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Archive for dicembre 2013

UNA ROSA

Una rosa

Una rosa

Aspettammo che il fornaio aprisse per assaporare l’odore del pane. 
Poi lo sbocconcellammo per strada, mentre sopra di noi sorgeva il sole preannunciando una stupenda giornata autunnale. L’estate era finita, con i suoi sogni e la carica di adrenalina che essa comporta. Arrivava il tempo della riflessione, dei pensieri nuovi. Lo scenario sarebbe mutato e, come sempre, tappeti di foglie bruciate e alberi man mano più spogli ci avrebbero condotti lentamente verso l’abbraccio dell’inverno.
Guido camminava in silenzio. Durante la notte aveva già detto tutto quello che c’era da dire; adesso le parole non avevano più senso: sarebbero rimasti i ricordi. Ogni vita ne è colma, e a seconda della predisposizione naturale rimangono maggiormente impressi nella mente quelli più amari o, in altri casi, quelli più dolci. Io fino a quel giorno avevo una bilancia in perfetto equilibrio, ma ora le cose erano destinate a cambiare. 
La sera prima avevamo cenato in un ristorante giapponese. Quando portarono in tavola il sushi, lui finalmente disse ciò che già sapevo. “Amo un’altra.” Sapevo anche chi era. Allontanai il piatto da me, perché mi era passato l’appetito: la conferma definitiva rappresenta sempre uno schock, anche quando sei preparata a riceverla. Poi lo osservai mangiare con crescente fastidio. Lo conoscevo bene, e la cosa non mi avrebbe dovuto stupire; tuttavia non potevo esimermi dal pensare che avrebbe potuto, non dico fingere, ma almeno moderarsi un po’. Invece, terminato il sushi, si dedicò voracemente anche alla tempura.
Smisi di guardarlo, lasciando liberi i miei pensieri. Mi tornò alla mente l’infanzia, che si era dimostrata felice; e l’adolescenza, dove avevo conosciuto i primi dispiaceri. Cercai un ricordo bello, e lo trovai. Una domenica di luglio, io, Sabrina, e due ragazzi. Di loro rammentavo ben poco; ciò che conservavo intatto nella memoria era il sentimento di comunanza che quel giorno mi aveva unita a mia sorella. Ci trovavamo a Bellagio, sul lago di Como, e avevamo trovato un piccolo lido, lindo e ordinato. Da lì si godeva una vista magnifica: di fronte a noi, Lenno, Tremezzo, Menaggio, rilucevano al sole. La breva smuoveva le acque del Lario, e per una volta io e Sabri dimenticammo la rivalità che ci aveva sempre diviso per condividere lo spettacolo della natura e il gelido impatto con il lago. 
Guido stava parlando. Faticai a riportare l’attenzione su di lui. Immaginavo il senso del suo discorso, e infatti quando cominciai ad ascoltarlo mi resi conto di quanto fosse prevedibile. Costruiva un castello di scuse, pretendendo non solo che io non sofrissi ma anche che lo capissi, e che gli rimanessi amica. Lo fissai in silenzio, senza interromperlo, e dopo qualche minuto lasciai che le sue parole si perdessero nel locale, confondendosi con quelle di altri, un coro di voci che sembrava provenire da Babele.
Non mi interessavano le sue giustificazioni, i suoi appelli alla maturità che mi apparteneva, le sue sbiadite frasi fatte. Lo osservavo portare il cibo alla bocca, e quell’avidità mi ripugnava. La trovavo fuori luogo, irrispettosa, totalmente priva di sensibilità. Anche Sabrina mangiava così, forse aveva preso da nostro padre, mentre io assomigliavo alla mamma. E questa era solo una minima parte di ciò che ci rendeva assolutamente diverse, quasi non fossimo due sorelle. Il resto apparteneva allo stile di vita, al genere di letture, alla capacità di emozionarsi che in lei era del tutto assente. Dopo la tempura, volle il daifuku, e ordinò ancora sake. Tutto questo senza smettere di parlare.
All’improvviso mi chiesi come avevo fatto a innamorarmi di lui, e ad amarlo per cinque anni. Non esistevano risposte razionali, lo sapevo, dato che un sentimento complesso come l’amore non può essere vivisezionato, né ha senso il cercare di farlo. Ai miei occhi, la cosa più grave era il fatto che lo amavo ancora, e che probabilmente avrei continuato ad amarlo per molto tempo. Non volevo che mi vedesse piangere, ciononostante lo seguii a casa sua per prolungare l’agonia di una notte priva di significato, e avvolta nel ghiaccio della desolazione. Da quanto non facevamo bene l’amore? Scandagliai nella memoria, appurando che era circa da un anno. Probabilmente quella data corrispondeva all’inizio della sua nuova relazione. Del tradimento.
Guido aveva il diritto di lasciarmi, ma non gli avrei mai perdonato la menzogna, l’inganno. Mi domandai come lei avesse accettato quella situazione. La risposta era ovvia: si era accontentata delle sue promesse, aveva preso per buoni i suoi giuramenti, non aveva obiettato al classico ‘dammi solo un po’ di tempo’. Le era andata bene, perché spesso il barcamenarsi di un uomo prosegue all’infinito, fino al momento in cui la donna, quale delle due non importa, prende il coraggio a due mani e decide. Per sé e per lui. 
Iniziò a bere, e i suoi discorsi si fecero sempre più confusi. Andai alla finestra, e mi affacciai sul parco che circondava la nostra villa. L’inconfondibile sapore dell’autunno mi raggiunse, portando echi lontani della mia vita, suggestioni e immagini, momenti di gioia e altri di serenità. A differenza di Sabrina mi piaceva andare a scuola, e l’inizio di un nuovo anno scolastico era fervido di proponimenti che poi mantenevo, poiché riuscivo a studiare con facilità. Mi piacevano i libri di testo nuovi, il frusciare della carta, il diario ancora intonso su cui avrei scarabocchiato ingenue poesie. La mia insegnante di italiano era severa ma giusta, e da lei avevo appreso molto, non soltanto in termini di nozioni, ma anche a livello di vita, di pudore, di onestà dei sentimenti. Due anni più tardi anche Sabrina era stata nella sua classe, e l’aveva cordialmente detestata.
Guido si preparò un caffè per combattere l’alcool. Io rifiutai la bevanda e continuai a dargli le spalle, mentre la mia mente vagava, e nel cielo apparivano le prime stelle. Avevo conosciuto Guido in circostanze casuali, e per qualche strana ragione mi era piaciuto subito. Il lato ironico della situazione stava nel fatto che me lo aveva presentato proprio Sabrina. La notte passò lenta. Poi uscimmo.
La città era ancora deserta e silenziosa. Ci incamminammo insieme, quasi fossimo restii a lasciarci, malgrado tutto. Era per sempre, ed entrambi lo sapevamo. D’un tratto, si verificò ciò che temevo: come in un film, scorsero davanti ai miei occhi le ore felici che avevo trascorso con lui. Fino a quell’istante ero riuscita a evitarlo, ma a volte la voce del cuore non si può fermare; ricacciai le lacrime, assumendo un’espressione dura. Sapevo che il dolore mi aspettava per accompagnarmi nei prossimi mesi, seguendomi passo dopo passo come un’ombra malevola. Guido aveva molti difetti, ma non siamo noi a scegliere l’amore, è lui che ci sceglie, spesso a nostra insaputa o addirittura contro il nostro volere. E non è possibile opporsi ai sentimenti. Sarebbe sciocco solo pensarlo. Capita che un gesto, un sorriso, una parola pronunciata in un dato giorno, assumano un significato che annulla tutto il resto.
Una sera, Guido si era presentato a casa mia con una rosa. Non avrei mai scordato quel momento, né il sorriso timido con cui mi porse il suo dono. “E’ per te, Lucia.”
Quella rosa era un pegno d’amore, e mi sarebbe appartenuta per sempre. Sabrina non l’avrebbe mai avuta. Questo pensiero mi diede forza; sorrisi, e continuai a camminare al suo fianco. Arrivammo in piazza e aspettammo che il fornaio aprisse per assaporare l’odore del pane.

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ElisaSgranai gli occhi per la sorpresa, ma mi ricomposi immediatamente.
Il “dottore” era Tony, mio zio.
Rivolse lo sguardo a Chiara ed esibì un sorriso compiaciuto; solo io notai quanto fosse freddo quello sguardo. “Perfetta!”, disse. Dovetti convenire con me stessa che era un ottimo attore: sembrava veramente intrigato dalla visione di quel giovane corpo efebico, che univa l’innocenza della pubertà al sex-appeal di una ragazza comunque prossima al passaggio da crisalide in farfalla. Non me ne intendo di queste cose, però credo che per un pervertito questo mix rappresenti il massimo della lussuria. Senza contare che Lucia sarebbe stata frustata a sangue da un’altra donna, e so che molti trovano irresistibili questi particolari giochi. Per appurarlo è sufficiente andare su “Google” e digitare alcune parole chiave.
“I soldi!”, lo sollecitò Giulio. Mio zio gli porse un assegno, un normale assegno bancario.
“Un milione di euro. Magnifico.”, disse Giulio. Poi lo colpì con un violento destro alla mascella. Mio zio finì contro la parete barcollando. “Pezzo di merda, nessuna banca al mondo pagherebbe una cifra simile. Un assegno, poi! Qual è il tuo gioco? Chi credi di prendere in giro?”
Lo colpì di nuovo, questa volta allo stomaco. Mio zio si piegò in due.
Volevo intervenire, ma Maria Luisa mi si parò davanti. Mi sovrastava in peso e in altezza; inoltre, aveva la frusta in mano. Mi rintanai in un angolo. Maria Luisa mi indicò. “Quei due sono d’accordo.”
Giulio annuì, scuro in volto. “E allora dovranno morire tutti e tre.” Nell’udire quelle parole, la donna sorrise. Fu in quel momento che compresi la differenza che li separava: Giulio era un uomo gelido, privo di sentimenti, attaccato soltanto al denaro; Maria Luisa, invece, era un misto di pazzia e di crudeltà. Le piaceva quello che faceva. Dopo una breve riflessione, Giulio fece un cenno alla sua complice. Maria Luisa sciolse i nodi che immobilizzavano Lucia. “Alzati.”, le ordinò. La ragazza obbedì. Tremava visibilmente. Giulio estrasse la pistola dalla giacca e la puntò su mio zio. “Andremo in un posto tranquillo, isolato, dove troveremo anche un adeguato luogo di sepoltura.”
“Bastardi!”, gridai, fuori di me.
Maria Luisa mi sferrò un pugno nello stomaco, strappandomi un gemito di dolore. Poi mi afferrò per un braccio e mi sospinse verso la porta.
Uscimmo dall’appartamento, dirigendoci verso l’ascensore: io per prima, seguita da mio zio, da Maria Luisa e da Chiara. Giulio chiudeva la fila.
Prima che io potessi pigiare il tasto luminoso, Tony mi diede uno spintone, si girò di scatto con una pistola fra le mani e prese di mira Giulio. “Sei un dilettante.”, disse con disprezzo. “Non mi hai neanche perquisito! E poi non hai il silenziatore.”
Giulio reagì con grande prontezza di riflessi, prendendomi per i capelli e infilandomi l’arma in bocca. “Questo piano è disabitato. E prima che tu possa spararmi io ucciderò lei.”
La risposta di mio zio mi sconcertò. “Non è un problema.”, disse con calma. Malgrado le botte che aveva subito, si esprimeva in modo chiaro e pacato. “Io sono suo zio, ma lei non è più mia nipote. E’ una depravata, la sua sorte mi è indifferente. Io voglio solo punire voi, e salvare la ragazza. Quando premerai il grilletto, sarai un uomo morto.”
Giulio per un attimo sembrò preso alla sprovvista, tuttavia si riprese subito. “Non ti credo.”, disse.
Mio zio aveva uno sguardo totalmente inespressivo. “Mettimi alla prova.”
Ci fu uno stallo che si protrasse per un tempo che mi parve infinito. Non sapevo se mio zio diceva il vero, provavo un terrore folle, ero scossa da brividi di freddo. Nessuno dei due si decideva ad abbassare la pistola. Era una situazione senza via di uscita. Pensai con angoscia che sarei morta, e il fatto che la stessa sorte sarebbe toccata a Giulio non mi era minimamente di conforto.
Fu mio zio a rompere quell’impasse. Prese accuratamente la mira, incominciò a premere il dito sul grilletto. Evidentemente Giulio non resse la tensione. Lasciò scivolare il braccio lungo il fianco. L’incubo era finito! Trassi un profondo sospiro di sollievo, mi divincolai dalla sua stretta . “Consegna la pistola a mia nipote.”, disse mio zio. Io non so sparare, ma almeno in questo modo Giulio sarebbe stato disarmato, e comunque avrei potuto fingere. Lui obbedì, porgendomi l’arma. Non ci restava che portarli alla più vicina caserma dei carabinieri. Non ci sarebbero stati problemi: avremmo testimoniato in tre contro di loro. Stavo per per prendere quell’odioso strumento di morte, quando Maria Luisa ci colse tutti di sorpresa. Il suo polso scattò all’improvviso. Il colpo di frusta fu violento e preciso, centrò in pieno la mano di mio zio. La sua pistola cadde a terra con un piccolo tonfo attutito dalla moquette. “Bastardo!”, sibilò la donna. Vibrò una seconda scudisciata, questa volta diretta al viso.
Giulio rise. “Brava, piccola!” Chiamò l’ascensore. “E adesso è finita.”, disse.
Mentre guardavo lampeggiare i numeri dei piani, mi resi conto di quanto la vita mi fosse preziosa. Ero una giovane donna normale, realizzata nel lavoro, contavo su buone amiche quali Patrizia, mi piaceva il sesso. Non volevo morire. Non mi sembrava giusto. Maledissi lo stravagante comportamento di mio zio, che a sessant’anni credeva di potersi trasformare in un “giustiziere della notte”. Forse aveva fatto davvero il contrabbandiere, ma ormai era vecchio e inadatto a situazioni di lotta e di violenza. Mi vergognai subito di quei pensieri: lui aveva cercato di salvarmi, e sarebbe morto a causa mia. Dovevo impedirlo! Ma era impossibile. Giulio aveva la pistola, Maria Luisa mi faceva paura. Come avrei potuto oppormi a loro? Non avevo né la forza né la freddezza sufficienti per farlo. Con un nodo allo stomaco, vidi che mancavano solo due piani, poi l’ascensore sarebbe arrivato, ci avrebbero portato in qualche bosco e lì saremmo stati giustiziati.
Mi tremavano le gambe, l’angoscia mi impediva perfino di piangere.
Ancora un piano.
Se fossi riuscita a strappare la frusta dalle mani di Maria Luisa…
Lei sembrò intuire i miei pensieri, perché mi afferrò per un polso, stringendolo con forza sorprendente. Lucia era bianca come uno straccio. Lei era la vittima più innocente. Mio zio non si lamentava per il dolore, ma aveva perso la sua energia: appariva abulico e distante. Giulio non manifestava emozioni. Gli occhi di Maria Luisa brillavano di piacere.
Io ero disperata.
L’ascensore arrivò al nostro piano.
Solo per il gusto di farmi male, Maria Luisa mi torse il braccio dietro alla schiena fino all’altezza delle scapole. Provai un dolore lancinante.
L’ascensore cominciò ad aprirsi.
In quegli istanti infinitesimali la mia mente fu attraversata da mille pensieri. Non voglio dire che rivissi tutta la mia vita in un solo secondo; queste cose si leggono sui libri ma non sono vere: certo è che fui raggiunta da ricordi, emozioni, gioie e dolori che appartenevano al mio passato. L’ultima sensazione fu quella del contatto meraviglioso del sole sulla mia pelle.
L’ascensore si aprì.
Non era vuoto.
C’erano quattro poliziotti con le armi spianate.
Uno di loro, forse il capo, apostrofò mio zio: “Perché é venuto in anticipo?”
Tony, perplesso, consultò l’orologio.
Poi scoppiò a ridere.
“Faccio sempre casino.”, borbottò.
Io mi voltai in direzione di Giulio. “Scacco al re!”, sibilai.
“Scacco matto.”, puntualizzò lo zio.

Quella stessa sera mio zio mi fece fumare la mia prima canna.
A me piace Vasco, ma lui voleva ascoltare questi “sconosciuti” Jefferson Starship.
Mi tolsi le ballerine, mi sdraiai sul divano e chiusi gli occhi.
Convenni con lui che era grande musica.

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ElisaNei giorni seguenti non ebbi tempo di pensare a mio zio e alla sua promessa di aiuto.
A prescindere dal fatto che era un uomo sbadato e che probabilmente si era già dimenticato della mia triste storia, un nuovo problema angustiava Giulio e di conseguenza me e Maria Luisa. In fondo, vivevamo di luce riflessa. Un cliente estremamente ricco ed eccentrico lo aveva avvicinato con delle richieste che Giulio reputava inaccettabili. Inizialmente si era limitato a chiedere una minorenne. Era disposto a pagare molto, e Giulio aveva preso in considerazione la proposta, sebbene fosse pericolosa e di difficile attuazione. In seguito, il cliente, che si faceva chiamare “il dottore”, aveva specificato che la ragazza doveva essere ancora vergine. Questo era già più complicato.
La terza richiesta del dottore era agghiacciante: voleva assistere a una scena di tortura. Prima Maria Luisa avrebbe dovuto frustarla, e poi Giulio consolarla possedendola. Al rifiuto di Giulio, il dottore aveva rilanciato: la sventurata doveva morire fra atroci sofferenze. Per Giulio era fuori questione anche la sola idea. Ma, a questo punto, il dottore aveva calato l’asso sul tavolo.
Un milione di euro.
Giulio era allibito. Aveva chiesto una pausa di riflessione, confidandosi con noi. Naturalmente mi ero opposta fermamente a quell’autentica abberrazione. Maria Luisa, invece, aveva dato parere positivo. Conosceva anche una ragazza che faceva al caso nostro, abbastanza ingenua da poter essere intrappolata. Era bella e aveva un’aria innocente che, secondo lei, avrebbe eccitato in modo indicibile il dottore. Per Giulio non si trattava di un problema etico. Semplicemente, aveva paura. Ma un milione di euro rappresentava una cifra immensa, da sogno, capace di addormentare molte coscienze, e tale da giustificare il tremendo rischio. Tuttavia quel laido essere esitava, combattuto fra ingordigia e timore. Maria Luisa premeva perché accettasse, io ero affranta e sbigottita.
Alla fine Giulio decise per il sì. Ma occorreva organizzare il tutto in modo perfetto, senza la possibilità di un minimo errore. Anche la più banale distrazione avrebbe potuto rovinarlo. Era necessaria una preparazione più che accurata, andava vagliata in maniera scientifica ogni possibile evenienza. Inoltre, voleva essere pagato in anticipo.
Il dottore ribatté dicendo che avrebbe consegnato i soldi non appena avesse visto la vittima. Ci fu un lungo braccio di ferro, che si concluse con la capitolazione di Giulio.
Per un milione di euro quell’uomo avrebbe venduto l’anima al diavolo.
Naturalmente ero decisa a impedire l’assassinio. Sarei andata alla polizia. Al diavolo le conseguenze! La vita di quella povera ragazza era più importante della mia reputazione. Forse Giulio mi lesse nel pensiero. Quando rincasai dal lavoro, trovai Maria Luisa che mi aspettava. L’esecuzione era prevista per quella sera, ma mancavano ancora tre ore e pensavo di avere tutto il tempo per fermare quella barbarie.
Purtroppo non andò così. Maria Luisa mi impedì di telefonare alla centrale e mi costrinse a raggiungere Giulio. Volevano che partecipassi anch’io: così sarei stata per sempre nelle loro mani.
La ragazza si chiamava Lucia. Non so come Maria Luisa fosse riuscita a convincerla. Adesso era sdraiata sul letto, nuda, legata ai polsi e alle caviglie, un bavaglio sulla bocca, gli occhi pieni di terrore.
Distolsi lo sguardo. Mi sentivo spregevole, ma per quanto mi sforzassi disperatamente di trovare un modo per salvarla, mi rendevo conto che non avrei potuto fare nulla per lei. Loro erano in due, e sapevo che Giulio aveva anche una pistola. Stavo per gridare che era pronta a prendere il suo posto, quando il suono del citofono mi fece trasalire.
Maria Luisa andò a rispondere. Nelle mani cingeva una frusta; aveva un’espressione eccitata e febbrile.
Maledetta stronza, pensai.
Pochi minuti dopo bussarono alla porta.
Giulio aprì.
Entrò il dottore.

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ElisaIl primo fu un uomo obeso di circa cinquant’anni. Era antipatico e arrogante, ma per fortuna scarsamente dotato e soprattutto sprovvisto di resistenza. Venne non appena Maria Luisa gli sfiorò il membro, e poi non ci fu verso di farglielo tornare duro. Per eccitarlo facemmo l’amore noi donne e, sebbene la detestassi, la mia “collega” riuscì a farmi impazzire come la prima volta in cui ci eravamo trovate nello stesso letto. Dovrei aggiungere che se Patty era la Monica Bellucci dei poveri, Maria Luisa la seguiva a ruota, anche se assomigliava piuttosto a Christina Hendricks, almeno vagamente. Una discreta station wagon, volendo proseguire il paragone con le macchine.
Al secondo appuntamento andai da sola. Quando tornai a casa mia mi sentivo sporca e infelice.
A volte facevo sesso con Giulio e Maria Luisa, però se qualche cliente non era rimasto soddisfatto della mia prestazione, mi costringevano a guardare senza permettermi di partecipare. Con il passare dei giorni il mio odio verso quella diabolica coppia cresceva a dismisura; ciò nonostante, questo non mi impediva di desiderare Giulio. Evidentemente amavo il degrado, anche se non me ne ero mai resa conto.
Una sera risposi male a un cliente. Non voglio raccontare come venni punita perché si trattò di un’esperienza troppo umiliante, di quelle che ti segnano per una vita. Guadagnavo molto, ma avrei rinunciato volentieri a quei soldi: il problema era che non potevo farlo, mi trovavo legata mani e piedi, e non ero in grado di ribellarmi se non al prezzo di uno scandalo che mi avrebbe travolta. Se Giulio avesse mostrato quelle foto, avrei perso il lavoro, le amicizie, la stima di tutti quelli che mi conoscevano.
E le foto aumentavano. Il passo successivo furono i filmini. Non avevo via di scampo. Mi sembrava di vivere in un incubo perenne, solo che non era un sogno ma la mia vita.
In linea di massima, lavoravo tre sere a settimana, a volte quattro. Quasi sempre erano uomini. In un paio di casi andai a letto con una donna, e forse quelle si dimostrarono le esperienze meno sgradevoli.
Poi arrivò il momento in cui compresi che non potevo continuare così, a nessun prezzo. Accadde una mattina, mentre rincasavo dopo aver trascorso la notte con un depravato. “Piuttosto mi ammazzo.”, pensai. Fu allora che mi venne in mente mio zio. Non avrebbe potuto aiutarmi, questo lo sapevo, ma almeno mi sarei sfogata con qualcuno, e forse avrei ricevuto un consiglio, un barlume d’idea, uno spiraglio, un minimo appiglio, anche degli insulti se necessario. Meglio del silenzio. Meglio di quelle serate disgustose, in cui perdevo brandelli di anima che non avrei mai più riavuto.
Da sempre adoro mio zio. E’ completamente diverso da mio padre, del quale è maggiore di due anni. Si chiama Antonio, ma tutti lo chiamano Tony. E’ un pittore di mediocre talento. Negli anni settanta aveva girato l’America in lungo e in largo, senza un soldo, suonando la chitarra agli angoli delle strade. Nel frattempo suo fratello conseguiva la maturità scientifica e si iscriveva a Economia e Commercio…
Ha fatto mille lavori. Addirittura si vociferava che per qualche tempo si fosse dedicato al contrabbando marittimo. Ma, probabilmente, questa era solo una leggenda metropolitana.
Mio zio è unico. Un hippy di sessant’anni. L’unica persona che, forse, mi sarebbe stata ad ascoltare.
Mi recai da lui con il cuore che batteva forte.
Lo trovai al telefono. Stava litigando con un amico per via di un certo Craig Chaquito. A detta di mio zio era un chitarrista bravissimo, e i Jefferson Starship rappresentavano la logica evoluzione dei Jefferson Airplane. Mentre snocciolava nomi di album e di canzoni, fumava una sigaretta dopo l’altra. Poi disse qualcosa a proposito dei Pink Floyd. Per me era arabo. Mi fece cenno di accomodarmi e io attesi pazientemente che la telefonata finisse. Intanto guardavo i suoi ultimi quadri, notando un certo miglioramento specie nell’uso del colore.
Quando riagganciò, gli raccontai tutto, senza tralasciare nemmeno un particolare e senza tentare di giustificarmi. Mi ascoltò in silenzio.
I suoi lunghi baffi sembravano vibrare per l’indignazione, gli occhi azzurri avevano assunto una luce strana. Si alzò, prese due lattine di birra dal frigo, me ne porse una, aprì la sua e mandò giù un’abbondante sorsata.
“Ci penso io.”, disse.

eBook2Ambientato in Inghilterra, questo romanzo ricco di suspance copre un periodo di tempo assai vasto: dalla fine dell’ottocento alla seconda guerra mondiale. Il protagonista, Alex Alliston, da misero orfano assurgerà al rango di lord e di magnate dell’editoria, attraverso una lunga serie di avvenimenti, intrighi e congiure, orditi da nemici spietati, fra cui risaltano le figure di Bellatrix Harrows, donna perfida e priva di scrupoli, e del malvagio Jacobus Van der Vaart. Al suo fianco, il geniale Carrick, investigatore bizzarro tuttavia dotato di straordinario acume, e la caparbia Joan. Ma molti sono i personaggi di spicco di questa appassionante vicenda; in particolare i tre grandi amori di Alex: Helen, Jane e Monica. Tre donne molto diverse ma accomunate dalla passione e da un destino drammatico. E poi l’avventuriero Sam Richards, la psicopatica Silvia e Nancy, figlia adottiva di Alliston, figura enigmatica e controversa, ma anche scrittrice provvista di grande talento. Nomi che resteranno a lungo impressi nella vostra memoria per l’efficace caratterizzazione con cui l’autrice è riuscita a “farli vivere sulla carta”.
Sullo sfondo, il conflitto anglo-boero e le due guerre mondiali, frutto di un’attenta ricostruzione storica. All’inizio del libro ampio spazio è dato anche a uno dei personaggi più terribili degli ultimi due secoli: Jack lo Squartatore contro il quale Carrick ingaggerà una lotta senza quartiere nelle cupe e nebbiose notti londinesi.
Scritto in modo scorrevole e avvincente, “Alex Alliston” vi terrà con il fiato sospeso fino all’ultima pagina… all’ultima riga, pervase di poesia e di sentimento.

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ElisaIl giorno dopo mi svegliai in preda al disgusto. Ero andata a letto con due sconosciuti, e quando era intervenuta Maria Luisa non mi ero opposta. Il fatto che quell’esperienza mi fosse piaciuta peggiorava sensibilmente la situazione. Non c’era stato nulla di romantico, di bello, di poetico: avevamo scopato come animali lascivi, senza alcun coinvolgimento emotivo. Giulio non provava un vero interesse per me, era solo un depravato che amava farsi il maggior numero di donne possibili, e che non si accontentava di averne soltanto una nel letto.
Ma io mi ero comportata male. Avrei dovuto ribellarmi, insultarli, uscire immediatamente da quella casa. Invece, avevo ceduto al richiamo dei sensi, non ero riuscita a far prevalere la ragione.
Nel corso di quella notte, avevo subito anche delle esperienze degradanti, e purtroppo mi erano piaciute. Non ci saremmo più rivisti, questo era certo; tuttavia la mia colpa era ugualmente grave, e quello che avevo fatto sarebbe rimasto per sempre nella mia memoria, una macchia che difficilmente sarei riuscita a lavare. Ero tentata di confidarmi con Patrizia, ma dopo una breve riflessione scartai quell’idea. Lei aveva un altro genere di opinione su di me: era possibile che poi mi disprezzasse. Non ero stata drogata, né costretta con la forza; semplicemente avevo accettato quel triangolo perché mi piaceva, perché volevo godere.
“Non mi cercherà più.”, pensai, ed era un pensiero che mi dava sollievo.
Mi sbagliavo. Due sere dopo tornò da “Max”. Io stavo aspettando Patty, seduta a un tavolino d’angolo. Lui diede vita al solito show con il barman, poi venne ad accomodarsi vicino a me. Io ero fredda e ostile. Giulio mi sorrise. Questa volta era solo un sorriso lupesco, non vi era traccia del falso candore che aveva esibito quando ci eravamo conosciuti.
Sorseggiò il cocktail, quindi si protese verso di me. “Sei un animale da letto.”, disse fissandomi negli occhi. Nei suoi c’era una luce fredda, che non gli conoscevo. Meditai di schiaffeggiarlo, ma non volevo fare scenate in un posto che frequentavo da anni. “Anche tu.”, ribattei con voce incolore, e con uno sguardo altrettanto gelido. “E anche Maria Luisa.”, disse lui portandosi una patatina alla bocca. “Vedi, cara Elisa, devi sapere che io conosco molte persone importanti: uomini influenti, donne ricche, giovani di buona famiglia. Sono sempre a caccia di nuove sensazioni. Al di là delle apparenze, la loro vita è spesso vuota, noiosa. Maria Luisa è una numero uno, ma tu, tu con quell’aria da personcina perbene, potresti risultare ancora più seducente, senza contare che insieme formate una coppia sensazionale. A te piace essere scopata, che siano maschi o femmine non importa; sei nata per il sesso, hai una capacità erotica che raramente avevo riscontrato prima d’ora. Inoltre, a parte il diletto, potresti guadagnare molti soldi. Le cose funzionano così: il cinquanta per cento a me…”
Scattai in piedi. Non avevo alcuna intenzione di lasciarlo proseguire. Stavo per girarmi e per raggiungere il più rapidamente possibile l’uscita, quando lui assunse un’espressione minacciosa. “Siediti! Non ho ancora finito.” Non saprei mai spiegare il motivo che mi indusse ad obbedirgli, forse era un presentimento, sesto senso o qualcosa del genere, chi lo sa. Fatto sta che mi lasciai cadere sulla sedia. Lui tirò fuori una busta da una tasca della giacca. Era una busta commerciale, voluminosa, a giudicare dallo spessore sembrava piena di fogli. Ma non conteneva lettere. Man mano che depositava quelle foto sul tavolo, una a una, quasi fossero carte da gioco, mi sentivo gelare. In alcune avevo il foulard sugli occhi, in altre ero a viso scoperto; in tutte avevo un’espressione eccitata, sconvolta o addirittura estatica.
“Sono venute bene, vero?”
Bevve un altro sorso. “Ti immagini la faccia di Patrizia, del tuo capo, dei tuoi colleghi, di tutte le persone che conosci? Guardando queste immagini scoprirebbero un’Elisa ben diversa da quella che credevano di conoscere. Non trovi, piccola?”
Io ero agghiacciata.
Lui rise.
“Scacco alla regina.”, disse, prima di finire con un unico sorso l’aperitivo.

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ElisaSe con Franco c’era stata tenerezza, con Paolo passione, con Stefania soltanto un gioco intrigante, con Giulio fu il delirio dei sensi. Non avrei mai lontanamente immaginato di poter sperimentare emozioni talmente forti da farmi temere di morire. Ero ignara dei poteri del mio corpo. Gli orgasmi si succedevano, mentre io vagavo con la mente in territori lontani e sconosciuti, dove a un tratto la stessa concezione del piacere sembrava perdere il senso che le avevo sempre attribuito, per trasformarsi in un mondo di ghiaccio e di fuoco, di riso e di pianto; un ottovolante che non saprei se definire angelico o infernale. Venivo catapultata in abissi profondi e bui per risalire improvvisamente in cieli stellati. La luce era così intensa che non riuscivo a reggerne la vista, così calda da togliere il fiato. Ero un oggetto pulsante avulso da qualsiasi forma di realtà che non fosse quella pressante del suo membro che mi riempiva, mi squassava, mi colmava di sensazioni di sconvolgente intensità.
Aveva iniziato baciandomi i piedi, i polpacci, leccandomi le cosce. Nella penombra della stanza, il suo corpo ricordava quello di un antico guerriero; i pettorali erano scolpiti, al tatto apparivano simili all’acciaio. Era lucido di sudore, i muscoli delle braccia spiccavano perfettamente definiti, il ventre piatto non presentava il minimo accenno di grasso, le spalle larghe e solide avevano la consistenza di una roccia. Credo di aver detto che non amo questo genere di fisico, ma evidentemente per lungo tempo avevo commesso un errore di valutazione. A livello razionale non ero interessata a paragonarlo ai miei precedenti amanti, ma era impossibile non riconoscere la differenza fra quel superbo corpo d’atleta e il fisico un po’ flaccido di Franco, quello da comune mortale di Paolo o alle forme troppo opulente di Stefania. Naturalmente non era questo che contava: fu solo dopo che compresi a fondo quello che lo separava dagli altri tre. Successe quando mi penetrò, invadendomi e, sebbene fossi già bagnata, strappandomi un gemito di dolore. Poi il mondo cambiò aspetto e, per la prima volta in vita mia, conobbi l’estasi.
Più tardi, mentre cercavo di recuperare le forze, Giulio mi disse che aveva in serbo una sorpresa per me. Io stavo rivivendo mentalmente il meraviglioso sortilegio di quella serata. Mi domandai oziosamente cosa avesse in mente.
Non tardai a scoprirlo.
Mi offrì una coppa di Dom Pérignon. Assaporai con piacere lo champagne. Mi sentivo stanca ma felice. Non avrei mai più voluto alzarmi da quel letto. Quando ebbi finito di bere, mi tolse il bicchiere dalle mani, quindi mi chiese se poteva bendarmi. Non avevo paura di lui, mi sentivo protetta e a mio agio. Acconsentii senza problemi. Mi disse di stendermi. Io obbedii. Probabilmente mi addormentai, un sonno di pochi minuti che Giulio interruppe baciandomi in bocca. Ricambiai il bacio e in quel momento sentii il peso di un altro corpo sul letto. Subito portai le mani al foulard che mi impediva di vedere, ma Giulio me lo impedì con delicatezza. Poi avvertii il contatto di un dito sul clitoride. Non apparteneva a Giulio, ne ero certa. Non era il tocco di un uomo. Allungai un braccio per allontanare quella nuova presenza, ma lei mi bloccò per il polso. “Rilassati. Sei bellissima!” Era una voce molto sensuale. Il dito sapeva individuare con precisione diabolica i centri nervosi del mio clitoride. Proseguì all’infinito, fino a che non mi misi a urlare. Poi la donna si stese su di me e mi baciò; incominciò a succhiarmi i capezzoli. Giulio mi penetrò nuovamente.
Le ore trascorrevano lente.
Io stavo impazzendo.
Ma dentro di me sapevo che non stavo facendo una cosa giusta.

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ElisaLa teoria secondo la quale gli opposti si attraggono ha sicuramente un fondo di verità. Ci potrebbe essere anche un’altra spiegazione: una sorta di masochismo latente che in passato mi aveva indotta a lasciare un ragazzo che aveva tutte le caratteristiche per piacermi con il risultato di trovarmi invischiata in una storia senza capo né coda. Ignoro la risposta esatta; d’altro canto noi rappresentiamo un grande mistero, e certe pulsioni sono irrazionali per definizione.
Con il passare dei minuti (e dopo un altro giro di aperitivi), mi resi conto che, nonostante l’antipatia iniziale, Giulio mi piaceva. Non era un uomo superficiale. Malgrado le apparenze, dimostrava cultura, uno spiccato senso dell’umorismo e un certo spessore umano che non avrei immaginato potesse appartenergli. Certo, era inguaribilmente vanesio, troppo sicuro di sé, eccessivamente legato a uno stile di vita che non mi apparteneva. Mi colpì positivamente quando a un nuovo trillo spense ambedue i cellulari. Mi garbava meno il modo con cui trattava Patrizia, che considerava alla stregua di un soprammobile, di un essere inanimato e inutile. Ma il suo sguardo mi bruciava. Vergognandomi di me stessa, iniziai a fantasticare di fare sesso con lui. D’un tratto sentii le gambe molli.
Quando Patty disse che doveva lasciarci perché aveva un appuntamento con una coppia di amici, capii subito che stava mentendo, tuttavia le fui segretamente grata, e pochi minuti dopo accettai l’inevitabile invito a cena. Durante il tragitto in Bmw non parlammo. Io covavo strani pensieri, mi sentivo combattuta e incerta. “E’ solo una cena.”, mi ripetevo, sapendo invece che saremmo finiti a letto quella sera stessa.
Per sgombrare il campo da eventuali equivoci voglio precisare che io non sono quel tipo di donna. Prima di quella sera avevo fatto sesso solo con tre persone: Franco, il moroso che avevo scioccamente lasciato; Paolo, il suo successore; e Stefania, la mia compagna di banco al liceo che mi aveva sedotta in un pomeriggio estivo, mentre preparavamo assieme l’esame di maturità. Quella con Stefania era stata un’esperienza sui generis. Non sono attratta dalle donne; finii a letto con lei solo perché mi intrigava l’idea della trasgressione, e poi perché ero curiosa di scoprire come facevano l’amore le altre ragazze. Non intendo giustificarmi, racconto questi fatti unicamente per far capire che provavo un’attrazione veramente forte per Giulio. Era una situazione ironica: non amo gli uomini palestrati e vincenti, prediligo anime sensibili e sofferte, non a caso Franco era il classico intellettuale di sinistra, barba, occhiali da vista e il peso del mondo sulle spalle. Giulio era intelligente, ma rappresentava l’esatto prototipo del maschio da evitare ad ogni costo.
Mi spiegò che i suoi due cellulari rispondevano a esigenze diverse. Uno era riservato al lavoro, l’altro alla sfera privata. Ma, sebbene la cosa avesse un senso, trovavo ugualmente di pessimo gusto il fatto di esibirli entrambi, specie in un luogo pubblico. Quando ci sedemmo a tavola (naturalmente aveva scelto un ristorante esclusivo), con mio grande sollievo non parlò di moto, vacanze alle Maldive o case di montagna. Non parlò nemmeno di sé. Affrontò altri argomenti. Aveva un’ innata predisposizione all’ironia, e un profumo assai gradevole.
Al momento del dolce decisi di stuzzicarlo. “Non hai mai trovato una ragazza che ti abbia resistito?”
Giulio sorrise. Una via di mezzo fra il ghigno compiaciuto di un lupo e l’espressione colma di candore del più innocente fra i bambini. “Sono come Lancillotto.”, rispose. “Lui cercava un cavaliere che si dimostrasse alla sua altezza, io da sempre spero di incontrare una donna che sia capace di respingermi.”
“Allora questa è la tua serata fortunata!”
Scosse la testa. “Non credo.”, disse. “Quantomeno non in quel senso. E’ una serata più che fortunata, ma per altri motivi.”
La sua impudenza mi irritò. “Accompagnami a casa, per favore.”
“Certo.” Chiese il conto. Non mi stupii minimamente quando vidi l’incredibile serie di carte di credito che il suo portafoglio conteneva. 
Uscimmo dal ristorante, salimmo in macchina, lui si diresse verso il centro. Non mi aveva chiesto dove abitavo, e io non glielo avevo detto.
Naturalmente andammo a casa sua.

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