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Archive for aprile 2014

Il lato oscuroNegli ultimi tempi avevano guadagnato molto, in particolare grazie al signor Diego Gomez che aveva devoluto loro il venti per cento del suo milione di dollari ricavato dalla vendita del Goya. Senza contare la generosità del padre di Michelle, la ragazza stuprata al campo sportivo, il distinto dottor John Williams.
Catherine decise che le ragazze meritavano una vacanza premio, sette giorni da trascorrere in montagna. Per qualche ragione, dopo aver sfogliato numerosi depliant, scelse l’Italia e precisamente Bormio, un paese situato in provincia di Sondrio, famoso per le terme oltre che per i campi da sci e per il pittoresco paesaggio. Ubicato in una conca, offriva un panorama ridente, a differenza di altre località più cupe dove le montagne incombevano su strette vallate e il clima era più rigido.
Dopo aver attraversato l’oceano, si fermarono per un giorno a Milano, dedicandosi a vari acquisti. Avevano viaggiato leggere. Dietro suggerimento del portiere dell’hotel Gallia, si recarono da Moncler dove comprarono bianche tute sexy, scarponi da sci – solo due paia per Catherine e Meg -, pattini per Heather, e comodi alti doposci di pelo per tutte e quattro. Gli sci li avrebbero affittati in loco.
Dopo un ottimo pranzo, consumato da Bagutta in zona Montenapoleone (Meg aveva proposto hamburger e patatine, ma venne fulminata da sei occhi), noleggiarono una Lancia. Poi acquistarono vestiti adatti per la sera da Dolce e Gabbana. Infine, Patricia, l’unica non sportiva, si dedicò ai libri. Scelse “Inferno” di Dan Brown, “Il crepuscolo della Lubjanka” di una certa Alessandra Bianchi, unitamente a un dizionario dato che non esisteva una versione tradotta in inglese del romanzo dell’italiana. Patricia era misteriosamente attratta dal KGB.
Cenarono al Gold di Dolce e Gabbana e andarono a dormire presto.
L’indomani presero l’autostrada dei laghi, esplorarono velocemente Como, dopodiché puntarono sulla Valtellina. Arrivarono in tutta calma a Bormio per l’ora dell’aperitivo. Avevano una settimana davanti a loro. Le giornate impiegate a trasvolare l’Atlantico e la sosta a Milano erano fuori dal computo dei sette giorni. Alloggiavano all’albergo Miramonti.
A causa dell’euforia, esagerarono un po’ con i grossi calici di Inferno, un tipico vino locale dall’ottimo sapore. La cena, a base di pizzoccheri e di brasato con polenta, le rimise comunque in sesto. Più tardi, mentre Meg e Heather andavano a ballare e Catherine si concedeva una lunga passeggiata, Patricia si rintanò in camera e cominciò a leggere il libro di Bianchi. Fu subito attratta dal personaggio di Monica Squire, l’eroina della CIA, inviata in Unione Sovietica per cercare di contrastare il golpe dell’agosto del 1991. Rabbrividì quando comparve la sinistra figura del maggiore Pomarev. A tarda ora, si addormentò.
Al risveglio la accolse una splendida mattina di sole.
Trascorsero i primi tre giorni divertendosi moltissimo. Di notte, una sagoma furtiva usciva dalla sua stanza… la porta della camera di Meg era aperta, e Heather la raggiungeva nel letto. All’alba, sgattaiolava fuori, benché per quanto riguardava Catherine e Patricia fosse una precauzione del tutto inutile.
Il fatto accadde al quarto giorno.
Come talvolta succede nella vita fu un avvenimento fortuito. Ormai ben rodate, Meg e Catherine si sfidarono in una gara di discesa libera. A metà percorso risultò chiaro chi avrebbe vinto. Meg, tuttavia, non accettò la sconfitta e tagliò per un tratto di neve fresca, parallelo alla pista ma provvisto di meno curve. Malgrado sapesse sciare bene, lo affrontò con eccessivo impeto nel disperato tentativo di riguadagnare il terreno perso. Con la coda dell’occhio, Catherine la vide “volare” e un attimo dopo finire a terra a pochi centimetri da un albero.
Si fermò, derapando con perfetto stile, e iniziò la faticosa risalita, augurandosi che l’amica non si fosse fatta male. Con sollievo, notò che si stava rialzando. Comunque, continuò a salire, alzando un braccio in segno di vittoria. Meg le mostrò la lingua.
Poi, però, qualcosa attrasse la sua attenzione.
In quel momento, Heather volteggiava sui pattini. Molti sguardi avidi erano puntati sulle sue gambe che i collant mettevano in generosa evidenza. Dal canto suo, Patricia sorseggiava una cioccolata calda, godendosi il sole e trepidando per la sorte di Monica Squire: per leggere, usava sempre meno il dizionario. Fra le numerose doti che possedeva, rientrava una grande capacità di apprendimento.
Meg cadendo aveva perso uno sci. Tolse anche l’altro e si diresse verso un gruppo di piante oltre al quale un sentiero sterrato portava a valle. Scorse una jeep parcheggiata in uno spiazzo e soprattutto distinse più chiaramente quanto stava avvenendo.
La ragazza era magra, dall’aspetto fragile. I due uomini erano grossi e massicci. Uno dei due la teneva ferma, l’altro le aveva rimboccato una manica del maglione e si apprestava a conficcarle un ago nella pelle.
“Vi prego!”, supplicò la giovane, piangendo. Si esprimeva in un inglese che denotava la sua origine britannica. Gli altri risero. “Hai fatto la cattiva.”, disse quello che la immobilizzava.
“Ho smesso!”, gridò lei.
“Non si può smettere, senza il nostro consenso.”
“Vi prego!”, ripeté la ragazza. “Vi scongiuro.”
“Io non vi prego. Io vi ordino di lasciarla immediatamente!”, intervenne Meg.
Gli energumeni la fissarono. “E tu chi saresti?” L’accento le sembrò vagamente slavo.
“Non importa. Andatevene e lasciatela stare!”
Probabilmente, pensò Meg, l’avevano seguita fin lì dall’Inghilterra; questo significava che in passato era stata una buona cliente. Difficile rinunciare ai soldi facili. In ogni caso, se era riuscita a smettere, la ragazza meritava rispetto… e aiuto. Nella sua immaginazione, si figurò uno scenario: quella giovane era figlia di un facoltoso commerciante di tessuti, oppure di un industriale. Era caduta nella trappola della droga. Poiché disponeva di molto denaro, non aveva difficoltà a comprare dosi sempre più abbondanti. I genitori non sospettavano nulla, ma lei capiva che stava correndo verso un baratro. Un giorno, aveva trovato il coraggio per venirne fuori. Era stata dura, ma ce l’aveva fatta. A quel punto, erano cominciate le telefonate minatorie. Lei ingenuamente aveva deciso di trascorrere l’inverno in Italia, convinta che così avrebbero smesso di tormentarla. Si era sbagliata.
Il più alto dei due si mosse verso Meg con fare minaccioso. Non si accorse della presenza di Catherine e non vide lo sci che si abbatteva sulla sua fronte. Meg sferrò un calcio ai testicoli dell’uomo con l’ago. Il delinquente si accasciò gemendo.
Catherine tirò fuori il cellulare e compose il 112. Prima di andare all’estero, è bene informarsi.
L’inglesina le strappò il telefonino dalle mani. La guardarono stupite. Ciò che videro le sorprese ancor di più. La povera vittima innocente si era trasformata in una maschera di ghiaccio. “Idiote!”, sibilò. “Era un gioco e ci stavamo divertendo! Avete rovinato tutto.” Abbassò lo sguardo su uno dei due uomini. “E avete fatto male a Drazen! Siete due povere, piccole, bastarde!”
Catherine la squadrò freddamente. “La vita è tua.”, disse. Le torse il polso, strappandole un grido di dolore e costringendola a restituire il cellulare.
Poi le due americane si allontanarono, disgustate.
Qualche minuto più tardi, Meg annunciò che aveva fame.
Catherine scoppiò a ridere. “Sei un’ingorda!”

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Klaus AltmannUn elicottero era sempre pronto, ventiquattro ore su ventiquattro. La persona che aveva ricevuto la telefonata da Londra impiegò venti minuti per raggiungere l’hangar. Cinque minuti più tardi era in volo.

L’anziana donna scosse ripetutamente Altmann. Lui, destatosi da un sonno pieno di incubi, cercò di metterne a fuoco l’immagine.
“Lei è ubriaco oppure sta molto male. Deve andare subito in ospedale!”
Altmann si rialzò a fatica, riacquistando il controllo. Notò che la vecchia fissava inorridita il suo braccio sinistro. Durante la lunga camminata era incespicato più volte, finendo a terra. I suoi abiti erano ridotti a brandelli e il tatuaggio che riportava il gruppo sanguigno e il numero di matricola era ben visibile. A suo tempo, tali tatuaggi erano serviti ai medici per soccorrere per primi i membri delle SS e della Gestapo; in seguito erano stati utili agli Alleati per individuarli e arrestarli, con l’unica eccezione del dottor Josef Mengele che per ragioni misteriose ne era privo e pertanto riuscì a eclissarsi.
La donna gli puntò un dito contro. “Tu! Tu sei una carogna nazista!” Parlava un italiano perfetto, ma osservandola Altmann comprese che era una lurida ebrea, per qualche motivo scampata a un campo di prigionia.
Altmann si guardò attorno. Erano in una zona isolata, la casa più vicina distava almeno duecento metri; dalla strada non potevano essere visti, grazie ai cespugli che li nascondevano. Si chiese perché la donna fosse passata di lì, ma era una domanda inutile, insignificante. Mentre l’ebrea urlava con voce stridula, l’afferrò e poi strinse la sua gola con tutta la forza che aveva. Era ancora esausto, ma l’odio gli infuse l’energia necessaria. La donna finì a terra con gli occhi sbarrati. Altmann osservò il cadavere con disprezzo. Adesso doveva lavarsi, trovare dei vestiti e mangiare qualcosa. Trasse un profondo respiro. Un passo alla volta.

Furono sufficienti poche parole pronunciate in francese e una generosa mancia elargita al portiere per ottenere la chiave della camera di Altmann. Stavrogin frugò in tutti i cassetti, guardò sotto il letto e ispezionò l’armadietto del bagno senza trovare nulla di rilevante. Tempo perso, pensò, ma era abituato a essere meticoloso. Scese nella hall dell’hotel Du Lac e da lì prenotò un volo per Bruxelles. Giunto nella capitale belga, avrebbe noleggiato un’altra auto. Sapeva come passare i confini che lo separavano dalla Germania est. Una volta tornato a Berlino, avrebbe smantellato definitivamente la rete dei traditori.
Uscì dall’albergo e si diresse verso il parcheggio dove aveva posteggiato la Bmw. Era in una piccola piazza nella parte alta di Bellagio. A quell’ora c’era poca gente in giro e con la coda dell’occhio notò la giovane donna che lo seguiva. Fra le mani aveva una cartina geografica e ogni tanto si fermava a consultarla, come avrebbe fatto un turista qualsiasi. Ma non era una turista, si disse Matrioska. E’ difficile stabilire in base a quale particolare il russo individuò in lei un’agente della CIA. Non dagli abiti né dall’aspetto fisico. L’esperienza, l’addestramento Spetsnaz, il fiuto o il modo con cui “fingeva” di guardare la piantina: probabilmente l’insieme di queste quattro cose.
Costruita tra l’undicesimo e il dodicesimo secolo, la Basilica di San Giacomo è un monumento nazionale. Provvista di un antico e suggestivo impianto a tre navate, all’interno contiene varie opere d’arte. Fu lì che Stavrogin entrò, soffermandosi a contemplare un dipinto del Perugino.
Attese cinque minuti. La donna rimase fuori. Matrioska estrasse la pistola e si avvicinò all’uscita.

Civenna dista sette chilometri da Bellagio e dispone di un eliporto. E’ un paese che vive di turismo grazie al magnifico panorama che offre. E’ possibile infatti vedere il ramo di Lecco del lago di Como e le montagne che si stagliano sulla riva orientale. I villeggianti sono perlopiù famiglie anziane o con bambini piccoli, dato che i divertimenti scarseggiano; in compenso, si possono compiere lunghe passeggiate, la tranquillità è garantita e il clima, anche in piena estate, è fresco, poiché il piccolo centro è situato a 627 metri di altezza. Per raggiungere Bellagio occorre affrontare un tratto di strada interamente in discesa.
Il taxi proveniente da quella località era già arrivato e il conducente stava aspettando, appoggiato all’automobile. Aprì la portiera posteriore, fece accomodare la persona che aveva telefonato da Milano, risalì in macchina e avviò il motore.
Viaggiarono in silenzio. Tutti i tentativi dell’autista di intavolare una conversazione caddero nel vuoto.
Il taxista scrollò le spalle.

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IL MIO NUOVO LIBRO

IL CREPUSCOLO DELLA LUBJANKAUna storia di spionaggio, ma anche d’amore, nel quadro di avvenimenti reali.
Il nuovo romanzo dell’autrice più letta dai servizi segreti russi 😛
Chi fosse interessato ad acquistare il libro mi contatti qui: sandraoale@gmail.com

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