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Archive for Mag 2014

HeatherIl mazzo di rose baccarat scuro come il sangue più che un pensiero romantico sembrava un avvertimento minaccioso. Ormai da circa un mese, Danielle riceveva dei mazzi di rose e, come d’abitudine, guardò tra i lunghi e spinosi gambi, trovando il solito sacchetto di pizzo. Questa volta era una spilla incredibilmente bella, antica e preziosa. La osservò incredula e ammaliata, ma nel contempo impaurita, e dopo averla rigirata timidamente fra le mani la ripose assieme a tutti gli altri gioielli che aveva ricevuto nello stesso modo.
Era più spaventata del solito; sapeva che il giorno seguente sarebbe uscita sul “Los Angeles Times” la notizia del furto con la descrizione minuziosa del gioiello.
Non sapeva che fare. Recarsi alla polizia era da escludere, visto il suo passato, e poi chi avrebbe creduto a una simile storia? Chi riceve dei regali sontuosi da un anonimo?
Aveva sentito parlare di quattro giovani investigatrici, che molti chiamavano “le ragazze terribili”. Da quanto aveva appreso, risultavano determinate, oneste… e talvolta spietate.
Qualche tempo prima, Danielle aveva fatto parte di una banda che derubava le gioiellerie più esclusive; avevano sottratto diamanti, rubini, orologi di marca, senza farsi mai beccare. Poi il capo era scomparso, proprio nel momento in cui il medico le aveva confermato che lei aspettava un bambino da lui. Poiché, a sua volta, era sparita dalla circolazione, il resto della gang aveva pensato che fosse fuggita con Brad. In realtà, aveva deciso di cambiare vita e si era rifugiata dai genitori.
Inizialmente, il padre di Danielle aveva storto il naso, cercando di dissimulare l’indignazione; la mamma, che stravedeva per l’unica figlia, l’aveva invece abbracciata e stretta forte a sé. Alla fine, anche il padre aveva ceduto alla commozione e, perché no, all’orgoglio che derivava dal fatto che presto sarebbe diventato nonno. Danielle avrebbe avuto tutti i motivi per essere, se non felice, almeno serena; ma quei fiori, con annessi i gioielli, per lei rappresentavano un incubo.
“E’ un uomo violento, un pazzo!”
Catherine scrutò, pensierosa, la giovane donna. Patricia era da qualche parte in Indonesia, in vacanza; Meg e Heather erano in procinto di partire per il Messico. In quanto a lei, il mattino dopo si sarebbe sottoposta a un lieve intervento chirurgico: niente di grave, ringraziando il cielo.
“I suoi sono avvertimenti! E’ lui che mi ha lasciata, e senza pronunciare una sola parola d’addio; ma ora, nella sua mente contorta, ha deciso di farmela pagare. E non sarà una punizione lieve, glielo assicuro! Sono certa che, prima o poi, mi ucciderà. E pensare che un tempo mi amava, o almeno così sosteneva.” Danielle si strinse nelle spalle. “Ha perso la ragione!”
Catherine annuì. Detestava ciò che stava per fare, ma il dovere veniva prima di tutto, e quella “sciagurata” aveva il diritto di essere protetta. Prese il telefono e digitò un numero. Al terzo squillo, Heather rispose. “Mi dispiace…”, disse Catherine. Si allontanò dalla scrivania con la poltroncina girevole nella speranza che la giovane che sedeva di fronte a lei non udisse le imprecazioni che giungevano dall’altra parte del filo, degne – pensò, nascondendo un sorriso – di uno scaricatore di porto, ma di quelli tosti,  quindi riagganciò e tornò seria.
“Dopo aver partorito, è disposta a trascorrere qualche anno in prigione?”
Danielle scosse la testa. “Separarmi da mio figlio? Sono certa che sarà un maschio, bello come Brad, ma non cattivo e crudele come lui: avrà bisogno della mamma. E poi, lei lo sa cosa fanno le portoricane a donne come me?”
Catherine lo sapeva. La sua interlocutrice era graziosa, ma aveva un aspetto fragile. L’avrebbero violentata, questo era poco ma sicuro. D’altro canto, avrebbe dovuto pensarci prima. “Sono rincresciuta.”, disse in tono pacato. “Tuttavia, se desidera essere aiutata, questo è lo scotto che dovrà pagare.”
“La prego!” Danielle la fissò con gli occhi spalancati, torcendosi le mani. “Io non ho mai fatto del male a nessuno. Le persone che ho derubato erano assicurate, sono state risarcite. E le assicurazioni sono società a delinquere, al pari delle banche.”
Catherine trasse un profondo sospiro. “Vedremo.”, rispose.
Un’ora più tardi, la porta dell’ufficio si aprì. Apparve Heather, scura in volto. “Ok, capo!”, esclamò con esplicito sarcasmo.
Catherine le porse la foto di un uomo in jeans e canotta che dimostrava circa trent’anni, sul metro e ottanta, ottantacinque chili, muscoli e tatuaggi in evidenza; poi le spiegò ciò che si aspettava da lei.

Rintracciare Brad sembrava impossibile, ma Heather conosceva il luogo adatto dove raccogliere informazioni.
Abbigliata in modo adeguato all’ambiente, entrò in un sudicio bar e si guardò attorno nella penombra. Il tratto distintivo degli avventori che frequentavano quel bar, situato in una viuzza colma di immondizia, era che erano tutti pregiudicati. Heather ordinò una birra e andò a sedersi al tavolo di un giovane che conosceva. Non era esattamente un delinquente: la sua attività consisteva nel rubare auto o, in alternativa, furgoni e motociclette. Non guadagnava molto, poiché il suo ricettatore abituale era abilissimo a lesinare sul prezzo. In ogni caso, pensava Steve, era meglio non correre rischi inutili, perciò preferiva evitare individui a lui sconosciuti.
“Come te la passi, Steve?”, gli domandò facendo segno al proprietario del locale di portare un’altra birra. Bevvero con calma, poi lui ruttò e disse: “Niente di speciale.” Indicò il boccale ormai vuoto e aggiunse: “Il secondo giro è mio.” Heather annuì graziosamente.
Lasciò trascorrere alcuni istanti, quindi si sporse verso di lui. “Sto cercando un certo Brad.”
Steve si ritrasse, ma con un attimo di ritardo. “Mai sentito nominare.”, dichiarò con aria indifferente. “Un’altra birra? Offro ancora io.”
“No, grazie.” Heather fece scorrere lo sguardo fino all’ingresso. “Oh, oh, sento odore di guai.” Steve alzò gli occhi dal tavolo e vide la poliziotta. Non era di quel quartiere; si domandò cosa ci facesse lì. Inoltre era sola, e questo suonava strano: i piedipiatti si presentavano sempre in coppia.
L’agente si diresse verso di lui. Era giovane e attraente, però aveva l’espressione da dura, di quelle che non fanno sconti. O frigida o lesbica, considerò fra sé il ladro. La donna gli mostrò un tesserino, che un momento dopo fece scomparire, quasi come in un gioco di prestigio. “Le dispiacerebbe svuotare le tasche e deporre ogni oggetto sul tavolo?”
Steve ghignò. Cosa diavolo stava cercando? Comunque, lui era pulito. Tirò fuori un fazzoletto, un rotolo di banconote, alcuni spiccioli e la patente. “L’altra tasca del giubbotto.”, disse la sbirra, mentre riportava i suoi dati su un taccuino.
Steve obbedì, assolutamente tranquillo. All’improvviso, impallidì. La poliziotta raccolse un involucro di plastica trasparente, che era pieno di polvere bianca. Lo aprì e annusò il contenuto. “Mi segua alla centrale e senza opporre resistenza.”, disse in tono gelido.
“Non è roba mia!”, protestò il ladro, ed era vero; “qualcuno vuole incastarmi”, e anche questo era vero.
“Certo.”, commentò, asciutta, Meg. “Qui ce n’è abbastanza per spacciarla ad almeno dieci ragazzini. Forza, si alzi e non si sogni di provare a scappare. Non esiterei a spararle.”
Frastornato, incredulo e in preda a un vivo panico, Steve obbedì.
Intervenne Heather. “La prego, agente! Per questa volta non potrebbe chiudere un occhio?”
“E’ fuori questione.”
“Mi ascolti, per favore. Io sono un’investigatrice privata. Ho tutti i documenti in regola. Quest’uomo mi sta aiutando a risolvere un caso. Se lei lo arresta, a breve ci sarà un omicidio. Solo lui è in grado di evitarlo, e non perché sia coinvolto; semplicemente sa dove trovare l’assassino.”
Meg la scrutò, fingendo di essere perplessa. Quanto doveva durare ancora quella pantomima? Guardò il ladro e comprese che era terrorizzato. Non sospettava nulla. Si chinò, raccolse l’involucro che conteneva una quantità di aspirine debitamente ridotte in polvere e lo infilò in una tasca della divisa. “Per questa volta.”, disse. “Ma, stia attento: la controllerò.” Raddrizzò le spalle e uscì dal bar.
Steve era bianco come uno straccio. Sentendosi perfida, Heather domandò con aria angelica: “Dove posso trovare Brad?”

Lo trovò l’indomani, in uno scantinato buio e polveroso.
Era armata. Una precauzione superflua.
Rimase fortemente stupita e, dopo essersi presentata e aver spiegato le ragioni della sua visita, diede una rapida scorsa alla foto che aveva con sé.
Il suo primo pensiero fu che Steve, sebbene fosse spaventato, aveva capito che era stata a lei a infilargli in tasca la polverina e di conseguenza l’aveva deliberatemente ingannata.
Ma gli occhi non mentono. E quelli erano gli occhi di Brad.
Per il resto, non era più la stessa persona. Il viso emaciato, ogni traccia di muscoli scomparsa, doveva aver perso almeno trenta chili. E lo sguardo arrogante, da predatore, era stato sostituito da un’espressione sofferente.
Quest’uomo sta per morire.
Brad parve averle letto nel pensiero. “Mi rimangono pochi giorni di vita. Ai bei tempi era uno spasso rapinare le gioiellerie; nelle ultime settimane, invece, per me è stato uno sforzo inaudito. Se ce l’ho fatta, se ci sono comunque riuscito, è stato per un unico motivo: per amore. Dunque, la manda quella sciocca? Quell’adorabile sciocca?” Heather notò le lacrime. Provò un grande senso di disagio.
“So che avrò un figlio.”, mormorò l’uomo. “E ciò mi rende felice. Ma che padre potrei mai essere? Danielle deve rifarsi una vita… e quei fiori, quei gioielli sono il mio dono d’addio. Vendendoli, avrà il futuro assicurato. Potrà crescere bene il nostro bambino.”
Soffocò un singhiozzo e le indicò la porta.
“Sia gentile, mi lasci solo.”
Heather uscì sulla strada spazzata dal vento. Camminando curva, iniziò a piangere.

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AleksandrStavrogin si rivolse all’uomo che era al comando dell’imbarcazione, un turco che la sapeva lunga ma forse non a sufficienza. “Come da accordi, le devo il saldo, l’altro cinquanta per cento.” Frugò in una tasca dei pantaloni e ne estrasse un rotolo di banconote. Il turco annuì e si avvicinò a Matrioska. La spiaggia ora distava meno di cinquanta metri; l’acqua, comunque, era ancora profonda.
Cosa avrebbero fatto con tutti quei soldi, dopo esserseli spartiti? Sarebbero andati in qualche bettola a ubriacarsi e l’alcool elimina i freni inibitori, inducendo a parlare, a vantarsi. Aleksandr immaginava che Cipro pullulasse di solerti agenti del SIS e di informatori che non avrebbero saputo resistere al profumo delle sterline. E dove, se non nei locali più malfamati, si potevano raccogliere notizie, spifferi, chiacchiere avventate? I capelli grigio ferro, le lenti a contatto blu, la corta barba che si era lasciato crescere, unitamente ai documenti falsi che lo identificavano come un turista polacco, potevano aiutarlo tuttavia non rappresentavano certamente una garanzia. Lui stesso conosceva questo e mille diversi trucchi. Per quello agì, secondo quanto aveva già deciso di fare, sin dal momento in cui aveva ingaggiato l’equipaggio di turchi.
Ciò che lo distingueva da Altmann era il fatto che non uccideva per piacere, ma solo in base alla convenienza; se ammazzare una persona era utile ai fini di una missione, allora non esitava a farlo, in caso contrario lasciava perdere. L’unica eccezione era proprio costituita dal tedesco: quando lo avrebbe eliminato, sarebbe stato come deporre una corona di fiori sulla tomba di Klavdij.
Porse il denaro al turco, mentre con la sinistra tirava fuori la Tokarev munita di silenziatore. Un istante dopo, fece fuoco sugli altri tre, che non si erano accorti di nulla. I cadaveri finirono nel mare, in pasto ai pesci. Stavrogin condusse il peschereccio fino alla riva, lo trasse in secca sfruttando la forza delle onde, lavò accuratamente il ponte e si cambiò, indossando dei comuni jeans e una felpa sportiva. A circa duecento metri notò l’insegna di un ristorantino ancora aperto. Si avviò in quella direzione e consumò una cena eccellente.
Poi, trovata una pensione in una via interna, andò a dormire.
Esistono molteplici modi per compiere un omicidio, anche nel caso in cui il bersaglio sia protetto da un adeguato gruppo di professionisti, ma a una condizione: che l’assassino sia disposto a morire nel corso della sua missione. Nei primi anni Sessanta, l’OAS, vale a dire l’élite dell’esercito francese, tentò invano di attentare alla vita di Charles de Gaulle; se il risultato fu una serie di fallimenti, dipese dalla mancanza di quell’indispensabile presupposto. Al contrario, J.F.K. venne eliminato, senza problemi, e come lui, lo statista italiano Aldo Moro, poiché chi intraprese quegli atti criminosi non si curava della propria incolumità personale. Per Matrioska, questo non rappresentava un problema, ma per l’Unione Sovietica sì, dato che egli rappresentava una grande risorsa del KGB. Di conseguenza, era deciso a uccidere senza essere ucciso a sua volta. Dopo aver riesaminato mentalmente il suo piano, passando in rassegna le possibili difficoltà, cadde in un sonno profondo e piacevole.
Il mattino seguente si dedicò ad alcuni acquisti. Comprò una grossa borsa nella quale, tornato alla barca, mise gli strumenti che aveva portato con sé. In un secondo negozio, prese un rotolo di nastro adesivo. In un’edicola, si munì di una cartina geografica. Per ultimo, in un negozio specializzato, acquistò una tonaca da sacerdote ortodosso, che indossò nel bagno di un bar. Se anche qualcuno degli avventori rimase stupito da quella trasformazione, non lo diede a vedere; in ogni caso, ai più passò inosservata. Jeans e felpa finirono in un cestino per i rifiuti.
Alle dieci, si recò in una cabina telefonica e compose il numero di un albergo di lusso. Quando gli risposero, chiese di essere messo in comunicazione con il signor Klaus Altmann. La chiamata fu subito inoltrata. L’uomo si trovava ancora in camera da letto.
Quando Altmann sollevò il ricevitore, Matrioska si espresse in tedesco. “Interessante come messinscena. Però, credo, anche superflua: avremmo potuto incontrarci a Londra. A Berlino? No, lì no. Non è aria per i nazisti.”
“Signor Stavrogin! E’ un vero piacere sentirla. Ha ragione, lo ammetto. Che dire? Gli inglesi sono così… inglesi. Questa è un’operazione congiunta. Gran Bretagna e Stati Uniti. Io non avevo alternative, lei comprenderà.”
“Comprendo, certo. E mi pongo una domanda: avrebbe il coragggio di incontrarmi, da solo, senza il supporto del MI6 e della CIA?”
Si udì una risatina soffocata. “Ach so. Volentieri. Non chiedo di meglio.”

Yazenevo è situato sul raccordo anulare, a ovest di Mosca. Al quarto piano, un uomo leggeva il rapporto che gli era stato inoltrato da Londra, mediante corriere diplomatico. Quell’uomo era considerato una leggenda. Era a capo della quarta sezione della prima direzione centrale del KGB, che si occupava della Germania e dell’Austria. Pertanto, in teoria, quanto avveniva a Cipro o in Gran Bretagna non avrebbe dovuto interessargli; ma in quel caso si trattava di Matrioska, che egli stesso aveva incaricato di far piazza pulita a Berlino.
Benché la sua posizione fosse di assoluto rilievo, Ivan Ivanovic Volkov sarebbe potuto essere il Primo vicepresidente, se non il leader assoluto del KGB. Se questo non si era verificato, era stato a causa del suo carattere e delle critiche esplicite che aveva rivolto, in più di un’occasione, alle alte sfere del Politburo. Per due volte era stato mandato in estremo oriente, a scopo punitivo, ma era sempre tornato trionfante, dopo aver dato scacco matto ai servizi segreti di Cina e Giappone.
Nativo di Smolenks, si era arruolato, giovanissimo, e aveva combattuto valorosamente contro la Germania, nella seconda guerra mondiale; in seguito era entrato a far parte del KGB, inizialmente come agente operativo, poi a livello dirigenziale. A lui si dovevano successi straordinari, il più importante dei quali era riassunto in un breve e conciso messaggio che aveva trasmesso alle autorità dell’Unione Sovietica: abbiamo il pieno controllo di Berlino. Era pervenuto a tale risultato sigillando i vagoni della metropolitana, istituendo ovunque posti di blocco, creando un apparato di sicurezza ineguagliabile; ciò che Altmann stava minando ora.
Aveva reclutato uomini e donne della CIA, del SIS e perfino dell’FBI; aveva addestrato centinaia di giovani russi, insegnando loro i principi del mestiere ma soprattutto quella che reputava la prima necessità: rimanere in vita.
Volkov rilesse il rapporto del rezident di Londra. Si alzò e andò alla finestra per guardare la neve che cadeva. Nel frattempo, frugava nella memoria, visualizzando i profili di tutti gli agenti che aveva diretto. Alcuni molto capaci, altri semplicemente bravi, altri ancora inadatti. Fra tutti, però, uno solo era riuscito a impressionarlo.
Volkov rammentava bene il suo primo incontro con Aleksandr Stavrogin. Di lui lo avevano colpito gli occhi, gelidi, inespressivi. Era un grande conoscitore di uomini e, osservando l’agente che si trovava sull’attenti davanti alla sua scrivania, si era detto che aveva trovato il migliore, il fuoriclasse, colui che i Paesi imperialisti avrebbero imparato a temere.
Sapeva, altresì, che Klaus Altmann proveniva dalla Gestapo, anch’egli, a modo suo, un fuoriclasse. Non c’era nulla che potesse fare, tranne attendere e sperare.  Nel frattempo, però, fece una telefonata.

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