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Archive for dicembre 2015

diario1Guardo l’ora. Ho del tempo a disposizione e opto per bighellonare un po’ per le vie del centro mentre cerco di riordinare i miei pensieri che mi stupiscono per la loro intensità. Mai avrei immaginato di poter restare così coinvolto in una vicenda soltanto leggendola, ma questo diario che tengo gelosamente custodito nel mio zaino, ha una voce propria, stridente, impossibile non seguirla. E se mi sbagliassi? Se questa Paola fosse diversa dall’idea che mi sono fatto di lei? Probabilmente ha compiuto un terribile gesto, almeno così sembra in quella confessione scritta, ma ne ho comunque carpito una forte umanità, tanta rabbia e tanta tristezza ma soprattutto ho percepito in ogni pagina una lacerante richiesta di aiuto che lei ha rivolto ad un tomo inanime ma che, per qualche strana coincidenza, il fato ha delegato a me.
Mi sovviene alla mente una bellissima frase, nuovamente di Tolkien, che sin da ragazzo ho tenuto ad imparare a memoria: ”Non tutto quel ch’è oro brilla, né gli erranti sono perduti: il vecchio ch’è forte non s’aggrinza, le radici profonde non gelano. Dalle ceneri rinascerà un fuoco. L’ombra sprigionerà una scintilla: nuova sarà la lama ora rotta, e re quei ch’è senza corona.”
E’ una frase non soltanto bellissima, ma pure vera, concreta, che può riguardare ciascuno di noi. Malgrado troppo spesso la resa appaia la scelta più comoda, sono invece il coraggio, la determinazione, la volontà che ci rendono uomini migliori, nella sconfitta come nella vittoria. Sbagliare è umano, però qualora la donna del diario avesse commesso un errore, sia pur grave – vado a tentoni – non deve essere condannata per questo, non da lei stessa e neppure da chi guarda le cose da fuori. Ma quanti conoscono la dignità, il tendere la mano a chi ne ha bisogno, la comprensione e il senso di comunanza?
Una seconda possibilità è concessa a tutti, voglio e devo aiutare Paola, a qualunque costo!
Resto ipnotizzato dai miei pensieri, con lo sguardo perso nel vuoto, sullo sfondo il viavai cittadino, gente indifferente al mondo intero, presa soltanto dal ritmo della sua giornata. Qualcuno mentre cammina tiene lo sguardo sulle sue scarpe, altri attendono al semaforo scocciati per il rosso e danno un’occhiata fugace all’orologio, ed io mi sento un alieno nell’abbandonarmi ad osservare questo prematuro crepuscolo dei primi giorni di primavera dare fuoco al Resegone, ormai di un rosa vivo, che chiude l’orizzonte irradiato dall’ultimo vanitoso sforzo di un sole pieno che mi ha accompagnato per tutta questa strana giornata di istinti e di sensazioni.
Seguo con lo sguardo gli ultimi raggi che illuminano prepotenti anche i vetri dei piani più alti dei palazzoni del centro quasi a risaltarne una recondita e immaginaria propria bellezza.
E poi questo paesone che, come ogni altro, esibisce vetrine immacolate e sterili, bar con facce stanche vere o riflesse sopra freddi tavolini bianchi smaltati, un edicolante in un chiosco indaffarato a ritirare i giornali invenduti, e tanta indifferenza. Ognuno preso da se stesso o dal suo lavoro al punto di dimenticarsi di vivere, di assaporarsi un tramonto, un qualunque incontro anche soltanto di sguardi tra sconosciuti.
Vengo così travolto dolcemente da un brivido, da una brezza che mi scivola addosso portando con sé i primi profumi delle fioriture della stagione. Erba è circondata dalle montagne e probabilmente questa aria gelida è scappata da qualche cima, poi giù di corsa a capofitto dal pendio, e infine, trovando la provinciale in discesa, è arrivata qui fino a me, per portarmi anche il suono delle campane di sant’Eufemia. Sono le 18 e mi sento addosso tanta eccitazione quanto timore.
Mi vedo su una scacchiera, una misera pedina che deve riuscire ad aprirsi un varco per raggiungere il re, o meglio la regina, la regina dei miei pensieri di questi ultimi giorni, senza perdere la mia partita.
Una partita invero strana che si gioca su due piani: da un lato l’immaginazione, da quell’altro la realtà, sebbene essa sia oscura e sfugga a una spiegazione razionale. In verità, non c’è nulla di razionale nel mio comportamento, me ne rendo perfettamente conto, ma la vita è così, se sai viverla: non si basa solo sulla fredda logica, insegue anche sogni, pulsioni dell’anima, talvolta stravaganti, spesso folli, ma non per questo meno importanti, altrimenti il nostro sarebbe un ben arido cammino. Il medesimo cammino di chi ignora la gioia che può arrecare un libro, un dipinto, una cascata di note cristalline. Anche una fiaba ha un significato profondo, posto che si riesca a capirla, a penetrarla, traendone significati che vanno oltre i monotoni gesti quotidiani, le consuetudini inutili, il chiudersi in un mondo avaro ed egoista.
Accendendomi una sigaretta raggiungo di nuovo il palazzone dove abita Paola. Quel citofono d’acciaio è nuovamente davanti a me. Aspiro troppo nervosamente, sono già arrivato alla fine, lancio il mozzicone centrando perfettamente gli spazi vuoti di un tombino dell’acqua piovana e, essendo un poco superstizioso, penso che la sorte, in questo momento sta dalla mia parte.
Pigio il tastino nero.
Una voce femminile, roca, irrompe dall’altoparlante.
“Si? Chi è?”
Sebbene sussulti, cerco di sembrare tranquillo e soprattutto rassicurante. “Signora Paola?”
“Sono io. Dica!”
“Non ci conosciamo ma… per assurdo ho qualcosa che le appartiene…”
Silenzio. Poi il tono mutato di quella voce domanda nervoso. ”Scusi??? Sarebbe?”
Ho un momento di imbarazzante attesa per riuscire a trovare le parole, poi con aria il più possibile amichevole mi accingo a rispondere. “Un diario signora. Avrei piacere nel restituirlo. L’ho trovato in una circostanza assurda, mi creda. E mi sono persino permesso di leggere una cartolina che era custodita tra le sue pagine, così ho trovato il suo indirizzo. Mi scusi, di solito non mi impiccio degli affari altrui… se scende…”
Il citofono viene riattaccato, un colpo secco. Un tonfo al cuore.
Forse ho sbagliato tutto ma non avrei potuto trovare un altro approccio. Dovevo essere il più sincero possibile.
Attendo impaziente il corso degli eventi battendo ripetutamente il piede sull’orlo consumato del marciapiede e strizzando con le mani le fodere delle tasche del giaccone.
Ormai ripongo le speranze quando sussulto per uno scatto elettrico del portone di entrata condominiale.
Rimango impietrito di fronte ad una figura snella e minuta dai bruni capelli a caschetto che non dimostra più di trent’anni, un viso delicato ma contratto in una smorfia tra orrore e meraviglia. Mi fissa da dietro la porta di vetro con occhi scuri e sgranati, aggiungerei che pare terrorizzata.
Quando sembra trovare il coraggio per uscire, mi chiede: “Lei è un poliziotto?”
La fisso, stupito. “Assolutamente no.”, rispondo. “Se mi trovo qui non è per inquisire – quale diritto ne avrei? – ma semplicemente perché il suo diario, in pratica diviso in due parti, mi ha come stregato. Prima, una bambina; in seguito una donna. Entrambe con dei problemi. Non sono fatti miei, sono il primo a saperlo, però… però sono rimasto affascinato, desideravo conoscerla, aiutarla se ciò è possibile.”
Lei mi scruta con aria diffidente. Sposta il peso del corpo su un piede, poi sull’altro. Credo che capisca che in me non esiste malizia, né becera curiosità fine a se stessa; almeno questo risulta dalle parole che pronuncia dopo un lungo momento di esitazione.
“Mi scusi se la mia accoglienza non è stata proprio cordiale. Gradirebbe un caffè?”
“Grazie. Certamente sì.”
Mentre entro, alle mie spalle il tramonto celebra il trionfo della bellezza. Il sole cala maestoso su un mare che non è composto da onde, bensì dalle dolci colline e dei vasti spazi verdi di una terra chiamata Brianza.
E’ un prodigio ignorato dai più, intenti come sono a guardare il proprio cellulare.

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