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Archive for novembre 2013

RICORDI DI UN AMORE MANCATO

Sebbene il sole non fosse ancora sorto, la notte andava schiarendosi. Non mancava molto all’alba. Nell’aria c’era un profumo di fuoco di legna e d’autunno. Più tardi, ci sarebbero stati anche quelli del caffè, del pane appena tostato e del bacon che friggeva. In tempi normali, quello era il miglior modo per risvegliarsi, pensò scendendo dal letto e affacciandosi alla finestra che dava sul prato e, oltre, sul bosco che si estendeva fino al mare. C’era un sentiero che, inoltrandosi fra i grandi, vecchi alberi, conduceva alla scogliera. Lo aveva percorso un’infinità di volte, poi era rimasto a guardare le onde sferzate dal vento, un peschereccio che si allontanava verso il largo, i gabbiani che calavano sull’acqua a caccia di prede.
Si soffermò a riflettere su ciò che distingueva il passato dal presente.
Benché conoscesse già tutte le risposte, indugiò davanti alla finestra scrutando, nel buio che lentamente si dileguava, la fitta distesa di piante, delimitata da uno steccato, mentre si poneva la stessa domanda che si era rivolto troppo spesso.
L’elaborazione del lutto, si ripeté.
Prima o poi, a seconda dei caratteri, tutti trovano la chiave per dimenticare il dolore, oppure per conservarlo, ma relegato da qualche parte, quasi anestetizzato. Una nuova compagna, l’accettazione serena della solitudine, la mente proiettata su nuovi progetti – lavoro, svago, viaggi, l’alcool come terapia.
Certo. Prima o poi, tutti elaborano il lutto.
Per lui era stato diverso.
All’inizio, non gli erano mancati i soldi, dunque non si era trattato di questo – capita che l’indigenza amplifichi la sofferenza, anche se succede pure l’esatto contrario: le difficoltà economiche prendono il sopravvento sui sentimenti. Adesso, il denaro si era esaurito, dato che aveva smesso di lavorare, e presto avrebbe dovuto lasciare la casa, dove viveva in affitto; entro un mese, lo sfratto sarebbe diventato esecutivo.
A quel punto, dove sarebbe andato?
Si scostò dalla finestra e andò in cucina. Non che gli importasse granché.
I ricordi del passato, pensò, che frase odiosa! Ciò nonostante, non poteva farne a meno.
Mentre il bacon friggeva, si versò un bicchiere di spremuta d’arancia e preparò il caffè. Prima di conoscere Barbara, aveva avuto dieci amanti. Non avrebbe saputo descriverle altrimenti; non erano state fidanzate, nemmeno per un breve periodo, benché avesse frequentato tre di loro per più di un anno. Mancava sempre qualcosa. Chiara rappresentava il sesso, Laura le affinità intellettuali, Simona era divertente: questi erano i loro ruoli, ed erano confinate in tali spazi senza la possibilità di uscirne. Le altre non contavano.
Mangiò con calma le sue uova, bevve il caffè e concluse la colazione con la spremuta. A pranzo, si sarebbe limitato a un po’ di frutta o di verdura. Una ciotola di minestra e due patate lessate avrebbero costituito la sua cena; per quello il primo pasto della giornata era sostanzioso. Lasciò piatto, tazzina e bicchiere nel lavello, quindi tornò in camera per vestirsi e uscì di casa.
Il sole era pallido, ma adesso c’era. Un principio di foschia era stato allontanato dal vento che soffiava regolare – ma non forte – da nord. Passò attraverso un varco della staccionata e imboccò il sentiero che portava al mare. Qui giunto, contemplò la distesa d’acqua.
Barbara riassumeva in sé le peculiarità di chi l’aveva preceduta: brava a letto come Chiara, colta come Laura, spiritosa come Simona. Ma l’amore non è una somma di caratteristiche, è misterioso per definizione, è alchimia, magia allo stato puro, feromoni che si attraggono. Barbara non aveva il fisico di Chiara, a causa della genetica e del fatto che non trascorreva un’ora al giorno in palestra e un’altra ora in piscina. Il suo viso era solo grazioso e gli occhi, di un azzurro diverso da quello del cielo, possedevano uno sguardo intenso, senza essere belli e profondi come quelli, verdi e attraversati da pagliuzze dorate, di Simona. Ma cosa contava questo? Niente. Barbara era unica.
Per qualche motivo si rammaricò di non vedere pescherecci. Forse più tardi, meditò, sebbene fosse improbabile. I pescatori si svegliano presto. Si sedette su una roccia e continuò a osservare il mare.
Se Barbara lo avesse lasciato per un altro, sarebbe stato diverso. Con ogni probabilità avrebbe elaborato il lutto. O magari no, però se ne sarebbe fatto una ragione. Avrebbe capito. Invece, se n’era andata da sola, perché stanca di lui. Non l’aveva più rivista, e non riusciva a immaginare in che cosa l’avesse delusa. Una breve lettera di lei aveva sancito il loro addio.
Si rialzò e lentamente tornò verso casa, voleva bere un secondo caffè e fumare la prima sigaretta della giornata. Camminava strascicando lievemente una gamba; niente di strano a sessantadue anni. Per il resto, ringraziando Dio, godeva di buona salute. Forse ci sentiva poco, ma questo rientrava nell’ordine naturale delle cose e comunque non era un disturbo grave.
Il bosco era silenzioso, almeno alle sue orecchie. Il profumo, intenso e meraviglioso, così come il paesaggio che lo circondava. Poteva affermare di conoscere ogni albero. Erano i suoi unici amici. Di tanto in tanto, il sole illuminava il sentiero cosparso di foglie brunite, arrecando un po’ di calore. Già da giorni la vegetazione aveva assunto le tonalità proprie dell’autunno, stagione che lui aveva sempre amato. Era bello camminare con calma, strascicando la sua gamba, scostando qualche ramo e guardandosi attorno nella speranza di vedere uno scoiattolo, un tasso, una volpe, un coniglio selvatico.
Era ormai prossimo all’abitazione, quando si fermò.
Un sorriso malinconico affiorò sulle sue labbra, senza però estendersi agli occhi. Non riusciva mai a protrarre a lungo l’incantesimo. Per quanto si sforzasse, a un tratto, senza preavviso, esso cessava, lasciandolo confuso e stordito. Talvolta, incredulo. Accantonò mestamente il pensiero di Barbara, e delle altre. Immagini sfuggenti, create nel corso degli anni. Aveva lavorato come un pittore dell’anima, disegnando, dipingendo, aggiungendo man mano nuovi particolari, correggendo ed esaminando senza indulgenza la sua opera, finché non ne era rimasto pienamente soddisfatto.
E ora il quadro c’era. Ma, purtoppo, come tutti i castelli di carta, bastava un soffio di vento per farlo crollare, lasciandolo con la visione, questa sì reale, di una vita solitaria. Era un quadro bello, tuttavia illusorio, simile ai sogni che si dimenticano nella fredda ora che precede l’alba.
Eppure, avrebbe tanto desiderato incontrare una donna, non importa se bella o brutta. Condividere con lei la sua esistenza. Accarezzare il suo viso, al risveglio. Fare colazione assieme. Condurla fino al mare, tenendola per mano. Regalarle dei fiori per leggere sul suo volto sorpresa e felicità. Parlare di libri, di musica, di cinema. Le piccole cose, le grandi cose.
Non erano pensieri nuovi, ma quella mattina lo colmarono d’angoscia, come mai in precedenza.
Scordò caffè e sigaretta.
Nel ripostiglio c’era un vecchio fucile, ancora funzionante.
Fu lì che si diresse.

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IL CACCIATORE E IL CERVO

I boschi in autunno sono splendidi.
L’incredibile suggestione dei colori dalle calde tonalità, la natura che si appresta a ricevere il lungo abbraccio dell’inverno, i tappeti di foglie che ricoprono i sentieri, appartengono alla bellezza del mondo nello stesso modo del mare o dei limpidi ruscelli di montagna.
Paolo camminava da ore, totalmente indifferente alle meraviglie che lo circondavano; era un esperto conoscitore di boschi e di foreste, ma quella frequentazione non gli aveva mai recato alcun giovamento dell’anima. Semplicemente, aveva un compito da svolgere, che avrebbe svolto come sempre. Il resto non lo riguardava.
Quello era il terzo giorno ed era certo che, prima di sera, avrebbe finalmente scovato l’agognata preda che fino a quel momento era riuscita a sfuggirgli. Non si sentiva per nulla risentito dalla pervicacia quasi beffarda con cui il cervo aveva saputo eludere la sua ricerca. Faceva parte del gioco e gli avrebbe arrecato una soddisfazione ancora maggiore, quando alla fine lo avrebbe trovato e ucciso. Paolo si muoveva con attenzione, badando a non fare rumore, evitando di calpestare ramoscelli che avrebbero svelato la sua presenza. Fiutava l’aria, simile a un segugio, e si manteneva sottovento, in modo che l’animale non percepisse il suo odore.  Trovò il cervo verso le quattro del pomeriggio, quasi all’imbrunire. Era l’animale più bello che avesse mai visto in tanti anni di caccia di frodo (e di bustarelle elargite ai guardacaccia meno onesti). Si avvicinò lentamente, arrestandosi ogni volta che l’animale mostrava segni di disagio. Probabilmente il cervo aveva avvertito la presenza di un nemico, ma la lunga consuetudine del bracconiere gli permise di arrivare sino alla distanza giusta. Imbracciò il fucile e prese accuratamente la mira. Era un tiratore infallibile, e sapeva che lo avrebbe ucciso con il primo sparo.
Trasse un profondo respiro, il corpo perfettamente coordinato, la mano salda e lo sguardo fisso su quella straordinaria preda.
Un fresco alito di vento calò dolcemente dalla collina che sovrastava il bosco. Il dito del cacciatore si mosse con sicurezza; fra un istante il cervo sarebbe stato suo, l’ennesimo trofeo della sua vita.
A un tratto strabuzzò gli occhi. Al posto dell’animale, ora c’era una bambina. Una cascata di boccoli dorati, gli occhi azzurri e innocenti, le mani giunte in segno di supplica.
Sbigottito, Paolo abbassò la canna del fucile. La brezza portava con sé il profumo della sera incipiente; un raggio di sole creò un quadrato luminoso proprio attorno alla fanciulla, rivelandone la tenera bellezza. Lei sembrò sorridergli, grata.
Paolo scosse la testa, incredulo e sconcertato.
Il cervo si allontanò maestosamente, e presto fu al sicuro, al riparo degli alberi.
I boschi in autunno sono splendidi.
L’incredibile suggestione dei colori dalle calde tonalità, talvolta, può compiere prodigi.
O forse, chissà, è il vento che nasconde strani segreti.

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UN SOGNO AMERICANO 21

La valle di Phil 2Weir si rovesciò sulla schiena e sferrò un potente calcio alla lastra. Comprese subito che aveva uno spessore troppo grosso e che non sarebbe riuscito nemmeno a scalfirla. Però capì anche un’altra cosa.
La corrente non proveniva da lì.
In cima allo scudo di roccia c’era una sottile fessura che lasciava trasparire il chiarore, tuttavia era di margini eccessivamente ridotti.
Tornò indietro tastando le due pareti con le mani. Doveva esserci un’altra apertura, ne era certo, ma era altrettanto sicuro che se non l’avesse individuata nel giro di pochi secondi sarebbe rimasto intrappolato per sempre in quel sepolcro subacqueo. I pesci avrebbero divorato il suo corpo e si sarebbe allontanato di molte vite dal karma. A quel pensiero rabbrividì.
Fu proprio in quell’istante che sentì il flusso della corrente. Un attimo dopo la sua mano incontrò il vuoto. Si spinse freneticamente nel nuovo tunnel. La luce era sempre più intensa. Phil riusciva a scomporla, in modo da cogliere tutti i colori dello spettro: un arcobaleno di incommensurabile bellezza che gli procurava una gioia infinita. Fu allora che in un ultimo soprassalto di lucidità si rese conto che quello era il campanello d’allarme definitivo.
Si spinse rabbiosamente in alto e all’improvviso riaffiorò in superficie. Si trovava nel ruscello che alimentava il piccolo lago. Sopra c’era una cascata spumeggiante che baluginava al sole in un gioco di luci scintillanti. Phil respirò avidamente. Il mondo gli girava attorno come una trottola impazzita. Sentiva i polmoni bruciare, e non c’era un solo punto del suo corpo che non gli facesse un male atroce. Scrollò la testa e nuotò con estenuante lentezza verso la riva. Quando finalmente uscì dall’acqua, si lasciò cadere sul terreno e piombò in un sonno torbido che confinava con la morte.
Fu uno strano rumore a destarlo. Il rumore di un elicottero.
Weir si alzò stancamente. Vide che c’era un prato, non molto distante da dove si trovava, che era sufficientemente ampio per consentire all’elicottero di atterrare.
Si tolse i pantaloni, tastò alla cieca, poi ricavò una striscia di tessuto dalla camicia bagnata e bendò la parte lesa, stringendo con forza.
E va bene. Lo avete voluto voi.
 
Lontano da lì, in una piccola chiesa avvolta nella penombra, una donna pregava.
Prima aveva acceso un cero, poi si era inginocchiata davanti all’immagine di Maria. Sentiva che stava per accadere qualcosa di molto brutto, però riponeva una grande fiducia nel potere della preghiera. E così, con le mani congiunte e gli occhi scuri ardenti di fede, pregò per l’anima di suo marito, chiedendo di potersi congiungere a lui quando la Madonna lo avesse ritenuto opportuno; pregò per il figlio Antonio, che trovasse una brava moglie e conservasse a lungo la salute e la dedizione al lavoro; e infine pregò per la chica bruna.
“Fa’ che non muoia!”, sussurrò nel silenzio di quella mattina estiva.
 
Paola Chianese e Liz Margraeve erano sul ciglio del burrone e guardavano in basso. Sidney Saryo era salito sul secondo elicottero e stava partecipando alle ricerche. Paola pensava che Liz idealizzasse Weir. Anche se era indubbiamente un uomo intelligente e pieno di risorse, doveva i suoi discutibili exploit alla fortuna. Che alla fine lo aveva abbandonato.
Entrambe furono colte di sorpresa dal suono di una voce.
“Ci ritroviamo!”
Si girarono di scatto.
Phil le osservava con un’espressione indecifrabile. “A ogni azione corrisponde una reazione.”
Paola impugnò la P228 Sig, ma Liz le afferrò il polso, torcendolo. Era molto più vigorosa di lei e probabilmente aveva una conoscenza superiore delle arti marziali. Con un gemito, Paola lasciò cadere la pistola. Liz la raccolse prontamente e la puntò contro Weir.
Questa volta fu Phil a essere preso alla sprovvista. Quando aveva visto le due donne sole non si era posto il problema di non avere un’arma. Riteneva che la piedipiatti in gonnella avrebbe esitato prima di far fuoco. Sebbene fosse sull’orlo di un crollo fisico, le avrebbe sopraffatte, si sarebbe impadronito della pistola e poi avrebbe ridisceso la scarpata. Sarebbe sbucato alle spalle degli altri sbirri e in seguito si sarebbe occupato dei soldati. Guardò Liz negli occhi per capire le sue intenzioni. Elizabeth era una ragazza violenta: lo aveva dimostrato più volte, accapigliandosi con Patsy e tentando di accoltellarlo. Ma avrebbe avuto il coraggio di sparargli a sangue freddo? Era possibile. Tuttavia, malgrado le apparenze, aveva un carattere debole; era aggressiva, però facilmente dominabile. La paragonò mentalmente a un piccolo fuoco. Bastava un bicchiere d’acqua per spegnerlo. In date circostanze poteva essere spietata, ma non con lui presente. La conosceva troppo bene e sapeva come imporle la sua volontà.
Liz è una succube.
Le rivolse uno sguardo intenso, carico di tutto il magnetismo che possedeva. “Non puoi uccidemi, amore.”, disse con calma.
Elizabeth era bianca come uno straccio. Paola si stava massaggiando il polso. Weir la indicò con un dito. “Le hai fatto molto male, tesoro. Tu sei forte, lo so. Però io sono più forte di te, e questo lo sappiamo tutti e due. Ti ho già perdonato una volta e ti perdono anche adesso, perché non posso vivere senza di te. Io ti amo.”
“Elizabeth, non sparare!” La voce di Paola risuonò stridula alle sue stesse orecchie. Sapeva che sarebbe dovuta intervenire, ma non ci riusciva. Forse quella ragazza le aveva spezzato il polso, dato che provava un dolore quasi insopportabile; ma non era questo che la tratteneva: aveva paura e, benché se ne vergognasse profondamente, non era in grado di vincerla. Nell’ FBI era considerata una fuoriclasse per le sue doti intellettuali; l’altro lato della medaglia era che non aveva mai lottato, combattuto, ucciso, e ora le tremavano le gambe.
Weir la ignorò. Aveva capito che era fuori gioco ed era concentrato solo su Liz.
Non puoi farcela contro di me.
Avanzò di un passo.
“Fermo, Phil!”, sibilò Elizabeth.
Weir le sorrise. “Anche tu mi ami, Liz!” Quel sorriso incrinò la sicurezza della giovane. La riportò ai tempi felici della Green Valley. Non aveva scordato i baci ardenti che si erano scambiati, la superba arroganza del suo membro che la colmava, la vita semplice e appagante che avevano condiviso. Provò una fitta di rimorso al pensiero di Patsy. Se soltanto fossero andate d’accordo! Ma era lui che amava, e non sarebbe mai riuscita a dimenticarlo.
Weir fece un altro passo. “Coraggio, piccola: dammi quella pistola.”
Elizabeth sembrava impietrita. Phil notò le lacrime che le rigavano il viso. “Ce ne andremo lontano. Solo io e te. Per sempre.” Allungò una mano. Liz tese lentamente la sua per porgergli l’arma, come una giovane sacerdotessa che compie un’offerta votiva a un dio grande e invincibile. Un dio splendente e carismatico, cui è impossibile resistere. Il sole le illuminava i capelli, traendone vivide sfumature purpuree. Il verde degli occhi era profondo, e in quella profondità a un tratto apparvero delle ombre.
Phil sfiorò la canna della P228 Sig, ma un attimo prima che potesse afferrarla lei si ritrasse, premette il grilletto e sparò.
Weir barcollò.
Ma non cadde.
Si voltò e fuggì verso il bosco.
Paola finalmente si riprese. Strappò la pistola dalle mani di Elizabeth. “Sei impazzita?”
Liz si accasciò per terra e incominciò a piangere. “L’ho ucciso”, disse fra i singhiozzi. “Lo amavo, ma dovevo ucciderlo! Tu non gli avresti sparato e saremmo morte tutte e due!”
Paola la fissò per un attimo in silenzio. “Resta qui.”, poi disse. “L’hai colpito al torace. Non può essere andato lontano.” Scosse la testa, avvilita. “Vado a cercarlo. Ma temo che troverò il suo cadavere.”
 
L’uomo che si faceva chiamare Lesh contemplava l’oceano.
La grande distesa d’acqua arrivava fino all’orizzonte: era blu, di una luminosità trasparente, su cui il sole disegnava arabeschi dorati. Poi Lesh abbassò lo sguardo sulla piccola spiaggia che si stendeva davanti al bungalow e osservò la splendida ragazza che si stava dirigendo verso di lui. L’aveva vista tornare dalla barriera corallina e aveva ammirato il suo crawl fluido ed energico. Adesso camminava sulla sabbia bianca, sinuosa ed elegante, come un’attrice. Ma non c’era nulla di studiato in lei. Aveva una classe innata che le permetteva di emergere anche in mezzo a cento persone. Si chiamava Silvia Monti, aveva ventisei anni ed era italiana. Lesh l’aveva conosciuta in Messico. Si erano innamorati dopo pochi giorni e lei lo aveva seguito in quella piccola isola incantata.
Silvia si asciugò i capelli, che erano lunghi e castani, con dei riflessi biondi naturali. I grandi occhi verdi spiccavano sul viso dalla carnagione chiara, che ricordava una bambola di ceramica. Era alta e sottile, ma aveva le gambe muscolose.
Lesh la baciò sulla bocca.
“Mia signora”, disse. “questa sera mangeremo sulla veranda: pesce alla griglia, cucinato dal sottoscritto e innaffiato da una buona bottiglia di vino bianco.”
“Un menu eccellente.”, replicò la ragazza. “Ma vede, messere, io sono più interessata al dopo cena.”

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IL FATTORE B 13

Alexsandr Alexsandrovic StavroginOre 9.40
Nel corso degli anni, Monica Squire aveva partecipato a numerosi seminari, alcuni dei quali obbligatori, altri come volontaria. Fra questi ultimi, le era rimasto particolarmente impresso nella mente quello di cinesica.
La cinesica è una scienza moderna che, attraverso due precisi passaggi, permette di comprendere se un individuo sta mentendo, oppure glissando su certi particolari. La prima fase ha come scopo la realizzazione del profilo base. Si ottiene mediante l’uso di domande di cui si conoscono già le risposte, domande “innocue” che non implicano alcun coinvolgimento emotivo del soggetto preso in esame. Durante questa fase, si osservano con attenzione la postura del corpo, il tono della voce, i movimenti anche banali – ad esempio, incrociare le braccia davanti al petto o le caviglie sotto al tavolo. Ciò serve per notare, in seguito, le reazioni a seguito di domande insidiose, che potrebbero indurre la persona che si ha di fronte a mentire.
Lo scostamento dal profilo base è indicatore di una menzogna.
Tale disciplina si rivela assai utile quando si ha a che fare con un agente di un servizio segreto straniero che ha deciso di cambiare campo. Quello che interessa non è la motivazione, soldi, scelta ideologica, rancore verso i superiori, ma l’attendibilità del passaggio di campo. Ai tempi del KGB, non pochi membri della prima direzione centrale finsero di tradire l’Unione Sovietica per poi trasmettere informazioni fuorvianti, inframezzate da notizie vere ma di scarsa utilità pratica.
Monica fece ricorso alla cinesica non appena prese posto all’altro lato della scrivania dove sedeva Silvio Berlini. Dietro esplicita richiesta dell’americana erano soli. Niente interprete, niente segretari o funzionari del partito di Berlini. Sorbirono il caffè in silenzio. Subito dopo, nel suo inglese un po’ approssimativo anche se comprensibile, l’uomo politico e imprenditore le raccontò due barzellette, sbirciandole ogni tanto il seno. Per una forma di cortesia, Monica sorrise. In realtà, le aveva trovate agghiaccianti.
Poi toccò a lei. Cominciò affrontando temi irrilevanti. “Il comunismo da sempre è la fonte di ogni male.”, osservò come avrebbe fatto una giornalista che lo stesse intervistando. “E’ d’accordo, presidente?”
Berlini, rilassato e sicuro di sé, si lanciò in un lungo sproloquio, che Monica ascoltò senza particolare attenzione. Conosceva già le idee dell’italiano al riguardo; ciò che le interessava era studiare il suo modo di muovere le mani, la frequenza delle pause, l’espressione degli occhi. Quello che tradisce un mentitore non è quello che dice ma come lo dice.
Lo mise ulteriormente a proprio agio spostando il discorso sulla sua grande passione: la squadra di calcio del Milan. Se Berlini si stava domandando qual era il senso di quei quesiti, non lo diede comunque a vedere. Dopo altre tre o quattro domande, Monica ritenne di avere ottenuto un profilo base piuttosto attendibile.
Passò alla seconda fase.
Berlini percepì il cambiamento d’atmosfera e pensò che Squire avesse esaurito i convenevoli con cui per gentilezza aveva esordito e che ora sarebbe venuta al dunque. Avrebbe preferito flirtare un po’ con lei. Benché gli piacessero le ragazze, non gli sarebbe dispiaciuto portarsela a letto; malgrado non fosse più giovane, la donna possedeva un notevole fascino. E per essere un’americana vestiva con classe.
“Lei si sarà chiesto il motivo che mi ha condotta in Italia per questo nostro incontro.”
Berlini annuì.
Monica lasciò passare alcuni secondi prima di procedere.
“Bene”, poi disse con calma, “la ragione che ha indotto i miei superiori a mandarmi qui è legata ad Angela Merkel.”
Sarebbe stato un grave errore dirgli che l’iniziativa era sua e che non l’aveva “mandata” nessuno.
Berlini si irrigidì.
“Non capisco.”, replicò, fingendosi stupito.
“Desidero essere molto franca, presidente.”, disse Monica ignorando la sua risposta, e prendendo mentalmente nota grazie al linguaggio del corpo che Berlini si stava già scostando dal profilo base, e quindi che mentiva. “Da quando è stata fondata, l’Agenzia per la quale lavoro ha portato a termine diverse operazioni… ehm… particolari. Erano necessarie per la sicurezza degli Stati Uniti e naturalmente dovevano passare inosservate. Pertanto, a Langley i miei capi non si pongono questioni morali – la morale è un concetto molto relativo, e può essere intesa in un modo o nell’altro, a seconda di chi prende in esame un dato fatto -, bensì di convenienza politica. Lei capirà, signor presidente, che il rischio di una pericolosa destabilizzazione a livello internazionale…”
“Mi consenta.”, la interruppe Berlini. “Mi sfugge il senso delle sue parole. Operazioni particolari, Angela Merkel… non comprendo proprio, mi creda.”
Monica notò tutta una serie di piccoli dettagli legati alla sua postura che indicavano chiaramente che Berlini stava mentendo di nuovo. Quel “mi creda” finale era la ciliegina sulla torta. Un chiaro indice di menzogna.
Monica continuò, impassibile. “A Langley la sua posizione viene vista con simpatia. I suoi motivi di risentimento nei confronti della signora tedesca sono comprensibili e il suo desiderio di cambiare le cose, in Europa, è legittimo. Tuttavia non è politicamente consigliabile. Anziché risolvere problemi, ne creerebbe molti altri con grave danno anche dell’Italia. Di conseguenza, a nome dei miei superiori, la prego di rivedere i suoi propositi.
La prego di rinunciare all’operazione.”
Monica si era espressa con garbo, sorridendo, e aveva usato di proposito il verbo “pregare” per due volte. Un’aggressione verbale sarebbe stata controproducente.
Ma Berlini si alterò e scattò in piedi. Puntò l’indice della mano destra sull’americana. “Lei mi sta insultando! Ma non finisce qui. Una nota di protesta…”
Questa volta fu Squire a interromperlo.
“Se l’ho involontariamente offesa, mi scuso. Non era certo nelle mie intenzioni. Le chiedo solo altri dieci minuti. Sono sicura che arriveremo a un accordo.”
Fece un sorriso soave.
Berlini tornò a sedersi, cupo in volto.

Ore 11.40 ora locale di Mosca
Il generale Vatutin fissava pensieroso Vitalij Denisov, il suo amico del FSB. Più tardi sarebbero scesi nella mensa per pranzare assieme.
Il colloquio con Putin lo aveva lasciato alquanto perplesso. Che Putin fosse un uomo enigmatico, era un fatto risaputo; ma le sue parole finali gli erano sembrate insensate.
Prima, inviava in gran segreto Stavrogin in Italia per eliminare Berlini. Poi, si congratulava con Vatutin perché il generale aveva deciso di sabotare l’operazione.
Comunque la si volesse mettere, c’era qualcosa che non quadrava. Aveva cambiato idea, a causa della sua amicizia con l’imprenditore italiano? Vatutin tendeva a escluderlo: Putin non cambiava mai idea. E allora?
E adesso aveva la risposta.
“Non ti ho mancato di rispetto, Boris Nikolaevic.”, ripeté Denisov. “Ho semplicemente obbedito agli ordini, com’era mio preciso dovere. Scusami, se ti ho detto quella piccola bugia; così mi era stato chiesto di fare. D’altra parte, ciò che conta è il risultato finale.”
Vatutin guardò fuori della finestra, riflettendo su quel comportamento machiavellico. Poi pensò ai mezzi degli americani, alle intercettazioni. E iniziò a capire.
“Figurati, Vitalij. Non sono in collera con te. Devo ancora mettere bene a fuoco ciò che è successo, anche se comincio ad avere le idee più chiare.
Quindi, è stato Putin a dirti di farmi avere quel rapporto, facendomi credere che agivi a sua insaputa.”
“Esatto.”, confermò Denisov.
“E’ un Maestro.”, mormorò Vatutin. “Promette una cosa alla CIA, di più, si attiva affinché qualcuno vada realmente in Italia… e contemporaneamente dispone che io lo venga a sapere. Conoscendomi, era sicuro che mi sarei opposto con tutti i mezzi possibili alla missione del capitano. Povero Stavrogin!”
Denisov scrollò le spalle. “Un vero Maestro!”, convenne.
“Una Volpe.”

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