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Archive for gennaio 2016

diario1Paola osserva da dietro un cespuglio, al buio, quella finestra con le persiane scrostate e ancora aperte. La lampada di acciaio accesa in soggiorno rivela la sagoma di sua madre, seduta al tavolone rotondo. Si intravedono le luci del televisore che resta coperto dal tendone.
La osserva picchiettare nervosamente le dita della mano sinistra sulla tovaglia e con la destra reggere un bicchiere che di tanto in tanto si porta alla bocca.
Paola non sa cosa precisamente può averla spinta a raggiungere quel luogo e non comprende come quel grosso coltello da cucina possa essere finito nel suo giubbetto. Si sforza di ricordare l’accaduto. Ricostruisce cronologicamente i fatti. Poco prima, a casa sua, ricorda di aver provato una rabbia immensa. Aveva appena trovato nella cassetta della posta la busta con gli esiti degli esami del sangue, una noiosa routine ormai. Ma stavolta i valori relativi alla sua malattia erano di parecchio peggiorati. Se solo sua madre avesse pensato per tempo di farla sottoporre a visite specialistiche e cure, forse ora non si troverebbe a dover affrontare queste brutte sorprese. Invece quella donna egoista aveva sempre pensato a se stessa e più che altro ad ubriacarsi. Paola rammenta anche un episodio particolare: in occasione del suo undicesimo compleanno le aveva chiesto in dono un paio di orecchini. Li aveva osservati per quasi un mese nella vetrina lucida e graziosa della gioielleria di paese. Erano magnifici, piccoli, azzurri e luminosi come il cielo sereno di agosto. Ma, per tutta risposta, ricevette un ceffone: “Non ci sono soldi in questa casa per un paio di stupidi orecchini! E ora fila! A letto!”.
Non fu l’unico schiaffo che prese. Ce ne furono altri, molti altri e il più delle volte per motivi assurdi. Lei non osava reagire: in primo luogo perché era comunque sua madre, poi anche a causa di un fisico debole che l’avrebbe vista sicuramente sopraffatta. Si sfogava correndo nella sua cameretta a piangere, la testa sotto il cuscino. Ma il risentimento cresceva, simile al corso di un piccolo torrente di montagna che incuneandosi fra rocce e massi poi si trasforma in un fiume fino a raggiungere il mare.
Ecco perché, poco prima, aveva afferrato quel coltello osservandone la lunga lama, lucida e robusta, e aveva trasalito e poi goduto al pensiero di infilarlo nel collo magro e ormai rugoso di sua madre. Immaginava di trafiggerle la carotide, poteva osservarne il sangue spingere e pulsare a flutti per abbandonare quell’insulso corpo e di udirne gli ultimi gorgheggi di rantoli misti a sospiri. Era poi sgattaiolata fuori, nel buio, senza far rumore nascondendo l’arma nel giaccone infilato alla bella e meglio sulle gracili spalle. Non aveva nemmeno tenuto conto della presenza di suo marito che al momento canticchiava ignaro sotto la doccia.

Paola non mi telefonerà, non lo credo proprio.
Ma io devo assolutamente rivederla.
Da quale strano universo arrivano le intuizioni? Dalle stelle che sto guardando? Oppure da un misterioso solaio a noi sconosciuto ma dove risiede l’enorme potenziale inespresso del nostro cervello, quello che – se sapessimo riconoscerlo e utilizzarlo – ci permetterebbe di compiere autentici prodigi? E’ filosofia di bassa lega, sono domande inutili, perciò le accantono.
Non accantono, però, i dubbi che si sono impossessati di me, mentre ascoltavo i Metallica. Devo rivedere Paola, perché avverto una forte impressione, un sospetto, quasi una certezza, sebbene essa non sia suffragata da alcun dato concreto; anzi è l’esatto contrario, a rigor di logica. La logica… Chiara disse di amarmi e razionalmente ci credevo, per quale motivo avrebbe dovuto mentirmi: in apparenza tutto funzionava bene… ma io “sentivo” che in realtà stava per lasciarmi. Non saprei spiegarne la ragione. Forse il tono della voce, forse un’ombra nello sguardo, un blu più intenso, come nella profondità dell’oceano dove gli squali sono a caccia, pronti a risalire per uccidere la preda.
Non possiedo doti paranormali, non credo agli indovini e alle streghe, ciò nonostante resto sempre più convinto di un fatto: quella fragile donna ha bisogno di aiuto.
Se la notte è serena, fulgida di stelle scintillanti, non lo è il mio animo.
Domani la cercherò di nuovo.

Paola da mesi soffriva di una forte depressione, a cicli era ormai una costante della sua vita.
In quel preciso istante realizza la motivazione che ora la fa trovare li, in piedi a pochi passi dall’uscio di sua madre. Cerca di calmarsi, di ragionare sul da farsi, deve capire se ne vale la pena, cosa e’ giusto, cosa sbagliato. Che sapore ha la vendetta e che tipo di odore puo’ avere la morte. E l’adrenalina, o piuttosto il peso della colpa. A cosa dare ascolto? E mentre prova a riordinare quel caos di pensieri ha la sensazione di avere qualcuno alle spalle.
Se qualcuno l’avesse seguita? Se qualcuno avesse compreso le sue intenzioni?
Una mano pesante e ferma sulla spalla la fa sobbalzare e, per istinto o forse per difesa, lei estrae il coltello dal giaccone pronta ad usarlo. Non è pratica; le mani tremolanti lasciano la presa e il coltello cade a terra. E’ posseduta dal terrore di essere stata scoperta quando riconosce la sagoma di suo marito. Il suo viso contratto tende a rilassarsi ma i suoi occhi restano sgranati, immobili.
“Non devi farlo tu! E’ compito mio. Sai quanto ti amo” dichiara lui in un tono di supplica.
Si scambiano un’occhiata di complicità mista a terrore.
L’uomo si china, raccoglie il coltello e furtivamente si avvicina alla casa.
Paola scoppia in lacrime, forse di quell’estremo gesto non è piu’ convinta, vorrebbe fermarlo ma ormai è troppo tardi. Resta pietrificata con i piedi un tutt’uno col terriccio umido di quel giardino a osservare la scena come uno spettatore qualunque di un film dell’orrore.
E orrore fu.

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THRILLER

Prima c’era solo il silenzio della notte. Io avevo commesso un errore: rientrando da una breve passeggiata nel bosco, mi ero scordato di chiudere la porta a chiave. D’altra parte la casa era isolata, nel raggio di diverse miglia non c’erano altre abitazioni, e poi nessuno passava mai di lì. Tommy dormiva nel suo lettino, Paola invece sedeva a gambe incrociate sul divano. Stava leggendo un libro e la sua espressione assorta la rendeva bellissima. Era una donna alta, bruna di capelli, con uno straordinario fascino naturale. Io mi avvicinai al lettore, scelsi un cd e pregustai la musica di Bruce Springsteen. Fu in quell’istante, in quel preciso istante, mentre mi apprestavo a pigiare il dito sul tasto “play”, mentre Paola mi rivolgeva un sorriso dal significato inequivocabile che svelava i suoi appetiti sessuali, mentre la pace sembrava regnare sovrana nel nostro piccolo mondo felice, che la porta si spalancò all’improvviso, come fosse sospinta da un vento gelido e iroso.
Poi risuonarono gli spari. Due pallottole per uccidere mia moglie. Passi pesanti che si dirigevano verso la camera del bambino. Un terzo sparo. Io impietrito, davanti al lettore, con il dito a un centimetro dal tasto; la mente incapace di comprendere cosa era successo.
L’assassino uscì di casa. Io mi lasciai scivolare per terra. All’improvviso, mi fu tutto chiaro: Paola era morta, Tommy era morto. Io, invece, ero vivo. Analizzai le mie sensazioni e mi resi conto che non provavo dolore. Forse sarebbe arrivato dopo, era pressoché certo; ma per il momento mi sentivo solamente confuso. Non capivo perché fossi stato risparmiato, mi sfuggiva il senso di quella barbarie. L’assassino, di cui non avevo visto nemmeno il viso, era entrato in casa nostra, aveva ucciso a sangue freddo una donna e un bambino, non aveva rubato nulla, e semplicemente se n’era andato, ignorandomi quasi fossi trasparente. Fui raggiunto da un pensiero: conosceva l’esatta ubicazione dei locali, dato che si era diretto senza esitazioni verso la stanza di Tommy. Non aveva esplorato altre camere, sapeva perfettamente dove mio figlio dormiva. E sapeva che avevo un figlio.
Non avevo nemici. Ero un semplice veterinario di provincia, e nessun animale era mai morto a causa di una mia negligenza. A scuola tutti adoravano Paola, la professoressa più brillante e simpatica dell’istituto. In quanto a Tommy, era un bimbo buono e socievole. Chi poteva odiarci a tal punto? Accantonai momentaneamente quelle riflessioni per concentrarmi sul futuro. Sarei vissuto da solo. Provai a figurarmi le mie giornate. Mi sarei svegliato, avrei fatto colazione, mi sarei recato al lavoro. C’era un particolare che mi parve molto importante. Avrei dovuto vendere la macchina di Paola. Non saprei spiegarne la ragione, l’animo umano a volte è indecifrabile, ma pensai che quella era la cosa più importante. Vendere quella macchina era basilare. Con il ricavato avrei potuto concedermi un viaggio. Amavo andare in vacanza da solo. Guardai Paola, riversa sul divano, ricoperta di sangue, e mi dissi: “Adesso arriverà il dolore.” Trattenni il fiato, in attesa dell’angoscia che mi avrebbe annientato; tuttavia non accadde. Era più rilevante la faccenda della macchina. Avrei dovuto denunciare il fatto alla polizia o sarebbe stato sufficiente dire che Paola e Tommy erano andati dai nonni? Quali documenti occorrevano per poter vendere la sua auto? Questo era più importante del dolore che non provavo. Poi, ad un tratto, compresi una cosa fondamentale: il dolore non sarebbe mai arrivato, io sarei vissuto felicemente. Capii che da troppo tempo detestavo quella stupida donna, e quell’inutile bambino.
Nessun errore, mi dissi. Dovevo agire in maniera lucida. Sistemare tutto.
Per prima cosa andai nel bosco a seppellire la pistola.

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IL DONO DELLO ZINGARO

Gianni Economia era clinicamente morto.
Nella gelida sala d’attesa del grande ospedale sua moglie aspettava la parola definitiva, osservando, senza vederla, la parete che aveva di fronte. Tremava di freddo, e di dolore. Un’infermiera le strinse con dolcezza una spalla. “Forse dovrebbe andare a casa a riposare un pò. E’ tutta notte che non dorme…” Letizia non sentì neppure quelle parole. La sua mente vagava altrove. Riviveva un’infinità di momenti belli che sarebbero rimasti per sempre incastonati nel suo cuore. L’infermiera le accarezzò una guancia; quella povera donna le sembrava una bambina desolata e indifesa. Poi si allontanò perché aveva finito il turno.

Gianni non poteva più pensare. In quegli ultimi istanti di vita ormai solo virtuale la sua anima si allontanò dal corpo, percorrendo strade nuove e sconosciute. Vide un grande vuoto, quindi una luce intensa e poi una notte stellata. A un tratto si ritrovò padrone di sé e dei propri ricordi: stava prendendo il sole al lido di Mandello del Lario, a pochi chilometri da Lecco. La spiaggia era molto piccola, una breve striscia di sabbia confinata in fondo ad un prato. Nel prato c’erano delle roulotte, e qualche panchina di un verde logorato dal tempo. Alcuni bambini giocavano nell’acqua. Era tutta mattina che lo infastidivano. Correvano, gridavano, si tuffavano dal molo colmandolo di schizzi. Inoltre erano zingari. Gianni detestava gli zingari. Erano vagabondi pigri e inconcludenti, non si lavavano ed erano dediti al furto. Quando era fermo a un semaforo e una zingarella si avvicinava per chiedergli la carità, ostentatamente girava la testa; non si comportava allo stesso modo con i neri o con gli altri immigrati dell’est europeo.
Lanciò un’occhiata al lago. Il sole brillava sulle onde mosse dalla breva; a circa trecento metri dal molo una barca a vela bordeggiava verso l’altra sponda.
Un bambino si era separato dagli altri e stava nuotando al largo. Gianni corrugò la fronte: lo zingarello nuotava bene, con forza sebbene senza stile; tuttavia si stava allontanando troppo. Il lago è più infido del mare: se si fosse sentito male o fosse stato investito da una gelida corrente sotteranea, non sarebbe riuscito a tornare a riva. Gianni si guardò attorno. Nessuno si era accorto di quel comportamento imprudente; d’altra parte era quasi mezzogiorno e il lido si stava svuotando. Osservò nuovamente il bambino. Si agitava, muovendo freneticamente le braccia e gridando qualcosa che si perdeva nella fresca brezza mattutina. A tratti finiva sott’acqua, quindi riemergeva. Per un momento Gianni pensò a uno stupido scherzo, poi capì che stava annegando.
Non amava gli zingari, ma si alzò di scatto, prese lo slancio e si tuffò nel lago. Benché fosse luglio, l’acqua sembrava ghiacciata e per un lungo istante gli mozzò il respiro. Incominciò a nuotare con un crawl energico e regolare; il bimbo era alquanto distante, ma sapeva che se avesse forzato troppo l’andatura sarebbe rimasto a corto di fiato e non sarebbe riuscito a raggiungerlo in tempo. Quando si trovò a circa dieci metri da lui, il bambino scomparve come inghiottito dai flutti. Gianni percorse con furia quell’ultima distanza, inspirò profondamente e andò sott’acqua. Non riusciva a vederlo. Si spinse in profondità, cercando di aguzzare gli occhi ma presto incominciò a risentire della mancanza di ossigeno. Riemerse in preda alla frustrazione. Non c’era più niente da fare. Anche se avesse riprovato e fosse riuscito a trovarlo, ormai il bambino era sicuramente morto; inoltre, doveva tornare a riva: era esausto e, se non si fosse sbrigato, avrebbe rischiato la sua stessa vita. Per uno zingaro!
Poi inspirò ancora e si immerse di nuovo.
E trovò il bambino.
Riuscì a riportarlo a riva, gli praticò la respirazione bocca a bocca e, quando vide che era salvo, si abbandonò esausto su una panchina. Mentre cercava di riprendersi, un uomo dall’età indefinibile gli si avvicinò. “Hai salvato mio figlio!”, gli disse in un italiano stentato. Gianni si limitò ad annuire. In quegli ultimi minuti il suo amore per gli zingari non era affatto aumentato. “Mi chiamo Predrag.”, disse ancora l’uomo. “Tu sei un manush. Se un giorno avrai bisogno di me, io ci sarò.”
Gianni soffocò una risata sarcastica. Predrag fece un gesto vago con la mano e si allontanò.

Il rumore di una porta che si apriva bruscamente fece sobbalzare Letizia. Un’infermiera attraversò la sala quasi correndo. Pochi minuti dopo tornò accompagnata dal primario. “Ecco.”, pensò Letizia mentre un senso di gelo la attraversava. Si alzò e si diresse a una finestra. Non riusciva a piangere. Non ancora. Ma non le sarebbe mancato il tempo per farlo.
La porta del reparto si aprì nuovamente. Il primario era bianco in faccia. Si diresse verso Letizia e con lo sguardo più incredulo di questo mondo le disse:”Suo marito è salvo!”
Lontano da lì, Predrag annuì.
Per ogni manush i debiti vanno saldati.

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UN SOGNO IMPOSSIBILE

AngelicaSe ne stava in disparte a guardarla.
Angelica era bellissima: decisamente troppo per uno come lui. Le aveva scritto mille lettere d’amore, lettere splendide in cui esprimeva tutti i sentimenti che provava per lei; tuttavia le aveva sempre stracciate prima di spedirle. Carlo era un ragazzo estremamente intelligente, dotato di una profonda sensibilità, ma era inguaribilmente timido. Inoltre, benché non fosse brutto, non poteva certo competere con Alex o con Simone, che erano i fighi della scuola. E adesso non l’avrebbe più rivista. Dopo quella festa che celebrava il conseguimento della maturità classica, raggiunta da quasi tutta la terza C, lui si sarebbe iscritto a lettere e lei a medicina. Capitolo chiuso. Non che quel capitolo si fosse mai aperto, però almeno fino a quella sera aveva potuto vederla, osservare di nascosto i suoi movimenti aggraziati, ascoltare il suono della sua voce, mirare i lineamenti del viso, sbirciare furtivamente le lunghe gambe.
Andò a prendere una birra, poi uscì in terrazzo. Era una calda serata di fine luglio. Guardò in alto cercando di distinguere le singole stelle; fra le sue passioni, oltre alla musica e alla poesia, c’era anche l’astronomia. Gli tornò in mente la famosa frase di Kant, “il cielo stellato sopra di me”, e si disse che la “legge morale” era una cosa, un amore senza speranze un’altra. Forse era lievemente brillo. Prima aveva assistito agli inutili corteggiamenti di almeno cinque compagni. Sapeva perché fallivano. Angelica aveva uno spessore umano superiore, non era interessata a flirt privi di significato, reputava fastidiosi i continui riferimenti alle sue doti fisiche. Cercavo altro, ma in quei tre anni non lo aveva mai trovato. Allo stesso modo non si lasciava incantare dalle moto nuove fiammanti o da riferimenti a strepitose vacanze trascorse nei luoghi più belli del mondo.
“La ragazza giusta per me!”, pensò mandando giù un sorso di birra. “Peccato che io non sia il tipo che fa per lei.” Si accorse che incominciava a girargli la testa. Meglio: probabilmente una sana sbronza era quello che ci voleva. Prese una sigaretta dal pacchetto, la accese e aspirò una boccata di fumo. Subito tossì, perché non era capace di fumare: era un consapevole e maldestro tentativo di imitare Alex. Alex era il numero uno, eccelleva in tutti gli sport, giocava e vinceva a poker, era l’idolo della scuola; tuttavia nemmeno lui era riuscito a far breccia nel cuore di Angelica.
Carlo spense la Marlboro, trasse un sospiro rassegnato e si voltò per tornare dentro.
“Da quando ti sei messo a fumare?” Angelica lo stava osservando con un sorriso divertito. “E perché bevi così tanto? Se non ho contato male, questa è la quinta birra.”
Se non ho contato male? Carlo la fissò, perplesso. Non si era accorto che lei lo guardasse; d’altro canto, non lo aveva mai fatto. Lui non esisteva per lei, le notti insonni passate a rigirarsi nel letto, le poesie scritte sul diario, qualche lacrima di autocommiserazione che ogni tanto versava. Angelica era all’oscuro di tutto ciò. Né poteva essere altrimenti. Ora lei era di fronte a lui, avrebbe potuto parlarle, dirle qualcosa di spiritoso, ma, nonostante l’alcool che aveva in corpo, non riusciva a superare il muro della sua timidezza. Vergognandosi di se stesso, stava per abbandonarla lì, senza nemmeno salutarla, quando lei gli posò una mano sul braccio. “Che festa noiosa!”, disse. Poi rise. “Che ne dici se scappiamo alla chetichella? Potremmo andare a fare una passeggiata, è una notte talmente incantevole!”

La sveglia suonò. Carlo la spense sbadigliando e scese dal letto. Si recò in cucina. C’era un buon odore di caffè.
“Buon compleanno, amore.”, gli disse Angelica.
Lui sorrise. “Sarà poi buono?”, chiese. “Cinquantotto anni incominciano a essere tanti.”
Sua moglie scosse la testa. “Ma tu sei sempre lo stesso, e io ti amo come la prima volta in cui ti vidi!”
Poi lo baciò teneramente.

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