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Archive for giugno 2013

Martin YarbesIl presidente del KGB scosse la testa. “Lei non è un semplice funzionario dell’ambasciata britannica: lei appartiene al SIS e ha un grado elevato.”
Weber chinò il capo sorridendo. “Non poi così elevato.”
Kryuchkov non rispose al sorriso. “Una spia inglese”, lanciò un’occhiata di fuoco a Lebedev, “e un traditore! Nel mio ufficio! Comunque, la ascolto. Ma sia breve.”
Weber annuì. “Sarò estremamente breve. In tutta onestà, io credo che le sue intenzioni siano sincere e che ciò che ha fatto risponda al desiderio di migliorare la situazione economica e politica dell’Unione Sovietica; tuttavia ha tralasciato un fattore molto importante. Il popolo sta dalla parte di Gorbaciov, e di Eltsin. E questo vale anche per il Gruppo Alpha, nonché per vasti settori dell’Armata Rossa. Quello che è successo davanti alla Duma ne è la prova. Si sarà chiesto perché le sue guardie del corpo non mi hanno fermato. La risposta è semplice. Hanno ricevuto una telefonata che li informava dell’unica conseguenza cui stavano andando incontro: la pena capitale. E hanno deciso di andarsene, in modo da dissociarsi dal colpo di Stato.”
Weber fece una pausa. Lebedev lo osservava con uno strano sguardo. Il viso di Kryuchkov era una maschera impenetrabile.
“La persona che ha parlato con i suoi agenti”, riprese Weber, “è in grado di salvarle la vita. Ma a un patto. Che salga subito su un aereo e vada da Gorbaciov. Il golpe è fallito, compagno presidente.”
“E chi sarebbe questa persona?”, domandò freddamente Kryuchkov.
“L’uomo che un giorno avrà in mano la Russia.”
“Eltsin?”
“Oh, no.”, disse Weber.
Con un cenno della mano Kryuchkov li invitò a uscire dallo studio.
Rimasto solo, fissò a lungo un punto imprecisato della parete.

Tali affermazioni erano però quantomeno premature.
Di lì a breve Janaev dichiarò lo stato d’emergenza. Per motivi che sfuggono alla comprensione il telegiornale di quella sera trasmise le immagini di Boris Eltsin che balzava sul carro armato e arringava la folla: forse l’intento era quello di screditarlo; ma certamente raggiunse l’effetto opposto. Alcuni membri minori del GKChP (Comitato di Stato per l’emergenza) accolsero con allarme la notizia che il maggiore Evdokimov della Tamanskaya si dissociava dall’operato dei golpisti. Non così Yazov e Pugo, i ministri della Difesa e degli Interni. Ci fu una riunione che si protrasse fino a notte inoltrata, nel corso della quale un Kryuchkov visibilmente turbato dalle parole di William Weber fu convinto a procedere.
Il venti agosto, a mezzogiorno, il generale Kalinin annunciò il coprifuoco nell’arco di tempo compreso fra le dieci di sera e le cinque del mattino dopo.
Era il segnale.
Nel pomeriggio di quel giorno si decise l’attacco finale alla Duma.
Malgrado le defezioni, il GKChP poteva contare sul Gruppo Vympel, sugli elementi del Gruppo Alpha rimasti fedeli a Pomarev, su tre compagnie di carri armati con il supporto degli elicotteri.
L’assalto era previsto per le due di notte, quando la gente che difendeva con barricate e armi di fortuna l’edificio che ospitava il parlamento sarebbe stata stanca e demoralizzata. Scarseggiavano cibo e acqua, anche se circolava qualche bottiglia di vodka. Soprattutto mancavano mezzi adeguati. A prima vista non sarebbe stato un problema occupare la Casa Bianca e conquistare definitivamente il potere, senonché si avverò ciò che aveva previsto Weber. Gruppo Alpha e Vympel si rifiutarono di muoversi dopo che tre civili erano stati uccisi.
Poi i primi veicoli corazzati comparvero, avanzando lentamente.
Ne seguirono molti altri.
Le sagome minacciose dei carri armati circondarono da ogni lato la Duma. La vista di un carro armato ha sempre un effetto terrorizzante e il panico si diffuse rapidamente. Qualcuno pensò bene di eclissarsi, ma la maggioranza non si mosse.
I mezzi corazzati presero posizione.
Sarebbe stato un massacro, ben più terribile di quando le truppe zariste avevano sparato sulla folla che chiedeva pane e giustizia.
Tuttavia, quando venne impartito l’ordine di fare fuoco, i carristi non obbedirono. Non erano afghani o ceceni gli uomini e le donne che avrebbero dovuto sterminare. Era il grande popolo russo.
La notizia giunse ai capi del GKChP.
Yazov era intenzionato a insistere.
Kryuchkov vacillava e fu il primo a cedere.

Davanti alla Duma, confuse nella folla, si trovavano quattro persone.
Due erano americane. Martin Yarbes aveva lasciato il rifugio di Sasha, dopo aver trascorso ore intere al telefono e al laptop. Aveva pianificato l’intervento di Weber e sollecitato Putin a chiamare la Lubjanka per minacciare le guardie del presidente del KGB. Vladimir si era limitato ad annunciare l’arrivo imminente di Gorbaciov, e questo era stato sufficiente per mettere in fuga gli agenti della seconda direzione centrale.
Yarbes aveva contattato più volte Patrick Keynes, il quale si affrettava a far giungere le notizie a Bush.
Sasha aveva mandato dieci energumeni armati fino ai denti per scortare Weber e Lebedev fuori dall’edificio, mentre Martin informava l’inglese in tempo reale che la strada era libera. Se anche Kryuchkov avesse voluto fermarli, al momento non era in grado di farlo.
Sebbene fossero passati molti anni da quando Yarbes era un hacker, e benché la tecnologia nel frattempo si fosse rapidamente evoluta, egli si era sempre tenuto aggiornato ed era ancora un mago del computer. Prima di uscire dalla casa sicura di Sasha, riuscì a collegarsi con la Crimea e trasmise le notizie che voleva che Gorbaciov apprendesse.
Fu lui a scorgere l’uomo armato, seguito da una decina di irriducibili, che scrutava rabbioso la folla. La sua figura spiccava inconfondibile nella luce dei fuochi che illuminavano la piazza.
Era il maggiore Miloslav Pomarev del Gruppo Alpha.
A poche decine di metri dall’agente della CIA, una donna scarmigliata e dall’aspetto esausto osservava ciò che stava accadendo. Malgrado le sofferenze patite, la paura, l’ansia e i dubbi che l’avevano attraversata, un osservatore attento avrebbe notato che era comunque una donna attraente, né gli sarebbe sfuggita l’espressione decisa che trapelava dal suo sguardo – l’espressione di chi ha rinunciato ai timori per affrontare la realtà. C’era tempo per soffermarsi a meditare sul senso del suo lavoro, su concetti relativi all’etica e alla giustizia: ma non era quello il momento. Se era stata Magdalina a convincerla a recarsi a Mosca oppure il suo orgoglio non è dato saperlo. Forse entrambe le cose.
Mentre si faceva largo per avvicinarsi alla Duma, Pomarev la vide e la riconobbe immediatamente.
Per qualche ragione, la riteneva responsabile di quanto stava succedendo.
Si diresse verso di lei.
Le altre due persone erano un cittadino inglese, fuori di sé per l’entusiasmo, e una giovane russa leggermente claudicante.
Il Bastardo sapeva che l’indomani sarebbe diventato il giornalista numero uno della Gran Bretagna, e non solo: la sua fama avrebbe varcato l’oceano.
Nadiya aveva lo strano presentimento che Monica Squire fosse lì, da qualche parte, mentre nella notte i carri armati vigilavano, e il mondo tratteneva il respiro.

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La valle di PhilPhil lasciò cadere l’arco e si voltò di scatto, pronto a sferrare un pugno.
Era Liz.
“Cosa fai qui? Avrebbero potuto seguirti!”
“E’ una cosa importante, Phil.”
Weir raccolse l’arco da terra. “Così importante da mettere in pericolo il nostro piano? Non potevi aspettare che tornassi?” Senza attendere una risposta, raggiunse la buca, calò l’arma e incominciò a ricoprirla di terra.
Elizabeth lo aiutò. “Tu non te ne sei accorto, ma ieri Patsy ha parlato con Sugar. Mi sentivo inquieta e quando sei uscito l’ho svegliata e l’ho interrogata.”
“E allora?”
“All’inizio mi ha raccontato che non si erano detti niente di importante; ma ho capito che era una bugia.”
Phil la fissò senza ribattere.
“Perciò l’ho costretta a confessare la verità.”
Costretta? Phil non volle indagare oltre.
“Ha svelato i nostri piani a Sugar!”
Weir scosse la testa, incredulo. “Assurdo. Per quale motivo avrebbe dovuto fare una sciocchezza del genere?”
“Mi ha detto che in questo modo tu non avresti potuto adoperare l’arco, e che quindi non avresti corso rischi inutili. Però, non le credo. Penso che ci sia dell’altro sotto.”
Phil sistemò delle foglie e dei ramoscelli sopra il suo nascondiglio, poi controllò attentamente il terreno. A meno di un’indagine accurata, nessuno si sarebbe accorto che la terra era stata smossa. “Ti hanno vista venire qui?”
“No. Stanno dormendo sul pick-up.”
Sugar non dorme mai.
“Beh, allora Patsy non li ha impressionati molto. Comunque, voglio parlare con lei.”
Tornarono al capanno. Prima Elizabeth. A distanza di qualche minuto, Phil.
Patsy era a letto. Benché non fosse ancora molto chiaro, Weir notò che era bianca come uno straccio. Prese una sedia e l’accostò al letto. “Cosa hai fatto, Patsy?”, le chiese con dolcezza.
“Proprio niente!”, sbottò lei, lanciando uno sguardo di fuoco a Liz. “Ed è esattamente quello che ho cercato di spiegare a Elizabeth. Ma mi ha presa per un braccio e me lo stava spezzando. Se non fossi una signora, avrei reagito. Quando non sono più riuscita a sopportare il dolore, le ho detto quello che voleva sentirsi dire. Phil, è una pazza! Mi devi proteggere da lei.”
Liz fece per saltarle addosso, ma Weir la bloccò. “Calma!”, disse. “State calme tutte e due.” Si rivolse a Patsy. “Non è di Elizabeth che devi avere paura. Noi tre dobbiamo restare uniti, e fare fronte comune. I nostri nemici sono là fuori.” Osservò Liz. “Perché le hai fatto male?”
“Perché è una carogna bugiarda. E tu sei troppo ingenuo.” Si divincolò e si avvicinò al letto. “Ascoltami bene, stronza. Se per causa tua dovesse succedere qualcosa a Phil, ti farò pentire di essere nata. Avrei dovuto rompertelo, quel dannato braccio!”
“Basta così!” Weir adesso era esasperato. Tuttavia, si sforzò di parlare in tono pacato; aveva una voce magnetica e sapeva come controllare le persone. Gridare era inutile e controproducente. “Tu, Liz, eri in buona fede; però hai ecceduto. Io capisco sempre se una persona sta mentendo, e questo non è il caso di Patsy. Per non soffrire, ha parlato a vanvera; ma è innocente. Voglio che vi ricordiate che noi siamo una famiglia, che condividiamo gli stessi ideali e il medesimo grande sogno. Quando la valle sarà nuovamente libera, troverò il modo per riappacificarvi; ma ora ci dobbiamo concentrare sul nostro obiettivo.” Le guardò a lungo negli occhi, prima l’una, poi l’altra. “Io vi amo. Vi amo entrambe. Non deludetemi, per favore.”
Si sedette per terra, assumendo la figura del loto. “E adesso meditiamo.”, disse.
Dopo un attimo di esitazione, le due donne lo imitarono.

Gli furono sufficienti pochi minuti per abbandonare il suo corpo e salire in alto: da lì Phil Weir poteva avere la visione dell’insieme e, contemporaneamente, distinguere ogni singolo dettaglio con estrema lucidità.
Da sempre temeva che un giorno qualcuno sarebbe venuto a cercarlo. Aveva truffato molti clienti, alcuni dei quali appartenevano al mondo del crimine organizzato. Aveva ucciso un uomo e, sebbene non avesse lasciato indizi, la polizia disponeva di strumenti sofisticati. Non pensava che sarebbero mai risaliti fino a lui, però non era un’eventualità da escludere. Per qualche ragione, aveva rimandato la costruzione dell’arco; ma aveva un’accetta e uno strumento che avrebbe potuto rivelarsi di grande utilità. L’aveva approntato dopo aver eretto la staccionata. Poi aveva finito per scordarsene. In quel momento lo vide, e decise di andare a recuperarlo.
Abbandonò i pensieri coscienti, in modo da permettere al cosmo di penetrarlo e di illuminarlo. Si sentiva incredibilmente bene, avvertiva un flusso di benessere che risaliva dai piedi per giungere fino al cervello. Controllò i battiti del cuore e la frequenza del respiro.
Om saha naavavatu
Saha nau bhunaktu
Le ragazze lo seguirono. Phil era sicuro che adesso avevano dimenticato la loro rivalità.
Aum
Tutto sarebbe andato bene. Ne ebbe la consapevolezza assoluta.
Aum
La mia valle è sacra.

Verso le quattro del pomeriggio, il secondo capanno era pronto.
Jack Straw fumava, osservando l’hippy e le due donne lavorare. Aveva cambiato idea. Ormai aveva la situazione in pugno, era in grado di orientarsi e finalmente non sarebbe stato più costretto a dormire sul pick-up. Phil Weir non gli serviva più. Era un uomo pieno di risorse e avrebbe potuto rappresentare una seria minaccia; perciò non aveva senso perdere tempo. Chiamò Tom e gli spiegò cosa doveva fare. Quindi, si rivolse all’hippy: “Tom deve mostrarti una cosa. Vai con lui.”
Mentre i due uomini si allontanavano, decise che avrebbe dormito con Elizabeth: era molto attraente e non gli sarebbe spiaciuto fare un giro di giostra con lei. Patsy era bella, ma Liz era pericolosa. Per questo motivo, se ne sarebbe occupato personalmente. Sbadigliò. Era reduce da troppi notti insonni; ma da quel momento in avanti avrebbe potuto rilassarsi. Liz era pur sempre una donna e, se avesse tentato di compiere qualche gesto sconsiderato, l’avrebbe rimessa in riga facilmente. Era possibile che i prossimi mesi si dimostrassero divertenti.
Spostò lo sguardo su Tom e su Phil. Vola. Vola nel tuo paradiso.

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ballerine bloch“Vuole sapere perché mia moglie mi ha lasciato?”
Alessandra alzò lo sguardo dal block notes su cui stava scrivendo il nuovo episodio del “Crepuscolo della Lubjanka”. Come sempre, più tardi avrebbe completato il capitolo al pc; ma quella era una splendida mattinata di sole, l’aria era tiepida e profumava di fiori, e lei aveva trovato irresistibile l’idea di trascorrere un’oretta al parco, che in quel momento era quasi deserto. Concentrata sulla vicenda di Nadiya e Pomarev, non si era nemmeno accorta che un uomo aveva preso posto accanto a lei, su quella panchina abbastanza lontana dal prato dove alcuni bambini stavano giocando a pallone.
Infilò i piedi nelle sue nuove ballerine e osservò di sfuggita lo sconosciuto. Dimostrava circa cinquant’anni, era ben vestito e dava la sensazione di essere una persona pacata e dai modi cortesi. Un ulteriore, breve, esame le permise di cogliere una luce profonda negli occhi scuri, e un’espressione benevola nel viso largo e gioviale.
“Prego?”
“Mi scusi, signorina, non mi sono presentato. Mi chiamo Filippo Barbi. Ho notato che era sola, e mi sono detto che forse le sarebbe interessato conoscere la mia storia. Beninteso, se sta lavorando”, e indicò il block notes, “non la disturberò oltre.”
Alessandra trasse un profondo sospiro. Prima di venire interrotta, si stava chiedendo se far morire Monica Squire. Sotto sotto, la detestava, dato che aveva ucciso Matrioska. Cle Reveries, Mari, Kris, Newwhitebear, Isabel e altri amici si sarebbero infuriati con lei, soprattutto nel caso di una terribile agonia. In modo particolare, se fosse stato Miloslav Pomarev a torturarla. Altri ancora, come Brumbru, Cape e Sar, invece l’avrebbero presa con filosofia. Michelle si trovava a Parigi e non avrebbe potuto sgridarla. Wolfghost avrebbe compreso il motivo di tale decisione. Univers forse avrebbe approvato. In ogni caso, “Il Crepuscolo della Lubjanka” era la “sua” storia, e aveva il diritto di fare le scelte che riteneva più opportune. Senza contare che il suo blog era frequentato anche da lettori che seguivano soprattutto i racconti, oppure “La valle di Phil”, e a loro della sorte di Squire non importava granché.
Lasciò perdere Monica e decise di mostrarsi educata; inoltre, per qualche misteriosa ragione, era interessata a quella strana confessione. Ripose block notes e Montblanc e si sporse lievemente verso Filippo Barbi, nel classico atteggiamento di chi si appresta ad ascoltare.
L’uomo capì di essersi guadagnato la sua attenzione. Lanciò una rapida occhiata al prato dove la partita di calcio stava degenerando in una rissa, probabilmente a causa di un fallo contestato, e incominciò a parlare, con voce bassa e controllata.
“Io e Sabrina siamo sempre andati d’accordo. Non mi prenda per sfacciato, o peggio ancora per un individuo volgare, di bassi istinti; ma è necessario che lei sappia che abbiamo sempre fatto sesso in modo stupendo. Non è un particolare irrilevante, ed è per questo che mi permetto di sottoporlo alla sua cortese attenzione. Ci siamo conosciuti al liceo, poi lei ha interrotto gli studi, mentre io mi sono laureato in filosofia. Quando ho iniziato a lavorare, ci siamo sposati. Non eravamo certo ricchi, tuttavia conducevamo una vita dignitosa. Lo stipendio di un professore è quello che è, perciò gli sprechi non erano ammessi, però abbiamo sempre trascorso delle belle vacanze, non ci siamo mai fatti mancare un libro o un film degno di nota. Andavamo a teatro, alle mostre, facevamo l’amore tutti i giorni. Insomma, eravamo molto felici.”
Barbi fece una pausa, e sembrò immergersi in un mondo personale, costituito dai ricordi di una vita. Poi si rianimò. “Sabrina è una donna molto attraente, sa? Da ragazza era decisamente irresistibile, e con la maturità ha acquisito nuovo fascino. Una grande donna! Intelligente, colta, bella. Eppure mi ha lasciato!”
Ci fu un silenzio, che Alessandra pensò di interrompere. Forse il professore gradiva una domanda diretta: era possibile che si sentisse a disagio. “Perché l’ha lasciata, allora?”
Barbi esibì un sorriso malinconico. “Ho perso il lavoro.”, disse. “Mi hanno licenziato, a causa delle mie idee. I soldi scarseggiavano, ma il motivo vero, il motivo decisivo, è la mia mancanza di memoria. E’ inutile girarci intorno, tutto si riduce a una strana forma di amnesia che mi ha colto, probabilmente causata dallo stress, dalla delusione. Non facevo più la spesa, mi ero completamente scordato che Sabrina aveva bisogno di mangiare. Alla fine, lei se n’è andata, e io sono rimasto solo. Solo e molto infelice.”
Era un racconto sconcertante. Alessandra si chiese se quell’uomo fosse normale. Eppure le sembrava una persona controllata e riflessiva, del tutto sana di mente. Non c’era nulla in lui, nel suo comportamento, nella gestualità, nella maniera di esprimersi, che lasciasse presupporre il contrario. Rimaneva il fatto che quello che aveva detto era alquanto bizzarro.
“Ma scusi”, gli chiese, “lei non aveva fame?”
Per un momento, parve che Barbi non avesse capito la domanda. Poi rise. “Certo che no!”, rispose. “Io mi ero dimenticato proprio di questo: che ero diverso da Sabrina.” Indicò vagamente il parco, gli alberi, un piccolo sentiero che conduceva all’uscita.
“Io mi nutro di questa buona aria.” Scosse il capo, come se trovasse assurdo quello che gli aveva chiesto Alessandra.
“Noi marziani non abbiamo bisogno di cibo.”

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Pavel Sergeevic GracevPer alcuni la noetica è una nuova entusiasmante scienza, l’ultima frontiera dell’uomo, più importante della conquista dello spazio. Per molti è un confuso miscuglio di esoterismo, magia e New Age a buon mercato.
Fra le “rivelazioni” di tale disciplina ne rientrano due, la prima delle quali alquanto sconcertante: l’anima possiede uno spessore materiale, non è cioè puro spirito. Sembra che sia stata “pesata” grazie al contributo di una persona morente e a macchinari fantascientifici. Non esistono prove al riguardo.
La seconda “rivelazione” prende in esame il pensiero collettivo in presenza di un avvenimento che colpisca l’immaginazione di una vasta parte di una popolazione o di più di una. La morte di J.F. Kennedy, Neil Armstrong che cammina sulla superficie lunare; molti anni dopo, l’attentato alle due torri. Il pensiero di una moltitudine concentrato sullo stesso fatto produce reazioni concrete, fisiche.
Un cultore di noetica avrebbe interpretato in questo modo la reazione della folla alle parole di Eltsin. Mentre sopraggiungevano uomini, donne, vecchi, ragazzi, quasi magicamente richiamati dall’appassionato discorso di Boris, la popolazione moscovita raccolta davanti al parlamento cominciò a erigere barricate; ma elevò anche un muro diverso, metafisico, davanti ai carri armati che affluivano sempre più numerosi, e condizionò la mente dei soldati.
In realtà, esiste una spiegazione più pratica. Il golpe era stato preparato in maniera perfetta, tuttavia soltanto a livello tecnico. Tempi d’azione, dislocazione delle forze speciali, l’impiego delle divisioni Tamanskaya e Kantemirovskaya, il raid in Crimea per mettere fuori gioco Gorbaciov, la costruzione di 250.000 paia di manette.
Non si era tenuto conto, però, di un fattore importante: l’umore del popolo russo. La maggioranza approvava le riforme del segretario generale, condivideva l’apertura al mondo occidentale, non rimpiangeva il clima di cupa paranoia dei tempi di Andropov. Benché qualche anno più tardi diverse opinioni sarebbero cambiate, in quell’estate del 1991 la maggioranza desiderava libertà, benessere, liberazione dai lunghi tentacoli del KGB che tutto controllava, facoltà di esprimere la propria opinione. Ciò che Gorbaciov stava realizzando o almeno tentando di fare.
Inoltre, Boris Eltsin aveva dato un’impressione ben diversa dal tentennante Gennadij Janaev, e questo aveva infuso coraggio e determinazione.
E, indotta o meno dal pensiero collettivo, la reazione ci fu.
Alcuni mezzi corazzati si posero in difesa del parlamento con le armi puntate verso l’esterno.
Il Gruppo Alpha, compatto, si rifiutò di sparare sulla folla.
Il generale Pavel Sergeevic Gracev dichiarò che non avrebbe eseguito gli ordini e si schierò dalla parte di Eltsin. Pochi mesi più tardi Boris lo ricompensò nominandolo ministro della Difesa. Gracev non diede grande prova di sé: durante l’invasione della Cecenia, quando ordinò il fallimentare attacco alla città di Grozny era completamente ubriaco. In seguito, Eltsin lo allontanò. Grachev concluse la propria carriera accusato di corruzione nonché di essere il mandante dell’assassinio di un giornalista che aveva indagato su di lui. Il tribunale, comunque, lo assolse. In ogni caso, il suo appoggio alla causa di Gorbaciov fu di notevole importanza, visto che aveva combattuto in Afghanistan ed era uno degli ufficiali più influenti dell’Urss. Infatti, il suo esempio fu seguito da altri.
Miloslav Pomarev si allontanò furioso per conferire con il maggiore generale Viktor Karpuchin, suo superiore diretto. Lo seguì un esiguo gruppo di fedelissimi.

Da un telefono protetto situato in una delle case sicure di Sasha, Yarbes riferiva gli avvenimenti a Patrick Keynes, il quale era in costante contatto con il direttore della CIA. A sua volta, William H. Webster comunicava le notizie a Bush.
Sasha aveva interpellato Putin. Era irritato per la nuova comparsa del cekista americano, ma da Dresda Vladimir gli aveva ordinato di obbedire all’agente della CIA e senza fiatare. Sasha fece buon viso a cattivo gioco e consegnò i suoi preziosi laptop a Yarbes e Weber. Lebedev e l’inglese poi si erano diretti alla Lubjanka, mentre Yarbes si era installato nell’abitazione. Sasha mandò i suoi uomini alla Duma: venne organizzata una catena umana che in tempo quasi reale forniva i dati relativi all’evolversi della situazione. Che al momento era di stallo.

Il primo impulso di Nadiya fu quello di scappare.
Avevano capito che non era un’infermiera.
Ma, sebbene fosse stata curata con competenza e avesse in corpo una forte dose di antidolorifici, non era certamente in grado di correre. Si voltò lentamente. I due agenti la fissavano. Nadiya si domandò quale sarebbe stata la punizione. Scrollò le spalle. Niente in confronto a quanto avrebbe dovuto subire al momento stabilito da Pomarev. Era perfettamente a conoscenza dei metodi che venivano usati a Lefortovo. Poteva solo augurarsi che eccedessero in violenza, così sarebbe morta prima di impazzire.
Notò che l’uomo più giovane la scrutava con una strana espressione compiaciuta. Era naturale: pregustava ciò che di lì a breve sarebbe accaduto. Nadiya non ignorava che per molti tormentare una bella donna rappresenta una fonte di godimento, e nel novero c’erano anche Monica Squire e lei stessa.
Fu l’agente anziano a parlare. “Ci faresti un piacere, compagna?”
Nadiya gli rivolse uno sguardo interrogativo.
“Abbiamo fame!”, esclamò lui in tono risentito. “Là fuori giocano alla rivoluzione, credono di abbattere il Palazzo d’Inverno. Potresti dire a qualcuno di mandarci salsicce e pane nero, prego?”
Lei trasse un sospiro di sollievo. I due non avevano guardato in viso l’infermiera, che probabilmente non conoscevano neppure. “Provvederò subito, compagno.”, rispose sorridendo.
Scese la scala con il cuore leggero.
“Mi chiamo Ivan!”, le gridò dietro il giovane.

L’errore che aveva commesso il generale Vladimir Kryuchkov era dovuto alla convinzione, in altri tempi valida, che, poiché era il presidente del KGB, egli era intoccabile. Di riflesso, non aveva tenuto conto che la Lubjanka era pressoché deserta. Gli agenti della seconda direzione centrale erano fuori, per le strade di Mosca, e, sebbene lui non lo sapesse, stavano cambiando idea.
Erano rimaste poche guardie e qualche vecchio funzionario. Al centralino, era scoppiata una crisi di panico, e molti operatori avevano abbandonato spaventati l’edificio. Come spesso succede nei periodi di confusione, giravano, incontrollate, strane voci. Una di esse – peraltro assolutamente infondata – riguardava la divisione Tamanskaya, che stava per arrivare e che avrebbe assalito la Lubjanka.
Ciò permise a William Weber di entrare nel suo ufficio. Kryuchkov era sul punto di congedare Lebedev e guardò sbalordito l’uomo del SIS britannico. Come aveva fatto a entrare nel palazzo e, soprattutto, come era riuscito a giungere fino al suo studio? Dov’erano le sue guardie del corpo?
Lo avrebbe scoperto in seguito e paradossalmente la sua futura riabilitazione dipese proprio da chi aveva fatto in modo che Weber varcasse quelle porte proibite.
Almeno fino a quel momento, Weber non correva eccessivi rischi. Data l’immunità diplomatica, qualora fosse stato arrestato, sarebbe stato espulso dall’Unione Sovietica ma non torturato né ucciso.
Weber alzò le mani con i palmi rivolti verso Kryuchkov. “Sono disarmato.”, disse con calma. “E non ho alcuna intenzione di farle del male.” Indicò la grande scrivania del capo del KGB. “Senza contare che in quei cassetti ci saranno sicuramente una o più pistole. Se lo desidera, mi spari. Come credo saprà, sono un funzionario dell’ambasciata britannica. Le chiedo soltanto di ascoltarmi.”

Miloslav Pomarev osservò in silenzio il maggiore generale Viktor Karpuchin, quindi annuì.
Non aveva mai avuto dubbi.
Ogni operazione presenta qualche incognita. Ma ogni uomo forte supera qualsiasi incognita.
L’indomani tutto sarebbe finito.

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