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Archive for febbraio 2013

Il ragazzo che amava ValentinaI racconti non si sa come nascono. Non vanno mai spiegati. Talvolta sono solo sogni destinati a perdersi nelle onde del mare. Capita che parlino di angeli. O di demoni. Oppure di un ragazzo che amava Valentina.
La sera prima era uscito dalla caserma per fare l’amore con lei. Sebbene i loro incontri sessuali fossero sempre stati passionali e ricchi di un’emotività del tutto speciale, quella volta raggiunsero il culmine, superando definitivamente i vincoli carnali per approdare nella terra dei sogni, oltre le nubi del cielo, dove il desiderio si sublima trasformandosi in poesia e le pulsioni della carne entrano nel cuore, nel sangue, nell’anima, per diventare amore assoluto.
Quando raggiunsero l’orgasmo rimasero a lungo abbracciati, mentre la notte passava leggera, un buio illuminato dalle stelle più vivide quasi la natura volesse celebrare la loro unione che, entrambi sapevano, li avrebbe accompagnati per tutta la vita. I “ti amo” furono detti e ripetuti, ma ogni volta, ogni singola volta, esprimevano un significato più profondo della precedente, simile a una sinfonia che si rafforza in un crescendo celestiale, a un quadro che acquista colori nuovi e sorprendenti a ogni visione, a un libro che scava nelle profondità assolute dell’anima.
Salvo tornò in caserma felice. Pensava al futuro matrimonio, a un’esistenza che Valentina avrebbe colmato di gioia, giorno dopo giorno, sino alla fine.
Trovò i tedeschi che lo attendevano. Inizialmente, richiesero la sua collaborazione in qualità di rappresentante della legge italiana: il maresciallo era assente e lui, come vice brigadiere, aveva il grado più elevato.
Poi, però, le cose mutarono e, assieme ad altri, fu condotto in uno spiazzo, dove vennero muniti di vanghe. Dovevano scavare una grande fossa, sufficientemente profonda per accogliere ventidue persone. Gli ordini del maresciallo Kesselring erano chiari e, in mancanza di un colpevole, sarebbero stati fucilati tutti. Inutilmente Salvo spiegò che non si era trattato di un attentato, perché l’esplosione era stata incidentale. Con i tedeschi non si poteva parlare. Salvo leggeva il terrore negli occhi dei condannati; vide i pantaloni di un giovane macchiarsi di urina, percepì il lezzo degli escrementi, del sudore che nasce dalla paura e dallo sgomento, udì il suono del pianto e della disperazione.
Si estraniò da quel luogo di angoscia per trasferire il suo pensiero altrove, ignorando i vincoli del tempo e dello spazio. Una spiaggia bianca lambita dall’acqua del mare, un cielo di un azzurro commovente. Valentina scalza camminava sulla battigia. Gli si fece incontro, abbracciandolo. Lo strinse forte, confermandogli il suo amore eterno. Avrebbero trascorso insieme la vita, nessun vento del destino sarebbe mai stato in grado di separarli. Salvo le sorrise. Non aveva paura, ma solo l’amaro rimpianto della rinuncia. Provava una smisurata compassione per lei, avrebbe voluto asciugare tutte le sue lacrime, penetrare nel suo cuore per scaldarlo. “Non devi avere freddo, mio grande amore!”, pensò.
Poi parlò. “Sono stato io.”, disse.
L’ufficiale tedesco lo guardò, sorpreso. “Tu? Un carabiniere! Non ti credo.”
“Sono stato io.”, ripeté con calma.
Non aveva paura mentre i prigionieri venivano liberati, mentre il plotone di esecuzione si preparava. Non aveva paura quando sentì dare l’ordine. E non provò nemmeno molto dolore quando le pallottole lo raggiunsero. “Non devi avere freddo, mio grande amore!”
I racconti non si sa come nascono. Non vanno mai spiegati. Talvolta sono solo sogni destinati a perdersi nelle onde del mare. Ma capita che il mare li consegni alla spiaggia perché ci sia una memoria.

Salvo D’Acquisto fu fucilato il 23 settembre del 1943. Per salvare ventidue persone si dichiarò colpevole di un attentato che non aveva commesso. Aveva ventitré anni.

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PomarevDopo la fine della seconda guerra mondiale, il problema maggiore per gli Stati Uniti fu rappresentato dall’atteggiamento aggressivo dell’Unione Sovietica. Stalin aveva messo le mani su tutta l’Europa orientale e, a detta degli strateghi del Pentagono, prima o poi l’Armata Rossa si sarebbe riversata in Germania, e, qualora Tito lo avesse permesso, avrebbe attraversato la Iugoslavia per impadronirsi dell’Italia.
Le truppe della Nato erano forti e ben organizzate, tuttavia almeno inizialmente non sarebbero riuscite a fermare l’esercito russo. Se Bonn o addirittura Parigi fossero cadute, gli USA avrebbero dovuto impiegare tutte le loro risorse; ne sarebbe conseguito un terribile conflitto, più aspro e sanguinoso di quello che aveva visto la caduta di Hitler. Con il tempo, gli americani avrebbero prevalso, inviando divisioni su divisioni, aerei provvisti di missili dotati di intelligenza propria, nuovi ordigni micidiali, carri armati invulnerabili, tutto quello che la loro potente industria era in grado di produrre. Ma soltanto un pazzo avrebbe scelto una strada simile. E, benché a Washington non lo sapessero, ciò valeva anche per Josif Stalin e per chi lo aveva seguito alla guida dell’impero sovietico.
Senza contare lo spettro della bomba atomica, che probabilmente aveva rappresentato il deterrente più efficace.
La conseguenza diretta di quell’intreccio fra ostilità e prudenza era stata la guerra fredda, basata sullo spionaggio, su azioni militari segrete che si svolgevano nel resto del mondo, su sottili giochi diplomatici volti ad assicurarsi alleanze e a incrinare il fronte nemico.
Poi era arrivato Gorbaciov.
A differenza dei suoi predecessori, era un uomo giovane, mentalmente aperto e convinto che l’Urss dovesse mutare registro. La guerra fredda era persa, il popolo viveva in condizioni disagiate, l’economia languiva: non aveva senso continuare la lotta contro i Paesi capitalisti. Era necessario, invece, imboccare una via diversa e concentrare gli sforzi sulla necessità di elevare il tenore di vita e il morale dei cittadini russi. Per conseguire questo obiettivo, bisognava eliminare corruzione e nepotismo, garantire libertà di parola e di pensiero, migliorare l’efficienza delle fabbriche, rilanciare la produzione e ridurre le spese militari.
Questo aveva portato alla glanost e alla perestroika. Trasparenza e ricostruzione. Nel vasto quadro dei suoi progetti, non rientrava – se non marginalmente – l’antagonismo con gli Stati Uniti.
In America, Gorbaciov era molto popolare.
Se fosse caduto, tutto sarebbe tornato come prima.
Bush era preoccupato.
Dato che per ovvi motivi non poteva intervenire in modo diretto, si era affidato alla CIA. Purtroppo le notizie non erano buone. Sembrava che fosse impossibile avvertire il segretario generale.
Eppure gli avevano garantito che Martin Yarbes era un fuoriclasse, il migliore.
Con un sospiro, il presidente uscì dallo Studio Ovale per andare a cena.

Lisa non correva rischi, poiché era cugina di primo grado di Kryuchkov. Per quello, oltre che per il suo alto grado, Lebedev era stato “convocato” e non arrestato immediatamente. Ma se ci fossero stati dei morti le cose potevano cambiare. Pertanto il piano di Yarbes escludeva una rapida azione violenta e si basava, invece, sul modesto salario che percepivano gli agenti della seconda direzione centrale del KGB. I colleghi della prima direzione guadagnavano molto di più anche per il fatto che era difficile controllare quanto realmente spendevano all’estero e quanto finiva nelle loro tasche. Molti, comunque, preferivano lavorare in patria, dove non esistevano pericoli. Inoltre, erano liberi di spadroneggiare, mentre gli agenti che operavano fuori dai confini dovevano guardarsi costantemente alle spalle; se poi non avevano una copertura diplomatica potevano finire in carcere oppure essere uccisi, a seconda dello Stato in cui si trovavano. L’ipotesi peggiore era la tortura. In ogni caso, non stava a loro decidere.
Martin raggiunse la Chaika. Tre dei suoi occupanti dormicchiavano. L’uomo al volante era sveglio e aveva notato lo strano individuo vestito in maniera dimessa che era entrato nell’edificio. Si era ripromesso di fermarlo, e di interrogarlo, quando ne fosse uscito. La presenza di un operaio non aveva senso in quel quartiere di lusso.
Scese dalla macchina ed estrasse una pistola.
Yarbes gli sorrise.
Alzò le mani. “Nella tasca sinistra del mio giubbotto.”, disse in tono cordiale.
L’uomo lo scrutò, perplesso. Evidentemente non si trovava davanti a un operaio: sebbene parlasse un buon russo, lo sconosciuto si esprimeva con un forte accento straniero.
Perquisì la tasca e tirò fuori una grossa busta. All’interno c’era l’equivalente di due anni di stipendio. Mentre fissava avidamente quella somma enorme di denaro, Yarbes gli strappò la pistola dalla mano. “Puoi scegliere.”, disse con calma. “Ti tieni i soldi e torni in macchina oppure ti sparo. Nel caso non volessi gettare al vento una fortuna, poi mi basterà che tu finga di non vedere.”
Se il russo avesse tergiversato o cercato di aggredirlo, Yarbes non avrebbe esitato a far fuoco. Dopodiché avrebbe eliminato gli altri tre. Fu raggiunto da uno strano pensiero: come si sarebbe comportato Aleksandr Sergeivic Stavrogin in una simile circostanza? Prima avrebbe sparato, poi avrebbe studiato nuove alternative. Scacciò l’immagine di Matrioska e cercò di decifrare l’espressione del russo. Non era semplice al buio. Sebbene fosse una notte serena rischiarata dalle stelle, il viso dell’uomo rimaneva in ombra. Sperava di averlo convinto, ma se così non fosse stato, ne avrebbe preso atto, agendo di conseguenza.
Come in tutti i piani provvisti di buon senso, anche nel suo esisteva un’alternativa: svegliare Lisa e portarla con loro.
L’agente del KGB lo guardò. La scelta sembrava molto facile, ma c’era un problema: cos’avrebbe raccontato ai suoi superiori?
Yarbes parve leggergli nel pensiero. “Puoi sempre inventarti qualcosa. Hai almeno cinque ore a disposizione per pensare. Magari potresti dividere il denaro con il tuo capo…”
Dopo un attimo di esitazione, l’altro annuì e risalì sulla Chaika. I suoi compagni non si erano accorti di nulla. Yarbes fece un cenno a Lebedev che lo aspettava fuori dal portone e i due si allontanarono a piedi. L’agente del KGB distinse chiaramente la massiccia figura del colonnello e sospirò, chiedendosi se sarebbe riuscito a vivere abbastanza a lungo per godersi quei soldi. Decise di essere ottimista.
Il piano di Martin prevedeva un nuovo intervento di Putin.
Quaranta minuti più tardi, Yarbes e Lebedev raggiunsero l’abitazione di Sasha. Il giovane stava dormendo e li accolse con fastidio. “Cosa c’è ancora, Amerikanskiy?”, domandò senza nascondere l’irritazione.
“Io e il colonnello dobbiamo andare in Crimea. Puoi accompagnarci?”
Sasha alzò gli occhi al cielo. “Certo che no!”
Martin annuì. “D’accordo.”, replicò gentilmente. Indicò un divano. “Con il tuo permesso ci sistemeremo lì per il resto della notte. Tu torna pure a letto. Domattina chiamerai Putin. E’ probabile che lui ti chieda di aiutarci. In caso contrario, toglieremo il disturbo.”
Sasha bestemmiò e imprecò, ma non mosse obiezioni.
L’indomani, a un’ora decente per la Germania, telefonò a Putin.
Vladimir lo ascoltò in silenzio. Prima di rispondergli prese in considerazione due fattori. In vista dei suoi progetti futuri, era importante rendersi amico degli americani: per questo aveva aiutato Yarbes e per questo avrebbe ordinato a Sasha di condurli in Crimea. D’altro canto, preferiva che il segretario del PCUS non venisse informato. Gorbaciov era giovane e, se i congiurati avessero fallito, sarebbe rimasto al potere almeno per vent’anni. A tempo debito, sarebbe stato molto più semplice sbarazzarsi di Kryuchkov e degli altri. Esisteva un modo per ottenere entrambi i risultati, soddisfare la richiesta di Yarbes ma impedirgli di incontrare Gorbaciov?

Perfino Miloslav Pomarev si rendeva conto che non sarebbe stato saggio uccidere un giornalista inglese. Tuttavia era impensabile lasciarlo libero di tornare in Gran Bretagna. Wyman avrebbe scritto, scritto, scritto…
Sarebbe stato espulso solo dopo il colpo di Stato. Nel frattempo, lo aveva sistemato in una camera confortevole e si era assicurato che gli venissero serviti pasti sostanziosi e che fosse trattato con rispetto. Questo, forse, lo avrebbe ammorbidito. Per la stessa ragione, resistette alla tentazione di riferirgli quello che era accaduto a Susan Cooper. Gli inglesi erano strani, molto più degli americani: avevano una sensibilità particolare, amavano gli animali e seguivano regole e rituali obsoleti. Ma erano perfidi e astuti, quanto gli americani erano ingenui. Il loro servizio segreto era più efficiente della CIA proprio perché rappresentava un popolo imprevedibile. Wyman avrebbe potuto reagire indignandosi oppure fingere di non essere particolarmente colpito. Però, una volta in patria, probabilmente si sarebbe scatenato. Tenerlo all’oscuro della morte della donna gli avrebbe impedito di redigere articoli fondati unicamente su vaghe supposizioni.
Pomarev aveva molti motivi per ritenersi soddisfatto.
Ma il suo compito non era finito.
Mentre Putin riceveva la telefonata di Sasha, il maggiore del Gruppo Alpha uscì di casa e si recò nuovamente alla Lubjanka. Era accompagnato da due uomini. Il cielo azzurro non così frequente a Mosca rispecchiava lo stato d’animo di Pomarev.
Quel giorno non ci sarebbero stati problemi.
Se avessero contattato il presidente del KGB, questi, sia pur contrariato, avrebbe dato il suo avallo a ciò che il maggiore intendeva fare. Pomarev lo dava per scontato: la loro ultima conversazione era stata risolutiva.
Aspettò pazientemente che chiamassero Kryuchkov e, quando il funzionario di turno riagganciò la cornetta, apprese che, come aveva previsto, era autorizzato a prelevare la cekista americana Monica Squire allo scopo di interrogarla.
In realtà, l’avrebbe uccisa.

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E-MAIL

E-MAILQuando Filippo Giorgi tornò dal funerale, aveva il cuore a pezzi. Un genitore non ama il proprio figlio a seconda della sua intelligenza o del suo carattere: è un amore incondizionato. Mentre Laura si chiudeva in camera a piangere, Filippo rispettò il dolore della moglie ed entrò nella stanza di Ettore. Mille ricordi si affacciarono alla sua mente: un bambino che gli correva incontro per abbracciarlo, un bambino buono e dall’animo limpido. Crescendo, Ettore non gli aveva regalato molte soddisfazioni; ma Filippo aveva sperato che prima o poi la crisalide si trasformasse in farfalla. E in ogni caso, era “suo” figlio. Osservò lo scaffale dei libri, sorrise malinconicamente alla vista di un orsacchiotto che gli aveva donato quando aveva compiuto sei anni, e dal quale Ettore non si era mai separato.
Il pc acceso attirò la sua attenzione.
C’era un’e-mail che non era stata ancora spedita.
Sentendosi vagamente in colpa, la lesse.
 
Cara Michela, sto per morire. Ho un male incurabile. Io voglio dirti che ti amo. I tuoi occhi profondi, i capelli biondi, quelle tue grosse tette. Mi hai sempre fatto impazzire! E adesso se saprei dirti quello che…

Non aveva fatto in tempo a finirla.
Filippo la rilesse, mentre gli occhi gli si colmavano di lacrime. Andò alla finestra. Pioveva e il cielo era attraversato da grandi nuvole nere.
Quel giorno avrebbe dovuto scrivere un elzeviro per il quotidiano presso il quale lavorava. “The show must go on”, pensò mestamente. Uscì dalla camera, diretto al suo studio.
All’improvviso, si fermò.
Tornò sui suoi passi, rientrò nella cameretta di Ettore e guardò a lungo quella lettera d’addio per una ragazza che non era venuta neppure al funerale. La conosceva di vista, e non immaginava che suo figlio la amasse.
I tuoi occhi profondi, i capelli biondi, quelle tue grosse tette. Mi hai sempre fatto impazzire! E adesso se saprei dirti quello che…
Corrugò la fronte. Rimase fermo, immobile, a osservare lo schermo del pc. Poi si sedette. Esitò per un istante, quindi cancellò quelle parole.
Incominciò a scrivere, quasi senza rendersene conto.

Forse questa e-mail ti farà del male, più probabilmente la accoglierai con indifferenza. Quando la riceverai io sarò morto: lo avrai già appreso dal giornale e a scuola si sarà parlato di me. Mancavo da molto, e ora non tornerò mai più. Stai tranquilla, non sono un fantasma; molto più semplicemente ho incaricato un mio amico fidato di entrare in camera mia, di accendere il computer e di provvedere all’invio.
Vedi, Michela, sentivo la necessità di “parlarti” per l’ultima volta, che poi in fondo è anche la prima, dato che sono state rare le occasioni in cui ci siamo scambiati qualcosa in più dei soliti convenevoli. Inoltre, io ero lo “scemo” della classe, mentre tu ne eri la regina: sarebbe stato impossibile che le nostre strade potessero incontrarsi; ma non me ne dolgo più di tanto. Il destino ci vuole diversi, e la natura, questa enigmatica entità che potrebbe essere Dio, una sua emanazione, oppure un semplice meccanismo scaturito dal nulla, ha stabilito che tu fossi bella, intelligente, sensibile.
Di contro, si è dimenticata, forse volutamente, di forgiarmi con la dovuta cura. Come uno scultore distratto o un pittore indolente si è limitata a creare un ragazzo scarsamente dotato, che pur studiando con impegno faticava a raggiungere la sufficienza in tutte le materie, con l’eccezione dell’italiano dove ero abbonato al quattro fisso. Ero deriso dai compagni perché mi comportavo in maniera goffa e impacciata, le ragazze mi ignoravano a causa del mio aspetto fisico, così comune da apparire insipido. L’insegnante di lettere era fin troppo indulgente con me: aveva capito che, malgrado tutti i miei sforzi, non ero in grado di scrivere senza commettere una quantità di errori di grammatica e di sintassi. In più mi mancava la fantasia. Bontà sua, alla fine dell’anno trovava sempre un modo per aiutarmi, e immeritatamente mi promuoveva.
Ma non è di questo che voglio parlarti.
Desidero, invece, confidarti un sogno. Io ti ho sempre amata, fin dal primo giorno in cui ti vidi, e, sebbene sapessi di non avere alcuna speranza, ho coltivato il mio sentimento, simile a un bravo giardiniere che vede crescere con orgoglio i suoi fiori. Alla sera, quando mi coricavo, lasciavo la mente vagare, in attesa dell’oblio del sonno. Erano i minuti più felici della mia giornata, perché in quel sogno a occhi aperti, trovavo sempre il sentiero che mi avrebbe condotto a te.
Immaginavo un bosco ombroso, un limpido ruscello dalle acque gorgoglianti che scendeva dalla collina, uno spiazzo erboso, che sarebbe stato il nostro punto d’incontro. Ci saremmo seduti su quel soffice tappeto, tu avresti incrociato le gambe con la tua eleganza innata, e io ti avrei raccontato le fiabe che da sempre mi appartengono. Storie sicuramente ingenue, tuttavia colme dello stupore di un cuore che ha sempre cercato, senza trovarlo, un significato che desse un senso alla sua vita; e perciò quello stupore, nel buio della mia stanza, riusciva a trasformare le sbiadite ore che mi erano toccate in sorte per renderle luminose e ricche di eventi fantastici.
Sarei stato l’intrepido cavaliere che salvava la principessa dal drago, il poeta che riusciva a raggiungere l’animo dell’amata in virtù della sublime bellezza dei suoi versi. Mi sarei trasformato in uno scrittore, e il mio romanzo si sarebbe incentrato sulla tua figura, disegnandola a tutto tondo e conducendola per mano, pagina dopo pagina, verso il più dolce degli epiloghi. Esauriti i miei racconti, avrei ripreso fiato, mentre il vento di settembre sarebbe sceso complice a guardarci, suggerendomi di parlarti di Faramir e di Eowyn: e naturalmente io sarei stato l’uno, e tu l’altra, bionda fanciulla di Rohan, ansiosa di guerre e di battaglie, ma che in ultimo seppe donare il suo cuore al figlio di Gondor.
Non sarei stato io a baciarti per primo, troppo timido per farlo; ma, a un tratto, le tue labbra si sarebbero posate sulle mie. Il tuo abbraccio avrebbe svelato l’amore che anche tu nutrivi per me, non in virtù di un fascino e di un’intraprendenza di cui sono privo, ma perché avresti saputo leggere nella mia anima, cogliendone la purezza e la pacata forza che ti avrebbero protetta per sempre, in un tripudio di giorni illuminati dal sole, riflessi nel cielo di un blu intenso. All’ora del tramonto, saremmo stati ansiosi di donarci reciprocamente l’estasi dell’atto d’amore, quando esso è veramente tale, lontano da ogni inganno e privo di lascivia o di lussuria fine a stessa: ma celebrazione infinita di un’intimità complice, che solo chi ama veramente può provare, gioendone fino al culmine dell’emozione più intensa.
Ti avrei portata al mare e avrei raccolto conchiglie per farti ascoltare il canto delle sirene. Avremmo nuotato, e riso, e giocato. Sul far della sera avrei acceso un fuoco, i cui bagliori avrebbero messo in risalto l’avvenenza del tuo viso. Saremmo tornati sulla collina, e rientrando in casa tu mi avresti detto: “Ti amo!” E io sarei stato il più fortunato fra gli uomini.
Ti auguro una vita felice, mia amata, e ti chiedo solo un unico favore.
Non importa quando, se ora o fra dieci anni, se in un giorno di sole o in un pomeriggio di pioggia, se leggendo un libro o ascoltando il suono del vento notturno, ma per una volta, un’unica volta, pensami.
Tuo, Ettore.

L’indomani il cielo si era rasserenato. Dopo pranzo, Laura andò al cimitero per pregare e accudire i fiori. Filippo sedeva nel suo studio, con la mente vuota, incapace di concentrarsi sul lavoro. Suonarono alla porta. Per un momento pensò di non aprire; la lugubre successione di parenti e di amici che volevano rinnovargli le condoglianze gli era venuta a noia: benché sapesse che si trattava di un gesto sincero, il risultato era quello di acuire la sua angoscia. Suonarono di nuovo. A malincuore si alzò, attraversò il soggiorno e aprì la porta.
La riconobbe subito. Malgrado l’avesse vista soltanto in un paio di occasioni, non era il genere di ragazza che passava inosservata. Tuttavia, quel giorno era pallida, struccata, vestita con dei semplici jeans e una felpa sportiva. Gli occhi arrossati rivelavano che doveva aver pianto. Filippo la ricordava attraente, curata e sicura di sé. La giudicava la classica ragazza ricca e viziata. Michela gli tese la mano. Filippo restituì la stretta, notando un leggero tremore. La invitò ad accomodarsi, lei lo seguì in casa ma rimase in piedi. “Volevo scusarmi per non essere venuta al funerale.”, disse. “Ma è più forte di me: anche quando morì mio nonno mi rintanai nella mia camera. Preferivo restare sola, a pensare a lui. I funerali sono solo una grande occasione di ipocrisia; la gente parla dei propri affari, c’è perfino chi ride e scherza.” Alzò il mento, come in un atteggiamento di sfida.
Filippo annuì, facendo un gesto vago con la mano. “Capisco il tuo punto di vista. E devo dire che in gran parte lo condivido. Perché non ti siedi? Vuoi qualcosa da bere?”
“No, grazie. Adesso scappo. Sono venuta per farle le mie condoglianze e…” Era inquieta, e sembrava imbarazzata.
Ha ricevuto l’e-mail.
“E?”, la sollecitò in modo burbero. Gli riusciva difficile decifrare la personalità di quella ragazza: era bella e sexy, consapevole di avere il mondo ai suoi piedi. Sicuramente non aveva mai degnato di uno sguardo Ettore. Tuttavia ora appariva a disagio, e dava una sensazione diversa. Era come se stesse soffrendo anche lei. Forse l’aveva giudicata male. Spesso si guardano le persone soltanto in superficie: noncuranza e pigrizia impediscono di vedere “dentro”.
“E”, rispose lei, “volevo dirle che Ettore era un ragazzo eccezionale. Un po’ troppo chiuso, se ne stava sempre per i fatti suoi. Credo che fosse insicuro. Ma… io gli volevo bene.” Sorrise, e in quel sorriso c’era un senso di profonda tristezza.
E’ sincera.
Michela si avviò alla porta. “Domani andrò a trovarlo. Buona giornata, signor Giorgi.”
Filippo tornò in studio. Rifletté su quel breve incontro. Aveva fatto bene a mandare l’e-mail, perché quello che aveva scritto rivelava un lato di Ettore che era ancora nascosto. Gli era mancato il tempo, ma era convinto che suo figlio un giorno si sarebbe trasformato in farfalla e avrebbe trovato una ragazza capace di amarlo. Che fosse Michela o un’altra non contava.
Però, con quelle parole, era riuscito a mostrarle il “vero” Ettore.
Ciò che un giorno sarebbe diventato.
E questo era importante.
O, almeno, in quel momento così gli sembrò.

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I LOVE JANINE 16

Elke6I due uomini comparvero quando cominciò a piovere.
Erano ubriachi.
Come tutte le prostitute dotate di buon senso, Elke avrebbe dovuto avere nella borsetta una bomboletta antiaggressione, un coltello o almeno un paio di forbici affilate, ma non aveva mai ritenuto di averne bisogno.
Non aveva paura degli ubriachi. Benché fosse piccola e minuta, sapeva come trattarli: se proprio era indispensabile, non esitava a prenderli a calci nei testicoli oppure a mirare agli occhi con le unghie; ma in genere non era necessario. Per metterli in riga spesso bastava una battuta scherzosa o un rimprovero. Male che andasse, era costretta a concedersi gratuitamente, però le era successo di rado, anche perché l’alcool di norma inibisce la risposta sessuale. Le incutevano maggior timore donne come Erna e Monica, dato che erano insensibili al suo fascino e comunque più crudeli della maggioranza dei maschi.
L’uomo più grosso la spintonò rudemente.
Elke disse: “Fate i bravi, ragazzi! Andate a nanna: è tardi e avete bevuto troppo.”
Il secondo ubriaco era basso e smilzo, ma aveva la faccia cattiva.
Tirò fuori un coltello.
Elke indietreggiò fino a trovarsi con le spalle rivolte al muro che delimitava un deposito di legname. Capì che entrambi avevano superato lo stadio della sbornia allegra. Non erano lì per scherzare, magari in maniera volgare, né per per una sveltina, posto che fossero in grado di avere un’erezione.
“Schlampe!”, biascicò l’uomo grosso.
“Dacci i soldi!”, le intimò lo smilzo.
Elke lo fissò in silenzio.
“I soldi!”, ripeté lui. “Altrimenti ti sfregio quel bel visino, così nessuno ti vorrà più.”
Elke iniziò a preoccuparsi seriamente. Si rendeva conto che non aveva a che fare con degli ubriaconi litigiosi: quelli erano due malviventi. Si guardò attorno nella speranza che ci fosse qualcuno nei paraggi: Dolf, il suo protettore, che tuttavia si faceva vedere soltanto una volta alla settimana, o preferibilmente un poliziotto, oppure un passante. Ma non scorse anima viva.
Lo smilzo appoggiò la lama del coltello sul suo volto, a pochi centimetri di distanza dagli occhi.
Elke trasalì.
Non c’era la luna, e ampi tratti della strada erano avvolti nell’oscurità. Tese le orecchie ma non sentì rumore di passi, voci di uomini, il rombo del motore di una macchina: si udiva solo il suono monotono della pioggia che cadeva. Rimpianse che Louise non fosse lì con lei. Si era ammalata un mese prima e da allora non l’aveva più rivista. Avrebbe voluto andare a trovarla, ma non sapeva dove abitava; Louise era una donna taciturna e riservata, però di buon cuore. Soprattutto era alta un metro e ottanta e non aveva paura nemmeno del diavolo.
Prese in considerazione l’idea di cedere. Quella sera non aveva incassato molto, ma non si fidava a lasciare a casa ingenti somme di denaro, perciò aveva con sé parecchi soldi: i guadagni delle ultime cinque notti. Dolf probabilmente non le avrebbe creduto e l’avrebbe picchiata. Sempre meglio, comunque, di essere sfregiata.
Tuttavia non era convinta. Una parte di lei si ribellava alla prospettiva di venire derubata. Avrebbe potuto scappare, era agile e veloce. A causa dell’alcool ingurgitato, i due sicuramente non avevano i riflessi pronti e ciò le avrebbe permesso di sfuggirgli. E se l’uomo con il coltello l’avesse sfregiata prima che potesse allontanarsi? Si sarebbe chinata di scatto, pensò, mettendosi fuori dalla portata dell’arma. Poi sarebbe corsa via. Un ricordo la frenò. Era esattamente quello che aveva tentato di fare un giorno in prigione, durante l’ora d’aria. Ma Erna aveva infilato un piede fra i suoi, e lei era ruzzolata al suolo. Malgrado i riflessi appannati, anche lo smilzo avrebbe potuto farle lo sgambetto. Inoltre, in carcere non aveva avuto alternative: o fuggire o prenderle. Adesso, invece, se avesse obbedito, non le avrebbero fatto del male.
La lama si avvicinò agli occhi.
Elke rabbrividì. Perdere la vista era quanto di peggio potesse immaginare. Se l’avessero sfigurata si sarebbe disperata, ma se fosse rimasta cieca forse si sarebbe uccisa.
“Forza, sbrigati!”, sbraitò lo smilzo.
“D’accordo.”, si arrese lei a malincuore. I soldi naturalmente non erano nella borsetta, e questo lo smilzo doveva averlo intuito, altrimenti gliela avrebbe già strappata di mano. Elke li nascondeva nella fodera del cappotto e negli stivali. Si accinse a toglierli, augurandosi che Dolf si limitasse a picchiarla con le mani e che non usasse il frustino che portava sempre con sé. Sebbene non fosse un uomo completamente malvagio, quando pensava che volessero imbrogliarlo Dolf perdeva il lume della ragione. La povera Ingrid era finita in ospedale perché aveva cercato di ingannarlo, dichiarando di aver guadagnato la metà di quanto invece aveva incassato. Le cinghiate erano terribilmente dolorose – anche Elke le aveva sperimentate in un’occasione -, ma al momento era il coltello dello smilzo che la terrorizzava.
Trasse un profondo respiro e si sfilò gli stivali. Forse si sarebbero accontentati di una parte del denaro. In questo modo, Dolf si sarebbe infuriato di meno. Però c’era la possibilità che la perquisissero. Che reazione avrebbero avuto, se avessero trovato anche gli altri soldi? Decise che era meglio non rischiare. Avrebbe consegnato l’intera somma.
Lo smilzo si abbassò per frugare negli stivali.
Poi tutto si svolse così rapidamente che Elke non comprese cosa stava accadendo.
Un’ombra emerse dall’oscurità. Un istante dopo, lo smilzo finì a terra con un grido di dolore; fu quindi la volta dell’uomo grosso.
Il nuovo venuto torreggiò su di loro.
I due si alzarono e fuggirono.
Lui li lasciò andare e si rivolse a Elke.
“Come stai?”, le domandò.
Era Dieter.

Dieter le cinse le spalle con un braccio e l’accompagnò a casa.
Mentre Elke si riprendeva dallo spavento, fu lui a stappare due lattine di birra e a tagliare ciò che rimaneva della torta.
“Mi dispiace per ieri sera.”, dichiarò. “Non avrei dovuto andarmene senza salutare, e infatti è stato un comportamento strano: generalmente sono calmo e razionale. Solo che… solo che con quelle parole mi hai colto alla sprovvista.”
Era una spiegazione poco convincente, si disse Elke: Dieter non era il tipo d’uomo che si faceva cogliere alla sprovvista; le ragioni erano diverse. Lui era pur sempre un poliziotto e aveva reagito così perché aveva reputato sfacciata la sua proposta.
“Probabilmente non ti piaccio.”, replicò lei, pur sapendo che non era vero. Non era difficile interpretare gli sguardi degli uomini e, a parte questo, per quale altro motivo sarebbe tornato? Cionondimeno si rendeva conto che erano separati da un muro assai più alto di quello che un tempo aveva diviso Berlino. Senza contare che Dieter poteva nutrire dubbi più che giustificati sul suo stato di salute, e che non esisteva una maniera elegante per rassicurarlo, anche se era certa di essere perfettamente sana, grazie ai controlli periodici cui si sottoponeva.
Si alzò dal divano e si sedette a tavola, al suo fianco. Dieter taceva, assorto. “In ogni caso, adesso siamo uno a uno.” Elke sorrise. Rivederlo le dava un grande sollievo. “Anche se a dire il vero io mi sono limitata a medicarti, tu invece mi hai salvata da quei due farabutti. Se mi avessero derubata, avrei visto le stelle!”
Dieter le lanciò un’occhiata perplessa.
“Dolf.”, spiegò lei. “Mi avrebbe picchiata o forse frustata.”
Gli occhi di Dieter assunsero una luce fredda. “Ora basta!”, disse in tono pacato ma fermo. “Non voglio più sentir parlare di queste cose: Erna e Monica che ti seviziano, Dolf che ti picchia… ma che vita è? C’è un unico modo per evitare che tali fatti si ripetano. Domani lascerai questo monolocale; ne ho trovato un altro, quasi in centro, provvisto del bagno. E dopodomani incomincerai a lavorare come commessa: ho garantito io per te.”
Elke lo fissò. Provava la stessa sensazione di calore della notte precedente, però molto più forte. Dieter stava per cambiare la sua esistenza. Un’abitazione più confortevole, un impiego onesto; ma naturalmente c’era dell’altro.
Lo desiderava.
Cercò di rintracciare nelle pieghe della memoria quando era stata l’ultima volta che aveva desiderato un uomo, e non si sorprese, scoprendo che non lo ricordava. In carcere aveva avuto dei rapporti sessuali con altre detenute, ma quasi tutti imposti, e di essi le rimaneva solo una sensazione di disgusto. Con i clienti si trattava soltanto di lavoro, e certo non piacevole. Rammentò fugacemente un ragazzo italiano. Aveva profondi occhi neri e un’innata allegria, sebbene avesse dovuto abbandonare il sole della sua terra, la famiglia e gli amici. Però, era un ricordo molto lontano.
“Inoltre”, proseguì Dieter dopo un momento, “non è assolutamente vero che non mi piaci. Intravedo in te un grande potenziale, e poi sei veramente graziosa. Il problema è un altro ed è dovuto alla mia professione. Io non ho orari, ho pochissimo tempo da dedicare alla vita privata. Per questo non mi sono mai legato a una donna. Potrei invitarla a cena e cinque minuti prima disdire l’invito, prometterle una vacanza e non mantenere l’impegno. E da un giorno con l’altro potrei anche semplicemente scomparire per sempre. Ho molti nemici.”
Esitò per un istante, quindi aggiunse: “In realtà, una donna c’è stata. E’ da tanto che non ne parlo. Comunque, Sonngard è mancata.”
Si interruppe e Elke rispettò quel silenzio; ogni domanda sarebbe stata inopportuna. Tuttavia quelle parole confermarono ciò che aveva intuito forse fin dal primo momento: Dieter era sì freddo, duro e intransigente, ma anche capace d’amare. Si chiese com’era Sonngard. Bionda o mora? Alta o piccola? Dolce e tenera oppure determinata e caparbia? E perché era morta? Ma erano pensieri inutili.
Disse: “Io non so esprimermi bene. In caso contrario, avresti capito con esattezza cosa intendevo dire ieri notte. Peraltro, non vado in cerca di certezze. Quelle le avevo da bambina, quando c’era ancora mio padre. Vivevamo in una bella casetta, alla domenica la mamma preparava polpette e currywurst con una montagna di patate, e poi un delizioso apfelstrudel. Io ero molto felice. Tutto è andato storto da quando lui si è ammalato. Eppure era un uomo così vigoroso!”
Scosse la testa come per allontanare quel triste ricordo, e inaspettatamente sorrise.
Dieter la trovò incredibilmente attraente. Quando sorrideva non era soltanto graziosa: diventatava bella, di una bellezza speciale.
Elke si alzò per prendere altre due birre. Le versò nei boccali, quindi lo guardò negli occhi. “Non mi bucherò mai più e non ti farò pentire di aver convinto il tuo amico ad assumermi. Mi credi?”
Dieter annuì.
Lei si protese verso di lui.
Dopo un attimo di esitazione, Dieter la baciò.
Inizialmente fu un bacio solo di labbra.
Poi lei dischiuse la bocca e le lingue si incontrarono. Elke provò un fremito di passione talmente intenso che i suoi occhi si colmarono di lacrime. Dieter se ne avvide. “Perché piangi?”, le domandò con un’espressione allarmata che la riempì di gioia.
“Perché sono felice!”
Lui cercò nuovamente la sua bocca.
Ma Elke non poteva aspettare; anche un minuto di più sarebbe stato troppo. Lo trascinò sul divano. Con gesti febbrili si spogliarono. Quando lo sentì dentro di sé, Elke ebbe quasi paura: nonostante la sua vastissima – e purtoppo sgradevole – esperienza in materia, non avrebbe mai immaginato che potesse essere così grosso e così duro. Dieter si comportava con estrema dolcezza; ma quella sarebbe andata bene dopo, pensò lei: si avvinghiò a lui e fece in modo che che l’intensità diventasse quasi insostenibile.
Vennero insieme.
Elke si girò per nascondere il viso, tuttavia Dieter si accorse che piangeva ancora. Non riusciva a comprenderne la ragione. Era piaciuto moltissimo a entrambi e allora…
“Perché?”, le chiese di nuovo.
Elke si asciugò le lacrime con una mano e gli accarezzò il volto.
“Perché non hai messo… non hai messo niente!”

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Martin YarbesVladimir Kryuchkov era visibilmente alterato.
A causa delle discutibili iniziative di Pomarev aveva dovuto lasciare la sua dacia per fare ritorno a Mosca. Pomarev andava fermato immediatamente, prima che producesse danni ancora peggiori.
Kryuchkov aveva lavorato alle dipendenze di Andropov, quando questi era il presidente del KGB: Vladimir era il numero due, responsabile della prima direzione centrale. Da Andropov aveva appreso molto, ma non era riuscito a ereditare il suo carisma. Le sfuriate di Andropov erano leggendarie, Kryuchkov aveva un carattere diverso, più prudente e calcolatore. Ciò nonostante, investì rabbiosamente il maggiore del Gruppo Alpha.
“Lei ha deliberatamente ignorato i miei ordini! Avevo disposto espressamente che la cekista americana Monica Squire doveva rimanere qui alla Lubjanka per una forma di custodia cautelare, ma che andava trattata con ogni riguardo. In quanto all’altra spia, Susan Cooper, bisognava controllarla e seguirla, senza che le fosse torto un capello. Lei ha cercato di rapirla e, non essendoci riuscito, ha sequestrato Squire, approfittando dell’ingenuità del tenente Drosdova. Grazie al cielo, è intervenuto in tempo Vorobyov.”
In piedi, davanti alla grande scrivania del presidente del KGB, Pomarev lo fissava impassibile con i suoi freddi occhi chiari.
“Dovrei incolparla di avventurismo, degradarla e sottoporla a un processo.”
Pomarev non ribatté.
“Cos’ha da dire in sua discolpa?”, lo incalzò Kryuchkov. L’atteggiamento dell’uomo del Gruppo Alpha lo irritava: sebbene non mostrasse segni di insubordinazione, aveva un’espressione da cui trapelavano arroganza e mancanza di rispetto.
Finalmente, Pomarev parlò.
“Compagno presidente”, disse con calma, “fra pochi giorni io le consegnerò la Duma su un piatto d’argento. Per arrivare a questo, è necessaria la massima attenzione. Se Gorbaciov venisse informato, tutto il piano andrebbe in fumo con conseguenze gravissime per lei e per altri compagni. Ho inteso prevenire guai.”
“Prima avrebbe dovuto consultarsi con me!”
Pomarev scrollò le spalle. “Forse.”, ammise. “Ma lei, compagno presidente, era scomparso e io dovevo agire in fretta. Quando all’inizio della guerra Stalin si eclissò, i nazisti sbaragliarono le nostre truppe. Stalin aveva i suoi motivi, doveva riflettere; probabilmente lei ha voluto seguire un esempio illustre, con tutti i titoli per farlo. Tuttavia, io non ho aspettato che le cose precipitassero. Per inciso, mi sarei comportato allo stesso modo anche nell’estate del 1941.”
Kryuchkov aveva lo sgradevole sospetto che Pomarev si stesse prendendo gioco di lui. Inoltre era convinto che mentisse: aveva aspettato che lui lasciasse Mosca per mettere in atto i suoi propositi, e non l’incontrario. Gli rivolse un’occhiata gelida. “Stalin l’avrebbe eliminata.”
“E’ possibile. Ma lei, compagno presidente, non è Stalin. Io ho agito per il meglio. Esistono casi in cui occorre prendere decisioni subitanee, magari contravvenendo a qualche ordine se questo è necessario alla patria.”
Kryuchkov era esasperato. “Non voglio, nella maniera più assoluta, provocare il governo degli Stati Uniti. E’ chiaro, compagno maggiore? Ecco, qual era il senso dei miei ordini.”
“Certamente.”, replicò Pomarev. Poi fece un sorriso beffardo. “I cekisti americani hanno informato Putin, Eltsin…”
“Vladimir Putin è dalla nostra parte. Boris Eltsin non conta nulla.”
“Già. Ma quanto conta Michail Gorbaciov?”
“Cosa c’entra Gorbaciov?”, gli domandò spazientito Kryuchkov.
“I suoi amici americani” – e adesso l’ironia era palese – “stanno interferendo pesantemente. Dato che non sono soddisfatti dei risultati fin qui ottenuti, hanno pensato bene di mandare a Londra Patrick Keynes, il nostro nemico numero uno.”
“E allora?”
“E allora Keynes non si è recato in Gran Bretagna per una gita di piacere. Ha conferito con il nostro rezident, il colonnello Piotr Ivanovic Lebedev, mettendolo al corrente dei nostri progetti. Suppongo che Lebedev fosse stato tenuto all’oscuro per un suo ordine, compagno presidente. E giustamente, visto che è un fedelissimo di Gorbaciov.”
Pomarev fece una pausa.
“Ora, lui si trova qui a Mosca. Ed è in procinto di andare in Crimea.”
Kryuchkov lo guardò allarmato.
“Questo spiega le mie azioni.”, tagliò corto Pomarev.

Martin Yarbes indossava i classici indumenti di un operaio russo. Era stato Sasha a procurarli, dopodiché, con grande sollievo di Sonja che detestava l’americano, i due erano tornati nella capitale.
“Buona fortuna, Amerikanskiy.” Sasha strinse la mano a Yarbes. Dopotutto non lo trovava così antipatico. Martin scese dalla macchina, attraversò la strada e suonò a un citofono. Gli rispose una voce maschile.
“Mi manda Patrick Keynes.”, disse Yarbes. Con la coda dell’occhio scorse una Chaika ferma a una trentina di metri di distanza; malgrado il sole fosse tramontato, fu in grado di vedere che c’erano quattro uomini a bordo.
“Quarto piano.” Il portone si aprì e l’agente della CIA entrò nello stabile. Per gli standard sovietici, era molto lussuoso. Yarbes prese l’ascensore, riflettendo sull’ipocrisia di quella società.
Il colonnello della prima direzione centrale Piotr Ivanovic Lebedev era un uomo alto e massiccio dal portamento eretto. Aveva i capelli grigi, che portava corti, e uno sguardo vivo e penetrante. Condusse Yarbes nel suo studio, colmo di libri, soprattutto testi storici e trattati di strategia militare. A una parete era appesa una foto di Gorbaciov; sulla parete di fronte, spiccava l’immagine di una ragazza in tenuta sportiva: sorrideva trionfante, alzando una coppa. La figlia, immaginò Yarbes, anche se non assomigliava molto al padre; probabilmente aveva preso dalla mamma. Era graziosa e aveva un sorriso seducente. In un angolo del locale, racchiuso in una gabbia, un coniglietto rosicchiava una carota. Yarbes notò una vasta collezione di dischi di musica classica. Nella stanza si diffondevano a basso volume le note di “Quadri di un’esposizione” di Modesto Mussorgsky; Martin riconobbe il brano: era “Baba Yaga”.
“Mi chiamo Yarbes.”, disse. “Patrick Keynes mi ha incaricato di accompagnarla in Crimea.”
Il colonnello scosse la testa. “Niente Crimea.”, rispose. “Sono stato convocato da Kryuchkov. Domani mattina. La mia casa è sorvegliata e ciò significa una sola cosa: carriera finita, deportazione… forse qualcosa di peggio.”
Se aveva paura, pensò Yarbes, non lo dava a vedere.
Annuì. “Abbiamo davanti tutta la notte. E ci sono vari modi per eludere la sorveglianza di quei quattro là fuori.”
Lebedev lo scrutò, perplesso. “Appartengono alla seconda direzione centrale, sono esperti: non credo che sia possibile ingannarli.”
“Io dico di sì.”, ribatté Yarbes. “Lei è più esperto di loro, io faccio parte della CIA da molti anni. Ho affrontato Stavrogin… Matrioska, e sono ancora vivo. Si fidi di me, colonnello.”
Lebedev rise. “Voi americani! Sempre irriducibili, eh?” Poi assunse un’aria pensierosa. “Forse è per questo che alla fine vincete sempre. Bourbon o vodka?”
“Bourbon, grazie.”, disse Yarbes.
Più tardi, mentre finivano di mangiare le squisite bistecche che aveva portato da Londra, Lebedev scoprì con stupore che la sua perspicacia, notevole nell’ambito dello spionaggio, lasciava alquanto a desiderare se trasferita nella sfera dei rapporti personali.
L’ingenua Lisa, una bella donna bionda dai tratti nordici che lui aveva sempre reputato una sciocca, gli lanciò un’occhiata velenosa. “Siamo rovinati!”, affermò, rivolta a Martin. Puntò un dito contro il marito. “E tutto a causa di quella baldracca della tua segretaria. Sono pronta a scommettere che ti sei confidato con lei e che Olga ha spifferato ogni cosa.”
Lebedev continuò a mangiare in silenzio.
Yarbes la guardò. “Non intendo entrare nel merito. Comunque, posso dirle questo, signora: prima della fine del mese, lei sarà la moglie di un generale.”
Colse lo sguardo stupito di entrambi e si versò un altro bourbon.
“Una cena davvero eccellente!”, dichiarò con un sorriso.
A parte le patatine fritte carbonizzate, pensò mestamente.
Benché possa sembrare paradossale, fu tale considerazione a infondergli una grande forza: aveva sbandierato un ottimismo eccessivo, però voleva tornare in America per gustare un vero piatto di patatine.
Per morire, c’era tempo.
Grazie alle sue parole, l’atmosfera si fece più rilassata. Lisa si alzò per portare in tavola un dolce e cinse una spalla di Lebedev. L’uomo le sorrise con affetto. Anni di convivenza, di complicità, una figlia che ambedue amavano: Yarbes si disse che non sarebbe stata certo una segretaria con la lingua troppo lunga a rovinare il loro matrimonio. A mezzanotte i coniugi andarono a coricarsi. Martin si tolse le scarpe e si stese su un divano a guardare il soffitto. Lasciò la mente libera di vagare, poi la svuotò da ogni pensiero – un vecchio trucco che aveva appreso a Langley – e raggiunse uno stato di assoluta tranquillità. Fu così che maturò il piano. Arrivò da solo, come un ospite inaspettato ma non per questo poco gradito.
Alle tre svegliò Lebedev.
Il colonnello si rivestì, baciò la fronte della moglie e uscì silenziosamente dalla stanza.
L’agente della CIA e il dirigente del KGB lasciarono l’appartamento e scesero le scale in punta di piedi.
Quando Yarbes aprì il portone della casa, il buio regnava assoluto.
Yarbes si diresse verso la Chaika.

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I LOVE JANINE 15

Dieter HallerUna settimana dopo, all’incirca alla stessa ora, Dieter parcheggiò la sua Bmw sulla strada dove era stato aggredito, prima di incontrare Elke. Non era sicuro di trovarla e, se glielo avessero chiesto, non avrebbe saputo dire perché era tornato lì. Questo contrastava con la sua mentalità razionale, ma non era interessato a indagare oltre.
Con sé aveva una torta e due grosse salsicce.
Scese dalla macchina e si guardò attorno. La via pareva deserta, però c’erano molti punti non illuminati, perciò non avrebbe potuto escludere che lei ci fosse. O forse, pensò, in quel momento si era appartata con un cliente. Storse la bocca: disapprovava quel genere di vita, lo considerava indegno e avvilente.
Indugiò per alcuni minuti, mosse qualche passo, poi si riavvicinò alla macchina. Era una notte limpida e stellata, ma faceva molto freddo. Spirava un forte vento. Probabilmente Elke era già andata a dormire. Dieter stava per risalire sull’auto, quando all’improvviso la vide.
Sbucò dal buio, come la volta precedente
Elke non sembrò sorpresa di rivederlo. Gli rivolse un sorriso e si avviò verso casa. Dieter la seguì. Quando entrarono nel monolocale le consegnò la torta e le salsicce, e lei rise. Apparecchiò la tavola, tagliò la torta e mise a cuocere le salsicce. Prese due lattine di birra e le versò in due grandi boccali, poi affettò il pane. Dieter la osservava in silenzio.
Dieter era un uomo strano, pensò lei: era cupo, tetro, privo di umorismo, tuttavia anche premuroso, sebbene a modo suo. Dava una sensazione di forza: una donna con lui si sarebbe sentita protetta. Si vestiva in maniera elegante, ma non ricercata, e aveva una bella macchina; però non portava fiori o champagne bensì salsicce. Avrebbe potuto innamorarsi di lui, ma sapeva che non avevano un futuro; era meglio non indulgere a sogni inutili.
“Ti piace la musica?” gli domandò.
“Amo molto Wagner.”, rispose lui.
Elke lanciò un’occhiata sconsolata ai quindici o sedici cd che possedeva (il suo preferito era Jagged Little Pill), passandoli mentalmente in rassegna; alla fine stabilì che era meglio lasciar perdere: dubitava che li apprezzasse.
Mangiarono senza parlare. Dieter la scrutava in modo strano. A un tratto disse: “Mostrami le braccia.”
Elke lo guardò sorpresa, quindi scosse la testa. “Non occorre.”, ribatté. Trasse un sospiro. “Avevo smesso. Avevo smesso grazie alla forza di volontà, e ti posso assicurare che non è stato facile. Eppure ci ero riuscita, ed ero fiera di me stessa. Poi in prigione…”
In carcere aveva commesso un errore, gli raccontò, confidandosi con un’altra detenuta. Erna fingeva di esserle amica, ma in realtà la odiava. Un giorno, mentre faceva la doccia, Elke era stata circondata da Erna e da altre tre donne; l’avevano immobilizzata e Erna le aveva iniettato una dose nelle vene. Una guardia aveva assistito indifferente alla scena. La vita di Elke era diventata un inferno, si era indebitata per procurarsi l’eroina e, dato che non era in grado di restituire i soldi, l’avevano picchiata selvaggiamente. Quando era uscita di prigione, avevano continuato a perseguitarla, perché nel frattempo anche Erna e Monica avevano finito di scontare la pena; ma adesso finalmente aveva saldato il debito. Voleva smettere, smettere definitivamente, ma forse non aveva più la forza per farlo.
“Io sono convinto di sì.”, disse Dieter. “Se ci sei riuscita una volta, puoi riuscirci ancora. Inoltre…” Si interruppe come per riordinare le idee. “Inoltre”, proseguì dopo un attimo, “devi trovarti un lavoro onesto. Non voglio vederti gettare al vento la tua vita. Sei giovane, intelligente: puoi costruirti un futuro migliore.”
Lei aprì la bocca per obiettare, per ripetergli che nessuno era disposto ad assumerla, visti i suoi precedenti; ma Dieter la bloccò con un cenno della mano. “Ci penserò io.”, affermò. “Un mio amico è il proprietario di una boutique e ha bisogno di una commessa.”
Non sapeva nemmeno lui perché aveva pronunciato quelle parole. Elke era una prostituta, una tossica, un’anima persa, e Dieter non aveva mai provato compassione per donne di quel tipo. Certo: erano più pericolosi gli assassini, i ladri, gli spacciatori; cionondimeno le sgualdrine e le drogate rappresentavano la feccia della società, e meritavano soltanto disprezzo e biasimo. Ma in Elke c’era qualcosa di diverso: la luce che traspariva dal suo sguardo, il sorriso allegro con cui lo aveva accolto, la risata divertita quando aveva visto le salsicce… e la malinconia che aleggiava nei suoi occhi. Non erano chiari, come gli erano parsi all’inizio, ma castani con delle pagliuzze dorate, ed erano dolci, profondi. Rivelavano sincerità, coraggio, sensibilità. Elke aveva il diritto, anzi il dovere, di cambiare corso alla sua esistenza.
Elke gli sfiorò una mano. Provava una sensazione di calore. Erano anni che nessuno si preoccupava per lei. “Per te è gratis, se vuoi.”, disse impulsivamente.
Fu un errore, e lei lo capì subito.
Dieter ritrasse bruscamente la mano, si alzò e uscì dal monolocale senza salutarla.
Elke si sarebbe presa a schiaffi. Non era quello che avrebbe voluto dirgli, aveva parlato a vanvera, a causa dell’emozione. Un lavoro onesto, basta droga, una nuova vita: le era sembrato un sogno.
Ma ora sapeva di averlo offeso ed era certa che non l’avrebbe più rivisto.

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