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Archive for luglio 2014

IvanaMatrioska riagganciò e tornò al tavolo. Ivana stava finendo il dolce. Il russo la guardò, chiedendosi se era il caso di coinvolgerla.
Sebbene l’avesse ascoltata distrattamente durante il viaggio che li aveva condotti da Barcellona a Cortina, sapeva molte cose sul conto di “Stella Rossa”.
Figlia di un mite professore di storia e di un’infermiera, aveva trascorso un’infanzia serena. Dal padre aveva preso l’amore per la cultura, dalla madre lo spirito vivace e indipendente.
Possedeva un quoziente di intelligenza molto elevato, eccelleva in tutti gli sport che praticava, era sempre stata la prima della classe senza per questo essere la classica “secchiona”. Le era sufficiente seguire con attenzione l’insegnante; una breve lettura dell’argomento della lezione le avrebbe permesso di assimilarla come se avesse studiato per ore. Era curiosa per natura, amava il suo Paese e non si vedeva nei panni di una casalinga.
Si era arruolata nella polizia; qualcuno l’aveva notata e l’aveva invitata a presentarsi in via della Pineta, alla periferia di Roma. Un ufficiale stava esaminando il suo fascicolo personale. Aveva sollevato gli occhi per osservarla. Era un uomo affabile, e la domanda venne posta con estremo garbo. Le sarebbe interessato entrare nel SISMI? Ivana aveva accolto la proposta con entusiasmo. Da bambina aveva divorato i libri di James Bond e di Malko Linge.
Era seguito un addestramento duro, benché non impegnativo come quelli che si svolgevano alla “Fattoria”, il luogo di raccolta delle reclute della CIA, e nemmeno lontanamente paragonabile a quanto accadeva in Unione Sovietica o in Israele. Ivana era risultata la terza del corso, prima fra le donne. Si sentiva contenta e appagata, e aveva portato a termine con successo due missioni.
Poi aveva conosciuto il capitano Giovanni Raimondi. L’uomo l’aveva presa in simpatia e un giorno si era confidato con lei. Le aveva parlato della Central Intelligence Agency. Ciò che aveva detto era stato accolto con grande stupore dalla giovane, e anche con un filo di diffidenza. Ma l’uomo era stato persuasivo. Citava fatti, date, nomi, operazioni. Il quadro che emergeva era terrificante, e Ivana andò in crisi.
Raimondi le parlò di quanto era successo in Cile, dove la CIA aveva attivamente collaborato con Pinochet per abbattere il legittimo governo di Allende. Le spiegò il modo con cui venivano torturati gli agenti nemici. Citò almeno cinque assassinii di eminenti statisti eliminati perché contrari alla politica degli Stati Uniti. Accennò a certe stragi avvenute in Italia, il cui scopo era rafforzare il potere centrale. Infine, le fece una proposta “a freddo”, fidando nel suo carisma e nell’idealismo che aveva intravisto in lei. Si guardò bene dall’aggiungere che i metodi del KGB erano identici a quelli degli americani; invece, decantò i meriti del comunismo: la volontà di pace, la giustizia sociale, la lotta all’imperialismo ipocrita e borghese, sempre al servizio dei ricchi, pronto a tutto per asservire, controllare, dominare il resto del mondo.
Ivana chiese di poter riflettere. Il capitano annuì.
Quindici giorni più tardi, Ivana gli comunicò che accettava.
Fu organizzato un incontro segreto, a Brindisi. In un piccolo bar, lontano dal centro, incontrò il tenente Ivan Vladimirovic Zaytsev, che sarebbe diventato il suo “controllore”. Fu interrogata a lungo, e le risposte piacquero a Zaytsev. In seguito lo rivide altre due volte, e nel corso dell’ultimo appuntamento le venne detto ciò che ci si aspettava da lei. Quel giorno Ivana Barzaghi divenne “Stella Rossa”.
Una donna notevole, meditò Stavrogin.
Ma alla fine decise per il no. Era una questione fra lui e il lurido Altmann.
Al momento del caffè, l’italiana arrossì e lo fissò. “Mi sono innamorata di te.”, dichiarò. Poi, intimidita, distolse lo sguardo.
“Anch’io.”, mentì Aleksandr per evitare problemi inutili. Lo aveva già capito. Per sviare il discorso, le raccontò del suo dragone, della casa isolata che possedeva nel nord della Russia, della sublime bellezza di quel mare gelido che lui amava. Un giorno si sarebbe ritirato lì per sempre.
Ivana, emozionata, pensò che quella fosse una promessa. Una promessa di grande felicità futura, quando avrebbero vissuto assieme in quel luogo tanto bello. Avrebbero fatto l’amore tutte le notti, lei avrebbe cucinato per lui e forse… forse per il piccolo Aleksandr Aleksandrovic.
Fu per quello che quattro ore dopo morì felice.

Matrioska uscì dall’albergo alle tre del pomeriggio e si avviò a piedi verso il posto che Klaus Altmann gli aveva indicato. Cambiò varie volte strada, come avrebbe fatto un turista qualsiasi che si trovava a Cortina da pochi giorni; contemplò il cielo azzurro e lanciò occhiate colme di meraviglia alle montagne innevate. In realtà, si assicurava di non essere seguito.
Giunto alla via sterrata, non la imboccò: camminando sui campi coperti di neve compì una lunga deviazione che lo condusse mediante un pendio a circa una cinquantina di metri dal punto convenuto, in una posizione più elevata rispetto a dove, almeno in teoria, sarebbe dovuto arrivare il tedesco.
Si nascose dietro a una roccia e si predispose all’attesa osservando i ragazzini che si divertivano con le slitte.

Cinquanta minuti più tardi, Ivana uscì a sua volta dall’hotel Posta. Avrebbe voluto essere al fianco di Aleksandr, ma non aveva mosso obiezioni al suo diniego: era abituata a obbedire. Anche se era convinta che lui avrebbe trionfato, si sentiva in ansia. Il sentimento predominante, però, era un altro: la gioia. Matrioska l’amava! Le sembrava di vivere un sogno, ma non era un sogno: era realtà.
Si fermò a guardare una vetrina e non provò dolore quando il proiettile sparato da tre metri di distanza le trapassò il cranio.
Scivolò a terra, mentre il buio calava su di lei.
Poi vide una luce che diventò sempre più intensa e fu raggiunta da un forte senso di pace.
L’ex Hauptsturmführer della Gestapo rimise la pistola munita di silenziatore in una tasca del giaccone di pelle e si allontanò, mescolandosi ai passanti.

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RAGE 1

Monica Squire Questo è un “episodio pilota”. A seconda dei commenti, deciderò se proseguire o meno la serie. Buona lettura.
 
Due anni dopo essere stata nominata direttore della CIA, Monica Squire decise di partecipare alle elezioni presidenziali. Fu convinta dal marito, Martin Yarbes, e dai funzionari di grado più elevato. All’epoca, Monica aveva sessant’anni, che portava splendidamente, ed era considerata un caso da Guinness dei primati: mai, prima di allora, una donna era assurta ai massimi vertici di Langley.
Vinse le primarie del partito democratico e si trovò a sfidare il candidato repubblicano, che in base ai sondaggi era considerato nettamente favorito. Si chiamava John Craven.
Craven era un avvocato. Entrato dieci anni prima in politica, era stato eletto e in seguito confermato al Senato. Potente lobbista, disponeva di importanti agganci: era stato il presidente uscente in persona a caldeggiare la sua candidatura. Grazie all’avallo dell’uomo che aveva guidato la nazione per due mandati consecutivi – con risultati apprezzabili ma non eccezionali -, Craven non aveva avuto problemi ad aggiudicarsi le primarie. I discorsi con cui si rivolgeva agli americani erano pieni di buon senso, sebbene un po’ qualunquisti. Tutelare le minoranze, lavorare per la pace, incrementare i consumi, ridurre le tasse. Questo genere di cose. In pratica, andava bene per tutti: neri, ispanici, ricchi e poveri. Nel suo intimo, coltivava idee un tantino diverse e uno dei suoi primi provvedimenti avrebbe riguardato l’incremento delle spese militari.
Di statura media, i capelli grigio ferro tagliati corti, sempre impeccabilmente vestito, era un oratore molto abile e un fine polemista. Dispensava sorrisi all’avversario di turno, salvo poi distruggerlo dimostrandosi quasi dispiaciuto nel farlo. Sapeva immancabilmente cogliere il lato debole della parte avversa e sfruttarlo spietatamente ma sempre con il massimo garbo.
Monica temeva il duello televisivo che sarebbe risultato determinante. Non si sentiva all’altezza di Craven e, benché si fosse preparata con cura, nutriva speranze assai scarse. Quando Yarbes la incitava ad avere fiducia in se stessa, fingeva di credergli. Comunque fosse, si sarebbe battuta.
Si affrontarono in una tiepida serata autunnale, a pochi giorni dalle elezioni. Chi avesse vinto, sarebbe entrato in carica a gennaio.
Monica indossava un tailleur color tortora di stampo classico e calzava scarpe senza tacco; era il suo abbigliamento preferito per le occasioni importanti. John Craven si presentò con un completo grigio, camicia in tono e cravatta blu. Espose per primo il suo programma, parlando in modo pacato e persuasivo, e suscitò una grossa impressione. Monica Squire non si dimostrò alla sua altezza, ma nel corso del suo intervento risalì man mano la china, dopo una partenza incerta.
Poi si arrivò allo scontro diretto. E Craven attaccò.
“Signora Squire”, disse sorridendole amabilmente, “è per me un vero piacere e un grande onore confrontarmi con una donna, e la voterei senza indugio se non fosse che… ehm… anch’io sono coinvolto.”
In milioni di case la gente rise divertita. Anche il moderatore accennò un sorriso, pensando: uno a zero.
“L’ho ascoltata con estrema attenzione”, proseguì, “e devo ammettere che alcune proposte da lei fatte sono sensate. Altre magari un po’ meno, però nel complesso è stato un buon discorso, malgrado una certa superficialità. Sa perché la voterei? Per il semplice motivo che gli Stati Uniti non hanno mai avuto una donna come presidente.” Accavallò le gambe, a suo perfetto agio, e il tono della voce divenne più duro. “Ma sa perché, in qualsiasi caso, invece non la voterei mai, anche se io non fossi l’altro candidato?”
Monica gli rivolse uno sguardo interrogativo.
“Perché”, spiegò Craven, “una persona onesta, come credo di essere, non potrebbe in nessun caso dare il proprio voto, con ciò che ne consegue, a una persona che purtroppo invece onesta non lo è, a una persona che si è macchiata della colpa più infame: l’alto tradimento! Il tradimento della nostra nazione! A causa della sua, chiamiamola debolezza, non voglio usare la parola ‘viltà’ anche se forse sarebbe il termine più adatto, a causa di questa grave inadeguatezza venne ucciso, anni fa, il migliore agente che la CIA abbia mai avuto. Lei, signora, dovrebbe portare un peso sulla coscienza e francamente mi stupisco che il partito democratico abbia ignorato tale inaudito precedente. L’uomo si chiamava John Lodge e questo dossier – lo sventolò all’improvviso – riporta esattamente quanto successe. Naturalmente, è a disposizione di tutti.”
Monica sbiancò in volto. Un momento dopo arrossì.
Si sarebbe aspettata di tutto, ma non quello. E Craven aveva ragione.
Molti anni prima, era stata catturata e torturata da una spia sovietica, Aglaja. Non era riuscita a resistere al dolore e aveva parlato, rivelandole dove abitava Lodge. Dopo la morte di quest’ultimo, ucciso dal numero uno dell’allora KGB, Aleksandr Stavrogin, nome in codice Matrioska, Monica aveva rischiato l’ergastolo, o forse la pena capitale. Per motivi politici, il direttore della CIA aveva bloccato ogni provvedimento disciplinare; ma sull’agente Squire era calata l’onta. Da stella nascente, era diventata un paria, accompagnata dal disprezzo di tutti i suoi colleghi, compreso Martin Yarbes, l’attuale marito. Ma poi…
Mentre nelle abitazioni del Texas, della California, della Virginia, dello Utah, e di ogni Stato americano, i telespettatori prendevano la decisione di votare per John Craven, dato che la sua antagonista era una vigliacca, Monica trasse un profondo respiro e disse: “E’ vero, senatore. Le cose andarono come lei le ha descritte. E io non mi sono mai perdonata.”
Era finita. Anche il più fervente democratico le avrebbe voltato le spalle. Molti non ignoravano che Craven non era uno stinco di santo, aveva i suoi scheletri nell’armadio, però non così gravi. Era inammissibile avere per presidente una donna disposta a tradire perché incapace di sopportare il dolore fisico. E in che mani si trovava la CIA?
Craven era trionfante, ma Monica non aveva ancora finito.
“Non intendo giustificarmi.”, dichiarò con calma. “E non voglio scagionarmi, ricordando agli amici che ci stanno ascoltando che successivamente fui io a uccidere Matrioska, l’icona del KGB. Accadde in Francia, a Cannes. Né accennare ai miei trascorsi in Afghanistan, quando abbattei un Hind sovietico, salvando in quella circostanza John Lodge. E neppure rammentare che durante il fallito golpe in Urss riuscii a eliminare un uomo terribile, come il maggiore Pomarev del Gruppo Alpha. Mi offrii volontaria per andare a Mosca, e poiché non ero più giovane e aitante affrontai un addestramento durissimo, dal quale uscii con le ossa rotte; ciononostante non mi tirai indietro. Se cito questi fatti, non è per riequilibrare la bilancia, ma per rendere il quadro della mia vita professionale completo. Tuttavia, è innegabile che la mia colpa fu grave.”
Craven fu sul punto di intervenire, ma lei proseguì. “In un’occasione, un’unica occasione, mi sono comportata da debole: ho avuto paura. Chi di noi non ha mai paura? La paura va combattuta, certo, e in seguito ci sono sempre riuscita. Il nostro è un grande popolo. Un popolo che ha combattuto aspre guerre, vincendo sempre, Vietnam a parte (e la ragione è che quel conflitto, al contrario di altri, non era approvato dalla coscienza collettiva). Un popolo formato da bravi cittadini, da patrioti, da uomini e donne che amano la libertà, la giustizia sociale, il progresso. Uomini e donne coraggiosi, però non esenti dalla paura. La paura della madre per il proprio figliolo, la paura dell’agricoltore che teme un raccolto scarso, la paura dei poliziotti che rischiano ogni giorno la vita, la paura degli insegnanti, degli imprenditori, dei medici. Tutti costoro la combattono, a ogni nuovo sorgere del sole. Anch’io la combatto. Mancai solo una volta. Capisco che è difficile immaginare a quali livelli di sofferenza ero arrivata. Fui sottoposta al waterboarding.” Monica addottò un tono di voce colloquiale, fissando la telecamera in modo che chi la stava seguendo alla tv, seduto sulla poltrona preferita o al tavolo di un bar, pensasse che lei si stava rivolgendo proprio a lui.
“Funziona così: vieni immobilizzato con i piedi in alto e la testa giù. Quando ti piove l’acqua sulla faccia, pensi di morire. La CIA ha effettuato degli esperimenti grazie ad alcuni volontari e nessuno di quegli uomini allenati e in superba condizione fisica ha resistito più a lungo di me. Alla fine, ho ceduto. Ero in preda al panico. Ma se oggi sono qui, è perché nel corso degli anni sono riuscita a combattere e a vincere la paura. E se è vero che si impara dai propri errori, io ho imparato. Grazie, amici.”

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