Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for gennaio 2013

eBookLESBO E’ UN’ISOLA DEL MAR EGEO

Il momento drammatico arrivò quando andai a parlare con i miei. Mia madre è sempre stata la mia più feroce critica; credo di non esserle mai piaciuta veramente. Ha avuto costantemente da ridire su tutto quello che facevo: le minigonne troppo corte che indossavo, la scelta di non continuare gli studi, le mie amicizie, i troppi gay che frequentavo. E’ una donna intelligente e razionale, ma estremamente dura e rigida. Penso che sia anche razzista, non certo per ignoranza ( al contrario, è assai colta ), ma come scelta ideologica. Mio padre, invece, ha sempre straveduto per me. Mi ha viziata all’inverosimile, coccolata, difesa e protetta. Io ero la “sua” Ale! Ed era proprio il colloquio con lui che mi terrorizzava; il giudizio di mia madre mi era indifferente.
Cenammo chiaccherando del più e del meno. Quando mia madre portò in tavola il gelato, io dissi: “Papà, ti dovrei parlare.” La mamma mi lanciò un’occhiata penetrante. “Cosa devi dire a tuo padre di tanto segreto?” Assunsi la mia aria più arrogante. “Chi ha parlato di segreti? Ho solo detto che voglio parlargli!” Lei alzò le spalle e incominciò a sparecchiare. Io e lui ci alzammo e ci dirigemmo verso il suo studio. Era un luogo che amavo: alte scaffalature colme di libri, spesso in doppia o tripla fila; una austera scrivania in legno scuro; due comode poltrone in cuoio;  l’inconfondibile odore dei sigari che mio padre fumava dopo pranzo e dopo cena; un mobile bar che conteneva l’immancabile Chivas, il  suo liquore preferito. Sin da bambina ero stata attratta da quella stanza, che per me rappresentava una sorta di misterioso tempio dedicato alla cultura, alla riflessione, alle poesie che babbo scriveva su foglietti sgualciti fra una lettura e l’altra. Era il suo rifugio, ed era la mia meta, benché sapessi di non esserne ancora degna. E forse non lo sarei mai stata. Gli versai uno scotch e glielo porsi, a mia volta mi servii di una porzione più abbondante del solito, e la mandai giù in fretta. Mio padre sorrise. “Devi parlarmi, ma prima sentisti il bisogno di berti un whisky.” Aveva imitato Marlon Brando nella scena del Padrino in cui vengono a comunicargli che Sonny è morto. Ma la sua espressione attenta contraddiceva le parole scherzose. E poi aveva ragione: avevo dovuto cercare un po’ di coraggio nel Chivas.  Decisi di rompere gli indugi. “Papà, non mi piacciono gli uomini.” Lui mi scrutò per qualche istante in silenzio. “Ti sei lasciata con Franco?” Io scossi il capo. “Sì… ma non è questo!” Papà sorseggiò il Chivas e cercò un sigaro, dedicandosi a quel rituale maschile che mi aveva sempre tanto affascinata e incuriosita. Poi disse: “Tranquilla, Ale, troverai un altro ragazzo. E’ solo un momento di amarezza, del resto perfettamente legittimo.” Lo guardai negli occhi. “Papà NON è questo!” “E allora cos’è che ti angustia, piccola?” Per quanto mi sforzassi non riuscivo a trovare le parole adatte; quel pomeriggio mi ero preparata un discorso, ma adesso me ne sfuggiva il senso, non ricordavo nemmeno come avrei dovuto esordire, con quale illuminante frase avrei saputo aprire il mio cuore e raggiungere la sua comprensione. Parlai senza riflettere, mi lanciai come un paracadutista in preda al panico al suo primo tentativo. “Papà… amo una ragazza!”
Quello che mi piacque in lui fu che non fece finta di non capire. Era un uomo troppo intelligente per ricorrere a banali espedienti che sarebbero serviti solo a prolungare la mia agonia. Perciò non disse qualche amenità, del tipo “ma alla tua età è normale affezionarsi alla migliore amica” o sciocchezze simili. In primo luogo, quella particolare età l’avevo già passata da un pezzo, e comunque non mi sarei presa la briga di “convocarlo” nel suo studio per raccontargli tali idiozie. Invece, disse: “Ne sei sicura?” Abbassai il capo in senso affermativo. Mi imitò involontariamente, un riflesso condizionato, quindi indicò la bottiglia di Chivas. “Ce ne vogliono altri due.” Obbedii prontamente e mandai giù una lunga sorsata. Lui si limitò a centellinarlo. Quando riprese a parlare, la sua voce era calma e controllata come sempre. Non ho mai sentito mio padre gridare e non l’ho mai visto perdere le staffe, e questo non significa che non avesse un carattere forte: se mai, l’esatto opposto. Disse: “Ale, non cambia niente. Rimani Alessandra con tutti i tuoi pregi e i tuoi difetti, rimani la mia adorata figlia che fino a oggi mi ha regalato solo soddisfazioni, rimani una giovane donna brillante e intelligente che ha un grande futuro davanti.” Rise sommessamente. “E rimani la mia miglior venditrice.” Ma tornò subito serio. “Non è di me che ti devi preoccupare, figliola. Se questa è la tua natura, devi solo viverla. Stai attenta alla gente, però. Sa essere molto cattiva. Abituati all’idea. Avrai modo di sentire cose molto poco carine sul tuo conto. Spero che saprai essere forte, e che non ti lascerai avvilire.” Io lo ascoltai in silenzio, e il mio amore per lui cresceva ad ogni parola. Il giorno più orribile della mia vita è stato quando mio padre è morto. L’ho sempre amato. Ma quella sera superò se stesso. Bevvi un altro sorso di whisky. “E la mamma?”, chiesi. Lui mi rivolse un sorriso dolce. “Parlerò io con lei. Non sarà facile, perché ha le sue idee, e la capisco; ma alla fine se ne farà una ragione. E’ pur sempre tua madre, e sebbene tu non ne sia convinta, ti vuole tanto bene. Ma faremo le cose con calma. Sceglierò io il momento adatto per affrontare l’argomento.” Gli andai vicino e lo baciai su una guancia. Lui mi abbracciò. Non servivano più parole.

eBook2ALEX ALLISTON 

Il 20 giugno Jane fece colazione in terrazzo con Nancy e Alex. Era sorridente e serena. Confidava nella maturità di Nancy, e perciò le aveva concesso di partecipare alla festa di Bellatrix. Alex andò in ufficio e tornò a casa verso le dodici. Per tutta la mattina si erano succeduti sprazzi di sole e scrosci di pioggia, ma ora il tempo sembrava volgere stabilmente al bello. Il cielo era limpido e l’aria tiepida e fragrante.
Alex trovò sua moglie a letto.
“Non mi sento molto bene.”, disse Jane. “Ma non è nulla di grave; questa sera starò meglio.”
Alex le toccò la fronte. Era innaturalmente calda. Jane era scossa dai brividi, ma non volle che lui chiamasse un medico.
Nel pomeriggio Alex concluse un accordo con Patrick Linney, un mobiliere di Norwich, cedendogli il cinquanta per cento dell’azienda che era appartenuta a Clark. Quei soldi sarebbero serviti per lanciare una nuova linea di mobili, assolutamente all’avanguardia. Alex prevedeva che entro due anni la Pilgrim’s avrebbe quasi raddoppiato il suo capitale. Era un progetto al quale lavorava da due anni. Le trattative con Linney erano state complesse, e Alex aveva incontrato non poche difficoltà a convincere il vecchio Pilgrim, come sempre prudente e restio ai cambiamenti, ma adesso finalmente avrebbe potuto dedicarsi anima e corpo al nuovo progetto.
Rincasò per cena. Jane era ancora a letto, e stava visibilmente peggio: respirava a fatica e aveva la fronte bollente. Alex ignorò le sue proteste e chiamò un dottore.
Durante la notte, Jane peggiorò.
Alex aveva dovuto imporsi per mandare a dormire Nancy. Era seduto sul bordo del letto e teneva una mano di Jane fra le sue, però non sapeva cosa fare. Il medico aveva diagnosticato una lieve forma di febbre cerebrale che, grazie al riposo, sarebbe presto scomparsa. Aveva detto che sarebbe tornato a visitarla l’indomani, ma che in ogni caso Jane non correva alcun pericolo.
Incompetente! pensò, cupo, Alex. D’altro canto, quello era uno dei medici più considerati di Londra, e non sarebbe servito a molto chiamarne un altro.
Jane gli rivolse un debole sorriso. “Mi dispiace”, disse, “di non averti reso felice.”
Alex la guardò con gli occhi colmi di lacrime. “Ti sbagli!”, ribatté. “Mi hai reso immensamente felice, e continuerai a farlo.”
Jane scosse la testa. Poi sembrò assopirsi. Dopo qualche istante, cercò di sollevarsi a sedere, ma le mancavano le forze.
“Devi stare tranquilla.”, disse Alex. “Domani sarai guarita.”
“No, tesoro mio.” Jane tossì, quindi parlò con un filo di voce. “Avrei voluto essere una moglie migliore, ma non sono stata capace di combattere la mia natura. Avrei tanto desiderato darti dei figli, ma…”
“Abbiamo una figlia: Nancy.”
Jane annuì. “Prenditi cura di lei, caro. Oh, lo so che lo farai, ma soffrirà molto… stalle vicino!” Lo guardò negli occhi, e Alex scorse in quello sguardo una luce di profondo amore, un amore che se non le aveva permesso di desiderarlo fisicamente, si era tuttavia manifestato sotto forma di rispetto, di stima, di comprensione.
Ma Alex non voleva ascoltare quelle parole. L’idea di perdere Jane era intollerabile. Sebbene per vari versi fosse singolare, il loro era un matrimonio felice. Forse Jane avrebbe preferito condividere la sua vita con Lucy Parker; ma se ciò non si era verificato non era stato a causa sua. Lui aveva rinunciato a Helen per lei, Jane a Lucy; tuttavia erano riusciti a costruire un rapporto solido e sereno. L’arrivo di Nancy era stato come una benedizione, e Jane si era dimostrata un’ottima madre. Era una donna provvista di saldi ideali, e di una moralità ineccepibile. Nell’educazione di Nancy, aveva dato prova di fermezza ma anche di infinita dolcezza.
“Raccontami una fiaba.”, gli disse.
Alex trattenne le lacrime e incominciò a narrare di una bellissima fata che si chiamava Jane.
Lei sorrise e chiuse gli occhi.
Disperato, Alex si inginocchiò accanto al letto. Anche se sapeva che sua moglie non poteva più sentirlo, continuò il racconto. Riuscì ad arrivare alla fine.
Poi si alzò per baciarle il viso.
“Amore mio, sei stata la migliore moglie del mondo.”, sussurrò. “Non ti avrei mai cambiata con nessun’altra!”
La voce gli si spezzò e non riuscì più a trattenere il pianto.

Sono reperibili su IBS, da Feltrinelli, Mondadori, etc.

Annunci

Read Full Post »

Il Crepuscolo della Lubjanka 15Fu in quel momento che il Bastardo si pentì per essersi vantato con Susan del suo russo perfetto. Erano fermi davanti al palazzo della Lubjanka, a bordo di un’auto che gli aveva procurato un vecchio amico che lavorava all’ambasciata britannica. Dietro di loro, a circa cinquanta metri di distanza, sostava la Chaika del KGB. Il caldo era intollerabile, e John Wyman sognava una doccia gelata, magari assieme alla voluttuosa americana; poi un buon drink, e infine una cena a lume di candele. La macchina era in buone condizioni, ma non era climatizzata.
John si stupiva di se stesso. Era un uomo pragmatico, poco incline ai sogni, alle suggestioni esoteriche e alle premonizioni. Ma Susan Cooper, quando voleva, sapeva essere  molto persuasiva e aveva insistito a lungo.
“Monica Squire”, gli aveva detto, “è una piccola smorfiosa, che si è fatta strada all’interno dell’Agenzia a furia di moine. Non riuscirebbe a sollevare un bilanciere di venti chili, né a guadare un fiume a nuoto; però è una di noi. Appartiene alla CIA!”
“Dunque?”
“Dunque sento che si trova in grave pericolo. Andiamo a dare un’occhiata.”
Il Bastardo acconsentì di malavoglia. Era stanco di Mosca e desiderava tornare in Gran Bretagna. Se non era ancora partito era a causa di Susan: a letto era strepitosa e il suo corpo lo faceva impazzire. Wyman pensava che non si sapesse comportare bene a tavola: mangiava troppo avidamente e parlava con la bocca piena; però faceva l’amore con la stessa avidità e in tali circostanze sapeva usare assai bene la bocca…
Questo, tuttavia, non significava che dovesse fare sempre quello che voleva lei. Stava per riaccendere il motore, quando Cooper gli afferrò un braccio. “Guarda!”, esclamò. Wyman vide due persone uscire dal palazzo: un uomo e una donna. L’uomo era in borghese, la donna era ammanettata. Wyman si girò verso Susan.
“E’ lei! Avevo ragione. La stanno portando via per ucciderla, ne sono certa.”
“Anche se fosse, non possiamo farci niente.”
Susan lo fulminò con lo sguardo. “Dici? Pensa a guidare, piuttosto. E seguili.”
Monica Squire salì su una Chaika priva di contrassegni, e prese posto sul sedile anteriore, l’uomo si sistemò dietro, l’autista accese il motore e partì. Dopo un attimo di esitazione, il Bastardo seguì la vettura. Altrettanto fecero i due agenti del KGB nei suoi confronti. Distanziate di un centinaio di metri, le tre macchine attraversarono Mosca e presero la strada per Minsk.
Imboccarono la M1, ma molto prima che diventasse la E30, l’auto su cui si trovava Squire svoltò verso nord. Dopo un paio di chilometri lasciò la carrozzabile per inoltrarsi in un bosco mediante un sentiero sconnesso che serpeggiava fra gli alberi.
Wyman rallentò, imitato dalla Chaika che gli stava dietro. “Devo fermarmi.”, disse. “Altrimenti capiranno che li stiamo seguendo.”
“Lo hanno già capito da un pezzo.”, ribatté Susan. “Prosegui!”
“Non sei neppure armata!”
“E chi lo dice? Coraggio, vai!”
Lo spirito inglese è particolare e scorreva forte nelle vene del giornalista. Quello spirito aveva permesso alla Gran Bretagna di dominare il mondo per secoli. Benché si sentisse stupido, e malgrado fosse quasi sicuro di andare incontro alla morte, Wyman obbedì e imboccò il sentiero.
Cinque minuti più tardi, l’auto davanti si fermò.
La Chaika del KGB la imitò prontamente, mettendosi di traverso e impedendo ogni possibile via di fuga.
John Wyman frenò e si arrestò a sua volta.
Susan balzò giù dalla macchina.
“Che donna incredibile!”, pensò il Bastardo. “Irlandese dalla testa ai piedi.”

Keynes e Lebedev si incontrarono in un pub, alla periferia di Londra. Davanti a due boccali di birra, l’americano alzò le mani in segno di resa. “E così, mio caro Piotr, le ho consegnato su un piatto d’argento l’associazione per la cooperazione tra Stati Uniti e Urss.”
Lebedev inarcò un sopracciglio.
“E’ fasulla.”, dichiarò Keynes. “E tutte le informazioni che vi abbiamo passato erano false. Da oggi la possiamo chiudere.”
Lebedev lo scrutò, perplesso. “Perché mi ha cercato?”
Il responsabile della divisione sovietica della CIA trasse un profondo sospiro. “Perché”, rispose, “ho mandato tre agenti a Mosca senza copertura diplomatica.”
“E’ impazzito?”
“Forse.”, ammise Keynes.
“E a che scopo?”
“Avvisare Gorbaciov. Il KGB sta preparando un colpo di Stato. Ma non sono riusciti ad avvicinarlo. Hanno parlato con Putin e con Eltsin: tempo sprecato!”
Il colonnello Piotr Ivanovic Lebedev si irrigidì. Lo sguardo che rivolse all’americano era gelido. “Che assurdità è mai questa?! Non mi risulta nulla del genere.”
“E’ possibile che i grandi capi non si fidino di lei, Piotr. Non abbastanza, almeno. Ma la cosa è sicura. Abbiamo smascherato una talpa che da anni lavorava per voi. Una specie di Philby.”
Lebedev fissò a lungo un punto imprecisato della parete. “E cos’hanno detto la volpe e l’orso?”
“Chi?”
“Vladimir Putin e Boris Eltsin.”
Keynes accennò un sorriso. “Putin è andato in Germania.”
“Classico da parte sua.”, commentò Lebedev.
“In quanto a Eltsin non ha creduto alla nostra agente.”
“I suoi uomini sono stati arrestati?”
“Due no, una sì. Ma sorvegliano strettamente l’altra. Il terzo ha trovato un buon rifugio.” Naturalmente si guardò bene dall’aggiungere che, grazie all’intervento di Putin, Yarbes godeva dell’appoggio della mafia russa e che attualmente si trovava nella dacia di un certo Roman Abramovich: Lebedev era pur sempre un uomo del KGB.
Il sovietico rifletté. Ordinò una vodka e un’altra birra, quindi disse: “Perché mi ha raccontato tutto questo, Patrick?”
“Lei è fedele a Gorbaciov?”
“Certamente.”
“E allora deve andare subito a Mosca.”

Per Monica fu un fulmine a ciel sereno.
Nadiya le ordinò di vestirsi perché un maggiore del Gruppo Alpha desiderava interrogarla. Squire fu raggiunta da un cupo presentimento: sarebbe stata uccisa. E prima, probabilmente, l’avrebbero torturata.
Non se lo aspettava, perciò era in preda al panico. In passato, avrebbe reagito diversamente, con maggiore freddezza, ma forse Patrick Keynes aveva avuto ragione, e lei torto: non era più un’agente operativa. Si sentiva anche molto stupida. Aveva cercato di irretire la russa, senza riuscire a portarla dalla sua parte; l’aveva sedotta e dominata, certo, però non aveva ottenuto risultati concreti. E adesso la attendeva una morte orribile.
“Nadiya mi ammazzeranno!”
“No, si limiteranno a rivolgerti qualche domanda nella loro sede, poi ti riporteranno qui.”
Monica sapeva che gli interrogatori erano una prerogativa della seconda direzione centrale. Il Gruppo Alpha si occupava di tutt’altro. Era come se a Langley si fosse presentato un ufficiale della Delta Force e avesse preteso di prendere in consegna un agente del KGB.
“Nadiya…”
La russa distolse lo sguardo a disagio.
Era pallida di collera perché intuiva che era vero.
Monica indossò gli indumenti che portava al momento della cattura e a testa bassa uscì dalla camera. Le tremavano le mani.
Quando Miloslav Pomarev le mise le manette se ne accorse. Notò che la donna era bianca come uno straccio. “Non deve avere paura, signora Squire. Non le verrà torto un capello. Si tratta di normale routine. Credo che funzioni così anche da voi. La compagna Drosdova è un semplice tenente, io un maggiore e sono più esperto in fatto di interrogatori. Tutto qui.”
Monica non gli credette.
Camminando come una sonnambula uscì dal palazzo. Pomarev le indicò una Chaika nera e la invitò a salire davanti. Una volta in macchina, le liberò i polsi. Poi disse all’autista di mettere in moto.
Il tragitto fu lungo e penoso. Monica si chiese dove fosse il quartier generale del Gruppo Alpha, ma a un tratto comprese che non si stavano dirigendo lì. Non aveva idea di dove la stessero portando; però più passavano i minuti, più si rafforzava la convinzione che l’avrebbero uccisa. Si augurava che si limitassero a spararle e che non ricorressero a metodi più brutali.
Cercò di farsi forza, di respirare con calma. Ripensò al suo passato. Avrebbe raggiunto John Lodge… e Matrioska. Per un momento, pensò di gettarsi addosso all’autista: in questo modo, almeno sarebbero morti in tre. Poi, per qualche ragione, accantonò quell’idea. Finalmente riacquistò l’autocontrollo. Era stata in Afghanistan mentre in quel Paese infuriava la guerra, aveva abbattuto un Hind, in seguito aveva vinto lo scontro mortale con Aleksandr Stavrogin, il glaciale killer russo. Sarebbe morta con onore, senza implorare pietà; non gli avrebbe mai dato quella soddisfazione.
All’improvviso, Pomarev scoppiò a ridere. “Indovini chi ci sta seguendo.”
Monica si voltò e scorse una macchina, però non riuscì a distinguere i volti delle due persone che erano a bordo.
“Chi?”, domandò.
“La sua complice, signora Squire.”
“Susan?”
Pomarev sorrise freddamente. “Già. Susan Cooper.”, disse.

Read Full Post »

La pioggia nel pinetoALESSANDRA:
Taci. Potevi parlare prima, e forse lo hai fatto: forse sono stata io a non comprendere le tue parole. Detesto la poggia. Amo il sole, il mare e il vento; e i boschi all’alba oppure al tramonto, l’ora più bella per chi ha qualcuno che lo aspetta. Quando rincasare significa percepire il profumo della condivisione, di affetti e abbracci ormai dimenticati, sepolti sotto a coltre di indifferenza, la tua indifferenza… e il mio male di vivere.
Piove dalle nuvole sparse. Un disco evoca sensazioni distanti, come perse nel mare infinito dei ricordi. Oh, quanto è grande questo mare! Quanto è vasto: accoglie rimpianti e rimorsi, in egual misura; racchiude in sé frasi e gesti avventati, di cui ormai è inutile pentirsi.
Piove sui nostri volti, sulle nostre mani. Il cielo è scuro, refrattario a ogni colore. Nessun arcobaleno, soltanto la cadenza infinita dell’acqua che scende, scorre creando rigagnoli, riaprendo antiche ferite, penetrando nell’animo come una spada avvelenata. Quel veleno speciale che porta con sé la morte, e gli infiniti pensieri che sfuggono alla comprensione, ritagli di un tempo andato che pure sembrò felice.
(E lo era).
Poi accadde quello che doveva accadere. Talvolta mi domando se davvero siamo artefici del nostro destino, se la ruota non avrebbe potuto girare in un altro modo. La risposta è desolata. Siamo tutti figli dei nostri errori, palesi, inconfutabili, eppure non voluti.
(La bambina sognava. Sentiva il Mistral sulla pelle, percorreva la Croisette con il cuore gonfio di gioia; sorrideva alla gente e osservava le bandiere garrire al vento.
Il sole c’era sempre.
Il tè del Marocco, il cielo della Tunisia, gli internet-point di Cipro, ti piacevano i Jefferson Airplane: molto da aggiungere, poco da togliere).
Taci.
Non è più il momento di parlare.
Ascolta la pioggia. Può essere musica o dolore, nostalgia o indifferenza. Io non ho più nulla da dire, se non vuote banalità; e non riesco neppure a coltivare i fiori del passato: sono appassiti, come le emozioni che più non mi appartengono, come i desideri che non fanno parte di me. Non ora, e nemmeno domani. Resta il vuoto.
E non è possibile dargli un senso.

MICHELLE:
Di pioggia s’inzuppa l’aria
– scende istancabile –
su sogni rimasti appesi
nell’eco d’un vento
che sferza il viso
e intinge gelido
nell’intimo gemito
– gocce di sale –

/che narrano ad occhi chiusi
l’assenza d’un tempo mancato/

Read Full Post »

I LOVE JANINE 11

I love Janine 11La prima volta che Marcus aveva ucciso un uomo non aveva provato alcuna emozione. Da ciò aveva dedotto che era refrattario a esse. Forse era per via del sangue del bisnonno o del nonno, o meglio ancora di entrambi: ma non gli interessava ragionarci sopra.
La seconda volta fu più difficile, perché si trovò costretto a eliminare quattro persone. Quel giorno scoprì che non conosceva la parola “paura”. Stava vagabondando per l’Europa, in attesa di recarsi a Londra dove, ne era certo, avrebbe fatto fortuna. Disponeva di pochi soldi, tuttavia sufficienti per comprare del pessimo hashish che poi rivendeva a qualche sprovveduto. Fu fermato da quattro energumeni che gli dissero qualcosa che lui non capì. Si trovava in Costa Azzurra e il francese era una lingua ostica, che non riusciva a comprendere. Per taluni era un linguaggio musicale; per Marcus un insieme di parole sconnesse prive della precisione del tedesco. Inoltre, i quattro si esprimevano in dialetto. Quello che afferrò era che non erano animati da buone intenzioni; probabilmente aveva invaso la loro zona, ed erano decisi a punirlo. Imbruniva ma c’era ancora abbastanza luce da consentirgli di scorgere i loro visi, che avevano fisionomie ottuse e brutali. Percepiva un forte odore d’aglio. Marcus non sopportava l’aglio. Il più grosso gli sferrò un pugno nello stomaco. Nella mano di un altro, piccolo e smilzo ma dall’aria cattiva, balenò un pugnale. Marcus si guardò intorno: erano in una piccola via nei pressi del vecchio porto di Cannes. Nei paraggi non c’era nessuno: né passanti, né prostitute, né poliziotti. Questo non cambiava le cose. Un passante sarebbe sicuramente scappato, una prostituta si sarebbe disinteressata di quanto stava accadendo, un poliziotto lo avrebbe arrestato, dato che era uno straniero. Era possibile che quei quattro fossero in combutta con la polizia: perciò l’avrebbero passata liscia.
Marcus ignorò il dolore, scoprendo che entro certi limiti era in grado di farlo; poi incassò la testa fra le spalle e colpì con inaudita violenza l’uomo che lo aveva attaccato per primo. Lo prese alla mascella, e un attimo dopo gli centrò i testicoli con un calcio. Fece un balzo e strappò il coltello dalle mani dello smilzo. Lo pugnalò alla gola. Quindi fronteggiò gli altri due. Il più coraggioso venne avanti con una sbarra di ferro, l’altro scappò. Marcus evitò il fendente diretto alla sua testa, si chinò e scattò con tale rapidità da impedirgli un secondo tentativo. Non provò gusto mentre la lama gli penetrava nella carne: stava semplicemente difendendosi. Era un atto meccanico, un atto necessario. In esso non vi erano sadismo, poesia o rabbia. Era un compito da svolgere: tutto qui. Si chinò sull’uomo grosso, ignorò il suo sguardo terrorizzato, non capì ciò che gli diceva – immaginò che lo stesse supplicando – e lo pugnalò a morte. Poi inseguì il quarto, lo raggiunse dopo un centinaio di metri, lo placcò come un giocatore di rugby, lo rovesciò a pancia in su e completò l’opera spingendo l’arma fino al cuore. Tornò indietro, appurò che erano tutti morti, gettò il pugnale e camminò fino all’altra estremità di Cannes, osservando con piacere le belle donne che percorrevano ingioiellate la Croisette. Si ripulì dal sangue a una fontana.
Poi entrò in un bistrot e ordinò una birra.
Marcus non provava emozioni, non aveva paura e considerava le femmine solo una momentanea fonte di piacere. Ogni sentimento era escluso. Era contento di se stesso, e riteneva di essere una persona assolutamente normale. Non conosceva morale ed etica, ma lo stesso discorso si applicava ai banchieri, ai ricchi industriali, ai nobili sfaccendati, alle donne che tradivano i mariti e ai mariti che picchiavano le mogli.
Riascoltò I love Janine, e mentre la limpida voce di Sarah Taverner riempiva la stanza, fece una scoperta che non gli piacque. Per Sarah e Janine aveva sviluppato una forma di ossessione, e ciò contrastava con la sua indole.
In precedenza, se voleva una donna se la prendeva; se lei gli resisteva, la dimenticava subito. Il mondo era pieno di ragazze graziose, non c’era che l’imbarazzo della scelta. Lui mirava al guadagno, al lusso, ai ristoranti dove camerieri ossequiosi gli servivano quaglie e champagne, ai vestiti eleganti. Non certo all’amore.
Rifletté su quell’ultimo punto. Sentiva di poter escludere di essere innamorato di Sarah o di Janine. Però… c’era quell’ossessione… quella brama di possederle entrambe; e prima di allora non gli era mai successo. Erano belle, attraenti, affascinanti, tuttavia ciò non giustificava il suo interessamento morboso. Che fosse dovuto alla musica? Scrollò le spalle. Lo annoiava pensare troppo.
Il citofono suonò e Marcus andò ad aprire a Janine Leblanc.
Janine era tesa e ansiosa.
Marcus la invitò ad accomodarsi sul divano, ma lei prese a misurare a grandi passi il soggiorno. Spense il lettore e dichiarò: “Non è giusto quello che stiamo facendo!”
Marcus le rivolse un sorriso freddo. “Non la desideri più? In tal caso, sei libera di andartene. Non sarò io a costringerti a rimanere qui ad aspettarla.”
Janine si fermò davanti a lui. “Non si tratta di questo. Semplicemente mi sono comportata male e ho sbagliato ad assecondare il tuo piano. Sarie deve essere libera di…”
“Ho capito.”, la interruppe Marcus. “Non vuoi che lei sia felice.”
“Certo che lo voglio! Ma non tramite un inganno.”
Marcus scosse la testa e disse: “Non confondere i mezzi con il fine. Sarah ti ama, sebbene per il momento non intenda ammetterlo nemmeno a se stessa; e se tornerà con te, sarà felice. Adesso, invece, non lo è. Ecco perché è costretta a ricorrere a me. Ma, quando sarete di nuovo insieme, lei non avrà più bisogno di surrogati. Vedi… quello che io le procuro è semplicemente un surrogato dell’amore:  potrebbe andare avanti all’infinito e la sua vita non cambierebbe comunque. Sei tu che le manchi!”
Janine si lasciò cadere sul divano. “Non ti credo. Se fosse così, mi avrebbe cercata.”
“E tu hai cercato lei?”
Janine meditò su quelle parole. “No.”, ammise infine. Era tutto così complicato, così contorto! Si era presentata da Marcus decisa a comunicargli che si tirava fuori, che non avrebbe più fatto da tramite fra lui e Sarah; però adesso si sentiva confusa. E se quell’uomo avesse avuto ragione? Esistevano mille motivi che potevano spiegare il fatto che Sarah non aveva mosso il primo passo. Era una donna orgogliosa. Forse pensava che lei, Janine, non l’avrebbe più voluta. Oppure era combattuta e magari sarebbe stato sufficiente un gesto, un sorriso, per riconquistarla. Ma perché ricorrere alla droga? Per avere una scusa per incontrarla ancora.
A un tratto, fu colta da un terribile sospetto.
Si alzò dal divano. Con le gambe larghe e le mani sui fianchi fissò quell’uomo enigmatico. Puntò un dito contro di lui. “Tu le hai venduto cocaina, vero? Non… altro?”
“Certamente.”, rispose Marcus. “Cosa avrei dovuto darle, altrimenti?”
“Io ho sentito la sua voce al telefono. Era come disperata. La coca non dà assuefazione.”
Marcus si alzò a sua volta. “E non ti domandi da dove proveniva quella disperazione, quell’angoscia? Dall’amore che prova per te.”
Janine lo guardò dubbiosa.
Marcus la abbracciò e la baciò sulla bocca.

La prima reazione di Janine fu di incredulità.
Sconcertata, non trovò la forza per reagire con prontezza; poi si riscosse e cercò di liberarsi dell’abbraccio. Ma Marcus era molto più forte di lei. Però esercitava quella forza con gentilezza; non c’era violenza in lui. Emanava un buon profumo. Ed era bello. Senza essere pienamente consapevole di ciò che faceva, Janine socchiuse la bocca. Le lingue si incontrarono. Marcus era molto delicato: baciava meglio di Sarah e anche di tutti i ragazzi che lei aveva frequentato prima di essere sedotta da una donna.
Io non sono lesbica, pensò confusamente: Sarah lo è, a me invece sono sempre piaciuti gli uomini, e lei rappresenta un’eccezione.
Accolse completamente la lingua di Marcus e corrispose al bacio quasi con rabbia. Sarah Taverner era una donna fredda ed egoista, l’aveva umiliata e mortificata, flirtando con Susan Driver davanti ai suoi occhi; e poi l’aveva lasciata per una scena di gelosia che era più che giustificata. A nulla era valso supplicarla.
Marcus era gentile e premuroso. Si guadagnava da vivere in modo sbagliato, ma lei avrebbe potuto convincerlo a cambiare. Non erano pensieri formulati secondo una sequenza logica: piuttosto lampi che si affacciavano al suo cervello, confondendola. Erano sensazioni, emozioni: risentimento nei confronti di Sarah, dolore, angoscia… desiderio. Sentiva il bisogno di essere amata, protetta, consolata.
Quando Marcus le toccò il seno, provò un brivido. Si strinse a lui, sporgendo il bacino. Era una follia? No, non lo era. Si staccò e questa volta Marcus glielo permise; si tolse le scarpe e cominciò a spogliarsi. Lui la imitò. Un momento dopo giacevano avvinghiati sul divano. Si sentì penetrare, si inarcò e subito iniziò a godere. Lo morse, gli graffiò la schiena e provò un senso di profonda gioia quando lui venne. Strinse le gambe per tenerlo dentro di sé. Lui la guardava con un’espressione estasiata che la commosse. La baciò teneramente, le accarezzò il viso, continuando a fissarla con uno sguardo che non lasciava adito a dubbi: l’amava. E poi fu ancora pronto. Lo sentì crescere, farsi sempre più duro. Fecero nuovamente l’amore, questa volta con estrema dolcezza; e fu ancora più bello.
Entrambi erano riluttanti a separarsi. Non parlavano. Lei lo osservava, studiava il suo volto, gli scompaginava i capelli. Si rendeva conto di non soffrire più, di non pensare più a Sarah… di essere felice.
Marcus disse: “Sei bellissima, tesoro!”
Janine sorrise. “Anche tu sei bello. Non avrei mai immaginato di… di…” Arrossì, pensando che forse adesso lui la stava giudicando. Marcus parve leggerle nel pensiero. “Abbiamo fatto la cosa giusta, non ti devi vergognare.”
Lei accolse quelle parole con sollievo. Per un attimo si era biasimata: in fondo aveva aperto le gambe a uno sconosciuto, ed era bastato che lui la baciasse perché ciò succedesse. Molti uomini l’avrebbero considerata una donna leggera, avventata, se non peggio. Ma gli occhi di Marcus non mentivano e aveva saputo dirle esattamente quello che lei avrebbe voluto sentirsi dire. Questo denotava una grande sensibilità. Gli fu grata e lo strinse forte a sé. Una quantità di pensieri le attraversavano la mente, però lei li scacciò; desiderava soltanto prolungare quel meraviglioso momento di intimità, assaporare altri baci, vivere nuove emozioni. Ci sarebbe stato tempo per pensare: ma non ora.

Sarah rilesse il messaggio, chiedendosi irritata per quale motivo Janine avesse dato il suo numero di cellulare a Marcus. Ma forse era stato un bene e comunque adesso aveva solo fretta di comprare dell’altra coca. Una coca strana, diversa, che però le piaceva molto più dell’altra. Non si limitava ad eccitarla, a renderla forte e lucida; la portava in mondi strani e sconosciuti, vagamente pericolosi, che tuttavia la appagavano e la facevano sognare. La sera prima aveva litigato aspramente con Meaghan O’Reilly e c’era il rischio che il progetto di incidere un disco insieme andasse in fumo. Per la sua carriera sarebbe stato un danno irreparabile. Avrebbe dovuto essere preoccupata, ma lo era solamente in minima parte: allo stato attuale, Marcus era più importante di quell’irlandese irascibile.
L’sms la informava che il citofono era guasto. Marcus non sapeva quando lo avrebbero aggiustato, perciò avrebbe aperto il portone all’ora convenuta. Infatti, Sarah entrò senza problemi. Raggiunse l’appartamento di Marcus e, come da istruzioni, non bussò.
Entrò e si guardò attorno.
All’inizio pensò che non ci fosse nessuno. Marcus si era scordato dell’appuntamento?
No. Altrimenti non le avrebbe lasciata aperta la porta.
Poi le sembrò di udire dei rumori che provenivano da una stanza attigua.
Bene. Marcus c’era.
Senza una ragione precisa, spostò lo sguardo sul divano.
Avvampò in viso.
Sul divano c’era Janine ed era nuda.
Inizialmente, le parve sgomenta.
Ma un istante dopo Janine Leblanc le rivolse uno sguardo trionfante.

Read Full Post »

La magia del boscoIl nonno gli aveva trasmesso la passione. Quella per i rapaci notturni s’intende: gli allocchi, le civette, i barbagianni. Anche se il nonno era riuscito ad addomesticare un gufo reale solo per andarci a caccia. E Stelvio ancora se li ricordava quei giorni: era uno spettacolo osservare l’animale lavorare la preda. Il gufo si levava in ampi giri morbidi sfruttando il vento e le termiche che lo spingevano improvvise da sopra gli specchi d’acqua al sole. E poi si gettava a capo fitto verso il coniglio selvatico o il leprotto attardatosi fuori dalla tana. Era un volo pieno di silenzi ma con la rapidità della morte negli artigli aperti a ghermire la vita. Un attimo ed era tutto finito. Stelvio però preferiva guardarli, i rapaci. E se fosse riuscito a catturarne uno ne avrebbe avuto cura per sempre. È per questo che aveva costruito un riparo di legno posizionandolo a sud, come andava fatto, sui rami alti della quercia più frondosa. E aveva atteso per settimane, fino a quando quel giorno non trovò alla base del tronco un bolo di pelo e ossa. Il suo rifugio era stato colonizzato, ne era certo.
“Domattina andiamo dal Marchese.” gli comunicò lo zio arrivandogli alle spalle. Invidiava quel suo modo di camminare nel bosco, da lupo, senza fare il minimo rumore. “Martino sta male. E ho bisogno che tu mi dia una mano con le foglie del viale.”
Stelvio non disse nulla. Assentì cercando di riuscire a intravedere tra i rami il ‘suo’ strigide. Non c’era bisogno di dire nulla, del resto, non sarebbe servito. Lo zio comandava e basta e non c’era modo di contrastarlo. Tanto valeva fare come diceva lui, da subito.
Così al mattino seguente si era fatto trovare pronto alle cinque. La tenuta ‘I Geti’ del Marchese, di centottanta ettari, era a due ore di furgone da casa. Il nonno gliene aveva parlato diverse volte, quand’era piccolo, e sempre con gran rispetto. In quella foresta c’erano daini, caprioli, lepri, cinghiali, cervi. Il paradiso del cacciatore. Al nonno brillavano sempre gli occhi quando ne parlava e finalmente, ora, l’avrebbe visto. Ma aveva bisogno di un paio di stivali per il fango, così diceva lo zio, e lui non ne aveva. Frugò allora tra le cose del nonno. C’era ancora tutto nella sua stanza: i vestiti, il necessario per fare la barba, i cappelli, le scarpe, la busta per il tabacco. Ogni cosa era ben riposta, in ordine, persino senza polvere, come se avesse dovuto tornare da un momento all’altro. E invece una mattina, aveva preso il suo sovrapposto più bello ed era uscito senza più tornare. La sensazione era però che, pur dopo tanti anni, l’avrebbe visto una sera affacciarsi allo specchio della porta e chiedere, come se nulla fosse stato, cosa ci fosse per cena.
E dopo tanto cercare li trovò in fondo all’armadio: un paio di stivali neri, consumati, che a lui, che non aveva compiuto diciassette anni, stavano davvero larghi. Il nonno era infatti un omone di quasi due metri di altezza, grosso come un monumento ai caduti, una roccia d’uomo che nulla sembrava poter scalfire. Gli stivali gli servivano, e questo era tutto, e lui li prese.
Il furgone s’inerpicò per la strada sterrata sobbalzando a ogni buca. I rastrelli, la scala, le pale e ogni altro strumento da lavoro sbattevano sul pianale del furgone con gran fracasso. Lo zio se ne stette muto, per tutto il tempo: sembrava godersi quel concerto di ferraglia. Quando cominciarono ad avvicinarsi alla tenuta, tanto da poterla veder sbucare, tra il verde cupo dei lecci, come un animale curioso, cominciò a fargli un mucchio di raccomandazioni. Doveva parlare solo se gli altri gli avessero rivolto la parola, non doveva entrare nella Casa, né sputarsi nelle mani in presenza di qualcuno prima di usare il rastrello e, soprattutto, non avrebbe dovuto lamentarsi mai. Stelvio lo ascoltò per i primi cinque minuti, poi si mise a fissare alla sua destra due cavalli che correvano liberi al galoppo con il collo rigido e le froge al vento a fiutare gli odori grassi della pioggia che nella notte aveva reso scura e fredda la terra della campagna. Le luci del parco, ancora accese, consentivano una certa visibilità.
“Hai capito? Sono stato chiaro?” gli chiese alla fine lo zio mentre stavano ormai entrando nella tenuta.
“Sì sì, certo, zio.”
Appena scese dal furgone gli si parò innanzi, inaspettata, la più grossa voliera di rapaci che avesse mai visto. Vi si avvicinò come rapito. C’era una poiana codarossa, una di Harris, un falco pellegrino, un astore e… e un tenero assiolo. Che meraviglia. Non ci poteva credere di poterli vedere tutti insieme in un solo momento.
“Stelvio! Stelvio!” lo zio lo chiamava facendogli gli occhi severi. “Prendi gli attrezzi sul furgone, presto, e seguimi: non fare lo scemo come al tuo solito”.
Lui tornò indietro, in fretta, saltando sul pianale del furgone. Afferrò i rastrelli, un forcone e il secchio. Poi si fermò a guardare lo zio che, più avanti, si era messo a parlare con un signore ben vestito. Da lassù poteva vedere l’ingresso della foresta, il maneggio, le stalle e l’andirivieni della gente, ognuno con un suo compito preciso. Guardò la casa che si ergeva accanto a lui, forte e austera come un monito. Era grigia, di pietra granitica, con modanature in legno quasi nero, che ne sottolineavano l’imponenza solenne. Guardò verso le finestre al primo piano. E fu lì, che nella semioscurità,  la vide. Poteva avere la sua età. Una ragazza dai lunghi capelli biondi, il viso appoggiato sul mento, lo stava osservando attraverso i vetri della finestra. Lo sguardo era triste, annoiato, ma era diretto proprio verso di lui. Stelvio provò ad abbozzare un sorriso e alzò una mano, per salutarla, ma lei non contraccambiò. Stelvio si mise subito al lavoro.
Sebbene fosse un ragazzo, era molto forte per la sua età ed era abituato alla fatica. Cominciò a levare le foglie con metodo.
A est una pallida striscia luminosa preannunciò il sorgere del sole. Qualche minuto più tardi, il cielo diventò azzurro e tutta la campagna circostante si rivestì di un morbido colore dorato. A causa della pioggia della notte precedente, si erano formate vaste pozzanghere che, però, presto asciugarono.
Un vento fresco che proveniva da occidente accarezzava le cime degli alberi e scompigliava i capelli di Stelvio.
Il ragazzo procedette con impegno per le successive due ore. Mentre adoperava il rastrello, pensava a quando avrebbe visto volare il suo rapace. Forse goffo e incerto, i primissimi tempi, poi sempre più sicuro e arrogante, come lo spirito di un predatore richiedeva. Di tanto in tanto lo zio lo controllava, ma si limitava ad annuire: il ragazzo stava facendo un buon lavoro. Man mano, Stelvio si allontanò – la tenuta era assai vasta – fino a quando lo zio scomparve alla vista.
A un tratto, il vento cessò. Adesso faceva caldo. Stelvio sostò per qualche istante e si deterse il sudore dalla fronte. Fu allora che udì una voce che gli ricordava qualcuno. “Ti stanno proprio bene quegli stivali! Sembrano fatti su misura.”
Stelvio si voltò di scatto e vide un uomo grande e grosso, con una folta barba grigia e occhi azzurri e penetranti.
Un momento dopo lo riconobbe.
“Nonno!” esclamò in preda a una viva gioia.
Aveva amato molto suo nonno, forse più dei genitori, e quando era scomparso ne aveva sentito profondamente la mancanza. Adesso appariva invecchiato, ma era sempre dritto e solido, simile a una poderosa quercia.
“Dove sei stato per tutto questo tempo?”, gli domandò.
“Oh, in vari posti.”, rispose il nonno. “Ho girato il mondo. Volevo vedere foreste più grandi, e le ho viste!” C’era una luce sognante nel suo sguardo. Rimase in silenzio per alcuni istanti, come se stesse rivivendo quei giorni e vedendo nuovamente le foreste di cui parlava.
“Ho visto una quantità di animali.”, riprese il vecchio. “Non soltanto daini, caprioli, lepri, ma anche lupi, volpi e un cervo che aveva un palco di straordinaria bellezza. Era veramente un esemplare maestoso. E, poi, ogni genere di rapace. Però, mi sei mancato, figliolo.”
Stelvio era commosso. “Anche tu, caro nonno!” Gli raccontò del suo sogno di avere un rapace e di come forse fosse riuscito a realizzarlo. Il nonno lo ascoltò con attenzione, quindi gli impartì alcuni consigli pratici, che il ragazzo memorizzò. Stelvio accennò anche a una certa Matilde, una giovane maggiore di lui di un anno. Aveva dei magnifici occhi verdi e soffici capelli biondi che le arrivavano alle spalle; purtroppo, però, non lo degnava di uno sguardo, forse a causa della differenza di età. Il nonno si sedette su una roccia che affiorava dal terreno, proprio sul limitare del bosco, tolse il cappello e lo depose con cura in un punto perfettamente asciutto. “Presto Matilde ti amerà.”, commentò dopo un momento. “Vi sposerete, avrete tre figli e sarete molto felici insieme. Lei si dimostrerà una moglie fedele e devota, e tu sarai un marito appassionato e premuroso. Vivrete a lungo insieme.”, concluse sorridendo. “Ma ora riprendi il tuo lavoro, altrimenti lo zio si arrabbia.”
Stelvio avrebbe voluto parlare ancora con il nonno, però obbedì. Continuò a sgombrare il lungo viale dalle foglie, mentre il sole saliva alto nel cielo. Ogni tanto, si lanciava un’occhiata alle spalle come per accertarsi che il vecchio fosse ancora lì. Il nonno riposava tranquillo. Il ragazzo provava una dolce sensazione di calore che non era dovuta al sole.
Doveva essere circa mezzogiorno quando lo zio lo venne a cercare. Era ora di pranzo.
“È tornato il nonno!”, lo informò Stelvio, tutto eccitato.
“Non dire sciocchezze.”, replicò lo zio. “Che ti ha dato di volta il cervello?”
“Ma guardalo, zio, è lì!” E indicò la roccia dove il nonno si era seduto.
Ma su quella roccia non c’era nessuno.
Stelvio fece girare lo sguardo. Non vi era traccia del nonno.
Lo zio lo prese sottobraccio. “E’ ora che tu lo sappia.”, disse in tono gentile. “Nonno è morto da molto tempo.”
“Ma… ma…” Stelvio scosse il capo, frastornato.
Si avviarono per tornare al furgone dove avrebbero consumato una colazione al sacco.
Stelvio camminava a testa bassa.
Non si voltò più.
Se lo avesse fatto, avrebbe visto un cappello depositato con cura su un punto perfettamente asciutto del terreno.

Più tardi, il Marchese li mandò a chiamare. Sebbene fosse un ricco nobile, era anche un uomo alla mano. Intendeva congratularsi per la solerzia con cui zio e nipote avevano svolto il lavoro di Martino. Lo zio aveva colto un mazzo di fiori. Lo porse al Marchese. “Un piccolo omaggio.”, dichiarò.
In quel mentre, sopraggiunse la figlia del Marchese.
“Questi fiori sono per me?” chiese.
Il Marchese sorrise. “Credo proprio di sì.”
Matilde fece un piccolo inchino. “Grazie!”, disse rivolta allo zio, ma il suo sguardo si fissò su Stelvio.
Lui la ricambiò ed entrambi arrossirono.

Read Full Post »

Monica si interruppe per raccogliere le idee. Equivocando, Nadiya pensò che fosse giunto il momento del castigo.
Assunse un tono di voce da bambina che non le apparteneva. “Ti prego, non farmi soffrire troppo oggi: non mi sento bene.” In base alle esperienze precedenti immaginava che avrebbe ottenuto l’effetto opposto e, malgrado sapesse che l’americana l’avrebbe tormentata fino a sconvolgerla, e sebbene avesse realmente paura, era esattamente ciò che voleva. Ansia e aspettativa rappresentavano le due facce della stessa medaglia.
Ma Monica la stupì. “Oggi desidero solamente parlare.”, rispose.
“Ancora degli Stati Uniti?”, le domandò la russa, a un tempo sollevata e delusa.
“Sì. Vorrei portarti con me in America. Scopriresti che da noi la vita è completamente diversa da qui. Impareresti ad amare la libertà, il benessere, le comodità. La CIA è molto generosa con chi accetta di collaborare. Avresti una splendida casa, un sostanzioso conto in banca, l’automobile che preferisci, vestiti, gioielli, scarpe.”
Nadiya le rivolse un’occhiata fredda. “Mi stai proponendo di tradire il mio Paese?”
Era un argomento estremamente delicato. Bisognava scegliere con cura le parole, badando alle sfumature, e poteva non essere sufficiente. Monica replicò con calma. “Io non la vedrei in questi termini. Se, nonostante tutto, Gorbaciov dovesse rimanere al potere e – credimi – è possibile, questa non sarebbe più una nazione nella quale ti riconosceresti. E’ come se in America si instaurasse un regime fascista. Per fortuna non succederà mai, ma se per assurdo dovesse accadere, io non esiterei a lavorare per un altro Stato. Questo non è tradire. Ti propongo semplicemente di cambiare campo.” Monica detestava mentire, però si costrinse ad aggiungere: “E io sarei sempre la tua padrona. Non solo. Avrei a disposizione molti strumenti estremamente efficaci, di cui adesso non posso fare uso.” Poi trattenne il fiato.
Nadiya la fissò.
Non stava pensando ai soldi e al benessere. Si figurava scene torride di sofferenza e di sesso. Si domandava a quali strumenti Monica alludesse.
Ma la sua proposta era offensiva.
Scosse la testa. “Quello che mi chiedi di fare è semplicemente inaudito. Io non tradirò mai la mia patria, Gorbaciov o non Gorbaciov. E, per inciso, le sue possibiltà di restare al potere sono meno di zero. Se tu fossi un’altra, ti farei pentire amaramente di quello che hai detto!”
Monica annuì. Era stata una mossa azzardata, troppo prematura. “Scusami.”, disse. “Non ne parlerò mai più.” Un istante dopo si sarebbe morsa la lingua: non doveva mostrarsi remissiva.
Grazie al cielo, non correva alcun pericolo, dato che teneva Nadiya in pugno – e la sua reazione, sebbene sdegnata, lo confermava -, però il suo tentativo era fallito.
In quel momento, bussarono alla porta.
Nadiya si rivestì in fretta e furia e irritata andò ad aprire. “Avevo ordinato di non disturbarmi quando sto interrogando la cekista. Come osi disobbedire? Farò rapporto!”
La guardia era palesemente a disagio. “Il compagno maggiore Pomarev ha molto insistito.
“Pomarev?”  Nadiya guardò l’uomo perplessa.

Patrick Keynes si svegliò prima dell’alba e preparò da sé la colazione. Mentre sorseggiava la spremuta d’arancia e aspettava che caffè e uova fossero pronti, riesaminò la telefonata di Yarbes, valutando la situazione.
Le notizie erano pessime. Monica Squire prigioniera del KGB, Susan Cooper sorvegliata a vista e Martin costretto a nascondersi in una foresta. Tutto questo senza che il segretario generale Michail Gorbaciov fosse stato informato su quanto si stava tramando alle sue spalle. Fallimento su tutta la linea, pensò scontento.
Due ore più tardi, il responsabile della divisione sovietica della CIA era su un aereo diretto in Gran Bretagna. Disponeva di documenti perfetti, assolutamente regolari, ma con un nome diverso. Quando l’aereo atterrò, a Londra era già sera, a causa della differenza di fuso orario. Non lo aspettava nessuno. Keynes salì su un taxi e si fece portare al Windsor House Hotel, a South Kensington, un albergo tranquillo e di poche pretese. Sistemò la valigia in camera e uscì per cenare in un locale nelle vicinanze. Poi andò a dormire.
L’indomani si recò all’ambasciata sovietica e chiese di poter parlare con l’addetto culturale Piotr Ivanovic Lebedev. Mostrò il passaporto che lo identificava come Stuart Forrest, presidente dell’associazione per la cooperazione tra Stati Uniti e Urss. L’associazione esisteva veramente: all’inizio era stato un fumoso insieme di personaggi stravaganti che stampavano e distribuivano opuscoli inneggianti alla pace e all’amicizia e che perdevano ore e ore in dibattiti del tutto sterili dove ciascuno dava ragione all’altro. Sebbene fosse un’organizzazione sostanzialmente inutile, il KGB aveva deciso di sovvenzionarla, anche se in misura molto modesta. Poi era intervenuta la CIA e Forrest ne era divenuto il presidente. Per una volta, l’FBI aveva collaborato con Langley, infiltrando i suoi agenti nell’associazione e convincendo in modo discreto i membri originari a sloggiare.
D’un tratto, tale organismo aveva cominciato a trasmettere a Mosca notizie di una certa rilevanza e le sovvenzioni erano immediatamente aumentate. Alla CIA erano scettici riguardo all’utilità di quell’operazione, e il più scettico di tutti si era dimostrato proprio Keynes. Ma il direttore aveva insistito. “Male non farà di certo. E’ pur sempre una carta in più da giocare.”, commentò per difendere quell’idea in apparenza priva di senso.
E ora tornava utile.
Dopo circa mezz’ora, Keynes fu ricevuto da Lebedev in una saletta privata. Quando il sovietico lo vide non nascose lo stupore. Il colonnello della prima direzione centrale Piotr Ivanovic Lebedev era il rezident del KGB di Londra e riconobbe subito l’uomo della CIA. I due si conoscevano e, naturalmente, entrambi sapevano perfettamente qual era la mansione dell’altro.
Si erano incontrati per la prima volta dieci anni prima. A quell’epoca, Patrick Keynes era un agente operativo e Piotr un giovane tenente. Si trovavano in Austria, a Vienna. Lebedev era libero di frequentare chiunque, dato che fra i suoi compiti rientrava quello di “reclutare” agenti appartenenti ai servizi segreti nemici. Tramontata l’era degli “inglesi idealisti”, per un uomo del KGB non era un lavoro semplice, ma Piotr era molto abile. Ci provò con Keynes, il quale a sua volta tentò di convincerlo a passare dall’altra parte. Dopo varie schermaglie, i due rinunciarono, si fecero una grande risata e si concessero una bevuta. Malgrado le circostanze, fra loro nacque una forte simpatia, il che non era affatto usuale. In seguito si erano incontrati altre tre volte. L’ultima risaliva al 1986.
Keynes salutò il colonnello con un sorriso.
“Non qui!”, disse il russo. “E indicò un luogo e un’ora.”

“Il compagno maggiore Pomarev appartiene al Gruppo Alpha, se non erro.”, ribatté Nadiya. “E non ha nulla a che vedere con la prigioniera.”
“Questo vale anche per un’agente della prima direzione centrale, che non dovrebbe trovarsi qui bensì a Yazenevo.”, intervenne una nuova voce. Pomarev era sbucato all’improvviso alle spalle della guardia.
Nadiya si irrigidì. Era di pessimo umore a causa della proposta di Monica e non aveva alcuna intenzione di accettare interferenze. “Io mi sto occupando della spia americana per un preciso ordine del compagno presidente Vladimir Aleksandrovic Kryuchkov. Mi ha affidato il compito di sorvegliarla e di interrogarla, senza per questo ricorrere a metodi eccessivamente brutali, ed è precisamente ciò che sto facendo.”
“E che continuerà a fare.”, disse Pomarev. “Ma a partire da domani, quando la riporterò sana e salva.”
“No.”, disse la russa.
Pomarev le rivolse uno sguardo gelido. “Tenente Nadiya Nicolajevna Drosdova, io le sono superiore in grado e ho la facoltà di impartirle degli ordini.”
“Prima voglio parlare con il presidente.”
“E’ partito.”, dichiarò Pomarev, e questo era vero. “Sono venuto alla Lubjanka per suo espresso volere.”, e questo era falso. “Prima di lasciare Mosca mi ha incaricato di interrogare l’americana. E’ interessato a certi segreti militari, che esulano dalla sua competenza. Se continuerà a mantenere questo atteggiamento ostile, sarò costretto ad arrestarla.”
Nadiya lo scrutò, incerta. Conosceva di fama Miloslav Pomarev e lo trovava detestabile. Sapeva, però, che godeva dei favori del presidente del KGB. Se Kryuchkov desiderava che Squire fosse interrogata da Pomarev, lei non poteva opporsi. Benché fosse riluttante, annuì lentamente. “D’accordo.”, si arrese. “Fra cinque minuti sarà pronta.”
“Molto bene, compagna. Aspetterò qui.”

Read Full Post »

I LOVE JANINE 10

I love Janine 10Il bisnonno di Hans Schweinsteiger aveva combattuto sul fronte orientale durante la prima guerra mondiale. Era stato decorato dopo la battaglia di Tannenberg, che aveva permesso ai tedeschi di annientare le armate russe che avevano invaso la Prussia Orientale. Il grosso dell’esercito tedesco si trovava in Francia con l’intento di conquistare Parigi e ricacciare gli inglesi oltre Manica per poi affrontare i russi. Lo Stato Maggiore tedesco aveva previsto una mobilitazione assai lenta dell’immenso esercito russo – sei milioni di uomini – ma le truppe dello zar erano state più rapide del previsto.
Tuttavia i loro ufficiali erano pessimi, i soldati male addestrati e il popolo contrario alla guerra. Per questo furono travolti. In seguito il bisnonno era stato promosso generale.
Il nonno era stato un alto papavero nazista, e il padre di Hans avrebbe seguito quelle orme se ancora si fosse potuto combattere. Ma ormai la Germania era diventata una nazione pacifica e per lungo tempo divisa in due: una parte libera e prospera a ovest, una zona comunista povera e arretrata che rispondeva all’Unione Sovietica a est.
A volte Hans sorrideva al pensiero di come lui fosse diverso dai suoi avi. Da loro forse aveva preso la freddezza, la determinazione, la mancanza di pietà. Però, a differenza loro, preferiva guadagnare e divertirsi.
Aveva mentito a Janine Leblanc promettendole un’improbabile riappacificazione con Sarah Taverner, e lei più per amore che per stupidità gli aveva creduto.
Ma desiderava Sarah per sé. Naturalmente insieme all’ingenua Janine. Si era creato mille giochi mentali, figurandosi le più svariate posizioni erotiche, e ciò gli piaceva perché l’attesa aumentava l’eccitazione. Questo valeva per i cacciatori, per i ladri… e per lui. Prima le due donne avrebbero fatto l’amore fra loro e Hans si sarebbe limitato a guardare; poi sarebbe intervenuto e le avrebbe possedute entrambe, anche se non sapeva ancora in che ordine: lo avrebbe deciso al momento.
Aveva smesso di vantarsi al pub, dato che adesso la faccenda non apparteneva più alla sfera fantastica ma era prossima a realizzarsi.
Raccomandò a Janine di essere gelida, quando Sarah l’avesse chiamata.
E da quanto gli riferì lei, aveva seguito il suo consiglio, rendendole molto penosa la telefonata. Infatti, le annunciò che avrebbe dovuto aspettare tre giorni. Tre giorni erano lunghi, dopo aver assaporato la micidiale combinazione di cocaina e eroina, che Hans aveva preparato. Conosceva i sintomi provocati dallo Speedball: influenza, febbre, vomito e un disperato bisogno di varcare nuovamente le porte di quel paradiso. Normalmente occorreva un tempo maggiore, ma Sarah si era dimostrata ingorda, comprando ben cinque grammi. Sarebbe arrivata l’indomani. E Hans avrebbe calato il suo asso. Gli altri lo chiamavano Marcus, ma quando pensava a sé non riusciva a dimenticare che era un tedesco, né a scordare il suo vero nome. Non si sarebbe mai sentito inglese. Anche se la Gran Bretagna aveva sconfitto per due volte la Germania (grazie all’aiuto degli americani), il popolo tedesco era superiore: la lingua era più precisa, la birra e le salsicce più buone, e le donne più belle. Gli inglesi fondamentalmente erano stupidi.
Represse un sorriso e accese il lettore per inserire il suo cd preferito: I love Janine.

Meaghan O’Reilly non aveva un carattere facile.
Le era piaciuto l’album di Sarah Taverner, aveva letto le recensioni del suo concerto con Susan Driver e d’istinto aveva deciso di incidere un disco con lei. La considerava una giovane dotata di vasto talento ed era sicura che sarebbe venuto fuori qualcosa di buono. Le era sempre piaciuto collaborare con altre donne; tuttavia non aveva avuto fortuna. I primi due tentativi erano falliti a causa della mancanza di feeling, il terzo perché Tori Amos aveva tentato di sedurla. Meaghan era intransigente su questo: mai mischiare il lavoro con il piacere. Senza contare che all’epoca non era libera. Sarah le era sembrata perfetta, ma ora Meaghan era profondamente irritata.
Sebbene fosse una bella ragazza, sana e robusta, Sarah Taverner si era presentata alla seconda prova pallida e tremante, con gli occhi cerchiati e vistosi sintomi di una forte influenza. Non era colpa sua, naturalmente, però , contrariamente all’immagine che dava di sé, appariva fragile e insicura, e soprattutto pareva non avere lo straccio di un’idea. Invece di essere entusiasta era depressa.
Meaghan era perplessa, dato che I love Janine era un album pieno di intuizioni brillanti, che rivelavano fantasia, competenza e passione. Che si fosse trattato di un caso? Tendeva a escluderlo. Comunque, la rimandò a casa, ingiungendole di tornare quando fosse guarita. Nel frattempo avrebbe composto le prime canzoni del nuovo disco. Non volle credere a Bill Spencer, uno dei tecnici del suono, quando questi le sussurrò in un orecchio che quella di Sarah Taverner non era una normale indisposizione. Bill fece alcune insinuazioni che non le piacquero.
Ragionando a mente fredda, scartò con decisione tali maldicenze.
Sarah Taverner non aveva l’aspetto di una drogata. L’importante era che si riprendesse in fretta. Meaghan non aveva tempo da perdere. Le concesse una settimana. Scaduto quel termine, se non fosse migliorata, l’avrebbe liquidata.

A Janine era costato molto rapportarsi in modo freddo con Sarah. E’ vero: era stata lasciata da lei e a causa sua soffriva in maniera indicibile, ciononostante non trovava giusto comportarsi con la sottile perfidia che Marcus le aveva suggerito. Era un comportamento sleale che non apparteneva alla sua indole.
Un’altra cosa non le era piaciuta. La voce di Sarah. Al telefono era suonata tesa, incerta, quasi disperata; e questo significava che stava scivolando nel baratro della dipendenza. Janine l’amava e non poteva sopportare l’idea che Sarah diventasse una tossica. Aveva fatto male ad ascoltare Marcus. Lui l’aveva irretita, prospettandole un ritorno di fiamma da parte di Sarah, però non era questo il metodo giusto per riconquistarla, posto che ciò potesse accadere. Inoltre, le parole di Marcus erano state vaghe, nebulose, e lei era stata stupida a prestargli fede.
Ma l’idea di rivederla, anche per un’unica volta, era irresistibile…
D’impulso prese un foglio e scrisse alcune parole.
Non poteva saperlo, ma un giorno le avrebbe ascoltate, perché sarebbero diventate il testo di una canzone.

Non è stata l’invidia a mangiarci dentro
non è stata la lingua
e nemmeno gli sguardi ignoranti
di chi ha solo bocca
è il tarlo, quel tuo dannato tarlo
che ci ha ridotto in polvere
solo polvere
polvere da buttare via.

La canzone è di MARI.

Buon Anno Nuovo da WordPress.com!
4,329 films were submitted to the 2012 Cannes Film Festival. This blog had 33.000 views in 2012. If each view were a film, this blog would power 8 Film Festivals
Nel 2012, ci son stati 116 nuovi articoli, che hanno portato gli archivi totali del tuo blog a 131 articoli.
Il giorno più trafficato dell’anno è stato 12 febbraio con 240 pagine lette. Il messaggio più popolare quel giorno fu MISTER CHARLIE.
Attrazioni nel 2012
Ecco gli articoli più letti nel 2012. Puoi vedere tutti gli articoli più letti dell’anno nelle tue Statistiche.
1 VITA SEGRETA DEL SALICE PIANGENTE 88 commenti marzo 2012
2 INTERROGATORIO DI INTESOMALE E ALESSANDRA 95 commenti marzo 2012
3 A PROPOSITO DEI BLOG 44 commenti settembre 2012
4 SORELLE 74 commenti marzo 2012
5 MISTER CHARLIE 93 commenti febbraio 2012
Come ti hanno trovato? Certi lettori sono venuti facendo una ricerca, in generale per gesù, sogni, alessandra bianchi, anneheche blog e bianchi alessandra.
Da dove son venuti?
That’s 55 countries in all!
La maggior parte dei lettori son venuti da Italy. The United States $ Germany erano poco dietro.
Il tuo articolo con più commenti nel 2012 fu INTERROGATORIO DI INTESOMALE E ALESSANDRA.

Read Full Post »

« Newer Posts

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: