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Archive for maggio 2015

RAGE 43

hammadaWashington
Quando, zoppicando lievemente, Monica Squire si avvicinò alla porta della Situation Room, i due agenti del servizio di sicurezza si irrigidirono sull’attenti. Le venne fatto di pensare che la Casa Bianca era probabilmente il luogo più protetto del mondo, mentre davanti al numero dieci di Downing Street c’era un solo poliziotto disarmato. D’altro canto, in Gran Bretagna i premier non venivano uccisi, né violentati. Poi Monica entrò e scrutò i presenti. Era molto pallida, ma anche estremamente risoluta. In preda a una fredda collera, si sedette e consultò alcuni documenti, quindi sollevò di nuovo lo sguardo e parlò con voce ferma.
Sebbene questo fosse il comitato Rage, i partecipanti erano gli stessi che inutilmente avevano tentato di salvare la vita a John. Con quattro nuove entrate. Attorno al tavolo, ciascuno con un bicchiere e una bottiglia d’acqua minerale davanti – alcune naturali, altre frizzanti, a seconda delle preferenze – tutti la guardarono. C’erano il direttore dell’FBI, Milton Brubeck, Patrick Fowley della Divisione Indagini sulla Criminalità, il Segretario di Stato, il ministro del Tesoro, il responsabile del Dipartimento della Sicurezza Interna, il capo della CIA, Brian Stevens, il vice direttore delle Operazioni, il procuratore generale, Paul Johnson,  e Margaret Collins.
Mancava Martin Yarbes. In compenso, era presente il responsabile del National Security Council, l’agenzia che coordina l’insieme delle forze armate e assiste la Casa Bianca per quanto riguarda la sicurezza interna e i problemi internazionali, in collegamento con i ministeri degli Esteri, del Tesoro e della Difesa. Di fronte a Squire, sedeva Bill Kline del National Reconnaissance Office, l’ente che si occupa della sorveglianza di ogni angolo del pianeta mediante l’uso dei satelliti. In linea teorica, l’NRO dovrebbe dipendere dalla Central Intelligence Agency, ma le cose spesso non sono così semplici. Gli ultimi due erano il Presidente degli Stati Maggiori congiunti e il numero uno della Delta Force, Jim Patterson, l’uomo che aveva proposto di bombardare il villaggio in cui si supponeva che Ibrahim al-Ja’bari si fosse rifugiato; idea bocciata da Monica.
A parte Brubeck, che indossava il suo solito abito spiegazzato, i convenuti erano vestiti in modo impeccabile (per gli standard americani; un suddito di Sua Maestà non avrebbe apprezzato più di tanto). Camicie bianche o azzurre fresche di bucato e stirate in maniera perfetta, completi perlopiù grigi, cravatte in tono. Margaret Collins sfoggiava un elegante tailleur di Giorgio Armani e scarpe di Gucci. Squire aveva scelto capi firmati, però made in Usa. Margaret e Milton furono gli unici a notare che era leggermente claudicante. Si domandarono dove diavolo fosse andata la sera precedente. Collins aveva provato a interrogare l’autista, il quale si era rifiutato di risponderle. Margaret avrebbe potuto insistere, ma poiché aveva capito da chi aveva ricevuto l’ordine di tacere aveva lasciato perdere.
Il clima generale era teso, nessuno sorrideva. La pioggia era cessata e ora il sole brillava alto nel cielo, senza peraltro contribuire a migliorare l’umore delle persone che aspettavano l’inevitabile requisitoria di Monica Squire.
Lei non si perse in preamboli. “Signori”, dichiarò, “non sono per nulla soddisfatta. Con tutti i mezzi di cui disponiamo, i più sofisticati che esistano, ritengo assurdo che i russi siano sempre un passo avanti a noi. Anche se devo ringraziare Putin per il suo fattivo appoggio. Questo, però, non cambia i termini della questione. Per gli Stati Uniti d’America è fondamentale catturare quel mostro o, se ciò risultasse impossibile, eliminarlo, come merita.”
Qualcuno fissava il soffitto, altri invece lanciarono occhiate ostili a Bill Kline. Era lui che aveva promesso di scovare Ibrahim, ed era lui che aveva fallito.
Brian Stevens, il direttore della CIA, intervenne. “Noi possiamo fare un lavoro di intelligence, ed è quanto stiamo cercando di fare; ma non siamo noi a possedere gli strumenti che invece ha l’NRO. E, se la signora non lo avesse vietato, avremmo distrutto un piccolo paese, ammazzando vecchi, donne e bambini. E’ inutile che vi ricordi che non sarebbe stata la prima volta. Ci è già successo di scambiare un ospedale per un deposito d’armi con le conseguenze che tutti sappiamo. Anche in quel caso, agimmo in base ad informazioni errate. Informazioni che provenivano dai Condor. I tanto vantati Condor. Ma oggi il National Reconnaissance Office ha mezzi ancora più potenti rispetto ad allora, fondi illimitati che noi a Langley ci sognamo, eppure…”
Il ministro degli Esteri annuì con aria cupa. “Tali errori non sono ammissibili.”, commentò. “La situazione internazionale è grave, soprattutto in quei luoghi; provocare massacri insensati ci attirerebbe il biasimo mondiale e perderemmo la fiducia di quelle nazioni arabe che ancora credono in noi e che si oppongono al fondamentalismo islamico.”
In genere, durante riunioni di tale importanza, venivano serviti caffè e vassoi di sandwich. Nessuno ne avvertì la mancanza.
Intervenne nuovamente Brian Stevens. “Riguardo all’interessamento di Putin, forse è lodevole, tuttavia non è certamente disinteressato.” Il capo della CIA aveva trascorso la vita a combattere la Russia, Paese che detestava più di ogni altro. Benché avesse collaborato con Volkov, apprezzandone l’efficienza, e benché in passato non gli fosse mai sfuggito il valore degli agenti della prima direzione centrale del KGB, il riconoscimento professionale non significava empatia. Ci fu qualche mormorio d’assenso.
“Direi che non è un fatto rilevante.”, commentò Margaret Collins. “D’altra parte, loro, tramite i bulgari, cercarono di assassinare il pontefice… noi facemmo in modo che la polizia italiana non rintracciasse la prigione di Aldo Moro. Uno a uno. E via cantando.”
Il Segretario di Stato inarcò un sopracciglio, indignato. Stevens provò un improvviso desiderio di contemplare la finestra a prova di proiettili. Monica nascose un sorriso. Quanti scheletri c’erano nei rispettivi armadi!
Milton Brubeck posò le mani sul tavolo. “Putin o non Putin, bisogna agire. Ne va del prestigio degli Stati Uniti. E, comunque sia, John deve essere vendicato!”
“Agire.”, bofonchiò Jim Patterson. “Datemi un luogo, un luogo preciso, e ci penserà la Delta Force. Nessun bombardamento. Un veloce raid. Ma… in mancanza di un riscontro, di una località definita, ci troviamo con le mani legate.”
Adesso tutti guardavano Bill Kline.
Lui fissava un punto imprecisato della parete. Dentro di sé, malediceva i suoi collaboratori che non erano riusciti a cavare un ragno dal buco.
“Signor Kline?” Monica lo osservava con un’espressione fortemente perplessa.
Kline si schiarì la voce. “Come responsabile dell’NRO, sono pronto a dimettermi.”
Non si udì una sola parola contraria. Brian Stevens si esaminava con grande interesse le unghie. Il Segretario di Stato scarabocchiava appunti su un block-notes.
In quel momento squillò uno dei telefoni.
Rispose Margaret Collins. “E’ per lei.”, disse a Kline.

Alto Egitto
Il Mago arrivò a metà pomeriggio. Arrivò da sud, accompagnato da due guardie del corpo.
Non era arabo, né palestinese. Si chiamava Daigh. Soltanto il nome, niente cognome. Un nome che un inglese avrebbe tradotto in Day. Aveva quarant’anni, un aspetto anonimo e un’intelligenza fuori del comune. Aveva anche una considerazione di se stesso e delle sue capacità di hacker che rasentava il delirio di onnipotenza. Si considerava il massimo esperto di computer del mondo e, se non lo era, apparteneva comunque a quella ristretta cerchia di persone per le quali un pc non può avere segreti: sono libri aperti, posto che si sia in grado di sfogliarli, e lui non si limitava a questo. Sapeva riscriverli, modificarli, entrare furtivamente in essi per poi scomparire senza lasciare la benché minima traccia.
Figlio di un pescatore, non aveva seguito le orme paterne. Dopo un corso di studi alquanto approssimativo, era stato assunto a diciotto anni dal proprietario di un negozio che vendeva un po’ di tutto. Inizialmente aveva sbrigato commissioni, pulito i pavimenti e tenuto in ordine il magazzino; più tardi aveva scoperto il mondo dell’informatica, si era appassionato e ne aveva compreso ogni meccanismo. Si era messo in proprio e aveva deciso di sfruttare le sue conoscenze per arrecare danni agli odiati inglesi. Dato che gli americani erano i loro principali alleati, aveva esteso il suo odio agli yankee.
Arrivò mentre il caldo era diventato infernale.
Lucie lo vide, poi scivolò in una sonnolenza che la portò a fare sogni strani. Accanto a lei, i due neri dormivano già da un’ora; un metodo come un altro per resistere al calore soffocante del deserto.
Fu svegliata da una voce femminile. “Chi siete?”, la apostrofò la giovane donna in mimetica e desert boots. Era giunta silenziosa, come un animale da preda.
“E tu chi sei?”, le domandò Lucie, riscuotendosi.
“Le domande le faccio io.”, rispose Sarah Gabai, puntandole un mitra contro.
“Sono un’archeologa.”
“E perché sei qui?”
Lucie Blanchard indicò con un dito la vecchia fortezza. “Perché lì c’è un criminale.”

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