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Archive for settembre 2013

La valle di Phil 2Antonio Garcia era perplesso. “Non sapevo che prendere una multa per eccesso di velocità fosse un reato federale.”
“Non lo è, infatti.” Paola gli sorrise per tranquilizzarlo. “Sono venuta a trovarla solo per rivolgerle qualche domanda.”
“Non capisco. Io non ho niente da dire.”
Così non andava. A differenza del giovane collega che l’aveva accompagnata e che masticava distrattamente chewingum,  Paola percepiva l’ostilità del giovane. Come molti altri, vedeva nelle forze dell’ordine un nemico prepotente e invasivo; non si rendeva conto che lei lavorava per la gente, affinché le persone perbene potessero dormire tranquillamente alla notte. Se non ci fosse stata l’FBI, gli Stati Uniti sarebbero stati sommersi da un’ondata indescrivibile di crimini. Lei e i suoi colleghi rappresentavano la diga della giustizia; era una diga non priva di crepe e spesso non riusciva a trattenere i flussi malefici della cattiveria umana, però era anche una diga robusta che nell’insieme teneva. Se ci fosse stata maggiore comprensione da parte di tutti i cittadini, la diga sarebbe potuta diventare impenetrabile.
Spostò lo sguardo su Rosita Garcia, che fissava ostentatamente la parete. “Lei è nata in Texas, signora?”
La donna scosse la testa.
“Antonio sì, però.”
Rosita annuì.
Ti hanno tagliato la lingua?
“Vede, signora, l’America è grande. Ed è abitata da gente che proviene da ogni parte del mondo. E’ uno Stato democratico, basato sulla libertà e sull’uguaglianza. Mio padre è di Pescara, una piccola città italiana, piccola per i parametri di qui. E’ un lavoratore onesto e ha potuto farmi studiare, tuttavia non è ricco. Io… non sono bionda, non ho gli occhi azzurri e sono cattolica, però godo degli stessi diritti di qualsiasi wasp di Boston o di Philadelphia. Lo stesso vale per lei, e per suo figlio Antonio. In ogni caso, io sto indagando su un crimine che non ha nulla a che vedere con la famiglia Garcia. Ma forse, Antonio è in possesso di informazioni che potrebbero essermi molto utili.”
Fece una breve pausa, quindi si rivolse nuovamente al giovane, passando al “tu”.”Perché andavi così forte in macchina?”
“L’agente che mi ha fermato non mi ha fatto domande. Ho pagato la contravvenzione, non sono mai stato dentro. Credo che questi siano fatti miei.”
“Hai ragione, sono fatti tuoi. Ma tu eri diretto al valico che sta sopra alla Green Valley. E ho ragione di credere che lì sia successo qualcosa di strano.”
“La mia tenda, la mia roba. Avevo paura che qualcuno me la rubasse. Al mio posto lei cosa avrebbe fatto?” Garcia le lanciò una sguardo di sfida.
“Credo proprio che avrei spinto a tavoletta! Ma come mai le tue cose erano rimaste incustodite?
“Ero partito per Los Angeles in fretta e furia.”
“Posso sapere perché?”
Antonio esitò per un attimo. “Quella bella ragazza… temevo che morisse.”
Paola Chianese sentì un brivido che le attraversava la spina dorsale.
“Quale ragazza? Come si chiama?”
“Non lo so.”, rispose Antonio. “Non mi ha detto il suo nome.”
 
Il giorno dopo Patsy Legrange dormì per quasi tutto il tempo, svegliandosi soltanto per mangiare. L’indomani incominciò l’addestramento.
Finì per quattro volte a terra. Aveva la schiena dolorante e si sentiva a pezzi. Oltretutto si stava battendo in mutande e reggiseno per non sciupare gli abiti, e il suolo era duro e cosparso di sassi. “Basta!”, esclamò. “Io non dovrò lottare contro Phil.”
Liz le rivolse uno sguardo duro. “Ah no? E se lui mi eliminasse? Proprio tu mi hai parlato della sua crudeltà, della sua mancanza di scrupoli. Spero di evitare uno scontro diretto, però devi essere pronta a tutto! Coraggio, datti una mossa.”
Patsy si rialzò. Sebbene fosse esausta, era stata punta sull’orgoglio. Si scagliò contro Liz, ma all’ultimo momentò scartò, spostandosi di lato. Elizabeth era pronta a ghermirla, tuttavia si trovò sbilanciata. Prima che si riprendesse dalla sorpresa, Patsy le fu addosso. Le fece uno sgambetto e rotolò a terra con lei. Ma era sopra. Le prese un braccio e lo torse con violenza. Liz mugolò di dolore.
“Ti arrendi?”
“No!”
Patsy le portò il braccio all’altezza della scapola.
“Va bene. Va bene. Mi arrendo!”
Patsy la lasciò. Elizabeth scoppiò a ridere. “Me le hai suonate di santa ragione! Brava, Hon… Patsy!”
Patsy si ravviò i capelli biondi con una luce di trionfo negli occhi.
 
Quel pomeriggio Liz le insegnò alcune tecniche di strangolamento.
Patsy si era irrobustita nell’ultimo anno; inoltre, era sveglia e imparava facilmente. Liz sferrò una serie di calci. Patsy osservò attentamente i suoi movimenti, e poi li imitò alla perfezione. Provarono la lotta a terra, e Liz le mostrò come liberarsi da una presa alla gola.
Dopo un paio d’ore di allenamento, si fermarono per riposare. Patsy dubitava di poter affrontare Phil con qualche probabilità di successo, ma Liz era convinta del contrario. “Sei rapida come un serpente. Potresti mettere in difficoltà chiunque. No, non è questo che mi preoccupa. Ma se tu ti tirassi indietro all’ultimo momento…”
Patsy la guardò. Elizabeth aveva raccolto i capelli dietro alla nuca e la cicatrice che le deturpava il viso era perfettamente visibile. Con i soldi di suo padre avrebbe potuto farla operare dal miglior chirurgo plastico di Los Angeles. Però, non provava ribrezzo: Liz la stava conquistando grazie alla sua energia, alla determinazione con cui perseguiva i suoi scopi, alla dolcezza che le riservava quando facevano l’amore. Ma il pensiero di Phil incombeva su di lei come una nube scura, gravida di pioggia. Amava Phil: come avrebbe potuto ucciderlo?
“Non mi tirerò indietro.”, disse, chiedendosi se avrebbe trovato il coraggio necessario per mantenere la promessa.
Una promessa che le era stata estorta…
Poi pensò a ciò che Liz le aveva detto: aveva visto Phil con un’altra donna. Conoscendolo, non stentava a crederle. Provò una fitta improvvisa di gelosia, cui fece seguito un altro pensiero. Weir aveva sparato a sangue freddo a Liz, dimostrando di essere un uomo spietato. L’amore che nutriva per lui le aveva fatto dimenticare quell’episodio; ma ora si chiedeva se era possibile amare un assassino. Un assassino che non esitava a tradirla. Per converso, si sentiva fortemente attratta da Liz, come ai primi tempi, quando la rivalità non le aveva ancora divise. Ciò nonostante, se si escludeva la sensuale delicatezza con cui riusciva a condurla all’orgasmo, Elizabeth basava il loro rapporto sulla prevaricazione.
Oggi ho steso questa manza. Potrei riuscirci ancora. In questo caso
Si sentiva confusa.
Decise di darsi ancora del tempo per capire quello che voleva veramente.
 
Un’ ora dopo che si era fatto buio, Phil Weir uscì sulla veranda.
Patsy sarebbe dovuta tornare la sera prima da Los Angeles. Aveva pensato che fosse stanca per il viaggio e che avesse deciso di rimandare di un giorno, ma adesso incominciava a essere preoccupato. Patsy era sempre stata puntuale. Avrebbe potuto telefonarle, naturalmente, però odiava quello strumento del demonio. Patsy guidava meglio di un uomo, e Phil non pensava a un incidente.
Ha abbandonato la valle! E il mio dannato pick-up?
Sebbene fosse un’ipotesi assurda, era la sola che gli venisse in mente. Alla fine, aveva ceduto alle lusinghe dell’abborrita società. O forse non lo amava più. No, questo era impossibile. Nessuna donna dotata di un briciolo di cervello avrebbe mai lasciato Phil Weir. L’ultima volta che erano stati a letto assieme, l’aveva fatta impazzire; e poi sapeva leggere nel cuore della gente.
Tornò in casa per prendere la chitarra. Sull’aria di un motivo country, incominciò a improvvisare:
 
Dove sarai
mi senti?
e vesto pensieri
dentro la pelle
di cose piene
respiro respiri
dalle tue labbra
ho voglia di baci
di dare e ricevere
di carne e carezze
mi piace con Te
Dove sarai
li senti?
ho brama di Te*

“Per chi è questa canzone?”, si chiese. Era per Patsy, stabilì, ma anche per Nicole. Nicole aveva una concezione gioiosa del sesso. All’inizio lo aveva quasi irritato, poi però aveva finito per eccitarlo. Era come fare l’amore con una bambina. Una bambina alta e formosa, che continuava a ridere, ma che aveva un seno invidiabile, gambe lunghe e tornite, la pelle candida come il latte e una bocca capace di stimolare un uomo in mille modi diversi, grazie all’uso sapiente della lingua e dei denti, che erano affilati come quelli di un roditore. Inoltre, si era dimostrata insaziabile, ma anche molto generosa nel tener desta la sua virilità.
Phil sospirò, immaginandola fra le braccia di Patsy. Le confrontò mentalmente: Patsy era più perversa, Nicole più rassicurante. Prima le avrebbe guardate giocare fra loro, poi le avrebbe sodomizzate entrambe. Corrugò la fronte: posto che Patsy fosse tornata. Per scacciare la negatività si fece una canna. Guardò la luna che risplendeva nel cielo. Era quasi piena e dispensava una luce soffice che aveva un alone di magia. L’aria della notte era fresca e pungente; a tratti, il silenzio veniva interrotto dai movimenti furtivi di qualche animaletto.
Patsy sarebbe tornata, adesso ne era certo; tuttavia comprese che non era la sua assenza che lo angustiava. La valle! Gli mancava la Green Valley: il ruscello dove ogni mattina si era lavato, gli spazi sconfinati, l’aspetto selvaggio… la Bush Valley rappresentava solo un surrogato. Una parte del suo cuore era morta, quando aveva dovuto trasferirsi.
Da tempo, non fumava più dell’innocua erba. Era passato al Peyote, i cui effetti sono assimilabili a quelli di un acido.
Mi chiamo Phil Weir!
E ho sempre ottenuto ciò che volevo.
Fu il suo ultimo pensiero razionale, prima che l’universo lo accogliesse, rendendolo simile a una stella.
 
NOTA: La canzone di Phil è stata composta da Michelle (VENTI DI PRIMAVERA).

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IL FATTORE B 6

Alexsandr Alexsandrovic StavroginA quell’ora Josè Lopez aveva già smesso di soffrire da tempo e dormiva il sonno eterno disteso sotto alla carcassa di una vecchia automobile arrugginita.
Al piano più alto di quella che fino a pochi mesi prima era stata una carrozzeria probabilmente abusiva Aleksandr Stavrogin riposava tranquillamente in una piccola stanza adiacente al locale che aveva funto da ufficio. La sporcizia regnava ovunque, ma per qualche strano motivo le lenzuola del letto  erano ancora pulite (forse un vagabondo, cui non dispiaceva dedicarsi al bucato, vi aveva soggiornato per qualche tempo) e, sebbene mancasse la corrente elettrica e ogni altra forma di energia, più tardi avrebbe potuto fare una doccia gelida in un bagno ricavato accanto alla camera. L’acqua infatti non mancava. Non c’era niente da mangiare, né la possibilità di cucinare. Il capitano aveva consumato una cena a base di carne in scatola.
Stavrogin aveva individuto quel luogo sperduto durante la ricognizione in  elicottero del giorno prima.
Esistono due strade che congiungono Erba a Canzo, e quindi a Asso. La più pittoresca risale una collina per poi costeggiare il lago del Segrino, richiamo abituale per gli appassionati di jogging che alla domenica percorrono il sentiero che costeggia entrambi i lati di  quel tranquillo specchio d’acqua. La più rapida passa accanto a Ponte Lambro, dove si erge  una serie di edifici fatiscenti con tutte le finestre rotte, abbandonati da anni – una vecchia fabbrica ormai in disuso che agli amanti di Tolkien potrebbe ricordare la terra di  Mordor, ma che agli occhi di un russo non appare minimamente strana.
Percorrendo una strada sterrata a fondo cieco si giunge a un polveroso piazzale sul quale si affaccia la vecchia carrozzeria abusiva. Il proprietario se n’era andato per intraprendere un’attività più redditizia: girava l’Europa per riparare i danni causati dalla grandine. Essendo un esperto, aveva molti clienti.
Stavrogin non era un sadico, ma avendo effettuato un addestramento spetnaz sapeva come procurare dolore. E Josè Lopez non era uno stupido: dopo due ore aveva parlato, spiegando nei dettagli in cosa consisteva la sua missione. Era esattamente ciò che il capitano del SVR aveva appreso da Putin. Quello che Lopez non immaginava era che dopo la sua confessione il russo gli avrebbe sparato con una pistola automatica  munita  di proiettili intrisi di cianuro.
Era convinto che la questione si fosse chiusa lì. Ambedue erano professionisti e di norma agivano soltanto in seguito a motivi pratici.

Stavrogin era uscito per primo dal bar Crème. L’automobile di Lopez era parcheggiata vicino a uno dei pochi bagni pubblici della Brianza. Lo spagnolo si era fermato nel locale una decina di minuti in più. Quando uscì a sua volta, non si diresse verso la Lancia, bensì attraversò la piazza della chiesa, in direzione opposta al posteggio, per entrare in un bar, che al contrario del Crème, vendeva anche tabacchi. Acquistò un pacchetto di sigarette e riattraversò la pittoresca piazzetta. Intanto, rifletteva. Il suo piano, almeno nelle linee iniziali, era semplice. Avrebbe preso l’autostrada al casello di Grandate, sarebbe andato in Svizzera e da qui in Germania. Con calma avrebbe esplorato i luoghi più adatti all’attentato, e soprattutto le vie di fuga. Nessun complice. Amava lavorare da solo e non intendeva spartire il proprio denaro.
L’arma l’avrebbe comprata a Berlino. Sapeva a chi rivolgersi: il più grande trafficante d’Europa. Da lui si poteva trovare di tutto, era un tipo che teneva la bocca chiusa e badava ai suoi affari. In seguito, avrebbe letto i giornali e visto la televisione; ma la cosa lo avrebbe lasciato indifferente.
Lopez indugiò davanti a una farmacia, quindi rientrò nel bar Crème e ordinò un altro caffè. Per l’ennesima volta si domandò qual era la ragione per cui un probabile agente segreto dell’ex KGB si interessasse a lui e al compito che il miliardario italiano gli aveva affidato. A quanto gli risultava, Putin e Berlini erano amici di vecchia data. Con grande stupore degli altri statisti europei, Berlini avevava addirittura approvato l’invasione della Cecenia. Ciò nonostante, Lopez escludeva che l’uomo del SVR si trovasse lì per aiutarlo o per guardargli le spalle, altrimenti l’italiano glielo avrebbe detto.
Pagò la consumazione e uscì nuovamente dal locale.
Si guardò attorno e notò il bagno pubblico.
Il russo era lì, pensò. Si avviò lentamente, impugnando lo stiletto, pronto a estrarlo e a colpire in maniera fulminea. Percepiva delle sensazioni negative, ma quella non era la prima volta, né sarebbe stata l’ultima; ciò che contava era che lui era il migliore: chiunque si fosse trovato di fronte, come sempre non avrebbe avuto scampo.
L’uomo era nascosto nel bagno e, anche se com’era probabile, fosse stato armato, sarebbe morto in quella fetida latrina, poiché lo avrebbe colto di sorpresa. Non sarebbe entrato dalla porta, che era aperta, bensì dalla finestra sul retro. Gli sarebbe stato sufficiente un attimo.
Camminando, teneva lo sguardo fisso davanti a sé.
Fu un grave errore.
Fece pochi passi, poi, quando passò davanti alla Bmw, avvertì un lieve dolore alla schiena.
Un istante dopo perse i sensi.
Stavrogin scese dall’auto, dove era rimasto accovacciato, lo caricò nel bagagliaio e partì, diretto a Ponte Lambro.
Nessuno si era accorto di nulla.

Maruska Filippovna Baraskova era figlia di un ingegnere che aveva lavorato per la prima direzione centrale del KGB. Ciò le aveva permesso di frequentare una buona scuola, nella quale era sempre risultata la prima della classe, primeggiando anche in tutti gli sport. In modo particolare, conosceva alla perfezione il tedesco.
Un giorno, fu avvicinata da un uomo dal volto lugubre che le propose di entrare a far parte del SVR. L’alternativa non era la miseria, ma certo non tutti i privilegi di cui avrebbe goduto se avesse accettato.
Dopo sei mesi di addestramento, diciotto candidate su venti vennero escluse dai corsi. L’SVR le trattò bene. Diventarono impiegate, interpreti, responsabili delle pulizie, e la paga era molto buona, se rapportata ad altri impieghi.
Rimasero in due: Maruska e Tatiana.
Tatiana era veramente in gamba, e parlava correntemente l’afrikaans, però fu mandata troppo frettolosamente in Sud Africa. La individuarono e la eliminarono. Ebbe la sfortuna di imbattersi in un gruppo di mercenari bianchi.
Maruska operò in Germania, rendendosi assai utile e crescendo nella stima dell’uomo lugubre, il quale alla fine la presentò al generale Boris Nikolaevic Vatutin, direttore delle Operazioni del SVR.
Come suo padre, Maruska era una fervente comunista e detestava il capitalismo e la nuova mafia russa. Ai tempi del comunismo, ciascuno disponeva di una casa, benché modesta, di un’occupazione, di uno stipendio, di abiti caldi e di cibo. Ora non più.
Vatutin capì subito che si trovava di fronte a un elemento speciale. Se qualcuno aveva una possibilità di fermare Stavrogin, impedendogli di portare a termine il suo piano criminoso, quella era lei.
Mentre il capitano del SVR abbandonava il suo rifugio, e con esso il cadavere di Josè Lopez, Maruska scese dal treno alla stazione nord di Como.

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