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Archive for gennaio 2014

Il sogno rubatoMARI (http://dallamiaterraallatuaterra.iobloggo.com):
Mi hai rubato un sogno
mi hai rubato quel bacio
come nuvola ad offuscare il sole prima di sera
mi hai lasciato al buio
ad immaginare
a sognare te

ALESSANDRA:
Fa freddo a Cannes, il primo dell’anno, anche se è una giornata serena con il mare illuminato dal sole.
Cammino lentamente scrutando l’azzurra distesa d’acqua increspata dal Mistral; non ci sono barche a vela né motoscafi lungo il tratto che costeggia la spiaggia dal porto nuovo al porto vecchio, ma molto al largo scorgo il profilo di una nave da guerra americana. La sera precedente era illuminata a festa, così come la città, la Croisette, la Rue d’Antibes, ogni piccolo sobborgo, compreso quello situato dietro al Palais de Dunes che da sempre mi evoca ricordi felici.
Ti ho rubato un sogno? Il tuo sms, giunto poco dopo la mezzanotte, mi ha colpita e turbata. Ho scorso rapidamente gli altri, che contevano i consueti auguri, cancellandoli man mano; poi mi sono soffermata a lungo sul tuo.
Di quanti sogni sono stata defraudata? Quante volte ho pensato, a torto, di aver trovato il vero amore?
Ti ho rubato quel bacio? No. Perché fu una decisione condivisa, nata all’improvviso; però non ci furono promesse da parte mia. Ricordo bene quel bacio, all’inizio solamente di labbra, in seguito appassionato, dolce e violento a un tempo, possibile preludio a qualcosa di più, a una notte magica, rischiarata dalle stelle, mentre il bosco, le montagne, gli alberi e i sentieri cosparsi di foglie, nell’autunno incipiente, sarebbero stati la cornice ideale per un sogno, che tuttavia io non intendevo vivere. E se tu, invece, lo volevi, sapevi perfettamente che ti era precluso. Il tuo passato era anche il tuo presente, e sarebbe diventato il tuo futuro. Che questo sia giusto o meno, sfugge all’umana comprensione: è realtà, e la realtà la si vive e la si affronta, però difficilmente la si può cambiare.
Ti ho lasciata al buio… un’oscurità che ben conosco, poiché è anche la mia; ma non puoi incolparmi di questo. Non esistono torti o inganni, non esistono promesse non mantenute, dato che io non ne feci, e tu, tu, in quel momento stavi semplicemente fuggendo da un mondo che, dentro di te, eri consapevole di non poter abbandonare, se non a prezzo di un sacrificio, che non eri disposta a compiere. Lo sapevamo entrambe, e non ci fu biasimo da parte mia.
Soltanto la consapevolezza che il nostro bacio, sebbene fosse meraviglioso, non rappresentava che una piccola goccia nel vasto oceano delle nostre vite. Una nota, deliziosa ma fugace, un accordo presto interrotto, una sinfonia mai nata; un libro abbandonato alla prima pagina e gettato sul divano delle occasioni perse, perché per noi altro non era.
Mi sogni? Scorda quel sogno. Dimenticati di me. Hai udito il suono del vento? Conteneva parole di saggezza, che vanno ascoltate e intimamente comprese, pena una tristezza che, se non sarà scacciata, diventerà padrona dell’anima, dimostrandosi una signora dura e crudele, non disposta a concedere sconti. Io, qui, lo sento: è la voce del Mistral. E ascolto ciò che mi dice.
I sogni sono intessuti di magia, ma quasi sempre mentono, ingannano, illudono. Nella fredda ora che precede l’alba, mentre le stelle a una a una si spengono, quell’ingannevole sortilegio scompare ma, quando questo non accade, reca in dono un amaro risveglio.
Osservo il mare e ti penso.
Seduta all’interno del Blu Bar, davanti a un caffè ormai freddo, scrivo queste poche righe, che – già lo so – tu non leggerai mai.
Meglio stracciare l’ombra del rimpianto.

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AleksandrMichael Glowatzky, nativo di Dresda, viveva molto meglio dei suoi colleghi e della maggior parte degli abitanti di Berlino est. Ciò grazie al denaro che generosamente gli americani gli elargivano. In cambio, Glowatzky doveva svolgere un compito in apparenza piuttosto semplice: quando riceveva un documento, delle foto o dei nastri li avvolgeva in una sottile ma robusta confezione che poi provvedeva ad appesantire mediante un piccolo sasso. Giunto nella zona dove la metropolitana sconfinava per un breve tratto nella parte occidentale della città, scagliava l’involucro fuori del finestrino. Qualcuno avrebbe provveduto a raccoglierlo. Quello che conteneva non lo riguardava minimamente, anche se – non essendo stupido – immaginava che si trattasse di informazioni segrete. Non era mai stato sospettato e non aveva mai corso rischi particolari.
Mentre Kris Howe si asciugava dopo il bagno e Monica Squire studiava un metodo per attirare “il soggetto” nella capitale della Gran Bretagna, Glowatzky stava mangiando un piatto di salsicce e patate. Non poteva saperlo, ma quello sarebbe stato il suo ultimo pasto.
Bussarono alla porta e il conducente della metropolitana si alzò dal tavolo e andò ad aprire, incuriosito. Non aspettava nessuno e, in genere, non riceveva visite; gli amici li frequentava in una birreria poco distante da casa sua.
Entrarono tre uomini. Due di loro indossavano la divisa della Stasi con le regolamentari mostrine e gli alti stivali neri, il terzo vestiva abiti borghesi. Prima di salire al terzo piano, dove Glowatzky alloggiava, si erano tolti i pesanti cappotti, indispensabili in una serata così gelida. A parlare fu l’uomo senza divisa. In un buon tedesco, che tuttavia conservava una traccia di accento russo, disse semplicemente: “Michael Glowatzky, il tuo gioco è finito.” Fece un cenno con il capo e gli altri due lo afferrarono e lo sospinsero fuori dall’appartamento e giù per le scale. Una volta in strada, lo sollevarono di peso e lo caricarono su un’automobile, che un istante dopo partì rombando.
Non è dato sapere per quante ore Glowatzky urlò, prima di morire.
Aleksandr Sergeivic Stavrogin si trattenne per ispezionare con cura l’abitazione.

La seconda riunione alla Century House si tenne il giorno successivo. Vi parteciparono le stesse quattro persone: John Baker del MI5, Martin Forbes del SIS, Kris Howe e Klaus Altmann. La sera prima, Kris si era consultata con il suo superiore, a Langley, il quale le aveva dato carta bianca. L’idea di Monica le piaceva e la espose ai due inglesi, mentre Altmann aspettava di essere ricevuto.
Malgrado non sempre tutto fosse filato liscio e non fossero mancati i momenti di attrito, soprattutto quando al di qua o al di là dell’oceano veniva scoperto un traditore, cui seguivano reazioni irritate da entrambe le parti o talvolta sarcastiche da parte della CIA a causa del concetto tipicamente britannico di salvaguardia della privacy, i servizi segreti delle due nazioni collaboravano da anni, e Londra era forse l’unica città al mondo esente da controlli e intercettazioni telefoniche. Non si può affermare lo stesso riguardo i rapporti con lo SDECE francese oppure con l’intelligence italiana, ritenuta inaffidabile.
Baker e Forbes ascoltarono con attenzione la proposta dell’americana, dichiarandosi poi favorevoli. Il problema, che Monica non era ancora riuscita a risolvere, riguardava il “come” attirare in trappola il tenente del KGB.
Altmann fu invitato a entrare e si sedette di fronte a Kris. Sembrava che avesse intuito l’antipatia e il disgusto che la donna provava per lui, e che la cosa lo divertisse.
John Baker espose il piano – al momento, solo una parvenza di piano – e il tedesco annuì. Se si domandò perché allora non fosse l’MI5 a occuparsene, trovò una facile risposta: nel caso di un insuccesso, ogni colpa sarebbe ricaduta su di lui. “Ho notizie fresche.”, disse quando Baker finì di parlare. “E non sono notizie buone.”, aggiunse guardando Howe con i suoi freddi occhi slavati. “Da una fonte assolutamente certa, stamani ho appreso che, come del resto avevo previsto, il nostro uomo è saltato. Lo hanno prelevato ieri sera. Questa mattina non si è presentato al lavoro. E’ certamente morto, ma prima di morire avrà svelato tutto quello che sapeva, il che significa che altri arresti sono imminenti. Perlomeno uno: quello dell’uomo che fungeva da tramite. Questo è molto, molto grave. In quanto a me, se è a me che pensate, non ho problemi, anzi credo che uccidere “il soggetto” qui sia relativamente più semplice. Però, occorre escogitare un modo per indurlo a venire a Londra. E questo è compito vostro.”
Baker lanciò un’occhiata a Forbes, quindi a Howe. “D’accordo.”, disse. “Le pagheremo la somma richiesta. Naturalmente, a patto che riesca a eliminarlo.”
“Naturalmente.”, convenne Altmann.
Baker spostò di nuovo lo sguardo su Kris. “La proposta è sua… adesso aspettiamo qualcosa di più concreto.” La donna si guardava con grande interesse le unghie.
Non aveva la più pallida idea di come procedere.
Non deludermi, Monica!, pensò.

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Kris HoweUn’ora più tardi, Kris Howe era immersa nella lussuosa vasca da bagno del May Far Hotel.
Seduta su uno sgabello, con le gambe incrociate, la sua giovane assistente leggeva il dossier che riguardava Stavrogin. Originariamente scritto in tedesco, il documento era stato successivamente tradotto in un inglese impeccabile. Il tenente non veniva mai menzionato con il suo vero nome, Alexsandr Sergeivic Stavrogin, né come Matrioska: Klaus Altmann si riferiva a lui, chiamandolo “il soggetto”.
Giunta a un particolare passo, Monica Squire esclamò: “Come avrà fatto a raccogliere tutte queste notizie, quel maledetto nazista!” Un istante dopo si sarebbe morsa la lingua. Kris nutriva una forte simpatia per lei e la stimava molto sotto il profilo professionale, però sapeva essere dura e intransigente.
“Quando avrò bisogno di una tua osservazione, Squire, lo capirai perché ti avrò fatto una domanda. Mi hai sentita parlare? Hai forse udito la mia voce? No, e allora leggi!”
Monica chinò il capo. “Sì, certo, scusami.”
Il fascicolo riportava tutta la storia dell’agente sovietico a partire da quando era entrato a far parte del KGB; anzi da prima: a quanto risultava, era stato arrestato per aver ucciso un poliziotto che voleva spassarsela con sua sorella. L’aveva corteggiata invano, e quando era diventato troppo insistente lei lo aveva deriso. Lui l’aveva picchiata selvaggiamente, quindi l’aveva arrestata per possesso di stupefacenti. Naturalmente non era vero, ma le aveva riempito le tasche di droga, e la sua parola valeva più di quella di una ragazza qualunque. La sorella del “soggetto” era stata incriminata e condannata a una severa pena detentiva.
Una sera “il soggetto”, che all’epoca era molto giovane, aveva seguito il poliziotto, aveva atteso che imboccasse una via scarsamente illuminata, quindi aveva agito. Come un’ombra, si era portato alle sue spalle. Con sé aveva un coltello dalla lama affilata. Lo aveva pugnalato con tutta la forza che aveva.
L’uomo era finito a terra, chiedendo pietà. Il ragazzo lo aveva osservato mentre moriva. Quando si era voltato per andarsene, erano sopraggiunti due poliziotti. Per la sua età, “il soggetto” era molto forte, però anche i poliziotti lo erano: si erano accaniti su di lui con ferocia, finché il ragazzo aveva perso i sensi.
In prigione lo avevano picchiato a sangue. Lui non si era mai lamentato, non aveva pianto né implorato. Si limitava a fissarli con i suoi freddi occhi grigi. Ciò aveva suscitato un certo interesse.
Quando pestavano qualcuno, gli uomini della Milizia ci andavano giù pesante. Per una coincidenza – o un segno del destino, suggeriva Altmann -, un loro ufficiale era in procinto di entrare a far parte del KGB. Qualcuno, ridendo, gli aveva detto: “Compagno, questo bastardo farebbe al caso suo.”
Ma Dmitriy non aveva riso.
Si era accertato di persona se quello che gli avevano raccontato fosse vero al cento per cento e non, come spesso accade, un’esagerazione. Usò un metodo piuttosto semplice: lo prese a calci fin quando “il soggetto” non svenne. Non lo implorò di smettere, non gridò, non cercò di sottrarsi; lo fissava con uno sguardo gelido. Dmitriy lo guardava, pensoso.
In un certo senso, quel ragazzo gli faceva paura.
Nella settimana che seguì, rifletté a lungo. Prese informazioni su di lui. Secondo gli insegnanti, aveva un’intelligenza straordinaria: eccelleva in ogni materia senza aver bisogno di studiare, gli bastava seguire le lezioni con attenzione. Anche la sorella era speciale, dissero. Dmitriy ne parlò al suo nuovo capo. Ricevuto il suo assenso, chiese al “soggetto” se gli sarebbe piaciuto lavorare nei servizi segreti. Il giovane desiderava servire la sua patria e, in ogni caso, era meglio che essere giustiziato.
Il rapporto proseguiva descrivendo numerose imprese, successivamente da lui compiute.
“E’ tutto.”, disse alla fine Monica.
“Bene.”, commentò Kris Howe. “Cosa ne pensi?”
Squire osservò la parete di fronte a sé per qualche momento. “Un tipo deciso.”, poi rispose. “Freddo, apparentemente privo di emozioni, immune alla paura, di sicuro molto pericoloso.”
“Qualcosa di più originale?” Nella voce di Kris c’era una chiara nota ironica.
Monica Squire era una donna notevole, però doveva ancora crescere.
“Non importa. Altmann propone di eliminarlo. Questa sera farò rapporto a Langley e domani prenderemo una decisione.”
Uscì dalla vasca e si avvolse in un accappatoio di spugna.
“Se posso…”, disse Monica, alzandosi dallo sgabello.
“Si?”
“Bisognerebbe… bisognerebbe trovare un modo per farlo venire qui. Secondo me, è pressoché impossibile ucciderlo a Berlino.”
Kris Howe la scrutò in silenzio, mentre valutava quell’idea.
Forse, Squire era già cresciuta.

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Klaus AltmannE’ vero, non sono trascorsi molti giorni dalla pubblicazione dei primi due capitoli di questa storia, però poi ci sono state le varie feste e molti – fra i quali anch’io – hanno un po’ tralasciato i blog. A presto con il terzo capitolo 😛

1
Berlino, zona est. E’ una gelida serata invernale, la pioggia scende mista a neve, il cielo è cupo e ostile e la gente corre verso casa nella speranza di trovare un po’ di tepore.
L’americano alto che sarebbe morto un minuto più tardi uscì da un locale che forse ai tempi di Hitler aveva conosciuto momenti migliori. Mentre varcava la soglia effettuò la consegna e nessuno se ne accorse. Il tedesco si diresse verso un tavolo, l’uomo della CIA attraversò la strada. Gli spararono un istante prima che raggiungesse il marciapiede situato sul lato opposto.
“Idiota!”, sibilò Aleksandr Stavrogin all’agente della Stasi.
Da quando era stato eretto il Muro, ogni contatto fra la parte occidentale e quella orientale di quella che anni prima era stata la capitale più potente e orgogliosa d’Europa era vietato. Ciò nonostante, esistevano dei modi per trasferire informazioni importanti e, benché fossero estremamente pericolosi, alcuni uomini avevano deciso di correre il rischio in nome della libertà e della lotta al comunismo.
L’agente della CIA si chiamava Tom Parker e agiva senza copertura diplomatica. Questo implicava che, in caso di cattura, sarebbe stato torturato e ucciso. Ma non era la sua sorte che interessava al tenente della prima direzione centrale del KGB Stavrogin: lui voleva mettere le mani sul misterioso tedesco che reggeva le fila dell’organizzazione clandestina che tanti danni aveva procurato all’Unione Sovietica.
Quell’uomo ora si trovava all’interno del bar, ma qualsiasi cosa gli avesse passato l’americano, essa era già scomparsa. Era anche possibile che il traditore fosse uscito dalla porta di servizio e, in tal caso, era praticamente irrintracciabile. Inoltre, Stavrogin aveva visto soltanto una figura di media statura, avvolta in un pesante cappotto, e l’aveva vista solo di schiena. Era tutto da dimostrare, poi, che fosse lui e non un altro il nemico che cercava.
L’agente della Stasi era giovane e sciocco. Dopo aver pedinato a lungo l’inviato di Langley, preso da un’insulsa euforia, derivante dall’inesperienza, aveva deciso di sopprimerlo, senza considerare le conseguenze. E Stavrogin, almeno nominalmente, non era al comando dell’unità impegnata in quella missione. Toccava ai tedeschi dell’est, sebbene allo stato dei fatti fossero solamente dei servi di Mosca.
Il tenente del KGB scrutò i quattro agenti della Stasi. Nonostante indossassero indumenti adeguati, erano intirizziti. Il russo li valutò per quello che erano: nullità. Non erano mai stati in Unione Sovietica; in caso contrario, avrebbero appreso ciò che significava la parola “freddo”. E se avessero prestato servizio in Siberia, non sarebbero durati più di due mesi. Girò loro le spalle e si allontanò, incurante della neve che ora scendeva abbondante, ammantando la città di bianco.
Stavrogin, il cui nome in codice era Matrioska, conosceva diversi sistemi per trasmettere notizie provenienti dall’Urss al di là del Muro.
Uno di essi era legato alla metropolitana. Naturalmente, i vagoni erano blindati, tuttavia vi era un punto dove per un breve tratto il mezzo sconfinava all’aperto nel territorio occidentale e se i passeggeri potevano unicamente guardare, la cabina di guida non era sigillata. Però, quanti erano i conducenti?
Esistevano molti altri modi, alcuni dei quali assai fantasiosi, ma non per questo meno efficaci. La casistica era vasta quanto l’intelletto umano.
Per quello sarebbe stato importante fermare e interrogare l’americano, anche se Matrioska non ignorava che difficilmente un agente della CIA fosse sprovvisto di una capsula di cianuro.
Quello che Matrioska non sapeva era che, malgrado non raggiungesse il metro e ottanta, l’uomo cui stava dando la caccia un tempo era appartenuto alla Gestapo; di conseguenza possedeva esperienza da vendere, nervi solidi e un autocontrollo formidabile. Non si sarebbe potuto spiegare altrimenti la mancanza dell’altezza regolamentare.
Non a caso, nell’ambiente egli veniva chiamato L’Uomo di Ghiaccio.
Lavorava per gli americani e per gli inglesi in cambio di denaro, ma anche per un piacere più intimo e sottile: uccidere.
Vi era poi una terza ragione.

2
Per i londinesi la loro città è la più bella del mondo in qualsiasi stagione dell’anno. Kris Howe non condivideva tale opinione, soprattutto in un freddo giorno di gennaio, e riteneva che Washington fosse decisamente migliore sotto ogni aspetto.
Ma il suo malumore non nasceva dalla pioggia monotona che fin dalla sera precedente non aveva smesso di cadere incessante, né dalla missione che le era stata assegnata e che avrebbe potuto farle guadagnare una promozione. D’altro canto, a Langley Kris era considerata una stella in ascesa e lei ambiva a riconoscimenti e “medaglie”.
Snella, di una bellezza che non emergeva di primo acchito, intelligente, colta, raffinata e affascinante, aveva due soli difetti: era un’inguaribile individualista – il che non piaceva ai suoi capi, che amavano il lavoro d’equipe – ed era lunatica, con un fondo di pigrizia che irritava i colleghi.
Per il resto, era perfetta: sapeva sparare meglio di un uomo, possedeva un grande intuito, era psicologa e razionale. Benché fosse di corporatura esile, e non particolarmente alta, negli ultimi dodici mesi aveva perso un solo incontro di lotta, e non perché la sua avversaria fosse più forte – come in effetti era – ma per il semplice motivo che quel giorno non aveva alcuna voglia di battersi.
Per le colleghe più giovani costituiva comunque un importante punto di riferimento – un modello da seguire -, e per i grandi capi un talento, cui perdonare quasi tutto malgrado i mal di testa che causava. La sua seguace più promettente si chiamava Monica Squire; Kris l’aveva portata con sé a Londra in qualità di assistente e ora la stava aspettando al May Far Hotel, non avendo titoli per partecipare a quella riunione riservata. Più tardi, Howe si sarebbe confrontata con lei. Le intuizioni di Squire erano spesso rivelatrici.
Prima, però, si sarebbe concessa un lunghissimo bagno, magari mentre Monica le serviva un drink.
Ma era il momento di concentrarsi.
Kris trasse un profondo respiro.
Seduta in una stanza insonorizzata al terzo piano della Century House, la donna osservava indignata il tedesco che negli ultimi minuti aveva esposto le sue idee con arrogante sicurezza ai due funzionari inglesi, rispettivamente John Baker del MI5 (sicurezza interna e controspionaggio) e Martin Forbes del SIS, che molti chiamano anche MI6 (operazioni all’estero). Il suo malumore derivava dal fatto che detestava il tedesco e quello che egli rappresentava.
Nikolaus Barbie, ex Hauptsturmführer della Gestapo, noto come il boia di Lione, era riuscito a far perdere le sue traccia dopo la caduta di Berlino. Un anno dopo fu però riconosciuto e arrestato. Anziché essere impiccato, come sarebbe stato giusto e doveroso (era responsabile di 1.424 omicidi, in massima parte di ebrei ma anche di bambini), la CIA decise di arruolarlo.
In seguito, ci furono forti pressioni perché fosse processato e condannato, ma dai piani alti giunse un “no” secco. A Langley ritenevano che potesse rendersi estremamente utile… e poi i morti, ormai, erano morti.
La cosa non deve suscitare eccessivo stupore, se si considerano molti casi analoghi e se si tiene presente che le bombe che gli americani scaricarono sul Vietnam erano state realizzate con il contributo di scienziati tedeschi, fra i quali gli ideatori dello Zyklon B, utilizzato ad Auschwitz con particolare entusiasmo.
Adesso Barbie si faceva chiamare Klaus Altmann, disponeva di documenti perfetti e operava a Berlino, lautamente ricompensato dagli anglo-americani.
Il solo guardarlo dava a Kris un forte senso di nausea.
Se Altmann aveva notato quell’ostilità, gli risultava del tutto indifferente.
“Il problema”, concluse “nasce dall’arrivo di un tenente del KGB. In base alla mia esperienza, posso affermare che è l’agente più pericoloso con cui abbiamo avuto a che fare fino a oggi. Diventerà capitano, maggiore, colonnello… tutto quello che vorrà, perché è un fuoriclasse. Io conosco gli uomini.”
E anche i bambini, pensò acidamente Kris.
“Cosa propone?”, domandò Forbes.
“Semplice. Va eliminato. E al più presto: ha già fatto mettere sotto controllo tutti i conducenti della linea della metropolitana che passa a ovest e, a meno di un miracolo, il nostro uomo è spacciato. E farà di più. Va ucciso. Senza indugio. Naturalmente, c’è un prezzo da pagare.”
“Naturalmente.”, disse Baker con voce piatta. Anche lui disprezzava Altmann ma, come tutti, doveva obbedire agli ordini.” Raccolse le sue carte e si alzò. “Le faremo sapere. Ci servirebbe un curriculum di questo tenente.”
Klaus fece un sorriso gelido. “Ecco. Tre copie.” Le porse ai due inglesi e all’americana che la prese con la punta delle dita.
Altmann puntò l’indice sul fascicolo che Baker stava infilando nella borsa. “Lì c’è tutta la sua storia. Studiatelo.”
Nessuno degli altri tre gli rispose.
“Buona giornata, signori.” Altmann batté i tacchi e uscì dall’ufficio.
“Nazista di merda!”, esclamò Baker, quando la porta si chiuse alle sue spalle.

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UNA NOTTE CON SABRINA

SabrinaIl ristorante era affollato. Quel giorno non avevo voglia di mangiare il solito panino, perciò attesi pazientemente che si liberasse un tavolo. Dopo una decina di minuti un cameriere mi indicò un posto libero. Era accanto alla finestra, ma fuori c’era ben poco da guardare se non una strada uguale a tante altre, grigia come tutte le strade della nostra città.
Rivolsi la mia attenzione alla lista e ordinai una cotoletta alla milanese con contorno di patate saltate. Sorrisi fra me pensando che quello era il piatto preferito del nostro ex-premier. Probabilmente era l’unica cosa che ci accomunava. Mentre aspettavo che mi servissero, mi guardai intorno.
E la vidi. Era seduta proprio vicino a me, ma anche se fosse stata all’altro lato del locale non avrei potuto non accorgermi di lei: una donna bellissima, elegante, piena di fascino. La osservai cercando di non farmi notare. Rimasi colpito dal modo con cui portava il cibo alla bocca, dalla finezza dei gesti e dalla luce dei suoi occhi.
Io sono fedele per natura e fino a quel giorno non avevo mai tradito Nadia; però non avevo nemmeno mai visto una donna simile. Una combinazione irresistibile di classe e di avvenenza, un magnetismo che si sprigionava come per magia e che faceva scomparire tutte le altre persone.
Indugiai, combattuto fra il desiderio quasi incontrollabile di conoscerla e la mia naturale riservatezza. Ma si può resistere allo splendore delle stelle?
Mi sfilai la fede dal dito, mi alzai e mi avvicinai al suo tavolo. Lei alzò gli occhi, sorpresa. Non volevo apparire invadente, né fare la figura del classico pappagallo. “Mi chiamo Paolo Beretta.”, dissi. “Forse si sarà accorta che la stavo osservando. Non intendo importunarla e tornerò subito a mangiare la mia cotoletta. Volevo solo dirle che lei è una donna splendida.” Mi aspettavo una reazione brusca, invece lei sorrise. Mi azzardai a porgerle la mano; dopo un attimo di esitazione, lei tese la sua. La stretta di mano durò qualche secondo di troppo per essere un gesto solo formale.
Esitai per qualche attimo, mi rendevo conto che se avevo una possibilità andava colta in quel momento; se mi fossi allontanato, non ci saremmo più rivisti. La prospettiva mi parve intollerabile. “Sabrina Colombo.”, disse lei e al suono di quella voce mi persi in un mondo di sogni sfrenati. La desideravo, la desideravo con un’intensità quasi dolorosa. “Lavoro qui vicino.”, dissi. “E’ la prima volta che vengo in questo ristorante.”
“La cucina è molto buona. Anch’io lavoro qui vicino e ormai sono diventata una cliente abituale.”
Quelle parole significavano che avrei potuto rivederla. Ma non volevo aspettare. Mi buttai con una buona dose di incoscienza. “Le andrebbe di bere un drink con me, questa sera?”
Mi aspettavo un garbato rifiuto.
“Volentieri.”, rispose invece Sabrina.
Al ristorante era vestita in modo informale, quando la rividi era in abito da sera. La trovai ancora più bella. Ordinai due aperitivi e li sorseggiammo con calma, mentre incominciavamo a esplorare i nostri mondi. Capii subito che era intelligente, colta e profonda. Si dimostrò anche spiritosa e arguta. Avrei voluto che il tempo si fermasse per poter rimanere lì con lei in eterno. Mi disse che era invitata a una festa, poi mi sorprese chiedendomi se volevo accompagnarla. Non sono facile alle emozioni, ma per un istante il mio cuore smise di battere. L’attrazione era reciproca! E non soltanto perché mi aveva chiesto di andare con lei: il suo sguardo parlava, e il messaggio che trasmetteva era una promessa di felicità infinita.
“Dovrei passare da casa a cambiarmi.”, dissi cercando di trovare una scusa sensata per Nadia.
“Giacca blu e pantaloni grigi. Vai benissimo così.” Era passata con naturalezza al ‘tu’. Mi scusai e cercai il bagno. Chiamai Nadia con il cellulare e le raccontai una storia abbastanza improbabile; mia moglie si fida ciecamente di me e non fece domande. Tornai da Sabrina camminando sulle nuvole.
La festa era alquanto noiosa; ci servimmo al buffet, Sabrina salutò qualche amico, poi mi propose di fuggire alla chetichella. Acconsentii immediatamente. Uscimmo assaporando il profumo della notte, salimmo in macchina e lei mi guidò a casa sua. Abitava in un appartamento elegante, che denotava stile e buon gusto; alle pareti c’erano dei quadri molto belli, la finestra del soggiorno dava su un parco.
Sabrina accese delle candele. Si muoveva con grazia felina, sprigionava una sensualità irresistibile. Io ero al settimo cielo: mi sembrava di vivere un sogno, ma non era un sogno, bensì la stupenda realtà. Mi offrì da bere. Poi fu tra le mie braccia.
Ci baciammo appassionatamente. Sabrina mi prese per mano e mi condusse in camera da letto.
Sul comodino c’era un orsacchiotto di peluche.
Nadia ne possedeva uno simile.
All’improvviso l’eccitazione, l’aspettativa, la gioia scomparvero, sostituite da un senso di angoscia.
Sabrina si stava spogliando. Aveva un corpo superbo, ma io pensavo a mia moglie. Ai sorrisi, agli sguardi complici, alle nostre meravigliose chiacchierate, alla grande fiducia che lei riponeva in me.
Nadia è una donna attraente, sebbene non all’altezza di Sabrina; tuttavia non era questo che mi interessava. Mi rendevo conto che se fossi andato a letto con Sabrina, qualcosa si sarebbe rotto per sempre, l’incanto del nostro amore sarebbe stato irrimediabilmente rovinato, e anche se lei fosse rimasta all’oscuro di quello che era successo io non sarei stato più lo stesso. Ricordai il suo abbraccio, le serate trascorse insieme, i risvegli felici. A volte Nadia giocava a fare la bambina, e in quei momenti era di una dolcezza incredibile. Quando avevo avuto dei problemi sul lavoro mi aveva stretto forte a sé, sussurrandomi che tutto sarebbe andato bene.
Adesso ero sul punto di perderla. Un tradimento è per sempre, non è possibile tornare indietro, né fingere che non sia mai accaduto. E’ un’azione senza ritorno. E’ la fine dell’amore.
Guardai Sabrina negli occhi. “Mi dispiace.”, dissi. “Non posso.”
La notte mi accolse con un sorriso.
Non vedevo l’ora di tornare a casa.

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