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Archive for marzo 2015

CarisWCARIS In questo secondo incontro vorrei farti delle domande più semplici per rendere l’intervista più “leggera”, anche se magari un po’ banale. Partiamo da alcuni dati: altezza, peso, numero di scarpe.
AB Un metro e sessantotto, cinquantaquattro chili, 38.
CARIS Colore preferito?
AB Quello del cielo quando ci sono sole e vento: azzurro. Non per i vestiti, però.
CARIS Sport praticati?
AB Nuoto, atletica leggera, da ragazza un po’ di judo, cintura gialla.
CARIS Bevanda preferita?
AB Acqua minerale Evian.
CARIS Alcolica?
AB Birra. Preferibilmente scura, Guinness.
CARIS Cibo?
AB Grigliata di pesce.
CARIS Merenda?
AB Da bambina pane, Nutella, burro e zucchero. Capirai! Adesso, niente.
CARIS Tifi per…
AB La Maggica.
CARIS Il giocatore?
AB Totti, off course. A parte la classe immensa, lui e Ilary fanno un sacco di beneficenza. E vuoi mettere la sua autoironia? “Carpe Diem?” “Non mastico l’inglese” 🙂
CARIS La “tua” città?
AB Eheheh… lo sanno tutti. Cannes.
CARIS Un ricordo?
AB Una vacanza indimenticabile. A Cipro.
CARIS Il tuo attore?
AB Troppi! Se proprio fossi costretta a scegliere ne indicherei due: Tom Hanks, perché ha la faccia di una persona normalissima che puoi incontrare su un bus, e Al Pacino, perché sa interpretare qualsiasi ruolo, rendersi odioso come nel “Padrino” o affascinante o ancora misterioso. Esistono attori bravissimi a fare i “cattivi” ma non i “buoni”, e viceversa. Robert De Niro ad esempio. Io lo vedo solo nei panni di un buono. Con ciò è un fuoriclasse, si intende. Anche Johnny Depp è fortissimo, però ha girato molti film stupidi.
Un po’ come Cameron Diaz. In “Gangs of New York” è fantastica, merito del regista forse… ma sceglie di quelle parti…
CARIS Ecco, le donne?
AB Mmmm. Anche qui molte. Direi Cate Blanchett. E Nicole Kidman.
CARIS Il regista?
AB Adoro Clint Eastwood. Agli inizi era un attore assolutamente monocorde, inespressivo, ma da quando è passato alla regia ha sfornato grandi capolavori. Cito a memoria: “I ponti di Madison County”, “Un Mondo perfetto”, “Gli Spietati”, “Million Dollar Baby”.
CARIS Lacrimucce al cinema?
AB Oh, sì, certo. “Sul lago dorato”, “Pomodori verdi fritti”, etc.
CARIS Ti piacciono le scarpe?
AB Troppo!
CARIS Quali?
AB Tutte! Sneakers, ballerine, con i tacchi, sandali, stivali e stivaletti…
CARIS E il sesso?
AB No comment.
CARIS Passiamo ai tuoi libri. Sei soddisfatta delle vendite?
AB Uhm. “Lesbo è un’isola del Mar Egeo” ha venduto bene, “Sognate con me” anche, “Alex Alliston” e “Il Crepuscolo della Lubjanka”, che secondo me sono migliori, molto meno. Pazienza.
CARIS “Rage”: ancora spionaggio!
AB Mi prende, ma forse sarà l’ultima volta. Forse.
CARIS Ti documenti molto per le tue spy-stories?
AB E’ fondamentale. Un conto è la trama, altro la veridicità dei particolari. Se parli di un Hind devi sapere cosa è un Hind. Non si deve prendere in giro il lettore. Poi, può capitare di sbagliare, ma mai per mancanza di zelo.
CARIS Chi è la tua eroina preferita?
AB Monica Squire. E’ un personaggio che amo molto. In lei convivono forza e debolezza, determinazione e paura. Non è Wonder Woman.
CARIS Ti vedi in lei?
AB Credo di sì. Almeno un poco.
CARIS E “l’eroe”?
AB Matrioska, Carrick, Phil Weir, Yarbes. E Alex Alliston.
CARIS I tuoi protagonisti pìù detestabili?
AB Penso Pomarev, Silvia-Armine, per molti amici lettori lo stesso Phil Weir.
CARIS Questo te lo avevo già domandato, ma mi ripeto: sei dalla parte della Russia?
AB Cerco di essere obiettiva. CIA buona, KGB cattivo? Sciocchezze. Pari sono. O meglio, erano.
CARIS Putin ti piace, vero?
AB Lo sposerei.

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RAGE 35

rage 35Se uno psichiatra di vasta fama, un luminare riconosciuto dai colleghi come uno dei massimi esponenti di quel ramo della medicina, avesse potuto incontrare Ibrahim al-Ja’bari e parlare con lui per tre o quattro volte, ne avrebbe tratto deduzioni molto particolari, e senza dubbio interessanti.
Per prima cosa, avrebbe scoperto che l’uomo in questione era un narcisista assolutamente maniacale. Ma c’era dell’altro, molto altro. Il luminare avrebbe anche capito che il “figlio del deserto” non aveva ambizioni personali. Era estremamente intelligente, e consapevole fino in fondo della potenza del suo intelletto. Provava disprezzo per tutti i gruppi impegnati nella lotta contro gli infedeli, Hamas in particolare ma anche un movimento nascente che lui ben conosceva e dal quale era stato inutilmente contattato, ricevendo in cambio una risposta sprezzante. Il Califfato? Merda di cammello.
Il nostro luminare, in seguito, avrebbe appreso che Ibrahim al-Ja’bari aveva solo due obiettivi, fini a se stessi, e che li perseguiva con la dedizione di un monomaniaco. Andava oltre il fanatismo. Si era scelto un cammino dal quale non avrebbe mai deviato, a nessun prezzo, e poiché era certo di godere del favore di Allah non nutriva il minimo timore per la propria sorte, che comunque gli era indifferente. In base alla conoscenza degli uomini, e delle loro debolezze, riteneva di essere l’unico in grado di vincere la battaglia voluta dal Misericordioso, e tale consapevolezza era aumentata dopo l’esecuzione del figlio del presidente americano. Il fallimento di Tel Aviv lo aveva irritato, ma ora stava per cogliere il successo più significativo, che avrebbe tolto il fiato al mondo intero.
Dotato di grande carisma e di incredibili capacità seduttive, nel corso degli anni aveva plagiato, rendendole succube, numerose persone; a seconda dei casi, aveva ottenuto guerrieri pronti a morire oppure generosi finanziatori che lo avevano reso immensamente ricco. Denaro che veniva utilizzato unicamente per gli scopi che si era prefisso.
Qualora le sedute si fossero protratte, lo psichiatra avrebbe intravisto zone d’ombra in quella luce di certezza immutabile, ricordi amari del passato, squarci di follia, abissi insondabili, corridoi oscuri che attraversavano la sua mente, simili a squali che stanno in agguato nella profondità del mare, pronti a risalire a caccia di prede.
Il luminare ne avrebbe dedotto che qualche seduta non era sufficiente: avrebbe avuto bisogno di un lavoro di anni per penetrare in quel microcosmo.
In quanto alle prede di Ibrahim al-Ja’bari, esse erano due. Israele e lo Stato che gli permetteva di sopravvivere, fornendo dollari e armi.
Dalla fortezza inaccessibile in cui si era rifugiato volse lo sguardo a occidente, attraversò il Mediterraneo, sulle ali di un vento nero sorvolò l’oceano Atlantico e infine posò il piede sul suolo degli Stati Uniti: davanti a lui si ergeva la Casa Bianca.
Più tardi si sarebbe immerso nella lettura del Corano e nella meditazione; adesso, però, era intento a visualizzare con la forza del pensiero il volto di Monica Squire.
L’immagine della donna scaturì nitida, come se si trovasse in quella stanza.

Al rientro nei rispettivi Paesi, l’unica che ottenne una buona accoglienza fu Sarah Gabai, che Aaron Ben-David stimava molto.
A Mosca Volkov e Pomarev trovarono un clima gelido e non a causa di un inverno che tardava a finire. Quando Vasiliy Ivanovic Melnikov lesse i rapporti – ciascuno dei due ne aveva stilato uno proprio – aggrottò la fronte, però evitò di commentare perché quello era “un caso del presidente”. Vladimir Putin voleva occuparsene personalmente. Tuttavia al momento era occupato. Federica Mogherini, che di lì a un anno sarebbe diventata ministro degli Esteri nel governo Renzi, ma che già operava nell’ambito delle relazioni internazionali, era in visita ufficiale. Benché in seguito avesse cambiato varie volte opinione, nel 2013 era decisamente favorevole alla politica russa. A Putin questo piaceva e la trattò con tutti i riguardi. Vodka di qualità eccellente e montagne di caviale, inclusi.
Vladimir Putin in Francia sosteneva Marine Le Pen, presidente del Fronte Nazionale, di cui apprezzava il programma, e in Italia la Lega e il suo vecchio amico Silvio Berlusconi; ma, se nel caso di Marine nutriva ragionevoli speranze in una sua vittoria alle elezioni, non altrettanto poteva affermare riguardo a Lega e Berlusconi, sebbene per ragioni diverse. Il partito in cui militava Federica Mogherini non lo entusiasmava, però era pur sempre il discendente, anche se in maniera piuttosto vaga, del PCI, un tempo il più forte alleato dell’Unione Sovietica nell’Europa occidentale. Perciò le dedicò particolare attenzione.
Si incontrò con Volkov e Pomarev solo quando Federica salì sull’aereo per Roma.
Ed esordì con queste parole: “Avete fatto un vero razebaistvo!”
“Avevano un Hind, signor presidente.”, ribatté Pomarev.
Lo sguardo di Putin si incupì. “Lo avranno comprato da quei maledetti ucraini.”
Si alzò dalla scrivania e andò alla finestra. Passarono alcuni minuti prima che si voltasse. “Comunque, lo voglio morto! Quando ero a Dresda conobbi il capo della Stasi, Markus Wolf. Un vero Maestro. Gli americani arrivarono a offrirgli milioni di dollari perché cambiasse campo. Lui rifiutò. Da Wolf ho appreso molto. Ricordo bene una sua frase: non esiste una preda che non possa essere catturata o eliminata, o entrambe le cose. Trovate Ibrahim al-Ja’bari, uccidetelo, e uno di voi due tornerà a essere un maggiore, l’altro diventerà secondo responsabile della sezione degli agenti illegali. E ora muovetevi!”
Il confronto tra Monica e Yarbes c’era già stato. Pallida in volto, ma con gli occhi che brillavano di collera, con voce fredda lei gli annunciò che alla scadenza del suo mandato avrebbe chiesto il divorzio.
Martin la fissò senza replicare. Per qualche momento si isolò in un mondo fantastico, fra le foreste che tanto amava, lontano dalla CIA e da tutto il suo passato: come aveva sognato da ragazzo, era un guardiacaccia. Osservava un cervo maestoso attraversare il bosco che rifulgeva dei colori autunnali; nell’aria odore di fumo di legna, sopra agli alberi il cielo ancora azzurro.
Poi, però, la mente lo condusse altrove.
A quella estate ormai lontana.

MOSCA 1991
Monica si stava allontanando con Pomarev.
Benché fossero molto diversi fra loro, all’improvviso Yarbes fu raggiunto da un pensiero a dir poco singolare. Si presentò del tutto inaspettato: da sempre, sapeva che un giorno avrebbe conosciuto una donna forte e coraggiosa, la compagna ideale per un uomo come lui. La compagna con cui dividere la vita. E adesso l’aveva trovata. Con un sorriso, si rese conto che quel pensiero non lo sorprendeva più di tanto.
Li guardò andar via, augurandosi di rivederla.
Dieci minuti più tardi lei tornò.
E per entrambi fu naturale baciarsi, e poi baciarsi ancora.
Questo è per sempre, si disse Yarbes.

Che una persona telefoni alla Casa Bianca, chieda di parlare con il presidente degli Stati Uniti e venga accontentata è un’eventualità pari alla possibilità che Abraham Lincoln resusciti o che, negli ottantasei anni intercorsi tra il 1918 e il 2004, i tifosi dei Red Sox fossero riusciti a sognare di vincere un campionato.
Eppure fu proprio quello che avvenne.

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