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Archive for marzo 2014

Kris HoweLa giovane, atletica e attraente, che indossava jeans firmati e un elegante giubbotto si pose ancora una volta la stessa domanda: meritava, forse, di vivere l’ex Hauptsturmführer della Gestapo? E la risposta fu la stessa che si era già data dieci volte.
Era arrivata a Bellagio con un’auto a noleggio, percorrendo prima l’autostrada dei laghi e poi la tortuosa strada che costeggia il Lario sulla sponda orientale del primo bacino; dall’altra parte c’erano Cernobbio, Lenno, Tremezzo, paesi di cui ignorava l’esistenza, ma che forse, se li avesse visitati, le sarebbero piaciuti.
Seduta in un bar poco distante dall’hotel Du Lac, sorseggiava un cappuccino senza distogliere lo sguardo dall’ingresso dell’albergo. Il locale disponeva di un’ampia vetrata che le permetteva una visuale perfetta. Un’ora più tardi, al terzo cappuccino, guardò l’orologio, si alzò e telefonò all’hotel, chiedendo del signor Altmann. In un buon inglese, una ragazza le rispose che non c’era. Non si addentrò in altri particolari e riagganciò prima che Kris potesse parlare ancora. Se anche conosceva bene il tedesco, il francese e lo spagnolo, era comunque una maleducata, pensò l’agente della CIA.
Tornò a sedersi, ordinò una pizza e passò in rassegna vari scenari. Primo, Altmann aveva già individuato il russo, gli aveva teso un agguato e lo aveva eliminato. In questo caso, probabilmente adesso era diretto verso l’aeroporto per fare ritorno a Londra a riferire che la missione era stata portata a termine con successo. Oppure era già comodamente seduto in prima classe, intento a bere champagne. Avrebbe chiamato Langley per informarsi. Non era un’eventualità gradevole: sarebbe stato umiliante per un “controllore” chiedere informazioni, anziché fornirne. Per Kris Howe essere considerata una stella in ascesa era un motivo di orgoglio e la prospettiva di perdere punti non la solleticava per niente.
Secondo, l’uomo del KGB aveva ucciso Klaus Altmann. Se era vero ciò che si diceva di lui, non era un’ipotesi da trascurare. Riguardo alle conseguenze, erano ugualmente deprimenti. Le avrebbero fatto notare con fredda cortesia che non l’avevano mandata in Italia per un viaggio di piacere. Dove si trovava lei, quando l’ex Hauptsturmführer era stato ammazzato?
Terzo – ed era quello che si augurava -, i due non si erano ancora incontrati.
In tal caso, doveva scegliere fra due opzioni: aspettare che Altmann si facesse vivo e nel frattempo continuare a sorvegliare l’albergo, oppure mettersi in moto per cercarlo. Facile a dirsi! Consultò la carta geografica che aveva acquistato in un negozio di souvenir di Como, in piazza Cavour.
C’erano tre modi per arrivare a Bellagio. Da Lecco, da Erba o mediante l’itinerario che aveva scelto lei. Scrollò il capo. No, si corresse. Ne esistevano almeno dieci. Con un motoscafo, con il ferry-boat, con un battello.
Si pentì di aver lasciato Monica Squire a Londra. La giovane collega avrebbe potuto esserle d’aiuto: si sarebbero divisi i compiti. C’era però il rischio che Monica cercasse di impedirle di eliminare Altmann; lo disprezzava quanto lei, ma Kris non la conosceva a fondo: era possibile che fosse una donna piena di scrupoli. O magari l’avrebbe tradita, denunciandola, per farle le scarpe. Quanto è vasta l’ambizione umana? Pensieri inutili, si disse. Era sola e avrebbe agito da sola. Finì la pizza e spostò lo sguardo sul lago, che luccicava ai raggi del tiepido sole invernale.
Decise che per il momento avrebbe aspettato.
Non poteva sapere che Altmann e il russo in effetti si erano già incontrati, la notte precedente, né, e questo era ovvio, cosa era accaduto.

Babij Jar, Unione Sovietica, 30 settembre 1941. Mancavano pochi ebrei per raggiungere il conto finale di 33.771 vittime. Tra di essi, una bambina che rispondeva al nome di Rivka. Aveva da poco compiuto dieci anni e in una baracca vicina al grande fossato dove venivano gettati i corpi privi di vita di quegli sfortunati ucraini di ceppo ebraico – Babij Jar si trova nei pressi di Kiev – desiderava raggiungere al più presto i suoi genitori.
Era meglio di ciò che stava subendo da quell’individuo orribile.
Nikolaus Barbie, Hauptsturmführer della Gestapo, che in seguito sarebbe diventato Klaus Altmann, la stava stuprando. L’indomani sarebbe tornato a Lione, ma aveva accolto con gioia l’ordine di recarsi nell’Urss per partecipare al massacro. Quando, con un grugnito, eiaculò, trasse un sospiro soddisfatto. Si alzò dalla sudicia branda, prese la pistola e sparò alla bimba, mirando al viso.
L’errore che l’Uomo di Ghiaccio commise quella notte di molti anni dopo fu quello di “non” mirare alla testa di Stavrogin. Lo prese in pieno petto e, grazie al giubbotto antiproiettile di kevlar, Matrioska non riportò danni.
L’agente del KGB balzò in piedi.
Non cercò di prendere il fucile. Si avventò a mani nude su Altmann.

L’otto marzo del 2006 ho aperto il mio primo blog, su Splinder. Da quel giorno sono trascorsi otto lunghi anni. Desidero ringraziare tutti gli amici che mi hanno seguita, prima su Splinder e poi qui.
Mi auguro di continuare a scrivere storie che in qualche modo vi tengano compagnia 🙂

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Il lato oscuro - MegTom Miller aveva morbidi capelli biondi, pettinati con estrema cura e freschi di shampoo, occhi azzurro cielo; le unghie delle mani rivelavano l’esperto lavoro di una brava estetista; indossava abiti di lusso dal taglio perfetto: l’immagine di un uomo di successo. Ma era palesemente sconvolto.
“Ho fatto una cosa terribile.”, disse evitando lo sguardo di Catherine. Visto che non riceveva risposta, dopo un momento proseguì. “Una cosa di cui mi pentirò per tutta la vita, e della quale solo Dio, nella sua infinita misericordia, potrà forse perdonarmi.”
Dato che indugiava, Catherine lo invitò a spiegarsi meglio.
Miller si guardò attorno, come per guadagnare tempo. Alla fine venne al dunque. “Indiana, mia moglie, è una donna bellissima e appartiene a una famiglia molto ricca. Io la amavo… la amo ancora per la verità, ed è per questo che mi trovo qui. Ho sentito delle voci su di voi: in giro, dicono che siete formidabili!”
“E lei, signor Miller, ha bisogno di aiuto.”, interloquì Catherine. “Ma a quale proposito?”
“Indiana ha un amante!”, proferì in tono brusco l’uomo. “E non si tratta soltanto di quello. I miei affari vanno male. E sono il suo principale erede… uno più uno… Posso fumare?”
“Certo.”
Miller si accese una sigaretta, aspirò una boccata, quindi scosse la testa. “Per farla breve, ho assoldato un killer – il migliore – e gli ho affidato l’incarico di… ucciderla. Ora sono pentito, però non c’è modo di fermarlo. Non lo conosco di persona, sono arrivato a lui tramite un contatto nella mala.”
“Rintracci il suo contatto.”
Miller scosse di nuovo il capo. “E’ morto, ieri sera, nel corso di una rissa. E l’assassino agirà presto, molto presto. Questione di un giorno o due, in base a precisi accordi. Ha ricevuto metà del compenso pattuito, poi, a lavoro ultimato, sarà lui a rintracciarmi per riscuotere il resto. Chiaramente, non posso rivolgermi alla polizia e in quanto ad assoldare delle guardie del corpo non sarebbe una buona idea: il killer è micidiale, probabilmente sopprimerebbe anche me. Lei mi capisce. Però, qualcuno deve fermarlo, deve salvare la vita di Indiana. Allora ho pensato alle “ragazze terribili”, non vedevo altre soluzioni.”
Catherine lo fissò per alcuni secondi in silenzio.
Miller adesso la guardava ansiosamente. “Dunque?”, chiese.
“Meg.”, disse Catherine.

Tom Miller presentò la giovane investigatrice alla moglie, dichiarando che era una sua nipote. Si trovava in città per una breve vacanza e gli era parso corretto ospitarla. Indiana non sembrò entusiasta. Tom non le aveva mai parlato di questa nipote. Fra le due donne c’erano sette-otto anni di differenza e Meg era bella: il tarlo della gelosia si insinuò in lei. Fu cortese, ma fredda. Provava un’antipatia istintiva. Soprattutto non credeva in quella parentela. Certo, Tom avrebbe potuto andare nel suo albergo senza portarla in casa; ma talvolta suo marito si comportava in modo strano. Inoltre, dormivano in camere separate, e lei aveva il sonno pesante, a causa dei sonniferi e dei tranquillanti che assumeva in dosi esagerate. Durante la notte, nulla avrebbe impedito a Tom di raggiungere il letto di quella odiosa e avvenente rivale.
“Dovrai adattarti.”, disse a Meg. “Ho concesso due giorni di libertà alla servitù. Io cucinerò, ma tu apparecchierai la tavola, sparecchierai e laverai i piatti. Sono una brava cuoca, e cucinare mi piace; ma non intendo farti da serva.”
“Nessun problema.”, ribatté Meg con un sorriso.
Indiana si rese conto di essersi lasciata sopraffare dal risentimento, perdendo il suo abituale autocontrollo. “Scusami, non volevo essere sgarbata.”
“Figurati!” Meg le rivolse un altro sorriso.
“Ti mostro la tua stanza.” Lasciarono il soggiorno, mentre Miller si versava un bourbon con ghiaccio. Si sentiva estremamente soddisfatto e non era minimamente interessato alla manifesta ostilità della moglie. Ciò che contava era che, dietro suo suggerimento, sebbene fosse perplessa, Indiana aveva liquidato i domestici.
Qualche minuto più tardi, Meg ispezionò con cura il lussuoso appartamento, prendendo nota del sistema di allarme, del fatto che fosse al quarto piano e che quindi le finestre non costituivano un problema, poiché non c’erano lavori in corso e perciò nessuna impalcatura, grazie alla quale qualcuno potesse arrampicarsi. Che l’assassino arrivasse con un elicottero le sembrava un’ipotesi molto remota. La porta d’ingresso era massiccia e dotata di due serrature a prova di scasso. Concentrò la sua attenzione sull’ingresso di servizio, che dava sulla cucina. Il killer sarebbe entrato da lì, concluse.
Quella notte non accadde nulla.
Il giorno dopo, Miller uscì per recarsi al lavoro. Le due donne rimasero sole, in un’atmosfera alquanto tesa, dato che Indiana, con il passare delle ore, diventava sempre più maldisposta nei confronti di Meg, anche se ostentava una falsa cordialità. Era comunque affascinante, considero fra sé la giovane. Alta, slanciata, con magnifici occhi grigi. Un po’ troppo esile, forse. In ogni caso, si prodigò per risultarle simpatica, anche se con scarso successo.
Miller rincasò poco prima di cena.
Bevve il suo consueto bourbon con ghiaccio, poi chiamò Indiana e Meg, che stavano trafficando ai fornelli.
“Cosa c’è?”, gli domandò la moglie.
“Voi due avete litigato.”, disse l’uomo con un tono di voce distaccato. “La lite è trascesa.”, aggiunse con un sorrisetto compiaciuto. “Siete venute alle mani e tu, mia cara, hai riportato la peggio. Meg è più forte di te. Umiliata dall’esito della lotta, sei però riuscita a divincolarti e sei corsa verso il cassetto dove io custodisco la mia pistola. L’hai presa e hai sparato a “mia nipote”. Purtroppo per te, lei ti ha strappato l’arma dalle mani e, prima di morire, ha fatto fuoco a sua volta.”
Le due donne lo guardarono sbigottite.
Tom Miller si era messo un paio di guanti e impugnava la pistola. “Le impronte dimostreranno alla polizia, con cui mi metterò in contatto dopo un certo lasso di tempo, che i fatti si sono svolti esattamente come vi ho appena descritto. In quanto a Meg, spiegherò che fra noi esisteva una relazione e che ero in procinto di chiedere il divorzio. Questo chiarirà il motivo della sua presenza, qui, e la ragione del vostro litigio. Incidentalmente, poi io erediterò i tuoi beni.”
“Sei pazzo!”, esclamò Indiana.
“Oh, non lo credo proprio, mia cara.”
Miller sorrise e prese la mira, puntando l’arma in direzione di Meg.
“E ora, adieu!”
Una frazione di secondo più tardi, barcollò per poi cadere pesantemente a terra.
Meg si sistemò la manica, da dove aveva estratto lo stiletto.
Indiana si precipitò ad abbracciarla.
“Se devo essere sincera”, commentò Catherine la mattina seguente, “sospettavo qualcosa di simile. Quell’uomo non mi piaceva.”
“E non ci abbiamo rimesso niente!”, annunciò trionfante Meg.
“La vedova si è dimostrata molto generosa.”

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AleksandrAleksandr Stavrogin aveva preso una camera in un albergo di Lecco. Per qualche ragione, preferiva cambiare sistemazione ogni giorno. Dopo aver consumato un pasto a base di pesce di lago, che non gli sembrò particolarmente saporito, tornò in albergo e disse al portiere che non si fidava di lasciare la sua Bmw incustodita di notte. L’hotel non disponeva di posti auto, come la maggior parte degli alberghi della zona.
L’uomo gli suggerì il nome di due garage, ma Stavrogin dichiarò che preferiva un box privato. Una rapida consultazione del giornale locale permise di appurare che nei dintorni in effetti affittavano un box. Il portiere telefonò e si accordò per un mese di affitto, pagamento anticipato. Matrioska lo ringraziò, si recò all’indirizzo convenuto, saldò il conto e si fece consegnare le chiavi. Aspettò che aprissero i negozi e acquistò una tuta da meccanico, guanti da lavoro e una serie di attrezzi. Dieci minuti più tardi, dopo aver azionato il cric, era sdraiato sotto la macchina, intento a recuperare l’arma con la quale avrebbe ucciso Altmann.
Quella notte Aleksandr si concesse un sonno più lungo del solito. Si svegliò alle nove del mattino, si rase, fece la doccia e indossò vestiti puliti. A quell’ora non servivano più la prima colazione.
Uscì dall’albergo, si fermò in un bar vicino, dove ordinò cappuccino e una fetta di torta, quindi raggiunse a piedi il box.
Spirava un vento freddo che proveniva dalle montagne che sovrastano Lecco, però il cielo era sereno e sgombro da nubi. Il russo lanciò un’occhiata alle acque increspate del lago. Immaginava che fossero gelide; comunque era una visione affascinante. Sorrise fra sé al pensiero della baia dov’era ormeggiato il suo dragone: lì l’acqua era dieci volte più gelida. Come sempre, il sorriso non si estese ai freddi occhi grigi. Al largo intravide una barca solitaria, che riconobbe per un flying dutchman. Si soffermò a osservarla per alcuni momenti, riassaporando la profonda gioia che provava quando usciva in mare. A causa del lavoro che svolgeva, questo non accadeva sovente; d’altro canto, era un comunista convinto e sapeva di operare per il bene. Appartenere al KGB era un motivo di orgoglio. Se fosse arrivato alla vecchiaia, avrebbe avuto tutto il tempo che voleva per dedicarsi alla vela. Abbandonò quelle riflessioni e girò le spalle al lago.
Una volta che fu all’interno del box, prese il fucile, lo smontò e lo rimontò con attenzione, controllando che tutti i meccanismi funzionassero perfettamente.
L’arma pesava circa quattro chili, aveva una portata di ottocento metri ed era dotata di un caricatore da dieci colpi. La canna, piuttosto sottile, terminava con un soppressore di fiamma ed era internamente cromata in modo da aumentare la resistenza alla corrosione.
Poi Matrioska si tolse giaccone e camicia per infilarsi un giubbotto antiproiettile di kevlar. Poiché il kevlar non è in grado di proteggere da una pugnalata o da un proiettile perforante, Stavrogin aveva aggiunto un leggero pannello metallico costituito da una combinazione di alluminio e rame. Si rimise gli indumenti e lanciò un’occhiata alle flashbang. Sebbene fossero stati gli agenti del SAS britannico a servirsi per primi di tali strumenti – che erroneamente molti chiamano “granate” -, i modelli M84 che Aleksandr aveva con sé erano di fabbricazione americana, a suo giudizio decisamente i migliori.
Quando fu pronto, salì sulla macchina e imboccò la strada che da Lecco conduce a Erba. Si fermò nei pressi di Valmadrera per consumare un pranzo leggero. Dopodiché attese che si facesse notte. Nel cruscotto della Bmw c’era un piccolo pc assolutamente sicuro. Poche ore prima, da Londra, aveva ricevuto la foto di Klaus Altmann, che aveva esaminato a lungo e attentamente. Avrebbe riconosciuto quel volto ovunque e in qualsiasi circostanza, anche a distanza di anni.
La strada che aveva scelto a tratti presentava forti pendenze e ripide discese, tanto che spesso veniva inserita nel percorso di una famosa “classica” del ciclismo, però era anche larga e spaziosa, a differenza di quella che portava a Bellagio costeggiando il bacino del ramo di Lecco. Aleksandr guidava con calma, senza fretta. Contrariamente a quanto aveva supposto Altmann, intendeva arrivare di notte per poi agire il mattino successivo. Il pensiero della morte di Klavdij gli infondeva una cupa determinazione.
Klavdij, il giocatore di scacchi; Klavdij, l’uomo aperto e solare, così diverso da lui; Klavdij, che amava le donne, il buon cibo e la vodka: Klavdij, uno dei quattro migliori agenti della prima direzione centrale del KGB.
A tre quarti del tragitto, i fari illuminarono un cartello, oltre al quale Matrioska notò le sagome di due tronchi d’albero. Rallentò, azionò gli abbaglianti e lesse la scritta sul cartello: accesso vietato a causa di lavori in corso. Non aveva senso. Spense il motore e scese dall’automobile. I tronchi d’albero non avevano senso.
Si avvicinò cautamente a quello sbarramento.
Il buio non era assoluto; in cielo, brillava la luna e alcune stelle erano perfettamente visibili. Ciò nonostante, ai lati della strada, c’erano molte zone oscure. Luogo ideale per un agguato, pensò il russo.
Avanzò ancora, con tutti i sensi all’erta. Una brezza leggera calava da settentrione. Un uccello notturno lanciò il suo richiamo. E a un tratto Aleksandr udì il rumore inconfondibile dei passi di qualcuno che si stava avvicinando, sulla sua destra, da un sentiero che in quel punto sbucava fuori da un bosco. Quasi nessuno avrebbe avvertito quei movimenti cauti, furtivi, ma un addestramento Spetsnaz prevedeva che, in seguito a sforzi indicibili, un uomo assimilasse i sensi di un animale, e ciò valeva per i suoni, gli odori e per l’inconfondibile alone della paura o dell’aggressività che viene emanato da un essere umano. Di sicuro non si trattava di uno scoiattolo, né di una volpe.
Si voltò e tornò verso la macchina per prendere il fucile.
Era a due metri dalla Bmw, quando si gettò a terra, rotolando su se stesso.
La pallottola lo mancò di un soffio.
Ma un istante dopo ci fu un secondo sparo.
E questa volta l’Uomo di Ghiaccio seppe di non aver mancato il bersaglio.

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