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Archive for maggio 2013

MagdalinaIl segretario di Stato, James Baker, svegliò George Bush alle tre di notte.
Dati i suoi trascorsi militari, il presidente degli Stati Uniti si alzò dal letto senza fatica, bevve un caffè molto forte e raggiunse lo Studio Ovale, dove guardò accigliato la registrazione dell’intervento di Janaev.
Un’ora più tardi, da lui convocati, arrivarono il ministro della Difesa, Dick Cheney, il Capo di Stato Maggiore, Samuel Skinner, il direttore della CIA, William H. Webster, il direttore dell’FBI, William S. Sessions, e poco dopo il comandante della Delta Force, Peter J. Schoomaker.
Sullo schermo comparve nuovamente Gennadij Ivanovic Janaev. Tutti ascoltarono in silenzio con espressione tetra. Quando le immagini finirono furono riaccese le luci.
“Signori, ci troviamo di fronte a una grave emergenza.”, esordì Bush. Si rivolse a Peter J. Schoomaker. “A quanto risulta, Gorbaciov attualmente si trova nella sua dacia, a Foros, in Crimea. Suppongo che sia sorvegliato. La Delta Force potrebbe operare un blitz?”
James Baker si guardò le unghie. Cheney fissava il soffitto. Non gli sfuggiva il fatto che, comunque fosse andata a finire, l’Urss non era più in grado di competere con gli Stati Uniti. Schoomaker annuì. “Certamente.”
La Delta Force è organizzata in tre Squadroni, A, B e C. Le sue funzioni sono sostanzialmente tre: controterrorismo, azione diretta e ricognizione speciale. Dispone di un’unità di trasporto aereo, chiamata 160th Special Operations Aviation Regiment (Nightstalkers), che è in grado di trasportare i suoi uomini in ogni parte del mondo in tempi brevissimi. A livello di efficienza, rivaleggia con il SAS britannico, con il quale peraltro ha spesso collaborato: inglesi e americani sanno di potersi fidare a vicenda.
“Per prima cosa, valuteremo la consistenza degli uomini che lo tengono prigioniero.”, disse Schoomaker. “A lume di naso, escluderei la presenza del Gruppo Alpha; è molto più probabile che i russi abbiano dislocato un certo numero di agenti del KGB, e non credo che siano molti. Non sarebbero necessari. Ritengo di poter organizzare la missione e di portarla a termine con successo nel giro di due giorni, al massimo tre.”
James Baker intervenne in tono pacato. “L’Unione Sovietica non è Porto Rico.”, osservò. “E non è neppure Cipro, Panama o la Grecia. E’ la più grande potenza del mondo, dopo gli Stati Uniti. Se l’operazione fallisse, le conseguenze sarebbero disastrose.”
Schoomaker gli rivolse uno sguardo torvo. “Non fallirà, signor ministro.”, affermò con decisione. “Così come non fallirono le operazioni che ha citato.” Schoomaker si trovava più a suo agio con Bush, perché il presidente aveva conservato una solida visione bellica, da ex aviatore.
“Non si tratta solo di questo.”, ribatté il segretario di Stato. “Non siamo nelle condizioni politiche per poter interferire negli affari interni di un altro Paese.”
Il direttore della CIA si lasciò sfuggire una risata. “Non sarebbe la prima volta, né l’ultima. Io non avrei di questi scrupoli.”
“Forse perché operiamo in ambiti diversi.”, puntualizzò Baker.
“Penso che dovremmo aspettare per vedere cosa succede.”, interloquì S. Session dell’FBI. “Credo che muoversi adesso sarebbe prematuro. Non abbiamo notizie precise. Nelle prossime ore il quadro sarà più chiaro.”
Bush passò in rassegna i volti dei presenti, meditabondo. Anche in lui il desiderio di intervenire subito era mitigato dalla prudenza e dal ragionamento.
Quando uno dei telefoni prese a squillare, assunse un’aria infastidita. “Avevo detto niente telefonate!”
Fu Baker a rispondere.
Fece un cenno al direttore della CIA. “E’ per lei.”, disse. “Patrick Keynes.”

Magdalina spense la radio.
“Devi andare assolutamente a Mosca.”, disse a Monica. “Conosco un contadino che ha una macchina. Mi deve dei favori, lo convincerò a darti un passaggio.”
L’americana scosse la testa. “Non ho la capacità di sopportare il dolore, non ho resistenza fisica. E adesso ho paura!”
Magdalina la fissò.
Quella donna aveva trovato la freddezza necessaria per sparare a Nikolaij Kuznetsov; sebbene fosse sconvolta e provata per ciò che le avevano fatto, ci era riuscita. Tuttavia, ora, le sembrava un’altra persona. Era bianca come uno straccio e quello che aveva detto non aveva molto senso. Farneticava. Magdalina sapeva che le torture, a lungo andare, lasciano segni irrimediabili, più nella mente che nel corpo. Non sapeva con certezza con quali metodi l’avessero tormentata; immaginava comunque che fossero stati terribili, tali da provocare paranoia e schizofrenia, o almeno una delle due. Pensò che Monica, alla fine, fosse impazzita.
La guardò con attenzione, concentrandosi sugli occhi. Non le sembravano gli occhi di una pazza. Assunse un tono duro, autoritario. “Sei una cekista! Per diventare tale, hai superato prove durissime. Le stesse che affrontano gli uomini e le donne del KGB. Se ti trovi qui, è perché hai una missione da compiere. Ed è chiaro che è legata a ciò che sta succedendo a Mosca. Per questo devi andare! Il resto sono sciocchezze. Parole da donnetta; ma tu non lo sei.”
Monica non replicò. Osservava un punto imprecisato della parete.
“Hanno portato via mio padre!”, esclamò la russa, improvvisamente in preda a una fredda collera. “Hanno licenziato mia madre. Ci hanno tolto la casa. Ed è stato il KGB. Tu devi fermarli!”
“Io non sono diversa da loro.”, mormorò dopo qualche istante Monica. “La CIA non è diversa dal KGB. Metodi e finalità sono simili. Quello che conta è vincere, non importa come. Mi dispiace per tuo padre, ma tu non puoi neppure immaginare quante vittime innocenti pesano sulla coscienza di Langley.” Poi rise in modo amaro. “Coscienza? Ho detto un’assurdità. Non esistono coscienza, onore, verità. Soltanto inganni, prove di forza. Io… mi tiro fuori.”
“Sarai libera di farlo, quando tutto sarà finito.”, ribatté Magdalina. “Perché tu andrai a Mosca!”
Squire si allontanò da lei. Le tremavano le mani.
“Mi sono sbagliata. Forse sei veramente una donnetta.” Magdalina le voltò le spalle.
Senza una ragione precisa – per quanto, in realtà, esista quasi sempre una ragione alla base dei comportamenti umani – Monica pensò a John Lodge, ucciso sulla soglia di casa. E pensò a come si sarebbe comportato lui, in quella circostanza.

A Roma era una splendida mattina di sole. La città era invasa dai turisti. A causa del caldo, le ragazze giravano in short e canotta e i ragazzi si tuffavano nelle fontane.
A Palazzo Chigi, in piazza Colonna al numero 370, era in corso una riunione.
Qualche giorno prima Giulio Andreotti aveva richiamato alcuni ministri dalle vacanze e adesso quelli che erano stati rintracciati, in pratica tutti meno Claudio Martelli che si trovava in Africa, sedevano ai lati del lungo tavolo. Come sempre era cosparso di candele, dato che il primo ministro non sopportava il fumo. Non rientrava nella sua natura, però, porre divieti. Gianni De Michelis, ministro degli Esteri, stava esponendo il proprio punto di vista. Con la caduta, ormai quasi certa, di Gorbaciov e l’avvento al potere di un gruppo di reazionari, sarebbe tornata la guerra fredda. Era bene che l’Italia rinsaldasse i rapporti con le nazioni del blocco arabo. Andreotti annuì. Era sempre stato un convinto assertore di una politica estera filo-araba, pur mantenendo buone relazioni con Israele, soprattutto per compiacere gli Stati Uniti. Questo era un momento particolare, dove la diplomazia avrebbe dovuto superarsi, nel nome di Machiavelli.
Il presidente del Consiglio posò le dita sottili sul piano del tavolo.
“Notizie dall’America?”, chiese.
“Da loro è notte fonda. Staranno dormendo.”, disse De Michelis. “Li sentirò più tardi.”
Non è nella mentalità italiana svegliarsi prima dell’alba. Come un inglese non rinuncerebbe mai al week-end, nemmeno in caso di emergenza, un cittadino del Bel Paese difficilmente abbandonerebbe il proprio letto alle tre di notte.
Giulio Andreotti si alzò. “Confidiamo nel Signore.”, disse con un sorriso che non si estendeva agli occhi.

Gennady Burbulis era il braccio destro di Boris Eltsin. Apprese la notizia dalla radio. Uscì subito di casa e si recò nella dacia di Eltsin. Boris non era solo. Con lui c’erano Ivan Silayev, capo del governo della Repubblica Russa, Mikhail Poltoranin, ministro dell’Informazione, il consigliere di Stato Sergei Shakhrai, e il ministro dei Rapporti economici con l’estero Viktor Yaroshenko. A breve si presentarono anche il sindaco di Leningrado e il vicesindaco di Mosca.
Eltsin stava dettando una dichiarazione di condanna del golpe alla figlia Tatiana, che batteva furiosamente i tasti della macchina per scrivere. Qualcuno gli suggerì di abbandonare al più presto l’Unione Sovietica: l’America gli avrebbe sicuramente concesso l’asilo politico.
Eltsin rifiutò con sdegno l’idea. Si domandava perché non lo avessero ancora arrestato, visto che era più progressista di Gorbaciov e che si era scontrato varie volte con lui proprio in tal senso.
Quello non fu l’unico errore dei congiurati, ma forse il più grave, sebbene allora non potessero immaginarlo.
Eltsin si versò una vodka, la bevve, quindi scaraventò il bicchiere contro una parete. “E il segretario generale?”, gridò. “E’ davvero prigioniero o anche lui è in combutta con quei quattro delinquenti?” Non lo pensava veramente, però il dubbio c’era.
Era teso e rabbioso, ma fra tutti era l’unico a non essere spaventato.
Poi l’uomo di Butka  salì in macchina e raggiunse il parlamento. Entrò nell’edificio, senza notare che un ufficiale del Gruppo Alpha lo stava osservando. D’altra parte, non aveva mai sentito nominare Miloslav Pomarev.

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Raccontami di teMARI:
Raccontami di te
ascolterò per ore
sarà come preghiera
nel silenzio tutto intorno
la testa leggera ritornerà
lasciando fuori questo dolore
che come sasso rotola
volando nei tuoi pensieri
ad occhi chiusi li vedrò
raccontami di te.

ALESSANDRA:
Aspettavo nella neve che andasse via.
Così mi aveva chiesto.
Faceva freddo, mi stringevo nel pesante giubbotto e scrutavo le finestre di quella che era stata la nostra casa. Quando si fossero spente le luci, quello sarebbe stato il segnale e avrei potuto rientrare. Avevo i piedi gelati. Come il cuore. Mentre preparava le ultime valigie – le valigie servono sempre per partire, mai per tornare – cercavo di escludere dalla memoria il grande mare dei ricordi. I bistrot e i ristorantini di Cannes, fra palme e luci; le spiaggie di Cipro, e gli internet-point; il tè del Marocco e i cieli incredibili della Tunisia. E il nostro coniglio.
Le colazioni all’alba, il profumo del caffè, i sorrisi e i discorsi, le opinioni differenti, i diversi libri amati. Un film visto di notte. Musica. Musica! E ancora musica. Questo è per sempre, pensavo.
Mai fare affidamento sulla buona sorte, perché la vita è maestra di inganni, da un lato ti tende la mano, sorridente – ma è un sorriso falso -, dall’altro prepara spirali d’angoscia.
Raccontarti di me?
Poco ho da dire, ormai quasi nulla da spartire.
Scrivo e leggo. A volte, guardando fuori della finestra, vedo ancora il cielo blu; molto più spesso, però, è del colore dell’ardesia. In questi giorni piove sempre e io detesto la pioggia, il freddo, l’oscurità.
Vorrei tornare in Francia, camminare scalza sulla sabbia, visitare ancora la città vecchia e poi la Croisette, i raggi del sole sulle onde, le bandiere che garriscono al vento, il porto vecchio e il Palais Des Dunes. Sandrine de Bois che ascoltava le fiabe di suo padre.
Vorrei che la mia vita fosse stata diversa.
Vorrei essere più buona.
– Parlami anche tu –
Non sopporto certi risvegli affannosi e solitari, quando il giorno che mi attende sembra un viaggio inutile, percorso soltanto da delusioni, amarezza, angoscia. E la sera poi…
Mi guardo allo specchio. Capelli biondi che un tempo erano simili al grano d’estate, e che ora appaiono opachi; occhi azzurri che non trasmettono nulla. Oh, le gambe, sì, quelle sono ancora belle. Per quel che conta. Poi osservo le mie conchiglie, quasi sperando che per magia mi rechino in dono l’eco del Mistral.
Se solo potessi cambiare le ore, i giorni, secondo la mia volontà – quel poco di essa che rimane – ah, saprei bene cosa fare.
Ma non puoi mutare il corso del cammino, non puoi scegliere una vita diversa, né ricostruire scenari di sogno.
Il tuo dolore è anche il mio.
Ma tu mi hai chiesto… e nessuno lo ha fatto. Questa notte strana, fra stelle scintillanti e il suono di un flauto, una birra gelata e il sapore delle fragole di bosco… questa notte lontana e tuttavia presente… questa notte aprirò il mio cuore.
Ti racconterò di rondini e farfalle. Ti racconterò di amori e di speranze. Lo farò, perché tu lo aspetti.
Ti racconterò di me.

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Maggiore Miloslav PomarevLa mattina successiva, il maggiore Miloslav Pomarev scese dal letto un minuto prima che suonasse la sveglia.
Fece la doccia e si rasò con calma; quindi, consumò un’abbondante colazione che comprendeva pane, burro, marmellata, uova, pesce affumicato, cetrioli e tè. Dopo aver mangiato, aprì l’armadio. Scartò la mimetica, perché non era in procinto di andare a Kabul, com’era accaduto nel 1979, quando il Gruppo Alpha aveva conquistato in pochi minuti il palazzo di Hafisullah Amin. Indossò, invece, l’uniforme regolamentare, con la grande “A” rossa circondata di azzurro e di giallo. Per la stessa ragione ignorò il giubbotto antiproiettile. Da un cassetto prese la Sig Suer P226.
Una Chaika nera, priva di contrassegni, lo aspettava sotto casa. A bordo c’erano l’autista e un tenente. Pomarev prese posto sul sedile posteriore. Mentre l’auto correva per le vie deserte di Mosca, abbassò il finestrino e si sporse per scrutare il cielo ancora scuro. Si sentiva lucido e concentrato. Ogni cosa era stata già predisposta da tempo, ogni particolare esaminato, vagliato e riesaminato; e dal sopralluogo che aveva effettuato due giorni prima aveva tratto la certezza che tutto sarebbe filato liscio.
Lo spiegamento di forze che appoggiava il colpo di Stato era impressionante:  l’Armata Rossa, che nell’occasione schierava le divisioni Tamanskaya e Kantemirovskaya, rispettivamente secondo e quarto Corpo corazzato della Guardia, e la quasi totalità del KGB, appoggiato dal Gruppo Alpha e dal Gruppo Vympel.
La Chaika si fermò davanti al palazzo della Lubjanka e Pomarev scese per conferire con alcuni ufficiali, impartendo gli ultimi ordini. Quando l’unità al suo comando fu pronta, imboccarono il lungofiume Sofiskaja e passarono accanto all’ambasciata britannica. Pochi minuti dopo erano nei pressi della Duma.
La Duma è il parlamento russo e dai tempi di Stalin non contava assolutamente nulla, dato che era Josif a prendere tutte le decisioni; in seguito aveva continuato a non contare, poiché il potere effettivo, in Unione Sovietica, era nelle mani del Politburo e, in particolare, del segretario generale del PCUS. Ciò nonostante, aveva un elevato valore simbolico. Compito di Pomarev era occuparla.
Il maggiore aspettò che sorgesse il sole, che si levò alto e radioso; poi che dall’alba si passasse al mattino. Attendeva il comando definitivo dal maggiore generale Viktor Karpuchin.

Qualche ora più tardi, due persone ascoltarono davanti al teleschermo il discorso del vicepresidente Gennadij Ivanovic Janaev. Una di queste due persone era confinata nella sua dacia in Crimea e stentava a vedere bene le immagini e a capire con chiarezza le parole di Janaev. Durante la notte, la televisione era stata riparata, però non funzionava in modo perfetto.
L’altra persona si trovava a Dresda, in Germania, e scuoteva la testa.
Totalmente sprovvisto di carisma e di capacità oratoria, Gennadij Janaev si esprimeva in maniera incerta e, quando rispose alle domande dei giornalisti, si mise a farfugliare, dichiarando comunque che “l’amico Gorbaciov” era gravemente malato e non sarebbe tornato a Mosca prima di sei mesi. A parte questo, annunciò che una revisione critica delle ultime decisioni prese dal segretario generale aveva portato lui, il presidente del KGB, Vladimir  Kryuchkov, il ministro della Difesa, Dmitry Yazov,  il ministro degli Interni, Boris Pugo e altri personaggi di spicco, a riconsiderare il quadro politico. Sarebbero state prese decisioni conseguenti.
Quando il titubante Janaev terminò di parlare, in Germania e in Crimea i due televisori vennero spenti.
A Dresda, Vladimir Putin considerò freddamente che aveva fatto molto bene ad appoggiare soltanto moralmente il golpe; nella dacia di Foros, Michail Gorbaciov, furibondo, rilasciò una dichiarazione con mezzi di fortuna, utilizzando una vecchia cinepresa, nella quale accusava Janaev di aver violato la legge e la Costituzione.
Il fido Anatolij Verganskij, l’uomo che aveva lavorato fino a tarda ora per riparare il televisore, si mise all’opera con grande impegno, ma la registrazione era mossa e si interrompeva spesso.
Tuttavia Gorbaciov parlò con forza ed eloquenza. “Io mi sono opposto all’ introduzione dello stato d’emergenza nel Paese, però nessuno ne ha voluto tener conto, e sono stato isolato e messo in stato d’arresto con tutti quelli che sono con me. Dicono che le mie condizioni di salute sono gravi, ma, come vedete, io sto benissimo”.
Poi Anatolij aprì la cassetta registrata, la riprodusse quattro volte, estrasse il nastro con cautela e lo consegnò alla moglie che lo tagliò in quattro segmenti uguali da distribuire a quattro “messaggeri”. La segretaria personale di Michail se ne infilò una copia nelle mutande.

Altri tre uomini assistettero all’impacciata apparizione televisiva di Janaev.
La loro reazione variava, oscillando fra perplessità e disgusto.
Subito dopo, uscirono da Yazenevo e si diressero verso Mosca. Lebedev, Yarbes e Weber, accompagnati da un autista, guidavano un piccolo corteo di cinque automobili, dove erano stipati gli agenti della prima direzione centrale rimasti fedeli a Gorbaciov.
Prima della loro partenza, Olga aveva chiesto di potergli accompagnare. Sebbene fosse ancora attratto da lei, anche se solamente a un puro livello sessuale, il rezident di Londra l’aveva già giudicata e condannata. Le sorrise tiepidamente, rifiutando l’offerta. “Non è un posto da donne.” Olga insisté. “Sono forte e vigorosa, potrei esservi utile.”
Non ottenne risposta.
Durante il tragitto, Lebedev si rivolse a Martin Yarbes. “Quando incontrerò di nuovo Patrick Keynes, gli regalerò una cassa di Moskovskaya.” disse.
Yarbes rifletté sul fatto che a Keynes piaceva solo il bourbon.
I pensieri di William Weber si soffermavano sull’immensa disparità di forze. “Oh, beh.”, si consolò. “Anche la Luftwaffe sembrava invincibile, ma poi i nostri aquiloni hanno vinto.”
Si insegnavano molte cose al MI6, fra le quali una, che Weber considerava la principale: era vietato arrendersi. In qualsiasi circostanza e a fronte di qualunque pericolo. Questa era stata la grande lezione di Sir George Mansfield Smith-Cumming, il primo direttore, e si sarebbe tramandata per sempre.

Magdalina non possedeva una televisione, però aveva una vecchia radio. Spinta da un presentimento, Monica la pregò di accenderla. Le due donne avevano trascorso la notte insieme. Prima di cenare, avevano scavato una fossa nel bosco per seppellire il cadavere di Kuznetsov. Avevano scelto un luogo isolato nel folto degli alberi: lì nessuno lo avrebbe mai trovato. Malgrado le percosse subite, Magdalina era molto più in forma di Squire e aveva svolto la maggior parte del lavoro; ciò nonostante Monica, esausta, era andata a dormire subito dopo aver mangiato.
Magdalina era rimasta alzata sino a notte inoltrata, intenta a riflettere. Doveva la vita a Monica e, benché lo considerasse pericoloso, cercava il modo migliore per farle raggiungere Mosca.
Alla radio interruppero un programma di canzoni cosacche. La voce incerta di Janaev echeggiò nella stanza. La russa e l’americana ascoltarono in un silenzio teso.

Nella sua camera, perennemente chiusa a chiave, dove peraltro riceveva un trattamento di riguardo, cibo buono e abbondante, giornali e riviste inglesi da leggere, il Bastardo, al secolo John Wyman, fu l’ultimo a spegnere la tv. Da eccellente giornalista qual era, si rammaricò di non poter procedere immediatamente con interviste, commenti e analisi che avrebbero dato vita a una serie di fantastici reportage. Visualizzava già i titoli sui principali quotidiani di tutto il mondo.
E da attento osservatore, fornito di vasta esperienza, si domandò perché i congiurati avessero scelto un imbecille come portavoce. Non gli era sfuggito che, mentre parlava, gli tremavano perfino le mani.

Ma, se Janaev si era dimostrato impacciato e poco brillante, di tutt’altro spessore erano le forze speciali che si stavano predisponendo ad attaccare il parlamento.
Pomarev notò che si andava formando un assembramento, evidentemente ostile al golpe. Guardò con disprezzo quella piccola folla. Nessun problema, pensò. Seguiremo l’esempio degli zar.
Il che significava sparare su tutti quelli che avevano intenzione di opporsi, uomini o donne che fossero.
Chi fosse scampato, sarebbe finito a Lefortovo, in mezzo ai topi.
Un uomo alto, dalle spalle ampie – in seguito si sarebbe scoperto che aveva combattuto con valore in Afghanistan – mosse un passo verso il maggiore del Gruppo Alpha. Aveva un’espressione minacciosa.
Senza esitare, Pomarev estrasse la pistola e fece fuoco.
L’anziano soldato crollò a terra, esanime.

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La valle di PhilPhil aveva acquistato il pick-up prima di partire per la Green Valley. Era indispensabile avere un mezzo sicuro e affidabile, e a parte questo la sua vecchia Honda gli avrebbe ricordato un passato che invece voleva dimenticare e un genere di vita che adesso disprezzava. Salì a bordo con il pensiero rivolto alle due donne. Quella sera avrebbe sistemato tutto, trovando un modo per farle andare nuovamente d’accordo. Aveva cambiato idea: non avrebbe parlato soltanto con Elizabeth, ma anche con Patsy. Poi le avrebbe invitate a vuotare il sacco. “Vi do un’ora di tempo per insultarvi e dirvi in faccia tutto quello che pensate. Alla fine vi chiederete reciprocamente scusa. E saranno scuse sincere, perché avrete capito ciò che esasperava l’altra. Sarà sufficiente cambiare atteggiamento e andrete di nuovo d’amore e d’accordo.”
Sono un genio.
Accese il motore, e in quel momento lo sportello si spalancò improvvisamente dalla sua parte.
Phil si girò di scatto, sorpreso.
Sugar gli stava puntando una pistola contro.
“Sei impazzito?”
Jack Straw sorrise, mostrando i denti. “Per niente! Vedi, amico mio, io sono abituato a ottenere quello che voglio. E dato che con te le buone non hanno funzionato, mi trovo costretto a cambiare metodo.” Lo colpì con violenza in pieno viso. Phil provò un dolore atroce; per qualche orribile istante pensò di essere diventato cieco: la vista gli si oscurò, come se fosse avvolto in un mondo di tenebra.
Jack fece il giro del pick-up e si sistemò sul sedile del passeggero. Mentre teneva d’occhio Phil, chiamò Tom con il cellulare. “Ho convinto l’hippy. Seguici!” Tolse la comunicazione e aspettò che la sua vittima si riprendesse. Quando gli sembrò più o meno cosciente, indicò la strada davanti a sé. “E ora mi porterai nella tua dannata valle. Ti ho detto che devo scrivere un libro ed è esattamente quello che farò. Stai tranquillo, quando avrò finito pagherò per il disturbo.”
Malgrado lo stordimento e il dolore, Phil riuscì a rispondergli in maniera sarcastica. “Uno scrittore che va in giro armato?”
“Uno scrittore che va in giro armato. E adesso basta con le chiacchiere. Andiamo!”
Phil non si mosse.
Jack Straw gli premette la canna della rivoltella sulla tempia.
Phil ingranò la marcia.

La capanna in cui vivevano aveva un unico locale, però molto spazioso. Sulla destra, vicino all’ingresso, c’era un letto matrimoniale; in mezzo, il tavolo dove mangiavano, con quattro sedie; in fondo, una credenza che conteneva tutto quello che serviva. Sulle pareti avevano appeso delle foto. Elizabeth osservò la più grande: li ritraeva tutti assieme; sorridevano e avevano l’aria felice. Era stata scattata poco prima che partissero da Los Angeles. Liz provò un moto di malinconia. Aveva sperato che le cose andassero diversamente. Phil era soddisfatto. Lei e Patsy, invece, erano impegnate in una competizione estenuante. Ma ora aveva trovato il “suo” piano. Decise di incominciare proprio con Patsy. “Come stai, tesoro?”
Patsy le lanciò un’occhiata interrogativa. Era forse da un anno che non si scambiavano vezzeggiativi. “Niente di speciale.”, rispose.
Liz si sedette sul bordo del letto e le prese una mano. “Desidero parlarti.”, disse. Scelse con cura le parole. “Stavo guardando quella foto”, la indicò con un dito, “e mi sono resa conto di rimpiangere quei tempi. Eravamo contenti, non litigavamo mai, stavamo realizzando un sogno. Adesso è tutto diverso. Tu sostieni di amarmi, e forse in parte è vero, tuttavia lo dici soltanto quando stai godendo. In realtà, non mi sopporti. E…” Trasse un profondo respiro, prima di continuare. “E non posso darti torto. Spesso mi comporto male. Sono antipatica e scorbutica. Ecco volevo che tu sapessi questo: da oggi tornerò la Liz degli inizi.”
Patsy era sconcertata. Quel discorso l’aveva presa completamente alla sprovvista; non si sarebbe mai aspettata una manifestazione di umiltà da parte di Elizabeth. Se avesse seguito il suo istinto, avrebbe colto la palla al balzo per infierire su di lei. Ma sarebbe stato un errore. Visto che la sua avversaria deponeva le armi, poteva fare altrettanto. Un clima più disteso le avrebbe permesso di concentrarsi con maggiore tranquillità sull’obiettivo che si era prefissa: conquistare definitivamente Phil ed escludere Liz dalla loro vita. “Hai ragione su un punto.”, disse. “Una volta eravamo più felici. Però hai torto addossandoti tutte le colpe. Ho anch’io le mie responsabilità. In quanto all’amore… io ti amo veramente, anche se non andiamo molto d’accordo.” Cercò di sorriderle nel modo più dolce possibile. “Ti amo veramente!”, ripeté con un tono di voce che dentro di sé giudicò semplicemente irresistibile. Avrei dovuto fare l’attrice.
Liz ricambiò il sorriso. Dopo un momento di esitazione, disse: “Anch’io ti amo.”
Si chinò su di lei e la baciò sulla bocca.

Uscirono dal paese, dirigendosi verso le montagne. Il primo tratto di strada era agevole: il fondo era asfaltato e le curve larghe e sicure. Si lasciarono alle spalle campi e vigneti, superarono una fitta foresta di pini, quindi attraversarono un ponte. Da lì in avanti il percorso diventava tortuoso, inerpicandosi fino a un passo. Poi ci sarebbe stata una lunga discesa, seguita da una salita ancora più ripida. Quando furono in cima alla montagna, Jack Straw ordinò a Phil di fermare il pick-up. La Chevrolet si arrestò a pochi metri di distanza.
Tom effettuò una strana manovra che lo portò a posizionare la macchina con il muso rivolto verso il bordo della strada. Sotto c’era un burrone. In fondo al burrone, un lago. “Scendi.”, disse Jack. Si trovavano a oltre mille metri di altezza; sebbene fosse mattino inoltrato, l’aria era fredda. Jack si guardò intorno: non c’era anima viva. Perfetto. Non avrebbero mai trovato la Chevrolet; in quella valle sarebbero stati assolutamente al sicuro. L’hippy gli aveva detto che viveva con due ragazze. Jack Straw si domandò se erano attraenti; forse ci sarebbe stato anche da divertirsi. Sogghignò, mentre si rivolgeva al suo prigioniero. “Aiutalo!”
Tom stava spingendo l’automobile verso il precipizio. Fu in quel momento che Phil capì che si trovava in un grosso guaio. Già da prima la situazione non era idilliaca; ma se intendevano disfarsi della macchina, questo poteva significare solo una cosa: che, nella migliore delle ipotesi, in seguito avrebbero rubato il pick-up. Non volle pensare a un’eventualità peggiore. Doveva mantenere la calma e ragionare con lucidità, senza farsi prendere dall’ansia. Mentre aiutava Tom, recitò mentalmente un mantra.
La Chevrolet precipitò nell’abisso.
Phil risalì sul pick-up con le idee più chiare. Sugar e il suo compare erano due delinquenti. Quasi certamente la polizia gli stava dando la caccia. Ecco perché volevano andare nella Green Valley: cercavano un posto dove nascondersi. Elizabeth e Patsy erano in pericolo.
Ma lui non avrebbe permesso che venisse fatto loro del male.
Non nella sua valle.

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