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Archive for settembre 2013

UN SOGNO AMERICANO 11

La valle di Phil 2Phil non aveva bisogno di una carta geografica: negli anni trascorsi lì, aveva esplorato a fondo la Green Valley. Se avesse preso una matita avrebbe potuto disegnare una mappa perfetta, senza la minima possibilità di errore. Conosceva ogni sentiero, ruscello e grotta; avrebbe saputo orientarsi nella foresta anche di notte; sarebbe stato in grado di avvertire perfino il più piccolo mutamento del vento; e soprattutto sapeva che esisteva un valico nascosto.
Era pronto a scommettere che non era sorvegliato. Sarebbe passato da lì. L’ora giusta erano le quattro del mattino; quasi sicuramente dormivano tutti, tranne le sentinelle che però stazionavano sul valico principale. In ogni caso, si sarebbe mosso con cautela, senza commettere imprudenze. Forse sorvegliavano la valle anche di notte, ma sarebbe riuscito a individuare le eventuali guardie. Avrebbe fatto un primo giro di ricognizione, poi si sarebbe cercato un rifugio nel cuore della foresta. Avrebbe trascorso la giornata riposando e al calar delle tenebre avrebbe completato l’ispezione. Doveva scoprire quanti erano, come si erano sistemati e se avevano costruito una centrale dell’acqua. In caso affermativo, il suo compito sarebbe stato facile. Se, però, si fosse reso conto che per un motivo o per l’altro era rischioso avvicinarsi all’acqua, avrebbe optato per il piano di riserva. Aveva bisogno di un fucile mitragliatore, di dinamite, di veleno per topi e di altre cose. Questo era il motivo per cui gli serviva Patsy. Suo padre avrebbe finanziato l’operazione.
Il cosmo era stato esplicito: una volta eliminati i soldati, sarebbe stato vicinissimo al karma.
Sorrise soddisfatto e rollò una canna.
Presto si trovò avvolto dalla luce.
 
Liz affrontò l’argomento mentre facevano colazione. Era una bella mattina serena, allietata da una brezza fresca che proveniva dal lontano oceano. Imburrò una fetta biscottata e guardò Patsy negli occhi. “Io mi sto innamorando di te. Ora che fra noi due non c’è più Weir, non esistono ostacoli di sorta che possano mettere in pericolo la nostra relazione.” Si interruppe per un momento e scelse con cura le parole successive. Voleva che Patsy recepisse a fondo il messaggio. “Però se tu mi dovessi tradire…”
Patsy fece per interromperla, ma Liz la bloccò con un cenno imperioso della mano. “Parlo solo a titolo di ipotesi.”, proseguì con calma, ma negli occhi verdi balenò una luce fredda. “Se tu dovessi cambiare idea all’ultimo momento e decidessi di schierarti dalla parte di Phil, sappi solo questo: che non avrò pietà. Dimenticherò amore, affetto, compassione; e ti giuro che ti farò soffrire talmente tanto da condurti alla pazzia. Niente miele: non ti ucciderò. Quello è il destino di Weir. Mi occuperò io di te. E una donna conosce bene il corpo di un’altra donna, sa come procurarle il dolore più devastante.”
Vedendo che Patsy era impallidita, raddolcì lo sguardo e le prese una mano. Poi le sorrise. “Ma io ti credo, Patsy, e non dubito di te. Sono certa che non mi tradirai e che il futuro ci vedrà assieme, felici e contente. Sarà un futuro radioso.”
Prese un’altra fetta biscottata e aggiunse: “Agiremo domani.”

Paola telefonò subito a Saryo. Sidney rintracciò facilmente la ricca famiglia Legrange e apprese che Patsy si era trasferita nella Bush Valley.
L’indomani, all’alba, Paola sarebbe salita in macchina per andare a trovarla.
Quella sera invitò Saryo a cena. Aveva comprato in un take-away due porzioni di riso alla cantonese, pollo fritto e gelato cinese. Quando finirono di mangiare, Paola si liberò delle scarpe e si stese sul divano. Era stanca, ma anche euforica: alla fine ce l’avevano fatta! Avrebbe interrogato la ragazza, avrebbe conosciuto Phil Weir e finalmente sarebbe riuscita a scoprire il mistero della Green Valley. Chi aveva sparato a Elizabeth? Dov’erano Jack Straw e Tom Collins? Paola fremeva di eccitazione. Era stata tentata di partire subito, ma Sidney saggiamente le aveva consigliato di prendersi prima una notte di riposo.
Quando successe, Saryo stava guardando la televisione.
L’ultima volta era stato con un ragazzo italiano che si trovava in California per un master. Era passato un anno, ma a Paola l’astinenza non era pesata. Aveva già un amante: l’FBI. Per Saryo provava simpatia e forse anche affetto, lo stimava molto come collega ma non era il suo tipo. A Paola piacevano gli uomini con i capelli scuri, gli occhi neri e la carnagione abbronzata. Sebbene fosse alto e ben fatto, Saryo era biondo, con gli occhi azzurri e la pelle chiara. Ma in quel momento di euforia capì che aveva bisogno di sesso. Non capitava spesso, tuttavia quando si presentava l’impulso sembrava che il suo corpo fosse preda di una tempesta ormonale. In quei momenti non riusciva a contenersi; il desiderio sessuale era talmente forte da essere quasi doloroso.
Studiò Saryo. Aveva un viso piacevole; l’azzurro degli occhi non era slavato: rivelava un’intelligenza sottile e una grande determinazione. Le mani erano eleganti, come quelle di un pianista. Le gambe erano lunghe e diritte. Pensò alle implicazioni future, ma decise di infischiarsene. Sarebbero rimasti comunque buoni amici e avrebbero continuato a lavorare gomito a gomito: forse lo avrebbero fatto ancora, ma non sarebbe mai diventato un vero rapporto sentimentale.
Senza dire una parola, si alzò dal divano.
Si spogliò lentamente. Fece scendere i jeans fino alle caviglie, si tolse la camicetta. Non portava il reggipetto: nella penombra del soggiorno il suo seno candido e pieno risaltò in tutta la sua bellezza. L’aria profumava di incenso e il corpo di Paola emanava l’odore di una giovane donna sana ed eccitata.
Saryo si girò e aprì la bocca in un’espressione di stupore che era quasi comica, ma che lei trovò incredibilmente tenera.
Paola portò un dito alle labbra, lo inumidì con la lingua, poi lo passò sui capezzoli.
Sidney si alzò dalla poltrona con il volto congestionato. Cercò di baciarla, ma lei lo spinse sul divano col piede scalzo.
Fu su di lui e incominciò a spogliarlo.
 
“Allora, siamo intese.”, disse Liz. “Tu prendi il pick-up, ti rimetti i tuoi bei vestitini e torni contrita da Phil. Basterà qualche moina e ti perdonerà il ritardo. Gli farai capire che ti è mancato e che hai voglia di lui. Lo abbraccerai, facendo in modo che abbia le spalle rivolte alla porta. A quel punto entrerò in azione io.” Le mostrò un lungo pugnale affilato.
Patsy era molto tesa. “Ascoltami.”, disse. “Devi stare attenta: lui è pericoloso come un mamba.”
“Certo.”, replicò Elizabeth. “Ma anch’io sono pericolosa.”
Patsy la guardò. Liz calzava un paio di scarponcini da pugile; indossava dei jeans scoloriti e una canotta nera. Sebbene fosse estremamente femminile, il suo corpo era forte e muscoloso. Con quelle braccia robuste avrebbe potuto battere un uomo a braccio di ferro; le spalle erano larghe e solide; le cosce poderose. Gli occhi verdi erano simili a quelli di un felino, vigili, attenti e spietati. Patsy aveva lottato con lei e, benché in un’occasione avesse prevalso, ricordava bene la sua forza micidiale. Inoltre, non avrebbe dovuto affrontare Phil in uno scontro corpo a corpo: lo avrebbe colpito da dietro.
Ciò nonostante, non aveva dimenticato quello che era successo nella Green Valley. Phil era stato accompagnato nella foresta da Tom, uno dei due banditi che li avevano sequestrati. Lì sarebbe stato giustiziato. Tom era un uomo ottuso, ma era anche un bestione grosso come un toro, e aveva una pistola. In teoria, avrebbe dovuto uccidere Weir senza problemi; ma Phil si era messo un giubbotto antiproiettile, che lui stesso aveva fabbricato. I due uomini si erano battuti selvaggiamente, e Phil aveva ammazzato Tom. Poi era venuto a cercare Sugar, l’altro fuorilegge, e lo aveva ucciso a sangue freddo, sparandogli a bruciapelo. Per quanto atletica e vigorosa, Liz era pur sempre una donna…
Le manifestò i suoi dubbi. Liz la incenerì con lo sguardo. “Smettila, stupida che non sei altro! Non devi avere paura! Andrà tutto bene, a patto che tu non faccia la bambina.”
Poi, vedendo che aveva gli occhi colmi di lacrime, le accarezzò una guancia. “Non voglio essere dura con te, Patsy.”, disse con voce più pacata. “Però devo essere sicura che non perderai la testa. In fondo, il tuo compito non è difficile: farò tutto io. E, se mi trovassi in difficoltà, potrai sempre saltargli addosso prendendolo alle spalle. Ti ho insegnato molte tecniche di lotta, e tu le hai apprese bene: non si tratterebbe che di metterle in pratica. Comunque, non ce ne sarà bisogno.”
Patsy era bianca come uno straccio, ma si fece coraggio e annuì.
“Andrà tutto bene, amore mio.”, ripeté Liz.
La strinse a sé e la baciò sulla bocca.
Elizabeth si avviò a piedi. Si muoveva come una pantera, elastica e sinuosa, i capelli neri che rilucevano ai primi raggi del sole. Imboccò uno stretto sentiero, scomparendo presto alla vista. Patsy si vestì e salì sul pick-up. Controllava l’orologio ogni minuto, mentre l’ansia le serrava lo stomaco. Aveva la premonizione di una tragedia incombente.
Quando fu l’ora, accese il motore e partì.
Posteggiò davanti alla casa, trasse un respiro profondo e scese dal mezzo. Per un lungo momento si trastullò con l’idea di saltare di nuovo sul pick-up e di correre a tutta birra verso Los Angeles. Ma sapeva che Liz sarebbe venuta a cercarla. Non osava immaginare con quali conseguenze.
Ok! Succeda quello che deve succedere.
Si ravviò i capelli, raddrizzò le spalle e si diresse lentamente verso la porta.

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IMMAGINA

Immagina che Alessandra voli lontano
non l’attende alcun paradiso
da sola, senza il conforto di una mano
esso esiste solo nel tuo viso

Immagina un buio dolce che è amore
un lungo sonno senza immagini
non rimpianto, né dolore
sono finiti i racconti fragili

Tu penserai che sono proprio pazza
e forse sei nel vero
ma appartengo a una strana razza
che non crede più nel cielo.

Immagina lo straziante mattino
dopo lunghi incubi sofferti
alla ricerca disperata di un pino
e di un sogno che alla fine resti

Immagina il nulla, un mare spietato
e ora l’attesa di lontane stelle
che scaccino l’angoscioso baratro
se esistono, allora sono belle.

Tu penserai che sono proprio pazza
e forse sei nel vero
ma appartengo a una strana razza
che non crede più nel cielo.

And someone saved my life tonight,
sugar bear.
You almost had your hooks in me,
didn’t you dear?
You nearly had me roped and tied,
altar-bound, hypnotised,
sweet freedom whisphered in my ear.
You’re butterfly and butterflys are free to fly,
fly away, high away, bye bye.

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La valle di Phil 2Sidney Saryo rivolse uno sguardo ammirato a Paola.
“Sei una vera strega!”, disse ridendo. “Avevi solo un dato insignificante che nessuna persona dotata di buon senso avrebbe mai preso in considerazione…”
Paola sorseggiò il caffè. “Non sono molto avanti, comunque. Il dottor Kantner mi ha fatto un nome, quello di Elizabeth Margraeve; so che questa ragazza ha un orecchio spappolato perché qualcuno ha pensato bene di spararle; conosco la palestra che frequentava, il negozio dove lavorava fino a poco tempo fa; e ho parlato con suo fratello. Tuttavia non ho appreso molto.”
“Proviamo a ragionare.”, disse Saryo. “Questa Elizabeth era andata a vivere nella Green Valley assieme a un certo Phil Weir, ex brooker di successo trasformatosi improvvisamente in hippy. Con loro c’era anche una donna bionda. L’esercito ha scacciato Weir e la bionda; ma prima qualcuno aveva tentato di uccidere la nostra Elizabeth. Chi poteva volerla morta? Weir? La bionda? Jack Straw, se davvero si trovava lassù?”
Paola Chianese non rispose. Stava riflettendo. Perché vivevano in tre in una valle? Un menage a trois? In questo caso, il movente poteva essere stato la gelosia. Gelosia e denaro andavano a braccetto, entrambi saldamente in testa alla triste classifica delle cause di un crimine. “La bionda.”, azzardò.
Saryo la scrutò per alcuni istanti con aria enigmatica. “Ci può stare.”, concesse infine. “Però, qui entra in gioco il mio computer. Qualche anno fa venne ucciso un certo Paul Douglas. L’assassino non è mai stato trovato.”
“Non ti seguo…”
“Un attimo di pazienza, mia cara. Sono arrivato a Paul Douglas digitando Phil Weir. Non è stato facile, ma risulterebbe che Weir aveva una tresca con Rachel Douglas, la moglie del defunto. Naturalmente non è mai stato sospettato; all’epoca era un giovane di belle speranze con la fedina penale immacolata. Ma adesso abbiamo un tentato omicidio e, guarda caso, il signor Phil Weir era l’amante della Margraeve: te lo ha detto il fratello di lei, giusto?”
“Il fratello in realtà sa ben poco. Mi ha raccontato di Weir, ma ignora che in quella valle erano in tre. Se riuscissimo a rintracciare la donna bionda… Credo che stia ancora con Weir, ma il fatto è che l’ex brooker e novello hippy è scomparso dalla circolazione. Non risulta nulla a suo nome. E poi, qual è il ruolo dei due banditi in tutto questo? E, soprattutto, dove sono andati?”
“Dobbiamo scoprire che fine ha fatto Elizabeth.”, disse Saryo.
“Il fratello le ha prestato il suo pick-up, ma poi non ha più avuto notizie.”
“Il mio cervellone.”, mormorò Saryo. “Lo farò lavorare un po’.”
“E io tornerò in palestra. Non ho ancora parlato con tutte le ragazze che la frequentano.”
 
Phil si preparò il caffè. Era una mattina grigia, le nuvole nascondevano il sole e nell’aria c’era sentore di pioggia. Phil si era già stancato di Nicole. Per quanto ignorante, Liz era stata una donna intelligente; Nicole, invece, era irrimediabilmente stupida. Decise di liberarsene al più presto. Poi sarebbe andato a cercare Patsy. Gli mancava. Per salvare la vita a quella troietta aveva ucciso Elizabeth, e questa era la ricompensa! L’avrebbe costretta a tornare nella valle: nessuno poteva permettersi di lasciare Phil Weir. Naturalmente non l’avrebbe trascinata a forza. Non sarebbe stato necessario: l’avrebbe guardata negli occhi, rivolgendole il suo sguardo più profondo, e lei si sarebbe sciolta.
Bevve lentamente il caffè, e intanto rifletteva su ciò che il cosmo gli aveva svelato.
Doveva proseguire sulla strada del karma, e c’era un unico modo per farlo. Liz sarebbe stata molto più utile, ma Weir era sempre ottimista: lo avrebbe aiutato Patsy. Non con il vigore fisico. Non con l’audacia. Non con il coraggio. Con i soldi di suo padre.
 
Liz e Patsy continuarono l’addestramento anche il giorno successivo.
A fine allenamento diedero vita a uno scontro lunghissimo e questa volta Liz si impose. Tuttavia non fu affatto facile: Patsy si batté quasi con ferocia, cedendo solo quando non riuscì più a muovere le braccia per la stanchezza. Era in pantaloncini, maglietta e scarpe da ginnastica. Elizabeth era stata in paese a comprarle un po’ di vestiti.
Rimasero sedute a guardare il tramonto. Verso le quattro del pomeriggio il cielo si era schiarito ed era apparso il sole. Ora lo spettacolo era magnifico. I profili delle montagne a ovest rilucevano ancora, e le creste spiccavano come fossero appese al cielo; la campagna si stendeva verde, ma a poco a poco l’ombra della sera la ricopriva, avvolgendola nel suo abbraccio. La luna fece capolino, quasi fosse venuta a salutare il sole. Le prime stelle si accesero. Un vento fresco calava dai picchi portando con sé il profumo dei fiori e dei boschi.
Liz si godeva quel momento, non pensando ad altro. La mente di Patsy invece era in fermento. Dapprima si disse che se mai avesse dovuto combattere seriamente contro Elizabeth avrebbe dovuto cercare di vincere nei primissimi minuti. Quel pomeriggio si era resa conto di non avere la stessa resistenza fisica. Poi pensò ancora a Phil, tentando di decifrare i suoi sentimenti. Se ragionava su di lui in termini freddi e logici, la conclusione cui poteva pervenire era una sola: Phil non era degno di lei. Era giusto seguire Liz, e riservarle il suo amore. Ma non riusciva a scindere l’aspetto razionale da quello emotivo. Ricordava i suoi baci, le carezze, gli amplessi che l’avevano resa felice. Provava un empito di passione immaginandosi nuda fra le sue braccia.
Osservò Liz, senza che lei se ne accorgesse. Viveva per la vendetta, ma quando l’avesse ottenuta avrebbero potuto stare serenamente insieme. Forse sarebbero tornate a Los Angeles. Anche Liz aveva il potere di infiammarle i sensi.
Però, l’aveva legata e cosparsa di miele.
E’ vero, ragionò fra sé. Tuttavia poi mi ha liberata e accudita.
Spostò lo sguardo sulle montagne, ormai grandi sagome di velluto nero.
A un tratto avvertì vicinissimo il respiro di Liz.
Le due donne fecero l’amore nella foresta, e Patsy pensò di amarla davvero.
Quella sera andò a dormire subito dopo aver cenato. Era stremata. Liz lavò i piatti e rigovernò, quindi si sedette a gambe incrociate fuori della tenda. Centellinando l’ultimo bicchiere di vino, lasciò i suoi pensieri liberi di vagare. Come era strana la vita: aveva detestato per lungo tempo quella biondina e ora provava per lei un senso di protezione e di affetto. L’attrazione fisica c’era sempre stata, anche se a volte soffocata dalla gelosia; ma adesso si sentiva prossima a qualcosa di più profondo, di più completo. Era amore? Non lo sapeva ancora, comunque gli si avvicinava molto. Per un breve momento considerò l’idea di lasciare la Bush Valley, dimenticando i suoi propositi di vendetta. Avrebbe potuto essere felice con Patsy Legrange. Che Weir andasse al diavolo!
Ma immediatamente sentì una grande rabbia montare in lei.
L’amore poteva aspettare.
Prima doveva fare i conti con Phil.

Antonio Garcia finì di mangiare il suo panino con hamburger e cipolla e si pulì la bocca con il dorso della mano. Paola Chianese lo guardava in silenzio. Non aveva fame e si era limitata al solito caffè. “Mio padre era un onesto lavoratore.”, disse Garcia stuzzicandosi un dente. “Non aveva mai infranto la legge in vita sua. Eppure è morto perché uno stupido poliziotto gli ha sparato nel corso di una rapina. Papà stava facendo benzina, e il dannato sbirro ha sbagliato la mira.”
Si alzò dal tavolo e andò a prendere una fetta di torta. “Mi dispiace.”, disse Paola, quando lui tornò a sedersi. “Sono cose che non dovrebbero succedere. Ma purtroppo il mondo non è perfetto.” Antonio le rivolse uno sguardo cupo, poi si disinteressò di lei, dedicandosi al dolce. “Non le avrei mai telefonato.”, disse dopo che il piatto fu vuoto. “E’ stata mia madre a convincermi: lei sostiene di essere una sensitiva e di aver previsto anche ciò che accadde a papà. Naturalmente non le credo. Ultimamente è un po’ via di testa. Non si è più ripresa del tutto da quel maledetto giorno.”
“Tua mamma ha fatto bene.”, osservò Paola sorridendogli. “Io non vado in giro ad ammazzare gli innocenti; il mio compito è quello di proteggerli.”
Garcia non commentò. Rimase in silenzio per almeno due minuti, quindi riprese: “Mamma sostiene che la ragazza è in pericolo. In grave pericolo.”
“Si chiama Elizabeth. Elizabeth Margraeve.”
“Bel nome. Adattissimo a lei: è una chica fantastica!” Per la prima volta Antonio sorrise. “Durante il viaggio ogni tanto le sbirciavo le gambe. Sebbene fosse piena di lividi, e febbricitante, quelle gambe avrebbero resuscitato un morto. Mi piacerebbe avere una fidanzata così.”
Paola annuì, trattenendo l’impazienza. Era con Garcia da quasi un’ora e non aveva ancora appreso niente di importante, benché al telefono lui avesse sostenuto di avere delle informazioni che avrebbero potuto esserle utili. Quel giorno faceva molto caldo e Paola aveva indossato una camicetta leggera. Notò lo sguardo di Antonio fisso sul suo seno e represse un sorriso. Malgrado la sua avversione per le forze dell’ordine, era un ragazzo simpatico. Finalmente si decise ad arrivare al dunque. “Beh, per farla breve, Elizabeth dormì per quasi tutto il tempo. Ogni tanto si agitava, sussultava. E a un tratto fece due nomi.”
Paola si sporse verso di lui. “Te li ricordi?”
“Ho una memoria di ferro. Me li ricordo, così come mi ricordavo il nome e l’indirizzo del dottore. Anzi, ricordo la frase esatta che disse. Ce ne furono anche altre, a volte farfugliava, ma erano prive di senso comune. Questa, invece, era chiara.” Allontanò il piatto e lanciò un’occhiata a una bella ragazza in minigonna che stava uscendo dal ristorante. Quindi, guardò Paola. “Disse: maledetti bastardi! Sono le parole esatte: maledetti bastardi. Io le chiesi chi erano, e lei sembrò capire la mia domanda, perché rispose. Disse: Phil Weir e Patsy Legrange. Poi tacque per un bel po’. Pensai che fosse morta, ma grazie al cielo era viva. Adesso so già che mi chiederà perché non gliel’ho raccontato prima. Il motivo è semplice: non mi fido di lei, dell’ FBI, della polizia. Penso solo ai fatti miei. Ma mia madre ha insistito: quell’italiana è buona, ha detto, lei aiuterà la ragazza. Alla fine mi ha convinto.”
“Tua mamma ha molto buon senso.”
E Saryo dovrà trovarmi questa Legrange.

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La valle di Phil 2Antonio Garcia era perplesso. “Non sapevo che prendere una multa per eccesso di velocità fosse un reato federale.”
“Non lo è, infatti.” Paola gli sorrise per tranquilizzarlo. “Sono venuta a trovarla solo per rivolgerle qualche domanda.”
“Non capisco. Io non ho niente da dire.”
Così non andava. A differenza del giovane collega che l’aveva accompagnata e che masticava distrattamente chewingum,  Paola percepiva l’ostilità del giovane. Come molti altri, vedeva nelle forze dell’ordine un nemico prepotente e invasivo; non si rendeva conto che lei lavorava per la gente, affinché le persone perbene potessero dormire tranquillamente alla notte. Se non ci fosse stata l’FBI, gli Stati Uniti sarebbero stati sommersi da un’ondata indescrivibile di crimini. Lei e i suoi colleghi rappresentavano la diga della giustizia; era una diga non priva di crepe e spesso non riusciva a trattenere i flussi malefici della cattiveria umana, però era anche una diga robusta che nell’insieme teneva. Se ci fosse stata maggiore comprensione da parte di tutti i cittadini, la diga sarebbe potuta diventare impenetrabile.
Spostò lo sguardo su Rosita Garcia, che fissava ostentatamente la parete. “Lei è nata in Texas, signora?”
La donna scosse la testa.
“Antonio sì, però.”
Rosita annuì.
Ti hanno tagliato la lingua?
“Vede, signora, l’America è grande. Ed è abitata da gente che proviene da ogni parte del mondo. E’ uno Stato democratico, basato sulla libertà e sull’uguaglianza. Mio padre è di Pescara, una piccola città italiana, piccola per i parametri di qui. E’ un lavoratore onesto e ha potuto farmi studiare, tuttavia non è ricco. Io… non sono bionda, non ho gli occhi azzurri e sono cattolica, però godo degli stessi diritti di qualsiasi wasp di Boston o di Philadelphia. Lo stesso vale per lei, e per suo figlio Antonio. In ogni caso, io sto indagando su un crimine che non ha nulla a che vedere con la famiglia Garcia. Ma forse, Antonio è in possesso di informazioni che potrebbero essermi molto utili.”
Fece una breve pausa, quindi si rivolse nuovamente al giovane, passando al “tu”.”Perché andavi così forte in macchina?”
“L’agente che mi ha fermato non mi ha fatto domande. Ho pagato la contravvenzione, non sono mai stato dentro. Credo che questi siano fatti miei.”
“Hai ragione, sono fatti tuoi. Ma tu eri diretto al valico che sta sopra alla Green Valley. E ho ragione di credere che lì sia successo qualcosa di strano.”
“La mia tenda, la mia roba. Avevo paura che qualcuno me la rubasse. Al mio posto lei cosa avrebbe fatto?” Garcia le lanciò una sguardo di sfida.
“Credo proprio che avrei spinto a tavoletta! Ma come mai le tue cose erano rimaste incustodite?
“Ero partito per Los Angeles in fretta e furia.”
“Posso sapere perché?”
Antonio esitò per un attimo. “Quella bella ragazza… temevo che morisse.”
Paola Chianese sentì un brivido che le attraversava la spina dorsale.
“Quale ragazza? Come si chiama?”
“Non lo so.”, rispose Antonio. “Non mi ha detto il suo nome.”
 
Il giorno dopo Patsy Legrange dormì per quasi tutto il tempo, svegliandosi soltanto per mangiare. L’indomani incominciò l’addestramento.
Finì per quattro volte a terra. Aveva la schiena dolorante e si sentiva a pezzi. Oltretutto si stava battendo in mutande e reggiseno per non sciupare gli abiti, e il suolo era duro e cosparso di sassi. “Basta!”, esclamò. “Io non dovrò lottare contro Phil.”
Liz le rivolse uno sguardo duro. “Ah no? E se lui mi eliminasse? Proprio tu mi hai parlato della sua crudeltà, della sua mancanza di scrupoli. Spero di evitare uno scontro diretto, però devi essere pronta a tutto! Coraggio, datti una mossa.”
Patsy si rialzò. Sebbene fosse esausta, era stata punta sull’orgoglio. Si scagliò contro Liz, ma all’ultimo momentò scartò, spostandosi di lato. Elizabeth era pronta a ghermirla, tuttavia si trovò sbilanciata. Prima che si riprendesse dalla sorpresa, Patsy le fu addosso. Le fece uno sgambetto e rotolò a terra con lei. Ma era sopra. Le prese un braccio e lo torse con violenza. Liz mugolò di dolore.
“Ti arrendi?”
“No!”
Patsy le portò il braccio all’altezza della scapola.
“Va bene. Va bene. Mi arrendo!”
Patsy la lasciò. Elizabeth scoppiò a ridere. “Me le hai suonate di santa ragione! Brava, Hon… Patsy!”
Patsy si ravviò i capelli biondi con una luce di trionfo negli occhi.
 
Quel pomeriggio Liz le insegnò alcune tecniche di strangolamento.
Patsy si era irrobustita nell’ultimo anno; inoltre, era sveglia e imparava facilmente. Liz sferrò una serie di calci. Patsy osservò attentamente i suoi movimenti, e poi li imitò alla perfezione. Provarono la lotta a terra, e Liz le mostrò come liberarsi da una presa alla gola.
Dopo un paio d’ore di allenamento, si fermarono per riposare. Patsy dubitava di poter affrontare Phil con qualche probabilità di successo, ma Liz era convinta del contrario. “Sei rapida come un serpente. Potresti mettere in difficoltà chiunque. No, non è questo che mi preoccupa. Ma se tu ti tirassi indietro all’ultimo momento…”
Patsy la guardò. Elizabeth aveva raccolto i capelli dietro alla nuca e la cicatrice che le deturpava il viso era perfettamente visibile. Con i soldi di suo padre avrebbe potuto farla operare dal miglior chirurgo plastico di Los Angeles. Però, non provava ribrezzo: Liz la stava conquistando grazie alla sua energia, alla determinazione con cui perseguiva i suoi scopi, alla dolcezza che le riservava quando facevano l’amore. Ma il pensiero di Phil incombeva su di lei come una nube scura, gravida di pioggia. Amava Phil: come avrebbe potuto ucciderlo?
“Non mi tirerò indietro.”, disse, chiedendosi se avrebbe trovato il coraggio necessario per mantenere la promessa.
Una promessa che le era stata estorta…
Poi pensò a ciò che Liz le aveva detto: aveva visto Phil con un’altra donna. Conoscendolo, non stentava a crederle. Provò una fitta improvvisa di gelosia, cui fece seguito un altro pensiero. Weir aveva sparato a sangue freddo a Liz, dimostrando di essere un uomo spietato. L’amore che nutriva per lui le aveva fatto dimenticare quell’episodio; ma ora si chiedeva se era possibile amare un assassino. Un assassino che non esitava a tradirla. Per converso, si sentiva fortemente attratta da Liz, come ai primi tempi, quando la rivalità non le aveva ancora divise. Ciò nonostante, se si escludeva la sensuale delicatezza con cui riusciva a condurla all’orgasmo, Elizabeth basava il loro rapporto sulla prevaricazione.
Oggi ho steso questa manza. Potrei riuscirci ancora. In questo caso
Si sentiva confusa.
Decise di darsi ancora del tempo per capire quello che voleva veramente.
 
Un’ ora dopo che si era fatto buio, Phil Weir uscì sulla veranda.
Patsy sarebbe dovuta tornare la sera prima da Los Angeles. Aveva pensato che fosse stanca per il viaggio e che avesse deciso di rimandare di un giorno, ma adesso incominciava a essere preoccupato. Patsy era sempre stata puntuale. Avrebbe potuto telefonarle, naturalmente, però odiava quello strumento del demonio. Patsy guidava meglio di un uomo, e Phil non pensava a un incidente.
Ha abbandonato la valle! E il mio dannato pick-up?
Sebbene fosse un’ipotesi assurda, era la sola che gli venisse in mente. Alla fine, aveva ceduto alle lusinghe dell’abborrita società. O forse non lo amava più. No, questo era impossibile. Nessuna donna dotata di un briciolo di cervello avrebbe mai lasciato Phil Weir. L’ultima volta che erano stati a letto assieme, l’aveva fatta impazzire; e poi sapeva leggere nel cuore della gente.
Tornò in casa per prendere la chitarra. Sull’aria di un motivo country, incominciò a improvvisare:
 
Dove sarai
mi senti?
e vesto pensieri
dentro la pelle
di cose piene
respiro respiri
dalle tue labbra
ho voglia di baci
di dare e ricevere
di carne e carezze
mi piace con Te
Dove sarai
li senti?
ho brama di Te*

“Per chi è questa canzone?”, si chiese. Era per Patsy, stabilì, ma anche per Nicole. Nicole aveva una concezione gioiosa del sesso. All’inizio lo aveva quasi irritato, poi però aveva finito per eccitarlo. Era come fare l’amore con una bambina. Una bambina alta e formosa, che continuava a ridere, ma che aveva un seno invidiabile, gambe lunghe e tornite, la pelle candida come il latte e una bocca capace di stimolare un uomo in mille modi diversi, grazie all’uso sapiente della lingua e dei denti, che erano affilati come quelli di un roditore. Inoltre, si era dimostrata insaziabile, ma anche molto generosa nel tener desta la sua virilità.
Phil sospirò, immaginandola fra le braccia di Patsy. Le confrontò mentalmente: Patsy era più perversa, Nicole più rassicurante. Prima le avrebbe guardate giocare fra loro, poi le avrebbe sodomizzate entrambe. Corrugò la fronte: posto che Patsy fosse tornata. Per scacciare la negatività si fece una canna. Guardò la luna che risplendeva nel cielo. Era quasi piena e dispensava una luce soffice che aveva un alone di magia. L’aria della notte era fresca e pungente; a tratti, il silenzio veniva interrotto dai movimenti furtivi di qualche animaletto.
Patsy sarebbe tornata, adesso ne era certo; tuttavia comprese che non era la sua assenza che lo angustiava. La valle! Gli mancava la Green Valley: il ruscello dove ogni mattina si era lavato, gli spazi sconfinati, l’aspetto selvaggio… la Bush Valley rappresentava solo un surrogato. Una parte del suo cuore era morta, quando aveva dovuto trasferirsi.
Da tempo, non fumava più dell’innocua erba. Era passato al Peyote, i cui effetti sono assimilabili a quelli di un acido.
Mi chiamo Phil Weir!
E ho sempre ottenuto ciò che volevo.
Fu il suo ultimo pensiero razionale, prima che l’universo lo accogliesse, rendendolo simile a una stella.
 
NOTA: La canzone di Phil è stata composta da Michelle (VENTI DI PRIMAVERA).

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IL FATTORE B 6

Alexsandr Alexsandrovic StavroginA quell’ora Josè Lopez aveva già smesso di soffrire da tempo e dormiva il sonno eterno disteso sotto alla carcassa di una vecchia automobile arrugginita.
Al piano più alto di quella che fino a pochi mesi prima era stata una carrozzeria probabilmente abusiva Aleksandr Stavrogin riposava tranquillamente in una piccola stanza adiacente al locale che aveva funto da ufficio. La sporcizia regnava ovunque, ma per qualche strano motivo le lenzuola del letto  erano ancora pulite (forse un vagabondo, cui non dispiaceva dedicarsi al bucato, vi aveva soggiornato per qualche tempo) e, sebbene mancasse la corrente elettrica e ogni altra forma di energia, più tardi avrebbe potuto fare una doccia gelida in un bagno ricavato accanto alla camera. L’acqua infatti non mancava. Non c’era niente da mangiare, né la possibilità di cucinare. Il capitano aveva consumato una cena a base di carne in scatola.
Stavrogin aveva individuto quel luogo sperduto durante la ricognizione in  elicottero del giorno prima.
Esistono due strade che congiungono Erba a Canzo, e quindi a Asso. La più pittoresca risale una collina per poi costeggiare il lago del Segrino, richiamo abituale per gli appassionati di jogging che alla domenica percorrono il sentiero che costeggia entrambi i lati di  quel tranquillo specchio d’acqua. La più rapida passa accanto a Ponte Lambro, dove si erge  una serie di edifici fatiscenti con tutte le finestre rotte, abbandonati da anni – una vecchia fabbrica ormai in disuso che agli amanti di Tolkien potrebbe ricordare la terra di  Mordor, ma che agli occhi di un russo non appare minimamente strana.
Percorrendo una strada sterrata a fondo cieco si giunge a un polveroso piazzale sul quale si affaccia la vecchia carrozzeria abusiva. Il proprietario se n’era andato per intraprendere un’attività più redditizia: girava l’Europa per riparare i danni causati dalla grandine. Essendo un esperto, aveva molti clienti.
Stavrogin non era un sadico, ma avendo effettuato un addestramento spetnaz sapeva come procurare dolore. E Josè Lopez non era uno stupido: dopo due ore aveva parlato, spiegando nei dettagli in cosa consisteva la sua missione. Era esattamente ciò che il capitano del SVR aveva appreso da Putin. Quello che Lopez non immaginava era che dopo la sua confessione il russo gli avrebbe sparato con una pistola automatica  munita  di proiettili intrisi di cianuro.
Era convinto che la questione si fosse chiusa lì. Ambedue erano professionisti e di norma agivano soltanto in seguito a motivi pratici.

Stavrogin era uscito per primo dal bar Crème. L’automobile di Lopez era parcheggiata vicino a uno dei pochi bagni pubblici della Brianza. Lo spagnolo si era fermato nel locale una decina di minuti in più. Quando uscì a sua volta, non si diresse verso la Lancia, bensì attraversò la piazza della chiesa, in direzione opposta al posteggio, per entrare in un bar, che al contrario del Crème, vendeva anche tabacchi. Acquistò un pacchetto di sigarette e riattraversò la pittoresca piazzetta. Intanto, rifletteva. Il suo piano, almeno nelle linee iniziali, era semplice. Avrebbe preso l’autostrada al casello di Grandate, sarebbe andato in Svizzera e da qui in Germania. Con calma avrebbe esplorato i luoghi più adatti all’attentato, e soprattutto le vie di fuga. Nessun complice. Amava lavorare da solo e non intendeva spartire il proprio denaro.
L’arma l’avrebbe comprata a Berlino. Sapeva a chi rivolgersi: il più grande trafficante d’Europa. Da lui si poteva trovare di tutto, era un tipo che teneva la bocca chiusa e badava ai suoi affari. In seguito, avrebbe letto i giornali e visto la televisione; ma la cosa lo avrebbe lasciato indifferente.
Lopez indugiò davanti a una farmacia, quindi rientrò nel bar Crème e ordinò un altro caffè. Per l’ennesima volta si domandò qual era la ragione per cui un probabile agente segreto dell’ex KGB si interessasse a lui e al compito che il miliardario italiano gli aveva affidato. A quanto gli risultava, Putin e Berlini erano amici di vecchia data. Con grande stupore degli altri statisti europei, Berlini avevava addirittura approvato l’invasione della Cecenia. Ciò nonostante, Lopez escludeva che l’uomo del SVR si trovasse lì per aiutarlo o per guardargli le spalle, altrimenti l’italiano glielo avrebbe detto.
Pagò la consumazione e uscì nuovamente dal locale.
Si guardò attorno e notò il bagno pubblico.
Il russo era lì, pensò. Si avviò lentamente, impugnando lo stiletto, pronto a estrarlo e a colpire in maniera fulminea. Percepiva delle sensazioni negative, ma quella non era la prima volta, né sarebbe stata l’ultima; ciò che contava era che lui era il migliore: chiunque si fosse trovato di fronte, come sempre non avrebbe avuto scampo.
L’uomo era nascosto nel bagno e, anche se com’era probabile, fosse stato armato, sarebbe morto in quella fetida latrina, poiché lo avrebbe colto di sorpresa. Non sarebbe entrato dalla porta, che era aperta, bensì dalla finestra sul retro. Gli sarebbe stato sufficiente un attimo.
Camminando, teneva lo sguardo fisso davanti a sé.
Fu un grave errore.
Fece pochi passi, poi, quando passò davanti alla Bmw, avvertì un lieve dolore alla schiena.
Un istante dopo perse i sensi.
Stavrogin scese dall’auto, dove era rimasto accovacciato, lo caricò nel bagagliaio e partì, diretto a Ponte Lambro.
Nessuno si era accorto di nulla.

Maruska Filippovna Baraskova era figlia di un ingegnere che aveva lavorato per la prima direzione centrale del KGB. Ciò le aveva permesso di frequentare una buona scuola, nella quale era sempre risultata la prima della classe, primeggiando anche in tutti gli sport. In modo particolare, conosceva alla perfezione il tedesco.
Un giorno, fu avvicinata da un uomo dal volto lugubre che le propose di entrare a far parte del SVR. L’alternativa non era la miseria, ma certo non tutti i privilegi di cui avrebbe goduto se avesse accettato.
Dopo sei mesi di addestramento, diciotto candidate su venti vennero escluse dai corsi. L’SVR le trattò bene. Diventarono impiegate, interpreti, responsabili delle pulizie, e la paga era molto buona, se rapportata ad altri impieghi.
Rimasero in due: Maruska e Tatiana.
Tatiana era veramente in gamba, e parlava correntemente l’afrikaans, però fu mandata troppo frettolosamente in Sud Africa. La individuarono e la eliminarono. Ebbe la sfortuna di imbattersi in un gruppo di mercenari bianchi.
Maruska operò in Germania, rendendosi assai utile e crescendo nella stima dell’uomo lugubre, il quale alla fine la presentò al generale Boris Nikolaevic Vatutin, direttore delle Operazioni del SVR.
Come suo padre, Maruska era una fervente comunista e detestava il capitalismo e la nuova mafia russa. Ai tempi del comunismo, ciascuno disponeva di una casa, benché modesta, di un’occupazione, di uno stipendio, di abiti caldi e di cibo. Ora non più.
Vatutin capì subito che si trovava di fronte a un elemento speciale. Se qualcuno aveva una possibilità di fermare Stavrogin, impedendogli di portare a termine il suo piano criminoso, quella era lei.
Mentre il capitano del SVR abbandonava il suo rifugio, e con esso il cadavere di Josè Lopez, Maruska scese dal treno alla stazione nord di Como.

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