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Archive for aprile 2013

Maggiore Miloslav PomarevNessuna persona dotata di buon senso avrebbe aiutato una cittadina americana. Cosa ci faceva in Unione Sovietica? Perché volevano ucciderla? La risposta era semplice: quella Monica apparteneva alla CIA, era una cekista. Con Gorbaciov le cose erano in parte cambiate, però tutti sapevano che a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, e forse anche da prima, gli Stati Uniti avevano congiurato per distruggere la Russia.
Questo avrebbe pensato un russo provvisto di un minimo di cultura.
E, malgrado le apparenze, a Magdalina la cultura non faceva difetto.
Se lavorava nei campi fino a spaccarsi la schiena, ciò era dovuto alle circostanze della vita, che – un tempo che ora le appariva assai lontano – era stata molto diversa, e ben più felice.
Suo padre aveva letto tutti i grandi – Dostoevskij, Tolstoj, Gogol, Puskin – spesso procurandosi quei libri in maniera illecita, poiché alcuni di essi erano proibiti, e le aveva insegnato ad amarli.
Magdalina ricordava il volto e il nome di chi era venuto a prenderlo: Nikolaij Kuznetsov. Kuznetsov era un ufficiale di grado non elevato della seconda direzione centrale del KGB. In seguito avrebbe fatto carriera, ma questo lei non lo sapeva. Quello che sapeva era che il papà non era mai più tornato e che la casa dove allora abitavano gli era stata tolta, che a sua madre era stato negato un lavoro e che lei aveva dovuto arrangiarsi.
Era forte e ci era riuscita.
Ma odiava il KGB.
Suo padre non aveva fatto nulla di male. Come uomo politico di basso rango, aveva semplicemente esposto con franchezza le ragioni per cui il regime lo aveva deluso. Forse era un sognatore, di certo non si era dimostrato molto realista.
Magdalina fissò l’americana. “Puoi fermarti a casa mia.”, disse. “Domani un mio amico andrà a Mosca per una consegna. Ti nasconderai nel suo camion.”
“Spasibo.”, disse Monica.
L’altra fece un gesto vago e la precedette lungo un sentiero tortuoso. Quella sera consumarono una cena a base di salsicce e pane nero.
Il mattino dopo, Monica abbracciò Magdalina e salì sul camion.

La dacia di Michail Gorbaciov si affacciava sul Mar Nero.
Era circondata da un bosco recintato, oltre al quale c’era la strada che conduceva a Sebastopoli e, in senso opposto, a Jalta.
Quel giorno, il 18 di agosto, a metà di un caldo pomeriggio, Anatolij Cernjaev, alto funzionario del Comitato Centrale del PCUS e assistente del segretario generale, notò stupito le macchine nere che, indisturbate, raggiungevano l’abitazione. Si chiese se le guardie erano impazzite. Più tardi avrebbe scoperto che la prima guardia del corpo di Gorbaciov, Medvedev, aveva fatto le valigie e aveva lasciato la dacia. In seguito Medveded si sarebbe giustificato, dichiarando di aver ricevuto un ordine scritto dal capo della sicurezza, Plekhanov.
Poi Anatolij vide scendere da una delle auto il presidente del KGB, Vladimir Alexandrovich Kryuchkov, seguito da altri influenti personaggi.
Cernjaev li scrutò, perplesso. Pensò che fosse scoppiata un’altra centrale nucleare oppure che il KGB avesse arrestato una spia britannica o americana in possesso di informazioni esplosive. Prese il telefono per avvisare il segretario generale, ma la linea era muta. Fu colto da un forte sospetto e, in preda all’ansia, si precipitò da Gorbaciov. Venne bloccato da due uomini della seconda direzione centrale.

Il capo dell’Unione Sovietica, il secondo personaggio più potente del mondo, ascoltò in silenzio ciò che Kryuchkov aveva da dirgli. Fu assalito da una fredda collera. Lanciò un’occhiata colma di disgusto al documento che aveva davanti a sé e scosse la testa. “Niet!”, disse respingendo la penna che gli veniva offerta.
Il documento stabiliva l’introduzione dello stato d’emergenza e le dimissioni di Gorbaciov, al quale sarebbe subentrato Janaev. Gennadij Ivanovic Janaev era il vicepresidente dell’Unione Sovietica.
Gorbaciov liquidò freddamente gli sgraditi ospiti. Prima di andarsene, Kryuchkov si rammaricò per la mancata firma e lo informò con gentilezza che la dacia era isolata e che lui avrebbe dovuto fermarsi lì in attesa dell’evolversi della situazione. Lo disse in modo quasi timido, poiché Michail Gorbaciov gli incuteva soggezione.
Quello che Kryuchkov non sapeva era che un  uomo di nome Anatolij Verganskij era un tecnico capace ed esperto e che avrebbe lavorato tutta notte per rimettere in funzione radio e televisione.
La risposta di Gorbaciov non fu gentile.
Pochi minuti più tardi, il generale del KGB, rimasto a guardia della dacia, bussò alla porta del medico personale di Gorbaciov, Boris Golentsov, e gli chiese di firmare un certificato che attestasse la gravità delle condizioni di salute del segretario del PCUS. Accennò vagamente a un complotto degli Stati Uniti per screditare Gorbaciov. Il medico pensò che quella storia non si reggeva in piedi.

Pomarev fu informato della fuga di Monica Squire il mattino del giorno successivo. Per tutta la giornata precedente si era reso irreperibile. Quando apprese la notizia, per un attimo perse il suo abituale, glaciale, autocontrollo: divenne rosso in viso e scaraventò per terra tutto quello che si trovava sulla sua scrivania.
Poi riacquistò la calma e guardò freddamente l’uomo che era di fronte a lui. “I responsabili finiranno a Lefortovo. In ogni caso, quella donna non deve lasciare viva l’Unione Sovietica; è a conoscenza di troppe cose. Questo vale anche per altre tre persone. Si metta immediatamente in contatto con il capitano Nikolaij Kuznetsov, alla Lubjanka.  Che venga  qui: al più presto.”
“Va bene, compagno maggiore.” Il sottoposto, dopo aver raccolto gli incartamenti, il telefono e il resto di quello che Pomarev aveva gettato sul pavimento, uscì dall’ufficio. Pomarev rifletté. Quel pomeriggio Kryuchkov avrebbe conferito con Michail Gorbaciov per convincerlo a firmare un documento che, in pratica, sanciva la sua caduta. Tempo perso, pensò l’ufficiale del Gruppo Alpha. Gorbaciov non avrebbe mai firmato. Un viaggio inutile. Al pari dei suoi colleghi, l’ex direttore della prima direzione centrale e attuale presidente del KGB, si stava dimostrando alquanto ingenuo. Eppure, a differenza di Janaev, avrebbe dovuto conoscere gli uomini. Aveva lavorato sotto Andropov: sebbene non fosse mai stato un agente segreto operativo bensì un apparatchick, possibile che avesse imparato così poco? Per fortuna, lui, Miloslav Pomarev, li conosceva a fondo. Quello che immancabilmente funzionava, con uomini e donne, era la paura. Subito dopo, il dolore. E l’indomani paura, dolore e sangue avrebbero cambiato per sempre l’Unione Sovietica. Sarebbe stato lui con le sue forze speciali a prendere la Duma, lui a garantire il ritorno all’antica grandezza della nazione russa.
Molte teste sarebbero cadute. E dopo… gli armeni, i ceceni, tutti i popoli inferiori dell’Urss, sarebbero stati rimessi in riga dai loro padroni. Altro che pretese di indipendenza! Infine, un giorno non troppo lontano l’Armata Rossa si sarebbe riversata di nuovo nell’Europa Orientale e, perché no, anche oltre.
Esaminò la piantina di Mosca che aveva estratto dalla borsa, quindi andò ad attaccarla a una parete dell’ufficio. Era disseminata da circoletti e da quadrati tracciati in rosso e in blu che rappresentavano i vari obiettivi da colpire. Benché il piano fosse pronto già da settimane, il giorno prima lo aveva riesaminato meticolosamente, ispezionando i luoghi principali. Annuì, soddisfatto.
Quando arrivò il capitano Nikolaij Kuznetsov, Pomarev era tornato di buon umore.

Mentre il maggiore del Gruppo Alpha spiegava a Kuznetsov il metodo migliore per catturare Squire, in Germania, a Dresda, Vladimir Putin tirava le somme.
Dato che l’americano non era riuscito ad avvicinare Gorbaciov, il golpe molto probabilmente avrebbe avuto successo.
Di conseguenza, nello spazio di qualche anno, egli avrebbe eliminato politicamente, a uno a uno, tutti i congiurati. Si sarebbe mosso con astuzia e con calma, senza commettere passi falsi. Lo aveva programmato da tempo: sarebbe diventato il nuovo zar di tutte le Russie.

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IL SORRISO DI MARTA

Il sorriso di MartaIl vecchio sedeva su una panchina del parco comunale. Attorno a lui, alcuni bambini giocavano a pallone, strillando e litigando per ogni presunto fallo commesso; poco più distante, due mamme sospingevano le rispettive carrozzine, chiacchierando in tono sommesso e lieve. Benché fosse una bella giornata di sole, allietata da un cielo incredibilmente azzurro, faceva molto freddo. Il vecchio si strinse nel liso cappotto di Loden, che non cambiava più da quando era morta sua moglie. Cercava di godersi gli ultimi raggi di quel pomeriggio invernale, e la sua mente distratta vagava senza un percorso stabilito; non pensieri, piuttosto frammenti di passato che filtravano dalla memoria in ordine sparso, a volte addirittura in modo incongruo. Le serate di maggio, avvolte nella tiepida aria primaverile; gli occhi scuri delle ragazze che si avviavano alla funzione tenendosi sottobraccio; l’odore dei campi che rilasciava il sapore del sole fin lì trattenuto.
E poi Marta. Era la più bella fra loro. Se il vecchio si concentrava riusciva ancora a scorgerne il profilo nella mente, la cascata di capelli scuri, ricci e ribelli, il sorriso che aveva una nota vagamente sfrontata e irridente, ma che nello spazio di un breve istante sapeva trasformarsi in un’espressione che pareva contenere tutta la dolcezza di questo mondo. Il vecchio non rammentava più quando si erano scambiati il primo bacio; tuttavia, sebbene fosse simile a un’onda uguale a moltitudini di altre, ne conservava intatto il ricordo: le labbra dapprima timide e incerte, quasi timorose di congiungersi; il profumo della bocca di lei; la passione che improvvisa divampava nel basso ventre di lui.
Gli ultimi raggi di sole illuminarono un rettangolo di prato, ritagliando una zona luminosa, mentre il resto del parco si avviava al congiungimento con la sera. I bimbi lasciarono la loro partita in sospeso, rimandandola all’indomani; le mamme si allontanarono, dirette ai preparativi per la cena. Un soffio di vento freddo calò improvviso dalla montagna che sovrastava il paese. Ma il vecchio rimase seduto ancora un po’. Impressioni sfilacciate nella mente. Lampi di passato che emergevano, crudeli come squali. Altri più dolci. Il pensiero della morte della moglie allontanato a viva forza dalla soglia del cervello, cacciato, bandito. Sostituito infine da altri ricordi sfilacciati, tramonti e albe, il respiro del mare e i colori di un bosco autunnale… tappeti di foglie e grandi alberi spogli. La lontana musica di un organo in una chiesa ormai dimenticata. Ed eccoli nuovamente: gli artigli della disperazione che lo avevano ghermito quando aveva sentito quelle parole.
Prognosi infausta.
Il sorriso di Marta. Il vuoto lasciato da Marta.
“No, non pensare!”, si disse il vecchio, alzandosi dalla panchina.

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La valle di PhilLa valle è circondata da imponenti montagne. Un ruscello attraversa i campi che si stendono a perdita d’occhio fino al limitare di una foresta di pini. Sull’altro lato, quello a meridione, una strada sterrata scende da una gola, serpeggiando per poi arrestarsi all’improvviso davanti a una grande cancellata di legno.
L’aveva costruita Phil. Nelle sue intenzioni doveva costituire una specie di baluardo, un modo per impedire al mondo esterno di invadere quello che considerava il suo territorio. Elizabeth lo aveva spesso deriso, vedendolo sudare sotto il sole cocente d’agosto, mentre trasportava una quantità di tronchi d’albero e costruiva una palizzata che lei giudicava assolutamente inutile. Nessuno sarebbe comunque mai passato da quelle parti. I campeggiatori si fermavano prima della gola, quando la carrozzabile si interrompeva bruscamente per trasformarsi in un sentiero pieno di buche e di sassi. In quel punto non mancavano né prati né acqua, dato che c’era un piccolo lago adatto alla pesca. Perciò era lì che piazzavano le loro tende. A nessun altro sarebbe venuto in mente di spingersi fino alla valle. D’inverno poi la strada diventava impraticabile. Era un luogo perfetto per vivere isolati.
Ciò nonostante, mossa a pietà, aveva finito per dargli una mano. Era una ragazza alta e atletica, con folti capelli scuri e occhi di un verde intenso che sembrava variare a seconda del tempo o forse del suo umore. Aveva gambe lunghe e slanciate che gli shorts mettevano generosamente in evidenza. Non era graziosa, ma molto attraente. Alla fine anche Patsy li aveva aiutati, sebbene a malincuore. Era una biondina esile e non era in grado di svolgere lavori troppo pesanti; in genere, preparava da mangiare e teneva pulita la capanna di legno dove vivevano tutti e tre in un unico locale. Patsy aveva grandi occhi azzurri e un viso dai lineamenti delicati. Benché piccola di statura, aveva sempre stregato gli uomini per la sua bellezza e per il fascino magnetico che esercitava.
Vivevano nella valle da due anni, ed erano amanti. Si consideravano una vera famiglia, ed erano intransigenti nei confronti di una società che reputavano corrotta e ipocrita. Phil andava a letto con le due donne, e Patsy ed Elizabeth facevano l’amore assieme. Ciascuno si riteneva libero di fare sesso quando e come voleva, ma anche di evitarlo se in quel momento non gli aggradava. Non esistevano vincoli di sorta: a differenza del matrimonio, il loro rapporto si basava sul rispetto e sulla mancanza di gelosia. Il matrimonio era un’istituzione falsa e bigotta, una specie di contratto che comportava obblighi e doveri.
Phil amava con la stessa intensità entrambe le donne, e sapeva di essere pienamente corrisposto. Elizabeth e Patsy non si amavano, tuttavia avevano accettato quella situazione, perché, per motivi differenti, ambedue detestavano la cosiddetta società civile. Inoltre, provavano una forte attrazione reciproca e talvolta escludevano Phil dai loro rapporti sessuali.
L’idea era stata di Phil. Aveva scoperto quella valle quasi per caso, aveva convinto le due donne a seguirlo e, malgrado qualche disagio iniziale, era consapevole di averle rese felici. Non avevano luce, né gas, né telefono. Si lavavano nel ruscello e si nutrivano con i prodotti della terra.
All’inizio, Patsy aveva causato qualche problema: le piaceva l’idea, però le mancavano le comodità, la televisione, il computer. Ma alla fine si era adattata, anche se ogni tanto diventava ostile e lunatica. Una notte di sesso con Phil o con Elizabeth risolveva il problema, e il mattino dopo era nuovamente allegra e gentile. Si era portata una gonna lunga, perché diceva che “faceva molto far-west”, e a differenza di Elizabeth non metteva quasi mai i pantaloncini corti. Era un vezzo che divertiva Phil, ma che irritava Elizabeth.
Liz aveva un carattere forte e Patsy non era da meno: generalmente erano loro a litigare; ma Phil trovava sempre un modo per riappacificarle. Quella gonna in effetti non era molto pratica però le stava d’incanto, specie quando scioglieva i capelli che erano biondi e le arrivavano alla vita. Elizabeth aveva un solo paio di scarpe da ginnastica che teneva sempre slacciate, Patsy un’intera collezione di calzature, molte delle quali scomode per il tipo di esistenza che conducevano. Phil capiva che era un modo per rimanere ancorata al passato. Fra le due, era lei che a volte rimpiangeva Los Angeles; ma non se ne sarebbe mai andata e in ogni caso lui non glielo avrebbe permesso.
Alla sera cenavano molto presto e poi si siedevano sotto al rudimentale portico, fumando uno spinello e guardando il sole tramontare dietro le montagne. Phil non si limitava a coltivare l’orto e aveva impiantato una coltivazione d’erba. Una volta al mese saliva sul suo pick-up e affrontava un viaggio di tre ore per raggiungere il paese più vicino. Comprava solo quello che riteneva indispensabile e che non potevano procurarsi in altro modo. Qualche bistecca, una damigiana di vino, un paio di stecche di Marlboro, una cassetta di birre. Avevano un fondo comune di alcune migliaia di dollari: non sarebbe durato in eterno; ma ci avrebbero pensato al momento opportuno. Phil si sarebbe inventato qualcosa e, comunque, quei soldi sarebbero stati sufficienti per almeno tre o quattro anni. Male che fosse andata, avrebbero rinunciato alle sigarette e ai liquori. Non possedevano armi da fuoco, ma Phil avrebbe potuto costruire un arco e andare a caccia di qualche coniglio selvatico. Oppure sarebbero diventati completamente vegetariani.
Phil aveva una mentalità positiva e una grande fiducia in se stesso.
Prima di lasciare Los Angeles, si occupava di transazioni finanziarie ed era considerato un asso nel suo campo. Guadagnava e spendeva molto, indossava abiti alla moda e calzava scarpe italiane. Di giorno lavorava e alla notte andava a divertirsi. Poi aveva conosciuto Elizabeth e si era innamorato di lei. Era stato proprio allora che si era reso conto che stava conducendo una vita insulsa, basata su ideali fasulli. Aveva incominciato a odiare il suo lavoro e a disprezzare le persone che frequentava.
Una sera si ubriacò e, mentre tornava a casa sbandando pericolosamente, ebbe come un’illuminazione. Voleva un’esistenza diversa, senza macchine, uffici e strade affollate. Voleva aria pulita, incontaminata, e grandi distese di verde. Sognava una valle isolata incuneata fra alte montagne. Una vita nuova, libera, a costante contatto con la natura. Ne parlò con Elizabeth, le svelò che frequentava anche Patsy, e le propose di seguirlo. Elizabeth decise d’impulso. Patsy chiese di poter riflettere. Phil le portò a casa sua e le persuase ad andare a letto assieme. Funzionò e poche settimane dopo partirono. Phil sapeva essere molto convincente; inoltre era dotato di un istinto infallibile e aveva capito che, sebbene fossero due donne profondamente diverse o forse proprio per quello, entrambe erano insoddisfatte. E lui le aveva regalato un sogno. Senza contare che era un grande amante.
Quel mattino andò in paese. Come sempre era in jeans, camicia a quadri e sandali. A differenza di un tempo, adesso portava i capelli lunghi e si era fatto crescere la barba.
Partì poco dopo l’alba. Le donne stavano ancora dormendo abbracciate. La sera prima era scoppiato un litigio: Elizabeth aveva accusato Patsy di lavorare poco e Patsy aveva ribattuto seccamente che non intendeva accettare ordini da lei. Ma Phil ci sapeva fare: aveva sedato la lite, arrotolato uno spinello, suonato un brano country alla chitarra e reso l’atmosfera nuovamente tranquilla. Come spesso accadeva, poi avevano fatto sesso.
Uscì dal capanno, assaporando l’aria fresca e pungente del mattino. Si preannunciava una stupenda giornata di fine estate, il periodo dell’anno che prediligeva. Rivolse lo sguardo alle montagne, provando una profonda sensazione di gioia: amava quel luogo e non lo avrebbe mai lasciato; tutto quello che aveva fatto prima di trasferirsi lì gli appariva privo di senso. Trasse un profondo respiro e andò a lavarsi al ruscello.
Mentre guidava decise che avrebbe parlato con Liz. Si comportava in maniera troppo aggressiva con Patsy, e anche se il più delle volte aveva ragione, Phil non voleva che la loro unione venisse rovinata. Non sopportava tensioni e silenzi ostili, voci alterate e frasi minacciose; desiderava unicamente la pace, la tranquillità e una vita serena. Phil temeva che Patsy si stancasse e decidesse di tornare a Los Angeles. Naturalmente glielo avrebbe impedito; però poi le cose non sarebbero più state le stesse. Sebbene fosse chiaro che il loro era un rapporto a tre, c’era il rischio che Elizabeth e Patsy inconsciamente si sentissero rivali. E questo non doveva succedere. In qualche modo avrebbe risolto la questione: Phil era ottimista per natura.
Quando parcheggiò il pick-up davanti all’emporio, il sole splendeva alto nel cielo.
Phil era un uomo alto, non particolarmente bello tuttavia carismatico. Era difficile che passasse inosservato. I capelli lunghi, la barba, i sandali, lo facevano apparire una via di mezzo fra un hippy e un contadino. Ma non aveva l’aspetto di un contadino.
Attraversò la strada senza notare che qualcuno lo stava osservando con molta attenzione.

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