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Archive for luglio 2013

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Monica Squire Il Crepuscolo della LubjankaSe Monica Squire avesse assistito al colloquio fra Martin Yarbes e Miloslav Pomarev, non si sarebbe certamente entusiasmata.
Obbedire agli ordini, quali che fossero, calpestare le vite altrui, torturare, ammazzare, inquisire. Forse per Yarbes era normale, non per lei.
Monica era un’agente della CIA e, in quanto tale, non aveva mai disobbedito a un superiore, dimostrandosi sempre ligia al proprio dovere; ciò, tuttavia, non le impediva di mantenere una posizione etica e di essere scettica nei confronti di azioni che, dentro di sé, giudicava riprovevoli.
Per Yarbes provava sentimenti contrastanti. Un tempo lui l’aveva derisa, sostenendo che non era riuscita a resistere al solletico ai piedi che le aveva praticato la spia russa, Aglaja. Non era vero. Baba Yaga, il nome in codice di Aglaja, non era interessata a quelle sciocchezze, aveva una mentalità molto più pratica. Monica non aveva subito il solletico, bensì torture assai peggiori, ripetute scosse elettriche e il terribile waterboarning.
Yarbes si confondeva con Nicole Parker, una ex collega che in Cina aveva patito quel supplizio e che in seguito si era uccisa. (Ma i cinesi non si erano certo limitati al solletico. Le avevano impedito di dormire, le avevano lesinato il cibo, l’avevano percossa). Yarbes era intransigente con chi tradiva, e Monica, comunque la si volesse mettere, aveva tradito.
Poi, però, Martin l’aveva difesa davanti alla commissione disciplinare della CIA. Era un uomo enigmatico, apparentemente privo di emozioni. Imperscrutabile… come Matrioska.
Monica aveva visto morire John Lodge davanti alla sua casa, e dato che ciò era successo a causa della sua debolezza non si era mai veramente perdonata; aveva ucciso Aglaja e Matrioska: ma nessuno di questi fatti, per vari versi devastanti, era paragonabile alla morte di Nadiya.
John Lodge era stato un valido compagno d’azione e un amore mancato, Aglaja una spietata serpe, Matrioska un uomo insondabile che, in altre circostanze e se lui fosse stato diverso, avrebbe potuto amare.
Nadiya in teoria sarebbe dovuta essere la sua carnefice, in realtà era diventata la sua schiava, e poi, forse, il talismano che avrebbe saputo rendere i suoi giorni felici. Si era sacrificata per lei, e non esiste al mondo una prova più grande dell’amore vero.
Se Yarbes era freddo e cinico, Monica era diversa.
Forse debole, forse troppe volte insicura. Guardò a lungo la donna russa che le aveva donato tutto: il suo cuore, la lealtà per l’Unione Sovietica, i suoi sogni. Sadica? Masochista? Parole sciocche, vuote, prive di significato, a fronte del sentimento che era nato e si era sviluppato fra loro. Più sincera Nadiya, più calcolatrice Monica, e questa consapevolezza rendeva il suo strazio maggiore.
Si inginocchiò accanto alla salma e continuò a piangere.
Per qualche motivo, si soffermò ancora a riflettere su Martin. Forse perché dopo Lodge, dopo Nadiya, rappresentava il suo ultimo appiglio. Era più ciò che li divideva di ciò che li accomunava; però entrambi amavano la natura (Yarbes le aveva svelato il suo sogno giovanile di diventare guardiacaccia), servivano la loro patria e avevano sempre considerato il comunismo come il principale nemico da sconfiggere. E, forse, Martin Yarbes conservava un fondo di umanità, sconosciuto a Matrioska, del quale in ogni caso lei si era invaghita.
Di Yarbes ammirava la forza, la mancanza di paura, il senso di protezione che a volte le infondeva. Se esisteva dell’altro, non lo sapeva. Non ancora, almeno.
Quando si rialzò, raccolse la Tokarev di uno degli assassini e si avviò verso la Duma, camminando come una sonnambula, gli occhi rigati di lacrime e il cuore a pezzi.
A un tratto scorse il maggiore del Gruppo Alpha che puntava una pistola su Yarbes.
Si sentì cattiva, cattiva e spietata, oltre ogni limite.
Pomarev era il responsabile della morte di Nadiya.
Nella piazza la confusione era indescrivibile. Scorreva vodka a fiumi e gli sguardi di tutti erano rivolti allo starets Zosima, che inneggiava al trionfo del popolo e alla sconfitta dei malvagi. Nessuno badò a lei.
Un istante prima che Pomarev premesse il grilletto, Monica appoggiò la canna della Tokarev sulla sua nuca.
Pomarev lasciò cadere a terra l’arma.
“Brava, Squire!”, esclamò Yarbes. “Ora lascia fare a me.”
Tese una mano, ma Monica scosse la testa.
“No.”, disse. “Questa è una faccenda solo mia.”
Martin avrebbe voluto obiettare, ma qualcosa nell’espressione della donna lo dissuase dal farlo.
Monica si rivolse al russo. “Mi segua, maggiore.”
La mente di Yarbes corse a Cannes: anche in Francia Squire gli aveva soffiato il bersaglio, qui però gli aveva salvato la vita. In America era stato lui a salvarla, quando aveva fatto irruzione nel cottage vicino al lago; quindi, ora erano pari. Ma c’era dell’altro. Se sulla Costa Azzurra Monica aveva già ripagato ampiamente il suo debito nei confronti della CIA, a Mosca era andata oltre. Era come se, in una partita di basket, avesse segnato un canestro da tre punti tirando dalla propria area, o realizzato un fuoricampo, in un incontro di baseball. Era una vincente.
Benché fossero molto diversi fra loro, all’improvviso fu raggiunto da un pensiero a dir poco singolare. Si presentò del tutto inaspettato: da sempre, sapeva che un giorno avrebbe conosciuto una donna forte e coraggiosa, la compagna ideale per un uomo come lui. La compagna con cui dividere la vita. E adesso l’aveva trovata. Con un sorriso, si rese conto che quel pensiero non lo sorprendeva più di tanto.
Li guardò andar via, augurandosi di rivederla.
Monica e il suo prigioniero si allontanarono.
A circa dieci metri di distanza, due soldati li stavano osservando. Uno era alto e biondo, dai tratti nordici, l’altro, scuro di pelle, sembrava di origini tartare. Il biondo si mosse per tentare di seguirli, ma inciampò. Era completamente ubriaco. “Lascia perdere!”, bofonchiò l’orientale. Anche lui si reggeva a stento in piedi. Dalle mani gli cadde una bottiglia di pessima vodka. Fortunatamente era vuota.        
Squire e Pomarev attraversarono la piazza e imboccarono una strada laterale.
“Fermiamoci qui.”, disse Monica.
Pomarev le rivolse uno sguardo beffardo.
“D’accordo. E adesso cosa pensa di fare?”
“Non lo indovina, maggiore?”
Lui rise. “Le manca il coraggio, americana! Mi consegni la pistola, e sarò clemente con lei.”
Monica ricordò il suo ultimo confronto con Matrioska. Pomarev gli assomigliava: non manifestava il minimo timore, era arrogante e sicuro di sé.
Ma con lui non c’era stata alcuna relazione sessuale.
Poi accadde.
Con un movimento fulmineo il maggiore del Gruppo Alpha le afferrò il polso, torcendolo. Era una stretta micidiale e Squire gemette per il dolore. Lentamente, lui la costrinse ad abbassare il braccio. Monica cercò di resistere ma era impossibile: era quattro volte più forte di lei. Questione di un attimo e la pistola le sarebbe sfuggita dalla mano. Mentre lottava disperatamente, Pomarev sibilò: “Non la ucciderò, non si preoccupi. La accompagnerò personalmente a  Kolyma. Un lungo viaggio in treno, e lì… interminabili giornate di lavoro nel gelo, tanto pesanti che lei si augurerà di morire. Un cibo misero che comunque non potrà mangiare perché le altre detenute glielo impediranno per dividerselo. E se si ribellasse commetterebbe un grave errore. Un’americana per quelle prigioniere è il simbolo di una ricchezza mai avuta, soltanto sognata. Le ficcherebbero la testa nelle loro feci. Perderà i denti e i capelli. Alla fine, le verrà il tifo. Purtroppo non avrò il piacere di vederla dormire nei suoi escrementi, né di sentirla piangere. Se è vero che la nostra azione patriottica è fallita, andrò altrove. Ci sono guerre ovunque e uno come me sarà accolto a braccia aperte in qualsiasi luogo.”
Monica non poteva saperlo, ma era possibile che ciò che gli aveva detto Yarbes lo avesse convinto della sconfitta.
Pomarev diede un ultimo strattone.
Monica strinse i denti per resistere. E a un tratto si rivide a Langley: le parve di udire la voce di Susan Cooper mentre, durante l’addestramento, le insegnava alcune tecniche di combattimento. Si contorse per guadagnare un minimo spazio e gli sferrò una violenta ginocchiata all’inguine. Con un grugnito, lui lasciò la presa.
Monica indietreggiò di qualche metro e, ignorando il dolore al polso, sollevò nuovamente la Tokarev.
Mirò a una gamba e Pomarev si accasciò.
Dopo un momento, Monica sparò di nuovo, all’altra gamba.
Miloslav Pomarev non emise un gemito.
La guardò, con un’espressione di stupita e riluttante ammirazione.
Un elicottero passò, volando basso. Risuonarono alcuni colpi d’arma da fuoco, non si capiva da dove, né chi avesse sparato a chi.
Dalla piazza giungevano voci esultanti e cori non particolarmente intonati.
La notte si avviava a diventare mattino. Il cielo a est andava schiarendosi, preannunciando un’altra giornata torrida e afosa. Sarebbe stata la giornata della resa dei conti definitiva.
Pomarev cercò di rialzarsi, senza tuttavia riuscirci: anche per un uomo del Gruppo Alpha esisteva un limite.
Monica si mise a gambe larghe su di lui.
“E’ pronto per l’inferno, maggiore?”

IL CREPUSCOLO DELLA LUBJANKA
GRAZIE PER AVER LETTO QUESTA STORIA

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UN SOGNO AMERICANO 2

La valle di Phil 2La valle era molto pittoresca. Formava una specie di conca, circondata da alte montagne. Rispetto alla Green Valley, era meno grande, ma forse più ridente. La collina su cui si trovavano Phil e Patsy era situata quasi nel mezzo: non particolarmente alta, era un luogo suggestivo che d’estate si ricopriva di verde e d’inverno si ammantava di bianco. L’avevano scelta come meta ideale per i loro picnic. Dopo aver mangiato, in genere si assopivano l’uno fra le braccia dell’altra, cullati dal vento tiepido che proveniva dal Messico. Ai piedi della collina si stendevano i campi, che declinavano verso ovest fino ai primi contrafforti dei monti. Dalla parte opposta un sentiero attraversava un prato, conducendo alla loro casa.
Era la prima volta che facevano l’amore in mezzo alla natura, e fu splendido. Patsy si liberò delle scarpe con un calcio, Phil le tolse i calzoncini e gli slip. Patsy si inarcò, slanciando le gambe per accoglierlo meglio. Phil la penetrò con dolcezza; poi la possedette con vigore. Quando capì che lei stava per venire, aumentò la frequenza dell’amplesso. Patsy gridò. Raggiunsero l’orgasmo insieme, poi rimasero abbracciati, sussurrandosi frasi d’amore. Phil adorava l’odore del corpo di Patsy: sapeva di giovane donna eccitata; era un profumo che denotava salute e vigore. Presto, fu di nuovo pronto.
 
A circa venti metri di distanza, nascosto da una roccia, qualcuno li osservava. Li guardava con occhio malevolo, e intanto rifletteva. Avrebbe incominciato con la bionda. L’avrebbe tormentata e umiliata. Le avrebbe riempito la vagina di habanero, il peperone messicano più piccante del mondo. Era uno dei metodi di tortura preferiti dai guerriglieri cubani: procurava un dolore intollerabile e poteva portare alla pazzia. Poi l’avrebbe accecata e l’avrebbe guardata morire. Prima, però, le avrebbe parlato a lungo. L’annientamento psicologico avrebbe preceduto quello fisico: voleva sentirla supplicare, voleva sentire l’odore acre della paura e assaporare la sua angoscia infinita.
Con l’uomo se la sarebbe sbrigata più in fretta. Lo avrebbe tramortito, gli avrebbe tagliato i testicoli e glieli avrebbe ficcati in bocca. Il pugnale che portava alla cinta avrebbe completato l’opera, tranciandogli la gola.
Gli occhi dell’osservatore erano gelidi, ma la bocca si dischiuse in un sorriso beffardo.
Si allontanò silenziosamente, pregustando ciò che avrebbe fatto.
Raggiunse il suo rifugio, nel cuore di un piccolo bosco che confinava con i terreni coltivati, sul versante orientale della Bush Valley. Si sedette a gambe incrociate accanto a una pozza d’acqua, e studiò il piano che avrebbe portato Patsy Legrange prima alla disperazione e quindi alla morte. Dopodiché sarebbe venuto il turno di Phil Weir.
 
Tornarono a casa tenendosi per mano. Patsy era raggiante. Phil aveva la capacità diabolica di indovinare sempre ciò che in quel momento lei desiderava. Era come se leggesse nella sua mente, o forse nel suo corpo: poteva essere delicato come una fanciulla, vezzeggiandola e titillandola con estrema grazia, per poi trasformarsi nel più infuocato degli amanti, fino a farle perdere il controllo.
Nella Green Valley era stata costretta a dividerlo con Liz, e ne aveva sofferto molto. All’inizio, tutto era andato bene: lei ed Elizabeth erano fortemente attratte l’una dall’altra, e Patsy aveva scoperto quanto poteva essere eccitante fare l’amore con una donna. Dopo che si erano donate reciprocamente piacere, interveniva Phil e le soddisfaceva entrambe. A quell’epoca Patsy non era gelosa e aveva creduto davvero possibile il sogno di Weir: un amore a tre, puro, privo di competizione e di invidie. Poi, però, era subentrata la rivalità, e con essa la gelosia. L’atmosfera si era avvelenata, e le due ragazze erano diventate nemiche irriducibili.
Adesso che non c’era più Liz, Patsy viveva giorni di felicità totale, assoluta, e non vedeva nubi all’orizzonte. Phil l’amava, non l’avrebbe mai lasciata, e dedicava ogni attenzione solo a lei. Senza l’ingombrante presenza di Elizabeth, Patsy aveva realizzato il senso della propria vita.
Con un sospiro soddisfatto andò in bagno e fece scorrere l’acqua calda.
Immersa in una nuvola di schiuma, si disse che quella sistemazione era ottimale. Abitavano in un posto meraviglioso, e Phil poteva continuare a coltivare il suo sogno; nel contempo, non erano più costretti a vivere come pionieri. Il piacere di un bagno bollente era impagabile. Assunse un’espressione languida, mentre riassaporava mentalmente i baci e le carezze che si erano scambiati sulla collina.
Le eccezioni portano direttamente all’inferno: altro che confermare la regola, pensò Phil Weir osservando soddisfatto la carbonella. Mise a cuocere quattro grosse salsicce e un paio di hamburger. Patsy aveva preparato una bella insalata; nel secchiello del ghiaccio c’era una bottiglia di vino bianco californiano. Alla Green Valley erano stati parsimoniosi e avevano mangiato quasi sempre cibo vegetariano, sposando in pieno il loro ideale. Ma da quando si erano trasferiti le cose erano cambiate. Patsy aveva una carta di credito che le permetteva di spendere duemila dollari al mese; era un dono di suo padre che provvedeva anche a pagare l’affitto. In cambio, Patsy andava a trovarlo ogni quindici giorni.
Phil nutriva dei dubbi su questa nuova situazione, tuttavia aveva finito con l’adattarsi. Era intransigente solo a riguardo delle città: non sarebbe mai tornato in quei luoghi rumorosi e inquinati. Fece una smorfia, quando fu investito da una raffica di note. Patsy si era comprata un lettore e una serie di cd che sembravano partoriti da un’orda di diavoli.
Quando la carne fu cotta, prese posto accanto a Patsy. D’estate cenavano sempre sulla veranda, con lo spettacolo delle montagne davanti agli occhi. Il sole stava tramontando in un prodigio di colori. Phil si alzò dal tavolo per andare a spegnere la musica. Adesso la quiete regnava assoluta: l’unico suono era quello del vento che accarezzava la campagna. Mangiò avidamente, inaffiando il pasto con l’ottimo vino californiano, quindi scostò il piatto. Con calma, si arrotolò uno spinello.
Mentre la notte avvolgeva la valle nella sua eterna magia, Phil Weir diventò parte integrante del cosmo.

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Maggiore Miloslav PomarevDal Daily Telegraph, 31th December 1994
proseguendo in questa breve rassegna dedicata agli avvenimenti più importanti, o comunque degni di menzione, dell’anno che sta per finire, va citata la scarcerazione di Vladimir Aleksandrovich Kryuchkov.
Kryuchkov è stato probabilmente il peggior capo del KGB, l’ex servizio segreto della Russia; egli era sostanzialmente un burocrate, privo di esperienze sul campo, e doveva la sua carriera all’appoggio di Andropov, l’uomo che lo aveva preceduto al vertice di quella che un tempo era forse l’organizzazione più potente del mondo.
Kryuchkov fu uno dei principali artefici del fallito putsch dell’agosto del 1991. Un Colpo di Stato male organizzato, che non tenne in conto il sostegno che il popolo russo avrebbe dato a Gorbaciov e soprattutto all’attuale presidente, Boris Eltsin. Fonti attendibili attribuiscono la liberazione di Kryuchkov al fattivo interessamento di Vladimir Putin
John Wyman

Mentre, davanti al palazzo della Lubjanka, la folla smantellava la statua di Felix Edmundovich Dzerzhinsky, il fondatore della Ceka, accaddero due fatti.
Gli agenti della seconda direzione centrale che avevano seguito Pomarev furono richiamati freneticamente all’interno del Cremlino: un carro armato delle forze “lealiste” lo stava prendendo d’assalto.
Un istante dopo, risuonò uno sparo. Pomarev fu colpito a una spalla. Malgrado fosse stato colto di sorpresa, reagì con incredibile prontezza. Si gettò a terra, si girò e fece fuoco tre volte, in rapida successione. William Weber barcollò e si accasciò al suolo. Morì pochi secondi più tardi.
Il maggiore del Gruppo Alpha si rialzò prontamente, puntando la pistola su Yarbes. “Anglichanin!”, disse con disprezzo. “Pessima mira: ho solo un graffio.”
Yarbes lo fissò. “Noi due non siamo diversi.”, affermò in tono pacato. “Tutti quelli che partecipano al grande gioco sono simili. Obbediscono agli ordini, quali che siano; non hanno il tempo per soffermarsi a riflettere su concetti vaghi quali pietà, umanità, leggi morali. Agiscono.”
Lanciò uno sguardo al corpo inanimato di Weber, quindi aggiunse: “Da parte mia, compagno maggiore, non ho esitato a uccidere un agente dell’FBI, né a mentire a un traditore dell’Office of Security. Si chiamava Dan Capshaw. Prima l’ho torturato, poi gli ho promesso che sarebbe finito in un carcere federale.” Scosse la testa. “Non ho mantenuto la promessa.”
“E’ la sua orazione funebre?”, gli chiese ironicamente Pomarev.
Yarbes ignorò la domanda. “Io non la giudico, maggiore. Come me, fa ciò che le è stato comandato di fare. Ma quello che voglio dirle è che il golpe è fallito. Tutti i suoi sforzi ormai sono vani. La biscia si è rivoltata al ciarlatano. Adesso l’Armata Rossa sta dalla parte di Eltsin. Voi siete finiti.”
“Interessante.”, replicò il russo. “Quello che invece voglio dirle io è che non mi importa minimamente se ha eliminato un traditore e ammazzato un uomo dell’FBI. Per quanto mi riguarda, potrebbe anche aver ucciso Kennedy, se avesse qualche anno in più. La sua filosofia, chiamiamola così, non mi interessa e, riguardo alla nostra azione patriottica, essa non è affatto fallita. Entro domani prenderemo la Duma. Molte teste cadranno. E la sua sarà la prima. Adesso andiamo!”
Gli indicò la direzione. Yarbes si incamminò. Pomarev lo seguì.
Tornarono verso il parlamento. Da lì sarebbero andati a Lefortovo; prima, però, il maggiore intendeva controllare la situazione. Quando furono in vista della Duma, scrutò la folla, si rese conto che ogni tentativo di attacco era cessato e notò i soldati che familiarizzavano con la gente, sempre più numerosa, che era accorsa per occupare la piazza e difendere le istituzioni. Fu investito da una fredda collera.
Guardò allibito i veterani di guerra con le medaglie appuntate sul petto. Alla luce dei fuochi, distinse tre reduci di Stalingrado. Naturalmente erano più numerosi quelli che avevano combattuto in Afghanistan, ma fu la vista dei primi ad aumentare la sua collera. Avrebbero dovuto stare dalla sua parte!
“E’ una causa persa.”, lo provocò Yarbes, voltandosi. “La realtà è davanti ai suoi occhi: non può fingere di non vederla.”
“Bene.”, disse Miloslav Pomarev. “Allora, procediamo.”
Sollevò lentamente la pistola e mirò alla testa dell’americano.

Dal Daily Telegraph, 31th December 1999
Vladimir Vladimirovic Putin ha sostituito Boris Eltsin ed è il nuovo presidente della Russia. Già primo ministro, su nomina dello stesso Eltsin, Putin in passato fu un importante membro del disciolto KGB. Figlio di un’operaia e di un sommergibilista, grazie alla sua indiscussa intelligenza si laureò in Diritto Internazionale alla Facoltà di Legge dell’Università Statale di Leningrado nel 1975. Al termine degli studi fu arruolato dalla prima direzione centrale del KGB. Trascorse cinque anni a Dresda, mettendosi subito in luce a causa delle notevoli capacità organizzative.
Dopo aver conseguito un Master in economia all’Istituto Minerario di San Pietroburgo con una relazione che secondo alcuni traeva spunto da un analogo studio americano, fu nominato presidente del FSB, una delle due Agenzie di spionaggio con le quali Gorbaciov aveva sostituito prima e seconda direzione centrale del KGB, dopo il tentato putsch del 1991.
Putin ha scelto come nuovo presidente del FSB il generale Piotr Ivanovic Lebedev. Quest’ultimo ha vissuto a lungo a Londra e si ha motivo di credere che egli fosse il responsabile della locale stazione del KGB.
John Wyman

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La valle di Phil 2Phil Weir scrutava le montagne illuminate dal sole.
Indossava un paio di jeans scoloriti ed era a torso nudo. Gli anni trascorsi nella Green Valley avevano scolpito il suo fisico: il ventre era perfettamente piatto e i pettorali spiccavano massicci e definiti. I bicipiti erano grossi come quelli di un culturista. Un tempo era stato un brooker di successo. Dotato di straordinario fascino, aveva sempre saputo stregare le donne. Poi si era stancato di quella vita, delle vuote ambizioni borghesi, dei sotterfugi e degli imbrogli, della vanità e dell’ipocrisia. Si era trasferito in una valle isolata per realizzare il sogno di un’esistenza libera, a contatto con la natura, basata sull’amore e sulla mancanza di gelosia.
Con lui c’erano due donne. Le aveva amate entrambe con la stessa intensità. Liz era attraente, forte e atletica. Aveva uno spirito libero come il suo; si era adattata a lavorare nei campi, e lo aveva fatto con il sorriso sulle labbra, senza il minimo rimpianto per le comodità del cosiddetto mondo civile. Nella Green Valley non avevano luce, né acqua calda.
Weir corrugò la fronte. Era stato costretto a ucciderla per salvare la vita a Patsy. Elizabeth era improvvisamente impazzita e, accecata dalla gelosia, aveva cercato di strangolare quella che sarebbe dovuta essere sua sorella. Si era schierata dalla parte di Sugar, un fuorilegge che si era insediato nella valle come un padrone. Phil gli aveva sparato. In precedenza, aveva eliminato il suo complice che lo aveva portato nella foresta per ucciderlo. Phil non aveva rimorsi, ma Liz gli mancava. Era un’amante straordinaria, e ancora adesso rimpiangeva il suo corpo superbo. Ma era stato costretto a scegliere e, dopo una lotta interiore, aveva deciso di salvare Patsy.
La guardò. Patsy Legrange era la figlia di un ricco industriale di Boston, che si era trasferito a Los Angeles. All’inizio, si era spesso mostrata capricciosa e viziata; probabilmente combattuta fra il desiderio di libertà e il ricordo della vita agiata. Esile e minuta, non era fatta per il lavoro nei campi; e la sua scarsa resistenza fisica aveva causato più di un litigio con Liz, che disapprovava l’indulgenza di Phil. Ma ora Patsy era cambiata. Quel giorno si era messa degli shorts: le gambe abbronzate erano toniche e forti, le braccia erano diventate muscolose, e negli occhi c’era una luce nuova, una maturità che prima non le apparteneva. Nella furibonda lotta con Liz aveva rischiato la vita, e questo l’aveva cambiata profondamente. Forse il cambiamento era già in atto, provocato dall’arrivo dei banditi, perché era stata lei ad assalire Elizabeth, dimostrando un coraggio inaspettato.
Patsy Legrange sentì lo sguardo di Phil su di sé e gli sorrise. Lo amava come non aveva mai amato nessuno. Phil era un uomo strano: sapeva essere dolce e comprensivo, tuttavia nascondeva un fondo di durezza e di crudeltà che a volte le faceva paura. Non era in grado di ricostruire la dinamica esatta di ciò che era successo quella mattina, perché mentre Weir uccideva prima Sugar e poi Elizabeth, lei si trovava a terra, immobilizzata da Liz; però, si era chiesta per quale ragione avesse ammazzato anche la donna. Patsy aveva odiato Elizabeth, ma non al punto di desiderare la sua morte. Sebbene Liz fosse una ragazza aitante, Phil era molto più forte di lei: avrebbe potuto metterla fuori combattimento e poi cacciarla dalla valle. Invece, l’aveva uccisa a sangue freddo, e questo fatto la sgomentava. Ciononostante non lo avrebbe mai lasciato. Fare l’amore con lui era meraviglioso, e quel melange di tenerezza e di spietatezza la eccitava. Phil era un uomo strano, ma era anche fuori dal comune. Lo aveva visto in difficoltà solo una volta, quando un soldato era sceso da un elicottero per intimargli di abbandonare la Green Valley. Phil era sembrato incapace di reagire.
Era stata lei a prendere in mano la situazione. Ricordava ancora le parole che gli aveva detto. Il sogno continuerà. Gli Stati Uniti sono grandi: troveremo un’altra valle, e se non ci riusciremo, andremo in Canada. Io e te. Insieme. Per sempre. Ed era stata lei a prendere in affitto una casa (una casa vera, non una baracca di legno) nella Bush Valley. Suo padre stravedeva per l’unica figlia e, benché fosse fortemente contrariato per la sua lunga assenza e per il fatto che avesse abbandonato l’università, alla fine aveva ceduto alle sue moine, dandole i soldi necessari e indirizzandola alla migliore agenzia immobiliare di Los Angeles.
A differenza della Green Valley, la Bush Valley non era disabitata, ma da lì non li avrebbe cacciati nessuno. Comunque, vivevano fuori dal piccolo centro abitato, che contava solo un emporio, un vecchio ristorante, una chiesa e poche abitazioni di contadini. E, per la sua grande gioia, avevano luce, riscaldamento e telefono. Phil aveva storto il naso, però si era reso conto che quella era la migliore sistemazione possibile.
Weir le accarezzò una coscia vellutata. Patsy rabbrividì di piacere. Capì che la desiderava e, come sempre, ne fu felice.
Si voltò per rincasare, ma lui le cinse delicatamente una spalla, inducendola a fermarsi. “Qui.”, disse. “Sotto il sole.”
Patsy rise. Una risata sexy e roca che gli procurò un’immediata erezione.
Si stesero sull’erba soffice della piccola collina. Il villaggio distava circa un miglio ed erano al riparo da eventuali occhi indiscreti.
O, almeno, così pensavano.

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