Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for febbraio 2016

Jack Sparrows era alto, con i capelli neri e gli occhi azzurri. Tese la mano ad Alexandra, poi a Patricia. “Sono un vostro grande ammiratore.”, dichiarò, dopo essersi presentato. “Vi ringrazio per avermi ricevuto, malgrado io sia giunto qui senza preavviso.” Alexandra accolse quelle parole con un cenno del capo. “Accomodatevi, signor Sparrows. A cosa debbo questo piacere?” Era una frase formale, tuttavia nascondeva la verità. Sparrows era bello e affascinante, con le spalle larghe e la vita sottile; indossava un abito elegante ed era educato e disinvolto: ad Alexandra piacque subito. Patricia, invece, arricciò il naso. C’era qualcosa in lui che non la convinceva, benché non sapesse esattamente perché.” Con il vostro permesso, vorrei scrivere un articolo su di voi.”, disse Jack. Si esprimeva nell’inglese delle classi alte. “Vi sarei profondamente grato se poteste concedermi qualche minuto del vostro prezioso tempo, in modo da farvi poche ma essenziali domande.” Non tutti gli scrittori si lasciavano intervistare, soprattutto quelli più famosi; ma Sparrows contava sul fatto che Alexandra si era sempre mostrata disponibile nei confronti della stampa. “Non intendo trattenervi a lungo” proseguì, “dato che immagino che siate molto impegnata.” Alexandra per quel giorno aveva finito di lavorare e la prospettiva di trascorrere qualche minuto con Sparrows non le dispiaceva affatto. Si sedettero. “Gradite un the, signor Sparrows?” Lui sorrise. “Non vorrei abusare della vostra ospitalità.” “Permettetemi di insistere.” “Benissimo. Vi ringrazio, allora.” “Per quale giornale scrivete?”, gli domandò Alexandra. “A dire il vero, questa è la mia prima intervista. Però ho delle buone conoscenze e posso assicurarvi che il mio articolo sarà certamente pubblicato: devo solo decidere a chi proporlo. Desidero dedicarmi al giornalismo e, incominciando con voi, partirò nel migliore dei modi.” Alexandra gli rivolse un sorriso. “Siete molto gentile.””E’ la verità.”, ribatté Jack. “Il nome di Alexandra White è conosciuto in tutta la Gran Bretagna e non credo di esagerare, affermando che siete la migliore scrittrice inglese.” Alexandra si sentiva strana. Non le era mai successo prima. In genere, trovava gli uomini noiosi. Per questo non si era mai innamorata: non era mai scoccata una scintilla, nessuno le aveva mai fatto battere il cuore. Per un certo periodo aveva pensato di essere attratta dalle donne, tuttavia quando una ragazza aveva cercato di sedurla l’aveva respinta. Non aveva provato repulsione, ma nemmeno interesse. Jack Sparrows era diverso da tutti gli altri. Avrebbe voluto che Patricia li lasciasse soli. Cercò un pretesto per allontanarla, ma non le venne in mente una scusa plausibile. Patricia era sempre presente durante le interviste, in maniera da controllare che le parole di Alexandra fossero riportate fedelmente. Se le avesse chiesto di uscire senza fornire una ragione valida, si sarebbe offesa. Jack le rivolse la prima domanda. “Qual è la vostra concezione del bene e del male?”Alexandra  rifletté. “Nella vita non credo che siano valori assoluti.”, rispose dopo un momento. “Ogni essere umano ha in sé una parte di bene e una parte di male. Nella letteratura fantastica, invece, la divisione è netta: non esistono vie di mezzo. Per quello, la mia fata rappresenta il bene assoluto e Lord Ascher, il suo nemico storico, è l’emblema del male. Naturalmente, questa è solo la mia opinione.” Mentre Sparrows procedeva con l’intervista, Alexandra si sorprese a fantasticare di baciarlo. In linea di massima, gli uomini non sapevano baciare. Alexandra non aveva molte esperienze al riguardo, ma in base alle poche volte in cui si era lasciata baciare si era fatta questa convinzione. Tuttavia era certa che con Sparrows sarebbe stato differente.

Jack detestava Alexandra White, ma non aveva mentito quando aveva affermato che la considerava la migliore scrittrice d’Inghilterra. Questo era il motivo per cui l’aveva scelta. Non gli piaceva fisicamente – preferiva di gran lunga Patricia: alta, voluttuosa e forte; se non avesse avuto un compito più importante da svolgere, gli sarebbe piaciuto sedurla -, non provava alcuna simpatia per lei e disprezzava la sua concezione della letteratura fantastica. Alexandra rappresentava il classico esempio di come si potesse abbindolare un pubblico di ignoranti, sciorinando favole per bambini. Il suo unico merito era quello di saper scrivere. Ma questa, semmai, era un’aggravante. Era a causa di persone simili che avevano rifiutato “The Black Land”, il suo grande romanzo, e forse proprio Alexandra White era la principale responsabile di quell’ingiustizia. Comunque, all’occorrenza, Jack era capace di ingannare qualsiasi donna e di fingere un’empatia in realtà inesistente. Aveva preparato le domande con lo scopo di lusingarla, senza tuttavia eccedere: Alexandra non era una stupida. Ma l’intervista stava volgendo al termine e lui era furibondo; si era reso conto di averla colpita, ma non aveva previsto la presenza di Patricia. Per un attimo era stato attraversato da un terribile sospetto: che le due donne fossero amanti. Ma era molto improbabile. Gli sguardi che gli rivolgeva Alexandra parlavano chiaro. Aveva bisogno di restare da solo con lei anche per pochi minuti. Tuttavia ciò sembrava impossibile.

Fu quindi con grande gioia di entrambi che il maggiordomo venne ad annunciare la visita di Nadia Greene. Greene lavorava per la casa editrice che pubblicava i libri di Alexandra; riceverla rientrava fra le incombenze di Patricia, che infatti si scusò e uscì dal salotto. Jack colse l’occasione al volo. Invitò la scrittrice a cena. In Gran Bretagna non era usuale un approccio così diretto. Sparrows avrebbe dovuto andare per gradi. Ad esempio, chiedendole il permesso di tornare a trovarla oppure proponendole una passeggiata, naturalmente accompagnati da Patricia. Il suo invito forse non era scandaloso, ma di certo sconveniente. Jack, però, odiava perdere tempo; inoltre, aveva intuito che Alexandra avrebbe quasi sicuramente accettato. Era una suffragetta e, in quanto tale, disprezzava le convenzioni. Non aveva esitato a partecipare a molte manifestazioni di protesta e si era battuta energicamente a favore del voto alle donne: le sue fotografie erano comparse su vari giornali. Trattenne il respiro, mentre Alexandra lo guardava.

 

Annunci

Read Full Post »

Jack Sparrows aveva una fantasia incredibile.

Fin da bambino si dilettava a immaginare storie fantastiche, popolate da Elfi, draghi, maghi cattivi e streghe crudeli. Tuttavia, a differenza dei racconti tradizionali di cui l’Inghilterra abbondava, dove i buoni vincevano sempre e i malvagi erano sconfitti, egli amava sovvertire le regole. Nelle sue storie, la principessa veniva immancabilmente sedotta dal negromante, il prode guerriero che avrebbe dovuto salvarla cadeva vittima di un’imboscata, e i bambini diventavano schiavi di creature terribili e senza nome.
Quando imparò a leggere e a scrivere, cominciò a mettere su carta ciò che inventava. Nel frattempo, lesse molti libri che trattavano argomenti analoghi; ma se da un lato si fece una vasta cultura, da quell’altro non poté evitare di provare un senso di disdegno: quelle vicende, per quanto spesso fossero scritte bene, finivano tutte allo stesso modo. Il principe traeva in salvo la figlia del re, i bambini riuscivano a fuggire e a tornare a casa, il mago sprofondava in un nero abisso nel quale veniva divorato dalle fiamme.
Jack pensava che si potesse fare di meglio.

Iniziò a lavorare ad un’ampia epopea. Si svolgeva in una terra immaginaria, fuori del tempo. Sebbene nelle descrizioni della natura – alte montagne, laghi profondi, distese innevate – e degli avvenimenti – pozioni magiche, sortilegi, duelli -, Jack seguisse i canoni classici della letteratura cosiddetta fantasy, lo svolgimento dei fatti era però totalmente diverso.

Jack provava un piacere sottile a ideare trame oscure e spaventose, e con il passare degli anni aggiunse alla sua storia particolari sempre più scabrosi e raccapriccianti. Quando incominciò a interessarsi alle ragazze, introdusse nel racconto elementi perversi e, in spregio a tutte le regole, brani che parlavano esplicitamente di sesso. Ma non si limitò a questo: sfidò apertamente le convenzioni. La strega seduceva una casta fanciulla, dando vita a un appassionato rapporto lesbico; il bimbo innocente si abbandonava a ogni sorta di nefandezze con il mago. Poi comparvero fruste, strumenti di tortura, droghe che infiammavano i sensi. Insomma, non si trattava solo di sesso, ma della sua versione più trasgressiva.
Jack seguiva uno schema preciso: dedicava un giorno alla stesura delle nuove pagine e il giorno successivo alla correzione e all’ampliamento di ciò che aveva scritto da adolescente. Terminò il libro a ventiquattro anni. Si intitolava “The Black Land” ed era un tomo di mille pagine. Secondo Jack era un autentico capolavoro, perciò rimase deluso e sconcertato quando tutti gli editori a cui si rivolse bocciarono senza esitazioni la sua opera.

Erano chiaramente degli incompetenti, pensava; ma questo non cambiava la situazione: nessuno lo avrebbe mai pubblicato.

Sentì crescere dentro di sé un forte senso di frustrazione, che progressivamente si trasformò in rabbia, odio e desiderio di vendetta.

“Questo è un giorno indimenticabile!”, affermò Alexandra, raggiante. Alexandra era una suffragetta. Finalmente alle donne era stato concesso il diritto di votare, sebbene in forma limitata. Si estendeva a chi aveva più di trent’anni ed era proprietaria di un’abitazione; tutte le altre erano escluse. Comunque, si trattava di una grande conquista.
“Io non potrò votare, però sono contenta.”, disse Patricia.
Alexandra annuì. “Palazzi e cattedrali non si costruiscono in un giorno. Ma è soltanto questione di tempo, poi il suffragio verrà allargato.”
Alexandra aveva trentadue anni e possedeva una casa.
Finì di bere il the e sorrise all’amica. Si erano conosciute due anni prima, durante una manifestazione. A parte l’impegno politico, avevano poco in comune: Alexandra era piccola, snella, con una cascata di capelli biondi e gli occhi celesti; Patricia era alta e bruna, con gli occhi verdi. L’una aveva un temperamento malinconico, l’altra era energica e volitiva; ricca di famiglia, la prima, di umili origini, la seconda. Alexandra non aveva mai avuto una relazione seria – solo qualche flirt di scarsa importanza -, Patricia amava un uomo che non la ricambiava, benché provasse simpatia per lei. Data la sua avvenenza, Patricia contava su frotte di ammiratori; era curioso che si fosse invaghita di una persona che non la corrispondeva, ed era ancora più singolare il fatto che l’oggetto del suo amore non fosse particolarmente attraente. Ma Patricia in un uomo non cercava la bellezza. Alexandra White era una scrittrice, Patricia Thompson lavorava per lei da alcuni mesi. Faceva un po’ di tutto: sbrigava la corrispondenza, teneva in ordine lo studio, leggeva ciò che Alexandra scriveva, segnalandole eventuali errori e dando consigli spesso preziosi. Malgrado fosse priva di istruzione, era intelligente e perspicace. L’ultimo libro di Alexandra, “Fairies”, stava vendendo molto bene. Era la terza parte di una saga incentrata sulla figura di una fata in perenne lotta con il mondo del male. Aveva un temibile antagonista: Lord Ascher, un mago cattivo dotato di vasti poteri, che tuttavia lei riusciva a sconfiggere sempre.
Il maggiordomo bussò alla porta.
“C’è un signore che chiede di essere ricevuto.”, disse porgendole un biglietto da visita.
Alexandra aggrottò la fronte. Quel giorno non aspettava nessuno e il nome annotato in corsivo sul cartoncino Bristol non le diceva niente.
Ma aveva già scritto per quattro ore e non aveva nulla di preciso da fare. “D’accordo.”, acconsentì. “Fallo accomodare in salotto.” Si rivolse a Patricia. “Chi sarà mai questo Jack Sparrows?”

Read Full Post »

“Tic, tic” fa la pioggia. Cade su di lei che come al solito non ha portato l’ombrello.
Dal suo incedere capisco che briciole di sassi e di terra si insinuano per scherzo tra le sue dita, nei sandali, e la solleticano, le suole di cuoio diventano pattini sui quali il suo camminare diventa un’elegante esibizione. Sole o pioggia, d’estate lei è sempre scalza. Non ne saprei dare una spiegazione, ma questa è una cosa che ha il potere di commuovermi. Del resto lei ha spesso saputo commuovermi, con i suoi giochi da bambina, il sorriso tenero, i gesti d’affetto. Anche il sesso. Certo, c’era passione – e tanta – però non solo quella; era come un ottovolante che sfreccia nel cielo blu, una fiaba ben raccontata, l’odore del mare al mattino presto, quando i pescatori preparano le loro barche per una nuova giornata di lavoro.
Esistevano complicità solamente a noi note, e fresche risate, e gli “amo” detti e ripetuti.
Lei cammina piano, io la seguo senza farmi vedere. Ha la maglietta fradicia; mi chiedo a cosa starà pensando. Si muove leggiadra, indifferente agli scrosci d’acqua. Si guarda intorno. E’ più bella che mai, il tempo le regala ad ogni anno che passa una consistenza più solida, un fascino più maturo. Nessuna ragazzina con le tette al vento e il sedere di fuori può starle dietro.
Rammento bene come ci conoscemmo, ricordo discorsi e timide mani che si sfioravano, ricordo il cuore che batteva forte, i miei occhi persi nei suoi. Un po’ come succede al cinema oppure nei romanzi, ma quello era “nostro”. Adesso attraversa un prato per guadagnare terreno, i suoi piedi si muovono leggeri sull’erba morbida. Sta tornando a casa, alla casa che acquistammo senza alcun aiuto, pagando regolarmente ciò che andava pagato.
Sì: tra poco varcherai la soglia del nostro castello incantato e io asciugherò ogni singola goccia, ti stringerò forte a me. Fingerai di scappare, riderai e correrai veloce; io ti prenderò e ci caleremo una volta ancora nel mondo incantato dell’amore. Mai un tradimento, nessuna menzogna fra di noi, sincerità, profonda comunanza. Ecco le favole a lieto fine, di cui hai intessuto la nostra esistenza.
Amore. Amore mio.
Sono qui! Ora sono qui!
Poi mi sovviene che il mio tempo è terminato. Soltanto una volta all’anno mi è concesso di tornare, di vederti, di sognare.
Le tue lacrime sulla mia foto.
Lo strazio mi invade.
Vorrei… vorrei… ma non è possibile.
Mio unico grande amore.
Ti prego, amore mio: ritrova la felicità. Un nuovo compagno che sia buono d’animo.
Io… ogni dodici mesi tornerò qui.
Con te.  Amore mio. Per sempre.

Read Full Post »

Chiara Ballerini era una top manager di successo. Risoluta e aggressiva aveva compiuto una brillante carriera. Guadagnava molto, e poteva permettersi di visitare i luoghi più belli del mondo. Ma da quando aveva lasciato Marco aveva scordato il sapore della felicità. Era andata a letto con molti uomini e con qualche ragazza, traendone un piacere effimero. Si trattava soltanto di sesso, in certi casi appagante e in altri deludente, ma comunque sempre privo di una cornice di sentimenti. In passato non era stata una donna cattiva, ma era diventata dura e intransigente, nel lavoro come nella vita privata. Talvolta si era dimostrata anche priva di scrupoli.
Per la notte di fine anno sarebbe stata ospite di un conte che l’aveva invitata a una festa esclusiva. Avrebbe conosciuto gente importante, instaurato nuove relazioni: tutte cose utili per la sua professione. Naturalmente era elegantissima e dato che era molto attraente sarebbe stata la star della serata.
Faceva freddo, la neve era nell’aria e quando scese dalla Mercedes si strinse nella pelliccia incamminandosi verso il palazzo dove all’ultimo piano la attendeva la festa.
Per poco non andò a sbattere contro un vecchio che chiedeva l’elemosina. Indossava un sudicio cappotto che probabilmente non veniva lavato da anni, aveva la barba lunga e i capelli in disordine. Accovacciato per terra, tremava per il freddo. Chiara cercò il portafoglio nella borsetta e gli diede una banconota da cinque euro. Se li berrà tutti, pensò cinicamente. Stava per allontanarsi quando all’improvviso uno strano ricordo si insinuò nella sua mente. Era un fatto che ormai aveva scordato da tempo. Giovanna Arnaboldi era una giovane collega, destinata a un grande avvenire professionale. Nella scala gerarchica della multinazionale in cui entrambe lavoravano occupava un gradino più alto del suo.
Una sera Chiara l’aveva invitata a cena, l’aveva sedotta e portata a letto. Mentre facevano l’amore, era riuscita a farsi raccontare alcune cose che avrebbero dovuto rimanere segrete e poi le aveva usate per rubarle il posto. Quando Giovanna le aveva chiesto in lacrime perché aveva voluto rovinarla, l’aveva sbattuta fuori dall’ufficio. Non era un bel ricordo. Volevo vendicarmi del mondo, tentò di giustificarsi. Avevo appena lasciato Marco per i suoi continui tradimenti. Lo amavo e stavo soffrendo molto. Comunque non era un buon motivo per fare le scarpe a una brava ragazza. Marco non l’aveva tradita con Giovanna. Chiara si accese una sigaretta. Era perplessa.
Malgrado la notte si fosse fatta gelida non riusciva a muoversi da lì. Stava rivivendo l’infelicità che aveva provato quando aveva lasciato Marco. Le sere vuote e silenziose, la tristezza profonda, i risvegli amari. E poi… come in un film vide i suoi comportamenti successivi, le scorrettezze e gli inganni di cui si era macchiata. Non solo con Giovanna. Adesso era ricca, tuttavia anche arida e vuota. All’improvviso la sua vita le parve priva di senso. Era come stordita. Senza una ragione apparente pensò all’amore. Al mondo non esisteva solo Marco, ma lei aveva deliberatamente escluso l’amore dal suo cuore: l’amore per un uomo, l’empatia per gli altri, la compassione. Aveva dato quei cinque euro al barbone per mettersi la coscienza in pace, ma lui le faceva schifo. Era un fallito, un reietto umano, un essere inutile, un parassita, un peso per la società. Inoltre, emanava un odore sgradevole.
Gli lanciò un’occhiata distratta. La stava osservando. La luce di un lampione le consentì di scorgerne l’espressione. Era un espressione singolare, un misto di comprensione e di saggezza antica, di aspettativa e di consapevolezza. Per alcuni istanti si guardarono in silenzio. Chiara era turbata.
Si rendeva conto che il muro che aveva costruito in tanti anni si stava sgretolando, ed era il muro della sua esistenza, composto da mattoni che aveva sempre creduto solidi ma che invece erano fatti di cartapesta. L’ambizione, l’arrivismo, il denaro. L’egoismo elevato a ragione di vita. Come dormo alla notte?, si domandò parafrasando una frase di una canzone di John Lennon. Come dormo alla notte, che sogni faccio, che ideali ho? Fu colta da un moto di stizza. Era solo un momento di debolezza, andava dimenticato al più presto. Voltò le spalle al vecchio e si diresse verso il palazzo.
Ma dopo pochi passi si fermò.
Tornò indietro. Avvertiva un malessere crescente, inspiegabile e misterioso. Era come percorrere un corridoio buio, disseminato di porte chiuse; se avesse trovato il modo di individuare quella giusta, se fosse riuscita a trovare la chiave e a entrare, allora forse avrebbe capito. Si rivolse al mendicante. “E tu perché non lavori, invece di chiedere la carità?” Era una frase sgarbata che pronunciò in tono duro, quasi offensivo. Per qualche ragione lo riteneva responsabile del suo stato d’animo.
“Perché ho un compito da svolgere.”, rispose il vecchio. “Tutti gli anni, al 31 dicembre, scelgo una persona a cui fare un dono. Il mio regalo è particolare. Uno specchio. Ma non uno specchio qualunque, quelli si possono trovare in qualsiasi negozio. Lo specchio dell’anima. Hai la forza e il coraggio necessari per guardarlo?”
E’ un pazzo!, pensò Chiara. Ma suo malgrado annuì. Ciò che vide la sgomentò. Fu travolta da una serie di immagini e di sensazioni che la fecero barcollare. Una vita squallida, una vecchiaia triste e miserabile. Un cuore gelido, attraversato dal vento dell’inverno. Scosse la testa, come per rifiutare quelle visioni da incubo.
“E adesso la scelta è tua.”, disse il barbone, alzandosi da terra. Non aggiunse altro e si allontanò nel buio della notte.

Chiara era esausta. Aveva imparato a proprie spese che il periodo delle festività era il più duro dell’anno, fatta eccezione per gli ultimi giorni di agosto e per le prime due settimane di settembre, che erano dedicati alla scolastica: un continuo andirivieni di ragazzi che compravano o vendevano testi usati. Stava spostando una cassa di libri, quando fu colta da un giramento di testa; per un attimo la vista le si offuscò e provò un senso di nausea.
“Signorina, non dovrebbe trasportare questi pesi!” L’uomo prese la cassa e le chiese dove doveva metterla. Era alto, con le spalle larghe, aveva i capelli biondi e gli occhi verdi. Chiara gli indicò il magazzino. “Meno male che siete ancora aperti!”, esclamò lui dopo aver deposto i libri in uno spazio libero. “Comunque, si ricordi sempre di piegare le ginocchia quando solleva qualcosa di pesante.” Non aveva un viso bello, tuttavia era un viso che esprimeva bontà e forza. Studiò Chiara per un momento, come se frugasse nella memoria. “Ma io la conosco!”
“Non mi ricordo di lei.”, disse Chiara augurandosi che si sbrigasse a fare il suo acquisto. Era a pezzi e non vedeva l’ora di chiudere. “E’ del tutto comprensibile.”, replicò lui sorridendole. “Ci siamo visti a una riunione, ma eravamo in venti e io ero seduto in fondo al tavolo. Sono tornato da voi quest’anno per un affare molto importante e mi aspettavo di trattare con lei. Invece ho parlato con una certa dottoressa Giovanna Arnaboldi.”
Chiara annuì stancamente. “Mi ha sostituita.”, disse. “Ora… sto per chiudere, in cosa posso esserle utile?”
“Mi chiamo Bruno Malerba della D&G. E se non rammento male lei è la dottoressa Chiara Ballerini.” Ebbe il buon gusto di non fare domande. In ogni caso, non gli avrebbe certamente raccontato che era stata licenziata per aver riabilitato Giovanna e che nessuna società l’aveva voluta assumere, dato che si era sparsa la voce. Bruno si guardò intorno. “Non le farò perdere tempo. Mi consigli un buon libro, lo compro e me ne vado.”
“E’ per un regalo?”
Bruno sembrò irrigidirsi. Sebbene avesse ancora un’aria cordiale, il suo sguardo era diventato triste. “Nessun regalo. Da quando mi sono separato odio il Capodanno, il fracasso, la finta allegria. No. Questa sera desidero ascoltare un po’ di musica e svagarmi con una buona storia.”
“Qualcosa di impegnato?” Chiara aveva già in mano una novità da mostrargli.
Bruno rise. Era una bella risata, che trasmetteva calore. “No, grazie.”, rispose. “Conosco tutti i classici a memoria e anche gli autori contemporanei più importanti. Vorrei qualcosa di appassionante. Vorrei… immergermi in un altro mondo.”
“Se non l’ha già letto, questo potrebbe fare al caso suo.”, disse Chiara porgendogli Mondo senza fine di Ken Follett.
“Mmh perfetto, a cominciare dal titolo! Di lui conosco solo La cruna dell’ago, ma ho sentito parlare bene di questo romanzo.”
“Glielo incarto.”
“No, no. E’ inutile. Non voglio farle perdere altro tempo. Ecco la carta di credito.”
Quando Chiara gliela restituì, Bruno le strinse la mano. Una stretta forte, calda, asciutta. “Buon anno!”, le augurò dirigendosi verso l’uscita del Libraccio. Appoggiò una mano sulla maniglia, ma come per un ripensamento si voltò. “Adesso va a divertirsi, vero?”
Chiara sorrise per la prima volta. Un sorriso amaro. Aveva il viso tirato e le occhiaie, ciò nonostante Bruno la trovò incredibilmente bella. “Vado a casa.”, rispose lei in tono asciutto. Una camomilla e a letto. Anch’io non sopporto il Capodanno.” Avrebbe voluto aggiungere che una volta invece le piaceva.
“Ascolti, allora!” La sua espressione era tornata allegra. In quell’espressione c’era anche dell’altro: dolcezza, sensibilità, calore umano. “Se non ha un fidanzato geloso, perché non viene a cena da me? Ho preso qualcosa in gastronomia, poi potremmo vedere un bel film. Lo sceglierà lei, sempre che riesca a raccapezzarsi nel mio disordine.”
Chiara aprì la bocca per rifiutare l’invito, ma all’ultimo istante si trattenne. Quell’uomo aveva qualcosa di speciale. Probabilmente era uno scherzo della sua immaginazione, dovuto alla stanchezza; ma le sembrò di vedere un’aura dai colori tenui e delicati. Lo osservò con attenzione. Quello non era un uomo a caccia di avventure: era una persona sola, come lei. E, ne era certa, aveva tutto un mondo da donare.
“Mi lascia il tempo di fare una doccia?”
“Certo! Verrò a prenderla alle dieci. Una buona cena e una serata tranquilla. E non si preoccupi: non è mia usanza mostrare collezioni di farfalle né strani reperti archeologici conservati in camera da letto.” Diventò improvvisamente serio. “Non è questo che mi interessa.”
Chiara si perse in quegli straordinari occhi verdi, che le ricordavano il mare.
“Alle dieci.”, disse.
Poi si girò per fare il controllo di cassa.
Non voleva mostrarsi commossa.

Read Full Post »

IL MIO BLOG

Sebbene sia indiscutibilmente vero che Lady Nadia e la sottoscritta non siano due persone che vivono in simbiosi, il suo post di oggi “DEL PERCHE’ E DEL COME TENERE UN BLOG. (Dell’amore e di altri demoni)” mi ha fortemente colpita, spingendomi a riflettere e da tale riflessione in me è nato l’impulso di scrivere del mio blog.
A differenza della mia amica Nadia, io i miei romanzi (belli o brutti che siano) li ho sempre scritti qui, nel mio spazio virtuale, sia ai tempi di Splinder, sia su WordPress. Infatti non ho mai nutrito speranze di pubblicazioni “serie”, con l’unica eccezione di “Lesbo è un’isola del Mar Egeo”, che peraltro risale ai tempi della fondazione di Roma.
Il mio problema è un altro e non mi riferisco ai “like”, al numero dei commenti e ad altre amenità simili, di cui in realtà non mi è mai importato molto. Però, negli ultimi mesi, ho perso molti amici, e poiché non li considero numeri ma appunto amici, presenze costanti, la loro scomparsa mi ha amareggiata molto. E’ un po’ come invitare a cena qualcuno e sentirsi rispondere “sai questa sera avrei un altro impegno”. Se ne prende atto, però non si può gioirne, ca va sans dire.
Allora cosa non funziona più in me? Molte cose, forse.
Quindi ho deciso di portare a termine “Caro Diario”, mi auguro nel migliore dei modi (e grazie a Nadia nutro valide speranze); dopodiché aspetterò l’otto marzo, il mio decimo compliblog, e anche il giorno del Venerdì Santo per il consueto “pippone” ( a mio modesto giudizio, la cosa migliore che io abbia mai scritto), che lo scorso anno non ho potuto editare, a causa di problemi tecnici: leggi pc in avaria.
E nel frattempo? “Guerra Totale”? Non credo. Chi mi paga per un impegno così immenso? Quella fu una scelta dettata dall’entusiasmo, una decisione frettolosa e incauta, impulsiva e compulsiva. Scriverò racconti, se l’ispirazione mi darà ancora una mano.
Sul blog di Lady Nadia ho ricevuto qualche insulto, ma credo di essermeli meritati; a volte trascendo, lo so bene, e se può servire me ne pento e chiedo scusa.
Poi chi verrà ancora a trovarmi mi arrecherà un gran gioia, agli altri riservo comunque un sorriso. Sono stati compagni di un lungo tratto di via. Dato che per varie ragioni non “giro” molto, non penso che arriveranno nuovi amici.
Se dovessero arrivare, a loro va il mio più caloroso benvenuto.

Read Full Post »

« Newer Posts

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: