non credeva a quel genere di cose. Ad ogni modo, la donna le aveva predetto che sarebbe morta a letto: benché scettica, Alexandra aveva interpretato quella previsione nel senso che sarebbe morta di vecchiaia. Ma adesso un brivido gelato le attraversò la schiena, simile a una folata di tramontana.
L’importante era non perdere la calma, pensò. Ansia e nervosismo non servivano a nulla; quando avesse affrontato Jack Sparrows, doveva mostrarsi forte e risoluta. Gli avrebbe fatto capire l’assurdità del suo comportamento; se Sparrows possedeva ancora un barlume di intelletto, lei sarebbe riuscita a convincerlo. Ma quanto avrebbe dovuto aspettare?
Quasi sicuramente, molto.
Era un gioco psicologico, rifletté: più lunga era l’attesa, più debole sarebbe diventata lei.
Calcolò che fosse notte. Jack si sarebbe presentato l’indomani.
Bene, si disse. Si sarebbe fatta trovare pronta.
Le ore scorrevano lente.
Alexandra non riusciva ad addormentarsi, per via dei nodi troppo stretti; tutto sommato, però, era un bene: in questo modo Sparrows non avrebbe potuto coglierla di sorpresa. Non che facesse differenza: era immobilizzata e impotente, e non sarebbe riuscita comunque a difendersi. D’altro canto, non avrebbe cercato in ogni caso uno scontro fisico, che inevitabilmente l’avrebbe vista soccombere. Era sul piano della dialettica che intendeva sfidarlo.
Si era fatta un’idea approssimativa, ma secondo lei piuttosto calzante, dei motivi che lo avevano indotto prima a ricattarla e in seguito ad aggredirla. Il discorso sul bene e sul male, sulle fate che non dovevano trionfare e sui malvagi che invece erano destinati a vincere, era solo fumo negli occhi: dietro a quei vaneggiamenti, si celava una profonda insicurezza. Il libro di Jack era stato rifiutato da tutti, e il suo orgoglio ne era uscito ferito; nello stesso tempo, però, lui aveva compreso di non essere un vero scrittore. Da ciò nascevano frustrazione e desiderio di rivalsa.
Se Alexandra lo avesse convinto del contrario, sostenendo cioè che il suo era un ottimo libro e che grazie a lei sarebbe stato pubblicato, forse l’avrebbe liberata. Non era un piano geniale, ma altro non era riuscita a escogitare.
Tuttavia doveva stare molto attenta. Sparrows era un pazzo, ma non uno stupido. Se avesse capito che lei lo stava ingannando, avrebbe potuto reagire con violenza.
Alexandra doveva urinare.
Si sforzò di resistere, stringendo i denti, ma dopo un po’ l’impulso divenne irrefrenabile. Pensò di gridare per richiamare l’attenzione di Sparrows, posto che fosse in casa, ma preferiva evitarlo. Non voleva umiliarsi davanti a lui.
Si liberò nelle mutande, provando un moto di disgusto.
Era esausta e finalmente si assopì. Cadde in un sonno confuso, popolato da strani sogni. In uno di essi, Jack faceva l’amore con Patricia. Alexandra fu colta dalla gelosia: avrebbe voluto balzargli addosso e cavargli gli occhi con le unghie. Ma a questa prima reazione ne subentrò una seconda, comprese che la sua amica era in grave pericolo. Fece per avvertirla, ma dalla sua bocca non usciva alcun suono. Era l’equivalente di un incubo che in passato spesso l’aveva perseguitata: un uomo la inseguiva e lei tentava invano di scappare, ma aveva i piedi incollati al suolo.
La svegliò la luce del sole.
La finestra era spalancata; a giudicare dall’inclinazione dei raggi, dovevano essere circa le otto del mattino. La scrittrice avvertì l’odore del bacon fritto e, malgrado fosse ansiosa e spaventata, si accorse di avere fame; ma non era il momento di pensarci. Sparrows era in piedi, in mezzo alla stanza. Alexandra lo guardò, cercando di non lasciar trapelare l’odio che provava per lui. Gli rivolse un sorriso, con la speranza che risultasse convincente. “Devo parlarti.”, disse.
“Ti ascolto.”, rispose lui.
Alexandra si espresse in tono suadente, ripetendo il discorso che si era preparata.
Jack la ascoltò sino alla fine, quindi rise. “Non disturbarti a raccontarmi bugie.”, ribatté. “Sarei davvero ingenuo, se ti credessi. E comunque è inutile mentire, perché ho deciso di lasciarti andare.”
White lo fissò incredula.
“Questa notte ho riflettuto a lungo.”, continuò lui. “E’ stato un errore imprigionarti a quel letto; sei una donna delicata e ti ho fatto soffrire inutilmente.”
Alexandra trasse un sospiro di sollievo: grazie al cielo, Jack era rinsavito. Poteva succedere, pensò. Talvolta ci si lasciava prendere dall’ira e si commettevano atti irresponsabili, di cui poi ci si sarebbe pentiti. Per fortuna, Sparrows si era fermato in tempo.
Ma Jack non aveva ancora finito. “C’è un modo molto più efficace per impedirti di scrivere.”, proseguì. “Tagliarti le mani. Così saremo soddisfatti entrambi: tu sarai libera di tornare a casa e io avrò la certezza che non scriverai mai più una sola riga in vita tua.”
“Stai scherzando?” Era impossibile che parlasse sul serio. Cionondimeno, la scrittrice si sentì assalire dall’angoscia.
“Ti sembro uno che ha voglia di scherzare?”
Alexandra fu invasa dal panico. La paura le provocò un senso di nausea quasi insostenibile; represse a fatica un conato di vomito.
Sparrows uscì dalla camera. Un attimo dopo, rientrò.
La scrittrice vide che aveva con sé un’accetta.
Lo guardò disperata.
Jack si avvicinò al letto.
“Ti supplico: non farlo!”, gridò la scrittrice.
“Avresti dovuto pensarci prima. Adesso è troppo tardi per i rimpianti.”
Jack brandì l’accetta.
Alexandra incominciò a urlare.

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