Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for giugno 2013

Pavel Sergeevic GracevPer alcuni la noetica è una nuova entusiasmante scienza, l’ultima frontiera dell’uomo, più importante della conquista dello spazio. Per molti è un confuso miscuglio di esoterismo, magia e New Age a buon mercato.
Fra le “rivelazioni” di tale disciplina ne rientrano due, la prima delle quali alquanto sconcertante: l’anima possiede uno spessore materiale, non è cioè puro spirito. Sembra che sia stata “pesata” grazie al contributo di una persona morente e a macchinari fantascientifici. Non esistono prove al riguardo.
La seconda “rivelazione” prende in esame il pensiero collettivo in presenza di un avvenimento che colpisca l’immaginazione di una vasta parte di una popolazione o di più di una. La morte di J.F. Kennedy, Neil Armstrong che cammina sulla superficie lunare; molti anni dopo, l’attentato alle due torri. Il pensiero di una moltitudine concentrato sullo stesso fatto produce reazioni concrete, fisiche.
Un cultore di noetica avrebbe interpretato in questo modo la reazione della folla alle parole di Eltsin. Mentre sopraggiungevano uomini, donne, vecchi, ragazzi, quasi magicamente richiamati dall’appassionato discorso di Boris, la popolazione moscovita raccolta davanti al parlamento cominciò a erigere barricate; ma elevò anche un muro diverso, metafisico, davanti ai carri armati che affluivano sempre più numerosi, e condizionò la mente dei soldati.
In realtà, esiste una spiegazione più pratica. Il golpe era stato preparato in maniera perfetta, tuttavia soltanto a livello tecnico. Tempi d’azione, dislocazione delle forze speciali, l’impiego delle divisioni Tamanskaya e Kantemirovskaya, il raid in Crimea per mettere fuori gioco Gorbaciov, la costruzione di 250.000 paia di manette.
Non si era tenuto conto, però, di un fattore importante: l’umore del popolo russo. La maggioranza approvava le riforme del segretario generale, condivideva l’apertura al mondo occidentale, non rimpiangeva il clima di cupa paranoia dei tempi di Andropov. Benché qualche anno più tardi diverse opinioni sarebbero cambiate, in quell’estate del 1991 la maggioranza desiderava libertà, benessere, liberazione dai lunghi tentacoli del KGB che tutto controllava, facoltà di esprimere la propria opinione. Ciò che Gorbaciov stava realizzando o almeno tentando di fare.
Inoltre, Boris Eltsin aveva dato un’impressione ben diversa dal tentennante Gennadij Janaev, e questo aveva infuso coraggio e determinazione.
E, indotta o meno dal pensiero collettivo, la reazione ci fu.
Alcuni mezzi corazzati si posero in difesa del parlamento con le armi puntate verso l’esterno.
Il Gruppo Alpha, compatto, si rifiutò di sparare sulla folla.
Il generale Pavel Sergeevic Gracev dichiarò che non avrebbe eseguito gli ordini e si schierò dalla parte di Eltsin. Pochi mesi più tardi Boris lo ricompensò nominandolo ministro della Difesa. Gracev non diede grande prova di sé: durante l’invasione della Cecenia, quando ordinò il fallimentare attacco alla città di Grozny era completamente ubriaco. In seguito, Eltsin lo allontanò. Grachev concluse la propria carriera accusato di corruzione nonché di essere il mandante dell’assassinio di un giornalista che aveva indagato su di lui. Il tribunale, comunque, lo assolse. In ogni caso, il suo appoggio alla causa di Gorbaciov fu di notevole importanza, visto che aveva combattuto in Afghanistan ed era uno degli ufficiali più influenti dell’Urss. Infatti, il suo esempio fu seguito da altri.
Miloslav Pomarev si allontanò furioso per conferire con il maggiore generale Viktor Karpuchin, suo superiore diretto. Lo seguì un esiguo gruppo di fedelissimi.

Da un telefono protetto situato in una delle case sicure di Sasha, Yarbes riferiva gli avvenimenti a Patrick Keynes, il quale era in costante contatto con il direttore della CIA. A sua volta, William H. Webster comunicava le notizie a Bush.
Sasha aveva interpellato Putin. Era irritato per la nuova comparsa del cekista americano, ma da Dresda Vladimir gli aveva ordinato di obbedire all’agente della CIA e senza fiatare. Sasha fece buon viso a cattivo gioco e consegnò i suoi preziosi laptop a Yarbes e Weber. Lebedev e l’inglese poi si erano diretti alla Lubjanka, mentre Yarbes si era installato nell’abitazione. Sasha mandò i suoi uomini alla Duma: venne organizzata una catena umana che in tempo quasi reale forniva i dati relativi all’evolversi della situazione. Che al momento era di stallo.

Il primo impulso di Nadiya fu quello di scappare.
Avevano capito che non era un’infermiera.
Ma, sebbene fosse stata curata con competenza e avesse in corpo una forte dose di antidolorifici, non era certamente in grado di correre. Si voltò lentamente. I due agenti la fissavano. Nadiya si domandò quale sarebbe stata la punizione. Scrollò le spalle. Niente in confronto a quanto avrebbe dovuto subire al momento stabilito da Pomarev. Era perfettamente a conoscenza dei metodi che venivano usati a Lefortovo. Poteva solo augurarsi che eccedessero in violenza, così sarebbe morta prima di impazzire.
Notò che l’uomo più giovane la scrutava con una strana espressione compiaciuta. Era naturale: pregustava ciò che di lì a breve sarebbe accaduto. Nadiya non ignorava che per molti tormentare una bella donna rappresenta una fonte di godimento, e nel novero c’erano anche Monica Squire e lei stessa.
Fu l’agente anziano a parlare. “Ci faresti un piacere, compagna?”
Nadiya gli rivolse uno sguardo interrogativo.
“Abbiamo fame!”, esclamò lui in tono risentito. “Là fuori giocano alla rivoluzione, credono di abbattere il Palazzo d’Inverno. Potresti dire a qualcuno di mandarci salsicce e pane nero, prego?”
Lei trasse un sospiro di sollievo. I due non avevano guardato in viso l’infermiera, che probabilmente non conoscevano neppure. “Provvederò subito, compagno.”, rispose sorridendo.
Scese la scala con il cuore leggero.
“Mi chiamo Ivan!”, le gridò dietro il giovane.

L’errore che aveva commesso il generale Vladimir Kryuchkov era dovuto alla convinzione, in altri tempi valida, che, poiché era il presidente del KGB, egli era intoccabile. Di riflesso, non aveva tenuto conto che la Lubjanka era pressoché deserta. Gli agenti della seconda direzione centrale erano fuori, per le strade di Mosca, e, sebbene lui non lo sapesse, stavano cambiando idea.
Erano rimaste poche guardie e qualche vecchio funzionario. Al centralino, era scoppiata una crisi di panico, e molti operatori avevano abbandonato spaventati l’edificio. Come spesso succede nei periodi di confusione, giravano, incontrollate, strane voci. Una di esse – peraltro assolutamente infondata – riguardava la divisione Tamanskaya, che stava per arrivare e che avrebbe assalito la Lubjanka.
Ciò permise a William Weber di entrare nel suo ufficio. Kryuchkov era sul punto di congedare Lebedev e guardò sbalordito l’uomo del SIS britannico. Come aveva fatto a entrare nel palazzo e, soprattutto, come era riuscito a giungere fino al suo studio? Dov’erano le sue guardie del corpo?
Lo avrebbe scoperto in seguito e paradossalmente la sua futura riabilitazione dipese proprio da chi aveva fatto in modo che Weber varcasse quelle porte proibite.
Almeno fino a quel momento, Weber non correva eccessivi rischi. Data l’immunità diplomatica, qualora fosse stato arrestato, sarebbe stato espulso dall’Unione Sovietica ma non torturato né ucciso.
Weber alzò le mani con i palmi rivolti verso Kryuchkov. “Sono disarmato.”, disse con calma. “E non ho alcuna intenzione di farle del male.” Indicò la grande scrivania del capo del KGB. “Senza contare che in quei cassetti ci saranno sicuramente una o più pistole. Se lo desidera, mi spari. Come credo saprà, sono un funzionario dell’ambasciata britannica. Le chiedo soltanto di ascoltarmi.”

Miloslav Pomarev osservò in silenzio il maggiore generale Viktor Karpuchin, quindi annuì.
Non aveva mai avuto dubbi.
Ogni operazione presenta qualche incognita. Ma ogni uomo forte supera qualsiasi incognita.
L’indomani tutto sarebbe finito.

Read Full Post »

« Newer Posts

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: