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Archive for agosto 2013

IL FATTORE B 1/4

Alexsandr Alexsandrovic StavroginDomani ci sarà il nuovo capitolo.
Questo, più che altro, serve a me come punto di riferimento. Comunque, per chi lo volesse leggere, buon ripasso 🙂

1
Vladimir Vladimirovic Putin accolse con un sorriso il direttore della CIA e lo invitò ad accomodarsi.
“Quanti anni!”
“Davvero troppi.”, confermò l’americano restituendo il sorriso.
In realtà, sarebbe dovuto essere in pensione già da tempo: se, malgrado l’età avanzata, continuava a dirigere Langley era per una ragione precisa. Come altri suoi predecessori, e a differenza della Gran Bretagna dove si privilegiava la professionalità, Obama avrebbe voluto mettere a capo dell’Agenzia un politico. Alla base di quel desiderio c’era lo stesso motivo che aveva indotto altri inquilini della Casa Bianca ad effettuare tale scelta: un politico avrebbe svolto il proprio compito nel rispetto della legalità, riferendo sempre e comunque ogni cosa a Washington. Soprattutto non avrebbe mai preso decisioni azzardate, senza una preventiva autorizzazione.
Ciò non accadeva con i direttori che provenivano “dal campo”, i quali si sentivano liberi di organizzare segretamente azioni avventuristiche e spesso pericolose. L’elenco era lungo.
Tuttavia questo avrebbe causato problemi con i vertici della CIA. Perciò il presidente degli Stati Uniti tergiversava. Avrebbe potuto imporsi, ma preferiva evitare una controproducente serie di polemiche. Quando i tre o quattro papaveri più grossi si fossero ritirati a vita privata, sarebbe cessata ogni opposizione e lui avrebbe nominato il proprio candidato. Dato che mancava poco, nel frattempo Barack Obama pazientava.
Per quanto lo riguardava, il direttore sarebbe stato felice di trascorrere le sue giornate con la moglie, l’unico figlio e i suoi amati boschi. Però, conosceva il suo dovere.
Putin guardò con curiosità l’uomo che era arrivato a Mosca con un passaporto falso. Il nome riportato sul documento era William Baldwin e naturalmente era falso come il passaporto. “A cosa è dovuta la sua visita in Russia?”
Il direttore della CIA tolse dalla borsa un fascicolo e lo posò sulla scrivania. “Abbiamo un problema.”, disse.
Putin lo scrutò attentamente. “Di che genere?”.
“Riguarda due Paesi che rientrano nella nostra sfera d’influenza. Questo e quest’altro. Ma, per certi motivi, sarebbe preferibile un intervento… diciamo, esterno.”
“Russo?”
“Se fosse possibile, signor presidente. Naturalmente, ricambieremmo il favore. Sarà sufficiente una sua parola.”
“La ascolto.”
Yarbes parlò per circa venti minuti.
“Un compito per l’SVR.”, mormorò alla fine il russo. Prima di arrivare alla presidenza, era stato un agente del KGB e in seguito il capo del FSB, l’organizzazione che, dopo il fallito colpo di Stato del 1991, per volere di Gorbaciov aveva sostituito la seconda direzione centrale. L’SVR era succeduto alla prima direzione centrale. L’SVR agiva all’estero, l’FSB si occupava della sicurezza interna, della repressione e del controspionaggio entro i confini della Russia; in pratica quello che faceva un tempo il KGB, ma con minori poteri.
Putin aveva esperienza da vendere nel campo dello spionaggio e dei suoi diversi aspetti, anche quelli più oscuri. Forse, meditò, era preferibile un uomo abituato ad agire da solo. Nel SVR c’erano troppi spifferi. Represse un sospiro, rammentando che un tempo Yazenevo e la Lubjanka erano due inaccessibili fortezze. D’altro canto, allora gli Stati Uniti erano il nemico numero uno, ed era necessaria la massima allerta. Adesso tutto era cambiato.
“E volete qualcosa di definitivo?”
Yarbes chinò il capo.
Entrambi erano consapevoli che il politico da eliminare era un vecchio amico del russo. Oltre all’amicizia e alla simpatia reciproca, c’erano in gioco varie questioni di affari. Come sempre la Russia era affamata di soldi, ma realisticamente i dollari facevano più gola dell’euro.
“Potremmo sabotare l’operazione, senza uccidere l’uomo.”, osservò Putin meditabondo.
Yarbes scosse la testa. “Ci riproverebbe. Per lui questa è divenuta un’ossessione. E nella sua attuale situazione non ha nulla da perdere.”
“E’ anziano. Non vivrà ancora a lungo.”, obiettò il russo.
“Abbastanza a lungo per fare un secondo tentativo, e un terzo, se necessario.”
“Dovrò consultarmi.”, disse Putin.
Yarbes rimase impassibile. Tutti sapevano che Vladimir governava come un monarca assoluto. Politburo? Comitato centrale? Chi erano costoro? Per ironia della sorte era stato Boris Eltsin a dare tutti i poteri al presidente della Russia, proprio l’uomo che aveva salvato la democrazia in occasione del fallito putsch.
“Il risultato finale sarebbe un governo di destra. Senza la sua ingombrante presenza, quel che resta della sinistra perderebbe sicuramente le prossime elezioni.”, considerò fra sé Putin.
Yarbes scrollò le spalle. “E’ il nostro ultimo pensiero, signor presidente. Un esecutivo vale l’altro. Il problema è il concreto rischio di una tremenda destabilizzazione che riguarderebbe tutta l’Europa occidentale, e di conseguenza anche gli Stati dell’est.”
Putin si alzò e andò alla finestra. Cominciava a nevicare. Rifletté a lungo, quindi si voltò e fissò Yarbes.
“Lei si presenta sempre con notizie sorprendenti.” Si riferiva a quando l’americano lo aveva informato delle intenzione di Kryuchkov e Janaev, all’epoca del golpe.
“Però, vere.”, replicò Yarbes.
Putin annuì. “D’accordo. Provvederemo.”
Convocò la prima segretaria e le impartì alcuni brevi ordini.
“E adesso le offrirò una buona cena.”, disse all’americano, quando la donna si chiuse la porta dell’ufficio alle spalle.
Uscirono nell’inverno gelido e, scortati da quattro macchine, raggiunsero un piccolo locale posto alla periferia orientale di Mosca. Yarbes lo ricordava bene. Lì i due si erano conosciuti.
Il ristorante era vuoto. Se a qualcuno fosse venuto in mente di gustare il buon cibo di quella locanda, sarebbe stato gentilmente dissuaso dal farlo.
Mentre finivano di mangiare, una guardia del corpo annunciò che Aleksandr Aleksandrovic Stavrogin era arrivato.
“Harasciò.”, disse Putin.

Il capitano Stavrogin era alto più di un metro e ottanta, indossava un lungo cappotto, aveva i capelli scuri e non assomigliava ai suoi genitori.
Si avvicinò al tavolo dove sedevano i due commensali e scattò, rigido, sull’attenti.
Putin gli fece cenno di sedersi. Incredulo, il capitano obbedì.
Era nato in Germania, figlio illegittimo. Sua madre non usava contraccettivi e, a differenza di due altri “incidenti di percorso”, quella volta si rifiutò di abortire. Il piccolo Aleksandr crebbe senza conoscere il nome del padre. Elke si dimostrava sempre molto vaga al riguardo. Ciò che apprese fu soltanto che era un soldato russo. La mamma lo amava moltissimo, tuttavia gli impartì un’educazione teutonica. Se altri bambini erano viziati, lui non lo era. Crescendo, si distinse negli studi, nello sport e trascorse le vacanze svolgendo mille lavoretti, sebbene Elke fosse ricca e non avesse bisogno del suo contributo. Quando compì quindici anni, scoprì finalmente chi era suo padre. Era morto nove mesi prima che lui nascesse. Da quel giorno studiò assiduamente il russo, che ora conosceva come il tedesco.
“Aleksandr Aleksandrovic”, esordì Putin guardandolo negli occhi, “tutto quello che le dirò questa sera, e in un successivo incontro, è un segreto di Stato.”
“Signor presidente!”
“Nessuno dovrà venire a conoscenza del piano che lei preparerà, attuerà e porterà a termine. Mi auguro con successo.”
Il capitano sostenne lo sguardo. Ogni risposta, pensò, era superflua.
“Questa operazione”, proseguì Putin, “non riguarda l’SVR, né l’FSB, né qualsiasi altra organizzazione. Non riguarda i suoi superiori. Riguarda solo lei. E lei riferirà soltanto a me. L’ho scelta perché la considero il migliore… un futuro generale.”
“Signor presidente!”
A diciotto anni, Aleksandr si era recato in Russia. Con sé aveva una lettera di sua madre, indirizzata personalmente a Vladimir Putin. Dopo tre mesi, Putin acconsentì a riceverlo, lesse la lettera, manifestò un certo stupore, dopodiché lo sottopose a un duro interrogatorio, degno di Lefortovo. Venti giorni più tardi, sostenuti gli esami del DNA oltre a innumerevoli visite mediche, e superata brillantemente una prova ostile con la macchina della verità, il giovane ottenne la cittadinanza russa, il diritto di portare il nome di suo padre e fu ammesso all’accademia preparatoria del SVR, dove risultò primo in tutti i corsi. Compì la sua prima missione a ventidue anni. Fu promosso capitano sei anni dopo.
“Dovrà andare in un Paese straniero. Per sua fortuna, non gli Stati Uniti, la Gran Bretagna o qualche letamaio arabo. Una nazione poco organizzata, con servizi segreti e polizia alquanto inadeguati: ciò le faciliterà il compito. Anche se, comunque, non sarà un compito semplice.”
Putin fece una pausa.
Poi gli porse l’incartamento che Yarbes aveva portato dall’America. Il direttore della CIA si chiese che reazione avrebbe avuto il giovane ufficiale, se avesse saputo che era stata sua moglie, Monica, a uccidere suo padre.
“Studi attentamente questi fogli, si imprima tutto nella memoria e quindi li bruci. Nessuno, insisto nessuno, dovrà mai vederli. Se avrà successo, sarà promosso. Ma se, malauguratamente, dovesse fallire, io sarò costretto a dimenticarmi di chi è figlio.”
“Non fallirò, signor presidente.”

2
La Brianza è un territorio situato nell’Italia settentrionale. I suoi confini sono, a nord, Asso, un paese posto sulla strada che conduce a Bellagio, dove i due rami del lago di Como, quello descritto da Manzoni e quello occidentale, si congiungono per formare un unico bacino; e a sud la città di Monza. Ai lati è delimitata da due fiumi, l’Adda e il Seveso. Sebbene non sia propriamente una regione, molti la considerano tale. I suoi abitanti hanno in comune tre caratteristiche: sono estremamente laboriosi, forti risparmiatori e piuttosto chiusi di carattere. L’industria prevalente è quella del mobile. In un’epoca di crisi, cittadine come Meda e Cabiate prosperano grazie ai ricchissimi acquirenti arabi.
Erba è una delle località più belle, immersa nel verde e in una cornice di ridenti colline. Dista pochi chilometri da Asso. La villa più grande di Erba è circondata da un vasto parco, delimitato da uno spesso muro, alto più di due metri, e sormontato da un reticolato di filo spinato. Il parco, così come il bosco, orientato a settentrione e a sua volta cintato, è sorvegliato giorno e notte da guardie armate. Al tramonto, vengono liberati i cani. Un sistema di telecamere controlla ogni centimetro della proprietà. Due macchine dei carabinieri stazionano in permanenza davanti all’unico ingresso. Da lì un lungo viale porta alla villa.
Silvio Berlini possedeva case a Milano, Roma, in Sardegna, in Giamaica, ma considerava la dimora di Erba il suo rifugio e vi trascorreva quasi tutti i fine settimana. Quando arrivava con l’elicottero personale si liberava dell’abito doppio petto blu, della camicia, della cravatta e indossava una comoda tuta da ginnastica.
Figlio di un dirigente di banca, Berlini aveva costruito un impero nel campo delle telecomunicazioni. Ma, in realtà, le sue attività erano talmente numerose e diversificate nei settori più disparati che era difficile stendere una mappa precisa dei campi di cui si occupava.
Anticomunista viscerale, mentre in Italia infuriava lo scandalo di tangentopoli e la Democrazia Cristiana si dissolveva, Berlini aveva fondato in tre mesi un partito, era riuscito nell’incredibile impresa di dar vita a un’alleanza con i neofascisti e la Lega – vale a dire, cani e gatti – e aveva vinto le elezioni. Successivamente, le aveva perse salvo poi rivincerle. Alla fine, era stato il presidente della repubblica a togliergli l’incarico di primo ministro.
Metà del popolo italiano lo amava, l’altra metà lo detestava. Ciò aveva reso l’Italia ingovernabile.
Negli ultimi tempi, il luminare che fungeva da suo medico personale a tempo pieno era alquanto preoccupato. Le dosi massicce di ormoni, uniti ad altri medicinali, che Berlini assumeva, contro il suo volere, per potersi permettere frequenti incontri sessuali con ragazze più giovani di quarant’anni, stavano minando il suo equilibrio mentale. Questo, almeno, era il pensiero del dottore.
Vero o meno che fosse, era comunque indubbio che da mesi Berlini coltivava un’ossessione quasi patologica.

Il capitano Stavrogin parlava correntemente quattro lingue. Oltre al russo e al tedesco, l’inglese e il francese. Con l’italiano se la cavava, ma con qualche difficoltà. Per questo, quando varcò senza problemi la frontiera di Ventimiglia, aveva con sé un passaporto perfetto a nome di Julien Leblanc, agente immobiliare di Antibes. Nel doppiofondo della valigia, ve n’era un secondo, intestato a Patrick Driver, un mobiliere di Manchester.
Stavrogin non aveva un aspetto tipicamente russo. Aveva preso dai nonni, in particolare quelli materni che erano originari della Baviera: poteva sembrare un tedesco, un austriaco, un inglese o un francese.
Era a bordo di una Bmw 320 turbo diesel di seconda mano, regolarmente acquistata a Nizza da un rivenditore di auto usate. Meno regolare era ciò che aveva nascosto nel bagagliaio; ma anche la perquisizione più attenta e scrupolosa molto difficilmente sarebbe servita a scoprire quello che era stato celato con grande abilità sotto la cassetta degli attrezzi.
E comunque non c’era motivo per cui la polizia lo fermasse e ispezionasse l’auto. Stavrogin rispettava i limiti di velocità, viaggiava sulla corsia di destra e aveva tutta l’aria del turista intento a godersi una bella vacanza in Italia. In Russia era ancora pieno inverno, con i fiumi ghiacciati e i giardini coperti di neve; in Liguria il clima era già primaverile, sebbene fosse soltanto l’otto marzo. Stavrogin immaginava che probabilmente, più a nord, il tempo sarebbe stato meno mite. Ma il capitano amava il freddo.
Si fermò per fare il pieno e per mangiare un sandwich nei pressi di Pavia. Come aveva previsto, pioveva e il cielo era grigio. Giunto a Milano, imboccò l’autostrada dei laghi, prese la deviazione per Como e uscì al casello di Lomazzo. Aveva studiato attentamente tutta la zona e sul sedile del passeggero c’era una carta geografica. Il panorama, bello nei mesi caldi, dava una sensazione di tristezza. Passò per Cermenate, evitò Cantù svoltando a sinistra e, quando fu a Olmeda, girò a destra. Dieci minuti più tardi era a Montorfano. Posteggiò la Bmw e attraversò la strada per bere un caffè al bar Crème.
Si sedette a un tavolino d’angolo, dove fu servito da una ragazza molto carina.
Decise che avrebbe aspettato l’indomani per andare a Erba a effettuare una prima ricognizione. Era abituato a preparare i suoi piani con estrema cura, senza tralasciare il minimo aspetto; quando tutti i tasselli combaciavano e il quadro era completo, allora sferrava il colpo… e non falliva.
Lanciò un’occhiata alla ragazza del bar. Era alta e flessuosa, ma non era il momento di pensare al sesso. Si limitò a ordinare un secondo caffè.
Quella sera cenò da Sonia, una pizzeria vicina al lago di Montorfano, e si coricò presto, all’hotel Albavilla, dove aveva prenotato una camera telefonando da Nizza.

Benché fosse alquanto sorpresa, Maruska non manifestò in alcun modo il suo stupore.
Si limitò ad ascoltare, ad annuire e a prendere nota mentalmente di ogni dettaglio. Il mondo era strano, pensò, ma il suo compito non era quello di filosofeggiare, bensì di obbedire agli ordini e di agire.
Maruska aveva ventotto anni, era alta un metro e settantacinque, pesava sessantasei chili ed era in condizioni di forma invidiabili. Era anche decisamente attraente, anche se non graziosa. Soprattutto aveva un quoziente d’intelligenza elevatissimo. Questo le aveva permesso di affrontare con successo molte prove, e in un prossimo futuro – ne era certa – l’avrebbe fatta salire molto in alto. Se aveva un difetto era l’eccessivo orgoglio, che però a conti fatti poteva essere un pregio. Erano le due facce della stessa medaglia.
L’uomo seduto di fronte a lei non le fornì spiegazioni e Maruska non fece domande.
Quando uscì dall’ufficio, andò a casa a preparare i bagagli.

3
Il generale Boris Nikolaevic Vatutin, direttore delle Operazioni del SVR, lesse incredulo la breve nota firmata da Putin, e lasciata sulla sua scrivania, che autorizzava il capitano Stavrogin a prendersi un mese di ferie.
Era a un tempo perplesso e contrariato.
Entrambe le reazioni nascevano dallo stesso motivo: il presidente lo aveva scavalcato senza neppure prendersi la briga di informarlo in anticipo. Il generale si alzò e andò alla finestra. Guardò la neve scendere dal cielo e intanto rifletteva. Non era il tipo d’uomo da lasciarsi sopraffare dalle emozioni, quali che fossero: ira, paura, risentimento, frustrazione. In questo aveva preso da suo padre, l’eroe di Stalingrado: il comandante del Fronte Sud-Ovest Nikolaj Vatutin. E, come l’illustre genitore, era abituato a ponderare ogni questione, valutandola non per ciò che “sembrava” ma per ciò che “era”.
Tornò alla scrivania e osservò pensoso un rapporto che in teoria non avrebbe dovuto riguardarlo, ma che un collega e amico del FSB gli aveva fatto pervenire la sera prima. Benché fosse un’ora tarda, Vatutin come d’abitudine stava ancora lavorando. Sua moglie, ormai, non protestava più.
Ora lo esaminò nuovamente.
Era accaduto qualcosa di strano. Di molto strano.
Il mattino precedente, Martin Yarbes, famigerato cekista della CIA, era arrivato a Mosca provvisto di documenti perfetti, sebbene falsi, e il personale dell’aeroporto aveva finto di non vederlo, a causa di ordini giunti dall’alto. A semplice titolo informativo era stato seguito con discrezione. Si era appurato che aveva cenato in un ristorantino con il presidente della Russia e che nel corso della serata era sopraggiunto il capitano Stavrogin.
Poche ore più tardi il capitano veniva gratificato con una licenza che non gli spettava. Tutto questo, si disse Vatutin, non era affatto casuale. Esisteva un preciso nesso che collegava i quattro avvenimenti: la presenza a Mosca del direttore della CIA, l’incontro con Putin in un locale assai modesto e fuori mano, la convocazione di Stavrogin e il mese di vacanza. Aveva tutta l’aria di un’operazione all’estero, gestita personalmente da Putin, e dalla quale l’SVR era indebitamente e volutamente escluso.
Boris Nikolaevic Vatutin escludeva a priori un’accusa di avventurismo. Putin era troppo freddo, calcolatore e abile per cadere nella trappola che gli americani avevano preparato per Nikita Kruscev. Quello che invece non escludeva affatto era che si stava preparando un’azione congiunta, o qualcosa di simile, con la CIA.
Questo era inaccettabile. Vatutin detestava gli americani e rimpiangeva i tempi in cui il vecchio e glorioso KGB li combatteva in ogni angolo del mondo.
La CIA era un’associazione a delinquere. Allende era uno dei tanti nomi che gli venivano in mente, ma quante erano state le vittime di quei cekisti? Il primo capo di Langley si era avvalso dell’operato degli scienziati tedeschi che per conto della I.G. Farben avevano creato lo Zyklon-B, ottimamente utilizzato ad Auschwitz. Non avrebbe mai collaborato con loro!
Una telefonata effettuata con un apparecchio ultra sicuro gli permise di apprendere che Yarbes avrebbe preso il volo della British Airways per Londra-Heathrow quel pomeriggio stesso. Naturalmente, gli ordini non erano cambiati: si sarebbe dovuto fingere che fosse chi sosteneva di essere. Cosa andasse a fare in Gran Bretagna gli era indifferente. Però voleva scoprire quello che portava con sé, di qualsiasi cosa si trattasse.
Chiamò l’autista personale e fissò l’orario in cui si sarebbe fatto condurre all’aeroporto di Domodedovo.
Si presentò in largo anticipo rispetto al volo. Il responsabile del FSB di Domodedovo lo accolse con stupore, poi lo ascoltò freddamente. “Impossibile.”, dichiarò dopo che Vatutin gli disse ciò che voleva da lui. “E ora, generale, ho molto lavoro da svolgere. Se vuole scusarmi…”
Vatutin non accettò il commiato. “Lei sa chi sono io?”, gli chiese con calma.
“Certamente, generale!”
“Lei conosce il ruolo che ricopro?”
L’uomo non rispose. Era una domanda retorica. Si limitò ad annuire.
“Bene.”, disse Vatutin. “Io ho la facoltà di impartirle questo ordine. E lei ha l’obbligo di obbedire.”
Era un’affermazione alquanto dubbia, e Vatutin lo sapeva.
L’ufficiale del FSB posò una mano sul telefono.
“Mi ascolti con molta attenzione.”, disse Vatutin indicando l’apparecchio. “Se lei telefonerà a chicchessia, trasgredendo a un mio preciso comando, le posso garantire che domani si troverà a dirigere gli inservienti che puliscono i bagni di Chabarovsk, in Siberia.”
L’uomo del FSB tolse la mano dal telefono, tuttavia non sembrava per nulla convinto. “Io ho anche la facoltà di farla promuovere.”, continuò Vatutin. “In cambio, le chiedo poco. Due sole cose: una breve perquisizione. Valigia. Borsa. Sicuramente ci sarà un doppiofondo in una delle due. E discrezione. Massima discrezione. Sto agendo in base a una disposizione personale e privata del presidente Putin. Il presidente non vuole che la faccenda trapeli, e lui soltanto sa il perché. In quanto al cekista americano, con lui sarete gentili e cordiali. Se troverete dei documenti – come è pressoché certo -, li fotograferete, dopodiché tante scuse e arrivederci.”
Vatutin era perfettamente consapevole di correre un enorme rischio. Non aveva alcuna autorità sul suolo russo. Se Putin fosse venuto a conoscenza di quella iniziativa, di sicuro non ne sarebbe stato entusiasta. Avrebbe potuto destituirlo, degradarlo, o peggio ancora. Ma l’uomo del FSB finiva il suo turno di lì a un’ora. E purtroppo per lui sarebbe stato vittima di un pirata della strada. Se i subalterni avessero parlato, la colpa sarebbe ricaduta sullo sfortunato ufficiale.
“Domani stesso lei sarà promosso.”, concluse. Altro non aveva da aggiungere.
Si augurò di averlo finalmente persuaso. Lo fissò, in silenzio. Vatutin conosceva a fondo gli uomini. Era il suo lavoro. Intuì che il suo interlocutore era in preda a forti dubbi. Era ancora titubante, ma la prospettiva di una promozione e il timore di sgradevoli conseguenze stavano inclinando il piatto della bilancia nella direzione da lui voluta.
Dopo un momento, l’altro annuì. “Saremo estremamente cortesi.”, affermò. “Io, comunque, non risponderò di questa iniziativa.”
“Naturalmente.” D’altro canto, gli sarebbe stato molto difficile farlo dal luogo dov’era diretto.
Quella sera, il generale Boris Nikolaevic Vatutin studiò con la massima attenzione il “Rapporto B”. Capì il senso della missione di Stavrogin.
E decise di sabotarla.

4
Silvio Berlini aveva già incontrato quattro uomini, e li aveva scartati tutti e quattro.
Durante quelle conversazioni si era mantenuto sul vago, ma gli era stato sufficiente esaminarli, ascoltare le loro risposte, valutare come si muovevano e come lo guardavano per giungere alla conclusione che, ciascuno per un motivo diverso, non andavano bene. Benché i loro curriculum, in apparenza, fossero ottimi, in essi c’era qualcosa che non lo soddisfava. Nonostante fosse alle prese con alcuni fastidiosi problemi giudiziari, che avrebbero potuto distrarlo offuscando la sua capacità di giudizio, fidava molto nel suo istinto.
Li aveva comunque pagati per il disturbo, raccomandandogli di tenere la bocca chiusa, sebbene non sapessero nulla di ciò che lui avrebbe voluto da loro. Per prudenza, li aveva destinati a piccoli incarichi, in modo che non provassero qualche risentimento. Due avevano accettato, due no.
Quel sabato mattina – il nove marzo – atterrò con l’elicottero alle dodici precise. Si cambiò, andò nel suo studio e venti minuti più tardi ricevette il quinto uomo. L’agenzia che li procurava, un’organizzazione piccola ma molto efficiente, si faceva pagare cifre consistenti, però garantiva riservatezza assoluta, i migliori elementi sul mercato – su questo Berlini cominciava a nutrire qualche dubbio – e la tipica solerzia britannica. L’uomo che la dirigeva era un ex membro del Sas.
Il quinto candidato si chiamava Josè Lopez.
Era nato in un paesino a sud di Madrid. Fin da piccolo aveva dimostrato una grande capacità di apprendimento: in particolare per le lingue. Poiché era di famiglia benestante, aveva potuto compiere studi regolari in una scuola privata esclusiva. In seguito, si era laureato. Conosceva alla perfezione l’italiano, il francese, l’inglese e il tedesco. Come un madrelingua, riportava il dossier che lo riguardava.
Suo padre possedeva un’azienda agricola. José non era minimamente interessato a trascorrere la vita in mezzo ai campi. Né intendeva dedicarsi all’insegnamento, al turismo o a cose simili. Aveva altre idee.
Per un po’ girovagò, scegliendo località calde e piacevoli: Ibiza, Alicante, la Costa Azzurra, Amalfi, Cipro; presto, però, si stancò, malgrado avesse sedotto un discreto numero di donne attraenti.
Tramite un contatto, non conosciuto casualmente, ma dopo un’assidua ricerca protrattasi per diciotto mesi, ottenne il primo incarico sulla soglia dei trent’anni. Lo portò a termine senza problemi. Seguì il soggetto per tre settimane, studiandone abitudini, vizi e frequentazioni. L’uomo amava i film porno.
Una sera, Josè Lopez era entrato nello stesso cinema, si era seduto dietro di lui e, mentre la prosperosa protagonista fingeva alquanto maldestramente un orgasmo (se fosse stata una brava attrice, sarebbe apparsa in un diverso genere di film), lo aveva strangolato con un filo di nylon. Aveva aspettato che l’orgasmo finisse, quindi era uscito dal locale. Sei mesi più tardi, si era dedicato a una moglie infedele, e l’anno successivo a un magnate dell’industria.
Non falliva mai.
E non esisteva alcuna traccia in nessuna polizia europea che potesse riguardarlo. Il motivo per cui Lopez era considerato fra i primi tre killer del vecchio continente non era legato al denaro, che pure gli piaceva, bensì al fatto che amava il suo lavoro. Inoltre, era freddo, cauto, intelligente e astuto.
A Berlini bastarono pochi minuti per capire che quello spagnolo dallo sguardo gelido era esattamente l’uomo che faceva per lui, l’uomo che non lo avrebbe deluso.
Gli parlò con franchezza, poi attese una reazione. Sapeva che le probabilità di un rifiuto erano molto alte, data la complessità della missione e i pericoli che essa comportava.
Lopez non batté ciglio. Non manifestò stupore. Non fece domande. “Due milioni.”, disse in tono calmo. “Uno subito. L’altro, a eliminazione avvenuta.”
Silvio Berlini annuì. “D’accordo. Due milioni di euro.”
L’altro scosse la testa. “Dollari”.

Stavrogin si alzò alle sei, fece la doccia, consumò una colazione a base di spremuta d’arancia, tè e uova con le salsicce, dopodiché salì sulla Bmw e si recò a Erba. Individuare la villa fu semplice, ma, come aveva previsto, era più complicato avere un quadro completo di tutto il territorio circostante.
Alle nove si presentò all’hangar della Heliduebi, a Lurate Caccivio, un paese distante venti chilometri da Erba. L’elicottero che aveva noleggiato tre giorni prima era già pronto.
Diversamente dal giorno precedente, il cielo era limpido e splendeva il sole. Le montagne spiccavano, a nord, come grandi sagome di velluto verde. Non c’era neve, all’infuori di qualche piccolo residuo invernale.
Sorvolarono la tenuta, Stavrogin scattò numerose foto e scrutò con la massima attenzione ogni particolare.
Alle dodici era di ritorno, questa volta con la macchina.
Nella vita serve fortuna. Dalla postazione elevata che si era scelto vide con il binocolo militare sopraggiungere una Lancia nera. E notò l’uomo che ne scese. Di statura media, passo elastico, fisico asciutto e solido. Ma furono soprattutto gli occhi ad attirare la sua attenzione. E il modo di muoversi, da felino. Considerò fra sé che poteva trattarsi della prima persona di cui avrebbe dovuto occuparsi. E andava fatto lì, non nella villa, naturalmente, ma nelle immediate vicinanze. Non aveva tempo per inseguirlo fino a dove era diretto, perché la mossa successiva riguardava l’imprenditore italiano.
L’uomo se ne andò dopo circa un paio d’ore.
Stavrogin aveva spostato la Bmw per trovarsi nei pressi del viale d’accesso. Lasciò che la Lancia si allontanasse, quindi la seguì, badando a non essere il primo dietro all’automobile. Non fu difficile, a causa del traffico sostenuto.
Evidentemente, lo sconosciuto aveva fame. Si fermò a Montorfano ed entrò nello stesso bar, dove Aleksandr aveva bevuto due caffè il pomeriggio del giorno prima. Berlini non gli aveva offerto il pranzo, si disse Stavrogin. C’è un limite a tutto, anche per un miliardario impazzito.
Il capitano parcheggiò la macchina sul lato opposto del piazzale rispetto alla Lancia. Guardò l’orologio e, trascorsi dieci minuti, entrò a sua volta nel bar Crème. Ordinò cappuccino e pizza.

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Danzerò per teE’ una notte limpida e le stelle brillano nel cielo di questa strana notte di agosto. Sembrano lontane, remote in universi sconosciuti, ma in realtà sono molto vicine perché, semplicemente allungando una mano, io ne prenderò quattro e formerò una ghirlanda per fartene dono. Senti il vento soffiare? Gli affiderò le mie parole, e questa notte verrà da te a sussurrartele mentre dormirai; il vento ha grandi poteri: entrerà nei tuoi sogni rendendoli felici.
E domani… domani splenderà il sole, e io gli chiederò di scaldare il tuo cuore. Consegnerò il mio messaggio alle rondini e alle delicate farfalle; ti consegneranno il mio invito. Se lo vorrai la tua vita sarà illuminata dal mio sorriso; ti condurrò lontano, oltre le miserie quotidiane, al di là dei rimpianti e dei rimorsi, dei sensi di colpa e delle passioni bugiarde.
Verrai con me nei boschi, e camminerai al mio fianco, mentre tutte le creature magiche da me convocate sorveglieranno il sentiero, rendendolo sicuro, abbattendo ogni forma di male, scacciando insidie e tradimenti.
Verrai con me al mare e le onde ti lambiranno i piedi sulla spiaggia; giungeranno i delfini per farti giocare, riderai con l’innocenza di una bimba e loro ti porteranno oltre la barriera corallina ad osservare pesci meravigliosi, e gabbiani, e cieli sterminati, e fondali dai colori stupefacenti.
Verrai con me sulle colline a guardare il tramonto. Scriverò poesie che solo tu conoscerai, e canterò canzoni che soltanto tu potrai capire. Ti racconterò i miei segreti e ascolterò i tuoi, e resteremo abbracciate incuranti del mondo, delle bassezze e delle meschinità, dell’invidia e del rancore. Parleremo per tutta la notte, e al nuovo sorgere del sole ti addormenterai su un prato che io avrò trasformato in un cuscino di fiori. Veglierò su di te, e al tuo risveglio mi troverai vicina. Ti accarezzerò il volto, mangeremo il pane degli elfi e berremo l’acqua delle sorgenti. Per te imparerò a suonare; e se all’inizio la mia mano si dimostrerà incerta, evocherò tutti i poteri della natura e alla mia musica si uniranno il suono dello scirocco, lo stormire delle fronde, il canto dell’usignolo, il rumore della risacca, l’armonia di una cascata, che la trasformeranno nella melodia più bella che tu abbia mai sentito.
Danzerò per te e, quando gli accordi lentamente svaniranno nel silenzio dei campi rilucenti, ti prenderò per mano e riprenderemo il nostro cammino.
Raggiungeremo la mia casa. L’avrò colmata di candele profumate; ovunque vedrai candidi gigli e verdi piante. Le finestre saranno spalancate sullo stupore del nostro amore. Non ci saranno più treni e fredde stazioni, né tristi addii, perché io fermerò il tempo: i giorni diventeranno infiniti, e ogni notte si rivestirà di magia. Dimenticherai le ombre e conoscerai l’incanto dell’aurora.
Ma se tu non mi vorrai, allora ti guarderò da lontano. Non sarò invadente e saprò rendermi invisibile. Gioirò per ogni tuo sorriso, applaudirò i tuoi successi, condividerò la tua felicità per un altro incontro.
Però, forse, in un giorno di pioggia, rammenterai i miei occhi e per un momento, un unico breve momento, ti ricorderai del mio amore.

Dedicato a M
(Even if it is an impossible dream)
Buon Ferragosto a tutti, amici cari.

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Un, due, tre!La città era tappezzata di manifesti.
Questa sera grande spettacolo senza rete!
“Mi porti, papà?”, chiese il bambino, rosso in viso per l’eccitazione.
“Va bene, Micky!”, rispose il padre soffocando uno sbadiglio annoiato. Da molti anni il circo aveva perso ogni attrattiva per lui.

“Devi capire, Amilcare.”, disse Gloria alzando gli occhi dalla scodella fumante. “Non è più come una volta, quando la gente faceva la coda per venire ad assistere ai nostri spettacoli. Il cinema, la televisione, le polemiche continue sugli animali: adesso navighiamo in cattive acque, e io sono costretta a ridurre i costi. E poi siamo sinceri, sono anni che non fai più ridere nessuno. Hai fatto il tuo tempo, è nell’ordine naturale delle cose. Ma devi stare tranquillo: ho sempre pagato i contributi, avrai una discreta pensione e una buona liquidazione. Ecco, questo è l’ultimo stipendio.” Gli porse una busta che Amilcare prese con riluttanza. “Allora questa sera ci sarà il mio ultimo show?”
Gloria alzò un sopracciglio. “Veramente ho chiuso i conti a stamani.”
Amilcare scosse la testa. “Vorrà dire che lavorerò gratis, prendilo come il mio dono d’addio.” Intascò la paga e uscì dalla roulotte.
Più tardi, mentre si preparava per lo spettacolo, rimuginava cupamente. “Ho fatto ridere i bambini di tutta Europa. Mi hanno applaudito a Roma, Parigi, Londra. E adesso mi considerano finito, un ferro vecchio da buttar via!” Per lui il circo era la vita; aveva incominciato a dieci anni, inizialmente come garzone, in seguito aveva fatto di tutto: l’acrobata, il giocoliere, sino a diventare un clown, probabilmente il ruolo che gli si addiceva meglio. Ma, se c’era da sostituire qualcuno, se un altro artista era infortunato o malato, era sempre stato lui a prenderne il posto, senza mai sfigurare. Il padre di Gloria lo adorava, la figlia aveva un carattere diverso, era una donna fredda e attenta ai bilanci, tuttavia non si era mai lamentata di luì. Anche se, nel profondo del suo animo, Amilcare sapeva di aver perso lo smalto del passato, avvertiva che le risate diminuivano, che gli applausi diventavano sempre più scarsi.
Un, due, tre! Ma quella sera avrebbe dato il meglio di se stesso, sarebbe riuscito a colmare i bambini di gioia e di entusiasmo. Lui adorava i bimbi, ed era felice quando li rendeva contenti.
Un, due, tre. Questa sera!

Quando toccò a lui, raggiunse la pista emozionato come un novellino. Come sempre incominciò a marciare in modo buffo, una sorta di parodia del passo dell’oca che terminava quando lui fingeva di inciampare, cadendo poi rovinosamente a terra. A quel punto, un altro clown sopraggiungeva e gli sferrava un potente ceffone, naturalmente falso; quindi, lo invitava a proseguire.
Un, due, tre. Ma nessuno rideva. Amilcare passò al numero successivo. E nessuno rise, solo un timido applauso accompagnò i suoi lazzi. Un istante dopo, la voce metallica del direttore annunciò gli acrobati. Amilcare conosceva a memoria i tempi e si rese conto che lo avevano interrotto almeno una decina di minuti prima del previsto. Eppure aveva fatto ridere i bambini di tutta Europa.
Si ritirò in disparte ad osservare le prodigiose evoluzioni di Max, Giorgio e Sandra. Erano suoi amici, come tutti al circo del resto. Dopo un momento di esitazione, salì la scaletta di corda che portava a una delle due piattaforme. Durante l’ascesa finse due volte di perdere l’equilibrio e di cadere, era un giochetto che gli riusciva bene, malgrado l’età avanzata conservava ancora buone doti di agilità. Il pubblico trattenne il fiato, poi capirono che quelle mosse maldestre costituivano una parte dello show. Ci furono applausi, i bambini finalmente risero. Quando fu in alto, a fianco di Max, Amilcare fece il segno convenuto a Sandra. La ragazza esitò, non sapeva nulla di quel fuori programma che esulava dalla precisa organizzazione dei loro spettacoli. Guardò interrogativamente Max. Lui annuì.
Sandra si lanciò, elastica e bellissima nel body trasparente. Il clown la imitò gettandosi nel vuoto. La gente trattenne nuovamente il fiato. Lei lo raggiunse, afferrandogli saldamente un polso.
Un immenso applauso si levò dal pubblico sottostante. Il numero era riuscito perfettamente. Amilcare sorrise, mentre nel suo cuore riecheggiavano mille applausi simili, che aveva ricevuto in mille città diverse. Quindi diede uno strattone. Sebbene Sandra fosse forte, perse la presa.
Il clown volteggiò in aria, illuminato dalle luci magiche del circo.
Un, due, tre!

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saliceFu in quei giorni che imparai a dormire in macchina.
A mezzogiorno avevo finito la benzina e non intendevo spendere altri dieci euro. Li avrei conservati per il giorno dopo, sperando in una giornata di lavoro più fortunata. Non avevo i soldi per mangiare due volte al giorno, perciò andavo a parcheggiare la macchina in un grande piazzale, circondato da una quantità di alberi dall’eleganza austera. Il piazzale confinava con un posteggio più piccolo, davanti al camposanto: lì c’era un certo viavai, ma dove stavo io, all’estremità opposta, l’unica compagnia era rappresentata da qualche raro camionista che aspettava l’orario di apertura delle ditte. I primi tempi, mi limitavo a osservare le piante, che rappresentavano una sorta di avamposto di un bosco vasto e ombroso che copriva diverse miglia in direzione ovest.
Poi imparai a dormire.
Il sedile dell’auto si adattò al mio corpo, o forse fui io ad adattarmi a esso: è incredibile come si riesca ad abituarsi a tutto; fatto sta che raggiunsi un grado di comodità molto simile a quello che potevo ottenere dal divano di casa. Osservavo la natura, davo un’occhiata ai camion, guardavo nello specchietto retrovisore, notando che le visite al camposanto incominciavano a rarefarsi, fino a cessare del tutto, almeno per le prossime due ore, e poi mi assopivo. L’abitacolo della macchina non era grande e io sono alto: ma trovai un modo per sistemarmi bene, appoggiando la testa al vetro laterale, con una mano a sorreggerla e l’altra appoggiata sul sedile. Per qualche ragione, prima di chiudere gli occhi, facevo scattare la sicura.
Quelle erano le ore più felici della mia giornata. A tratti un rumore, il suono di un clacson, una voce troppo forte e scomposta, mi destavano, ma non avevo difficoltà a riaddormentarmi subito. In genere, quel momento di estremo benessere, di sogni spesso dolci o comunque innocui, durava circa un paio d’ore, a volte un po’ meno. Quando mi svegliavo, frugavo nel portamonete per appurare se avevo un euro. Raggiungevo a piedi un bar poco distante e bevevo un caffè. Tornando al piazzale, fumavo una sigaretta che aveva un sapore delizioso. Mi piace fumare dopo aver bevuto il caffè, ma non credo di essere molto originale in questo. D’altro canto, non penso proprio che l’originalità sia particolarmente spiccata in me. Magari è un’idea sbagliata, dato che per certi versi possiedo una vena di singolare originalità, tuttavia è talmente nascosta, quasi chiusa nel solaio buio e inaccessibile dell’anima, da apparirmi praticamente irrilevante. Una volta nuovamente in macchina, consultavo l’orologio. Era come un rito: mi attendevano ancora tre ore, e allora le suddividevo in segmenti di trenta minuti l’uno. E’ un metodo efficace, perché in questo modo il tempo sembra meno lungo; e, anche se in realtà la cosa non è affatto vera, esiste pur sempre la teoria della relatività che, almeno a livello psicologico, avvalora in pieno la mia tesi.
Fumavo una sigaretta all’ora. Al di là del piacere del fumo, anche questo rituale accorciava le distanze e mi avvicinava al momento del ritorno. Il lato ironico della situazione (a saperli cogliere, esistono sempre lati ironici) stava nel fatto che non desideravo rincasare. Nello stesso modo, sapevo che il giorno dopo mi sarei ritrovato nello stesso posteggio, davanti agli stessi alberi, che ormai potevo considerare quasi amici, e vicino agli stessi camionisti, o forse erano altri; ma non mi presi mai la briga di appurarlo. Per me i camion sono tutti uguali.
Eppure mi piacciono, e quando ero bambino ne possedevo una bella collezione che mi permetteva di giocare per interi pomeriggi, mentre nel campetto vicino a casa nostra gli altri bambini davano vita a interminabili partite di calcio. Io avrei voluto giocare con loro, ma mi era concesso solo di rado, perché soffrivo d’asma. A volte mi sono chiesto se non sarebbe stata meglio una bella bronchite piuttosto di quella solitudine, che soltanto i camion alleviavano.
ll sole incominciava a tramontare, lunghe ombre coprivano man mano il piazzale; l’aria diventava più fredda, e talvolta, mio malgrado, ero costretto ad accendere il motore, almeno per qualche minuto, in modo da ottenere un po’ di calore. Si avvicinava il momento del rientro, però non guardavo troppo spesso l’orologio, dato che sono gli ultimi minuti quelli più lunghi a passare, esattamente come avviene sotto le armi. Io non ho fatto il militare, ma alcuni miei amici mi hanno raccontato che le ultime settimane, proprio quando sei a un passo dalla meta, rappresentano un’autentica agonia.
E infine giungeva l’ora. Mettevo in moto, abbandonavo con un muto arrivederci il mio piazzale, e rincasavo.
Mi attendeva una serata vuota e solitaria, e una notte percorsa da incubi.
Mi attendeva la solitudine, ed era tanto forte, tanto gelida, da farmi ripensare con nostalgia al mio piazzale. Mi consolavo sapendo che il giorno dopo sarei tornato lì. Ormai era la parte più importante della mia vita. Lo era diventata da quando mia moglie se n’era andata.
Quella sera, mentre accendevo il fornello per cuocere un piatto di pasta, mi venne in mente un’idea talmente bizzarra da farmi sorridere (un ghigno, più che un sorriso).
I miei alberi erano felici, ne ero certo. Ma… cosa pensava un salice piangente? E perché piangeva?
In ogni caso, mentre portavo gli spaghetti alla bocca, mi sentii simile a lui. Se piangeva doveva avere i suoi buoni motivi.
Io li avevo.
Fu allora che finalmente piansi.

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Istanbul

Te ne andasti in un freddo giorno di dicembre.
Ho sempre amato l’estate. Ho sempre detestato l’inverno.
D’estate il mare è capace di assumere mille colori, e mille sfumature di colori; il mare profuma di vita, è solcato da barche a vela, che si spingono fino al lontano orizzonte, oltre al quale soltanto l’immaginazione può scorgere gli infiniti tesori di cui il suo scrigno è colmo: gioielli preziosi che alimentano l’esistenza, che ispirarono racconti ed epopee, che la mano del poeta seppe tradurre in versi simili alle pennellate di un pittore dell’anima.
L’estate dalle albe incantate e dai lunghi tramonti, preludio a notti calde, contenitori delle nostre speranze più audaci, in un orgoglioso anelito a quell’immortalità del pensiero, che coglieremo assieme come il più prezioso dei diamanti.
L’inverno è l’afasia. Le parole che si ghiacciano nel momento stesso in cui escono dalla bocca; cambiano significato, lo perdono e infine si ritirano, smarrite, in zone d’ombra, dove soffia il vento gelido di settentrione. E poi pioggia e neve, e buio incombente, che le stelle non riescono a rischiarare.
Oh se tu sapessi, amore mio.
Quanti sogni è in grado di creare il mio cuore!
Sogni che saranno destinati a rimanere tali, ma che tuttavia nasceranno ugualmente, cresceranno, come una pianta accudita da un bravo giardiniere, dando vita a giorni diversi, intessuti dei miei palpiti più profondi. Ti porterò a Lisbona, e a Costantinopoli. Ti condurrò ovunque tu vorrai, e sarà come se tu non fossi mai partita: quelle valigie non esisteranno più; esse saranno scomparse, lasciando in loro vece una borsa da viaggio.
Parleremo di libri, di film; mangeremo sdraiate sul letto infischiandocene delle briciole; saliremo sulle giostre, i volti arrossati per l’eccitazione. Ti regalerò un cagnolino. Sceglieremo il suo nome assieme, e sarà il nostro fido amico, suggello d’amore. Dimenticheremo le frasi aspre; con la potenza dell’immaginazione costruirò nuovi giorni, e ciascuno di essi sarà completamente differente dai precedenti, perché ogni mattino sceglierò percorsi inediti. Osserverò i tuoi occhi, cogliendone anche la minima espressione, certa di trovarvi una felicità che finalmente ti apparterrà.
Torneremo in quel ristorante, ancora ci scambieremo promesse; e la bonaria invidia di chi ci osserverà in quella sera sarà la testimonianza di un nuovo inizio.
E infine nuoteremo fino al largo, sotto al cielo più blu che esista. L’acqua sarà verde e tiepida; i delfini, muti testimoni del nostro amore. Di ritorno sulla spiaggia, troverò una conchiglia magica e te ne farò dono. Essa sarà il viatico della tua serenità, di sogni gioiosi e non più cupi, di aspettative ardenti che renderanno ogni giornata luminosa, di quella luminosità assoluta, scevra di nubi, perché io le manderò lontano. Per te ci saranno solo tappeti di stelle, cieli radiosi di sole, e sabbia bianca, e grandi prati cosparsi di fiori, e colline dal profilo gentile, e boschi colmi di meravigliosi piccoli amici: scoiattoli, tassi, volpi, lepri, che io ti farò conoscere.
Caccerò l’oscuro nemico. Edificherò una casa con il tetto d’ardesia e la cospargerò di piante; essa sarà protetta dal male, perché questo sarà il più grande sortilegio creato dal mio amore.
Tu avrai solo risvegli felici, e nulla potrà turbare la tua anima.
Amore mio, ti stringerò forte e dirò quelle parole che non seppi mai pronunciare; la tiepida brezza primaverile finalmente scioglierà il ghiaccio della mia mente.
Farò tesoro degli errori del passato, affinché non abbiano a ripetersi mai più. Forse ce ne saranno di nuovi, ma questa volta risulteranno talmente piccoli e trascurabili da non spegnere, nemmeno per un istante, il tuo sorriso.
Dipingerò quel sorriso. Sarà un quadro impalpabile, che soltanto i miei occhi potranno vedere. Ma sarà anche un quadro capace di trascendere il tempo e lo spazio; vivrà fino a quando i miei giorni volgeranno al termine.
Quello sarà l’ultimo momento, e io saprò, senza possibilità di errore, di non aver sprecato la mia vita. Le nostre mani si sfioreranno, e io porterò il tuo ricordo sulle bianche spiagge da dove non si fa ritorno.
Ma sìì tranquilla, tesoro mio: mancano ancora molti anni.
Che io colmerò del più grande amore.

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La valle di Phil 2Antonio Garcia veniva dal Texas meridionale. Per undici mesi all’anno vedeva solo cespugli di mesquite e infinite distese di polvere. Per questo motivo, da più di un lustro, si accampava sul valico, vicino al lago. Sceglieva sempre lo stesso periodo, quello del trapasso dall’estate all’autunno. Le giornate erano ancora lunghe e soleggiate, ma nell’aria si avvertiva il profumo della nuova stagione, quella che lui preferiva, e la natura incominciava a rivestirsi di colori morbidi e caldi. Antonio amava il senso di pace e di tranquillità che quel luogo gli infondeva; amava il panorama mozzafiato, l’aria frizzante e il cielo di un blu intenso dove le rare nubi spiccavano come grandi fiori immacolati.
Il Respiro del Diavolo lo aveva sorpreso mentre pescava.
Garcia si era riparato dietro a una grande sequoia e aveva aspettato che la tormenta finisse. Mentre andava a recuperare la tenda trascinata lontano dal vento, vide un coyote che si muoveva cautamente, ancora stordito dall’effetto della bufera. Gli tirò un sasso e l’animale fuggì.
Poi la sua attenzione fu attratta da una visione incredibilmente suggestiva. Uno stupendo cervo stava scendendo a valle. Era una bestia maestosa di almeno duecento chili; procedeva con un’andatura regale: era un esemplare maschio, provvisto di un superbo palco. Garcia lo seguì, rimpiangendo di non avere con sé un’arma da fuoco; sarebbe stata una preda degna di un sovrano. Il cervo avvertì la sua presenza. Era anziano e aveva già conosciuto la crudeltà dei cacciatori, però sconfiggendoli sempre in astuzia. Percepiva l’afrore che si accompagnava al pericolo: un misto di puzza di sudore e di sentore di tabacco. Si allontanò velocemente. Antonio cercò di stargli dietro, ma dopo un centinaio di metri si fermò, sgranando gli occhi.
Sul ciglio della strada c’era una bellissima ragazza. Era seminuda e sembrava priva di vita.

L’anima di Phil Weir danzava fra le stelle.
Era una sensazione meravigliosa. La notte lo accoglieva nel suo grembo, ed egli percepiva il respiro solenne dell’universo. Ogni cosa gli appariva chiara, avvolta dalla luce; poteva vedere i propri pensieri e distinguerne l’aura, che variava a seconda del suo stato d’animo. Un delicato colore pastello significava serenità, consapevolezza di essere nel giusto, desiderio di proseguire lungo la strada della libertà e della purezza. Un rosso acceso indicava la sua passione per Patsy. Era in grado di ricreare le emozioni di un amplesso e di rivivere la gioia che lo coglieva quando raggiungevano l’orgasmo, diventando una sola carne, nel prodigio dell’amore e nello stupore dei sensi.
Varcò la soglia di un’altra galassia e fu investito da un soffio di aria gelida. Un manto nero oscurò il fulgore delle stelle. La luce sbiadì, e il cosmo si trasformò in un cratere scuro e minaccioso. Phil avvertì l’odore delle esalazioni velenose che scaturivano dalla negatività.
Per un momento fu preda dell’angoscia. Ma il suo spirito era potente. Con uno sforzo di volontà abbandonò quel luogo cupo e remoto per riguadagnare il fulgore del firmamento.
Scese in terra, e mise a fuoco ciò che aveva appreso.
La sua vita era bella, però era anche incompleta. Aveva sottovalutato la mancanza di Liz. Patsy da sola non gli bastava. Aveva la necessità spirituale di allargare il cerchio dell’amore. Doveva ricostruire il triangolo; in questo modo, avrebbe ritrovato l’armonia.
Passò mentalmente in rassegna tutte le ragazze che conosceva. Non trovò un viso che lo ispirasse. Appartenevano al passato, e lui era proiettato in avanti. La scala karmica lo chiamava. Per rispondere, era necessario trovare un volto nuovo, fresco; una donna da plasmare e da indirizzare.
Un giorno si era fermato a bere un caffè nel bar dell’unico albergo della Bush Valley. La cameriera si chiamava Nicole. Era alta e prosperosa, con lunghi capelli che erano simili a fiamme e grandi occhi azzurri. Aveva un sorriso aperto che denotava gentilezza d’animo. Phil sapeva come conquistare una donna. Decise che il giorno dopo sarebbe andato a trovarla.
E se Patsy si fosse opposta?
Corrugò la fronte, ma solo per un attimo.
Non glielo avrebbe permesso.
Rientrò in casa e prese la chitarra. Suonò un pezzo country che parlava di spazi sconfinati, pianure illuminate dal sole, donne dai capelli biondi e dallo sguardo fiero. Poi ripose lo strumento e tornò fuori. La notte era calma e silenziosa; spirava una brezza tiepida. Weir si sentiva inquieto: sebbene fosse sempre ottimista e pieno di fiducia in se stesso, presagiva un pericolo. Era qualcosa di simile a una premonizione, tuttavia oscura e indecifrabile. Riflettè per qualche istante. Probabilmente tutto dipendeva dal fatto che era stato costretto a lasciare la Green Valley. Non riusciva ancora a sentirsi del tutto a suo agio nella nuova valle. Attribuì a questo i suoi vaghi presagi. Quando il triangolo si fosse ricostituito, avrebbe dimenticato ansie e senso di insoddisfazione.
Si allontanò di qualche passo per urinare. Poi si sentì eccitato.
Patsy lo stava aspettando a letto.
Mentre Phil la possedeva, pensò a Nicole pregustando un nuovo rapporto a tre.
 
Liz riemerse da un mondo di incubi. Non capiva dove si trovava; forse stava ancora sognando, perché le sembrava di essere a bordo di una macchina. Aprì gli occhi e vide i tornanti che conducevano a fondo valle. Si girò. Al volante c’era un giovane di circa trent’anni dalla carnagione scura, con folti capelli ricci. Si accorse che era tornata cosciente e le sorrise. “La sto portando all’ospedale, signorina. E’ stata incauta: si è fatta sorprendere dal Santa Ana. Meno male che l’ho vista!”
Elizabeth aprì la bocca per rispondergli. Si accorse che non riusciva a parlare. Aspirò una profonda boccata d’aria che sembrò perforarle i polmoni. “Niente ospedale!”, mormorò.
“Come, prego?”
“Conosco un medico… niente ospedale!”
Trascorse il resto del viaggio in uno stato di incoscienza. Era tornata bambina e giocava a palla nel piccolo cortile dietro casa. La mamma le gridava che era pronta la cena. Ancora un attimo, per favore!
Era a letto con Phil. A un tratto sopraggiungeva Patsy Legrange e le artigliava i capelli. Lei si voltava e urlava per il raccapriccio: Patsy non era più una bella ragazza bionda; si era trasformata in un mostro. Gli occhi erano gialli come quelli di un leopardo, sporgevano dalle orbite; la bocca era contratta in un rictus ripugnante; la pelle era coperta di viscide squame; le mani erano due artigli.
Liz si destò tutta sudata, con il cuore che le martellava nel petto. Pochi attimi dopo sprofondò di nuovo nell’abisso.

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IL FATTORE B 4

Alexsandr Alexsandrovic StavroginSilvio Berlini aveva già incontrato quattro uomini, e li aveva scartati tutti e quattro.
Durante quelle conversazioni si era mantenuto sul vago, ma gli era stato sufficiente esaminarli, ascoltare le loro risposte, valutare come si muovevano e come lo guardavano per giungere alla conclusione che, ciascuno per un motivo diverso, non andavano bene. Benché i loro curriculum, in apparenza, fossero ottimi, in essi c’era qualcosa che non lo soddisfava. Nonostante fosse alle prese con alcuni fastidiosi problemi giudiziari, che avrebbero potuto distrarlo offuscando la sua capacità di giudizio, fidava molto nel suo istinto.
Li aveva comunque pagati per il disturbo, raccomandandogli di tenere la bocca chiusa, sebbene non sapessero nulla di ciò che lui avrebbe voluto da loro. Per prudenza, li aveva destinati a piccoli incarichi, in modo che non provassero qualche risentimento. Due avevano accettato, due no.
Quel sabato mattina – il nove marzo – atterrò con l’elicottero alle dodici precise. Si cambiò, andò nel suo studio e venti minuti più tardi ricevette il quinto uomo. L’agenzia che li procurava, un’organizzazione piccola ma molto efficiente, si faceva pagare cifre consistenti, però garantiva riservatezza assoluta, i migliori elementi sul mercato – su questo Berlini cominciava a nutrire qualche dubbio – e la tipica solerzia britannica. L’uomo che la dirigeva era un ex membro del SAS.
Il quinto candidato si chiamava Josè Lopez.
Era nato in un paesino a sud di Madrid. Fin da piccolo aveva dimostrato una grande capacità di apprendimento: in particolare per le lingue. Poiché era di famiglia benestante, aveva potuto compiere studi regolari in una scuola privata esclusiva. In seguito, si era laureato. Conosceva alla perfezione l’italiano, il francese, l’inglese e il tedesco. Come un madrelingua, riportava il dossier che lo riguardava.
Suo padre possedeva un’azienda agricola. José non era minimamente interessato a trascorrere la vita in mezzo ai campi. Né intendeva dedicarsi all’insegnamento, al turismo o a cose simili. Aveva altre idee.
Per un po’ girovagò, scegliendo località calde e piacevoli: Ibiza, Alicante, la Costa Azzurra, Amalfi, Cipro; presto, però, si stancò, malgrado avesse sedotto un discreto numero di donne attraenti.
Tramite un contatto, non conosciuto casualmente, ma dopo un’assidua ricerca protrattasi per diciotto mesi, ottenne il primo incarico sulla soglia dei trent’anni. Lo portò a termine senza problemi. Seguì il soggetto per tre settimane, studiandone abitudini, vizi e frequentazioni. L’uomo amava i film porno.
Una sera, Josè Lopez era entrato nello stesso cinema, si era seduto dietro di lui e, mentre la prosperosa protagonista fingeva alquanto maldestramente un orgasmo (se fosse stata una brava attrice, sarebbe apparsa in un diverso genere di film), lo aveva strangolato con un filo di nylon. Aveva aspettato che l’orgasmo finisse, quindi era uscito dal locale. Sei mesi più tardi, si era dedicato a una moglie infedele, e l’anno successivo a un magnate dell’industria.
Non falliva mai.
E non esisteva alcuna traccia in nessuna polizia europea che potesse riguardarlo. Il motivo per cui Lopez era considerato fra i primi tre killer del vecchio continente non era legato al denaro, che pure gli piaceva, bensì al fatto che amava il suo lavoro. Inoltre, era freddo, cauto, intelligente e astuto.
A Berlini bastarono pochi minuti per capire che quello spagnolo dallo sguardo gelido era esattamente l’uomo che faceva per lui, l’uomo che non lo avrebbe deluso.
Gli parlò con franchezza, poi attese una reazione. Sapeva che le probabilità di un rifiuto erano molto alte, data la complessità della missione e i pericoli che essa comportava.
Lopez non batté ciglio. Non manifestò stupore. Non fece domande. “Due milioni.”, disse in tono calmo. “Uno subito. L’altro, a eliminazione avvenuta.”
Silvio Berlini annuì. “D’accordo. Due milioni di euro.”
L’altro scosse la testa. “Dollari”.

Stavrogin si alzò alle sei, fece la doccia, consumò una colazione a base di spremuta d’arancia, tè e uova con le salsicce, dopodiché salì sulla Bmw e si recò a Erba. Individuare la villa fu semplice, ma, come aveva previsto, era più complicato avere un quadro completo di tutto il territorio circostante.
Alle nove si presentò all’hangar della Heliduebi, a Lurate Caccivio, un paese distante venti chilometri da Erba. L’elicottero che aveva noleggiato tre giorni prima era già pronto.
Diversamente dal giorno precedente, il cielo era limpido e splendeva il sole. Le montagne spiccavano, a nord, come grandi sagome di velluto verde. Non c’era neve, all’infuori di qualche piccolo residuo invernale.
Sorvolarono la tenuta, Stavrogin scattò numerose foto e scrutò con la massima attenzione ogni particolare.
Alle dodici era di ritorno, questa volta con la macchina.
Nella vita serve fortuna. Dalla postazione elevata che si era scelto vide con il binocolo militare sopraggiungere una Lancia nera. E notò l’uomo che ne scese. Di statura media, passo elastico, fisico asciutto e solido. Ma furono soprattutto gli occhi ad attirare la sua attenzione. E il modo di muoversi, da felino. Considerò fra sé che poteva trattarsi della prima persona di cui avrebbe dovuto occuparsi. E andava fatto lì, non nella villa, naturalmente, ma nelle immediate vicinanze. Non aveva tempo per inseguirlo fino a dove era diretto, perché la mossa successiva riguardava l’imprenditore italiano.
L’uomo se ne andò dopo circa un paio d’ore.
Stavrogin aveva spostato la Bmw per trovarsi nei pressi del viale d’accesso. Lasciò che la Lancia si allontanasse, quindi la seguì, badando a non essere il primo dietro all’automobile. Non fu difficile, a causa del traffico sostenuto.
Evidentemente, lo sconosciuto aveva fame. Si fermò a Montorfano ed entrò nello stesso bar, dove Aleksandr aveva bevuto due caffè il pomeriggio del giorno prima. Berlini non gli aveva offerto il pranzo, si disse Stavrogin. C’è un limite a tutto, anche per un miliardario impazzito.
Il capitano parcheggiò la macchina sul lato opposto del piazzale rispetto alla Lancia. Guardò l’orologio e, trascorsi dieci minuti, entrò a sua volta nel bar Crème. Ordinò cappuccino e pizza.

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