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Archive for ottobre 2013

IL FATTORE B 10

Alexsandr Alexsandrovic StavroginStavrogin trascorse a Milano i due giorni successivi, mercoledì e giovedì. Si alzava all’alba e tornava a Lecco a notte inoltrata. Gli piaceva guidare con il buio su strade poco trafficate; mentre procedeva a velocità moderata, ripassava mentalmente i suoi piani. A quell’ora l’aria era gelida, ma il riscaldamento della Bmw funzionava alla perfezione, e le luci arancioni del cruscotto davano un’ulteriore sensazione di calore; inoltre, così, poteva posteggiare l’auto nel suo box privato, al riparo da occhi indiscreti.
Per un russo che non parlava bene l’italiano era difficile mettersi in contatto con gli esponenti del tifo organizzato o con gli addetti alla sorveglianza dello stadio, ma il capitano del SVR disponeva di molti soldi e aveva svolto accurate ricerche. Aveva appreso che alcuni dei cosiddetti ultras erano fondamentalmente dei delinquenti. Il gioco del calcio per loro non era una passione, bensì un modo per sfogare la collera nei confronti della società, il risentimento causato dal fatto che non erano ricchi e la violenza innata.
In Russia sarebbero finiti al muro.
Trovò chi cercava la sera del secondo giorno.
Si recò in un locale malfamato, situato nei pressi della stazione centrale, che gli era stato indicato da una prostituta, una donna non particolarmente attraente che attirava la clientela grazie agli alti stivali neri e alla minigonna di proporzioni assai ridotte. Non era la prima persona con cui aveva parlato. In precedenza, aveva girato per bar dall’aspetto equivoco e interrogato diverse “colleghe” della meretrice.
L’uomo che cercava aveva circa trent’anni, il collo taurino, le spalle massicce e numerosi tatuaggi. L’aria non era quella di una persona intelligente, ma questo non stupì Aleksandr. Si sarebbe sorpreso del contrario.
Gli offrì da bere e Alberto, quello era il nome dell’energumeno, accettò volentieri, ordinando un grande boccale di birra. Mentre trangugiava la birra, Stavrogin venne subito al dunque. Era inutile perdere tempo. “Ho un problema.”, disse con calma. “E’ probabile che domenica sera io debba entrare nello stadio armato. Ho certi conti da regolare, che peraltro non ti riguardano. Sapresti indicarmi come fare?”
L’osteria era piena di gente, ma nessuno badava a loro.
Alberto lo scrutò, perplesso. “E io cosa ci guadagno? E’ rischioso quello che chiedi. E poi di che arma si tratta? Perché se fosse un coltello…”
“Non è un coltello.”, lo interruppe Stavrogin. “Qualcosa di più ingombrante. In quanto a te, ti darò mille euro. Cinquecento adesso”, e gli porse un rotolo di banconote, “e cinquecento a lavoro finito.”
Lo sguardo di Alberto era avido. Tese una mano e afferrò le banconote, che poi sparirono in una tasca del giubbotto. “Si può fare.”, disse.
“Sì… ma…”, interloquì freddamente il russo, “se qualcosa dovesse andare storto, qualsiasi cosa, come ad esempio che tu non ti facessi vedere all’ora prestabilita oppure che io venissi perquisito all’ingresso, ebbene in questo caso, tu moriresti.”
Alberto lo fissò, sgomento. Non aveva paura dei poliziotti, delle bande rivali, degli ultras delle altre squadre; ma la calma glaciale con cui lo straniero aveva pronunciato le ultime parole lo aveva raggelato.
Abbassò gli occhi sul boccale di birra, riflettendo. Per lui cinquecento euro erano una somma enorme. Ma mille! Beh, un centinaio avrebbe dovuto devolverli, però ne restavano sempre novecento. Dopo un istante, annuì. “Non andrà storto niente. Ora ti spiego.”

Sulla soglia dei sessant’anni Monica Yarbes, Squire da nubile, era ancora una bella donna e dimostrava quasi dieci anni di meno. La sua carriera nella CIA era stata decisamente particolare. Quando ne parlava con il marito, sosteneva ridendo (ma non troppo) che poteva essere paragonata alle montagne russe e probabilmente non aveva torto.
Era stata in missione in Afghanistan, assieme a un collega, John Lodge, durante la guerra contro l’Unione Sovietica, rischiando più volte la vita ma comportandosi in maniera egregia: fra l’altro, aveva abbattuto un Hind russo. Le cose erano cambiate al suo ritorno in America: un’agente del KGB l’aveva sequestrata e torturata. Monica non era riuscita a resistere e aveva parlato, svelando alla russa dove abitava Lodge. Il padre di Stavrogin, nome in codice Matrioska, lo aveva ucciso, e Lodge era il miglior elemento della CIA, assieme a Martin Yarbes.
Monica era caduta in disgrazia: rischiava la condanna a morte o l’ergastolo, ma per motivi “politici” l’allora capo di Langley l’aveva fatta assolvere. Tuttavia era diventata una reietta.
Aveva saputo riscattarsi seguendo di sua iniziativa il futuro marito a Cannes, in Francia, dove aveva ammazzato il famigerato Matrioska. Il trionfo definitivo l’aveva ottenuto in Russia, nei giorni del fallito colpo di Stato. Dopo aver rischiato ancora una volta di morire, era riuscita a eliminare lo spietato Pomarev, un ufficiale del Gruppo Alpha, l’unità d’élite delle forze speciali sovietiche. In seguito, si era occupata di questioni amministrative, e più tardi era andata in pensione.
A questo stava pensando, vestita con un elegante tailleur di taglio classico, mentre sorseggiava una coppa di champagne e l’aereo sorvolava l’Oceano Atlantico.
Sebbene all’epoca si fosse difesa e avesse accolto con rabbia le accuse di vigliaccheria, in realtà non si era mai perdonata del tutto. Lodge era un buon collega, un amico e un mancato amante; se era morto, era stato a causa sua. Le torture cui l’aveva sottoposta la spia russa erano state atroci; ciò nonostante non avrebbe dovuto cedere e, a distanza di anni, capiva il risentimento che l’aveva accompagnata, gli sguardi ostili o sarcastici che le rivolgevano gli altri nei corridoi di Langley.
La vita era strana, meditò, scorrendo quelle immagini del passato. Forse, benché ciò apparisse paradossale, Matrioska era stato il suo unico, vero, amore. Un amore impossibile, purtroppo. Ricordava bene quello che gli aveva detto prima di sparargli: “In un altro tempo e in un altro mondo, forse avrei potuto amarti: ma tu sei un nemico!”
Abbandonò quei pensieri per concentrarsi sull’incontro con Silvio Berlini. Si sentiva ottimista. Aveva letto con estrema attenzione il dossier che lo riguardava: anche se non condivideva la sua posizione politica, sapeva che non era un imbecille, e contava di farlo ragionare. Il suo odio nei confronti di Angela Merkel poteva essere comprensibile, dato che egli la considerava responsabile della difficile situazione economica dell’Italia; però da qui ad assoldare un killer per farla uccidere correva il mare.

Gli avevano regalato il primo computer a sei anni, e ora che ne aveva quattordici Luca Scalabrini era un hacker – o forse addirittura un cracker – fatto e finito.
Da tempo aveva abbandonato Facebook e Twitter per dedicarsi a ogni sorta di gioco, gratuito o a pagamento (nel secondo caso, trovava il modo per intrufolarsi senza spendere un euro). Quando rincasava da scuola, pranzava, svolgeva i compiti in un paio d’ore, dopodiché si immergeva nel suo mondo personale, lo sguardo fisso al pc. Non frequentava i compagni di classe, non aveva una ragazza, né gli interessava averla: fino a mezzanotte, quando la madre interveniva urlando, non aveva occhi che per il computer.
Di tanto in tanto, dava un’occhiata ad alcuni blog, accuratamente selezionati. Non gli piaceva leggere racconti, poesie o romanzi, però era attratto dai siti che trattavano argomenti scientifici. Di quelli, scorreva anche i commenti. E da qualche giorno era perplesso.
C’era un intervento che gli sembrava privo di senso.
Non che fosse una novità. In molti lasciavano contributi sconclusionati, farneticanti o semplicemente stupidi, però non in quel dato blog. Per una strana forma di curiosità – o forse perché al momento non aveva di meglio da fare – tornò a rileggerlo. Era anonimo. E non aveva nulla a che vedere con il post. Meditabondo, rifletté su quelle parole, cercando invano di scovare un nesso che collegasse il commento all’argomento trattato.
Poi, per gioco, immaginò che fosse un messaggio segreto.
L’idea lo divertì e provò a decrittarlo.
Ci riuscì in meno di tre ore.

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La valle di Phil 2Paola Chianese si svegliò di soprassalto. Aveva la netta sensazione che ci fosse un estraneo in casa. Passò rapidamente dal sonno alla veglia, come avrebbe fatto un soldato, e saltò giù dal letto per prendere la pistola. Poi si ricordò che Saryo si era fermato a dormire da lei. Erano anni che non trascorreva tutta una notte con un uomo. Guardò l’orologio: le cinque del mattino. Ma ormai non aveva più sonno.
Si trasferì in bagno, fece la doccia e lavò i capelli che, una volta asciugati, spazzolò fino a farli brillare. Tornò in camera. “Sidney, è tardissimo!”
Saryo socchiuse gli occhi e guardò con aria diffidente attraverso i vetri privi di imposte. “E’ ancora buio…”
Paola stava già preparando una padella piena di uova e pancetta. “Un cavaliere deve fare compagnia alla sua dama!”
L’odore appetitoso della colazione spinse Saryo a seguirla in cucina. Mangiarono in silenzio, bevendo due tazze di caffè a testa. Sidney si accese una sigaretta. “Quell’uomo è molto scaltro.”, disse. “Ma se fossimo arrivati un’ora prima, lo avremmo beccato.” Durante il tragitto si erano dovuti fermare a causa di un incidente: un camionista ubriaco aveva tamponato una macchina, e si era creato un ingorgo pazzesco. Paola scosse la testa. “Non lo avremmo trovato comunque.”
“Poco male, tutto sommato. In fondo ci ha fatto un piacere eliminando quei due delinquenti.”
“Non dirlo neanche per scherzo!”, scattò Paola. “L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno sono i giustizieri.” Raddolcì il tono della voce. “Tu stesso mi hai parlato dell’omicidio di quel Paul Douglas. Patsy Legrange è scomparsa misteriosamente. E non si tratta solo di questo, Sidney: io ho conosciuto Weir…”
“Lo so.”
“E’ un uomo strano. All’inizio sembrava completamente fatto, poi da un momento all’altro è diventato lucido, di una lucidità impressionante. Non aveva paura: anzi, si è preso gioco di me. Ma quello che mi ha colpita in modo particolare sono stati i suoi occhi. Freddi, privi di espressione. Hai presente i serpenti? Quando ha chiamato Elizabeth Margraeve, lei pareva dipendere in tutto e per tutto da lui. Weir ha una personalità inquietante. Comunque è scappato. Non dico che sia una prova, ma non depone certo a suo favore. Oggi avremo il mandato di cattura.”
Finì il caffè. “Scommetto che anche in manette conserverà quel suo sorriso gelido.”
 
Phil lasciò Liz da un parrucchiere, quindi entrò in un internet-point. Sebbene detestasse i computer, sarebbe stato in grado di fare il cracker. Quando era ancora un agente di borsa, il pc era stato uno strumento di lavoro quotidiano, e aveva imparato mille trucchi. Una volta, per gioco, si era introdotto nel portatile della sua ragazza di allora, scoprendo non pochi segreti. Guardò le ultime notizie. Per il momento non risultava fra i ricercati. Sospirò di sollievo e lavorò per una trentina di minuti, poi uscì e sbrigò delle commissioni.
Tornò al posteggio. Quella notte avevano dormito sul pick-up. Controllò che ogni cosa fosse a posto, passando in rassegna l’equipaggiamento che aveva preparato e chiedendosi se non avesse dimenticato nulla. Quello che gli serviva c’era. Andò a riprendere Liz. Quando la vide, annuì soddisfatto: era in jeans, aveva indossato una maglietta di una taglia più grande, e i capelli rossi le avrebbero permesso di passare inosservata a un esame superficiale. Tra l’altro, le stavano bene. Si complimentò con lei per il nuovo look e puntò verso la Green Valley.
Era una giornata molto calda, afosa; non spirava un filo d’aria. Il cielo era di un azzurro sbiadito, spesso le nuvole nascondevano il sole.
Weir guidava senza parlare, ripassando mentalmente il suo piano. Per la prima volta in vita sua avrebbe ucciso delle persone che non lo stavano minacciando direttamente. Non è vero, si corresse. Era come se gli avessero puntato un mitra contro: a causa loro, rischiava di non raggiungere il karma; sarebbe stato costretto a ricominciare tutto da capo. Non avrebbero dovuto cacciarlo dalla sua valle.
Diede un’occhiata a Liz, rallegrandosi che ci fosse lei e non Patsy; li attendeva un duro lavoro.
Superò la foresta di pini, attraversò il vecchio ponte e raggiunse il primo passo. Qui faceva più fresco, l’aria era pura, il colore del cielo era di un blu profondo. Affrontò la discesa, risparmiando i freni con l’uso costante delle marce. Quando fu in fondo, scorse in lontananza il profilo dei suoi monti. Provò un empito di gioia quasi travolgente. Capì che non aveva mai amato nessuno con la stessa intensità: Rachel, Patsy, Liz, semplicemente scomparivano davanti alla Green Valley. Lì aveva realizzato il suo sogno. Le donne potevano essere sostituite; in fondo erano solo delle pedine, più o meno importanti: ma la valle rappresentava la scacchiera, una scacchiera magica, che era il senso stesso della sua esistenza.
Si fermò in una piazzola e porse un sandwich a Liz. Mentre la ragazza mangiava, scese per sgranchirsi le gambe. Non aveva fame, era troppo eccitato. Si soffermò a guardare le montagne imponenti che avevano protetto il suo regno; chiuse gli occhi e rivide il ruscello dove si era lavato ogni mattina, le foreste maestose, il cielo di una bellezza senza pari. Mancava poco: quella notte sarebbe tornato a casa. Trasse un profondo respiro e risalì sul pick-up.
Al tramonto arrivò in prossimità del valico. Imboccò un sentiero che correva in mezzo agli alberi, lo seguì fino a uno spiazzo nascosto e spense il motore. Più tardi avrebbero trasportato il Kalashnikov, l’esplosivo e gli altri strumenti nel luogo che Weir avrebbe scelto; prima, però, doveva esplorare la valle e scoprire come si erano sistemati i soldati. “Tu aspettami qui, tesoro.” Baciò Liz sulla bocca e scomparve nella foresta.

Elizabeth si sedette per terra a gambe incrociate. Sapeva che l’attesa sarebbe stata lunga. Phil avrebbe dovuto compiere un lungo giro per evitare il valico sorvegliato e scendere nella valle attraverso una via segreta. Avrebbe ispezionato le postazioni militari e al ritorno avrebbe rifatto l’identico tragitto. Lo avrebbe rivisto all’alba. Poi avrebbero agito di notte. Agito… si trattava di sterminare degli sconosciuti che non le avevano fatto nulla di male. Era più che probabile che durante quell’azione lei e Phil sarebbero stati uccisi: andavano a sfidare dei professionisti addestrati, perfettamente armati, che disponevano di automezzi, lanciarazzi, magari anche elicotteri.
Era una follia. Aveva cercato di dissuadere Phil, ma si era dimostrato irremovibile. Il karma. Ma quale dannato karma! Liz non voleva morire a causa dei vaneggiamenti di un uomo che sembrava aver perso il lume della ragione. Quando era vicina a lui, non riusciva a ribellarsi; ma ora, sola nell’oscurità incombente, comprese che doveva fermarlo.
E c’era un unico modo per farlo.
Esitò, combattuta fra lealtà e buonsenso. Fra l’amore che comunque provava per lui e il desiderio di salvarsi. Fra utopia e raziocinio.
Frugò in una tasca dei jeans.
Tirò fuori un biglietto da visita.
Lo fissò per alcuni interminabili minuti.
Poi prese il cellulare e compose un numero.

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IL FATTORE B 9

Il fattore BLungo la strada che da Como porta a Cantù, poco prima del sobborgo di Albate, sulla destra c’è un’armeria. Una scritta su un cartello informa la potenziale clientela che si effettuano riparazioni e che è disponibile una vasta gamma di armi nuove e usate. Non ci sono altri negozi nelle vicinanze. Più avanti, dopo un semaforo, c’è un bar, Il Circolo dei Lavoratori, sempre affollato, perlopiù da anziani, visti i prezzi modici.
La strada è trafficata, ma i pedoni sono rari e comunque il marciapiede si trova sul lato opposto.
Maruska posteggiò l’auto in un parcheggio situato in una via interna a circa duecento metri dall’armeria, scese e percorse a piedi quella breve distanza. Era una mattina serena e limpida, e il sole brillava nel cielo di un blu intenso; in lontananza si scorgevano i profili delle montagne.
La donna varcò la soglia del negozio e si guardò attorno. Vide un notevole assortimento di tute mimetiche, uno scaffale che conteneva vari modelli di fucili e su un pianerottolo posto di fronte all’ingresso un banco dove erano ordinatamente riposte le pistole, protette da un vetro. Salì i quattro gradini e in quel momento da un locale adiacente comparve il proprietario, un uomo alto e massiccio con radi capelli grigi e dall’aria scorbutica.
La fissò, senza salutarla. In un italiano incerto, Maruska disse che voleva acquistare una Wilson calibro 45. Lui le chiese il porto d’armi e la carta d’identità. Maruska tirò fuori da una tasca i due documenti, perfettamente contraffatti, dai quali risultava che aveva la cittadinanza italiana e che era in possesso di un regolare porto d’armi. L’uomo li esaminò attentamente, quindi annuì e aprì il ripiano con una chiave che portava appesa al collo. Depose sul vetro l’arma richiesta e alcune munizioni. Era il modello C.Q.B. a otto colpi, una pistola di grande precisione in dotazione a diversi reparti speciali americani. Non disponeva di un silenziatore, poiché la legge italiana lo vieta, ma questo Maruska lo sapeva già.
“Vorrei provarla.”, disse.
L’altro assentì e la guidò in un cortile, passando per l’ufficio dove teneva le sue carte. Maruska osservò le tre sagome poste contro un alto muro, poi mirò a quella centrale, sparando in rapida successione tre colpi. L’uomo alzò un sopracciglio: aveva centrato tre volte il bersaglio con precisione millimetrica. All’inizio aveva avuto il sospetto che quella giovane straniera volesse solo fargli perdere del tempo; adesso si domandò che genere di lavoro svolgeva. Sulla carta d’identità era riportato un vago “professionista” che poteva significare qualsiasi cosa. Tese la mano per farsi restituire la pistola e accennò al prezzo, comprensivo di otto pallottole. Le tre che aveva già usato erano un omaggio della ditta.
All’improvviso scosse la testa. “No! Questo non si fa.”, disse in tono brusco.
Maruska aveva puntato la pistola su di lui.
“Oh, sì, invece.”, ribatté soavemente la donna. Poi gli sparò alla testa.
Tornò nel negozio, raccolse una manciata di pallottole, si infilò la Wilson in una tasca del giubbotto e uscì tranquillamente dall’armeria. Camminando con calma, tornò alla macchina. Cinque minuti più tardi, raggiunse Olmeda, svoltò a sinistra e si diresse verso Montorfano, dove si fermò a pranzare.

Mentre Maruska mangiava, nella sua camera di Lecco Aleksandr studiava una nuova serie di fotografie, questa volta tratte da Internet. Raffiguravano lo stadio Meazza di Milano, ripreso da varie angolature. In particolare, egli era interessato alla tribuna d’onore. Silvio Berlini sedeva accanto a un uomo calvo e alla graziosa figlia minore. Quella partita, svoltasi l’anno precedente, vedeva opposte le formazioni del Milan e della Juventus. Stavrogin passò a un’altra foto, relativa al derby, e notò che la disposizione dei posti era identica. Una terza immagine, che si riferiva a un confronto con la Roma, gli confermò che Berlini e il pelato occupavano sempre le stesse posizioni. Lì la figlia non c’era.
Il problema era entrare nello stadio armato, trovare un settore che gli permettesse il miglior angolo di tiro e sparare in mezzo alla folla. Di questi tre punti, il secondo e il terzo non lo preoccupavano eccessivamente: vedendolo armato, la gente si sarebbe spaventata e nessuno sarebbe intervenuto. Lui avrebbe potuto guadagnare l’uscita con relativa tranquillità e quindi svanire nella notte. Anche individuare una buona postazione di tiro non era un ostacolo insormontabile, specie se si fosse recato allo stadio con un paio d’ore d’anticipo.
Molto più complicato era passare indenne attraverso i controlli, che sapeva piuttosto minuziosi. Non così minuziosi, però, da impedire a un gruppo di teppisti di portare una motocicletta in curva. Lo aveva letto su Google e aveva pensato che con ogni probabilità si era trattata di una qualche forma di connivenza. Perciò, esistevano due possibili soluzioni: corrompere uno o due addetti alla sicurezza oppure rintracciare degli ultras e, in cambio di denaro, convincerli ad aiutarlo. Agire fuori dal Giuseppe Meazza era impensabile. La macchina di Berlini aveva sicuramente i vetri blindati e davanti e dietro ci sarebbero state le automobili delle guardie del corpo, oltre alle motociclette della polizia.
Sistemò le fotografie in un cassetto, che chiuse a chiave, e scese nella hall. Poi andò in cerca di un buon ristorante. A Erba tutto sarebbe stato più semplice, pensò, ma non aveva la sicurezza assoluta che quel sabato Berlini arrivasse.
Dopo aver consumato un pasto a base di pesce di lago, che non gli sembrò particolarmente saporito, tornò in albergo e disse al portiere che non si fidava di lasciare la sua Bmw incustodita per un’altra notte. L’hotel non disponeva di posti auto, come la maggior parte degli alberghi della zona. L’uomo gli suggerì il nome di due garage, ma Stavrogin dichiarò che preferiva un box privato. Una rapida consultazione del giornale locale permise di appurare che nei dintorni in effetti affittavano un box. Il portiere telefonò e si accordò per un mese di affitto, pagamento anticipato. Il capitano del SVR lo ringraziò, si recò all’indirizzo convenuto, saldò il conto e si fece consegnare le chiavi. Aspettò che aprissero i negozi e acquistò una tuta da meccanico, guanti da lavoro e una serie di attrezzi. Dieci minuti più tardi, dopo aver azionato il cric, era sdraiato sotto la macchina, intento a recuperare l’arma con la quale avrebbe ucciso Berlini.

A quella stessa ora, l’imprenditore oggetto di tali intenzioni con grande sorpresa ricevette una telefonata dagli Stati Uniti nel suo lussuoso ufficio di Roma. Langley? Per qualche istante meditò di negarsi all’apparecchio, però la curiosità prevalse. Inoltre, conoscendo gli americani, non dubitava che lo avrebbero richiamato in maniera ossessiva.
Dietro insistenza del direttore della CIA la conversazione ebbe luogo senza una segretaria che traducesse.
L’inglese di Silvio Berlini era approssimativo, tuttavia sufficiente per farsi capire e per comprendere ciò che gli veniva detto, a patto che l’interlocutore si esprimesse lentamente.
E Yarbes parlò con calma, scandendo bene le parole. Si mantenne sul vago, limitandosi ad accennare a una situazione molto grave, che comportava un serio pericolo. Un incontro privato avrebbe permesso di esaminare la questione e di trovare il modo migliore per risolverla. Era inutile rilevare la necessità della massima segretezza.
Sebbene fosse perplesso, Berlini acconsentì a ricevere la signora Monica Yarbes nella sua villa di Erba, alle quattro del pomeriggio – ora italiana – di sabato.
Quando depose il telefono si chiese a cosa era dovuto quello strano interessamento da parte della CIA. Che fossero venuti a conoscenza della sua intenzione di far eliminare Angela Merkel? Troppo tardi! Lopez gli aveva garantito che avrebbe portato a termine la sua missione nel giro di pochi giorni. Aveva studiato un piano perfetto ed era sicuro di non fallire.
Quello che Berlini non poteva sapere era che l’assassino giaceva privo di vita in una vecchia carrozzeria abbandonata.

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La valle di Phil 2Paola Chianese si stava concedendo una doccia infinita: era stanca morta, ma prima di coricarsi voleva preparare il suo rapporto. Quel giorno aveva parlato a lungo con Elizabeth Margraeve. Era una donna forte, dovette ammettere fra sé. Malgrado fosse pressoché certa che mentisse, era riuscita a farlo con molta lucidità mentale. Non si era mai contraddetta, e solo certe ombre che a tratti apparivano negli occhi verdi avevano rafforzato i suoi sospetti.
Accolse il suono del telefono con un gemito. Era tentata di ignorarlo, ma poteva essere Saryo. Si asciugò in fretta e corse scalza a rispondere.
“Amore?”
Corri troppo.
“Ciao, Sidney. Dimmi.”
“Tienti forte, cara! Ho una notizia esplosiva.”
Ci fu una pausa. Saryo chiamava col cellulare e la linea era disturbata. “Ci sei, Sidney?”
“Sì, eccomi Magic! Oggi sono stati rinvenuti due cadaveri. Erano sepolti in una foresta.”
Paola provò un fremito di eccitazione. All’improvviso la stanchezza scomparve, scacciata dall’adrenalina. “Fammi indovinare: la foresta è nella Green Valley?”
“Sì.”
“Fra dieci minuti sono a casa tua. Partiamo subito. Destinazione Bush Valley.”
“Sei appena tornata… Potremmo andare domani mattina.”
“No, Sidney. Voglio prenderli di sorpresa, mentre dormono. Questa volta li faremo cantare.”
“Ti aspetto.”, disse Saryo, rassegnato.
Paola riagganciò.
 
La notte estiva era tiepida e insolitamente luminosa; sembrava che tutte le stelle si fossero date appuntamento per rischiararla. Weir vegliava, assaporando con piacere quel momento di intimità con se stesso. I suoi pensieri vagavano senza seguire un ordine preciso; a tratti, emergevano ricordi, immagini del passato: il volto di una bella ragazza, il suono di una canzone.
Stava per addormentarsi, cullato dall’atmosfera rilassata e da un grande senso di benessere interiore, quando un pensiero si affacciò alla sua mente. Al pensiero si sovrappose un viso di donna: quello di Paola Chianese. Inizialmente, Phil indugiò in una serie di considerazioni oziose. Come si comportava a letto? Era aggressiva e appassionata o dolce e romantica? Prendeva l’iniziativa cavalcando l’uomo oppure preferiva essere accudita e vezzeggiata? Le sarebbe piaciuto fare l’amore con Liz? Erano interrogativi stuzzicanti, ed era piacevole giocare con la fantasia.
Ma Paola Chianese apparteneva al FBI. Ed era molto intelligente. Forse più di Jack Straw, si disse Weir. Perché era a tornata a cercarlo? Liz gli aveva fatto un resoconto dettagliato di ciò che si erano dette. La Chianese non avrebbe avuto alcun motivo per sospettare di loro, eppure era evidente che stava continuando a indagare. Qualcosa era andato storto. Phil corrugò la fronte. Dopo tutti quegli anni era impossibile che fosse risalita a lui per l’omicidio del marito di Rachel. Patsy era sepolta nella foresta, pace all’anima sua.
I militari avevano trovato i corpi di Sugar e di Tom.
Non potevano esserci altre spiegazioni, e la conseguenza diretta sarebbe stata che la federale in gonnella avrebbe ottenuto un mandato di cattura. Phil non temeva la morte, ma l’idea di finire in prigione era intollerabile: non sarebbe mai riuscito a vivere rinchiuso in una gabbia. Aveva bisogno del cielo, di grandi spazi: montagne, vallate, oceani. Riesaminò la successione dei fatti. Il ragazzo che aveva salvato Elizabeth si era limitato a riportare frasi senza senso pronunciate in un momento di delirio. La motivazione che aveva dato per spiegare l’assenza di Patsy forse era poco convincente, tuttavia poteva reggere per almeno due mesi. Non esistevano altre alternative: avevano riesumato i cadaveri.
Lii ho uccisi per legittima difesa.
Era vero, però non aveva chiamato la polizia, aveva occultato le salme, aveva mentito.
E siamo già a tre!
Ma non sarebbe andato in carcere.
A parte ogni altra considerazione, aveva un compito da svolgere. Un compito troppo importante. Lo aspettava il karma, e non sarebbe stata certo una donna a impedirgli di realizzare il suo destino.
Rientrò in casa, preparò un caffè e lo bevve con calma.
Andò in bagno. Si tagliò la barba, si spogliò e fece una rapida doccia. Raccolse i capelli a coda di cavallo e indossò indumenti puliti.
Poi svegliò Liz.
 
Elizabeth portò il pick-up nella foresta.
Weir salì sulla collina dove un giorno aveva fatto l’amore con Patsy. Da lì poteva controllare la casa, senza essere visto. Si sedette su una roccia, predisponendosi all’attesa. Nel frattempo esaminò il suo piano. Lo analizzò in ogni dettaglio, vagliando i pro e i contro, e alla fine decise che andava bene. Non c’era l’assoluta certezza che funzionasse, ma come sempre era ottimista. In ogni caso, se fosse fallito, si sarebbe inventato qualcosa d’altro. Era un mago dell’improvvisazione.
Le ore passarono lente. A est apparve una prima chiazza di luce. Il sole fece capolino sopra alle montagne.
E la macchina arrivò.
Scesero in due: Paola Chianese e un tipo alto e biondo che non aveva l’aspetto di un agente del FBI ma piuttosto quello di un intellettuale che sapeva tenersi in forma. Weir sogghignò.
Credevi di fregarmi, eh? Ma il vecchio Phil è troppo furbo per te.
Suonarono al campanello, poi fecero il giro della casa. Suonarono ancora. La donna prese un cellulare e chiamò qualcuno. Si guardarono. Anche da quella distanza Weir poteva notare le loro espressioni deluse.
Suonarono di nuovo.
Per me potete andare avanti tutto il giorno.
Aspettò pazientemente che ripartissero, quindi ridiscese la collina.
Due ore dopo, si fermò davanti a un supermercato. Comprò un cappello da cow-boy e un paio di Ray Ban Aviator. Si guardò allo specchio, sfidando chiunque a riconoscerlo. Con il volto rasato, gli occhiali da sole e i capelli raccolti sembrava un’altra persona. Risalì sul pick-up e mise in moto. Accanto a lui, Liz era tesa e irritabile. Phil la trovava irresistibile: quando Elizabeth era di cattivo umore, i suoi occhi mandavano lampi, il verde diventava più cupo, e quegli sguardi taglienti avrebbero incenerito molte persone… tranne lui, naturalmente. Liz si era messa degli shorts e una canotta decisamente troppo stretta. Se Weir avesse avuto tempo, se la sarebbe fatta sul ciglio della strada. Però, non gli piacevano le sveltine.
“Mio fratello aspetta il suo dannato pick-up!”
“Lo riavrà fra una settimana, cara. Non sarebbe stato sensato andare in giro con il mio.”
“La tua idea è semplicemente folle. Non voglio essere arrestata!”
 Phil accostò e spense il motore. “Guardami, Liz!”, disse. “Io so quello che faccio e tu devi avere fiducia in me. Questo non è un momento buono per discutere. Se vuoi, parleremo domani. Adesso, invece, meditiamo.”
Aum
Aum, ripeté Elizabeth di malavoglia.
Weir avrebbe saltato il pranzo, ma a mezzogiorno Liz gli indicò un fast food. “Muoio di fame!” Quando entrarono, Phil si divertì a guardare le espressioni degli uomini. Liz era una donna che non passava inosservata; con i pantaloncini corti, poi, era un autentico sballo. Si muoveva sinuosa, con i piedi nudi nei sandali aperti, ignorando gli sguardi avidi che la seguivano. Sebbene fosse compiaciuto, Weir si disse che l’avrebbe convinta a scegliere abiti più casti; inoltre, avrebbe dovuto tingersi i capelli di biondo o di rosso.
Presero posto vicino alla grande vetrata che dava sul parcheggio e forse furono le gambe abbronzate di Elizabeth che attirarono l’attenzione dei due poliziotti.
Vennero a sedersi al tavolo accanto. Liz divenne inquieta. Ogni tanto li sbirciava furtiva. Continuava ad accavallare e scavallare le gambe. A Weir parve che gli sbirri lo fissassero con troppa insistenza. Forse avevano già fatto vedere i loro identikit alla televisione. Lanciò un’occhiata velenosa a Liz: era una ragazza superficiale.
Ma la colpa era anche sua.
Dovevo dirle di cambiarsi!
Avrebbe voluto andarsene, ma sarebbe stato un comportamento sospetto visto che non avevano ancora finito di mangiare.
Calma! Fai un respiro profondo.
Si tolse gli occhiali da sole e si rivolse al poliziotto più anziano. “Arrestatemi!”, disse con l’espressione più seria di questo mondo. Gli sbirri lo guardarono perplessi. “Arrestatemi”, ripeté, questa volta con un largo sorriso. “Impeditemi di commettere un reato. Sto per saltare addosso alla mia fidanzata qui presente. O forse dovreste arrestare lei, perché non ci si può vestire in questa maniera!”
I poliziotti risero.
E’ così facile!, pensò Weir e si mise a parlare di baseball.

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