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Archive for luglio 2015

RAGE 50

Monica SquireQuello che in seguito sarebbe stato ricordato come il Grande Discorso fu pronunciato, e trasmesso da tutte le reti televisive, a partire dalle venti, fuso orario di Washington.
Venne seguito da più di trenta milioni di americani, poiché era stato annunciato con largo anticipo. Le famiglie dell’est che avevano finito di cenare un’ora prima, raggruppate nel soggiorno oppure in cucina, aspettavano trepidanti, dato che si intuiva ciò di cui Monica Squire avrebbe parlato.
Nei bar, davanti a grossi boccali di birra, gli avventori scrutavano il teleschermo con aria cupa. Lo stesso valeva per i poliziotti, per i federali, per gli alti funzionari governativi, per i banchieri e gli agenti di borsa, e naturalmente per Langley.
Sulla costa occidentale il lavoro negli uffici era stato interrotto, in altre località non si badava all’ora.
Ma era soprattutto a Londra che l’interesse e l’apprensione risultavano massimi. Nel suo studio, Sir Edward fissava impassibile il televisore. L’espressione del volto era però tetra.
Pallida in viso – aveva rifiutato il trucco – ma con una luce determinata negli occhi, Monica esordì salutando il grande popolo americano.
Indossava un tailleur blu e calzava scarpe con il tacco basso. Indicò un fascio di fogli posati sulla scrivania e disse: “Questo è il lavoro di persone competenti, che stimo e apprezzo. Hanno dedicato molto tempo per preparare quanto, secondo loro, avrei dovuto dire.”
Scosse il capo, sorridendo. “Ma io preferisco fare a modo mio. Chiedo scusa per l’impegno profuso, che avrebbe meritato sorte migliore, e chiedo scusa a voi, amiche e amici che mi state ascoltando, democratici o repubblicani, se parlerò a braccio. D’altro canto, non sono qui per fare sfoggio di oratoria, e nemmeno per bilanciarmi tra mezze verità e allusioni poco chiare.”
Margaret Collins scrollò le spalle. Se lo aspettava.
Monica bevve un sorso d’acqua, prima di continuare.
“Oggi tutto quello che avviene nel mondo, in ogni parte del mondo, diventa subito di dominio pubblico… tv, giornali, internet, diffondono in tempo reale ogni notizia, talvolta in modo errato ma questo esula da quanto desidero comunicarvi. Sapete tutti che mio figlio e i coraggiosi uomini che lo scortavano sono stati barbaramente uccisi. Non nego di aver pensato di dimettermi, in quanto straziata dal dolore, ma… avevo e ho un dovere: quello di servire la mia nazione, di lottare per l’America, per chi mi ha votato e per chi non mi ha votato. Ora, l’assassino – non pronuncerò mai il suo nome – vuole incontrarmi. Lo avrete sicuramente già appreso. A causa di errori, dei quali mi assumo la piena responsabilità, come è giusto che sia, non siamo riusciti a trovarlo e a portarlo negli States per sottoporlo a un processo. L’assassino ha esplicitamente dichiarato che, se io non obbedissi al suo ordine, egli raderebbe al suolo Londra. Non si tratta di vane minacce: è in grado di farlo. E io non posso permettere un simile orrore. Ritengo che, dai tempi di Hitler e di Stalin, l’assassino sia il peggior nemico con cui gli Stati Uniti d’America abbiamo dovuto confrontarsi. Sono qui per dirvi, e per dirgli, che obbedirò. Mi recherò nel luogo che lui indicherà, da sola, senza scorta. E… mi inginocchierò.”
Milton Brubeck si alzò bruscamente dalla sedia e picchiò un pugno sul muro, paonazzo in faccia per la collera. Lontano da lì, Sir Edward si versò uno sherry, mentre rifletteva sul senso di quelle parole. Donna coraggiosa, pensò. Molto più lontano, Vladimir Putin aggrottò la fronte: non per il riferimento a Stalin, ma per la pessima traduzione che scorreva in basso sullo schermo.
“Qualora venissi decapitata”, riprese Squire con un tono di voce sereno, “sono certa che Margaret saprebbe sostituirmi più che degnamente.”
Collins incrociò le dita.
“Sto pregando come credo tutti voi per la sorte di quelle due povere donne e mi auguro che il mio incontro con l’assassino valga a salvarle.”
Poi la voce divenne dura.
“Però, se ciò non avvenisse, e se nel contempo io non morissi, dichiaro con la massima fermezza che la nostra bandiera non subirà alcun tipo di umiliazione. Perché…”
Alzò un dito, fissando la telecamera.
“Perché, anche se colpita al cuore, l’America non può perdere. L’America è destinata a trionfare, a distruggere il Male, e l’assassino è l’essenza stessa del Male. Non ha una causa per cui lottare, non gli interessano i palestinesi, vuole unicamente portare morte e distruzione. Io lo sfido. Lo sfido a presentarsi da solo, così come farò io, non mi importa se armato. Io avrò una corazza più dura dell’acciaio. Perché sono americana!”

La jeep procedeva sobbalzando sull’arido terreno brullo. Davanti, nella fatomorgana, si scorgeva il deserto, reso infuocato dal sole. A ovest, in direzione del mare, si innalzavano le montagne; a est c’erano acacie, mangrovie e ciuffi di erba rinsecchita. Il cielo era di un azzurro opaco, solcato da nuvole immobili per la mancanza di vento.
Danil Volkov possedeva una solida preparazione che si estendeva in vari campi: sapeva uccidere un uomo a mani nude, era un tiratore infallibile, conosceva i mezzi migliori per costringere un prigioniero a parlare, decifrava i codici con la stessa facilità con cui un bambino poteva colorare un album di disegni.
Ma non era preparato a ciò che accadde.
La jeep sembrò levarsi in volo, simile a un mostruoso uccello deforme, poi ricadde squarciata a pochi metri dalla mina. Volkov era già morto. Miloslav Pomarev si trascinò fuori dalla carcassa del veicolo; strisciando per terra si avvicinò al Saiga-12 che come per miracolo era ancora intatto. L’intenzione iniziale era quella di usarlo contro di sé. Non si faceva illusioni. Gli restavano pochi secondi di vita e preferiva provvedere personalmente. Ripensò con orgoglio alla sua esistenza: un luminoso cammino, costellato di vittorie. Aveva servito bene il suo Paese, non aveva mai mancato… tranne una volta. Socchiuse gli occhi che improvvisamente erano diventati gelidi, freddi come un’alba siberiana, con una luce di odio devastante che superava l’intensità del dolore.
Molti anni prima, nell’estate del 1991, aveva conosciuto l’unico fallimento, il solo, e nella mente resa più lucida che mai dalla consapevolezza della fine, non ne attribuiva la causa a Boris Eltsin, né ai pavidi ideatori del golpe, e neppure al tradimento di quanti si erano rifiutati di sparare sulla folla.
Cercò con lo sguardo Yarbes e con gioia vide che era ferito, però vivo. Lui era il responsabile di quell’unica sconfitta, lui e la moglie, la baldracca che adesso era seduta sul trono degli Stati Uniti.
Pomarev sussultò per la sofferenza indicibile. Aveva perso una gamba e l’altra era troncata all’altezza del ginocchio. Serrò i denti e continuò a strisciare a forza di braccia. Un centimetro alla volta, cancellando il dolore dal cervello, escludendo dall’animo tutto quello che non aveva a che fare con il suo compito.
Infine, afferrò l’arma e la puntò contro l’americano.
“Muori, cekista!”, sibilò.
Premette il grilletto.

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