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Archive for ottobre 2015

RAGE 60

RageA qualche metro di distanza dal capitano del SAS, John Forbes, addetto culturale dell’ambasciata americana ma in realtà agente della CIA distaccato a Londra (quello che i russi avrebbero definito rezident), osservava la scena con un misto di approvazione e di perplessità.
La seconda nasceva dal fatto che, benché lavorasse nella capitale britannica già da quattro anni, ancora non riusciva a capire gli inglesi. Detestava il tè, tuttavia questo era irrilevante, e in compenso la birra era ottima. Guidavano a modo loro, però non era tale stravaganza a colpirlo; in fondo rappresentava una libera scelta di una nazione libera e amica. No, ciò che lo rendeva perplesso era la questione dei diritti civili, cui, secondo il suo parere, gli inglesi erano troppo rigidamente legati. Ma soprattutto gli sfuggivano i motivi di alcune scelte relative alle operazioni speciali che giudicava quantomeno singolari. Nel caso specifico, non comprendeva perché la forza permanente del SAS fosse composta solo da sottoufficiali e soldati; gli ufficiali rimanevano al comando soltanto per due anni, al massimo tre, poi si trasferivano in altri settori. Forbes lo giudicava assurdo. Decisamente ancora più insensato era che questi ufficiali potevano “agire” nei deserti, sulle montagne, nella giungla, in ogni parte del mondo insomma, ma non in Gran Bretagna. Misteri di un popolo che apprezzava ma non capiva.
L’approvazione nasceva dalla loro straordinaria abilità. Il SAS valeva quanto la Delta Force e il famigerato Gruppo Alpha, così come l’MI5 e il SIS gareggiavano in efficienza con l’FBI, la CIA, il Mossad e lo scomparso KGB.
Quando il capitano Keith Lively impartì l’ordine di attacco, Forbes trattenne il fiato, altrettanto fece William Hunt. Un momento prima, l’addetto al sensore aveva confermato che in quell’edicio c’era solamente una persona, non eventuali complici, né ostaggi. Bene. Si proceda. Ogni genere di trattativa era stata esclusa fin dal principio; niente negoziati, soltanto pallottole di fronte a un crimine contro l’umanità.
Due uomini fecero il giro dell’isolato, quindi tagliarono per una stretta viuzza e raggiunsero il retro del magazzino. Indossavano ampi cappotti, dei quali si liberarono quando furono davanti all’ingresso secondario. Sotto le tute nere, avevano due strati protettivi, uno di kevlar e l’altro costituito da sottili pannelli metallici; entrambi erano muniti di pistole Sig Sauer P226. Lì si fermarono e attesero.
Gli altri componenti del Drappello (in forza allo squadrone D) non attraversarono Halley Street. Si diressero a destra e a sinistra; giunti in fondo alla strada passarono sull’altro lato e tornarono indietro muovendosi con circospezione. Le suole di gomma delle Desert Boots non producevano il minimo rumore.
Nessuno parlava, nemmeno sottovoce; sapevano esattamente quello che avrebbero fatto e sapevano anche che lo avrebbero fatto nei migliori dei modi. Ore e ore di un addestramento un po’ più che estenuante, giornate trascorse a correre, sparare e di nuovo a correre, un tour de force che avrebbe steso la maggior parte degli uomini, adesso avrebbero dato i frutti dovuti, come in mille altre occasioni.
Era tutto calcolato: chi si sarebbe occupato della porta, chi sarebbe entrato per primo, rotolando per terra, chi avrebbe fatto esplodere le flash-bang, chi avrebbe sparato. Emozioni zero, se non la soddisfazione di eliminare un fottuto delinquente, che sarebbe scomparso dalla faccia della terra. La priorità era infatti uccidere subito Todorov, prima che questi, in un impulso di follia autodistruttiva, pigiasse il dannato pulsante… in tal caso, addio Londra, meditava cupamente il capitano Keith Lively. Aveva organizzato, pianificato, ma ora era costretto ad assistere, il che non gli piaceva per nulla.

Todorov si sentiva sempre più inquieto. Tutta colpa di quell’arabo fanatico e folle, che aveva posticipato l’ora X. Sebbene avesse guadagnato cifre enormi grazie al fondamentalista, era tristemente consapevole che da morto i soldi non gli sarebbero serviti. I morti sono morti, e basta. Non che Ibrahim al-Ja’bari fosse propriamente un dilettante, aveva idee audaci e le perseguiva con ferrea determinazione, però lui, Ivan Vladimirovic Todorov, era un vero professionista e, in quanto tale, sapeva riconoscere i pericoli. Li avvertiva, li percepiva, gli sfioravano la pelle.
Azionò il timer. Cosa fatta, capo ha. Poi si diresse verso l’uscita secondaria, che dava sul retro. Sarebbe corso all’aeroporto e avrebbe preso il primo volo disponibile per qualsiasi destinazione che non fossero gli Usa. Tirò fuori dal giubbotto una pistola, si assicurò che fosse carica e mise il colpo in canna.
Quando aveva guardato fuori, non aveva visto nessuno; ma ciò non significava niente. Il leopardo non annuncia mai il suo arrivo, al contrario del leone, e questo lo rende ancora più temibile.
Si voltò, come per un presentimento, e in quell’attimo l’ingresso principale del magazzino parve disintegrarsi. Todorov impugnò la pistola a due mani e cercò di sparare. Ma il rumore devastante provocato dalle flash-bang e il lampo di luce insostenibile lo stordirono, e per dieci secondi non fu in grado di connettere. Dieci secondi… più che sufficienti per gli uomini del SAS.
Todorov fu raggiunto dai proiettili che lo centrarono alla testa e allo stomaco. Stramazzò al suolo e gli mancò il tempo per formulare un ultimo pensiero, quale che fosse.
“Missione eseguita!”, dichiarò il sergente maggiore York.
Lively raggiunse il Drappello nel magazzino, si guardò attorno e indicò all’artificiere la piccola bomba atomica. Il timer segnalava un’ora e cinquantanove minuti. “Al lavoro! Immediatamente.” Nel giro di sei minuti comparvero altri specialisti.
Il piano di Ibrahim al-Ja’bari era fallito.

Quando, pochi momenti più tardi, Brian Stevens ne fu informato, dopo aver tirato un sospiro di sollievo, impartì un comando che a tutti sembrò sconcertante.
“Isolare la zona con tutta la polizia disponibile. La notizia non deve trapelare per nessun motivo fino a nuovo ordine.” La voce al di là dell’oceano suonava autoritaria. “Se c’è un computer, e deve esserci, e se arrivasse un messaggio, diciamo “il” messaggio, un tecnico dovrà provvedere a rispondere… vediamo… “affermativo”. In fondo, quello era un linguaggio universale. “In seguito il pc andrà spento. Se il computer non si trova lì, cercatelo nella stanza dell’albergo dove il bastardo alloggiava.”
Hunt si chiese con che diritto il capo della CIA comandava in casa d’altri. Risentito, telefonò a Sir Edward, che soppesò meditabondo le parole di Stevens. Quindi, annuì. Capiva.
“Fate come ha detto lui.”, rispose in tono pacato. “Io avvertirò i pezzi grossi.”
A Langley, Brian Stevens si mise in collegamento con Monica Squire, comunicandole il buon esito dell’operazione con grande gioia della donna.
Poi si alzò dalla scrivania, raggiunse la finestra e, mentre contemplava la vegetazione che ormai nascondeva quasi completamente il Potomac, disse a se stesso che aveva fatto bene.
Lo doveva a Martin Yarbes.
E a suo figlio John.

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