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Archive for febbraio 2014

Den Lille Pige Med SvovlstikkerneDa molti anni non faceva così freddo. Il vento del nord soffiava con furia, investendo i rari passanti. Era la vigilia di Natale, ma tutti si erano affrettati ad acquistare gli ultimi regali per guadagnare in fretta il tepore delle loro abitazioni. Avvolti nei pesanti cappotti, quei pochi che non erano ancora rincasati la ignoravano.
Giada aveva tre fiammiferi.
Tremando per il gelo, accese il primo. Nella sua vita aveva coltivato molti sogni, e c’era stato un periodo, un periodo che ricordava assai bene, in cui era stata molto vicina a realizzarli.
(Ma non era successo).
Aveva amato un uomo, che però l’aveva ripagata solo in apparenza. Più tardi avrebbe scoperto che la tradiva regolarmente, e che stava con lei solo per il sesso.
(Allora era bella).
Giada osservò la fiammella, mentre mille ricordi la attraversavano, simili a luci lontane, a venti colmi di squisite fragranze che portavano con sé il calore del sud e l’odore del mare. Ripensò a quando era stata felice. Il fiammifero si spense.
Giada ne accese un secondo. Questa volta il suo sguardo fu proiettato sul futuro, tuttavia non era un futuro vero: rappresentava ciò che sarebbe potuto avvenire, ma che non era accaduto. La cruda realtà l’aveva vista battere su una strada desolata per procurarsi i soldi necessari a comprare una nuova dose. Il futuro lo aveva immaginato molto diverso. Non erano sogni impossibili, falsi ideali di successo e di fama. Non le interessava diventare una velina, un’attrice del cinema, una giornalista. Cercava solo una vita normale. Una casa normale. E lui. Questo secondo fiammifero durò un po’ più a lungo, permettendole una fugace visione di un camino acceso, una tavola imbandita, un albero di Natale. Poi si spense.
Gliene restava uno solo. Si soffiò sulle dita nel vano tentativo di combattere il gelo. Adesso il vento era ancora più freddo, il cielo appariva spettrale, le stelle erano lontane e irraggiungibili. Un uomo molto grasso passò accanto a lei, ma ignorò le sue mani tese. Un vecchio barbone transitò sull’altro lato della strada diretto chissà dove.
(Se vuoi rimanere con me devi battere).
E lei aveva obbedito. Un tempo era stata forte, ma poi, per quei motivi che conoscono solo le fate, aveva perso ogni volontà di lottare.
(Ti regalerò qualcosa che ti renderà contenta).
La prima volta aveva vomitato. Si era ripromessa di non farlo più.
Guardò il terzo fiammifero. Era stata una bambina felice, protetta. Malgrado la prematura scomparsa del padre, che adorava, aveva trascorso un’adolescenza serena. Contava su poche ma fidate amiche, Loredana, Donatella, Michela… e aveva un ragazzo che amava, Piero. Poi era arrivato lui, un uomo talmente sicuro di sé, così affascinante, ammaliatore, carismatico, da farle perdere la testa. Aveva lasciato Piero, scordato le sue amiche; era entrata in un mondo nuovo, un caleidoscopio di emozioni, che le aveva permesso di conoscere il paradiso.
(“Ti amo.”, disse Piero. Lei girò la testa dall’altra parte).
Ma era un artificio, un vuoto artificio costruito su un castello di menzogne. Non aveva tardato a scoprirlo.
(La schiaffeggiò. “Non volevo.”, disse. “Ma mi hai costretto.” Le porse la siringa, e lei volò in alto, dimenticando quel presente insensato).
Un’anziana, elegante, signora impellicciata le rivolse uno sguardo vagamente commiserevole. Ma affrettò il passo per allontanarsi da lei.
Giada aveva tanto freddo. Il gelo più tremento era quello che provava nel cuore.
Accese il terzo fiammifero. Rivide suo padre. “Vieni, piccola mia.”, le disse.
Incominciò a nevicare.
Il suo papà la prese per mano. E la condusse lontano da lì.

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Il lato oscuroL’uomo aveva un aspetto tetro ed era visibilmente a disagio. Catherine lo osservava con aria comprensiva, cercando di metterlo a suo agio. Il che, date le circostanze, non sembrava affatto semplice.
In ogni caso, sebbene lentamente e interrompendosi di frequente, raccontò tutta la storia. “Lei si chiama Helen.”, disse. “Non avevo mai tradito mia moglie e – giuro – non lo farò mai più, però è accaduto.” Si guardò intorno ansiosamente, come se temesse che ci fosse un’altra persona nell’ufficio intenta ad ascoltare il suo vergognoso segreto; ma erano soli. Catherine gli offrì un bicchiere d’acqua. Meglio di un caffè, pensò, visto che era già fin troppo agitato. Indossava un impeccabile completo grigio, camicia bianca e una cravatta a righe, del tipo che molti chiamano impropriamente Regimental.  Calzava scarpe italiane. Al polso, portava un Rolex d’oro. L’abbigliamento da uomo d’affari non gli conferiva un’aria meno lugubre.
Dopo un lungo silenzio, riprese: “Helen è una donna estremamente attraente, con grandi occhi azzurri e un corpo superbo. Per farla breve, siamo andati a letto due o tre volte assieme. Una sera mi svelò che in realtà lei era lesbica, io rappresentavo un’eccezione, perché in me aveva intravisto un grande fascino. Il fascino dei soldi.”, proseguì malinconicamente. Catherine notò che parlava con l’accento di Boston, malgrado lavorasse e vivesse in California. “Quella sera avevamo bevuto champagne e… assunto coca, molta coca, lei ne andava pazza. Sotto l’effetto combinato dell’alcool e della droga, mi aprii a mia volta, confessandole il mio sogno segreto, di cui nessuno al mondo era a conoscenza.”
Tacque, imbarazzato. “Coraggio”, lo spronò Catherine, “io non sono qui per giudicarla, bensì per aiutarla. E’ questo il mio compito.”
Lui trasse un profondo respiro. Forse avrebbe voluto andarsene da lì, ma sapeva di non avere alternative. “Ebbene”, disse, evitando lo sguardo della donna, “le dissi che il mio sogno segreto era… ehm… essere sodomizzato da un uomo. Helen annuì, sorridendo. – Si può fare, affermò – e io mi sentii soffocare dall’emozione. Accadde dopo una settimana. Il tipo era bello, giovane, forte; ciò nonostante, scoprii che alla fine non era poi così eccitante. Più doloroso che eccitante, non so se mi spiego.”
“Si spiega benissimo. La prego, continui.”
Trascorsero un paio di giorni e Helen si presentò nel mio studio. Possiedo una società che si occupa di transazioni finanziarie. Helen sapeva che non avrebbe dovuto venirmi a cercare lì, comunque dissi alla segretaria di farla passare. Lei si sedette di fronte alla mia scrivania, accavallò le gambe, frugò nella borsetta e tirò fuori alcune foto che mi mostrò una ad una.
Poi dichiarò che il suo silenzio valeva diecimila dollari. In caso contrario, si sarebbe recata da mia moglie e magari pure da Joan, la mia figlia di dodici anni. Ovviamente pagai. Ma non ebbi in cambio i negativi, soltanto le foto. Un mese più tardi lei tornò. Altri diecimila dollari. Di nuovo, pagai. E ieri si è rifatta viva. E’ un incubo, non finirà mai!”
Catherine aprì un cassetto, ne trasse un block-notes e cominciò a prendere appunti. “Cognome?”, gli domandò. “Parker. Helen Parker.”
“Dove abita, quali locali frequenta?”
Quando l’uomo uscì dall’ufficio, sembrava, se non rasserenato, almeno un po’ più calmo. Rivolse a Catherine perfino un timido sorriso.
Lei rifletté per qualche minuto, quindi convocò Heather. Anche Heather nascondeva un segreto, di cui solamente Catherine era al corrente. Amava le donne e stravedeva per Meg. Senza speranze, primo perché Meg era etero, secondo perché non avrebbe mai trovato il coraggio di manifestarle i suoi sentimenti. Di tanto in tanto, però, si concedeva un’avventura, anche se priva di coinvolgimenti. Catherine ispirava fiducia e Heather si era confidata con lei, intuendo che sarebbe stata capita.
Catherine le sorrise e disse: “Helen Parker.”

Heather non era esattamente bella – non come Meg, ad esempio -, ma aveva un fisico snello e atletico, era attraente e possedeva quel “quid” misterioso che può essere definito fascino oppure magnetismo.
Se decideva di flirtare con un’altra ragazza, non incontrava problemi a sedurla. Benché non fosse colta, sapeva parlare di tutto; era spiritosa e allegra. Non esistevano traumi nel suo passato e grazie al carattere forte non si struggeva sapendo che non avrebbe mai avuto Meg fra le sue braccia. Lavorava per Catherine spinta dalla passione per gli intrighi e a causa di un sia pur vago senso di giustizia. Non le sarebbe dispiaciuto diventare un’agente dell’FBI, ma andava bene così: si divertiva e veniva pagata per farlo. Le piaceva anche il fatto che fra loro quattro non esisteva alcun genere di competizione, sebbene in realtà lei fosse molto competitiva: ma soprattutto con se stessa. Perciò non invidiava la forza fisica di Meg, la profonda cultura di Patricia o il carisma di Catherine. A ciascuna, il suo campo.
Trovò Helen Parker dopo cinque sere di appostamenti. Era una donna notevole, vestita all’ultima moda e dotata di notevole classe. La studiò, ricavando l’impressione che fosse intelligente, perversa, ammaliatrice.
Era seduta da sola in un bar elegante e beveva champagne. Le parve annoiata, come se quella sera si fosse aspettata qualcosa di eccitante che invece per un motivo o per l’altro non si era verificato.
Heather si diresse verso il suo tavolo senza esitazioni e in modo sfrontato, con una punta di arroganza, prese posto accanto a lei. “Mi offri da bere?”, le domandò in atteggiamento maschile. L’intuito, infatti, le suggeriva che, malgrado la forte personalità, Helen amava essere “la donna”.
Se rimase sorpresa, Parker non lo diede a vedere. Squadrò la ragazza, quindi annuì. “Non ti invito a sedere.”, disse sarcastica. Chiamò un cameriere e si fece portare un secondo bicchiere. Versò lo champagne e lo porse a Heather. “Se sei in cerca di soldi, scordateli!”, disse in maniera brusca, mentre la giovane beveva. La fissò con attenzione. “Sei soltanto una ragazzetta sfacciata e presuntuosa. Non fai per me.”
“Pazienza.”, replicò Heather, alzandosi.
La tecnica dell’abbandono, che aveva appreso da Patricia.
Funzionò. “Torna a sederti.”, disse Helen in tono di comando.
“Non prendo ordini da te!”, ribatté Heather. “E poi sono soltanto una ragazzetta sfacciata e presuntuosa. E non ti piaccio.”
Helen esitò. In realtà, si sentiva attratta da quella giovane spavalda e impertinente. Meditava vagamente che le sarebbe piaciuto fare l’amore con lei. “Per favore.”, disse. “Siediti. Ti chiedo scusa.”
Heather tornò a sedersi. Come molte persone abituate a dominare, a Helen Parker solleticava l’idea di essere dominata. E Heather lo aveva capito. Questo confermava che, in linea di massima, a letto amava essere posseduta e non viceversa. Heather scolò la sua coppa di champagne, riempì nuovamente il bicchiere e disse: “Stasera ho altri impegni. Ma, se vuoi, potremmo rivederci qui domani alla stessa ora.” Finì di bere, si alzò di nuovo e uscì dal locale, lasciando Helen frastornata. Era abituata a ottenere quello che voleva e la “ragazzetta” l’aveva snobbata. Fu colta dall’ira.
E dal desiderio.
La sera successiva, Heather arrivò con cinquanta minuti di ritardo. Non si stupì minimamente di vedere Helen Parker seduta allo stesso tavolo con la rituale bottiglia di champagne e due bicchieri, uno dei quali vuoto. Aveva lo sguardo freddo, ma Heather notò in lei ansia e frustrazione. Non si sognò nemmeno di scusarsi per il ritardo. Indossava una mini mozzafiato che fece girare molte teste. Si accomodò, indicò la bottiglia e attese che l’altra la servisse. “A casa tua?”, poi domandò.
Helen l’avrebbe schiaffeggiata. Ma voleva quel corpo.
Un’ora più tardi, stava godendo, era rossa in faccia e ansimava.
Sul comodino c’era un piccolo specchio dove erano disposte quattro grosse strisce di polverina bianca. Al terzo orgasmo, Helen Parker implorò una pausa. Prese lo specchietto, una banconota che arrotolò e… commise il più grave errore della sua vita.
Heather portava orecchini molto vistosi e sufficientemente grandi per contenere una micro macchina fotografica, ultimo modello Advanced Photo System.
Si ritrovarono al “loro” bar la sera dopo.
“Devo informare la polizia?”, chiese candidamente Heather, esibendo le foto di una bella donna nuda che sniffava avidamente cocaina.

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